Cinema italiano

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Stabilimenti di Cinecittà a Roma

Il cinema italiano intraprende la propria attività alcuni mesi dopo la prima proiezione pubblica, avvenuta nel sottosuolo di un caffè sul boulevard des Capucines, a Parigi, il 28 dicembre 1895; data da cui si fa tradizionalmente risalire l'inizio della storia del cinema.[1] Il primo proiettore cinematografico viene portato in Italia dagli operatori Auguste e Louis Lumière, precisamente a Napoli, nel corso dell'anno 1896. A marzo il cinematografo giunge dapprima a Roma e successivamente a Milano, ad aprile arriva nelle città di Salerno e Bari. Durante l'estate raggiunge Livorno e in seguito Bergamo, Ravenna e Bologna. Nell'ottobre dello stesso anno sbarca ad Ancona e Perugia; a dicembre a Torino, Pescara e Reggio Calabria.[2]

A Pisa, nel 1905, apre al pubblico il cinema Lumière, considerato il più antico cinema italiano fino alla sua chiusura, avvenuta il 13 febbraio 2011 e conseguente riapertura nel febbraio del 2013.[3] La sala cinematografica è situata nel retro di Palazzo Agostini. Tuttavia, alcune sperimentali proiezioni hanno avuto inizio nel secolo precedente, esattamente nel 1899, nella sala dei biliardi dell'attiguo Caffè dell'Ussero.[4]

Gli inizi (1896-1909)[modifica | modifica wikitesto]

I primi film[modifica | modifica wikitesto]

Un fotogramma del più antico documentario italiano tuttora visibile che ritrae papa Leone XIII

Per convenzione si fa risalire la nascita del cinema italiano alla prima proiezione pubblica del Cinématographe, avvenuta il 13 marzo 1896 presso lo studio Le Lieure di Roma[5]. Nel giro di pochi giorni lo spettacolo arriverà in tutte le principali città del paese.

I primi film prodotti in Italia sono documentari della durata di pochi secondi dedicati a regnanti, imperatori, papi e a location di varie città. Il primo operatore di rilevanza storica è Vittorio Calcina, autore di cortometraggi sia in forma documentaria che a soggetto. Tra le sue "vedute" più celebri va ricordata la ripresa della visita a Monza di re Umberto I e della regina Margherita di Savoia, girata su commissione per conto dei fratelli Lumière[6]. Il più antico documentario italiano tuttora visibile è Sua Santità papa Leone XIII, una breve inquadratura di papa Leone XIII nei Giardini Vaticani.

In poco tempo altri pionieri si fanno strada. A mettersi in luce è il regista e inventore Filoteo Alberini, che già a partire dal 1895 perfeziona un apparecchio di ripresa non dissimile da quello dei Lumière[7]. A seguire si mettono in evidenza Italo Pacchioni, Roberto Omegna, Giuseppe Filippi e Giovanni Vitrotti.

Il successo di questi "quadri in movimento" è immediato. Pur confuso tra le tante meraviglie para-scientifiche dei padiglioni delle fiere, il cinematografo affascina per la sua capacità di mostrare con inedita precisione realtà geografiche lontane e, viceversa, di immortalare momenti quotidiani senza storia. Se la risposta delle classi popolari è entusiasta, tale novità tecnologica sarà trattata con riserva da gran parte dei ceti nobiliari, dalla carta stampa e da una cospicua fetta del mondo intellettuale.

Nel frattempo, il cinema scala le gerarchie della società incuriosendo le classi più abbienti. Il 28 gennaio 1897 i principi Vittorio Emanuele e Elena di Montenegro assistono a una proiezione organizzata da Vittorio Calcina, in una sala di Palazzo Pitti a Firenze[8]. Decisi a sperimentare il nuovo mezzo presteranno i propri volti per alcune riprese nel documentario S.A.R. il Principe di Napoli e la Principessa Elena visitano il battistero di S. Giovanni a Firenze, seguito dalla documentazione visiva del loro matrimonio in Dimostrazione popolare alle LL. AA. i Principi sposi (al Pantheon - Roma)[9][10].

Nascita dell'industria cinematografica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Nascita dell'industria cinematografica italiana.
Uno dei tanti loghi della Cines

Tra il 1903 e il 1909 il cinema, sino ad allora considerato alla stregua di un fenomeno da baraccone, assume i caratteri di una vera e propria industria. Centinaia di case di produzione nascono e si moltiplicano in tutta la penisola: tra le più note si ricordano la Cines, Milano Films, Itala Film, Caesar Film, Società Anonima Ambrosio, Partenope Film, Pasquali Film, Roma Film, e innumerevoli sigle minori destinate a durare il tempo di un film.[11] Contemporaneamente si organizza su tutto il territorio nazionale una rete capillare di sale cinematografiche, costruite in prevalenza in centri e zone urbane. Questa trasformazione porterà alla produzione di film a soggetto, che per gran parte del periodo muto affiancheranno la forma del documentario fino a sostituirlo completamente all'inizio della prima guerra mondiale.

La scoperta delle potenzialità spettacolari del mezzo cinematografico favorisce lo sviluppo di un cinema di grandi ambizioni, capace di inglobare tutte le suggestioni culturali del paese. La formazione scolastica è fonte inesauribile di idee facilmente assimilabili da un pubblico generalista. Decine di personaggi incontrati sui libri di testo fanno il loro esordio sul grande schermo: il Conte di Montecristo, Giordano Bruno, Francesca da Rimini, Lorenzino de' Medici, Rigoletto, il conte Ugolino, Giulio Cesare, Romeo e Giulietta, Socrate, Galileo, Francesco d'Assisi e altre innumerevoli figure. Dal punto di vista iconografico i riferimenti principali sono i grandi artisti rinascimentali e neoclassici, non da meno i simbolisti e le illustrazioni popolari. Il primo film a soggetto, La presa di Roma, viene realizzato da Filoteo Alberini nel 1905, in controtendenza ai generi allora di maggior successo quali i drammi passionali e storici.[12]

Periodo aureo (1910-1919)[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni dieci l'industria cinematografica conosce un rapido sviluppo. Nel 1912, l'anno della massima espansione, vengono prodotti a Torino 569 film, a Roma 420 e a Milano 120[13]. Nei tre anni che precedono la Prima guerra mondiale, mentre la produzione si consolida, vengono esportati in tutto il mondo film mitologici, comici e drammatici. Con la fine del decennio Roma si impone definitivamente come principale centro produttivo e tale resterà, nonostante le periodiche crisi dell'industria, fino ai giorni nostri.

I kolossal storici[modifica | modifica wikitesto]

Locandina di Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone

Nel momento di massivo sviluppo produttivo, il genere storico perde il suo carattere pedagogico e illustrativo a favore di quello più spettacolare. I kolossal presentati nei primi anni del novecento mostrano tutte le ambizioni dell'Italia giolittiana che celebra sul grande schermo avvenimenti dell'antichità, con aspirazioni proprie di una potenza internazionale. Prima ancora dell'avvento del fascismo, questi film rievocano i trionfi degli antichi imperi romani, di cui si rivendica con orgoglio la discendenza culturale[14]. La conquista della Libia segna l'avvicinamento definitivo tra il sostrato nazionalista di questi film e la politica imperialista.

L'archetipo del filone è il Nerone (1909) di Luigi Maggi e Arrigo Frusta. La pellicola si ispira all'opera di Pietro Cossa che si rifà iconograficamente alle acqueforti di Bartolomeo Pinelli, al neoclassicismo e allo spettacolo Nero, or the Destruction of Rome rappresentato dal circo Barnum.[15] Seguono Marin Faliero, doge di Venezia (1909) di Giuseppe De Liguoro, Otello (1909) di Yambo e Odissea (1911) di Bertolini, Padovan e De Liguoro. L'Inferno (1911), prima ancora che un adattamento della cantica dantesca, è una traduzione cinematografica delle incisioni di Gustave Doré che sperimenta l'integrazione tra effetti ottici e azione scenica, mentre Gli ultimi giorni di Pompei (1913) di Mario Caserini ricorre a innovativi effetti speciali.

Il primo regista a sfruttare in modo coerente questo enorme apparato spettacolare è Enrico Guazzoni, già pittore e scenografo di fama. Nel suo Quo vadis? (1912) i personaggi e lo spazio scenico creano rapporti finora inediti, esaltando la dialettica tra individuo e massa che sarà al centro dei futuri film storici. In merito alla trama i reali accadimenti della storia rimangono sullo sfondo, mentre in primo piano si agitano drammi personali derivanti dal melodramma[16]. Il successo internazionale del film segna la maturazione del genere e permette a Guazzoni di realizzare film sempre più spettacolari come Cajus Julius Caesar (1913) e Marcantonio e Cleopatra (1913). Dopo Guazzoni si inseriscono Emilio Ghione, Febo Mari, Carmine Gallone, Giulio Antamoro e tanti altri che contribuiscono all'espansione del genere.

Giovanni Pastrone è il regista più interessato alla ricerca di soluzioni scenografiche inedite. Già in La caduta di Troia (1911) sperimenta originali costruzioni prospettiche, ma è con il celebre Cabiria (1914) che la sua filmografia e l'intero genere raggiungono l'apice. Concepito come un autentico film-evento (anche grazie alla collaborazione di Gabriele D'Annunzio), l'opera colpisce il pubblico per le sue innovazioni tecniche tra cui l'uso dei carrelli e del primo piano. La complessità della trama, l'uso espressivo del trucco e l'opulenza scenografica contribuiscono alla sua fama di "oggetto d'arte" capace di superare i limiti del mezzo cinematografico[17].

Dopo il grande successo di Cabiria, con il mutare dei gusti del pubblico e le prime avvisaglie della crisi industriale, il genere comincia a mostrare segni di stanchezza. Il progetto di Pastrone di adattare la Sacre scritture con migliaia di comparse resta irrealizzato. Il Christus (1916) di Antamoro e La Gerusalemme liberata (1918) di Guazzoni restano notevoli per la complessità iconografica ma non offrono novità sostanziali. Nonostante sporadici tentativi di riallacciarsi al grandeur del passato, il filone dei kolossal storici si esaurisce all'inizio degli anni venti.

Le dive[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1913 e il 1920 si assiste all'ascesa, allo sviluppo e al declino del fenomeno del divismo cinematografico, nato con l'uscita di Ma l'amor mio non muore (1913) di Mario Caserini. Il film ha un successo di pubblico enorme e codifica la recitazione e l'estetica del divismo femminile. La recitazione di Lyda Borelli esercita una grandissima influenza per tutto il decennio e contribuisce a rinnovare l'immaginario romantico con influenze melodrammatiche, decadenti e simboliste.[18]

Nel giro di pochi anni si affermano Francesca Bertini, Pina Menichelli, Rina De Liguoro, Leda Gys, Eleonora Duse e Italia Almirante Manzini. Film come Fior di male (1914) di Carmine Gallone, Il fuoco (1915) di Pastrone, Rapsodia satanica (1917) di Nino Oxilia e Cenere (1917) di Febo Mari arrivano a modificare il costume nazionale, imponendo canoni di bellezza, oggetti del desiderio e modelli di comportamento tra i più disparati. Questi modelli, fortemente stilizzati secondo le tendenze culturali e artistiche dell'epoca, non hanno legami con la realtà ma sintetizzano la recitazione melodrammatica, il gesto pittorico e la posa teatrale[19].

Francesca Bertini è, dopo Lyda Borelli, la seconda grande diva del cinema italiano. Dotata di una maggiore versatilità rispetto alle dive contemporanee, passa dalla commedia al dramma passionale ricoprendo vari ruoli sociali e comunicando con efficacia un'ampia gamma di sentimenti. In Assunta Spina (1915) di Gustavo Serena si allontana dalle influenze liberty per avvicinarsi a una recitazione più naturalistica che ne favorisce la forza espressiva[20].

Nonostante la diversità delle interpreti e dei film, il modello femminile che emerge dal cinema di questo periodo è sostanzialmente riconducibile al modello melodrammatico, anche se contaminato dal decadentismo dannunziano e dalle teorie di Lombroso. Il rinomato medico e antropologo, a proposito di tali figure femminili, sentenzierà: «ora innocenti e pure, ora deliranti e in preda al "déreglement de tous les sens", ora madri dolcissime a cui viene negata la maternità, ora donne capaci di amare oltre la stessa morte»[21]. Soltanto negli anni venti, con la crisi produttiva e il tramonto delle dive, sarà possibile l'emergere di una figura femminile più realistica, priva di un'aura divina e più accessibile allo spettatore.

Il cinema futurista[modifica | modifica wikitesto]

Un fotogramma di Thaïs (1917) di Anton Giulio Bragaglia
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema futurista.

Nella prima decade del novecento l'avanguardia futurista subisce la fascinazione del mezzo cinematografico. Con il suo interesse per la rapidità e la violenza espressiva, il futurismo trova nel cinema un'arte giovane, meno compromessa con la retorica passatista, e soprattutto aperta ai futuri sviluppi tecnologici. Nel Manifesto della cinematografia futurista (1916) Filippo Tommaso Marinetti, Bruno Corra, Emilio Settimelli, Arnaldo Ginna e Giacomo Balla descrivono il cinema come l'arte capace di sintetizzare tutte le tendenze sperimentali dell'epoca. Così facendo, rivendicano l'uso di "drammi di oggetti", "sinfonie di linee e colori" e "giochi delle proporzioni" per superare i limiti del naturalismo ottocentesco. Il cinema che auspicano è "antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero".[22]

Al di là della dichiarazione d'intenti, il futurismo non riuscirà a far proprio il nuovo mezzo di espressione, né sarà in grado di lasciare un segno duraturo nella sua evoluzione. A contrario sarà il cinema a influenzare la produzione artistica del movimento, grazie al montaggio, ai primi piani, al taglio eccentrico delle immagini, all'uso di didascalie, stacchi e dissolvenze[23].

I film riconducibili al movimento sono pochissimi. Oltre ai film astratti dipinti su pellicola da Bruno Corra e Arnaldo Ginna, andati perduti, i lungometraggi più significativi sono soltanto due: Thaïs (1917) di Anton Giulio Bragaglia e Vita futurista (1916), di Arnaldo Ginna. Il primo nasce sulla base del trattato estetico del suo stesso autore denominato Fotodinamismo futurista (1911). L'opera, costruita attorno a una vicenda melodrammatica e decadente, rivela molteplici influenze artistiche diverse dal futurismo marinettiano: basti pensare alle scenografie secessioniste, all'arredamento liberty e ai momenti astratti e surreali che contribuiscono a creare un forte sincretismo formale. Il secondo è una sorta di verifica pratica delle tesi esposte nel Manifesto. Ironico e intenzionalmente provocatorio, il film ricorre a numerosi effetti speciali (parti colorate a mano, viraggi, inquadrature eccentriche, montaggio anti-naturalistico) per stimolare le reazioni emotive dello spettatore. Nello stesso periodo Bragaglia realizza altri film come Perfido incanto, Il mio cadavere e il cortometraggio Dramma nell'Olimpo, tutti completamente perduti.[22]

La grande crisi e l'avvento del sonoro (1920-1930)[modifica | modifica wikitesto]

Il regista Roberto Roberti

Con la fine della Grande guerra il cinema italiano attraversa un periodo di crisi dovuto a molti fattori: disorganizzazione produttiva, aumento dei costi, arretratezza tecnologica, perdita dei mercati esteri e incapacità di far fronte alla concorrenza internazionale, in particolare quella hollywoodiana[24]. Tra le cause principali va segnalata la mancanza di un ricambio generazionale con una produzione ancora dominata da magnati e autori di formazione letteraria, incapaci di far fronte alle sfide della modernità. La prima metà degli anni venti segna un netto riflusso produttivo: dai 350 film prodotti nel 1921 si passa ai 60 del 1924[25].

Resistono ancora i drammi passionali, perlopiù ripresi da testi classici o popolari e diretti da specialisti come Roberto Roberti; assieme a questi ottengono consensi i kolossal religiosi di Giulio Antamoro e i film d'ambienti e atmosfere proprie del feuilleton. Letteratura e teatro sono ancora le fonti narrative privilegiate. Sulla scorta dell'ultima generazione di dive, si diffonde un cinema sentimentale al femminile, incentrato su figure ai margini della società che, invece di lottare per emanciparsi (come accade nel contemporaneo cinema hollywoodiano), attraversano un autentico calvario spirituale allo scopo di preservare la propria virtù. La protesta e la ribellione da parte delle protagoniste femminili sono fuori discussione. È un cinema fortemente conservatore, legato a regole sociali sconvolte dalla guerra e in via di dissoluzione in tutta Europa. Un caso esemplare è quello di La storia di una donna (1920), con Pina Menichelli e diretto da Eugenio Perego, che usa una costruzione narrativa originale per proporre, con toni melodrammatici, una morale ottocentesca[26]. Un filone particolare è quello di ambientazione napoletana, grazie all'opera della prima regista donna del cinema italiano, Elvira Notari, che dirige numerosi film tratti da famose sceneggiate, canzoni napoletane, romanzi d'appendice oppure ispirati a fatti di cronaca.

In realtà la produzione italiana di questo periodo è marginale e il mercato è dominato dai film hollywoodiani. L'unico produttore capace di adeguarsi alla situazione è Stefano Pittaluga, destinato a esercitare un controllo quasi assoluto sui film italiani fino agli anni trenta. Tra i registi in grado di misurarsi con le produzioni europee troviamo Lucio D'Ambra, Carmine Gallone e soprattutto Augusto Genina. Realizzatore versatile e attento ai gusti del pubblico, Genina si dedica con facilità alla commedia brillante, ai melodrammi e ai film d'avventura, ottenendo spesso grandi successi al botteghino. Il suo Cyrano de Bergerac (1923) è il maggiore incasso del periodo, mentre Miss Europa (1930) sfrutta con efficacia la moda del divismo e contamina il melodramma con scorci realisti. Per tutti gli anni trenta sarà uno dei registi di punta del cinema fascista[27].

Si dovrà attendere la fine del decennio per trovare pellicole di maggior respiro. In questo periodo un gruppo di intellettuali vicini alla rivista Cinematografo e guidati da Alessandro Blasetti lancia un programma semplice quanto ambizioso. Consapevoli dell'arretratezza culturale italiana, decidono di rompere ogni legame con la tradizione precedente attraverso una riscoperta del mondo contadino, fino ad allora praticamente assente nel cinema italiano. Sole (1929) di Alessandro Blasetti mostra l'evidente influenza delle avanguardie sovietiche e tedesche nel tentativo di rinnovare la cinematografia italiana, in accordo con gli interessi del regime fascista.[28]

La locandina del primo film sonoro italiano La canzone dell'amore (1930), di Gennaro Righelli

Rotaie (1930) di Mario Camerini fonde il genere tradizionale della commedia con il kammerspiel e il film realista, rivelando l'abilità del regista nel tratteggiare i caratteri della media borghesia[29]. Il film è l'unica opera del periodo a far esplicito cenno alla "grande depressione", meglio conosciuta come crisi del 29.[30] Pur non essendo paragonabili ai risultati più alti del cinema internazionale del periodo, i lavori di Alessandro Blasetti e Mario Camerini testimoniano un avvenuto passaggio generazionale tra i registi e gli intellettuali italiani, e soprattutto un'emancipazione dai modelli letterari e un avvicinamento ai gusti del pubblico. Una volta riorganizzata l'industria, i frutti di questa rinascita saranno presto messi al servizio del regime fascista.

Tra le altre cose, Blasetti ha avuto il merito di essere stato il primo artista in Italia ad aver sperimentato il sonoro nella pellicola Resurrectio, del 1930[31] e il colore nel film Caccia alla volpe nella campagna romana, del 1938.[32] Inoltre, ha di fatto forzato i limiti di quanto fosse lecito mostrare sul grande schermo, proponendo le prime nudità del cinema italiano (La corona di ferro e La cena delle beffe del 1941). Nel 1982, per l'intero complesso della sua opera, riceve al Festival di Venezia l'ambito Leone d'oro alla carriera. Nel frattempo viene distribuito nelle sale il primo film sonoro italiano: La canzone dell'amore (1930), diretto dal regista Gennaro Righelli, e tratto da un racconto di Luigi Pirandello. L'opera ottiene un grande successo di pubblico, anche in virtù della colonna sonora composta da Cesare Andrea Bixio che annovera il fortunato brano Solo per te Lucia.[33] Con il passaggio al sonoro la maggior parte degli attori del cinema muto si ritrova squalificata. L'epoca delle dive e dei forzuti, sopravvissuta a stento agli anni venti, è definitivamente terminata. Nonostante alcuni interpreti passeranno alla regia o alla produzione, l'arrivo del sonoro favorirà il ricambio generazionale e la conseguente modernizzazione delle strutture.

Il cinema fascista (1922-1945)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinecittà.
L'Istituto Luce nella nuova sede del 1937

Consapevole dell'importanza del cinema nella gestione del consenso sociale, il regime fascista si preoccupa fin da subito di rilanciare una cinematografia in declino. Nel 1924 viene fondata l'Unione Cinematografica Educativa Luce, una società di produzione e distribuzione a controllo statale. Nello stesso periodo viene istitutito il Ministero della Cultura Popolare che, attraverso considerevoli contributi a fondo perduto (regolati dalla legge 918 del 1931), finanzia direttamente l'industria dello spettacolo.[34] Tra i maggiori beneficiari c'è la casa di produzione Cines-Pittaluga, che nel 1925 costruisce nuovi teatri di posa alle porte di Roma. Nonostante l'aumento degli investimenti derivato da questa politica dirigista, l'arretratezza tecnologica e culturale condanna alla marginalità l'ultimo periodo del cinema muto. Nel primo anno di vita della Cines saranno prodotti in Italia soltanto 12 film, contro i 350 importati dall'estero[35].

Entro la fine del decennio, il regime diventa il principale finanziatore dell'industria cinematografica. Da questo momento fino allo scoppio della guerra, la crescita della produzione si manterrà costante. Nel 1934 è istituita la Direzione generale per la Cinematografia, guidata da Luigi Freddi, che di fatto controllerà la produzione fino alla caduta del regime. Lo stesso anno viene creata la Corporazione dello spettacolo, dove trovano posto tutti i principali produttori e distributori del paese. In questo periodo, oltre alla Cines, nascono altre società di produzione, tra cui la Lux Film, specializzata in adattamenti letterari e film religiosi, e la Novella Film di Angelo Rizzoli. Tra i produttori più attivi vanno ricordati Gustavo Lombardo (presidente della Titanus), Giovacchino Forzano e i fratelli Scalera. Tutti i produttori e i distributori ricevono fondi dallo Stato, che si dota anche di una propria catena di sale, l'Enic.

Nel 1935 viene istituito il Centro sperimentale di cinematografia, destinato a imporsi come il principale luogo di formazione professionale del cinema italiano. Nello stesso anno gli stabilimenti della Cines vengono distrutti da un incendio. Sulle ceneri del vecchio sito industriale sorge nel 1937 Cinecittà, uno dei complessi produttivi più grandi d'Europa, inaugurato in aperta sfida agli studios di Hollywood. Nel 1940 gli stabilimenti vengono statalizzati e ben presto diventano il cuore produttivo dell'industria cinematografica, portando metà della produzione a girare nei suoi teatri di posa. Da quel momento Roma diventa la capitale indiscussa del cinema italiano, con Cinecittà e il Centro Sperimentale destinati a esercitare per circa mezzo secolo un dominio incontrastato nella formazione delle competenze e nella produzione.[36]

Fino alla fine del 1938 il regime fascista non si oppone all'importazione di film stranieri (basti pensare che il 73% degli incassi di quell'anno vanno a film hollywoodiani), ma con il rafforzamento produttivo e il sempre maggiore ruolo dello Stato nella produzione vengono adottate misure protezionistiche volte a limitare le importazioni. La legge Alfieri del 6 giugno 1938 blocca la circolazione di film stranieri, dando impulso alla produzione nazionale. Nel 1939 si realizzano 50 film, che diventeranno 119 nel 1942; contemporaneamente la quota di mercato nazionale dei film italiani passa dal 13% al 50%[37]. Nemmeno la guerra è capace di arrestare questo stato di euforia produttiva, che durerà fino al 1943.

Fino al momento del suo crollo, il regime imporrà senza opposizioni un cinema strutturato in generi codificati. Il cinema del fascismo non sarà il veicolo privilegiato della propaganda (un compito svolto molto più persuasivamente dai Cinegiornali Luce), ma contribuirà a formare l'idea di società che il fascismo vuole imporre: una società pacificata, priva di conflitti interni, capace di slanci produttivi ma non toccata dai mali della modernità.[34] A questo intento celebrativo contribuisce anche una nuova generazione di attori: Vittorio De Sica, Massimo Girotti, Amedeo Nazzari, Gino Cervi, Rossano Brazzi, Leonardo Cortese, Elio Steiner, Fosco Giachetti e Raf Vallone incarneranno la virilità e l'orgoglio della nazione, così come Renato Cialente, Antonio Centa, Andrea Checchi, Roberto Villa, Osvaldo Valenti, Massimo Serato, Adriano Rimoldi e Guido Celano. Sulla sponda femminile Alida Valli, Isa Miranda, Dria Paola, Clara Calamai, Doris Duranti, Maria Denis, Valentina Cortese ed Elsa De Giorgi saranno compagne affettuose, premurose e fedeli. Allo stesso modo lo saranno Elisa Cegani, Isa Pola, Paola Barbara, Caterina Boratto, Dina Sassoli, Assia Noris, Luisa Ferida, Germana Paolieri e Marina Berti.

Film di propaganda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema di propaganda fascista.
Un'immagine del film Scipione l'Africano, diretto da Carmine Gallone nel 1937

Le rappresentazioni cinematografiche dello squadrismo e delle prime azioni fasciste sono pressoché rare. Tra le più rilevanti si segnala Vecchia guardia (1934) di Alessandro Blasetti, che rievoca la supposta spontaneità vitalistica dello squadrismo con toni retorici e populisti. Il precedente Camicia nera (1933) di Giovacchino Forzano, realizzato per il decennale della marcia su Roma, celebra i successi del regime (la bonifica delle paludi pontine e la costruzione di Littoria) alternando sequenze narrative a brani documentari.[34]

Con il consolidamento politico, l'autorità governativa impone all'industria cinematografica di rafforzare l'identificazione del regime con la storia e la cultura del paese. Da qui nasce la necessità di rileggere la storia italiana in chiave autoritaria, riducendo teleologicamente ogni avvenimento passato a un prodromo della "rivoluzione fascista". Questa operazione si pone in diretta continuità con l'opera storiografica di Gioacchino Volpe. Dopo i primi tentativi in questa direzione, volti soprattutto a sottolineare la presunta continuità tra Risorgimento e fascismo (Villafranca di Forzano, 1933; 1860 di Blasetti, 1933), la tendenza raggiunge l'apice poco prima della guerra. Cavalleria, di Goffredo Alessandrini, rievoca la nobiltà dei combattenti sabaudi presentandone le gesta come anticipazioni dello squadrismo. Condottieri, di Luis Trenker, racconta la storia di Giovanni dalle Bande Nere stabilendo esplicitamente un parallelo con Benito Mussolini, mentre Scipione l'Africano (1937) di Carmine Gallone (uno dei maggiori sforzi produttivi dell'epoca), celebra l'impero romano e indirettamente quello fascista.[34]

L'invasione dell'Etiopia dà ai registi italiani la possibilità di estendere gli orizzonti delle ambientazioni, rafforzando, oltremodo, l'autorità del regime sul cinema di propaganda[38]. Il grande appello (1936) di Mario Camerini esalta l'imperialismo descrivendo la "nuova terra" come un'opportunità di lavoro e redenzione, contrapponendo l'eroismo dei giovani soldati alla pavidità borghese. La polemica antipacifista che accompagna le imprese coloniali è evidente in Lo squadrone bianco (1936) di Augusto Genina, che unisce la retorica propagandistica a notevoli sequenze di battaglia girate nel deserto della Tripolitania. La maggior parte dei film a celebrazione dell'impero sono in prevalenza documentari, volti a presentare la guerra come una lotta della civiltà contro la barbarie. La guerra di Spagna è descritta nei documentari Los novios de la muerte, di Romolo Marcellini (1936) e Arriba España, España una, grande, libre!, di Giorgio Ferroni (1939) e fa da sfondo a un'altra dozzina di film, tra i quali il più spettacolare è L'assedio dell'Alcazar (1940) di Augusto Genina.[34]

Una scena del film Vecchia guardia (1934) di Alessandro Blasetti

Con l'entrata in guerra, il regime fascista rafforza ulteriormente il controllo sulla produzione e richiede un impegno più deciso nella propaganda. Oltre agli ormai canonici documentari, cortometraggi e cinegiornali, aumentano anche i film a soggetto in elogio delle imprese belliche italiane. Tra i più rappresentativi troviamo Bengasi (1940) di Genina, Gente dell'aria (1942) di Esodo Pratelli, I tre aquilotti (1942) di Mario Mattoli su sceneggiatura di Vittorio Mussolini e Quelli della montagna (1943) di Cino Betrone con la supervisione di Blasetti. Una citazione a parte merita Uomini sul fondo (1941) di Francesco De Robertis, un film notevole grazie al suo approccio quasi documentaristico.[34]

Il film di maggiore successo del periodo è il dittico Noi vivi-Addio, Kira! (1942) di Goffredo Alessandrini, riconducibile al genere del dramma anticomunista. Questo cupo melodramma, ambientato in un'improbabile Unione Sovietica, è ispirato a un romanzo della scrittrice Ayn Rand che teorizza la concezione filosofica dell'individualismo radicale. Proprio a causa di questa generica critica all'autoritarismo, il dittico ha potuto essere interpretato come una blanda accusa al morente regime fascista[39]. Tra i registi che danno il loro contributo alla propaganda bellica c'è anche Roberto Rossellini, autore di una trilogia composta da La nave bianca (1941), Un pilota ritorna (1942) e L'uomo dalla croce (1943). Anticipando per certi versi le sue opere della maturità, il regista adotta uno stile dimesso e immediato, che non contrasta l'efficacia della propaganda ma neppure esalta la retorica bellica: è lo stesso approccio anti-spettacolare a cui resterà fedele per tutta la vita.[39]

Il cinema dei telefoni bianchi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema dei telefoni bianchi.

La stagione cinematografica dei telefoni bianchi interessa un periodo di tempo relativamente breve, dalla seconda metà degli anni trenta alla caduta del fascismo. Il nome del filone proviene dalla presenza di telefoni di colore bianco nelle sequenze di alcuni film del periodo, che all'epoca rappresentavano un contrassegno di benessere sociale. Il rifiuto di qualunque problematica civile, della verosimiglianza e di riferimenti alla contemporaneità sono i tratti distintivi di queste esili commedie, che conoscono un effimero successo negli anni in cui il fallimento delle promesse del fascismo si fa sempre più evidente.[40]

Una denominazione alternativa del genere è "cinema déco"[41], per sottolineare i frequenti riferimenti alla moda e al costume dell'epoca. Tali commedie traboccano di macchine di grido, abitazioni di lusso e vestiti alla moda, degno contorno delle innocue vicende sentimentali di Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Alida Valli ed Assia Noris.[40] Il cosmopolitismo superficiale del genere è spiegabile in funzione di necessità meramente produttive. Infatti, le varie pellicole, non sono altro che adattamenti di commedie mitteleuropee di inizio secolo, allo scopo di mascherare la frivolezza del contenuto con la brillantezza dello stile. L'ambientazione straniera di molte storie (spesso in un'Europa centrale mitizzata e indifferente alle tragedie del continente) contribuisce a relegare questo cinema nel puro disimpegno, lontano dalle preoccupazioni belliche.[40]

Tra i maggiori successi di pubblico del genere troviamo: La casa del peccato (1938) e Mille lire al mese (1939) di Max Neufeld, Ore 9: lezione di chimica (1941) di Mario Mattoli e Apparizione (1944) di Jean de Limur.

