Cinema italiano

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Stabilimenti di Cinecittà a Roma

Il cinema italiano comprende i film prodotti in Italia o da realizzati da registi italiani. A partire dallo sviluppo dell'industria cinematografica nei primi anni del Novecento, i film italiani hanno avuto periodi di successo in patria e all'estero e hanno influenzato movimenti cinematografici in tutto il mondo. I film italiani hanno vinto finora 14 Oscar al miglior film in lingua straniera (più di qualsiasi altro paese), 12 Palme d'Oro e 11 Leoni d'Oro.

Indice

Gli inizi (1896-1909)[modifica | modifica wikitesto]

I primi documentari[modifica | modifica wikitesto]

Un fotogramma del più antico documentario italiano tuttora visibile che ritrae papa Leone XIII

Per convenzione si fa risalire la nascita del cinema italiano alla prima proiezione pubblica del cinématographe dei fratelli Lumière, avvenuta il 13 marzo 1896 presso lo studio Le Lieure di Roma[1]. Nel giro di pochi giorni lo spettacolo arriverà in tutte le principali città del paese[2]. Quelli successivi si svilupperanno nei più importanti teatri cittadini, quasi sempre proiettati al termine di una commedia o di un concerto.

I primi film prodotti in Italia sono documentari della durata di pochi secondi dedicati a regnanti, imperatori, papi e a vedute di alcune città. Il primo operatore di rilevanza storica è Vittorio Calcina, autore di cortometraggi sia in forma documentaria che a soggetto. Tra le sue "vedute" più celebri va ricordata la ripresa della visita a Monza di re Umberto I e della regina Margherita di Savoia, girata su commissione per conto dei fratelli Lumière[3]. Suo è anche il più antico documentario italiano tuttora visibile, Sua Santità papa Leone XIII (1896), una breve inquadratura di papa Leone XIII nei Giardini Vaticani.

In poco tempo altri pionieri si fanno strada. A mettersi in luce è il regista e inventore Filoteo Alberini, che già a partire dal 1895 perfeziona un apparecchio di ripresa non dissimile da quello dei Lumière[4]. Sono attivi anche Italo Pacchioni, Roberto Omegna, Giuseppe Filippi e Giovanni Vitrotti.

Il successo di questi "quadri in movimento" è immediato. Il cinematografo affascina per la sua capacità di mostrare con inedita precisione realtà geografiche lontane e, viceversa, di immortalare momenti quotidiani senza storia. Vengono ripresi eventi sportivi, avvenimenti locali, intensi traffici stradali, l'arrivo di un treno, visite di personaggi famosi, ma anche disastri e calamità naturali.

Se la risposta delle classi popolari è entusiasta, la novità tecnologica sarà trattata con riserva dalla stampa e da una parte del mondo intellettuale ancora per qualche anno. Nonostante le iniziali diffidenze, nell'arco di due anni il cinema scala le gerarchie della società incuriosendo le classi più abbienti. Il 28 gennaio 1897 i principi Vittorio Emanuele e Elena di Montenegro assistono a una proiezione organizzata da Vittorio Calcina, in una sala di Palazzo Pitti a Firenze[5]. Decisi a sperimentare il nuovo mezzo, si lasceranno riprendere in S.A.R. il Principe di Napoli e la Principessa Elena visitano il battistero di S. Giovanni a Firenze e il giorno del loro matrimonio in Dimostrazione popolare alle LL. AA. i Principi sposi (al Pantheon - Roma)[6][7].

Nascita dell'industria cinematografica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Nascita dell'industria cinematografica italiana.
Uno dei tanti loghi della Cines

Nei primi anni del XX secolo si sviluppa in tutta Italia il fenomeno dei cinema ambulanti che provvedono all'alfabetizzazione del mezzo visivo. Il cinema italiano resta ancora legato ai tradizionali spettacoli della commedia dell'arte o a quelli propri del folclore circense. Le proiezioni pubbliche avvengono nei caffè o nei teatri di varietà alla presenza di un imbonitore che ha il compito di colorire e arricchire la storia.

Tra il 1903 e il 1909 il cinema, sino ad allora considerato alla stregua di un fenomeno da baraccone, assume i caratteri di un'autentica industria. Centinaia di case di produzione nascono in tutto il paese: Cines, Milano Film, Itala Film, Caesar Film, Società Anonima Ambrosio, Partenope Film, Pasquali Film, Roma Film, e innumerevoli sigle minori destinate a durare il tempo di un film. Contemporaneamente si organizza una rete sempre più capillare di sale cinematografiche nei centri urbani (il Cinema Lumière di Pisa inizia le proiezioni già nel 1899). Questa trasformazione porta alla produzione dei film a soggetto, che per gran parte del periodo muto affiancano il documentario fino a sostituirlo quasi completamente all'inizio della Prima guerra mondiale.

La scoperta delle potenzialità spettacolari del mezzo cinematografico favorisce lo sviluppo di un cinema di grandi ambizioni, capace di inglobare tutte le suggestioni culturali e storiche del paese. La formazione scolastica è fonte inesauribile di idee e spunti facilmente assimilabili dal pubblico popolare. Decine di