Il calligrafismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Calligrafismo (cinema).
Una foto di scena di Tragica notte (1942) di Mario Soldati

Il calligrafismo è una tendenza cinematografica relativa ad alcuni film realizzati in Italia nella prima metà degli anni quaranta. Tali produzioni hanno in comune una complessità espressiva e molteplici riferimenti figurativi che li isolano dal contesto cinematografico dominante. L'esponente più noto di questa tendenza è Mario Soldati. Scrittore e regista di lungo corso, si impone nel mondo della celluloide con pellicole di squisita ascendenza letteraria. La sua tipica regia, dal solido impianto formale, è rinvenibile in molti lungometraggi tra i quali si menzionano: Dora Nelson (1939), Piccolo mondo antico (1941), Malombra (1942), Tragica notte (1942) e Quartieri alti (1943). I suoi film mettono al centro della storia personaggi femminili dotati di una forza drammatica e psicologica estranea al cinema dei telefoni bianchi. Luigi Chiarini, già attivo come critico, approfondisce la tendenza nei successivi La bella addormentata (1942) e Via delle Cinque Lune (1942). I conflitti interiori dei personaggi e la ricchezza scenografica sono ricorrenti, in egual misura, nei primi film di Alberto Lattuada (Giacomo l'idealista, 1942) e Renato Castellani (Un colpo di pistola, 1942), dominati da un senso di disfacimento che sembra anticipare la fine della guerra.

La caratteristica dominante in questo corpus di pellicole è la volontà di competere con l'industria europea, affermando, al tempo stesso, l'autonomia espressiva del mezzo cinematografico e la possibilità di confrontarlo con le arti più disparate.[42] Il risultato è un cinema formalmente complesso, capace di rievocare numerose tendenze culturali e di armonizzarle in una forma espressiva "artigianale", troppo spesso svilita dalla coeva stagione dei telefoni bianchi. I riferimenti letterari principali derivano dalla narrativa ottocentesca, in prevalenza italiana (da Antonio Fogazzaro a Emilio De Marchi), finanche russa e francese. Ai film collaborano letterati come Corrado Alvaro, Ennio Flaiano, Emilio Cecchi, Francesco Pasinetti, Vitaliano Brancati, Mario Bonfantini e Umberto Barbaro. Sul versante visivo, il calligrafismo si rifà ai macchiaioli toscani, ai preraffaeliti e ai simbolisti.[43]

Le opere di questa breve tendenza non hanno vocazione realista, tanto meno rincorrono un impegno sociale. L'interesse principale resta la cura formale e la ricchezza di riferimenti culturali racchiusi in un cinema capace di valorizzare la professionalità di ogni componente produttiva. La critica del tempo bolla questa tendenza come velleitaria e superficiale (coniando appositamente l'espressione "calligrafismo"); in seguito, a partire dagli anni sessanta, tale giudizio riduttivo è stato in parte corretto.[44]

Il cinema della Repubblica di Salò[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinevillaggio.
Osvaldo Valenti con la divisa della Xª MAS

Per la brevità della sua storia, la fragilità delle strutture produttive e la debolezza dei film, il cinema della Repubblica di Salò è un campo scarsamente considerato dalla storiografia. Questa "non storia"[45] inizia all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre, quando Luigi Freddi stabilisce il nuovo centro della cinematografia fascista a Venezia allo scopo di riprendere la produzione. Ferdinando Mezzasoma, nominato Ministro della Cultura Popolare, tenta di creare una piccola Cinecittà veneziana con i registi, le maestranze e gli attori che hanno risposto all'appello di trasferirsi al nord. Ma il cinema della Repubblica Sociale è da subito condannato a lottare contro la scarsità di mezzi concessi dalle autorità, ormai prive di interesse per quella che Mussolini stesso aveva definito l'arma più forte. Giorgio Venturini, Direttore generale dello spettacolo (peraltro privo di qualunque esperienza in campo cinematografico), descrive con realismo la situazione in cui si trova a operare: «Quel che vedete non è certo Cinecittà: chiamiamolo pure un cinevillaggio; ma il piano urbanistico ne è stato così ben tracciato da consentire domani ogni più ampio sviluppo».[46]

All'inizio del 1944 vengono inviate da Praga le apparecchiature cinematografiche requisite dai tedeschi a Cinecittà, in tal modo la produzione può iniziare. Il tentativo di stabilire un solido gruppo di attori è alquanto fallimentare: Osvaldo Valenti e Luisa Ferida sono gli unici interpreti di prestigio ad aver giurato fedeltà al nuovo regime e ad aderire al cinevillaggio (che costerà ad entrambi la fucilazione da parte dei partigiani perché accusati di collaborazionismo con i nazi-fascisti), mentre i restanti attori (tra cui Anna Capodaglio, Mino Doro, Elena Zareschi, Maurizio D'Ancora, Andreina Carli e Gianni Cavalieri) sono invece dei nomi di secondo piano, che non bastano a suscitare l'interesse del pubblico. Tra i registi che aderiscono al cinema repubblichino troviamo Piero Ballerini, Francesco De Robertis, Fernando Cerchio, Giorgio Ferroni, Ferruccio Cerio, Piero Costa e Mario Baffico; tra gli sceneggiatori Corrado Pavolini ed Alessandro De Stefani.

Le risorse del Ministero vengono usate principalmente per riportare in vita il Cinegiornale Luce. I 55 servizi realizzati dalla metà del 1943 alla fine della guerra si occupano di cronache mondane, eventi sportivi, curiosità dall'estero. La guerra resta spesso sullo sfondo, e in un solo numero si cita l'esistenza dei partigiani[47]. I lungometraggi a soggetto, una quarantina in totale (molti dei quali andati perduti), evitano con cura la propaganda. Tra i pochi titoli di rilievo si ricorda La vita semplice (1946) di Francesco De Robertis. Il soggetto dell'opera riguarda un'amena storia sentimentale, ambientata nella Venezia popolare.

La fine della guerra è anche la fine di questo fragile cinevillaggio. Subito dopo i numerosi dissidi politici e ideologici saranno ricomposti in nome della ricostruzione nazionale, con la vana speranza di mantenere anche in tempo di pace una parte della produzione a Venezia[48].

Il cinema del dopoguerra (1945-1955)[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni del conflitto l'Italia conosce distruzioni immani. Uno dei sistemi produttivi più avanzati d'Europa si è dissolto e la produzione è praticamente ferma. In questo scenario desolante si manifesta una volontà di rinascita, che nel 1944 porta alla fondazione dell'ANICA, erede diretta della FNFIS di epoca fascista, che raccoglie gli interessi di produttori, distributori ed esercenti. Un articolo del Mondo Nuovo, rotocalco statunitense in lingua italiana, sintetizza così questa fragile volontà di resurrezione: «Produrre film in Italia è come costruire una casa cominciando dal tetto. [...] Eppure nei teatri di posa italiani si continua a girare film. Meraviglia come soltanto ora, che non si hanno più i mezzi di una volta, la cinematografia italiana corrisponda a quello che è l'animo del paese».[49]

Nel giro di pochi anni la produzione si stabilizza: nel 1945 vengono prodotti 28 film, che salgono a 62 l'anno successivo e a 104 all'inizio degli anni cinquanta. Alla fine del decennio si arriverà a 167[50]. La ripresa produttiva è facilitata anche da una politica di assistenza da parte del governo intesa a garantire la stabilità dell'assetto industriale, in opposizione all'azione degli studios hollywoodiani, della PWB e della diplomazia statunitense, che puntano invece a impedire la ripresa produttiva[51]. Nel corso del decennio la produzione nazionale si imporrà sui film statunitensi, che si sono abbattuti in massa sul mercato alla fine della guerra[52].

Il neorealismo (1945-1953)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Neorealismo (cinema).

In questo campo di contraddizioni si sviluppa il neorealismo, una corrente artistica e culturale che riguarda tutte le forme d'arte, in particolar modo il cinema. Il neorealismo nasce dal libero incontro di alcune individualità artistiche all'interno di un clima storico comune, rappresentato dal trauma della guerra e la relativa lotta di liberazione.[53] Per tali motivi il cinema neorealista non può essere considerato né una corrente né un movimento, dato che i registi di spicco (Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti e Giuseppe De Santis) manterranno sempre una personalità autonoma e originale.[53] I tratti comuni del neorealismo, inseparabili dal contesto storico, sono identificabili piuttosto nel senso etico di fratellanza nato dall'antifascismo, nella centralità di personaggi comuni e nell'intreccio tra vicende private e storia pubblica.[53] Questi elementi spingono all'uso preferenziale (ma non esclusivo) di attori non professionisti e al rifiuto di qualsiasi teatro di posa, prediligendo ambientazioni di carattere naturale. Tali registi si propongono di osservare la realtà senza pregiudizi, rinunciando agli interventi falsificanti e alla narrazione classica. Il cinema diventa così un simbolo della volontà di riscatto del popolo italiano, di quella società povera ma vitale che il cinema dell'epoca fascista aveva rimosso.

Il momento di svolta avviene con Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, rievocazione della lotta antifascista a Roma negli ultimi mesi della guerra in cui le diverse anime della resistenza romana (comunista, cattolica e liberale) collaborano nel rispetto reciproco. Quello che più interessa al regista nella ricostruzione scenica sono le strade, le chiese, i tetti, le case popolari, tutti quegli spazi vitali che l'uomo è costantemente chiamato a difendere.[54] Il film (Palma d'oro al Festival di Cannes) ottiene grande successo internazionale e consacra Rossellini a portavoce del neorealismo. La visione ecumenica ritorna nel film successivo, Paisà (1946), affresco bellico sull'avanzata degli alleati dalla Sicilia alla valle del Po, che rispetto al precedente sacrifica la psicologia individuale alla necessità dell'itinerario storico e geografico. Per certi versi speculare a Paisà è Germania anno zero (Gran Premio al festival di Locarno nel 1947), girato tra le macerie di una Berlino distrutta dai bombardamenti. In questo film, che chiude idealmente la parabola neorealista di Rossellini, il trauma bellico è inserito nella visione cattolica della lotta dell'uomo contro le avversità della storia, che nel tragico finale sembra sancire la morte della solidarietà. Francesco, giullare di Dio (1950) abbandona l'ambientazione contemporanea per rinnovare la ricerca tematica del regista, rappresentando la religione popolare come risposta al senso del vivere. Nei film successivi Stromboli, (1949) ed Europa '51 (1952) - segnati dalla collaborazione con Ingrid Bergman - Rosselini si interroga sul rapporto tra individuo e società, sulla solitudine dell'esistenza e sul silenzio di Dio, rappresentando i dati visibili come correlativi di una ricerca interiore. Questi film, accolti con freddezza dalla critica, avranno non poca influenza sul cinema europeo dei decenni successivi.

Il piccolo Enzo Staiola in una scena di Ladri di biciclette (1949) di Vittorio De Sica

Sul versante opposto, la parabola di Vittorio De Sica è inseparabile da quella del suo collaboratore Cesare Zavattini, che viene a rappresentare, in qualità di sceneggiatore, la coscienza teorica del neorealismo. Insieme realizzano nel 1944 I bambini ci guardano, che mostra una preponderante attenzione alla realtà contemporanea, rivelando un acuto spirito sociologico e realista.[55] L'approccio umanistico e sentimentale di De Sica si fa ancor più evidente nel successivo Sciuscià (1946). Nella prima parte la macchina da presa si muove al passo con i personaggi, secondo la poetica zavattiniana del "pedinamento", mentre in seguito si concentra minuziosamente sull'innocenza dei due piccoli protagonisti, puntando sul coinvolgimento emotivo dello spettatore.[56] Con il terzo capitolo Ladri di biciclette (1948) il dramma individuale, inserito in una più ampia problematica sociale, si carica di un pathos abilmente gestito dal regista, capace di impiegare al massimo grado le interpretazioni di attori non professionisti. Ne viene fuori una profonda analisi della dura realtà del dopoguerra, inscenando sullo schermo un mondo di miseria e di contraddizioni mai risolti.[57] Entrambe le pellicole saranno premiate con uno speciale Oscar onorario al Miglior film straniero.

Il successivo Miracolo a Milano (1951) entra nel territorio della favola sotto forma di apologo sociale, portando allo scoperto una tendenza latente nella poetica di Zavattini. La pellicola è una dichiarata rivendicazione del potere dell'immaginazione sui fatti che la realtà prescrive e viene accolta dalle opposte parti politiche con scetticismo e riserva.[58] Tuttavia il film riceve nel 1951 la Palma d'oro al Festival di Cannes. L'attitudine a descrivere la vita quotidiana in tutte le sue forme minute e ripetitive raggiunge il suo punto più alto nell'opera Umberto D. (1953). La storia di un individuo qualunque alle prese con il dramma di vivere procede per accumulazione di dettagli che la regia porta fino al culmine della forza espressiva. Il film viene così a offrirci una delle migliori realizzazioni della "poetica del quotidiano" di Cesare Zavattini (qui unico autore della sceneggiatura). Da ricordare l'interpretazione dell'anziano attore non professionista Carlo Battisti, all'epoca, professore di glottologia all'università di Firenze.[59] Dopo questo exploit la coppia si limiterà a forme narrative più consolidate, e lo stesso neorealismo sembrerà aver esaurito le sue potenzialità.

Massimo Girotti e Clara Calamai in Ossessione (1943) di Luchino Visconti, film precursore della corrente neorealista

L'opera di Luchino Visconti è fin da subito la più eterogenea, riconducibile solo in parte ai moduli del neorealismo. Il suo cinema apre la strada alla riscoperta della realtà con Ossessione (1943), autentico film-spartiacque che mostra una precisa ascendenza letteraria, coadiuvata dall'interesse per il melodramma e l'ambientazione rurale. Ossessione è il primo film chiaramente ascrivibile al Neorealismo. In un'intervista del 1962 al settimanale L'Europeo lo stesso Visconti afferma: «Con Ossessione, venti anni fa, si parlò per la prima volta di Neorealismo».[60] Piegando i motivi del noir americano ai moduli del cinema realista (in particolare francese), questo tragico dramma psicologico risulta del tutto anomalo nel contesto del cinema fascista divenendo un punto di riferimento obbligato per tutto il decennio successivo.[61]

Dopo la partecipazione al film collettivo Giorni di gloria (1945) e un'importante attività teatrale, Visconti raggiunge uno degli apici del suo cinema con La terra trema (1949). Interpretato da attori non professionisti e parlato in dialetto, il film è la summa di tutte le influenze artistiche del regista che fondono l'impegno ideologico di stampo comunista a uno stile registico decadente ed estetizzante. Nel fare ciò, Visconti guarda alla storia di una comunità di pescatori (liberamente tratta dai Malavoglia di Giovanni Verga) attraverso la lettura esplicitamente marxista della lotta di classe. Il pessimismo verghiano viene così a trasformarsi in un dominio economico imposto dalla borghesia e i proletari acquisiscono la consapevolezza del loro sfruttamento. Il complesso apparato figurativo rende funzionale al dramma ogni elemento della messa in scena, con sequenze costruite secondo precisi rapporti plastici, cromatici, sonori e musicali[62]. Il film risulta essere un insuccesso di pubblico e Visconti ripiega su progetti meno ambiziosi. Il successivo Bellissima (1951) torna alla contemporaneità con una descrizione dettagliata del mondo del cinema e del fascino esercitato sui popolani, senza rinunciare alla costruzione romanzesca né alla complessità figurativa.

Interessato ad estendere i confini del neorealismo è altresì il regista Giuseppe De Santis. Dopo un lungo apprendistato critico per la rivista Cinema, De Santis esordisce nel 1946 con Caccia tragica, che mostra la sua preferenza per il racconto corale, la complessità della messa in scena e la tendenza epicizzante. Nell'arco di una dozzina di film, De Santis cercherà di adattare i moduli neorealisti al cinema popolare contemporaneo, senza disdegnare incursioni vicine al realismo socialista e al tipico spettacolo hollywoodiano. L'ambizione è meglio espressa in Riso amaro (1949), grande successo internazionale, che coniuga ambizione sociale e cultura popolare. In tale film il regista, appena trentaduenne, firma un appassionante e complesso melodramma civile, dove la pianura del vercellese diventa teatro di lotte politiche e duelli personali dal sapore romanzesco.[63]

Sopra Roberto Rossellini con l'allora moglie Ingrid Bergman

In Non c'è pace tra gli ulivi (1950) vengono riassunti tutti i temi a lui più cari: la centralità del personaggio femminile, l'ambientazione agricola e la precisa descrizione sociale[64]. Roma ore 11 (1952) abbandona l'ambientazione rurale per descrivere il processo di inurbamento e le contraddizioni della ripresa economica. I pochi film successivi tra cui: Un marito per Anna Zaccheo ( 1953), Giorni d'amore (1954), Uomini e lupi (1956) e La strada lunga un anno (1958), saranno accolti con freddezza dalla critica, quasi a significare l'esaurimento creativo del neorealismo e la difficoltà di rappresentare una società più complessa[65]. Decenni più tardi, nel 1995, il regista romano sarà insignito a Venezia del Leone d'oro alla carriera.

A metà del decennio la tendenza neorealista può dirsi esaurita. Tra le cause vanno citate la crescita produttiva (con la contemporanea affermazione di generi più codificati), il raffreddamento ideologico imposto dal governo, l'evoluzione dei registi maggiori e la difficoltà di rappresentare una società in continuo cambiamento. A segnare la chiusura di questa esperienza provvede l'esaurimento della vena realista di Vittorio De Sica con l'insuccesso produttivo e critico di Stazione Termini (1953) e la conseguente conversione alla commedia. Parimenti suscita clamore il film Senso (1954) di Luchino Visconti, che supera il realismo contemporaneo nella direzione dell'affresco risorgimentale (riletto attraverso Gramsci) e dell'interesse per la complessità psicologica[66]. Ma è soprattutto Roberto Rossellini con la pellicola Viaggio in Italia (1953), a creare le premesse per un definitivo superamento della stagione neorealista. In tale pellicola Rossellini (in maniera coeva al nuovo cinema di Antonioni) stacca la macchina da presa dai fatti e impone agli attori una recitazione straniata, arrivando a cogliere il senso profondo dell'alienazione contemporanea prodotta dalla nuova società industriale. Il film viene stroncato quasi ovunque, tranne in Francia: la rivista i Cahiers du cinema, infatti, include il film tra i migliori dieci di ogni epoca.[67]

Il Neorealismo rosa[modifica | modifica wikitesto]

Fino alla metà degli anni cinquanta moltissimi film riprenderanno, in forme più o meno consapevoli, temi e ambientazioni del neorealismo. L'attore Marcello Pagliero, già protagonista in Roma città aperta, nel proprio film Roma città libera (La notte porta consiglio) (1948), contamina il cosiddetto "neorealismo puro" con diverse tendenze di matrice comica e surreale. Alberto Lattuada coniuga realismo e necessità spettacolare con Il bandito (1946) (influenzato dal genere noir), con l'ambizioso affresco Il mulino del Po (1949) e con il tragicomico Il cappotto (1952), entrambi di origine letteraria. Anche Mario Soldati mette la vocazione narrativa al servizio del realismo con Le miserie del signor Travet (1946), tratto dall'opera letteraria di Vittorio Bersezio. Tra i registi di commedie attivi nei decenni precedenti si segnalano Mario Camerini (Due lettere anonime, 1946 e Ulisse, 1954) e Luigi Zampa, che realizza i suoi film più noti con la collaborazione di Vitaliano Brancati (Anni difficili, 1948 e L'arte di arrangiarsi, 1954). Il trentenne Pietro Germi guarda ai moduli del cinema statunitense con i film Il testimone (1945) e Gioventù perduta (1947). In seguito, aggiorna il Neorealismo in chiave melodrammatica nei successivi: In nome della legge (1949) e Il cammino della speranza (Orso d'argento al festival di Berlino nel 1950).[68] Uno dei primi registi a riportare in auge la commedia senza tralasciare i dettami principali del cinema neorealista è l'artista ligure Renato Castellani.

Quest'ultimo, dopo aver iniziato come sceneggiatore di registi quali Alessandro Blasetti e Mario Soldati, dirige nel 1941 il suo primo film dal titolo Un colpo di pistola, a cui collabora alla sceneggiatura Alberto Moravia. Alla fine degli anni quaranta si mette in evidenza con le pellicole Sotto il sole di Roma (1948) ed È primavera (1949), entrambe girate in esterni e con attori non professionisti . Con il film Due soldi di speranza (Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1952), dà vita ad un nuovo genere cinematografico, definito neorealismo rosa, sovente malvisto dalla critica, ma ugualmente destinato ad un vasto successo di pubblico. Il consenso viene bissato due anni più tardi con la conquista del Leone d'oro al Festival di Venezia per il film Giulietta e Romeo. Lo stile di Castellani, diretto ad amalgamare una certa attenzione sociale sullo sfondo di trame proprie della commedia, sopravviverà fino alla fine del decennio, influenzando registi come Luigi Comencini e Dino Risi nei rispettivi film Pane, amore e fantasia (1953) e Poveri ma belli (1956), con interpreti Marisa Allasio e Maurizio Arena. Ambedue i film, dallo spirito scanzonato e ottimista, verranno a costituire un fondamentale punto di raccordo tra il morente cinema neorealista e l'imminente nascita della Commedia all'italiana.[69] Altro regista ascrivibile al genere è l'artista Luciano Emmer. Tra le sue opere migliori si ricordano Domenica d'agosto (1950), Le ragazze di piazza di Spagna (1952); Terza liceo (1953) e La ragazza in vetrina (1961).

Il cinema d'autore degli anni cinquanta, sessanta e settanta[modifica | modifica wikitesto]

Nella foto il regista Michelangelo Antonioni

A partire dalla metà degli anni cinquanta il cinema italiano si svincola dal neorealismo affrontando tematiche prettamente esistenziali, filmate con stili e punti di vista differenti, spesso più introspettivi che descrittivi. Si assiste così ad una nuova fioritura di cineasti che contribuiscono in maniera fondamentale allo sviluppo della settima arte. L'artista ferrarese Michelangelo Antonioni è il primo a imporsi, divenendo in breve tempo un autore di riferimento per tutto il cinema moderno.[70][71] Tale carica di novità è ravvisabile fin dal principio. Infatti, la prima opera del regista, Cronaca di un amore (uscita nel 1950), segna un'indelebile frattura con il mondo del neorealismo e la conseguente nascita di una nuova stagione cinematografica[72]

Dopo aver girato pellicole come La signora senza camelie (1953), Le amiche (1955) e Il grido (Pardo d'oro al festival di Locarno nel 1957), negli anni tra il 1960 e il 1962, dirige la celebre "trilogia dell'incomunicabilità", composta dai film L'avventura (premio della giuria a Cannes), La notte (Orso d'oro al festival di Berlino) e L'eclisse (ancora premio della giuria al Festival di Cannes). In tali pellicole (che vedono come protagonista una giovane Monica Vitti) Antonioni affronta in maniera diretta i moderni temi dell'incomunicabilità, dell'alienazione e del disagio esistenziale, dove i rapporti interpersonali sono volutamente descritti in maniera oscura e sfuggente.[73] Il regista riesce così a rinnovare la drammaturgia filmica e a creare un forte smarrimento tra pubblico e critica, i quali accolgono queste opere in maniera spesso contrastante.[73]

Si consacra definitivamente all'attenzione internazionale con i successivi Il deserto rosso (Leone d'oro al miglior film al Festival di Venezia nel 1964) e Blow-Up[74] (Palma d'oro al Festival di Cannes 1967), che vede protagonista l'attore americano David Hemmings. Il film, sceneggiato con Tonino Guerra, è una profonda riflessione sul rapporto arte-vita e sull'impossibilità del cinema di rappresentare la realtà, simbolicamente riassunta nell'ultima sequenza, dove alcuni saltimbanchi mimano ripetutamente una partita di tennis.[75] Durante gli anni settanta ottengono visibilità oltre i confini nazionali Zabriskie Point (1970) e Professione: reporter (1974), quest'ultimo interpretato dall'attore americano Jack Nicholson. La pellicola (resa famosa dal virtuosistico piano sequenza finale di sette minuti), si avvale di molteplici scenografie che spaziano dai deserti africani alla Barcellona surreale di Gaudì, fotografati in maniera vitrea e assolata.[76] Assieme a Federico Fellini è stato l'unico regista italiano a vincere sia il Leone d'oro alla carriera che l'Oscar alla carriera, rispettivamente nel 1983 e 1995.

Altra figura centrale per lo sviluppo della settima arte è il cineasta Federico Fellini, autore che più di ogni altro ha racchiuso ogni aspetto del reale e del surreale in una dimensione poetica e favolistica.[77] Dopo aver debuttato come scrittore umoristico nella rivista Marc'Aurelio ed aver dato il proprio contributo come sceneggiatore in importanti film neorealisti, esordisce al cinema con Alberto Lattuada nel film Luci del varietà (1950). Con capolavori come Le notti di Cabiria (1957) e La dolce vita (1960), oltre ai precedenti I vitelloni (1953) e La strada (1954), si impone come uno dei massimi punti di riferimento del cinema italiano. Il suo stile altamente immaginifico viene esaltato dal fortunato sodalizio con il compositore Nino Rota, le cui colonne sonore entreranno nell'immaginario collettivo.

La celebre sequenza del bagno nella fontana di Trevi, nel film La dolce vita, di Federico Fellini

Alcune scene dei suoi film più noti assurgeranno a simboli di un'intera epoca, come la famosa sequenza di Anita Ekberg che, ne La dolce vita, entra nella Fontana di Trevi divenendo, da allora, un'icona del cinema internazionale. Alla sua uscita l'opera scatena polemiche che vedono scendere in campo la rivista cattolica dell' Osservatore Romano, la quale denigra il film come amorale e impuro.[78] L'opera è, infatti, un programmatico affresco di una Roma frivola e decadente, assolutamente priva di qualsiasi certezza morale. Ne consegue un composito viaggio nel sonno della ragione dove i disvalori della società borghese emergono in maniera autentica e viscerale.[79]

Nel corso degli anni sessanta l'autore romagnolo inizia una fase di sperimentazione col monumentale, onirico e visionario (1963), che aprirà una nuova fase della sua lunga e luminosa carriera. Il film è un'autobiografia immaginaria dello stesso regista che, con apparente svagatezza, tocca temi centrali come l'arte, la persistenza della memoria e la morte, valendo al cineasta un Oscar come miglior film straniero.[80] Opere successive come Amarcord (Oscar al miglior film straniero nel 1974), Il Casanova di Federico Fellini (1976), La città delle donne (1980), E la nave va (1983), Ginger e Fred (1985), Intervista (premio speciale a Cannes nel 1987) e La voce della luna (1990), consacrano Fellini come uno dei più grandi artisti della macchina da presa del XX secolo. Già insignito di quattro premi Oscar al miglior film straniero, gli è stato conferito nel 1993 l'Oscar alla carriera. Vincitore due volte del Festival di Mosca (1963 e 1987), ha inoltre ricevuto nel 1960 la Palma d'oro al Festival di Cannes e nel 1985 il Leone d'oro alla carriera.

La sequenza del ballo nel film Il Gattopardo, di Luchino Visconti

Lo stesso Luchino Visconti continuerà a regalare al cinema italiano altre prestigiose creazioni. Nel 1960 esce nelle sale cinematografiche Rocco e i suoi fratelli (Gran premio della giuria al Festival di Venezia), con Alain Delon e Renato Salvatori. L'opera, ispirata ai racconti contenuti in Il ponte della Ghisolfa, di Giovanni Testori, mette a confronto una storia di miseria meridionale con la civiltà industriale del Nord, raccontando l'afflusso migratorio delle popolazioni del Sud con lucida introspezione psicologica.[81] Nel 1963 giunge sugli schermi Il Gattopardo (Palma d'oro al Festival di Cannes), con Alain Delon, Claudia Cardinale e Burt Lancaster. La pellicola è una fedele e sfarzosa illustrazione del passaggio della Sicilia dei Borboni a quella dei Sabaudi, non tradendo - da intellettuale di sinistra - lo spirito scettico e amaro dell'omonimo romanzo. Celebre la sequenza conclusiva del ballo tra Burt Lancaster e Claudia Cardinale, per cui Nino Rota ha arrangiato un valzer inedito di Giuseppe Verdi[82]. La sua vasta produzione continua con le opere La caduta degli dei (1969), Morte a Venezia (premio speciale a Cannes nel 1971) Ludwig (1973) e Gruppo di famiglia in un interno (1974). Con la pellicola Vaghe stelle dell'Orsa, riceve nel 1965 Il Leone d'oro come miglior film al Festival di Venezia.[83]

Roberto Rossellini dopo la conquista nel 1959 del Leone d'oro a Venezia per il film Il generale Della Rovere, aprirà una nuova fase della sua carriera con la sperimentazione di nuove pellicole per il cinema e la televisione, dal puro scopo umanistico e didattico. Vittorio De Sica tornerà al successo internazionale con svariate commedie: in special modo con L'oro di Napoli (1955) e Ieri, oggi, domani (1963), quest'ultima con Marcello Mastroianni e Sophia Loren e porterà il regista a ricevere un nuovo Oscar nella sezione miglior film straniero. La sequenza più famosa del film resta il negligé con cui la Loren si mostra nell'ultimo episodio, lasciando il segno nell'intero immaginario collettivo.[84] Con il drammatico ed elegante Il giardino dei Finzi-Contini, l'artista si aggiudicherà nel 1971 l'Orso d'oro al Festival di Berlino e l'anno dopo l'Oscar per il Miglior film straniero.[85] Come allievo di Visconti si mette in luce il regista fiorentino Franco Zeffirelli. Tra le sue opere più note vi sono le trasposizioni shakespeariane de La bisbetica domata (1967) e Romeo e Giulietta (1967), con cui ottiene la candidatura all'Oscar come miglior regista; traguardo raggiunto nuovamente con La traviata, uscito nelle sale cinematografiche nel 1982.

Da sottolineare la peculiare carriera del palermitano Vittorio De Seta che negli anni cinquanta realizza vari documentari ambientati prevalentemente in terra siciliana e sarda. Tali opere descrivono con potente espressività gli usi e costumi del proletariato meridionale e, allo stesso tempo, mettono a nudo le dure condizioni di vita dei pescatori siciliani, dei minatori di zolfo nisseni e dei pastori della Barbagia. Nel 1955, il regista riceve la Palma d'oro a Cannes per il miglior documentario grazie al film Isola di fuoco.[86] Anni più tardi abbandona il documentario dirigendo nel 1961 il film a soggetto Banditi a Orgosolo, sceneggiato con la moglie Vera Gherarducci. L'opera, stilisticamente asciutta, è un resoconto a sfondo neorealista della vita e delle abitudini di un pastore sardo, interpretato dall'attore non professionista Michele Cossu. Il film vince il premio Opera prima al Festival di Venezia e il Nastro d'Argento alla migliore fotografia.[87]

In un tempo coevo si afferma il regista romano Carlo Lizzani. Dopo aver contribuito all'affermazione del Neorealismo, soprattutto in veste di critico e sceneggiatore, si è imposto come autore di un cinema politicamente impegnato, affrontando momenti scottanti della storia italiana, dal fascismo alla cronaca più recente. Dopo aver realizzato alcuni documentari (Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato, 1950), nel 1951 dirige il suo primo lungometraggio, Achtung, banditi!, storia di un episodio di guerra partigiana; cui fa seguito L'amore che si paga (episodio di L'amore in città, 1953), Cronache di poveri amanti (1954), resoconto della Firenze degli anni Venti tratto dal romanzo di Vasco Pratolini e Il gobbo (1960), vivido ritratto di un bandito della periferia romana. La sua produzione artistica continua con Il processo di Verona (1963), La vita agra (1964) e Banditi a Milano, del 1968. Nel 2007 riceve il David di Donatello alla carriera.

Sempre negli anni cinquanta, tornato alla Cines, Alessandro Blasetti mette in campo la sua innata voglia di sperimentare inaugurando, con il dittico Altri tempi (Zibaldone n. 1) (1952) e Tempi nostri (Zibaldone n. 2) (1954), il filone dei film a episodi, che verrà sfruttato in modo capillare da tutto il cinema italiano, sia autoriale che farsesco.

Altro protagonista del cinema d'autore è sicuramente Pier Paolo Pasolini. Cineasta, attore, poeta e scrittore infaticabile, nella varietà delle sue opere si è spesso opposto ai costumi e alla morale del tempo, risultando a posteriori uno dei maggiori intellettuali del XX secolo. Figura iconoclasta del cinema e della letteratura italiana ha sempre intrapreso con fortuna molteplici campi del sapere, proponendo valori alternativi e contrari al conformismo borghese. Attento osservatore della trasformazione della società italiana dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, ha spesso suscitato forti polemiche per la radicalità e vivacità del suo pensiero. Vivacità che ha saputo mettere in evidenza anche in campo cinematografico lasciando una serie ininterrotta di capolavori a partire dal suo film d'esordio Accattone, del 1961, che vede come interprete l'attore romano Franco Citti. Lontano dall'esperienza neorealista, Pasolini - con movimenti di macchina asciutti e funzionali - rivela la matrice sacra e populista della propria ispirazione, descrivendo un'umanità sottoproletaria autentica e tragica.[88]

Le medesime ambientazioni le si ritrova in Mamma Roma (1962), con Anna Magnani, dove il regista nobilita i suoi personaggi suburbani con richiami alla pittura rinascimentale del Mantegna.[89]

Nel contiguo Il Vangelo secondo Matteo (Gran premio della giura a Venezia nel 1964), l'artista racconta la vita del Cristo rinunciando agli orpelli dell'iconografia tradizionale, avvalendosi di uno stile registico che alterna camera a mano a immagini proprie della pittura quattrocentesca.[90] In Uccellacci e uccellini, con Totò e Ninetto Davoli (1966), il suo cinema vira sull'apologo fantastico descrivendo le varie trasformazioni del proletariato con una libertà di scrittura che mescola abilmente il documentario alla finzione, con trovate sovente corrosive e intelligenti.[91] Tra le sue varie pellicole si ricordano: Edipo re (1967), Teorema (1968), Medea (1969) e le trasposizioni cinematografiche della "trilogia della vita" : Il Decameron (Orso d'argento a Berlino nel 1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (Gran premio della giuria a Cannes nel 1974). Da ultimo si evidenzia l'agghiacciante Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), (che avrebbe dovuto far parte della trilogia della morte, assieme a Porno-Teo-Kolossal, ed un terzo film che non saranno mai realizzati a causa dell'assassinio del regista). Tali pellicole hanno proposto chiavi di lettura differenti, scatenando sovente lunghe polemiche, talvolta con strascichi giudiziari ed episodi di censura. Nel 1972 riceve l'Orso d'oro a Berlino per il già citato film I racconti di Canterbury.[92]

Un altro regista di rilievo è Valerio Zurlini: i suoi film, da Estate violenta (1959) a La ragazza con la valigia (1961), da Cronaca familiare (Leone d'oro al festival di Venezia nel 1962) a Il deserto dei Tartari (1974), alternano suggestive rievocazioni letterarie ad analisi psicologiche raffinate e complesse, con risultati spesso notevoli. Molto raffinato sul piano formale è il cinema di Mauro Bolognini che, pur soffrendo talora di eccessi di decadentismo e affettazione, presenta una ricchezza scenografica di ampia derivazione viscontiana. A tal proposito si ricordano i lungometraggi La giornata balorda (1960), Metello (1970) e il Il bell'Antonio, con cui si aggiudica La vela d'oro al Festival di Locarno nel 1960. Nello stesso periodo si mette in evidenza l'attore e regista Gian Luigi Polidoro che con la pellicola Il diavolo (1963), si aggiudica l'Orso d'Oro al Festival di Berlino.[93] Da rilevare, in aggiunta, l'esperienza cinematografica dell'attore e regista teatrale Carmelo Bene, che grazie alla discussa opera Nostra Signora dei Turchi (1968), riceve al Festival di Venezia il Gran premio della giuria. A seguire si riportano le pellicole Salomè (1972), con Lydia Mancinelli e Un Amleto di meno, uscito nelle sale nel 1973.

Altri autori del cinema italiano[modifica | modifica wikitesto]

Ermanno Olmi alla Mostra del cinema di Venezia del 1965

Pur individuando nei decenni cinquanta, sessanta e settanta il periodo aureo del cinema d'essai, numerosi altri registi hanno conquistato la nomea di autori anche nei decenni successivi, in special modo dalla metà degli anni settanta. Questa nutrita schiera di cineasti, coltivando stili e tematiche differenti, è riuscita, anch'essa, a raccogliere consenso e prestigio internazionale.

Ermanno Olmi esordisce con il film Il tempo si è fermato (1958), emozionante parabola sui rapporti tra uomo e natura che fa subito emergere le sue peculiari doti artistiche. La notorietà arriverà tre anni dopo con Il posto (1961), un ritratto dolce-amaro della Milano del boom economico. Dopo alcuni lavori interlocutori gli anni settanta consacrano Olmi a livello internazionale con l'uscita nelle sale de L'albero degli zoccoli (1978), commosso e partecipe omaggio a un mondo contadino in via d'estinzione, premiato, nello stesso anno, con la Palma d'oro al Festival di Cannes. Dopo una lunga malattia Olmi ritorna alla ribalta negli anni ottanta col surreale Lunga vita alla signora! (1987) e l'intenso La leggenda del santo bevitore (1988) premiato col Leone d'oro al festival di Venezia. Nel 2001 il regista realizza quello che molti critici considerano il suo miglior lavoro: Il mestiere delle armi, dedicato al mito di Giovanni dalle Bande Nere. Il film, ottiene a sorpresa un grande successo di pubblico e conquisterà nel 2002 ben nove David di Donatello. Un rinnovato interesse critico accompagna l'uscita dei successivi lungometraggi Cantando dietro i paraventi (2003), Centochiodi (2007) e Il villaggio di cartone (2011). Nel 2008 gli viene assegnato a Venezia il prestigioso Leone d'oro alla carriera.

Il regista Marco Ferreri

Marco Ferreri si cimenta alla regia verso la fine degli anni cinquanta presentando un cinema grottesco e provocatorio, con tratti e accenti parzialmente "bunueliani". I titoli più importanti della prima fase della sua carriera sono El pisito (1958), La carrozzella (1960) (girati entrambi in Spagna) e La donna scimmia, interpretato da Ugo Tognazzi e Annie Girardot (1964). Raggiunge la piena maturità artistica con Dillinger è morto (1969), stralunato e attualissimo capolavoro sull'alienazione della vita moderna. Dopo il percorso kafkiano e surreale de L'udienza (1971) ottiene la massima popolarità internazionale con il sorprendente e discusso La grande abbuffata (1973). Scritto dal regista assieme a Rafael Azcona, il film è un'allegoria della società del benessere condannata all'autodistruzione e, al tempo stesso, un limpido saggio sui vari intrecci tra eros e thanatos, filmati con raggelante ironia.[94] Nel 1978 riceve il Gran premio della giuria a Cannes per la pellicola Ciao maschio, che vede come attore principale Gerard Depardieu. Dopo l'Orso d'argento conquistato per il film Chiedo asilo (1979), il regista meneghino torna alla ribalta nel 1991 con la direzione del lungometraggio La casa del sorriso che si aggiudicherà l'Orso d'oro al Festival di Berlino. Tra i suoi ultimi lavori si ricordano Diario di un vizio (1993) e Nitrato d'argento, uscito nelle sale cinematografiche nel 1996.

Sempre negli anni sessanta si impone all'attenzione di pubblico e critica l'opera del giovane Marco Bellocchio che tramite pellicole apertamente in contrasto con la società e i valori borghesi anticipa il fermento generazionale del sessantotto. La sua pellicola d'esordio I pugni in tasca (1965), con Lou Castel e Paola Pitagora, a causa dei suoi contenuti altamente drammatici scuote l'opinione pubblica aprendo la strada ad una prolifica serie di film tra i quali si ricordano: La Cina è vicina (Gran premio della giuria a Venezia 1967), Nel nome del padre (1972), Sbatti il mostro in prima pagina (1973) e Marcia trionfale (1976). A partire dagli anni ottanta instaura un sodalizio artistico con lo psichiatra Massimo Fagioli (autore di molte sceneggiature) fino al ritorno in auge negli anni duemila con numerose pellicole che ne hanno consolidato il prestigio autoriale. Tra queste si menzionano: L'ora di religione (2002), Buongiorno, notte (2003), Il regista di matrimoni (2006), Vincere (2009) e da ultimo Bella addormentata (2012), liberamente ispirato agli ultimi giorni di vita della giovane Eluana Englaro. Nel 2010 riceve a Venezia il Leone d'oro alla carriera, seguito nel 2015 dal Pardo d'onore al Festival di Locarno.

Bernardo Bertolucci si avvicina al cinema grazie a Pier Paolo Pasolini di cui sarà assistente sul set di Accattone. Ben presto si stacca dal mondo pasoliniano per inseguire una personale idea di cinema, basata sullo studio antropologico dell'individuo e del suo relazionarsi ai mutamenti sociali che la storia impone. Esordisce giovanissimo nel lungometraggio La commare secca (1962), e desta attenzione con Prima della rivoluzione (1964). Nei primi anni settanta realizza in rapida successione tre capisaldi del suo cinema: Il conformista (1970) tratto dal romanzo di Moravia, il metafisico La strategia del ragno (1970) e il film scandalo Ultimo tango a Parigi (1972), con Marlon Brando e Maria Schneider. Il film, a causa dei suoi contenuti altamente erotici, viene sequestrato, assolto, nuovamente sequestrato e condannato alla distruzione per oscenità dalla Cassazione il 29 gennaio 1976 (con perdita dei diritti civili per cinque anni dello stesso regista). Il 9 febbraio 1987 la pellicola viene riabilitata con sentenza "di non oscenità" in quanto "mutato il comune senso del pudore.[95]

Consolida la fama internazionale con il kolossal Novecento (1976), della durata di oltre cinque ore e che vede come primi attori Robert De Niro e Gerard Depardieu. La pellicola è un potente affresco sulle lotte di classe contadine dagli albori del novecento fino alla seconda guerra mondiale, dove l'autore cerca di caricare le immagini con luci e colori propri di certa "pittura contadina", rinvenibile nei quadri di Miller, Vincent Van Gogh e Pellizza da Volpedo.[96] Il 1987 segna un'ulteriore svolta: dirige, infatti, il ciclopico e suggestivo L'ultimo imperatore, che si aggiudicherà ben nove Premi Oscar, tra cui quelli per miglior film e regia. Negli anni successivi Bertolucci prosegue sulla strada del kolossal per il mercato internazionale con Il tè nel deserto (1990) e il Piccolo Buddha (1993), ambientato in Nepal e negli Stati Uniti. La seconda metà degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio vedono Bertolucci virare verso un cinema più intimista con Io ballo da sola (1996) e The Dreamers - I sognatori (2003). Costretto su una sedia a rotelle per problemi di salute, dopo quasi dieci anni torna dietro la macchina da presa per dirigere il delicato Io e te, uscito nelle sale nell'autunno del 2012. Dopo il Pardo d'onore a Locarno (1997), a consacrare la sua lunga carriera giungono nel 2007 e nel 2010 i rispettivi Leone d'oro alla carriera e Palma d'onore al Festival di Cannes.

I fratelli Paolo e Vittorio Taviani, appassionati fin da giovanissimi al cinema, conoscono un primo discreto successo con il film I sovversivi (1967), che vede come primo attore il cantautore Lucio Dalla, a cui seguono Sotto il segno dello scorpione (1969) e il film sulla restaurazione Allonsanfan (1974), con Marcello Mastroianni e Laura Betti. Il seguente Padre padrone (1977) , tratto dal romanzo di Gavino Ledda, racconta la lotta di un pastore sardo contro le regole feroci del proprio universo patriarcale. Il film (con Saverio Marconi e Omero Antonutti) riscuote critiche favorevoli aggiudicandosi nello stesso anno la Palma d'oro al Festival di Cannes. Ne Il prato (1979) si riscontrano echi neorealisti, mentre La notte di San Lorenzo (1982) racconta, con uno stile vicino al realismo magico, la deliberata fuga di un gruppo di abitanti della Toscana, nella notte in cui tedeschi e fascisti compiono una sanguinosa rappresaglia nel Duomo della città. Lo scenario della battaglia nel grande campo di grano (avvenuta tra i fascisti di Salò e i partigiani), rappresenta il momento culminante di un film che riscuote grandi consensi e che vince il gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Nel 2012 si aggiudicano l'Orso d'oro al Festival di Berlino e il David di Donatello per il miglior film e per il miglior regista con il film Cesare deve morire, realmente recitato dai detenuti del carcere romano di Rebibbia. Nel 1986 ricevono il Leone d'oro alla carriera.

Il regista Gianni Amelio

Gianni Amelio, dopo molte regie televisive per la Rai, esordisce al cinema con Colpire al cuore (1982), un film sul terrorismo che non passa inosservato. Dopo l'interessante I ragazzi di via Panisperna (1988) sul leggendario gruppo di fisici guidato da Enrico Fermi, raggiunge la notorietà internazionale con l'acclamato e premiato Porte aperte (1990), tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia. Nei film che seguono, Amelio sviluppa tematiche legate alla realtà sociale con dolorosa partecipazione e sensibilità artistica. Con Il ladro di bambini (1992), con protagonista Enrico Lo Verso, vince nel 1992 il Premio speciale della giuria al Festival di Cannes e l'European Film Award come miglior lungometraggio, oltre a due Nastri d'Argento e cinque David di Donatello. L'opera è un aggiornato "viaggio in Italia" in senso rosselliniano dove il regista - attraverso lo sguardo muto e dolente dei suoi piccoli protagonisti - descrive lo squallore morale dell'Italia anni novanta, senza chiudersi in facili nichilismi, né aprirsi a sogni illusori.[97]

Nel seguente Lamerica (1994), descrive la situazione politica dell'Albania post-comunista, trovandovi un paese devastato come quello di Germania anno zero di Rossellini, filmando il tutto con il proprio stile asciutto e oggettivo.[98] Nello stesso anno si aggiudica il premio Osella d'oro alla Mostra del cinema di Venezia, oltre al Premio Pasinetti come miglior film. Quattro anni dopo, Così ridevano (1998), probabilmente il suo lavoro di più difficile comprensione per il pubblico, vince il Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia. Dopo Le chiavi di casa (2004), sul problematico rapporto tra un padre e il figlio disabile, Amelio cerca una storia di più ampio respiro con La stella che non c'è (2006) ambientato tra l'Italia e la Cina con Sergio Castellitto nel ruolo di protagonista. Negli ultimi anni è tornato alla regia con regolare continuità come dimostrano i lungometraggi Il primo uomo (2011), L'intrepido (2013), e il documentario Felice chi è diverso, uscito nel marzo del 2014.

Nanni Moretti si avvicina al cinema con mezzi amatoriali nel film Io sono un autarchico (1976), riscuotendo subito l'attenzione della critica che individua nel giovane regista un'originale vena sarcastica. Le prime riflessioni del suo cinema sono tutte incentrate sulle problematiche giovanili, non disdegnando una più generale attenzione al costume del suo tempo. Il successivo Ecce bombo, uscito nel 1978, consolida la fama del regista, ottenendo al botteghino un grande e inaspettato successo. Dopo l'interlocutorio Sogni d'oro (1981), con Alessandro Haber e Remo Remotti, realizza verso la metà degli anni ottanta una serie di pellicole che ne sanciscono la definitiva maturità. La prima di queste è Bianca (1984), intrigante e personale giallo esistenziale a cui segue La messa è finita (1985) con un inedito Moretti nelle vesti di un sacerdote, da molti considerata una delle sue opere più lucide e riflessive.[99] Ricevuto nel 1986 l'Orso d'argento al Festival internazionale del cinema di Berlino, Moretti si dedicherà nel lustro successivo a un cinema più "politico" con il documentario La cosa (1990), incentrato sullo scioglimento del Partito Comunista Italiano, e il criptico film a soggetto Palombella rossa (1989) nel quale i contenuti politici costituiscono parte integrante della storia.

Nel 1993 raggiunge i riflettori internazionali con l'uscita del film a episodi Caro diario, che grazie a un inedito dinamismo della macchina da presa si aggiudica il premio per la miglior regia al Festival di Cannes. Dopo un altro diario personale (Aprile, del 1998), Moretti conquista la Palma d'oro al Festival di Cannes con La stanza del figlio (2001), in cui vengono descritti gli effetti che la morte accidentale di un figlio provoca in una famiglia medio borghese. Nel 2006 gira il lungometraggio Il caimano, ispirato alla figura di Silvio Berlusconi che vede come primo attore Silvio Orlando. Il film, presentato nel pieno della campagna elettorale per le elezioni politiche dello stesso anno, ha suscitato numerose polemiche presentando scenari apocalittici che sarebbero seguiti a un rifiuto del leader politico di abbandonare il mondo delle istituzioni. Nel 2011 esce Habemus Papam, con Moretti nelle vesti di uno psicanalista alle prese con un nuovo inaspettato paziente: un neo eletto pontefice in crisi spirituale, interpretato dall'attore francese Michel Piccoli. Quattro anni più tardi è di nuovo sulle scene con l'uscita del suo dodicesimo lungometraggio dal titolo Mia madre (2015), con protagonista Margherita Buy e l'interprete teatrale Giulia Lazzarini.

Tra gli altri autori del cinema italiano si ricordano Liliana Cavani, che conosce notorietà con le opere Il portiere di notte (1973), La pelle (1981) e Il gioco di Ripley (2002) e Citto Maselli che ottiene un Gran premio della giuria a Venezia per il film Storia d'amore (1986), donando alla giovane attrice Valeria Golino la Coppa Volpi come miglior interprete femminile. A seguire si fanno notare Corrado Farina, Mario Garriba, Lino Del Fra e Fabio Carpi, tutti vincitori del Pardo d'oro a Locarno per i rispettivi film: Hanno cambiato faccia (1971), In punto di morte (1971), Antonio Gramsci - I giorni del carcere (1977) e Quartetto Basileus, del 1982.

Un fotogramma del film Anna, di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli (1975)

Tra i vari film del periodo, un significativo esempio di cinema sperimentale è da ritrovarsi nell'opera di Alberto Grifi, in particolar modo nel film Anna, diretto assieme all'attore Massimo Sarchielli e presentato nei maggiori festival europei nel 1975. Il lungometraggio è un'inedita esperienza di cinema-diretto, che riprende, in undici ore di girato (ridotte poi a quattro), l'aberrante quotidianità di una giovane tossicodipendente incinta e senza dimora. I due autori, privi di soggetto e sceneggiatura, abbandonano la telecamera a una sorta di flusso di coscienza in tempo reale, facendo irrompere sullo schermo una tranche de vie libera da compromessi narrativi e mediazioni estetiche.[100] Tra i vari progetti cinematografici di Grifi si ricordano Lariano (1961), Verifica incerta (1964) e A proposito degli effetti speciali, presentato alla LVIII Biennale di Venezia nell'inverno del 2001.

Alla fine degli anni settanta esordisce alla regia Salvatore Piscitelli con l'opera Immacolata e Concetta, l'altra gelosia (1979), che ottiene numerosi riconoscimenti tra cui il Pardo d'Argento al Festival di Locarno. Interpretato da Ida Di Benedetto e Marcella Michelangeli, il film, ispirato a un fatto di cronaca accaduto a Pomigliano, narra con stile scarno e dimesso le vicende di due donne omosessuali in una dimensione urbana impoverita e arretrata. Il successivo Le occasioni di Rosa (1981), regalerà alla giovane Marina Suma un David di Donatello per la miglior attrice esordiente. Apre un ampio dibattito cinematografico il cantautore folk Paolo Pietrangeli con l'opera trasgressiva e libertaria Porci con le ali (1977), liberamente tratta dall'omonimo romanzo di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera. Il film esce nelle sale nell'autunno del 1977 con il divieto ai minori di anni 18, subito sequestrato dalla censura viene presto rimesso in circolazione con il medesimo divieto. Degno di nota è il successivo I giorni cantati (1979), ironico autoritratto della sinistra anni settanta che vede come attori lo stesso regista, Mariangela Melato e i cantautori Ivan Della Mea, Francesco Guccini e Giovanna Marini.

Da ultimo, si menziona l'operato dei due cineasti sperimentali Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian che, in oltre trent'anni di carriera, hanno presentato documentari inerenti ai tragici fatti del primo conflitto mondiale. I due registi, nel fare ciò, hanno recuperato numerosi materiali di archivio, successivamente ingranditi e virati per dare ulteriore valore ai fotogrammi esistenti e portare lo spettatore a riflettere sulle atrocità di tutte le guerre.[101] Pressoché sconosciuti in Italia, hanno incontrato stima ed apprezzamenti in molti festival europei; tra i loro film più noti si riportano: Uomini anni vita (1990) - incentrato sul massacro degli armeni - e il trittico bellico Prigionieri della guerra (1995), Su tutte le vette è pace (1998) e Oh! uomo, presentato nella Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes nel maggio del 2004.

Le attrici italiane[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine degli anni quaranta e per tutti gli anni cinquanta, le attrici italiane vivono un fortunato periodo di gloria. Oltre ad Anna Magnani, Valentina Cortese ed Alida Valli (le uniche che continuano a lavorare con continuità anche dopo la fine del regime fascista), si fanno notare le nuove dive "maggiorate" (così chiamate per via delle loro forme prorompenti). Tra queste si ricordano: Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Silvana Pampanini, Lucia Bosè, Virna Lisi e soprattutto Sophia Loren che conoscono successo e allori sia in Italia che all'estero, arrivando addirittura a oscurare le dive hollywoodiane a loro contemporanee. Alida Valli esordisce giovanissima sul grande schermo, assumendo ruoli da protagonista in molti film dell'epoca, diventando ben presto l'attrice simbolo del cosiddetto cinema dei telefoni bianchi. La sua versatilità la mette in evidenza in ruoli più drammatici, soprattutto nel film Piccolo mondo antico di Mario Soldati (1941) che al Festival di Venezia le vale un premio speciale per la miglior interprete femminile. Negli anni quaranta lavora con alcuni dei più grandi registi del panorama internazionale come Alfred Hitchcock e Orson Welles. Nel 1951 presta una delle sue migliori interpretazioni nel capolavoro Senso, per la regia di Luchino Visconti. Nel 1997 le viene attribuito il Leone d'oro alla carriera.

Anna Magnani viene considerata dalla critica cinematografica come una delle maggiori interpreti femminili mai apparse sullo schermo.[102][103][104][105] Attrice simbolo del cinema italiano, è altresì conosciuta per essere stata, insieme ad Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, una delle figure preminenti dell'intera cinematografia romana.[106] Dopo numerosi ruoli in parti secondarie, riesce caparbiamente ad imporsi per le sue doti non comuni di interprete sia comica che drammatica. Sarà Vittorio De Sica, nel 1941, ad offrirle la possibilità di costruire per la prima volta un personaggio principale e coinvolgente, nella relativa pellicola Teresa Venerdì. Fra le tante prove della sua lunga e applaudita carriera, restano indimenticabili le performance con autori del calibro di Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Jean Renoir e Pier Paolo Pasolini. Tra i suoi riconoscimenti internazionali sono senz'altro da ricordare l'Oscar assegnatole come migliore attrice protagonista per il film La rosa tatuata (1955) e l'Orso d'argento al Festival di Berlino per il film Selvaggio è il vento (1958).

Allo stesso modo, Sophia Loren viene considerata come una delle attrici più celebri dell'intera storia della settima arte. Da Vittorio De Sica sarà diretta, nel 1960, nel film La ciociara, che gli vale l'Oscar alla migliore attrice (il primo a essere assegnato per un'interpretazione che non fosse in lingua inglese). In oltre cinquant'anni di carriera ha lavorato con autori dal forte richiamo internazionale come Sidney Lumet, George Cukor, Robert Altman e Charlie Chaplin che la dirige ne La contessa di Hong Kong (1967), al fianco dell'attore statunitense Marlon Brando. Nella sua lunga e acclamata carriera ha ricevuto un Golden Globe, un Leone d'oro alla carriera, una Palma d'oro a Cannes, un BAFTA, dieci David di Donatello e tre Nastri d'argento. Nel 1999, l'American Film Institute l'ha inserita al ventunesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema. Fra le venticinque interpreti presenti in classifica, la Loren è risultata l'unica attrice ancora in vita.[107]

Nel medesimo periodo approda sulle scene Gina Lollobrigida, destinata a divenire, ben presto, una delle attrici italiane più conosciute e apprezzate nel mondo. Rimasta celebre per l'interpretazione dell'ingenua popolana nel film Pane, amore e fantasia (1953), diventa protagonista di produzioni hollywoodiane come Il tesoro dell'Africa (1953) di John Huston con Humphrey Bogart e Jennifer Jones e Il maestro di Don Giovanni (1954) con Errol Flynn, recitando assieme a molti divi internazionali come Anthony Quinn, Frank Sinatra, Yul Brynner e Sean Connery. Tra le altre cose, è stata la prima attrice femminile a vincere il David di Donatello con il film La donna più bella del mondo, uscito nelle sale nel 1956.


Silvana Mangano conosce un notevole successo alla fine degli anni quaranta per l'interpretazione nel film neorealista Riso amaro, diretto da Giuseppe De Santis. La pellicola la impone come una delle prime sex symbol nazionali del dopoguerra. Tra gli anni sessanta e settanta diviene una delle protagoniste principali della commedia all'italiana, vestendo con spiccata intensità ruoli più regali in alcuni film di Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini.

A partire dagli anni cinquanta si afferma l'attrice marchigiana Virna Lisi che inizialmente lavorerà in molte commedie del periodo per autori come Steno, Mario Mattoli e Francesco Maselli. Dalla metà del decennio inizia a comparire in pellicole d'autore, tra le quali si ricorda Signore & signori (1966) di Pietro Germi, che si aggiudica la Palma d'oro a Cannes come miglior film. Tra gli altri premi ha ricevuto una Palma d'oro come migliore attrice (vinta nel 1994 per il film La regina Margot), quattro David di Donatello e ben sei Nastri d'argento.

Sopra l'attrice Claudia Cardinale

Nei primi anni sessanta fa la sua comparsa Claudia Cardinale, scoperta e lanciata alla fine degli anni cinquanta da Mario Monicelli che la scrittura per una piccola parte nel film del 1958 I soliti ignoti. La sua «bellezza in pari tempo solare e notturna, delicata e incisiva, enigmatica e inquietante»[108] è stata utilizzata e valorizzata dai maggiori autori dell'epoca. Si ricordano in particolare le sue interpretazioni per Visconti (Il Gattopardo, Vaghe stelle dell'Orsa), Fellini (), Bolognini (Il bell'Antonio, La viaccia, Senilità), Zurlini (La ragazza con la valigia), Comencini (La ragazza di Bube), Sergio Leone (C'era una volta il West), Luigi Zampa (Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata), Luigi Magni (Nell'anno del Signore) e Damiano Damiani (Il giorno della civetta). Dopo aver recitato in alcuni set Hollywoodiani al fianco di attori come John Wayne e Rita Hayworth, dagli anni settanta partecipa a molte produzioni dirette dal marito e regista Pasquale Squitieri. Tra i suoi numerosi riconoscimenti si ricordano Il Leone d'oro alla carriera (1993), l'Orso d'Oro alla carriera (2002) e Il pardo d'onore al Festival di Locarno, ricevuto nell'agosto del 2011.

Nella foto l'attrice Monica Vitti

In egual misura si impone come nuova figura femminile l'attrice romana Monica Vitti. Musa per antonomasia del cinema esistenziale di Antonioni, ha ricoperto più volte ruoli comici e farseschi, spesso in coppia con i vari protagonisti della commedia all'italiana. L'opera che avvia la sua stagione di brillante interprete di commedie è la pellicola La ragazza con la pistola, uscita nelle sale nel 1968 per la regia di Mario Monicelli. Negli anni settanta presta le proprie capacità attoriali al servizio di maestri quali Luis Buñuel e Miklós Jancsó. Tra i molti riconoscimenti ha ricevuto ben nove David di Donatello e un premio BAFTA. Nel 1995 riceve al Festival di Venezia il Leone d'oro alla carriera.

L'ultima figura di rilievo venuta alla luce negli anni sessanta è l'attrice Stefania Sandrelli. Entra nel mondo del cinema a soli quindici anni nel film di Mario Sequi Gioventù di notte (1961), e si afferma accanto a Ugo Tognazzi nel film Il federale (1961), diretto da Luciano Salce. Sarà Pietro Germi a donarle la definitiva notorietà con due capolavori della commedia quali Divorzio all'italiana (1961), con Marcello Mastroianni, e Sedotta e abbandonata (1964), per poi tornarla a dirigere nel 1972 nel film Alfredo Alfredo, dove l'attrice recita al fianco dell'interprete americano Dustin Hoffman. Nel 1965 è la protagonista del film di Antonio Pietrangeli Io la conoscevo bene. In seguito lavora con alcuni dei massimi registi italiani come Bernardo Bertolucci, Luigi Comencini, Mario Monicelli ed Ettore Scola. Nel 2005 le viene assegnato il Leone d'oro alla carriera.

Tra le varie attrici che hanno calcato le scene a cavallo degli anni cinquanta e sessanta si riportano: Eleonora Rossi Drago, Giovanna Ralli, Lea Massari, Carla Gravina (vincitrice di un Premio come migliore attrice non protagonista al Festival di Cannes nel 1980), Rosanna Schiaffino, Elsa Martinelli, Antonella Lualdi, Lisa Gastoni, Anna Maria Ferrero, Adriana Asti e Ilaria Occhini, quest'ultima vincitrice di un Pardo d'oro per la migliore interpretazione femminile, per il film Mar nero, presentato al Festival di Locarno nel 2008. Negli anni settanta si fanno conoscere Laura Antonelli, Dalila Di Lazzaro, Stefania Casini e in maniera preponderante Mariangela Melato e la giovanissima Ornella Muti.

La Melato, dopo l'esordio cinematografico in Thomas e gli indemoniati (1970) di Pupi Avati, diviene per tutti gli anni settanta una delle figure femminili più richieste da tutto il cinema italiano. Raffinata interprete di commedie e pièce teatrali, in oltre quarant'anni di carriera ha ricevuto otto David di Donatello e cinque nastri d'argento. La Muti appare per la prima volta sugli schermi nel 1970, nel lungometraggio La moglie più bella, sotto la direzione di Damiano Damiani. L'incontro professionale più importante avviene nel 1974, anno in cui viene scritturata per la parte della giovane Vincenzina nel film Romanzo popolare, per la regia di Mario Monicelli. Negli anni seguenti prende parte a molte produzioni autoriali nelle relative pellicole Come una rosa al naso (1976), di Franco Rossi, La stanza del vescovo (1977) e Primo amore (1978), entrambe di Dino Risi, e nel film collettivo I nuovi mostri (1977), candidato al Premio Oscar come Miglior film straniero. Viene ulteriormente valorizzata dal cineasta Marco Ferreri nelle opere L'ultima donna (1976), Storie di ordinaria follia (1981) e Il futuro è donna (1984)

Nel medesimo periodo si afferma l'attrice trentina Ottavia Piccolo, attiva sul grande schermo fin da giovanissima. Nel 1970 si aggiudica al Festival di Cannes il rinomato Prix d'interprétation féminine per il film Metello, diretto dal regista Mauro Bolognini. Non bisogna tralasciare le numerose performance di molte caratteriste e attrici teatrali che hanno partecipato a numerose commedie ottenendo fama e popolarità ragguardevoli. Tra le tante si ricordano: Tina Pica, Franca Valeri, Ave Ninchi, Pupella Maggio, Marisa Merlini, Bice Valori e Piera Degli Esposti.

Altra figura da ricordare è l'attrice emiliana Laura Betti. Interprete dotata di ampia personalità e di una voce caratterizzata da un timbro roco, è nota al pubblico per il sodalizio umano e artistico con il poeta, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini. Tra gli anni sessanta e settanta viene diretta da alcuni dei massimi registi italiani vincendo nel 1968 la Coppa Volpi per il film Teorema, uscito nello stesso anno.

Inoltre, si sottolinea l'indiscussa importanza avuta nell'ambito del cinema italiano dell'attrice Giulietta Masina, collaboratrice e compagna di vita del regista Federico Fellini. Sin dai primi anni quaranta partecipa a numerosi spettacoli di prosa, danza e musica nell'ambito del teatro universitario di Roma. Esordisce sul grande schermo nel 1948 in un film diretto da Alberto Lattuada, Senza pietà, per poi essere diretta da molti registi di fama come Renato Castellani, Carlo Lizzani e Giuseppe Amato. Insieme al marito Federico Fellini raggiunge notorietà internazionale nel film La strada (1954), dove interpreta accanto ad Anthony Quinn il commovente ruolo della girovaga e saltimbanco Gelsomina. Dopo il successivo Il bidone (1955), con Broderick Crawford, nel 1957 giunge all'apice della fama nel ruolo di protagonista del film Le notti di Cabiria, ancora diretto da Fellini. Il lungometraggio (Oscar come miglior film straniero nel 1957) regalerà all'attrice emiliana la Palma d'oro come migliore interprete femminile al Festival di Cannes, nonché una Concha de Plata alla migliore attrice al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián. Fellini la dirigerà ancora nel suo primo film a colori, Giulietta degli spiriti (1965), con Sandra Milo e Mario Pisu e, vent'anni più tardi, nel malinconico Ginger e Fred (1985), assieme all'altro attore feticcio del cineasta riminese Marcello Mastroianni.

Tra gli anni novanta e duemila si afferma una nuova schiera di attrici che in breve tempo ha conquistato stima e seguito come Laura Morante, Valeria Golino, Lina Sastri, Francesca Neri, Anna Bonaiuto, Valeria Bruni Tedeschi, Isabella Ferrari e Monica Bellucci. Quest'ultima, ha conosciuto una notevole fama oltre i confini nazionali, lavorando in molte produzioni francesi e hollywoodiane. Nel medesimo lasso di tempo riceve notorietà l'attrice Margherita Buy. Maturata una lunga esperienza teatrale, debutta al cinema nel 1986 con La seconda notte di Nino Bizzarri e subito vince il Globo d'oro alla miglior attrice rivelazione. Dall'inizio degli anni novanta lavora con alcuni dei migliori registi italiani come Mario Monicelli, Nanni Moretti, Paolo Virzì e Gabriele Salvatores. Nel corso della sua carriera ha ottenuto numerosi premi, tra cui sette David di Donatello, sei Nastri d'Argento, un Premio Pasinetti a Venezia, una Concha de Plata a San Sebastián e un Premio alla migliore attrice al Festival cinematografico internazionale di Mosca.

Gli attori italiani[modifica | modifica wikitesto]

In ambito maschile diventano celebri sul grande schermo, a partire dagli anni trenta, il futuro regista Vittorio De Sica, Amedeo Nazzari e Gino Cervi. Quest'ultimo, cresciuto in una famiglia di forti inclinazioni culturali, conosce i primi consensi sui vari palcoscenici teatrali, dimostrandosi un valido interprete di numerose piecé di Carlo Goldoni e William Shakespeare. A farne uno dei nomi più importanti sul grande schermo è Alessandro Blasetti che lo rende protagonista di una fortunata serie di film, tra i quali Ettore Fieramosca (1938), Un'avventura di Salvator Rosa (1939) e La corona di ferro (1941). Negli anni cinquanta conosce un grande successo con l'interpretazione del celebre personaggio di Peppone nel film Don Camillo (1952), tratto dai racconti letterari di Giovanni Guareschi.

Negli anni quaranta emerge la figura popolare ed esuberante di Aldo Fabrizi. Attore estremamente versatile ed espressivo, nel corso della sua lunga carriera ha avuto modo di misurarsi in ruoli comici e drammatici, ottenendo costantemente un largo e duraturo successo. Valga su tutto il seguito teatrale avuto negli anni sessanta con la commedia musicale Rugantino, approdata finanche a Broadway e registrando sempre il tutto esaurito. Al cinema fa il suo esordio nel film diretto da Mario Bonnard Avanti c'è posto (1942), a cui seguono Campo de' fiori (1943) e L'ultima carrozzella (1943), quest'ultimo diretto da Mario Mattoli. Viene ricordato, soprattutto, per l'intenso ruolo del parroco Don Pietro nel capolavoro neorealista Roma città aperta (1945). Per le sue qualità artistiche riceve due nastri d'argento nelle pellicole Prima comunione (1950) e C'eravamo tanto amati (1974), rispettivamente di Alessandro Blasetti e Ettore Scola. Non di secondaria importanza, sono stati i lungometraggi interpretati assieme al comico Totò che ne hanno accresciuto ulteriormente la fama e il consenso. Tra le molte pellicole si ricordano: Guardie e ladri (1951), Accadde al penitenziario (1955) e I tartassati, del 1959.

L'attore Alberto Sordi

A partire dagli anni cinquanta ottengono fama oltre i confini nazionali Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. L'attore romano Alberto Sordi, in oltre cinquant'anni di attività, ha messo a servizio della settima arte un numero cospicuo di interpretazioni, tutte volte a incarnare vizi e virtù del popolo italiano, spesso in commedie autoriali di grande levatura. Inizia la propria attività nel mondo della radio, divenendo per molti anni la voce italiana del celebre comico inglese Oliver Hardy. Durante gli anni cinquanta vive una felice collaborazione artistica con Federico Fellini nei rispettivi film Lo sceicco bianco (1952) e I Vitelloni (1953), dando contemporaneamente prova di grande versatilità comica nel popolare film di Steno Un americano a Roma (1954). A partire dal film La grande guerra (1959), di Mario Monicelli, diverrà uno dei protagonisti indiscussi della Commedia all'italiana, iniziando parallelamente l'attività di regista nel 1966 con il film Fumo di Londra. Oltre ad aver conseguito dieci David di Donatello, in campo internazionale è stato insignito, nel 1972, dell'Orso d'Argento per il miglior attore al Festival di Berlino, nonché, nel 1995, del Leone d'oro alla carriera.

Un giovane Vittorio Gassman

L'attore ligure Vittorio Gassman vivrà assieme a Sordi il grande periodo aureo della commedia sfruttando in molte interpretazioni la propria verve istrionica maturata sui palcoscenici teatrali. Attore di formazione drammatica scoprirà la propria vena di interprete a tutto tondo grazie a Mario Monicelli, che scritturerà l'artista nel film I soliti ignoti (1958), evidenziandone le doti comiche e farsesche. Con il regista Dino Risi ha dato vita a una duratura collaborazione artistica che ha portato alla produzione di moltissime commedie, tra le quali si ricordano Il sorpasso (1962), I mostri (1963) e Profumo di donna, con il quale si aggiudica la Palma d'oro per la miglior interpretazione maschile nel 1975. Ridenominato dalla stampa dell'epoca Il mattatore per le sue indiscusse qualità artistiche, ha conseguito, anch'egli, dieci David di Donatello, ricevendo nel 1996 il prestigioso Leone d'oro alla carriera.

Marcello Mastroianni diviene, a cavallo degli anni sessanta e settanta, l'attore italiano più conosciuto e acclamato all'estero; merito dell'indiscussa fama acquisita con i capolavori di Fellini La dolce vita (1960) e (1963). Attore polivalente e versatile ha spaziato in molti generi cinematografici, lavorando con i massimi registi italiani del tempo. Ha, inoltre, collaborato con molti autori internazionali come Roman Polanski, Manoel de Oliveira, Theo Angelopoulos, Louis Malle e Robert Altman. Assieme a Sophia Loren ha costituito una delle coppie cinematografiche più conosciute e apprezzate, soprattutto grazie ai vari lungometraggi diretti da Vittorio De Sica. Tra i suoi maggiori riconoscimenti cinematografici vanta sette David di Donatello, due Premi BAFTA (1963 e 1964) e due Palme d'oro per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes (1970 e 1987). Inoltre, è stato il primo attore italiano a conseguire nel 1990 il Leone d'oro alla carriera.

Sopra l'attore Ugo Tognazzi

Altra figura chiave tra gli attori italiani del tempo è senz'altro Ugo Tognazzi. Attivo nel mondo dell'industria cinematografica fin dagli anni cinquanta è divenuto popolare grazie alle sue innati doti comiche nel programma televisivo Un due tre. Dall'inizio degli anni sessanta è protagonista di numerose commedie che lo impongono come uno dei massimi interpreti del cinema italiano. L'autore che più di tutti mette in evidenza le sue capacità attoriali è Marco Ferreri, che scritturerà l'artista come protagonista di film grotteschi e sferzanti come Una storia moderna: l'ape regina (1963), e La donna scimmia (1964). La collaborazione tra i due artisti avrà luogo anche nel decennio successivo: basti pensare ai film L'udienza (1971), Non toccare la donna bianca (1974) e in particolar modo La grande abbuffata (1973). Nel 1981 vince il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes per il film La tragedia di un uomo ridicolo, diretto dal regista emiliano Bernardo Bertolucci.

Grande protagonista del cinema italiano degli anni sessanta e settanta è stato l'attore ciociaro Nino Manfredi che ha sempre saputo svariare tra cinema, teatro e televisione, risultando un interprete poliedrico e incisivo. La popolarità giunge nel 1959 nel programma d'intrattenimento televisivo Canzonissima, con Paolo Panelli e Delia Scala, per poi divenire, dall'inizio degli anni sessanta, uno dei volti più importanti di tutto il cinema italiano. Nel corso della sua carriera ha alternato ruoli comici e drammatici con notevole efficacia, ottenendo svariati riconoscimenti come il Premio per la migliore Opera prima al Festival di Cannes per il film, da lui stesso interpretato e diretto, Per grazia ricevuta (1971). In ambito nazionale ha ricevuto cinque nastri d'argento e nove David di Donatello.

L'attore che più di tutti ha unito le proprie capacità attoriali ad un esplicito impegno civile è certamente Gian Maria Volontè. Occasionale interprete di commedie è ricordato per la presenza magnetica e la recitazione matura, non priva di accenti aggressivi e istrionici. Ha raggiunto la fama internazionale ricoprendo il ruolo del "cattivo" negli spaghetti western di Sergio Leone, per poi divenire dalla fine degli anni sessanta un attore-simbolo del cinema sociale e politico, in particolar modo sotto la regia di Francesco Rosi ed Elio Petri. In trent'anni di carriera ha collaborato con molti registi di caratura internazionale come Jean-Pierre Melville e Jean Luc Godard. Tra i suoi molteplici premi vale la pena ricordare la Palma d'oro a Cannes come miglior attore nel 1983, l'Orso d'Argento per il miglior attore nel 1987, il Pardo d'onore al Festival di Locarno e il Leone d'oro alla carriera, rispettivamente nel 1990 e nel 1991.

In alto un giovane Michele Placido

A contorno, tra gli anni cinquanta, sessanta e settanta si impongono tutta una serie di attori che hanno contribuito con efficacia a numerose pellicole sia autoriali che disimpegnate. Tra i molti si possono citare Romolo Valli, Tiberio Murgia, Leopoldo Trieste, Gabriele Ferzetti, Renato Salvatori, Paolo Stoppa, Franco Fabrizi, Claudio Gora, Vittorio Caprioli, Lino Ventura, ed Enrico Maria Salerno. In tempi più recenti si menzionano Sergio Rubini, Silvio Orlando, Sergio Castellitto, Alessandro Haber, Fabrizio Bentivoglio e Michele Placido. Quest'ultimo intraprende la carriera cinematografica negli anni settanta lavorando per molti autori di fama, iniziando egli stesso l'attività di regista all'inizio degli anni novanta. Nel 1979 riceve al Festival di Berlino l'Orso d'argento per il miglior attore grazie all'interpretazione nel film Ernesto, per la regia di Salvatore Samperi.

Sul grande schermo hanno poi prestato la propria mimica attori provenienti dal teatro e la televisione come Walter Chiari e Gigi Proietti, ottenendo consensi e richiamo. Da non tacitare, poi, i vari caratteristi che a partire dagli anni cinquanta e sessanta hanno partecipato a moltissime commedie sbozzando un ingente quantità di figure incisive. Tra i tanti si ricordano: Mario Carotenuto, Folco Lulli, Carlo Pisacane, Giacomo Furia, Carlo Campanini e Memmo Carotenuto. Ancora da citare sono: Carlo Giuffrè, Mario Castellani, Aldo Giuffrè, Gianni Agus, Riccardo Garrone, Carlo Croccolo ed Eros Pagni. Da non trascurare, naturalmente, le tante uscite cinematografiche del celebre commediografo Eduardo De Filippo, che fin dagli anni trenta ha partecipato a numerose commedie dirette da specialisti come Mario Mattoli e Vittorio De Sica. Tra i film da lui stesso diretti e interpretati si riportano: Napoletani a Milano (1953) e le trasposizioni delle opere teatrali Napoli milionaria (1950) e Filumena Marturano (1951).

Nei primi anni settanta si afferma l'estro di Giancarlo Giannini che salirà alla ribalta con il film Pasqualino Settebellezze (1975), per la regia di Lina Wertmuller. L'opera conoscerà un ampio successo negli Stati Uniti, tanto da concorrere all'Oscar quale miglior film straniero, miglior regista, miglior sceneggiatura originale e miglior attore, senza però vincere nessuna statuetta. Attore poliedrico, ha spaziato dalla commedia al cinema di impegno sociale collaborando con molti cineasti di fama nazionale e internazionale. Tra i suoi riconoscimenti conta sei David di Donatello e il premio come miglior attore al Festival di Cannes nel 1973, per il lungometraggio Film d'amore e d'anarchia - Ovvero "Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza...". Si ricorda, inoltre, la sua efficace attività di doppiatore soprattutto per interpreti statunitensi di fama mondiale come Al Pacino e Jack Nicholson.

L'attore Toni Servillo

Con l'inizio degli anni ottanta e per tutti gli anni novanta il nostro cinema non è stato più capace di lanciare nuovi attori che si siano distinti anche fuori dall'Italia per via della crisi dell'industria cinematografica che non consentiva più una facile distribuzione dei film nostrani all'estero. L'unica eccezione si è avuta per l'attore e regista Roberto Benigni, vincitore nel 1999 del premio Oscar come miglior attore, per il film La vita è bella (1997) e Massimo Troisi, candidato all'Oscar postumo nel 1996 per il film Il postino (1994); quest'ultimo si è distinto, fin dai primi sketch televisivi, come l'esponente di punta di una nuova comicità napoletana (portata alla ribalta dal gruppo teatrale La Smorfia, assieme a Lello Arena ed Enzo Decaro). Allo stesso modo l'attore toscano si è rivelato, fin da subito, come uno dei comici più dissacranti e originali di tutto il cinema italiano. Esordisce in televisione verso la fine degli anni settanta, divenendo a partire dagli anni ottanta autore e interprete di commedie di grande successo. Oltre a essere l'unico attore italiano maschile a vantare un premio Oscar come migliore attore, ha altresì conseguito sei David di Donatello e il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, sempre per il film La vita è bella.

Solo recentemente con la ripresa dell'industria cinematografica italiana nuovi attori si stanno facendo notare anche a livello internazionale: un esempio su tutti è l'interprete napoletano Toni Servillo, vero alter ego cinematografico dell'amico e regista Paolo Sorrentino. La coppia ha conosciuto molta fama anche all'estero soprattutto in pellicole come Il divo (2008) e La grande bellezza (2013). Figura di spicco del cinema italiano contemporaneo, Servillo, esordisce al cinema negli anni novanta in vari lungometraggi di Mario Martone. Costantemente diviso tra l'attività teatrale e il cinema, oltre alle collaborazioni con Sorrentino, ha lavorato con alcuni dei nomi più importanti del cinema contemporaneo come Matteo Garrone, Marco Bellocchio, Daniele Ciprì e Theo Angelopoulos. Tra i vari premi ha ricevuto quattro David di Donatello, quattro Nastri d'argento e due European Film Awards, tutti per la miglior interpretazione maschile. Da non dimenticare l'attore romano Elio Germano, vincitore della Palma d'oro a Cannes nel 2010 come migliore attore protagonista per il film La nostra vita di Daniele Luchetti.

La grande stagione della commedia (1958 - 1980)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Commedia all'italiana.
Sopra il film di Mario Monicelli, dal titolo I soliti ignoti

Nella seconda metà degli anni cinquanta si sviluppa il genere della commedia all'italiana; una definizione che fa riferimento al titolo di un film di Pietro Germi: Divorzio all'italiana (1961) con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli. Il termine, più che indicare un vero genere, riguarda una particolare stagione cinematografica, segnata da un nuovo modo di intendere gli elementi costitutivi della commedia. Tali elementi si pongono in netto contrasto con la commedia leggera e disimpegnata del neorealismo rosa, assai in voga per tutti gli anni cinquanta. Tenendo a mente la lezione del neorealismo, la nuova commedia all'italiana pone le proprie attenzioni sulla realtà prodotta dal boom economico. Di conseguenza, accanto alle situazioni comiche e agli intrecci tipici della farsa tradizionale, vediamo emergere una pungente satira di costume, che evidenzia con tagliente ironia le contraddizioni della società industriale. A partire dalla fine degli anni sessanta e per tutti gli anni settanta, l'Italia vive numerose fasi che muteranno in maniera radicale la mentalità e il costume degli italiani. La crisi economica, le agitazioni studentesche e la ricerca di nuove emancipazioni nel mondo del lavoro e della famiglia, diverranno il luogo ideale entro il quale proiettare i personaggi della commedia, pronti a far rivivere sulla scena i mutamenti della società civile.

Monicelli alla macchina da presa

A tale stagione cinematografica si ricollegano i nomi dei principali attori italiani del tempo: da Alberto Sordi a Ugo Tognazzi, da Monica Vitti a Claudia Cardinale, da Vittorio Gassman a Nino Manfredi, senza dimenticare Sophia Loren, Silvana Mangano, Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, oltre ai già citati Mastroianni e Sandrelli. Generalmente si ritiene sia stato il regista Mario Monicelli, capostipite e fra i massimi esponenti (con Ettore Scola, Pietro Germi, Luigi Comencini e Dino Risi) della commedia italica, a inaugurare questa nuova fase con il lungometraggio I soliti ignoti, uscito nelle sale cinematografiche nel 1958. Originario di Roma (e non di Viareggio come molte biografie riportano) Monicelli entra nel mondo del cinema a soli vent'anni, dirigendo assieme al collega Alberto Mondadori la sua prima pellicola dal titolo I ragazzi della via Paal (1935). Negli anni cinquanta, assieme a Steno, dirige il comico Antonio De Curtis in molti lungometraggi, tra i quali si ricordano Guardie e ladri (1951) e Totò e i re di Roma (1952). Oltre al successo del già citato I soliti ignoti (candidato all'Oscar come miglior film straniero), il regista darà vita a una serie di pellicole di fondamentale valore non solo per la commedia ma per l'intero cinema italiano.

Dino Risi e il direttore della fotografia Romolo Garroni

Nel 1959 esce nelle sale La grande guerra (Leone d'oro al Festival di Venezia), con Alberto Sordi e Vittorio Gassman. Il lungometraggio, prendendo spunto da un racconto di Maupassant, contamina la tragedia storica con i moduli della commedia dissacrando un tema - gli inutili massacri della prima guerra mondiale - fino allora tabù per tutto il cinema nazionale.[109] Dopo I compagni (malinconico resoconto della nascita del movimento operaio), nel 1966 il cineasta dirige il grottesco e folcloristico L'armata Brancaleone. La pellicola (con protagonista Vittorio Gassman) è un autentico capolavoro di fantasia e avventure farsesche che si dispiegano lungo un Medioevo sbrigliato e carnevalesco, in chiara polemica con l'opposta visione dell'età mezzana proposta dal cinema hollywoodiano.[110] Tra i suoi film successivi si riportano: Romanzo popolare (con Ugo Tognazzi e Ornella Muti), Amici miei (campione d'incassi nella stagione 1975/76) e Un borghese piccolo piccolo (1977); opera quest'ultima che risente esplicitamente del clima repressivo degli anni di piombo e consegna all'attore Alberto Sordi uno dei suoi personaggi più neri e sofferti.[111] Vincitore di tre Orsi d'argento al miglior regista, è stato candidato per sei volte al Premio Oscar. Nel 1991 ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera.

Gli anni sessanta sono il periodo del boom economico e di riflesso il cinema risente dei cambiamenti che modificano la società italiana. Uno dei primi artisti a documentare tali cambiamenti è senz'altro il cineasta milanese Dino Risi. Nel suo lungometraggio più celebre (Il sorpasso, 1962), il regista mescola, con acuta sensibilità, comicità e serietà del soggetto, virando (in maniera inconsueta) in un finale drammatico e raggelante. L'istrionismo dell'attore protagonista (Vittorio Gassman) e la colonna sonora, con brani di Edoardo Vianello (Guarda come dondolo) e Domenico Modugno (Vecchio frack), fotografano perfettamente il quadro sociale del tempo, facendo raggiungere al genere della commedia una piena maturità autoriale. Sempre per la regia di Dino Risi vanno menzionati il film a episodi I mostri (1963), con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, e Una vita difficile (1961), che vede come attore protagonista Alberto Sordi. Il film (sceneggiato da Rodolfo Sonego) è un imponente documento artistico sull'Italia del dopoguerra e sulla nascente democrazia, in un perfetto equilibrio tra la farsa e il dramma, tra ambizioni sociologiche e disillusione politica.[112] Altre pellicole da segnalare sono: Straziami ma di baci saziami (1968), In nome del popolo italiano (1971) e Profumo di donna (1974), con Vittorio Gassman e Agostina Belli. Nel 2002 riceve al Festival di Venezia il Leone d'oro alla carriera.

Va messo in evidenza come spesso gli elementi costitutivi della commedia siano stati intrecciati ad arte con generi diversi, dando vita a pellicole decisamente inclassificabili. Nell'inaugurare tale tecnica, Il cineasta Luigi Comencini è stato senz'altro uno degli autori di maggior rilievo. Dopo aver raggiunto la celebrità negli anni cinquanta con alcune commedie rosa (tra tutte la celebre Pane, amore e fantasia), nel 1960 regala al cinema italiano l'opera bellica Tutti a casa (con protagonista Alberto Sordi). Il lungometraggio, costantemente in bilico tra humour e dramma, ricostruisce i giorni seguenti l'armistizio di Cassibile, contribuendo a spezzare il muro di silenzio calato sulla Resistenza, argomento fino allora ignorato da gran parte del cinema nazionale.[113] Tra le sue opere migliori si ricordano: Lo scopone scientifico (1972), con Alberto Sordi e Silvana Mangano, lo sceneggiato Le avventure di Pinocchio (1972), con Nino Manfredi, e Il gatto (1978), con Ugo Tognazzi e Mariangela Melato, in cui si fondono generi e stili differenti. Nel 1987 si aggiudica, a Venezia, Il Leone d'oro alla carriera.

Altra figura centrale per lo sviluppo e l'imposizione della commedia all'italiana è il regista Pietro Germi. Dopo essersi cimentato in opere a evidente contenuto sociale, spesso riconducibili entro i canoni del Neorealismo, nell'ultima fase della sua carriera ha diretto pellicole inseribili a pieno titolo nel filone della commedia,[114] dove accanto agli abituali toni umoristici sopravvivono componenti di critica sociale.[115] Il già citato Divorzio all'italiana apre a Germi le porte del successo che si concretizzerà nel 1965 con il limpido e caustico Signore & signori (satira sull'ipocrisia borghese di una cittadina dell'alto Veneto), con Virna Lisi e Gastone Moschin. Il film vince la Palma d'oro al Festival di Cannes ex aequo con Un uomo, una donna di Claude Lelouch. Tra i vari riconoscimenti vanta un Oscar alla migliore sceneggiatura originale, per il film Divorzio all'italiana e un Gran premio della giuria al Festival di Berlino per il film Il cammino della speranza.

L'ultimo protagonista della grande stagione della commedia è il regista romano Ettore Scola. Dopo aver vestito i panni dello sceneggiatore, esordisce alla regia nel 1964 con il film Se permettete parliamo di donne. Il primo successo giungerà quattro anni dopo, dirigendo Alberto Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968). Nel 1974 dà alla luce il suo film più noto, C'eravamo tanto amati (Premio César Miglior film straniero), che ripercorre trent'anni di storia italiana attraverso le vicende di tre amici: l'avvocato Gianni Perego (Vittorio Gassman), il portantino Antonio (Nino Manfredi) e l'intellettuale Nicola (Stefano Satta Flores). Nel film, dedicato a Vittorio De Sica, compaiono Marcello Mastroianni, Federico Fellini e Mike Bongiorno nella parte di se stessi, oltre ad Aldo Fabrizi, Stefania Sandrelli e Giovanna Ralli.

Altre pellicole di sicura importanza sono: Brutti, sporchi e cattivi (1976) (grottesca commedia con Nino Manfredi) e Una giornata particolare (1977), con Marcello Mastroianni e Sophia Loren. Nel 1980 il regista tira le somme della commedia all'italiana nell'affresco generazionale de La terrazza, che descrive con lucida efficacia l'amaro bilancio esistenziale di un gruppo di intellettuali di sinistra. Al film prendono parte Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant e Marcello Mastroianni. La pellicola, secondo gran parte della critica, è una delle ultime opere ancora ascrivibile al genere. Scola, in oltre quarant'anni di carriera, ha ricevuto quattro candidature all'Oscar per il miglior film straniero. Vincitore di sei David di Donatello, ha ritirato nel 1976 il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Alberto Sordi in una scena de Il vigile (1960) di Luigi Zampa, manifesto dell'Italia degli anni sessanta

Altre opere rientranti nel genere sono i sempre attuali Il vigile (1960) e Il medico della mutua (1968) , ambedue del regista Luigi Zampa. Tra gli anni sessanta e settanta conosce notorietà il cinema di Luciano Salce, autore di molteplici commedie dal sicuro incasso al botteghino. Oltre al ciclo comico dei film basati sulle avventure del ragionier Fantozzi, si ricordano Il federale (1961), La voglia matta (1962) e L'anatra all'arancia (1975), tutti interpretati dall'attore Ugo Tognazzi. Da non dimenticare il film di Franco Brusati, Pane e cioccolata (1974), con Nino Manfredi, che rivisita con mordace intelligenza le varie problematiche dell'immigrazione italiana. Sempre nell'ambito della commedia, si menziona il lavoro svolto dalla regista Lina Wertmuller, che assieme alla rodata coppia di attori Giancarlo Giannini e Mariangela Melato ha dato vita, nella prima metà degli anni settanta, a pellicole di sicuro successo tra le quali si evidenziano: Mimì metallurgico ferito nell'onore (1972), Film d'amore e d'anarchia - Ovvero "Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza..." (1973) e da ultimo Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974). Con l'opera prima I basilischi (1963), riceve al Festival di Locarno la Vela d'oro per la miglior regia.[116]

Lina Wertmüller durante le riprese de I basilischi (1963)

Di rilievo è il cinema di Sergio Citti, che dirige con spiccate abilità autoriali commedie grottesche e surreali, sulla falsariga di certo cinema pasoliniano. Il regista romano raggiunge risultati convincenti in più di una pellicola tra le quali si menzionano: Ostia (1970), Il minestrone (1981) e Mortacci, uscito nelle sale nel 1989. Da sottolineare, ancora, l'opera di Antonio Pietrangeli, che in quasi tutti i suoi film si è occupato di psicologia femminile, delineando con precisione amari e finissimi ritratti di donna. Tra i suoi migliori lavori si menzionano: Il sole negli occhi (1953), Adua e le compagne (1960), La Parmigiana (1963), con Catherine Spaak, e Io la conoscevo bene (1965), considerato il suo capolavoro. Vi è infine da ricordare che nell'arco di oltre un ventennio (a partire dagli anni sessanta), sono stati numerosissimi i registi che hanno partecipato e contribuito allo sviluppo della commedia. Tra questi è possibile ricordare Nanny Loy - il quale riceve una candidatura all'Oscar per il film Le quattro giornate di Napoli (1962) - Sergio Corbucci, Steno, Salvatore Samperi, Marcello Fondato, Pasquale Festa Campanile, Tonino Cervi, Franco Rossi e Luigi Magni, che nel corso del tempo ha delineato commedie ambientate nella Roma papalina e risorgimentale e che hanno visto come attore protagonista Nino Manfredi.

Il cinema comico[modifica | modifica wikitesto]

Agli albori del cinematografo e per i primi decenni del ventesimo secolo si sviluppa un genere di intrattenimento denominato Comiche del muto che giunge ben presto anche in Italia, riscuotendo un discreto successo. Il tratto rilevante di questa produzione, che conta centinaia di film (quasi tutti cortometraggi), è la capacità di assimilare varie forme di spettacolo: dalle recite di piazza al vaudeville, tutti costruiti attorno a esili trame o semplici spunti umoristici. Questi brevi film fungono sovente da semplice contorno a lungometraggi più ambiziosi. Il comico di maggior successo in Italia è André Deed, più noto come Cretinetti, protagonista di innumerevoli corti per la Itala Film. Il suo successo apre la strada a Marcel Fabre (Robinet), Ernesto Vaser (Fricot) e tanti altri. L'unico attore di una certa sostanza è però Ferdinand Guillaume, che diventerà celebre come Polidor[117].

L'interesse storico di questi film sta nella loro capacità di rivelare le aspirazioni e le paure di una società piccolo-borghese, divisa tra il desiderio di affermazione e le incertezze del presente. È significativo che i protagonisti delle comiche italiane non si pongano mai in contrasto con la società né incarnino desideri di rivalsa sociale (come accade per esempio con Charlie Chaplin), ma cerchino piuttosto di integrarsi in un mondo fortemente desiderato[118].

Il luogo ideale dove il genere comico trova ampia affermazione è senz'altro il teatro dove, tra gli anni trenta e quaranta, si sviluppano numerose scuole di avanspettacolo che vedono tra le proprie file attori comici di prim'ordine come Carlo Dapporto, Gilberto Govi, Ettore Petrolini, Erminio Macario, Nino Taranto e Antonio De Curtis, in arte Totò. Proprio a quest'ultimo si deve il merito di aver spostato e integrato tale forma di genere artistico dal palcoscenico alla celluloide. Ideatore di un'autentica maschera nel solco della tradizione della commedia dell'arte, Totò ha spaziato dal teatro (con oltre 50 titoli) al cinema (con 97 pellicole) e alla televisione (con 9 telefilm e vari sketch pubblicitari). I suoi film riscuotono ancora oggi molto successo, e talune sue battute sono diventate perifrasi entrate nel linguaggio comune.[119] Tra i suoi innumerevoli film si ricordano: I pompieri di Viggiù (1949), Totò cerca casa (1949), Totò le Mokò (1949), Totò a colori (1952), Miseria e nobiltà (1954) e Signori si nasce (1960). Da non dimenticare, inoltre, il fortunato sodalizio artistico con il grande attore di teatro Peppino De Filippo, con il quale ha dato vita a numerosi lungometraggi di sicura presa sul pubblico: tra i tanti si menzionano La banda degli onesti (1956), Totò, Peppino e... la dolce vita (1961) e il celebre Totò, Peppino e la... malafemmina (1956), per la regia di Camillo Mastrocinque. Oltre ad aver rappresentato per oltre un ventennio l'attore comico per antonomasia, Totò si è cimentato in altre pellicole rientranti più esplicitamente nel filone della commedia all'italiana, finanche nel cinema d'autore (in particolar modo negli anni sessanta).

Paolo Villaggio nelle vesti del ragionier Ugo Fantozzi

Analogo discorso avviene nei successivi anni settanta con l'emergere di una nuova personalità comica facente capo all'autore, attore e scrittore Paolo Villaggio. Dopo aver esordito nel programma televisivo Quelli della domenica presentando vari personaggi dalla mimica grottesca e inedita, fa esordire sul grande schermo la maschera di Fantozzi, ideata dallo stesso artista alla fine degli anni sessanta e pubblicata con notevole richiamo nell'omonimo libro, uscito per la Rizzoli nel 1971. Il capostipite Fantozzi, uscito nelle sale cinematografiche nel 1975 e diretto da Luciano Salce, ha dato vita a una saga di ampio successo, che si è protratta con altre nove pellicole fino alla fine degli anni novanta. Accanto all'artista hanno poi recitato tutta una serie di attori divenuti fin da subito molto popolari tra i quali si ricordano Milena Vukotic, Anna Mazzamauro e soprattutto Gigi Reder, il quale ha composto con Villaggio un fortunato sodalizio, riscontrabile in oltre quattordici pellicole. Allo stesso modo di Totò anche Villaggio ha effettuato svariate incursioni nel cinema d'autore, continuando in parallelo la principale attività di attore comico e scrittore satirico. Se si esclude Roberto Benigni (il quale è sia interprete che regista), entrambi gli artisti sono gli unici attori comici in Italia ad aver vantato riconoscimenti di grande prestigio internazionale. Totò ha infatti ricevuto nel 1966 una menzione speciale al Festival di Cannes, per l'interpretazione nel film Uccellacci e uccellini; a Villaggio sono andati rispettivamente il Leone d'oro alla carriera (1992) e il Pardo d'onore al Festival di Locarno (2000).

Il duo comico composto da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia

Non è da tralasciare l'ampia popolarità del duo comico composto da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che per tutti gli anni sessanta ha dato vita a numerosi lungometraggi di stampo parodistico (i più diretti da Giorgio Simonelli), proponendo mimiche e gag derivanti dall'avanspettacolo e dal teatro di strada. Si segnalano, inoltre, le numerose partecipazioni della coppia a molti film autoriali, mettendo la propria arte al servizio di registi quali Pier Paolo Pasolini, Vittorio De Sica e i Fratelli Taviani. Lo stesso Ingrassia lavorerà singolarmente per cineasti del calibro di Elio Petri e Federico Fellini. Una ritrovata linfa nel contesto di tale forma artistica viene alla luce all'inizio degli anni ottanta con la comparsa di una nuova generazione di attori e registi che avrebbe, seppur con tematiche sociali differenti, continuato il percorso già tracciato dalla commedia all'italiana. Attori comici quali Roberto Benigni, Carlo Verdone, Massimo Troisi, Francesco Nuti e Maurizio Nichetti, hanno proposto in maniera coeva un nuovo modo di fare comicità, passando con disinvoltura dallo sketch televisivo al cinema, presentando pellicole quasi sempre dirette e interpretate da se medesimi.

Il cinema sociale e politico[modifica | modifica wikitesto]

Nell'immagine il regista Francesco Rosi

Il cinema d'autore degli anni sessanta continua il proprio percorso affrontando tematiche differenti. Dalle vene surreali ed esistenziali di Fellini e Antonioni si emancipa una nuova visone autoriale che vede nel cinema un mezzo ideale per denunciare corruzioni e malaffare, sia del sistema politico che del mondo industriale. Nasce così il filone del film inchiesta che partendo dall'analisi neorealista dei fatti, aggiunge a essi un conciso giudizio critico, con il manifesto intento di scuotere le coscienze dell'opinione pubblica. Tale tipologia tocca volutamente questioni scottanti, spesso prendendo di mira il potere costituito, con l'intento di ricostruire una verità storica il più delle volte negata o celata. Vero precursore di questo modo di intendere il mestiere del regista è l'artista napoletano Francesco Rosi. Dopo essere stato sceneggiatore e aiuto regista di Luchino Visconti, nel 1958 dirige la sua prima pellicola La sfida, a cui segue un anno dopo I magliari (1959), che vede come primo attore Alberto Sordi. Nel 1962, inaugura il genere dei film-inchiesta ripercorrendo, attraverso una serie di lunghi flashback, la vita del malavitoso siciliano Salvatore Giuliano. L'anno successivo dirige Rod Steiger ne Le mani sulla città (1963), nel quale denuncia con coraggio le collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli. La pellicola viene premiata con il Leone d'Oro al Festival di Venezia.

Questi film sono generalmente considerati i capostipiti del cinema ad argomento politico, che vedrà spesso, la recitazione duttile e spontanea di Gian Maria Volontè. Uno dei punti di arrivo del percorso artistico di Francesco Rosi è senz'altro Il caso Mattei (1972); un film inchiesta in cui il regista cerca di far luce sulla misteriosa scomparsa di Enrico Mattei, manager del più importante gruppo statale italiano, l'Eni. La pellicola di Rosi, con Gian Maria Volonté protagonista, vince la Palma d'oro al festival di Cannes e diviene un vero e proprio modello per analoghi film di denuncia civile prodotti nei successivi decenni (a partire dal celebre JFK - Un caso ancora aperto di Oliver Stone). Vincitore di dieci David di Donatello, nel 2008 ha conseguito l'Orso d'Oro alla carriera e successivamente, nel 2012, il Leone d'Oro alla carriera.

Elio Petri

I movimenti studenteschi, operai ed extra-parlamentari della fine degli anni sessanta e quelli del decennio successivo influenzeranno molte arti, in particolar modo il cinema, che sviluppa sulle orme di Rosi un genere socialmente e politicamente impegnato. In questo contesto nuovi registi continuano e potenziano l'opera del regista napoletano; tra questi il più attivo è l'autore romano Elio Petri, che utilizza il cinema politico in un'ottica di superamento e completamento del filone neorealista. A tal proposito il regista milanese dichiara: «Il "Neorealismo" se non è inteso come vasta esigenza di ricerca e di indagine, ma come vera e propria tendenza poetica, non ci interessa più (...) Occorre fare i conti con i miti moderni, con le incoerenze, con la corruzione, con gli esempi splendidi di eroismi inutili, con i sussulti della morale: occorre sapere e potere rappresentare tutto ciò».[120]

Dopo aver lavorato con Alberto Sordi nel film il Il maestro di Vigevano (1963), verso la metà degli anni sessanta stringe un autentico sodalizio con l'attore e alter ego Gian Maria Volontè, protagonista di punta del cinema d'impegno civile di quegli anni. Tra i loro film vanno ricordati: A ciascuno il suo (1967), tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia, La classe operaia va in paradiso (1971), corrosiva satira sulla vita in fabbrica (vincitrice della Palma d'oro a Cannes) e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Quest'ultimo (sorretto dall'incisiva colonna sonora di Ennio Morricone) è un asciutto thriller psicoanalitico incentrato sulle aberrazioni del potere, analizzate in chiave sulfurea e patologica.[121] La pellicola, tra le più note del regista, ottiene un vasto consenso, aggiudicandosi l'anno seguente l'Oscar al miglior film straniero. Nel 1976 Petri porta al cinema un altro romanzo di Sciascia, Todo modo, che racconta il grottesco decadimento di una classe dirigente, rifugiatasi in un albergo-eremo, allo scopo di praticare esercizi spirituali. Il film si avvale delle interpretazioni di Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni e Mariangela Melato.

Evidenti tematiche proprie del cinema d'impegno civile si ritrovano nell'opera di Damiano Damiani, che con Il giorno della civetta (1967) (con attori come Franco Nero e Claudia Cardinale), conosce un notevole successo. Altri lungometraggi da citare sono: Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica (1971), L'istruttoria è chiusa: dimentichi e Girolimoni, il mostro di Roma (1972), Perché si uccide un magistrato (1974) e Io ho paura, del 1977. Si menziona, inoltre, Giuliano Montaldo, che dopo alcune esperienze come attore mette in scena alcune pellicole di carattere storico e politico come Gott mit uns (1970), Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973).

Gillo Pontecorvo

A seguire, di estrema importanza risulta il duro e realistico Detenuto in attesa di giudizio (1971) di Nanni Loy, con protagonista un insolito Alberto Sordi. Il film del regista sardo è una sorta di incubo kafkiano, perfettamente calato nella realtà sociale del tempo. La pellicola ha suscitato ampio scalpore, in quanto, per la prima volta, un'opera cinematografica denunciava la drammatica arretratezza dei sistemi giudiziario e carcerario italiani.

Anche se non strettamente legato alla realtà italiana si può ricordare La battaglia di Algeri (1966), dell'autore toscano Gillo Pontecorvo. L'opera è una potente ricostruzione degli eventi civili e militari che portarono l'Algeria all'indipendenza dal colonialismo francese, rievocata con un rigore e uno stile prossimi a molti cinegiornali dell'epoca. [122] Acclamato da critica e pubblico, Il film (Leone d'oro a Venezia), è divenuto nel tempo una delle opere italiane più conosciute nel mondo.[123] Nel 1969 Marlon Brando è il protagonista di un nuovo film politico sempre diretto da Pontecorvo: Queimada, che descrive le sopraffazioni del colonialismo e la rivolta dei popoli oppressi in un paese del Sud America. Da ultimo, Il regista pisano affronta, nel 1979, il tema della resistenza antifranchista basca in Ogro, con Gian Maria Volonté, raccontando la vicenda dell'attentato all'Ammiraglio Luis Carrero Blanco, avvenuto nel 1973. Un altro regista legato al cinema politico e d'impegno sociale è l'emiliano Florestano Vancini, che nelle sue opere più riuscite ha coniugato la robustezza della ricostruzione storica con il resoconto di crisi sentimentali e soggettive. Tra le sue opere più note si ricordano: La lunga notte del '43 (Premio per l'opera prima al Festival di Venezia del 1960), Le stagioni del nostro amore (1966) e Il delitto Matteotti (1973).

Il cinema d'animazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'animazione italiana.

Nonostante l'Italia non abbia una grande tradizione nell'ambito del cinema d'animazione, nel corso del tempo si sono rivelati diversi autori degni d'attenzione. Il pioniere del cartone animato italiano è stato Francesco Guido, meglio conosciuto come Gibba. Subito dopo la fine della guerra, nel 1946, realizza il primo mediometraggio animato del nostro cinema dal titolo L'ultimo sciuscià, che riprende tematiche proprie del neorealismo e nel decennio successivo i lungometraggi Rompicollo e I picchiatelli, in collaborazione con Antonio Attanasi. Negli anni settanta, dopo molti documentari animati, tornerà al lungometraggio con Il racconto della giungla (1974) e l'anno precedente con l'erotico Il nano e la strega (1973). Interessanti anche i contributi del pittore e scenografo Emanuele Luzzati che dopo alcuni pregevoli cortometraggi, realizza nel 1976 uno dei capolavori dell'animazione italiana: Il flauto magico, basato sull'omonima opera di Mozart.

Ma è con Bruno Bozzetto che il cartoon italiano raggiunge una dimensione internazionale: il suo lungometraggio d'esordio West and Soda (1965), irresistibile ed esuberante parodia del genere Western, accoglie consensi sia di pubblico che di critica. Pochi anni dopo sarà la volta di Vip - Mio fratello superuomo (1968), una parodia del genere supereroistico, assai in voga all'epoca. Dopo tanti cortometraggi satirici (incentrati sulla popolare figura del "Signor Rossi") torna al lungometraggio con quello che viene considerato il suo lavoro più ambizioso: Allegro non troppo (1977). Ispirato al noto Fantasia della Disney è un film a tecnica mista, in cui gli episodi animati vengono plasmati sulle note di molti brani di musica classica. Uno dei protagonisti è l'attore e regista Maurizio Nichetti che anni più tardi, sulla falsariga del successo di Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988), realizzerà il film Volere volare (1991), dove realtà e fantasia, animazione e attori professionisti si interscambiano reciprocamente.

Nel decennio successivo l'animazione italiana entra in una nuova fase produttiva grazie allo studio torinese Lanterna Magica che nel 1996, con la regia di Enzo D'Alò, realizza l'intrigante favola natalizia La freccia azzurra, basata su un racconto di Gianni Rodari, con musiche dell'artista astigiano Paolo Conte. Il film è un successo e apre la strada, negli anni successivi, ad altri lungometraggi. Infatti, nel 1998, dopo soli due anni di lavoro, viene distribuito La gabbianella e il gatto tratto dal romanzo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda, che risulta essere un grande successo di pubblico, toccando un nuovo vertice del nostro cinema animato. L'opera vince un nastro d'argento e il premio del pubblico al Festival del cinema di Montreal. Il regista Enzo d'Alò, separatosi dallo studio Lanterna Magica, produrrà negli anni seguenti altre pellicole come Momo alla conquista del tempo (2001) e Opopomoz (2003). Lo studio torinese distribuisce dal canto suo le pellicole Aida degli alberi (2001) e Totò Sapore e la magica storia della pizza (2003), accompagnati da un buon riscontro di pubblico. Nel 2003 esce il primo film d'animazione in computer grafica di produzione interamente italiana dal titolo L'apetta Giulia e la signora Vita, per la regia di Paolo Modugno.

Nel 2010 giunge il primo film d'animazione italiano in tecnologia 3D ovvero Winx Club 3D - Magica avventura, tratto dall'omonima serie animata italiana che ha goduto di fama e successo in tutto il mondo. Nel 2012 ottiene credito presso il pubblico la pellicola Gladiatori di Roma, anch'esso girato in tecnologia 3D. Da ultimo, nel 2013, esce Pinocchio, ancora del regista napoletano Enzo d'Alò.

Le altre figure del Cinema italiano[modifica | modifica wikitesto]

Produttori[modifica | modifica wikitesto]

La costituzione di una struttura tecnico-finanziaria destinata in maniera stabile alla produzione di pellicole cinematografiche fa il suo ingresso fin dagli albori della settima arte. Ciò si fa ancora più evidente nel momento in cui l'offerta delle macchine da proiezione si allinea a un mercato autonomo di pellicole impressionate, destinato a crescere a velocità inusitate.[124] Uno dei primi produttori emersi a cavallo degli anni venti e trenta è stato Stefano Pittaluga. Il magnate ligure favorisce un sistema integrato che copre, oltre a produzione, distribuzione e esercizio, anche gli stabilimenti di sviluppo e stampa, creando un impero che alla sua morte, avvenuta nel 1931, passa direttamente alla Banca commerciale italiana.[124] In Italia, l'unica dinastia di produttori che, partita con il cinema muto, è rimasta attiva nella realizzazione di fiction televisive, è quella dei Lombardo la cui attività, iniziata da Gustavo fondatore della Titanus, viene portata al successo economico e artistico dal figlio Goffredo Lombardo, che per i vari meriti in campo produttivo riceve nel 1995 il Leone d'oro alla carriera.[124]

Dagli anni trenta alla fine degli anni Cinquanta, il modello italiano di "produttore finanziere" viene incarnato da Riccardo Gualino della Lux Film, che per lo più affida, con contratti di appalto a budget chiuso, la realizzazione di pellicole a "produttori-autori" come Luigi Rovere, Angelo Rizzoli e soprattutto Carlo Ponti e Dino De Laurentiis (Oscar alla memoria Irving G. Thalberg), entrambi tra i magnati cinematografici più importanti e infaticabili di tutto il panorama italiano.[124] In seguito, tutte le stagioni del cinema successivo al dopoguerra trovano nei vari finanziatori un punto fermo e inamovibile. Molte produzioni di genere vengono curate per tutti gli anni cinquanta da Fortunato Misiano, mentre costantemente in bilico tra cinema d'autore e cinema più disimpegnato si sono mossi Franco Cristaldi, Alfredo Bini, Mario Cecchi Gori e Alberto Grimaldi. I produttori degli ultimi decenni sono costretti a misurarsi con un mercato in profonda trasformazione, imparando a navigare tra finanziamenti ministeriali, prevendite televisive e coproduzioni europee, che rendono l'attività produttiva meno continuativa e senz'altro più aleatoria. Tra gli ultimi produttori italiani, senza contare i numerosi protagonisti di case di produzione indipendenti, conoscono notorietà Domenico Procacci e Aurelio De Laurentis, fautore del rilancio di un cinema più popolare e generalista.[124]

Sceneggiatori[modifica | modifica wikitesto]

Nel cinema italiano del periodo muto la sceneggiatura si sviluppa con ritardo, per via di una forte dipendenza da strutture narrative antecedenti, basate sulla successione di "quadri" ispirati dai tableaux vivants e dalle lastre per lanterne magiche, e soprattutto dall'illustrazione letteraria di stampo divulgativo.[125] Molte sceneggiature portano la firma del poeta Guido Gozzano o Roberto Bracco, in aggiunta di veristi come Grazia Deledda e Giovanni Verga, e naturalmente di Gabriele D'Annunzio e Luigi Pirandello. Dopo l'avvento del sonoro gli addetti alla sceneggiatura acquistano un ruolo determinante tanto da far evolvere la scrittura per il cinema in un'autentica dimensione professionale, non più ad esclusivo appannaggio dei vari letterati di grido. Durante gli anni quaranta si mettono in evidenza intellettuali e scrittori come Sergio Amidei (candidato quattro volte al Premio Oscar) e Cesare Zavattini. Quest'ultimo, al di là della sua fiorente attività letteraria, si è distinto per la copiosa produzione di soggetti cinematografici e per un'instancabile attività volta al rinnovamento del cinema, una forma d'arte che ha sempre considerato duttile e popolare. Esponente di prim'ordine del Neorealismo ha collaborato con i più grandi cineasti italiani tra i quali si ricordano: Michelangelo Antonioni, Alessandro Blasetti, Mauro Bolognini, Giuseppe De Santis, Federico Fellini, Luchino Visconti e naturalmente Vittorio De Sica, in special modo durante la stagione neorealista.

Dal dopoguerra, e in particolar modo a partire dagli anni cinquanta, conoscono fama sceneggiatori come Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (meglio conosciuti come Age e Scarpelli), che per oltre trent'anni hanno tracciato, nella stesura dei vari script, le linee fondamentali di tutta la commedia all'italiana; così come Suso Cecchi D'Amico che per la sua attività di scrittura per il cinema ha ricevuto nel 1994 il Leone d'Oro alla carriera. Da sottolineare il caustico spirito della coppia di sceneggiatori Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, anch'essi autori di punta di molti soggetti per commedie. A seguire si evidenzia l'operato di Ruggero Maccari, nominato all'Oscar per il film Profumo di donna (1974) e di Ugo Pirro (nome d'arte di Ugo Mattone), sceneggiatore per Carlo Lizzani, Mauro Bolognini e in maniera assai più duratura per Elio Petri. Tra gli anni ottanta e novanta, il cinema italiano ha ricevuto un contributo decisivo da una nuova generazione di scrittori, che hanno messo in discussione la struttura narrativa classica, proponendo diverse tipologie di storie meno scontate del previsto.[125] Tra i tanti si ricordano Stefano Rulli e Sandro Petraglia, Vincenzo Cerami, Francesca Marciano, Enzo Monteleone, Franco Bernini, Francesco Bruni e Angelo Pasquini. Non si può tralasciare, naturalmente, l'apporto alla sceneggiatura dato da poeti e scrittori quali Tonino Guerra, Tullio Pinelli, Bernardino Zapponi ed Ennio Flaiano, che per molti anni hanno affiancato alle varie stesure registi come Fellini e Antonioni.

Autori delle musiche[modifica | modifica wikitesto]

In Italia, i primi tentativi di sonorizzare le immagini risalgono all'epoca del muto. Già nel 1909 la Manifattura cinematografica Fratelli Pineschi costruisce un sistema per sincronizzare immagini e suoni con avviamento automatico di un grammofono, mentre nel 1921 l'inventore siciliano Giovanni Rappazzo mette a punto una pellicola a impressione contemporanea di immagine e suoni, che per vari motivi non trova applicazione.[126] Con la seguente invenzione del sonoro si sviluppa la nuova professione del compositore per il cinema, che regalerà le sue prime personalità a cavallo tra gli anni trenta e quaranta. Uomini di cultura come Mario Labroca e Guido Gatti attirano al cinema musicisti dell'area 'colta' come Giorgio Federico Ghedini, Felice Lattuada, Gian Francesco Malipiero, Lorenzo Perosi e Riccardo Zandonai.[126] Il primo a dedicarsi come specialista a questo settore, formando con il suo insegnamento tutta una schiera di allievi, è Enzo Masetti, che antepone a ogni preoccupazione la funzionalità e la subordinazione della musica alle immagini.[126] Tra i vari compositori del periodo si citano: Alessandro Cicognini (legato specialmente a Vittorio De Sica), Renzo Rossellini (attivo soprattutto per i film del fratello Roberto) e Giuseppe Rosati.

Ennio Morricone riceve il premio Città di Roma 1996

Sempre negli anni trenta esordisce in qualità di autore per il cinema il compositore milanese Nino Rota. Dopo alcuni accompagnamenti musicali per il regista Raffaello Matarazzo, conosce all'inizio degli anni cinquanta il regista Federico Fellini, impegnato a produrre Lo sceicco bianco (1952) per Luigi Rovere. Ha così inizio una lunga e duratura collaborazione che consacrerà il musicista lombardo a livelli internazionali. La marcetta creata appositamente per il film (1963) è diventata la bandiera della clownerie felliniana e soprattutto la sigla musicale con cui il nome di Rota risuona nella memoria collettiva di tutto il mondo.[80] Contemporaneamente lavora per Luchino Visconti, firmando le colonne sonore dei rispettivi Rocco e i suoi fratelli (1960) e Il Gattopardo (1963). Nel 1972 ottiene grande successo per le musiche del film Il padrino, di Francis Ford Coppola, ricevendo, due anni più tardi, l'Oscar per la miglior colonna sonora originale nel seguito Il padrino - Parte II (1974).

All'inizio degli anni sessanta emerge la figura del compositore romano Ennio Morricone. La sua carriera include un'ampia gamma di generi compositivi, che fanno di lui uno dei più versatili e prolifici musicisti per il cinema di tutti i tempi[127]. Divenuto celebre grazie al fortunato sodalizio artistico con l'amico e regista Sergio Leone, ha collaborato con alcuni dei nomi più prestigiosi della cinematografia nazionale e internazionale. Nella sua lunga e rinomata attività è stato candidato agli Oscar per ben cinque volte, ricevendo nel 2007 un Oscar onorario alla carriera. L'artista è stato, inoltre, insignito di tre Grammy Awards, due Golden Globes, cinque BAFTAs, un Leone d'oro alla carriera, dieci David di Donatello, undici Nastri d'Argento, due European Film Awards, un Golden Lion Honorary Award ed un Polar Music Prize. Molte delle sue colonne sonore hanno raggiunto consenso e notorietà in tutto il mondo, fra le tante si sottolineano quelle dei film: C'era una volta in America (1984), C'era una volta il West (1968), Giù la testa (1971), Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), Mission (1986) e Nuovo Cinema Paradiso (1988). Tra gli anni sessanta e settanta si sviluppa una spontanea fioritura di musicisti, che sovente, con duttilità e risultato, si sono cimentati nella composizione di svariate colonne sonore. Tra i molti si ricordano: Franco Mannino, Carlo Rustichelli, Angelo Francesco Lavagnino, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Armando Trovajoli, Egisto Macchi, Riz Ortolani, Nicola Piovani, Franco Piersanti, Carlo Crivelli e Pino Donaggio.

Addetti al montaggio[modifica | modifica wikitesto]

Nino Baragli con la moglie alla moviola, nel 1957

Il montaggio, o decoupage classico, viene considerato una delle parti più rilevanti dell'intera messa in scena cinematografica. Il montatore segue le indicazioni dell'autore, che supervisiona il lavoro compiuto, e procede a ispezionare il girato tagliando le inquadrature utili ed unendole tra loro. Tutte le scene, girate secondo le esigenze della produzione, sono successivamente montate nell'ordine previsto dalla sceneggiatura, o in altro ordine che emerge secondo le necessità della narrazione. In Italia il tecnico Mario Serandrei viene generalmente considerato la prima figura di montatore moderno, inteso come collaboratore del regista alla verifica e riscrittura della sceneggiatura in moviola.[128] Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Quaranta è uno dei protagonisti della battaglia culturale per la rinascita del cinema italiano, sia nelle vesti di critico sia in quelle di tecnico. Dotato di spiccata personalità, ottiene un ruolo di rilievo nella stagione del Neorealismo, legando il proprio nome ai primi capolavori di Luchino Visconti. Tra gli altri registi con i quali ha collaborato, si ricordano Alberto Lattuada, Federico Fellini, Franco Zeffirelli e Mario Soldati. Negli anni cinquanta si fa strada il montatore Nino Baragli che lavorerà per molte pellicole del regista Sergio Leone ed anche per autori quali Pier Paolo Pasolini e Luigi Comencini.

Il montatore Ruggero Mastroianni

Negli anni sessanta debutta in qualità di montatore Roberto Perpignani, considerato dalla critica come uno dei più validi e specializzati montatori cinematografici.[129] Il suo debutto è al fianco del regista statunitense Orson Welles nel film Il processo (1962), per poi collaborare in molti film del regista Bernardo Bertolucci. Da oltre quarant'anni ha stretto un sodalizio artistico con i fratelli Taviani, operando dai primi anni sessanta in tutte le loro pellicole. Sempre negli anni sessanta conosce notorietà il montatore Ruggero Mastroianni, che in oltre quarant'anni di carriera si aggiudica cinque David di Donatello, di cui uno postumo per il film La tregua (1997) di Francesco Rosi. In tempi più recenti conosce grande affermazione internazionale l'artista Pietro Scalia che a partire dagli anni novanta lavora con grandi personalità del cinema come Oliver Stone, Gus Van Sant e Ridley Scott. Dall'Academy viene insignito per due volte dell'Oscar per il miglior montaggio nei seguenti film JFK - Un caso ancora aperto (1992) e Black Hawk Down - Black Hawk abbattuto, uscito nelle sale nell'autunno del 2001.

Direttori della fotografia[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ambito dell'organizzazione del lavoro cinematografico - così come si è venuto a configurare negli anni trenta - un lavoro di preminente importanza riguarda la direzione della fotografia. In qualità di garanti dell'immagine dei film, i direttori della fotografia hanno visto accrescere la propria importanza in maniera direttamente proporzionale all'espandersi dell'industria.[130] Tra i grandi maestri della fotografia italiana grande successo internazionale ottiene Vittorio Storaro, vincitore di tre premi oscar per la direzione nei film Apocalipse Now (1979), L'ultimo imperatore (1987) e Reds (1981).[131] A seguire troviamo Aldo Graziati, prematuramente scomparso durante le riprese del film Senso (1954) di Luchino Visconti; sua è la fotografia nelle pellicole Umberto D (1954) di Vittorio De Sica e Otello di Orson Welles (1952). Altra figura di spicco è senz'altro Carlo Di Palma che collabora in molte produzioni tra le quali: Identificazione di una donna (1982), Blow-up (1966) e Deserto rosso (1964) di Michelangelo Antonioni, La tragedia di un uomo ridicolo (1981) di Bernardo Bertolucci e gran parte dei film di Woody Allen, e ancora Divorzio all'italiana (1961) di Pietro Germi e L'armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli.

In egual misura si impone il romano Giuseppe Rotunno. Delle sue direzioni fotografiche ricordiamo: La città delle donne (1980) e Amarcord (1974) di Federico Fellini, All That Jazz - Lo spettacolo continua, di Bob Fosse (1979), La Bibbia (1966) di John Huston, Il Gattopardo (1963) e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti. A partire dagli anni sessanta emerge Tonino Delli Colli, che ha firmato, anch'egli, fotografie per alcuni dei più grandi registi italiani come Pier Paolo Pasolini nei film Uccellacci e uccellini (1966), Il vangelo secondo Matteo (1964), Mamma Roma (1962) e Accattone (1961), Federico Fellini ne La voce della Luna (1990) e Sergio Leone in C'era una volta in America (1984). Si segnala ulteriormente Gianni Di Venanzo per le opere (1963) e Giulietta degli spiriti (1965) di Fellini, L'eclisse (1962) e La notte (1961) di Antonioni, I soliti ignoti (1958) di Monicelli e Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi. Da menzionare ancora Otello Martelli e Pasqualino De Santis, quest'ultimo vincitore di un Oscar per il film Romeo e Giulietta (1968), di Franco Zeffirelli. Altro importante rappresentante della fotografia cinematografica italiana nel mondo è sicuramente Dante Spinotti che ottiene ben tre nomination all'Oscar, senza tuttavia, conquistarne nessuna. Tra gli anni ottanta e novanta si formano nuovi e importanti direttori tra cui: Giuseppe Lanci, Luciano Tovoli, Luca Bigazzi e Fabio Olmi.

Scenografi[modifica | modifica wikitesto]

Sin dagli albori del novecento, fin da quando il cinema si trasforma da oggetto meramente riproduttivo a puro mezzo espressivo, si sviluppa la necessità di "mettere in forma" l'ambiente in cui l'azione si svolge e di realizzare in luoghi deputati (come ad esempio i teatri di posa), la scenografia di un film.[132] Durante gli anni Dieci prende campo in Italia il filone dei kolossal storico-mitologici che conducono ad un naturale passaggio dall'allora scenografia dipinta (secondo la pratica instaurata da Georges Méliès) a quella costruita in cartapesta, stucchi e legno, sviluppatasi successivamente nel cinema americano di David Wark Griffith.[132] Le ricostruzioni d'epoca si basano prevalentemente sul gigantismo delle architetture, evidente nella ricostruzione del Tempio di Moloch nel film Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone.

una scena del film Hugo Cabret (2011), di Martin Scorsese, che ha valso a Dante Ferretti il suo terzo Oscar per le scenografie

Dagli anni cinquanta e sessanta artisti come Piero Gherardi, Danilo Donati e Mario Garbuglia raggiungono con il loro operato notevoli aspetti di deformazione creativa, regalando alle proprie scenografie momenti di elevato estro illusionistico. Tale raffinata abilità artigianale si rinviene nell'opera scenografica di Luciana Arrighi, insignita con il premio Oscar nel 1993 per Casa Howard di James Ivory.[132] In particolar modo raggiunge clamore internazionale il scenografo Dante Ferretti, che fin dall'esordio nella pellicola Medea (1970), di Pier Paolo Pasolini, ha collaborato con alcuni dei più grandi maestri del cinema, aggiudicandosi, negli anni duemila, tre premi Oscar nei relativi film: The Aviator (2004) di Martin Scorsese, Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007) di Tim Burton e Hugo Cabret (2011), ancora per la regia di Scorsese. L'artista marchigiano, in ambito nazionale ha totalizzato quattro David di Donatello e ben tredici Nastri d'argento. Un caso a sé rappresenta il lungometraggio digitale Il mistero di Oberwald (1980), di Michelangelo Antonioni, uno dei primi artisti a interessarsi alle possibilità espressive della nuova tecnologia, ricorrendo alla simulazione di ambienti e alla creazione di effetti cromatici per visualizzare gli stati d'animo dei vari personaggi in scena.[132] Proprio dagli anni Ottanta la progettazione di scenografia si è coniugata con la sperimentazione tecnologica, modificando in maniera perentoria le svariate modalità di lavoro, facendo divenire indispensabile il rapporto tra gli scenografi e gli artisti della computer graphics; oggi più che mai chiamati a progettare, con le tecnologie digitali, ambienti e location simulati.[132]

Costumisti[modifica | modifica wikitesto]

Una scena tratta da Il Casanova di Federico Fellini (1976), film che ha valso a Danilo Donati il suo secondo Oscar per i costumi

Nel cinema primitivo, ancora ridotto a mezzo tecnico privo di abbienti risorse economiche, l'operato dei costumisti non presenta particolari problemi espressivi, se non gli stessi emersi da sempre negli spettacoli teatrali.[133] Con l'inizio degli anni Dieci alcuni registi prestano una più decisa attenzione all'uso dei costumi. A farlo è soprattutto il regista Giovanni Pastrone che nel proprio kolossal Cabiria (1914) viene coadiuvato dal pittore Camillo Innocenti e da diciotto disegnatori, che nel realizzare i costumi prendono spunto da frequenti e reiterate visite a musei dell'antichità.[133] Da lì in avanti e in tutte le sue stagioni, il cinema italiano ha potuto frequentemente contare su validi ed efficienti costumisti. Dell'epoca del muto si ricordano: Duilio Cambellotti e Luigi Sapelli. Con la nascita del sonoro la personalità più eminente è Gino Carlo Sensani che firma i costumi in alcuni film dei maggiori registi del periodo. Alla sua scuola, presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma, si formano Maria De Matteis, Dario Cecchi, Maria Baronj e Piero Gherardi.[133]

Altri costumisti d'eccezione sono stati Virgilio Marchi, Antonio Valente e l'artista romano Vittorio Nino Novarese, che nel 1963 riceve l'Oscar per i costumi nel film Cleopatra, di Joseph L. Mankiewicz. Si ricordano ancora Pier Luigi Pizzi, Milena Canonero (Oscar nel 1976 per Barry Lyndon di Stanley Kubrick) e Gabriella Pescucci, vincitrice del premio Oscar per L'età dell'innocenza (1993) di Martin Scorsese e costumista del film C'era una volta in America (1984) di Sergio Leone. A loro volta troviamo Nanà Cecchi, che ha lavorato in sede internazionale per film interpretati da Richard Gere e Sean Connery e Ugo Pericoli, che ha collaborato con Steno, Luigi Zampa, Dino Risi ed Ettore Scola.[133] Fondamentale il sodalizio stabilito con Federico Fellini oltre che da Piero Gherardi, dal costumista e scenografo Danilo Donati. L'artista emiliano - due volte insignito dell'Oscar per i film Romeo e Giulietta (1968) e Il Casanova di Federico Fellini (1976) - ha lavorato, a partire da Fellini Satyricon (1969), a gran parte delle opere del regista riminese, trovando consenso internazionale grazie ad una precisa ricostruzione filologica di abiti e costumi.[133] Da non dimenticare, naturalmente, i costumisti Piero Tosi, Lucia Mirisola, Maurizio Millenotti, Anna Anni, Francesca Sartori e Carlo Simi, collaboratore costante in tutti i film western di Sergio Leone.

Doppiatori[modifica | modifica wikitesto]

In alto un giovane Ferruccio Amendola

Nel 1932 apre i battenti il primo stabilimento di doppiaggio italiano presso la società Cines-Pittaluga cui seguono la Fotovox e la ItalaAcustica nel 1933, anno in cui lo stabilimento di doppiaggio Fono Roma viene attrezzato con l’apposito strumentario tecnico.[134] Nella seconda metà degli anni trenta il doppiaggio italiano viene ad assumere precise caratteristiche tecniche e artistiche, arrivando a delineare i principali requisiti del doppiatore che poggiano sull'innata dote di una voce calda ed espressiva.[134] Queste qualità hanno reso celebre la scuola di doppiaggio italiana, che nel tempo, ha visto impegnati qualificati attori di teatro e di cinema, nonché, ovviamente, specialisti del settore. Tra i molti riportiamo: Giorgio Albertazzi, Gino Cervi, Enrico Maria Salerno, Giancarlo Giannini, Alberto Sordi, Giulio Panicali, Pino Locchi, Giuseppe Rinaldi, Cesare Barbetti, Renato Turi e Oreste Lionello, per anni inconfondibile voce del regista e attore comico Woody Allen.[134]

Nel 1944 nasce la prima e più importante cooperativa di doppiaggio, la CDC (Cooperativa Doppiatori Cinematografici), che assembla circa 150 iscritti divisi in varie categorie (direttori di doppiaggio, protagonisti, comprimari, caratteristi e generici), e nel 1945 viene alla luce la ODI (Organizzazione Doppiatori Italiani), che raggruppa attori per lo più provenienti dal teatro.[134] Tra le altre cose, alla fine degli anni trenta si afferma la pratica di doppiare alcuni attori italiani. Questo fenomeno dilaga fino alla metà degli anni sessanta e trova la sua ragion d'essere nell'insoddisfazione del regista per la dizione dell'attore di turno e per una generale diffidenza dei produttori rispetto alle voci di alcune attrici italiane, considerate troppo ruvide o sgradevoli, sia nel timbro che nel tono.[134] Altri sicuri protagonisti dell'arte del doppiaggio sono stati i professionisti Manlio Busoni, Glauco Onorato, Fiorella Betti, Anna Miserocchi e naturalmente Ferruccio Amendola, forse l’esempio più duttile e moderno nell'utilizzare una tornita dizione, capace di scardinare la rigidità delle varie tecniche tradizionali. La sua voce ha prestato per anni inflessioni e cadenze ad attori del calibro internazionale di Dustin Hoffman, Robert De Niro e Al Pacino.[134]

Il cinema di genere italiano[modifica | modifica wikitesto]

Accanto al cinema neorealista ed esistenziale degli autori, della commedia all'italiana e del cinema di denuncia sociale, a partire dal secondo dopoguerra, si sviluppa un cinema italiano più popolare che se da una parte viene snobbato e osteggiato dalla critica, dall'altra viene accolto con entusiasmo da gran parte del pubblico, nazionale e internazionale. Dopo aver toccato il proprio culmine negli anni sessanta e settanta del Novecento, il cinema di genere entra in declino a metà degli anni ottanta per due motivi principali: da una parte la grave crisi che colpisce tutto il cinema italiano e dall'altra l'affermazione della televisione commerciale, che in pochi anni priva le sale cinematografiche del suo pubblico abituale. Tale tipo di cinema è venuto ad affievolirsi ed a scomparire all'inizio degli anni novanta.

I generi cinematografici prodotti in Italia sono stati molteplici (variando a seconda dei decenni) e molte volte si sono incrociati tra loro, attraverso varie commistioni e fusioni. Qui di seguito è rappresentata una sommaria lista dei vari generi cinematografici che hanno incontrato, in periodi diversi, maggior successo.

Melodramma[modifica | modifica wikitesto]

Fra la metà degli anni quaranta e la metà degli anni cinquanta fiorisce il genere dei melodrammi popolari, detti comunemente strappalacrime. Le esili trame sono spesso costruite attorno a giovani coppie unite dall'amore ma divise dai ceti sociali di appartenenza, con particolare insistenza sulle sofferenze, le vessazioni e le rinunce che i personaggi (soprattutto femminili) sono costretti a subire. I melodrammi strappalacrime vengono subito considerati dalla critica alla stregua di fotoromanzi cinematografici e, dunque, privi di qualsiasi finalità artistica; per tutta risposta il successo di pubblico è immediato.

Il regista principale è Raffaello Matarazzo, attivo già dai tempi del fascismo e prolifico autore di una serie di film interpretati da Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. Il suo film Catene (1949) è il maggior incasso in Italia nella stagione 1949-50, successo che prosegue nell'annata seguente, dove altre sue pellicole, I figli di nessuno (1951) e Tormento (1950), entrambe ancora con la coppia Nazzari-Sanson, si piazzano rispettivamente al primo ed al secondo posto della classifica delle maggiori entrate cinematografiche. Di Matarazzo si ricordano ancora: Chi è senza peccato... (1952), Torna! (1953), Giuseppe Verdi (1953), incentrato sulla biografia del grande musicista, e infine l'atipico La nave delle donne maledette (anch'esso del 1953), dove il regista affronta il tema universale dell'ingiustizia e della violenza con una carica erotica, per i tempi, assolutamente inusitata.[135]

Raffaello Matarazzo

Tra i vari specialisti nel genere strappalacrime troviamo: Guido Brignone, Duilio Coletti, Luigi Capuano, Gennaro Righelli, Mario Bonnard, Ubaldo Maria Del Colle, Giorgio Walter Chili, Carlo Borghesio, Giorgio Pàstina, Flavio Calzavara, Carlo Campogalliani e Mario Sequi. Il filone viene ugualmente affrontato dagli autori Giuliano Biagetti, Renato Polselli, Roberto Mauri, Carmine Gallone, Leonardo De Mitri, Giuseppe Guarino e Mario Costa. Alberto Lattuada si cimenterà nel melodramma con la pellicola Anna (1951) con protagonista Silvana Mangano, che toccherà il miliardo di lire d'incasso. Riccardo Freda, Sergio Corbucci e Vittorio Cottafavi, prima di prendere strade diverse nell'ambito del cinema popolare, inizieranno le loro carriere proprio con questo genere di film.

Nel decennio successivo il melodramma tenta di aggiornarsi ai gusti del pubblico. I film di questo periodo hanno come argomento storie di minori con genitori distaccati o in procinto di separarsi, destinati a morire per una disgrazia o una malattia. Altri copioni raccontano coppie in crisi che ritrovano l'amore, prima di essere nuovamente separate da un destino avverso. Capostipite di questo revival è la pellicola Incompreso di Luigi Comencini (1966) - con il piccolo Stefano Colagrande - di cui è stato girato un remake, nel 2002, con Luca Zingaretti e Margherita Buy, per la regia di Enrico Oldoini.

La popolarità del film dà il via a una serie di imitazioni più o meno esplicite lungo tutti gli anni settanta. Tra i titoli di maggior successo si ricordano: Anonimo veneziano (1970) ed Eutanasia di un amore (1978) di Enrico Maria Salerno, L'ultimo sapore dell'aria (1978) di Ruggero Deodato, Cuore (1973) di Romano Scavolini, Il venditore di palloncini (1974) di Mario Gariazzo, L'ultima neve di primavera (1973) e Bianchi cavalli d'agosto (1975) di Raimondo Del Balzo. Contemporaneamente si provvede a una riconsiderazione critica dei film di Raffaello Matarazzo, a lungo considerato un mestierante senza personalità e ora rivalutato per la competenza della messa in scena e le invenzioni cinematografiche[136]. Nel 1974 vengono girati alcuni remake tratti dalle sue pellicole: I figli di nessuno di Bruno Gaburro e Catene di Silvio Amadio. Il filone continua con successo fino alla metà degli anni ottanta, quando la scomparsa dei generi popolari relega i film sentimentali alla produzione televisiva.

In tale genere va inserito il fortunato sotto-filone delle sceneggiate napoletane, interpretate da un'autentica schiera di divi regionali come Pino Mauro, Mario Trevi e soprattutto Mario Merola e Nino D'Angelo. I titoli più famosi di questo sottofilone sono: Zappatore (1980), Lacrime napulitane (1981), Carcerato (1981) e I figli... so' pezzi 'e core (1981), tutti diretti dal regista romano Alfonso Brescia.

Peplum e Cappa e spada[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Peplum.
La locandina americana del film Le fatiche di Ercole (1958) di Pietro Francisci

Appartengono al genere peplum una vasta quantità di film ambientati esclusivamente nell'antichità, narranti fatti mitologici o biblici, nati sulla scia del successo di kolossal hollywoodiani come Ben Hur (1959). Tali pellicole narrano le gesta di potenti eroi mitologici come Ercole, Golia, Maciste, Sansone o Ursus. Queste figure si pongono costantemente in lotta per liberare popoli da mostri di varia natura o sovrani malvagi, investendosi della missione di salvare fanciulle in pericolo. Tali personaggi entrano da subito nell'immaginario collettivo e vengono interpretati da attori americani provenienti da esperienze di body-builder come Gordon Scott, Steve Reeves e Brad Harris. Tale tipologia di pellicole inizia, dalla metà degli anni sessanta, a mescolarsi con altri lungometraggi di genere come l'horror, al puro scopo di attirare in sala un numero crescente di pubblico, oramai disaffezionato alla pura categoria dei film mitologici.

Le trame incrociate e sincretiche, che legano improbabili compresenze di miti ed eroi, il dialogo fuori sincrono, la recitazione legnosa dei personaggi, uniti ai primitivi effetti speciali hanno contribuito ad etichettare tali opere come mere riproposizioni dei più abbienti e sfarzosi peplum hollywoodiani. Non sono mancate, comunque, produzioni di maggior qualità che hanno visto come protagonisti affermati interpreti nazionali ed esteri. Eccezion fatta per i kolossal del muto, già esaminati in precedenza, alcuni titoli tra i più significativi usciti tra gli anni cinquanta e sessanta sono: Ulisse di Mario Camerini (1954), con Kirk Douglas e Silvana Mangano, Le fatiche di Ercole (1958) di Pietro Francisci, ed Ercole al centro della Terra (1961), del regista ligure Mario Bava.

Analogo al peplum è il genere "cappa e spada", in cui, si inseriscono film avventurosi e storici ambientati nel Medioevo o nel Rinascimento. Tali film narrano le gesta di uomini e donne realmente esistiti oppure vedono protagonisti i personaggi della narrativa avventurosa. La critica ha in seguito bollato questi generi come immensi spettacoli di cartapesta, promossi al puro scopo commerciale, volutamente privi di qualsiasi velleità artistica.

Western[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Western all'italiana.

Sergio Leone è unanimamente considerato il precursore del cinema western all'italiana. Figlio del cineasta Roberto Roberti, dopo alcune prove come aiuto regista in varie produzioni hollywoodiane, fa il suo esordio alla regia nel 1961, con il peplum Il colosso di Rodi. Tre anni più tardi, sulla scia dei grandi maestri americani, si dedica al genere western lanciando nelle sale il film Per un pugno di dollari (1964), seguito da Per qualche dollaro in più (1965) e dal Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Tali film, tutti interpretati dall'attore americano Clint Eastwood, vengono comunemente denominati la trilogia del dollaro. La forza innovativa di tali pellicole risiede nel rifiuto del western americano tradizionale, non più incentrato sul mito della frontiera o sulle guerre con gli indiani ma su eroi cinici e disincantati, avvolti in un mondo dove conta solo la violenza e la sopraffazione[137]. Tutto ciò è rafforzato da uno stile registico irreale e iperbolico, perfettamente coadiuvato dalle colonne sonore di Ennio Morricone. La qualità filmica della trilogia raggiunge l'apice con Il buono, il brutto, il cattivo: una sorta di aggiornamento de La grande guerra di Mario Monicelli e raccontato mescolando toni picareschi a momenti di grande lirismo. A questo trittico seguiranno il kolossal epico C'era una volta il West (1968), girato in parte nella Monument Valley, e Giù la testa (1971). Sergio Leone, snobbato all'epoca da buona parte della critica, viene oggi celebrato come uno dei registi italiani più noti e acclamati nel mondo.[138]

Il successo mondiale dei film di Leone apre la strada a una moltitudine d'imitazioni made in Italy (circa cinquecento pellicole spalmate in quindici anni), alcune delle quali hanno riscontrato un notevole seguito sia nazionale che estero. È il caso del lungometraggio Django (1966), diretto da Sergio Corbucci. Django (primo western italiano vietato ai minori di diciotto anni) ha conosciuto una larga fortuna oltre oceano, lanciando il divo e primo attore Franco Nero. Il film ha dato vita a una miriade di imitazioni e un solo sequel originale: Django 2 - Il grande ritorno, per la regia di Ted Archer (1987). Il regista americano Quentin Tarantino ha intitolato il suo primo e unico western con il nome di Django Unchained, dichiarato omaggio al film di Corbucci. Oltre a Franco Nero si sono distinti nel genere altri attori di fama quali Giuliano Gemma, Fabio Testi ed Enrico Maria Salerno.

Tra le altre pellicole rientranti nel medesimo genere si ricordano: Il grande silenzio (1969) e Vamos a matar, compañeros (1970), sempre di Sergio Corbucci, La resa dei conti (1966) e Faccia a faccia (1967) di Sergio Sollima, Una pistola per Ringo (1965), Il ritorno di Ringo (1966) e Viva la muerte... tua! (1972) di Duccio Tessari, Quién sabe? (1966) di Damiano Damiani, Arizona Colt (1966) di Michele Lupo, Sugar Colt (1966) di Franco Giraldi e Tepepa (1968) di Giulio Petroni. Negli anni settanta si evidenziano: La vendetta è un piatto che si serve freddo (1971) di Pasquale Squitieri, Keoma (1976) di Enzo G. Castellari, I quattro dell'apocalisse (1975) e Sella d'argento (1978) di Lucio Fulci.

Al filone degli spaghetti-western si ricollegano le commedie vicine al genere del film comico, scritte e dirette dal regista Enzo Barboni (firmatosi sempre con lo pseudonimo di E.B. Clucher) e con protagonisti gli attori Bud Spencer e Terence Hill (nomi d'arte degli italiani Carlo Pedersoli e Mario Girotti). I due film più importanti del duo, che coniugano con simpatia risate e scene d'azione, sono Lo chiamavano Trinità... (1970) e il seguito ...continuavano a chiamarlo Trinità (1972), quest'ultimo è risultato campione d'incassi nella stagione cinematografica 1971-1972. Entrambi gli attori, su proposta del regista Ermanno Olmi, vengono insigniti, nel 2010, del David di Donatello alla carriera. Da menzionare, inoltre, il film del 1973 Il mio nome è Nessuno, per la regia di Tonino Valerii. La pellicola, prodotta da Sergio Leone e interpretata da Terence Hill, unisce l'epicità di opere come C'era una volta il West con elementi tipici della farsa e della commedia.

Giallo, thriller e horror[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giallo all'italiana.

All'interno del cinema di genere, grande rilevanza assumono le categorie del thriller e dell'horror, che proprio in Italia hanno avuto, all'inizio degli anni sessanta, un notevole successo, che si è protratto con fortuna per molti decenni. I registi italiani che si sono cimentati in tali generi sono stati spesso fonte d'ispirazione per un'intera schiera di registi internazionali tra i quali si ricordano: Brian De Palma, Tim Burton e Quentin Tarantino.[139]

I due registi di maggior rilievo sono stati Mario Bava e Dario Argento. Il primo, direttore della fotografia passato alla regia, ha creato un deciso presupposto per creare un vero horror di qualità, rivelandosi, al tempo stesso, un notevole narratore di immagini, colto e raffinato. Fra i titoli fondamentali della sua filmografia si enumerano: La maschera del demonio (1960), La frusta e il corpo (1962), I tre volti della paura (1965), Operazione paura (1966) e l'antesignano del moderno slasher Reazione a catena (1971).

Dario Argento, ideale continuatore di certe atmosfere baviane, ha avuto il merito di trainare l'horror italiano verso il grande pubblico, riscontrando fortuna e successi per tutti gli anni settanta e ottanta. La poesia macabra di Argento è resa tale da una sapiente miscela che varia dal thriller all'horror di natura fantastica, con lungometraggi che sono tuttora presi a modello sia dal punto di vista estetico che da quello narrativo. Pur avendo attinto a piene mani da pellicole come La ragazza che sapeva troppo (1963) e Sei donne per l'assassino (1964) di Mario Bava, Argento, nelle sue opere migliori, ha saputo emanciparsi dal suo maestro grazie ad un uso incalzante del montaggio in combinazione a colonne sonore rimaste negli annali (fondamentale la collaborazione con il gruppo musicale dei Goblin). Opere come L'uccello dalle piume di cristallo (1970) e Profondo rosso (1975), hanno imposto figure e maniere (killer con impermeabile nero, soggettive dell'assassino, telefonate misteriose etc..) ampiamente riprese da tutto il thriller italiano e internazionale.[140] Tra i vari titoli della sua filmografia si ricordano: Il gatto a nove code (1971), 4 mosche di velluto grigio (1971), Suspiria (1977), Inferno (1980), Tenebre (1982), Phenomena (1985) ed Opera (1987).

Giuliana Calandra in una famosa sequenza di Profondo rosso (1975) di Dario Argento

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Un altro pioniere è l'artista Riccardo Freda, che con il gotico I vampiri (1956), diviene il primo regista italiano, dall'epoca del sonoro, a dirigere un film dal solido impianto horror. Altri lungometraggi da segnalare sono L'orribile segreto del dr. Hichcock (1962) e Lo spettro (1963). Sempre negli anni sessanta si registra la pellicola Danza macabra (1964), di Antonio Margheriti, dove l'eleganza classica della messa in scena fonde il romanticismo macabro con temi sessuali morbosi e suggestivi.[141]

Nell'ambito di questi due generi, tuttavia, intorno agli anni settanta si sviluppa un'ondata di registi che ha reinventato diverse forme di cinema horror lasciando contributi di assoluto rilievo. Fra i tanti è possibile ricordare Lucio Fulci con le opere Non si sevizia un paperino (1972), Zombi 2 (1979), Paura nella città dei morti viventi (1980), ...E tu vivrai nel terrore! L'aldilà (1981) e Quella villa accanto al cimitero (1981), che gli fanno guadagnare dalla stampa francese gli appellativi di poeta del macabro e Godfather of gore.[142] La critica italiana, viceversa, ha rivalutato le opere fulciane solo in tempi recenti, considerando molti suoi film veri e propri capisaldi del genere splatter.[143]

Non passa inosservato il regista bolognese Pupi Avati che si mette in evidenza con le pellicole La casa dalle finestre che ridono (1976), con Lino Capolicchio, e Zeder (1983). Si segnalano ulteriormente le opere di Ubaldo Ragona con L'ultimo uomo della Terra (1963) e Francesco Barilli che dirige Il profumo della signora in nero (1974). Si possono menzionare ancora: Sergio Martino per i film Lo strano vizio della signora Wardh (1970) e I corpi presentano tracce di violenza carnale (1972), Ruggero Deodato con La casa sperduta nel parco (1980), Pasquale Festa Campanile per la pellicola Autostop rosso sangue (1977), Aldo Lado con La corta notte delle bambole di vetro (1971) e Chi l'ha vista morire? (1972) e Massimo Dallamano nei seguenti Cosa avete fatto a Solange? (1972) e Il medaglione insanguinato (1974).

Nel decennio successivo si mette in mostra Lamberto Bava (figlio del più celebre Mario) con numerosi lungometraggi che virano decisamente verso l'horror e lo splatter. Tra i molti si riportano: La casa con la scala nel buio (1983), il dittico Dèmoni (1985) e Dèmoni 2... L'incubo ritorna (1986), Morirai a mezzanotte (1986) e il remake de La maschera del demonio, uscito nel 1989. Ugualmente si mette in evidenza Michele Soavi, autore di numerosi film prodotti dal cineasta Dario Argento. Tra le sue opere più note vi sono: Deliria (1987), La chiesa (1989), La setta (1991) e Dellamorte Dellamore (1994). Lo stesso Federico Fellini si è concesso un'intrigante divagazione horror nell'episodio Toby Dammit, facente parte del film a episodi Tre passi nel delirio (1967).

il sottogenere splatter[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Splatter.
Una scena del film Zombi Holocaust (1979) di Marino Girolami

Nel corso degli anni settanta il cinema horror italiano sconfina più volte nel sottogenere splatter e nel gore, dando vita a un filone esecrato dalla critica dell'epoca ma che, in alcuni casi, è stato decisamente rivalutato, lasciando un proprio segno nell'immaginario cinematografico italiano.

Suscita interesse internazionale il genere "cannibalistico", avviato da Umberto Lenzi nel 1972 con Il paese del sesso selvaggio. L'idea di ambientare storie horror/avventurose in scenari esotici e solari si rivela vincente, soprattutto sotto il profilo commerciale, tanto da far sviluppare negli anni successivi un vero e proprio filone. Esempi ne sono La montagna del dio cannibale (1978) di Sergio Martino e il trittico di Umberto Lenzi Mangiati vivi! (1979), Cannibal Ferox (1980) e Incubo sulla città contaminata (1980), precursore, quest'ultimo, di film come 28 giorni dopo e 28 settimane dopo. Si rilevano ancora Emanuelle e gli ultimi cannibali (1977) e Antropophagus (1980) di Joe D'Amato, Zombi Holocaust (1979) di Marino Girolami, Ultimo mondo cannibale (1977) e Cannibal Holocaust, ambedue di Ruggero Deodato. Quest'ultimo lungometraggio, uscito nel 1980, ha avuto numerosi strascichi polemici per via dell'estrema violenza impartita realmente a molti animali. Condannato e sequestrato più volte è tornato nuovamente in circolazione con appositi tagli di censura.[144] Tale compiacimento nel mostrare efferatezze di ogni tipo ha avuto un diretto antecedente nel semidocumentario Mondo cane (1961), diretto da Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi, che in virtù delle curiose sequenze e delle violenze rappresentate ha riscosso un successo addirittura internazionale.[145]

Nel corso degli anni ottanta, questi film d'eccezione diventano una vera e propria prassi, quasi una regola. Non a caso vengono prodotte decine di pellicole thriller/horror di bassa qualità (all'epoca si preferiva usare la definizione "Serie Z", analoga al B-movie), spesso seguiti apocrifi di film d'oltreoceano. Gli scarsi mezzi produttivi di queste pellicole (con regie approssimative, sceneggiature stiracchiate e cast poco più che dilettanteschi), non hanno impedito a questi film di conquistarsi, nel tempo, un'ampia schiera d'estimatori.[146]

Poliziesco all'italiana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Poliziottesco.
Il regista Fernando Di Leo

Altro genere di successo negli anni settanta è il cosiddetto poliziesco all'italiana (detto in gergo poliziottesco), in cui vengono trattate storie di poliziotti o commissari dai metodi poco ortodossi, talvolta non tanto differenti da quelli dei loro antagonisti. Tali figure sono spesso alle prese con delinquenti, terroristi e organizzazioni criminali e agiscono sullo sfondo delle principali città italiane come Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova e Bologna. Protagonisti di questi lungometraggi possono essere, altresì, normali cittadini, sovente vittime di episodi criminosi che, di fronte all'inefficienza e alla lentezza della giustizia, agiscono in solitudine, divenendo una sorta di vendicatori in lotta contro il crimine.

Tali film, carichi di azione, inseguimenti e scene violente, hanno evidenti richiami a fatti di cronaca nera. Non bisogna dimenticare che tali operazioni cinematografiche risentivano fortemente del clima angusto formatosi durante gli anni settanta caratterizzato dagli anni di piombo e dalla strategia della tensione. In questo contesto, la larga diffusione di tali produzioni ha generato nel pubblico un forte consenso emotivo, spingendo numerosi registi a intraprendere la strada del cinema di genere. Al contrario la critica tende, fin da subito, a ridimensionare la portata del fenomeno nonché la qualità artistica di tali prodotti, denigrandone esplicitamente i contenuti; spesso bollati come qualunquisti se non addirittura eversivi.

Bisogna, inoltre, aggiungere come la diffusione del poliziesco sia mutuata dall'esplosione precedente del genere western, di cui, in parte ne riprende stili e contenuti. A mutare è solo il paesaggio che vira bruscamente dal mondo rurale ai bassifondi urbani dove la continua lotta tra bene e male non è altro che una moderna riproposizione dei tipici duelli in salsa western. Tale genere diviene, dunque, il naturale erede del western all'italiana, dove atmosfere e situazioni tipiche dei fuorilegge e degli sceriffi vengono abilmente calate nel contesto moderno. La critica individua nel film Banditi a Milano (1968), per la regia di Carlo Lizzani, il diretto antesignano di tale filone.[147] L'opera prende spunto dalle imprese criminali operate in Lombardia dalla banda Cavallero e si avvale della mimetica interpretazione di Gian Maria Volontè.

Uno dei principali artefici della fortuna del poliziesco italiano è senz'altro Fernando Di Leo, che in più occasioni, con film come Milano calibro 9 (1972), La mala ordina (1972) e Il boss (1973), ha saputo creare un cinema di genere maturo ed efficace. Autore di alcuni dei più interessanti film noir italiani, è stato oggetto negli anni duemila di una autentica riscoperta critica, venendo tutt'oggi considerato un maestro del cinema poliziesco.[148] Si ricorda, inoltre, l'atipico noir on the road Cani arrabbiati (1974), del cineasta Mario Bava. La pellicola, cinica, iperviolenta e beffarda, viene subito bloccata per fallimento dal produttore, per poi essere rimontata e doppiata negli anni novanta, facendone uscire sul mercato almeno sei versioni differenti.[149] Altri registi di sicura importanza sono stati: Steno, Umberto Lenzi, Stelvio Massi, Franco Martinelli ed Enzo G. Castellari. Tra gli attori hanno avuto fortuna interpreti come Maurizio Merli, Franco Nero, Gastone Moschin, Mario Adorf, Tomás Milián, Luc Merenda, Ray Lovelock, Franco Gasparri e John Saxon.

Opere come La polizia ringrazia (1972), La polizia incrimina, la legge assolve (1973), Il cittadino si ribella (1974) , Roma violenta (1975), Mark il poliziotto (1975), Roma a mano armata (1975), Napoli violenta (1976), Il cinico, l'infame, il violento (1977) e La banda del gobbo (1977), sono stati di recente oggetto di rivalutazione da molta parte della critica cinematografica, anche in virtù del regista Quentin Tarantino, che in più occasioni ha pubblicamente elogiato l'artigianato di lusso di tali pellicole.[150]

Così come nello spaghetti-western, anche in questo genere si è sviluppato un sottofilone comico, in particolar modo nella serie di film che hanno visto protagonista il colorito commissario Nico Giraldi, interpretato da Tomas Milian, che in precedenza aveva preso parte a molti poliziotteschi di carattere drammatico. Nel medesimo sottofilone rientra la saga del poliziotto napoletano Piedone, che vede la pubblicazione di quattro lungometraggi, tutti diretti da Steno e interpretati dall'attore Bud Spencer, con al fianco il caratterista Enzo Cannavale. Il successo del poliziesco all'italiana è stato, comunque, tanto intenso quanto breve; infatti la produzione di tali film è durata poco più che un decennio, per poi scomparire del tutto alla fine degli anni ottanta. Attualmente il poliziesco ha trovato una sua dimensione sul piccolo schermo (sotto forma di fiction), ad uso e consumo di un pubblico familiare, privando il genere della carica violenta e iperrealistica che lo aveva caratterizzato al cinema.

Spionistico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema italiano di spionaggio.

Il genere spionistico fa la sua comparsa nel cinema italiano tra la metà degli anni anni sessanta e la metà dei settanta, raggiungendo il suo culmine tra il 1965 e il 1967 con l'uscita di oltre cinquanta film fanta-spionistici, tutti di poche pretese e realizzati sull'onda del successo mondiale conseguito dalle pellicole di James Bond, all'epoca interpretato da Sean Connery.[151]

Questa serie di film (realizzati sempre in tempi brevissimi e a basso costo), si propongono di ricreare situazioni e azioni che vedono come protagonisti agenti segreti in lotta contro organizzazioni terroristiche o talvolta contro scienziati con deviazioni comportamentali, che spesso detengono per fini eversivi ordigni o armi apocalittiche. I protagonisti di turno hanno il compito di ricalcare pedissequamente la figura dell'agente James Bond, con anch'essi annessa la notoria sigla 007 o declinata in altri numeri come 008, 009 e molti ancora. Per la scelta del cast femminile, spesso sono state ingaggiate attrici di fama, che in precedenza avevano lavorato in film spionistici americani ad alto budget e sicuro successo. Proprio come lo spaghetti-western e il poliziottesco, anche questo genere ha partorito un sottofilone comico-parodistico, in voga specialmente negli anni sessanta come si evince nel film Le spie vengono dal semifreddo (1966), del regista Mario Bava. La realizzazione della pellicola ha coinvolto una coproduzione Italia-USA, in cui recita la coppia comica Franco e Ciccio assieme a Vincent Price. Non mancano le parodie aventi come protagonista l'agente James Tont interpretate da Lando Buzzanca, e la simpatica caricatura del superagente Flit impersonato dal comico televisivo Raimondo Vianello.

Tra i pochi precursori del genere spionistico in Italia troviamo Lotte nell'ombra (1938) di Domenico Gambino e La casa senza tempo (1943) di Andrea Forzano: un fanta-spionistico "giallo-rosa" realizzato come film di propaganda fascista e poi ridoppiato nel 1945 subito dopo la fine della guerra. Tale filone si è sviluppato non solo in Italia ma anche in altri paesi come la Francia (è nota la serie dell'agente segreto Francis Coplan). Di conseguenza la critica americana dell'epoca ha etichettato questi film europei (inclusi quelli italiani) sotto il nome di Eurospy.

Guerra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Euro War.

Euro War (o in gergo Macaroni Combat) è la dicitura americana che indica specifici film bellici sviluppatisi in Italia tra gli anni sessanta e ottanta. Il genere, per ovvie ragioni propagandistiche, ha avuto una prima diffusione già in epoca fascista, senza incontrare tuttavia un largo consenso di pubblico. Il cinema a tematica bellica, già attivo negli Stati Uniti negli anni cinquanta, conosce una certa popolarità a partire dagli anni sessanta, spesso dotandosi di mezzi produttivi esigui e con attori il più delle volte sconosciuti. Il soggetto e la sceneggiatura si ispirano in gran parte a scene di guerra realmente accadute o, in alcuni casi, semplicemente immaginarie ed hanno come ambientazione luoghi esotici come l'America latina, l'Asia od il Medio Oriente. Durante gli anni ottanta, si assiste a una vertiginosa produzione di opere di natura bellica, spesso con il palese intento di omaggiare film statunitensi più costosi ed eclatanti come Papillon (1973), Apocalypse Now (1979) e Rambo (1982).

Tra i registi che si sono distinti in questo genere troviamo: Enzo G. Castellari, Umberto Lenzi, Joe D'Amato, Claudio Fragasso, Bruno Mattei, Fabrizio De Angelis, Camillo Teti, Armando Crispino, Ignazio Dolce e Antonio Margheriti, mentre tra gli attori ricorrenti si ricorda l'attore tedesco Klaus Kinski. Il film più famoso del genere è Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, uscito nel 1978, che ha avuto un buon riscontro anche negli Stati Uniti. Non a caso, il regista Quentin Tarantino si è ispirato in parte a esso per realizzare il suo Bastardi senza gloria (Inglorious Basterds), che richiama il titolo dell'opera di Castellari uscita per il mercato americano.[139]

Altri titoli da citare sono: Commandos (1968), 5 per l'inferno (1969), La legione dei dannati (1969), I lupi attaccano in branco (1970), Il grande attacco (1978), L'ultimo cacciatore (1980), Fuga dall'arcipelago maledetto (1981), Tornado (1983), Arcobaleno selvaggio (1984), Un ponte per l'inferno (1985), Squadra selvaggia (1985), Commando Leopard (1985), Tempi di guerra (1987), Il triangolo della paura (1987), Trappola diabolica (1987), Cobra Mission (1986) e Cobra Mission 2 (1989). Altre realizzazioni inseribili nel filone sono: Bianco Apache (1987), Double Target (Doppio bersaglio) (1987), Bye Bye Vietnam (1988), Commander (1988), Strike Commando (1988), Angel Hill - L'ultima missione (1988), I ragazzi del 42º plotone (1989), Nato per combattere (1989), L'ultimo volo all'inferno (1990) e il dittico Indio (1989) e Indio 2 - La rivolta, uscito nelle sale nel 1991.

Fantascienza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema italiano di fantascienza.
Una scena del film Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava

Per quanto non molto ricordato, il cinema italiano ha saputo esprimere un proprio filone di fantascienza, sebbene realizzato in maniera assai più artigianale rispetto a quello hollywoodiano, di cui è rimasto prevalentemente al traino. Se si escludono pellicole del periodo del muto[152] e film farseschi come Mille chilometri al minuto! (1939), Baracca e burattini (1954), o Totò nella luna (1958) - nei quali gli elementi fantascientifici sono utilizzati in funzione della commedia - la fantascienza made in Italy si è sviluppata in modo pertinente a partire dagli anni cinquanta. Tra i vari registi si segnalano Paolo Heusch (La morte viene dallo spazio del 1958) e Riccardo Freda (Caltiki, il mostro immortale del 1959).

Nel corso degli anni sessanta le produzioni fantascientifiche crescono a dismisura con la peculiarità di fondersi frequentemente con altri generi o sottogeneri come a esempio il filone fanta-spionistico. Tra gli autori emergono soprattutto il regista Antonio Margheriti e il già citato Mario Bava, che si distinguono rispettivamente nei filoni dell'avventura spaziale e del fanta-horror. Antonio Margheriti - quasi sempre sotto lo pseudonimo di Anthony M. Dawson - è stato autore di numerosi film di genere dall'ottimo impianto tecnico e realizzativo. Il suo lungometraggio, dal titolo Space Men (1960), è uno dei primi esempi di cinema di fantascienza in Italia, a cui seguono Il pianeta degli uomini spenti (1961) e il ciclo della stazione spaziale Gamma Uno (composto da quattro film usciti nel 1965). Nonostante il livello degli effetti speciali risulti a basso costo, le opere di Margheriti riescono a riscuotere attenzione sia in Italia che all'estero, dando il via alla produzione di una miriade di film fantascentifici, diretti da numerosi registi come Ubaldo Ragona, Carlo Ausino e Pietro Francisci. In tale ambito, il maestro dell'orrore Mario Bava dirige una delle sue opere più riuscite,[152] Terrore nello spazio, uscita nel 1965. L'opera risulta innovativa proprio per la voluta commistione di generi che Bava impartisce al film, dove sequenze horror e cinematografia fantascientifica si mescolano reciprocamente.

Tale copiosa filmografia ha inoltre catturato l'attenzione di altri cineasti, decisamente lontani dal tipo di genere in questione.[152] È il caso di Elio Petri, che dirige nel 1965 La decima vittima, con Marcello Mastroianni e Ursula Andress, e di Marco Ferreri che nel 1969 porta sullo schermo Il seme dell'uomo, con Marco Margine e Anne Wiazemsky. Nello stesso periodo, il filone fantascientifico si incrocia spesso con quello della satira e della critica sociale, fornendo in alcuni casi contributi del tutto originali.[153]

Dalla fine degli anni settanta la produzione vira verso temi più avventurosi, spensierati e infantili. Tra le opere più emblematiche del periodo viene spesso citato Scontri stellari oltre la terza dimensione (1978), di Luigi Cozzi, uscito a poca distanza dal primo episodio di Guerre stellari di George Lucas e promosso come risposta italiana a tale film, nonostante risultasse, per gli standard hollywoodiani, poco più che un B movie. Tra le poche parodie del genere si riporta la pellicola SuperAndy - Il fratello brutto di Superman (1979), con interprete l'attore comico Andy Luotto, per la regia di Paolo Bianchini.

Dopo una produzione commerciale relativamente ricca di film a basso costo sempre a imitazione dei film statunitensi di maggiore successo, alla fine degli anni ottanta il cinema di genere italiano entra in crisi e il filone fantascientifico perde consistenza, fino a scomparire quasi del tutto all'inizio degli anni novanta. Eccezione rilevante è Nirvana del 1997 di Gabriele Salvatores, un film ispirato al filone cyberpunk che costituisce la produzione cinematografica fantascientifica italiana più costosa di sempre e quella di maggiore successo commerciale[154][155]

Musical e Musicarelli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Musicarello.
Ettore Giannini, autore del film Carosello napoletano (1953) : unico musical cinematografico italiano ad aver ricevuto riconoscimenti di prestigio internazionale

La cinematografia italiana risulta pressoché estranea al genere del musical, che in maniera opposta ha avuto ampio richiamo negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Tra i pochi film italiani ascrivibili al genere si può citare Carosello napoletano (1953) di Ettore Giannini, interpretato tra gli altri dal cantante Giacomo Rondinella e da un'esordiente Sophia Loren. La pellicola è una versione cinematografica dell'omonima opera teatrale, presentata per la prima volta al Teatro La Pergola di Firenze il 14 aprile 1950, e successivamente al Teatro Quirino di Roma, e portata al successo in molti paesi d' oltreoceano. Questo insolito film-rivista, aiutato da procedimenti stilistici piuttosto originali (con le scenografie di Mario Chiari e la fotografia di Giorgio Sommer), fonde l'eredità colta del vedutismo con l'ingenuità surreale degli ex voto, mescolando regia teatrale e cinematografica con ambizioni proprie del musical hollywoodiano.[156] In virtù di queste caratteristiche, il lungometraggio riceve, nella primavera dello stesso anno, il Prix International al Festival di Cannes.[157]

Dalla fine degli anni cinquanta e fino a tutti gli anni settanta, si sviluppa con notevole fortuna il sottofilone dei cosiddetti musicarelli, che prevedono l'ingaggio e la partecipazione di numerosi cantanti di musica leggera, con l'unico intento di trasformare gli artisti in autentiche star del grande schermo. Queste produzioni (il più delle volte commedie a carattere sentimentale) vedono come protagonisti i cantanti italiani più in voga come Little Tony, Rita Pavone, Gianni Morandi, Caterina Caselli, Iva Zanicchi, Domenico Modugno, Claudio Villa e Bobby Solo, i quali, tra una sequenza e l'altra, propongono i vari successi del momento. A tali produzioni hanno partecipato finanche artisti del calibro di Fred Buscaglione, Luigi Tenco, Mina, Adriano Celentano, Lucio Dalla ed Enzo Jannacci. L'operazione si rivela un successo, consolidando la fama di molte voci italiane, soprattutto di Gianni Morandi e Rita Pavone, che più di tutti incarnavano l'allegria e la spensieratezza del mondo dei teen-ager. Tra i titoli più rappresentativi si ricordano: I ragazzi del juke-box (1959) e Urlatori alla sbarra (1960), di Lucio Fulci, In ginocchio da te (1964), di Ettore Maria Fizzarotti e Rita la zanzara (1966), per la regia di Lina Wertmuller.

Commedia sexy e commedia trash[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Commedia erotica all'italiana.

Negli anni settanta l'allentarsi dei confini della censura, la degenerazione del gusto, e soprattutto la ricerca del successo commerciale mediante investimenti di modesta entità, permettono lo sviluppo, accanto alla più autoriale commedia, della commedia erotica all'italiana. Trame, sceneggiature e dialoghi, generalmente risibili, fanno da pretesto per sviluppare pellicole a sfondo più o meno erotico e dal puro disimpegno. A questo genere di film hanno legato la propria popolarità (almeno inizialmente) attori come Lando Buzzanca, Lino Banfi, Gianfranco D'Angelo, Renzo Montagnani, Pippo Franco, Alvaro Vitali ed attrici come Nadia Cassini, Gloria Guida, Barbara Bouchet, Edwige Fenech, Carmen Villani, Anna Maria Rizzoli e Lilli Carati. In analoghe produzioni hanno presenziato in maniera meno continuativa le attrici e showgirl Michela Miti, Carmen Russo, Lory Del Santo e Pamela Prati. Tra gli autori, i registi che più di tutti si sono distinti nel dirigere tali pellicole sono stati i romani Mariano Laurenti e Michele Massimo Tarantini.

Parimenti, sempre negli anni settanta e ottanta, s'inseriscono numerose sottoproduzioni farsesche dove le varie sceneggiature vengono infarcite di situazioni e gag volutamente grevi, al solo scopo di attirare nelle sale il maggior numero di pubblico. La critica ha sovente bollato tale operazione come cinema trash (ovvero commedie-spazzatura), non riconoscendogli (almeno inizialmente) nessun crisma artistico. All'interno di tale filone vengono annoverati i film aventi come protagonista la scherzosa maschera di Pierino, che riprende con toni più smaccati l'anarcoide personaggio letterario di Gian Burrasca.

A incarnare nell'immaginario popolare il personaggio di Pierino è stato più di tutti l'attore Alvaro Vitali (già spalla felliniana negli anni settanta), che ha visto esaurire il proprio successo con il venir meno di tale genere. Come già ricordato, sia la commedia sexy che la commedia trash sono stati generi apertamente disprezzati dalla critica, non altrettanto dal pubblico, che ha costantemente portato le pellicole ad avere elevati incassi al botteghino. In virtù di ciò, svariati caratteristi, presenti in molti set del periodo, sono divenuti nel tempo molto popolari: basti pensare a Franco Lechner (in arte Bombolo), Ennio Antonelli, Salvatore Baccaro, Nino Terzo e Luigi Origene Sofrano, meglio conosciuto come Jimmy il Fenomeno. Negli ultimi anni tali film sono stati oggetto di una rivisitazione, e in alcuni casi di una rivalutazione, grazie a trasmissioni televisive come Stracult (in onda su Rai 2), ideata dal critico cinematografico Marco Giusti.[158]

Erotico[modifica | modifica wikitesto]

Tinto Brass nel 1990 a Venezia

All'interno del cinema erotico italiano un caso a parte rappresenta l'attività artistica del regista veneziano Tinto Brass. Già assistente di maestri quali Roberto Rossellini e Joris Ivens, intraprende la carriera di regista con il lungometraggio In capo al mondo (1963) a cui segue l'anarcoide Chi lavora è perduto (con Franco Arcalli e Tino Buazzelli). Durante gli anni settanta dirige alcune eccentriche produzioni come Salon Kitty (1976) e Io, Caligola (1979), ottenendo un buon successo con La chiave (1983), dramma erotico con Stefania Sandrelli in vesti inedite e provocanti. Negli anni successivi la produzione di Brass vira decisamente verso il cinema erotico, lanciando di volta in volta un numero cospicuo di attrici emergenti. Tra i suoi film di maggior successo si ricordano: Miranda (1985) con Serena Grandi, Capriccio (1987) con Francesca Dellera, Paprika (1991) con Deborah Caprioglio, Così fan tutte (1992) con Claudia Koll e Senso '45 (2002) con Anna Galiena e Gabriel Garko.

Laura Antonelli in una scena del film Malizia (1973), per la regia di Salvatore Samperi

Tra le numerose pellicole softcore, che tra gli anni settanta e ottanta hanno invaso il mercato italiano, ottiene una larga attenzione il lungometraggio Malizia (1973), di Salvatore Samperi, vero e proprio trampolino di lancio per l'attrice Laura Antonelli. Nel corso della sua carriera l'interprete istriana ha partecipato a numerosi film dal sapore erotico e disimpegnato, non disdegnando cast e produzioni più autoriali. Tra i suoi titoli si enumerano: Il merlo maschio (1971), di Pasquale Festa Campanile (con Lando Buzzanca e Lino Toffolo), Sessomatto (1973), del regista Dino Risi, Divina creatura (1975), di Giuseppe Patroni Griffi e L'innocente (1976), di Luchino Visconti, dove recita al fianco dell'attore Giancarlo Giannini.

Durante gli anni ottanta conosce credito l'affermata attrice teatrale Monica Guerritore. Debutta al cinema nel 1976 accanto a Marcello Mastroianni nel film corale Signore e signori, buonanotte, passando ad interpretare, nel decennio successivo, drammi passionali a sfondo erotico. A tal proposito desta scandalo nel film di Salvatore Samperi Fotografando Patrizia (1984), ricoprendo, in seguito, il ruolo di co-protagonista accanto a Laura Antonelli ne La venexiana di Mauro Bolognini (1986). Lo stesso coniuge e regista Gabriele Lavia la dirige in altrettanti film dal forte contenuto sessuale dal titolo Scandalosa Gilda (1985) e Sensi (1986). Infine, negli anni novanta provocano più clamore che scalpore le criticate pellicole Bambola (1996), del regista spagnolo Bigas Luna e Il macellaio (1998), di Aurelio Grimaldi, che vedono come prime attrici le popolari conduttrici e showgirl Valeria Marini e Alba Parietti.

La crisi degli anni ottanta[modifica | modifica wikitesto]

Agli albori del nuovo decennio si avvertono i primi sintomi di una crisi che esploderà nella seconda metà degli anni ottanta e che si protrarrà, con alti e bassi, fino all'inizio degli anni novanta. Per dare un'idea delle proporzioni di questa crisi industriale, basti pensare che nel 1985 vengono prodotti soltanto 80 film (il minimo dal dopoguerra)[159] e il numero totale di spettatori dai 525 milioni del 1970 scende inesorabilmente a 123 milioni.[160] Si tratta di un processo fisiologico, che investe nello stesso periodo altri Paesi dalla grande tradizione cinematografica come il Giappone, la Gran Bretagna e la Francia. La crisi colpisce soprattutto il cinema italiano di genere, il quale, in virtù dell'affermazione della televisione commerciale, viene privato della stragrande maggioranza del suo pubblico. Cosicché, i film di genere realizzati negli anni ottanta non fanno altro che copiare pedissequamente i blockbuster d'oltreoceano, con il risultato di produrre semplici film di serie B, i quali finiscono direttamente nel circuito dell'home video. Di conseguenza le sale cinematografiche italiane si trovano ad essere monopolizzate dalle più abbienti pellicole hollywoodiane, che da qui in avanti prenderanno il sopravvento.

In questi anni viene a tramontare la commedia all'italiana, in virtù del progressivo esaurirsi della vena creativa dei propri maestri. Tra i più attivi restano Mario Monicelli ed Ettore Scola che proseguono con le produzioni di film più o meno fortunati come: Il marchese del Grillo (1981), Speriamo che sia femmina (1986) e I picari (1988) (per il primo) e La famiglia (1987), Splendor (1989) e Che ora è? (1989) (per il secondo). Nondimeno, il cinema d'autore e quello d'impegno civile tendono ad isolarsi, con una serie di film che difficilmente si inseriscono in uno sviluppo comune. Gli attori di punta della cinematografia italiana avanzano con l'età, portando alla ribalta una nuova generazione di interpreti.

Nel 1980 il trentenne Carlo Verdone propone nel film Un sacco bello un'originale vena comica supportata da un impianto narrativo conforme agli schemi classici della commedia . Il successo dei suoi personaggi stralunati e bizzarri è immediato e porterà l'attore a produrre per tutti gli anni ottanta numerose pellicole, tra le quali si ricordano: Bianco, rosso e Verdone (1981), Borotalco (1982), con Eleonora Giorgi, Acqua e sapone (1983), Io e mia sorella (1987) e il film corale Compagni di scuola (1988). Tra i vari riconoscimenti vanta ben nove David di Donatello e otto Nastri d'argento. Il laboratorio di maturazione e crescita dell'artista è da ritrovarsi nel programma televisivo Non stop, che nel 1978 sforna una ricca fucina di talenti tra i quali Massimo Troisi, Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti e lo stesso Verdone.

L'attore campano Massimo Troisi debutta al cinema con la pellicola Ricomincio da tre, che svela al pubblico tutta la sua comicità innovativa e umorale. Il film, acclamato dalla critica, permette a Troisi di ottenere tre Nastri d'argento (tra i quali uno per il miglior regista esordiente e uno per il miglior attore esordiente) e due David di Donatello per il miglior film e per il miglior attore. Dopo l'uscita della pellicola No grazie, il caffè mi rende nervoso, nel 1983 dirige Scusate il ritardo, con Giuliana De Sio, dove l'attore ha modo di riproporre le caratteristiche dei suoi personaggi precedenti.[161]

Nel 1984 arriva nelle sale cinematografiche Non ci resta che piangere, diretto e interpretato assieme all'amico e collega Roberto Benigni. L'opera è rimasta nell'immaginario collettivo per le numerose invenzioni ideate dai due artisti. Fra le tante, si menziona la scena della scrittura della lettera a Girolamo Savonarola, chiara citazione dell'analoga sequenza interpretata da Totò e Peppino De Filippo in Totò, Peppino e la... malafemmina. Alla 46ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, l'artista napoletano riceve la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (ex aequeo con Marcello Mastroianni) per il film Che ora è?, diretto da Ettore Scola.

Lo stesso Roberto Benigni, dopo alcune felici prove nei film Berlinguer ti voglio bene (1977) e Chiedo asilo (1979), rispettivamente di Giuseppe Bertolucci e Marco Ferreri, mette in scena tutta la sua verve comica nel film da lui diretto Tu mi turbi, uscito nelle sale nel 1983. Già dal 1980 partecipa ad alcuni film dell'amico e musicista Renzo Arbore come ad esempio Il pap'occhio (1980), che vede, oltre al comico toscano, la presenza di un nutrito gruppo di attori quali Andy Luotto, Isabella Rossellini, Franco Bracardi, Mario Marenco e lo scrittore Luciano De Crescenzo (vincitore nel 1985 di un David di Donatello al miglior regista esordiente per il film Così parlò Bellavista). La sua irruenza satirica (propria del vernacolo toscano), unita ad una studio maturo della commedia degli equivoci porterà l'artista di Vergaio a dirigere pellicole di grande successo come Il piccolo diavolo (1988), Johnny Stecchino (1991) e Il mostro (1994), tutte interpretate assieme alla moglie e attrice Nicoletta Braschi.

Francesco Nuti approda al cinema con la commedia surreale Ad ovest di Paperino (1981), dove assieme ad Athina Cenci e Alessandro Benvenuti ripropone vari sketch lanciati nel già citato programma Non stop. Nel 1982 Nuti abbandona il trio dei Giancattivi e inizia la carriera solista prendendo parte, in veste di sceneggiatore e interprete, ad alcuni film diretti da Maurizio Ponzi dal titolo: Madonna che silenzio c'è stasera (1982), Io, Chiara e lo Scuro e Son contento (1983), che gli danno una solida notorietà. Con la pellicola Io, Chiara e lo Scuro si aggiudica il David di Donatello e il Nastro d'Argento come migliore attore protagonista. Il successo continuerà con opere da lui stesso dirette, tra le quali si menzionano: Tutta colpa del Paradiso (1985), Caruso Pascoski di padre polacco (1988) e Willy Signori e vengo da lontano, del 1989.

Maurizio Nichetti nel film Ratataplan (1979)

All'interno di questa "nuova ondata" di talenti va sottolineata l'opera dell'attore e regista Maurizio Nichetti. Artista dalla comicità lunare e sofisticata (derivante dalla tradizione dei mimi e saltimbanco), dirige nel 1979 il suo primo film dal titolo Ratataplan, riscontrando un buon successo di pubblico. Il consenso si ripete con Ho fatto splash (1980), Domani si balla! (1982) e Volere volare , del 1991. Al suo fianco ha spesso recitato in qualità di spalla comica l'attrice milanese Angela Finocchiaro, vincitrice negli anni duemila di due David di Donatello per la miglior attrice non protagonista. Nel 1984, con Alberto Sordi e Ugo Tognazzi, è uno dei protagonisti del film Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno , per la regia di Mario Monicelli. Nel 1989 con il film Ladri di saponette si aggiudica il San Giorgio d'Oro al Festival di Mosca.

Durante gli anni ottanta, oltre alle collaudate pellicole di Alberto Sordi e dell'attore comico Paolo Villaggio, conoscono ampio successo le commedie interpretate dall'attore milanese Renato Pozzetto. Già attivo al cinema fin dagli anni settanta grazie a registi come Flavio Mogherini, Dino Risi e Alberto Lattuada, diventa uno dei protagonisti del botteghino con lungometraggi di facile presa, tra i quali si evidenziano: Mia moglie è una strega (1980), La casa stregata (1982), Il ragazzo di campagna (1984) e Da grande (1987), per la regia di Franco Amurri. Analogo successo conosce l'attore romano Enrico Montesano, che nello stesso frangente ha coniugato la propria attività teatrale a pellicole cinematografiche disimpegnate, non trascurando incursioni più serie e mature. Trovano, inoltre, molto consenso le interpretazioni dell'attore e cantante Johnny Dorelli, così come quelle dell'artista Adriano Celentano (sovente diretto dal duo Castellano e Pipolo). Sulla stessa lunghezza si impongono i lungometraggi del giovane Diego Abatantuono che per la prima metà degli anni ottanta ha portato sul grande schermo il riuscito personaggio del "terruncello". Allo stesso modo, conoscono fortuna le prime opere dei fratelli Vanzina, tutte incentrate su gag e situazioni dal mero sfondo vacanziero, pensate prevalentemente per un pubblico di teen-ager.

Nello stesso lasso di tempo cresce in popolarità l'attore pugliese Lino Banfi. Svincolatosi definitivamente dal cinema di serie B degli anni settanta, partecipa come protagonista a molte commedie del periodo, spesso affiancando attori comici di successo quali: Massimo Boldi, Christian De Sica, Jerry Calà, Teo Teocoli, Gigi Sammarchi e Andrea Roncato. Questa ingente invasione nel mercato produttivo di film ad esclusivo impianto comico, ha permesso, in breve tempo, di rendere noti al pubblico molti apprezzati caratteristi. Fra i tanti si riportano: Renato Scarpa, Carlo Monni, Mario Brega, Elena Fabrizi, Guido Nicheli, Ugo Bologna, Antonio Allocca e Vincenzo Crocitti. Si ricordano ancora gli attori teatrali Maurizio Micheli, Camillo Milli e Giuseppe Anatrelli e a seguire Aldo Maccione, Novello Novelli, Plinio Fernando, Liu Bosisio, Angelo Infanti, Roberto Della Casa, Maurizio Ferrini, Angelo Bernabucci, Marco Messeri e Fabio Traversa.

Sopra una scena del film C'era una volta in America, diretto da Sergio Leone

Dal punto di vista autoriale, Michelangelo Antonioni ripercorre il tema dell'alienazione nel film Identificazione di una donna (con Tomas Milian), uscito nel 1982. Il film, presentato al Festival di Cannes nello stesso anno, darà l'occasione al regista di ricevere una Palma d'oro speciale per l'insieme della sua opera.[162] Federico Fellini, parimenti, prosegue la sua ricerca surrealista e onirica nei film La città delle donne (1980), E la nave va (1983) e Ginger e Fred (1985), dove ritrova come primo attore Marcello Mastroianni. Sull'onda del richiamo di cassetta avuto dal crudo e impersonale Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (1981), il regista romano Claudio Caligari, con il patrocinio di Marco Ferreri, realizza il film Amore tossico (1983). Il lungometraggio (Leone d'argento al Festival di Venezia come miglior Opera prima) è un esemplare caso di cinema-verità che descrive con grande realismo la piaga giovanile della tossicodipendenza. Interpretata da un cast di autentici eroinomani, la pellicola, è volutamente girata con uno stile freddo e distaccato, allo scopo di sensibilizzare maggiormente l'intera opinione pubblica.

Un altro caso particolare costituisce l'imponente raffigurazione di C'era una volta in America (1984), diretto da Sergio Leone che si avvale di un cast di attori stranieri e una produzione tutta hollywoodiana. Tratta dal romanzo di Harry Grey The Hoods del 1952, la pellicola narra, nell'arco di quarant'anni, le vicissitudini del criminale David Aaronson (interpretato da Robert De Niro) e del suo progressivo passaggio dal ghetto ebraico alla malavita organizzata nella New York del proibizionismo. La pellicola, malgrado lo scarso successo di pubblico, col passare degli anni, è stata dichiarata come una delle più importanti dell'intera cinematografia italiana, quasi sempre richiamata nelle classifiche di preferenza di pubblico e critica.[163] Tra le poche rivelazioni del decennio meritano d'essere ricordati Francesca Comencini per il film Pianoforte (1984) - con cui Giulia Boschi riceve il Nastro d'argento alla migliore attrice esordiente - Francesco Laudadio, vincitore del premio della giuria al Festival di San Sebastian per il film Grog (1982), e Carlo Mazzacurati che fa il suo ingresso nel mondo del cinema con Notte italiana (1987). Nel 1986 debutta il giovane cineasta Giuseppe Tornatore, che esordisce con l'instant-movie Il camorrista, liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Marrazzo che narra la biografia romanzata del boss della malavita campana Raffaele Cutolo.

Anni novanta[modifica | modifica wikitesto]

Il regista Giuseppe Tornatore

La crisi creativa ed economica emersa negli anni ottanta comincerà ad attenuarsi nel decennio successivo. Ciononostante, le stagioni 1992-1993 e 1993-1994 segneranno il minimo storico nel numero di film realizzati, nella quota di mercato nazionale (15%), nel numero totale di spettatori (sotto i 90 milioni annui) e nel numero di sale[164]. L'effetto di questa contrazione industriale sancisce la definitiva affermazione della televisione come mezzo di intrattenimento privilegiato, tanto da inglobare in sé tutto il cinema di genere, non più idoneo a competere con i grandi blockbuster hollywoodiani.

In tale situazione di ristagno emergono nuove personalità cinematografiche che raggiungono in breve tempo fama e notorietà. Oltre alle varie pellicole di Gianni Amelio e Nanni Moretti, si afferma il cinema del regista siciliano Giuseppe Tornatore. Dopo aver debuttato sul grande schermo con la pellicola Il camorrista, due anni più tardi realizza Nuovo cinema Paradiso (1988), dolceamaro amarcord raccontato attraverso il punto di vista di una sala di provincia, dove passano in rassegna storie e costumi patrii irrimediabilmente perduti.[165] La pellicola riscuote successo in tutto il mondo, donandogli un vasto e ampio richiamo. Dopo alcuni imprevisti (tra cui alcuni tagli imposti dalla censura), il film si aggiudica dapprima il gran premio della giuria al Festival di Cannes e in seguito, nel 1990, l'Oscar al miglior film straniero. Del nutrito cast fanno parte il piccolo Salvatore Cascio, Jacques Perrin, Philippe Noiret, il caratterista Enzo Cannavale e l'attore teatrale Leo Gullotta. Nel 1995 dirige Sergio Castellitto ne L'uomo delle stelle. Il lungometraggio vince il David di Donatello e il Nastro d'argento per la miglior regia, nonché il Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia. L'opera è candidata agli Oscar nella sezione relativa al miglior film in lingua non inglese. Nel 2009 dirige il film Baarìa (nome siciliano del suo paese natale Bagheria), la cui trama racconta una parte di vita vissuta nella sua città d'origine. La pellicola, uscita il 25 settembre, ha aperto la 66ª Mostra d'arte cinematografica di Venezia nella competizione ufficiale.

Altro regista ad imporsi tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta è senz'altro Gabriele Salvatores. Nel 1989 si fa notare per l'opera Marrakech Express, cui segue, nel 1990, Turné. Entrambi questi film vengono girati con l'attore Diego Abatantuono, con cui l'autore inizierà un connubio artistico protrattosi in molte altre pellicole. Nel 1990 riceve la candidatura agli European Film Awards nella categoria "Giovani" per la già citata opera Turné. Nello stesso anno dirige l'unico videoclip ufficiale del cantautore Fabrizio De André, per la canzone La domenica delle salme. Il terzo lungometraggio, dal titolo Mediterraneo (1991), conclude la cosiddetta "trilogia della fuga", che verrà idealmente proseguita con il film del 1992 Puerto Escondido. Dedicando il film "a tutti quelli che fuggono" il regista napoletano tesse un elogio della ribellione usando gli anni quaranta come metafora dei sogni e delle speranze post-sessantottine.[166] L'opera gli vale il Premio Oscar come miglior film straniero, ricevuto dall'Academy nell'inverno dell'anno successivo. La pellicola si aggiudicherà altri premi tra cui il David di Donatello per il miglior film, il montaggio ed il suono ed un Nastro d'Argento per la regia. Nel 2003 dirige Io non ho paura, il cui soggetto è tratto dall'omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti. La pellicola gli vale una nuova candidatura all'Oscar e il "Gattopardo d'oro" - Premio Luchino Visconti.

Opere non meno importanti uscite nella prima metà degli anni novanta sono certamente l'ultima fatica di Fellini (La voce della Luna 1990), interpretata da Paolo Villaggio e Roberto Benigni, Jona che visse nella balena (1993), che mette in luce le qualità artistiche del cineasta Roberto Faenza e L'amore molesto (1995) dell'artista napoletano Mario Martone. L'esordio alla regia cinematografica di Martone è del 1980 con un cortometraggio sponsorizzato dal Banco di Napoli, a cui segue Foresta Nera (1982). Dopo 10 anni, nel 1992, si rivela al grande pubblico con il suo primo lungometraggio Morte di un matematico napoletano, che gli vale il Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia. Nel 1993 realizza il mediometraggio Rasoi, ispirato ad un suo spettacolo teatrale precedentemente allestito al Teatro Mercadante (1990). Nel 1998 esce nelle sale Teatro di guerra, con protagonisti Andrea Renzi e Anna Bonaiuto. Il film, presentato nella sezione Un Certain Regard al 51º Festival di Cannes, è una cupa riflessione sulla consistenza del dolore, che descrive con arguzia e verità d'accenti tutte le bellezze (e contraddizioni) della capitale campana .[167]

Sempre in questo periodo si sviluppa un piccolo filone cinematografico di derivazione neorealista, ampiamente contaminato da tematiche civili più aderenti all'attualità. A tale filone (denominato Nuovo neorealismo) appartengono artisti emergenti tra i quali il giovane Marco Risi. Figlio del celebre regista Dino Risi, dopo aver diretto alcune commedie giovanili si indirizza verso un cinema più impegnato con pellicole come Soldati - 365 all'alba (1987), con Claudio Amendola e Massimo Dapporto e il dittico Mery per sempre (1989) e Ragazzi fuori (1990), incentrati sulle storie di alcuni detenuti nel carcere minorile di Palermo. Nel 1991 vede la luce il film inchiesta Il muro di gomma, realistica rielaborazione dei numerosi depistaggi relativi alle indagini sulla Strage di Ustica.

Altre opere inseribili nel filone neo-neorealista sono Ultrà (1991), incentrato sulla violenza delle tifoserie calcistiche, La scorta (1993) ispirato alle contemporanee stragi mafiose siciliane e Vite strozzate, tutti diretti dal cineasta Ricky Tognazzi. Grazie al film Ultrà, il regista milanese riceverà un Orso d'argento per il miglior regista al Festival di Berlino. Da citare in questo senso anche Teste rasate (1993) di Claudio Fragasso, violento ritratto dell'ambiente skinhead e neonazista, e Poliziotti (1994), diretto dall'attore e regista Giulio Base. Altra pellicola ascrivibile al genere e profondamente influenzata dai convergenti avvenimenti di Cosa nostra è Giovanni Falcone (1993) di Giuseppe Ferrara, lungometraggio che ripercorre gli ultimi giorni di vita dei magistrati siciliani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, interpretati da Michele Placido e Giancarlo Giannini. Lontano da mode e correnti si sviluppa il cinema di Pasquale Pozzessere che nel film d'esordio Verso sud (1992), con Antonella Ponziani e Stefano Dionisi, esplora senza retorica lo sfacelo urbano e ambientale dell'Italia anni novanta, con inquadrature che rimandano direttamente al cinema di Michelangelo Antonioni e di Pier Paolo Pasolini.[168] Tra i lavori a venire vi sono Padre e figlio (1994) e il lungometraggio di impegno civile Testimone a rischio (1997).

La Commedia negli anni novanta[modifica | modifica wikitesto]

Gradualmente riprende quota la commedia, anch'essa rivisitata con temi e stili contemporanei. Nella prima metà degli anni novanta ricevono consensi Alessandro Benvenuti con Benvenuti in casa Gori (1990), Massimo Troisi con Pensavo fosse amore... invece era un calesse (1991), Lina Wertmuller con Io speriamo che me la cavo (1992), interpretato da Paolo Villaggio, e l'artista romano Carlo Verdone con i film Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992), Perdiamoci di vista (1994) e Viaggi di nozze (1995), che vedono le partecipazioni delle attrici Margherita Buy, Asia Argento e Claudia Gerini. Nel 1994 fa il suo esordio cinematografico il regista livornese Paolo Virzì, subito salutato dalla critica come una vera rivelazione. Tra i suoi primi lungometraggi si evidenziano: La bella vita (1994), con Sabrina Ferilli, Claudio Bigagli e Massimo Ghini, Ferie d'agosto (1995), con Silvio Orlando, Laura Morante ed Ennio Fantastichini e Ovosodo, con Edoardo Gabriellini, Nicoletta Braschi e Claudia Pandolfi, quest'ultimo vincitore del gran premio della giuria al Festival di Venezia nel 1997.

Un discorso a parte merita l'italo/svizzero Silvio Soldini il cui stile dolce-amaro non rientra facilmente in nessun genere predefinito. Nel corso degli anni novanta dirige alcuni dei suoi film più noti come L'aria serena dell'ovest (1990), Un'anima divisa in due (1993) e Le acrobate (1997). Nel 2000 arriva al successo di pubblico e critica grazie al film Pane e tulipani, con l'interprete napoletana Licia Maglietta, che si aggiudica nove David di Donatello e cinque Nastri d'argento. Tra gli esordienti del periodo vi è Mimmo Calopresti che dirige Nanni Moretti ne La seconda volta (1995) e conferma le proprie qualità con il successivo La parola amore esiste (1998). Da ultimo, riceve grandi consensi di pubblico l'attore e regista fiorentino Leonardo Pieraccioni, specialmente con commedie leggere come I laureati (1995), Il ciclone (1996) e Fuochi d'artificio (1997). In tali pellicole l'attore è coadiuvato da numerosi interpreti come Massimo Ceccherini, Gianmarco Tognazzi, Rocco Papaleo, Tosca D'Aquino, Paolo Hendel e il caratterista toscano Sergio Forconi.

Si afferma agli inizi del decennio il cinema di Daniele Luchetti, costantemente diviso fra la classica commedia e una matura attenzione all'impegno civile. Fra le sue opere più significative sono senz'altro da citare il portaborse (1991), con Nanni Moretti e Silvio Orlando, La scuola (1995) e in tempi più recenti Mio fratello è figlio unico (2006), con gli attori Riccardo Scamarcio ed Elio Germano. Tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta fa la sua comparsa la cineasta romana Francesca Archibugi. Dopo il liceo si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia, specializzandosi nella direzione di numerosi cortometraggi, per poi debuttare dietro la macchina da presa con la commedia Mignon è partita, che vede come protagonista Stefania Sandrelli. La pellicola si aggiudicherà nel 1988 cinque David di Donatello, tra cui quello per il miglior regista esordiente. Dopo la pellicola Verso sera (1990), con Marcello Mastroianni, dirige nel 1993 Il grande cocomero, avvalendosi dell'attore Sergio Castellitto. In quest'opera la Archibugi affronta il difficile tema della neuropsichiatria infantile, ispirandosi ad un saggio dello psichiatra Marco Lombardo Radice e alle sue esperienze nel reparto di via dei Sabelli a Roma.[169]. Il film si aggiudica due David di Donatello e il premio Ocic e della Giuria Ecumenica al Festival di Cannes.

Massimo Troisi, candidato nel 1996 ai premi Oscar come miglior attore per il film Il postino

Tra le sue varie pellicole si riportano: L'albero delle pere (1998), Lezioni di volo (2006), con Giovanna Mezzogiorno e Questione di cuore (2009), con Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese. Inoltre prende campo l'opera del regista Carlo Mazzacurati che con il lungometraggio Il toro (1994), riceve un Leone d'argento al festival di Venezia.[170]

Sul finire degli anni novanta dividono la critica le grottesche messe in scena degli artisti Ciprì e Maresco che mettono a frutto l'esperienza televisiva di Cinico TV nel film d'esordio Lo zio di Brooklyn (1995) e nei successivi Totò che visse due volte (1998) e Noi e il Duca - quando Duke Ellington suonò a Palermo (1999). Lo stile surreale e immaginifico dei due autori che procedono per accumulo di episodi in un universo totalmente iperbolico sconcerta, tra entusiasmi e stroncature. Nel 2003 vede la luce Il ritorno di Cagliostro, presentato alla 60ª Mostra del Cinema di Venezia e, successivamente, Come inguaiammo il cinema italiano, programmatico omaggio alla coppia di attori comici Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, anch'esso in concorso a Venezia nell'agosto del 2004.

Nel settembre del 1994 esce nelle sale cinematografiche Il postino, diretto da Michael Radford e interpretato dall'attore Massimo Troisi, con al fianco Philippe Noiret, Renato Scarpa e l'esordiente Maria Grazia Cucinotta. Il film, tratto dal romanzo Ardiente paciencia (1986) del cileno Antonio Skármeta, rappresenta il testamento artistico dell'attore campano che centra l'obbiettivo di rinverdire la tradizione alta della commedia all'italiana in chiave internazionale e anti-hollywoodiana. L'opera riceve grandi consensi sia in Italia che all'estero e ottiene 5 candidature agli Oscar 1996 come miglior film, miglior attore protagonista (Massimo Troisi), miglior regia (Michael Radford), miglior sceneggiatura non originale e miglior colonna sonora drammatica. Tuttavia solo quest'ultima candidatura si è tradotta nella conquista di una statuetta. L'interprete napoletano, morto dodici giorni dopo la fine della riprese, verrà insignito dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani di un apposito Nastro d'argento speciale.

Gli ultimi anni del decennio vedono il trionfo internazionale di Roberto Benigni con l'acclamato La vita è bella (1997). L'attore-regista, già premiato dal pubblico coi precedenti Johnny Stecchino (1991) e Il mostro (1994), porta sullo schermo una commedia sull'Italia fascista, accentuandone la drammaturgia con lo spostamento dell'azione all'interno dei lager nazisti. Inizialmente il progetto prevede una stesura ad esclusivo impianto comico; in seguito lo script viene ad assumere volutamente le vesti di una commedia a sfondo drammatico. Tale mutamento deriva dalla vicenda del deportato italiano Rubino Salmonì[171][172], che personalmente racconta all'artista la sua storia di sopravvissuto, più avanti narrata nel libro Ho sconfitto Hitler[173][174]. Il film (Oscar al miglior film straniero nel 1999), ottiene un vasto clamore in tutto il mondo, portando l'attore toscano a ricevere, nello stesso anno, l'Oscar come migliore attore protagonista. Da non tralasciare l'Oscar al compositore e musicista Nicola Piovani, autore di molteplici e fortunate colonne sonore fin dagli anni settanta.

Il nuovo millennio[modifica | modifica wikitesto]

Il cineasta Marco Bellocchio

Con l'arrivo del nuovo millennio il cinema d'autore ritrova il proprio appeal grazie a una nutrita schiera di cineasti, molti dei quali già attivi nei decenni precedenti. Oltre al successo ottenuto da Nanni Moretti al Festival di Cannes per La stanza del figlio (2001), recupera nuova linfa creativa il cinema di Marco Bellocchio. Definitivamente archiviata la sua discussa collaborazione con lo psicanalista Fagioli, produce due acclamati lungometraggi: L'ora di religione (2002), con Sergio Castellitto e Buongiorno, notte (2003) dedicato al rapimento di Aldo Moro che senza offrirci ricostruzioni storiche carica il film di grande inventiva espressiva, ampiamente mostrata nelle sequenze finali che prevedono una fantasiosa liberazione dello statista democristiano. Del cast fanno parte gli attori emergenti Maya Sansa e Luigi Lo Cascio, nonché l'interprete teatrale Roberto Herlitzka.

Giunge a piena maturità artistica il cinema di Pupi Avati che fin dagli anni settanta ha alternato con intelligenza cinematografica pellicole vicine alla commedia a vere e proprie incursioni nel genere horror. A partire dal film Regalo di natale (1986), interpretato da Diego Abatantuono, Carlo delle Piane, Luigi Montefiori e Gianni Cavina, unisce con verve autoriale elementi farseschi e drammatici con compattezza ed equilibrio. Negli anni duemila conoscono riscontro e acclamazioni pellicole come: Il cuore altrove (2003), con protagonista Neri Marcorè, La seconda notte di nozze (2005), Il papà di Giovanna (2007), con cui Silvio Orlando vince la Coppa Volpi come miglior attore, e Gli amici del bar Margherita (2009).

In egual misura raggiungono il crisma dell'autorialità i lungometraggi di Paolo Virzì che fotografano con lucidità e pungente ironia le varie facce dell'Italia attuale. Film come Caterina va in città (2003), Tutta la vita davanti (2008), con la giovane Isabella Ragonese, e La prima cosa bella (2010), lo impongono come uno degli eredi naturali della commedia all'italiana. Sempre nel merito della commedia, dopo 7 anni, torna dietro la macchina da presa il novantunenne Mario Monicelli che firma la regia del suo ultimo film a soggetto Le rose del deserto (2006), con Michele Placido, Alessandro Haber e Giorgio Pasotti. Lo stesso Michelangelo Antonioni, dopo quasi 10 anni di silenzio torna alla regia nel film a episodi Eros, che vede come protagonista l'attrice napoletana Luisa Ranieri. Nello stesso tempo, alcuni musicisti e cantautori sperimentano per la prima volta il mezzo cinematografico, sovente con risultati più che accettabili. È il caso degli artisti Luciano Ligabue, autore delle pellicole Radiofreccia (1998) e Da zero a dieci (2002), Franco Battiato, di cui si menziona Perdutoamor (2003) e Musikanten (2006), e da ultimo Federico Zampaglione, che ha alternato i moduli della commedia e del cinema horror nei lungometraggi Nero bifamiliare (2007) e Shadow (2009).

Dopo aver conquistato il Pardo d'oro al Festival di Locarno con il film Maledetti vi amerò (1980), ottiene richiamo l'artista milanese Marco Tullio Giordana, in particolar modo con la pellicola I cento passi (2000), incentrata sulla figura di Peppino Impastato e soprattutto con l'opera fiume La meglio gioventù (2003), che attraverso le vicende di una famiglia italiana, ripercorre la storia contemporanea della nazione, dagli anni sessanta del Novecento ai primi anni del duemila. Il film (vincitore di un premio a Cannes nella sezione Un Certain Regard) fonde coinvolgimento melodrammatico e riflessione sociale, e questo anche in virtù della collaudata coppia di sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia.[175] L'opera lancia una serie di attori assai versatili come Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco e Jasmine Trinca.

Nel medesimo periodo si mettono in luce il regista indipendente Alex Infascelli, l'italo/svizzero Denis Rabaglia, Giovanni Robbiano, Luciano Melchionna, Maria Sole Tognazzi, l'autore di commedie postmoderne Pappi Corsicato, e più avanti il direttore della fotografia e cineasta Marco Pontecorvo. Viene salutato come una rivelazione Emanuele Crialese, che suscita interesse con l'opera seconda Respiro (2003) e in misura maggiore con l'affresco Nuovomondo (2006) in cui descrive la tragica realtà dell'emigrazione italiana del primo novecento. Il film gli vale il Leone d'argento al Festival di Venezia come miglior Opera prima. Allo stesso modo attira attenzione l'opera di Saverio Costanzo. Il suo film d'esordio, Private, storia della convivenza forzata tra una famiglia palestinese e un gruppo di militari israeliani, si è aggiudicato diversi premi tra cui il Pardo d'oro al Festival di Locarno nel 2004, il Nastro d'Argento ed il David di Donatello come miglior regista esordiente nel 2005. Si consolida oltremodo il cinema di Cristina Comencini. Figlia d'arte del noto regista Luigi Comencini, debutta sul grande schermo alla fine degli anni ottanta. Raggiunge un notevole seguito negli anni duemila con la pellicola La bestia nel cuore (2005), che si aggiudica, un anno più tardi, la candidatura agli Oscar come miglior film straniero.

Il lascito più importante del cinema italiano del nuovo millennio arriva dai registi Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. Sorrentino realizza il suo primo lungometraggio nel 2001 con L'uomo in più che narra la storia parallela di due losers, segnando la prima collaborazione con l'attore Toni Servillo. Il successivo Le conseguenze dell'amore (2004), con Toni Servillo e Olivia Magnani, ottiene una considerazione ancora maggiore vincendo cinque David di Donatello, tra cui miglior film e regia. Nel 2008 esce nelle sale cinematografiche Il divo, liberamente ispirato alla biografia dell'onorevole Giulio Andreotti e interpretato da Toni Servillo. L'opera, accolta positivamente dalla critica, si aggiudica ben sette David di Donatello e il Premio della giuria al Festival di Cannes. Il regista (anche sceneggiatore), nel ricostruire la vita dello statista intreccia pubblico e privato, alternando scene ipotetiche ad altre basate sui fatti con uno stile spesso frenetico e pirotecnico.[176]

Garrone dopo alcuni lungometraggi e vari film documentari conosce il successo critico con il film L'imbalsamatore (2002) che segna un'autentica svolta nella carriera e nella poetica dell'artista. L'opera combina, in maniera rigorosa, gli elementi tipici del noir dentro una narrazione in bilico tra realismo e astrazione pittorica. Nel 2008 il regista romano arriva sulla croisette con il film Gomorra, tratto dal omonimo libro denuncia di Roberto Saviano e conquista sei David di Donatello e il Grand Prix Speciale della Giuria. La pellicola lascia volutamente da parte le componenti più cronachistiche riguardanti la malavita organizzata per incentrarsi su cinque storie personali che hanno tutte il compito di svelare il sottile rapporto esistente tra mondo legale e illegale.[177]

Sopra il regista napoletano Paolo Sorrentino

Pur stilisticamente differenti, sia il Il divo che Gomorra si accomunano entrambi nel tentativo di tornare a raccontare, attraverso il cinema, aspetti critici della società italiana. L'ottimo riscontro al botteghino delle due pellicole segna un deciso rilancio del cinema italiano d'autore, capace nello stesso tempo di raggiungere un vasto richiamo di pubblico. Da ricordare il regista italo-turco Ferzan Özpetek che ottiene seguito dirigendo film imperniati sulle difficoltà di coppia, l'elaborazione del lutto e la condizione omosessuale, tutte tematiche rintracciabili in lavori come Il bagno turco (1997), Le fate ignoranti (2000), La finestra di fronte (2003), Cuore sacro (2005), Saturno contro (2007), Mine vaganti (2010), Magnifica presenza (2012) ed Allacciate le cinture (2014).

Negli anni duemila si afferma una nuova generazione di interpreti, tra i quali Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino ed Elio Germano. Tutti gli attori sopracitati recitano insieme in Romanzo criminale, film del 2005 diretto da Michele Placido, basato sull'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e incentrato sulle sanguinarie vicende della Banda della Magliana (da cui è stata tratta una serie televisiva). Il film ottiene molto successo sia in Italia che all'estero. In questi anni, oltre a Michele Placido, passano alla regia attori di fama come Sergio Rubini e Sergio Castellitto che conosce un buon riscontro di pubblico e critica con il film Non ti muovere (2004), interpretato dallo stesso autore e dall'attrice spagnola Penelope Cruz. Altri apprezzati attori della nuova generazione sono Giovanna Mezzogiorno, Valerio Mastrandrea, Filippo Timi, Giuseppe Battiston, Micaela Ramazzotti ed Alba Rohrwacher, che ottiene nel 2014 la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile nel film Hungry Hearts, di Saverio Costanzo.

Tra il 2007 e il 2009 si fanno conoscere registi come Giorgio Diritti, autore del premiatissimo L'uomo che verrà, Antonello Grimaldi, con il film Caos calmo (con Nanni Moretti, Isabella Ferrari e Alessandro Gassmann), Gianni Di Gregorio, per il film Pranzo di ferragosto e Andrea Molaioli, con i lungometraggi La ragazza del lago e Il gioiellino, entrambi interpretati da Toni Servillo. In aggiunta si fanno notare giovani leve come Claudio Cupellini, regista di Una vita tranquilla (2010), e Aureliano Amadei, all'esordio con 20 sigarette (2010) e imperniato sulla strage di Nassiriyya.

Nel frattempo, solleva molta curiosità l'opera prima dell'attrice teatrale e televisiva Sabina Guzzanti. Nel 2005 presenta alla Mostra del cinema di Venezia il film-documentario Viva Zapatero!. L'opera, rivendicando con forza il diritto alla satira, denuncia i limiti di libertà d'espressione e informazione presenti in Italia, portando sullo schermo il contributo di molti intellettuali sia nazionali che esteri. Negli anni seguenti è autrice di altri due docufilm, anch'essi di spiccata denuncia sociale dal titolo Le ragioni dell'aragosta (2007) e Draquila - L'Italia che trema (2010). Nel 2014 torna sugli schermi cinematografici con La trattativa, film presentato alla 71ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, che presenta come argomento la "presunta" trattativa tra Stato e Mafia, ipotizzata a seguito delle stragi dinamitarde dei primi anni novanta.[178] Infine, nel 2010, desta sorpresa il debutto cinematografico di Ascanio Celestini, che grazie al film La pecora nera, dirige un surreale spaccato sul mondo delle malattie mentali, non senza una velata critica all'inadeguatezza delle strutture ospedaliere. Al lungometraggio partecipano, oltre al regista, gli attori Giorgio Tirabassi e Maya Sansa.

Un caso peculiare di cinema alternativo rappresenta l'esperienza del cineasta milanese Michelangelo Frammartino che a partire dal film Il dono (2003) ricostruisce percorsi narrativi pregni di realismo poetico, dando grande rilevanza all'ambiente scenico; ciò diviene ancora più evidente nel successivo Le quattro volte (2010). Contemporaneamente conosce i favori della critica il primo lungometraggio del regista romano Francesco Munzi, dal titolo Saimir. Il film, presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia, riceve una menzione speciale per la miglior Opera prima, regalando all'autore un Nastro d'argento al miglior regista esordiente. Raccoglie un nuovo consenso critico con il seguente Il resto della notte (2008), presentato nella Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes.

Nell'ambito del cinema comico oltre alle commedie del regista Carlo Verdone, ottiene un grande successo popolare il trio comico Aldo, Giovanni & Giacomo, autori e interpreti di film come Tre uomini e una gamba (1997), Così è la vita (1998), Chiedimi se sono felice (2000) e Tu la conosci Claudia? (2004), tutti diretti dal regista Massimo Venier. Seguono Il cosmo sul comò (2008), La banda dei Babbi Natale (2010) e Il ricco, il povero e il maggiordomo (2014). Lo stesso Roberto Benigni torna al cinema con il controverso Pinocchio (2002), seguito da La tigre e la neve (2005), che vede la partecipazione dell'attore francese Jean Reno. Parimenti, tra gli anni novanta e duemila, conoscono consenso le pellicole dell'attore Antonio Albanese, del regista toscano Giovanni Veronesi, di Massimo Ceccherini (già spalla di Leonardo Pieraccioni) e a seguire dell'interprete e regista teatrale Vincenzo Salemme.

Sempre sul fronte del cinema comico si confermano campioni di incassi i cosiddetti cine-panettoni, così chiamati per l'annuale distribuzione nelle sale durante il periodo natalizio. Tale filone è costantemente interpretato dal popolare duo comico formato da Massimo Boldi e Christian De Sica (poi separatisi) e diretti da registi specialisti come Neri Parenti e Carlo Vanzina. I cinepanettoni si presentano come film dal carattere nazionalpopolare che descrivono senza alcuna pretesa narrativa le disavventure di vari personaggi all'interno di spazi esotici, spesso adibiti a luoghi di vacanza. Oltre a Boldi e De Sica e vari caratteristi come Enzo Salvi e Biagio Izzo, compaiono nel cast i divi televisivi del momento che interagiscono con i protagonisti sviluppando gag perlopiù grossolane e stiracchiate. Nonostante tali pellicole siano spesso accusate di banalità, se non addirittura di volgarità, hanno conosciuto presso il pubblico, a contrario, un vasto e duraturo successo.

Il filone adolescenziale[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 2004 hanno trovato consenso di pubblico alcuni film di carattere adolescenziale, molti dei quali tratti dai romanzi di Federico Moccia come Tre metri sopra il cielo (2004), Ho voglia di te (2007), Scusa ma ti chiamo amore (2008) e il sequel Scusa ma ti voglio sposare del 2010, entrambi interpretati dall'attore Raoul Bova. Accanto a questi sono state realizzate varie commedie sempre a carattere giovanile come Notte prima degli esami (2006), Notte prima degli esami - Oggi (2007), per la regia di Fausto Brizzi e a seguire Come tu mi vuoi, Questa notte è ancora nostra, sempre del 2007 e Parlami d'amore (2008), con Silvio Muccino all'esordio come regista. Tali film se da un lato risultano operazioni squisitamente commerciali, dall'altro hanno avuto il merito di aver riavvicinato un pubblico (quello degli adolescenti) a film esclusivamente italiani e di aver lanciato nuovi attori come Riccardo Scamarcio, Nicolas Vaporidis, Laura Chiatti, Silvio Muccino, Cristiana Capotondi e Carolina Crescentini.

Maggior consenso critico riceve Gabriele Muccino, regista molto legato a tematiche giovanilistiche e familiari. I suoi maggiori successi sono Come te nessuno mai (1999), L'ultimo bacio (2001), con Stefano Accorsi e Martina Stella (di cui viene girato un remake americano dal titolo The Last Kiss), Ricordati di me (2003), e Baciami ancora (2010). Muccino è stato chiamato, in conseguenza del successo ottenuto, a lavorare negli Stati Uniti dove ha diretto film come La ricerca della felicità (2006) e Sette anime (2008) entrambi interpretati da Will Smith.

In polemica con questo tipo di cinema, Quentin Tarantino, durante un'intervista del 2007, afferma: «Le pellicole italiane che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli anni sessanta e settanta e alcuni film degli anni ottanta, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia».[179] Le dichiarazioni di Tarantino hanno avuto molta eco, sollevando reazioni contrastanti. Una parte della critica ha difeso il cinema italiano da un giudizio ritenuto troppo ingiusto, un'altra ha sottolineato l'importanza di mettere in pratica le parole del regista affinché il cinema italiano torni a essere maggiormente competitivo sia nel mercato nazionale che in quello internazionale, puntando, in particolar modo, sulla rinascita di un nuovo cinema di genere.

Gli anni dieci[modifica | modifica wikitesto]

Sopra Paolo Taviani col direttore della fotografia Vittorio Storaro

Nei primi anni dieci una profonda crisi economica colpisce molti settori industriali tra cui quello cinematografico. Secondo i dati presentati dalla Direzione generale per il Cinema del Ministero e dai produttori dell’Anica (per l'anno solare 2012), gli spettatori presenti in sala, rispetto al 2011, calano inesorabilmente del 10%, con ulteriore decremento del 5% nel primo trimestre del 2013. Sul versante produttivo i vari investimenti pubblici a sostegno del cinema divengono sempre più precari, passando dai 71 milioni del 2008 agli appena 24,4 milioni del 2012. In questo clima di ampia recessione economica, nello stesso 2012, vengono comunque prodotti 166 film di nazionalità italiana, facendo registrate, nonostante tutto, un incremento produttivo dell’1,07%.[180]

A fronte di tale crisi, tuttavia, il cinema d'autore italiano torna a conoscere successi internazionali. Il 2012 si apre con la vittoria dei Fratelli Taviani al Festival di Berlino che conquistano l'Orso d'oro con il film Cesare deve morire. L'opera (girata con la tecnica della docu-fiction) è ambientata all'interno del carcere di Rebibbia e interpretata dagli stessi detenuti che mettono in scena il Giulio Cesare di William Shakespeare. A maggio dello stesso anno, al Festival di Cannes, Matteo Garrone vince per la seconda volta il Grand Prix della giuria con la pellicola Reality, film di denuncia sull'influenza altamente negativa che i reality show hanno sulla gente comune. Entrambi i lungometraggi, a fronte del grande successo di critica, ottengono a contrario bassi riscontri al botteghino.

A settembre è la volta di Emanuele Crialese, che grazie al film Terraferma, con Donatella Finocchiaro e Beppe Fiorello, si aggiudica il gran premio della giuria al Festival di Venezia. Acclamato da gran parte della critica è il dramma risorgimentale Noi credevamo (2011), diretto dal regista Mario Martone, che nel 2014 ottiene successo grazie al biopic sul poeta Giacomo Leopardi dal titolo Il giovane favoloso, impersonato dall'attore Elio Germano. Riceve attenzione l'opera prima del regista Leonardo Di Costanzo, denominata L'intervallo (2012). Il film viene presentato alla 69ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti. Con la suddetta pellicola il cineasta campano vince il David di Donatello per il miglior regista esordiente. Nello stesso anno, provoca risonanza l'instant movie Diaz - Don't Clean Up This Blood dell'autore Daniele Vicari, che si aggiudica nel 2012 il Premio speciale del pubblico al 62º Festival internazionale del cinema di Berlino[181] Il film ricostruisce con duro realismo i tragici fatti del G8 di Genova (avvenuti nel luglio del 2001), e in maniera rilevante la violenta irruzione della Polizia di Stato nella scuola elementare Armando Diaz, pacificamente occupata da numerosi manifestanti, giornalisti e semplici civili.

Gli anni dieci mantengono il cinema d'autore italiano sotto i riflettori internazionali. Un'altra riprova arriva nel settembre del 2013, con il film documentario Sacro GRA, diretto dal regista Gianfranco Rosi, che si aggiudica il Leone d'oro al festival di Venezia. L'opera riprende, senza alcun commento esterno, scene di vita vissuta che si dispiegano a Roma lungo il Grande Raccordo Anulare. Il film, nato da un'idea del paesaggista e urbanista Nicolò Bassetti[182], è vagamente ispirato al romanzo Le città invisibili di Italo Calvino.[183][184] Rosi ha impiegato due anni per le riprese e circa otto mesi per il montaggio.[184]

Il Presidente Giorgio Napolitano riceve al Quirinale il cast del film premio Oscar La grande bellezza

Sulla scia di questo fortunato periodo, grande clamore internazionale suscita il film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, interpretato principalmente da Toni Servillo e da un nutrito cast di artisti come Sabrina Ferilli, Carlo Verdone e Carlo Buccirosso. Presentato in concorso al Festival di Cannes del 2013, il film è una versione moderna de La dolce vita di Fellini, dove il regista filma con opulenza artistica una Roma assolata e quasi metafisica. La pellicola riscuote un buon successo di pubblico e ottiene numerosi riconoscimenti tanto che, nell'autunno del 2013, viene scelta come candidata all'Oscar al miglior film straniero, riuscendo a entrare nella cinquina dei finalisti. Il 12 gennaio 2014 La grande bellezza ottiene un importante riconoscimento, vincendo il Golden Globe come Miglior film straniero, seguito, Il 16 febbraio 2014, dal premio BAFTA. Infine, il 2 marzo 2014, la pellicola si aggiudica l'Oscar al miglior film straniero (l'ultima vittoria italiana risaliva al 1999).[185]

Nello stesso periodo torna sulle scene Giuseppe Tornatore con il thriller-sentimentale La migliore offerta (2013). L'opera si aggiudica cinque David di Donatello (tra cui miglior film e regia) e sei Nastri d'argento. Un anno più tardi la regista toscana Alice Rohrwacher (sorella di Alba Rohrwacher) diviene la vera rivelazione del festival di Cannes con l'opera seconda Le meraviglie, che le vale, nel maggio 2014, il gran premio della giuria. Con tale successo la Rohrwacher diviene la prima cineasta italiana ad aggiudicarsi l'ambito riconoscimento. Il suo esordio cinematografico avviene nel 2011, con il film Corpo celeste, (presentato nella Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes), con cui si aggiudica il Nastro d'argento al miglior regista esordiente.[186] Ottiene nuovi favori dalla critica il cineasta Francesco Munzi, che grazie al suo terzo lungometraggio dal titolo Anime nere (incentrato sulle origini della 'ndrangheta calabrese), viene insignito, nel giugno del 2015, di nove David di Donatello, tra cui miglior film e regia.

Grande consenso di pubblico ottengono le commedie del regista Luca Miniero (Benvenuti al Sud del 2010 e il sequel Benvenuti al Nord del 2012), con Claudio Bisio e Alessandro Siani e in maniera maggiore le pellicole dell'interprete Checco Zalone. Il comico pugliese, dopo aver esordito in televisione, debutta sul grande schermo con due film diretti da Gennaro Nunziante : Cado dalle nubi del 2009 e Che bella giornata, del 2011. Quest'ultimo film, con oltre 40 milioni di euro d'incassi, diventa il lungometraggio italiano di maggior successo commerciale di sempre.[187] Il fortunato periodo del comico è confermato dalla pellicola successiva, Sole a catinelle, sempre diretta da Gennaro Nunziante, uscita nel 2013, che in appena diciotto giorni di programmazione riesce a superare gli incassi del film precedente.[188]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Paolo Mereghetti, Dizionario dei film 2011, B.G Dalai editore, 2011, ISBN 978-88-6073-626-0..
  • Enrico Giacovelli, Breve storia del cinema comico in Italia, Lindau, 2006, ISBN 978-88-7180-595-5..
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  • Fernaldo Di Giammatteo, Dizionario del cinema - cento grandi film, Edizioni Newton, Roma, 1995.

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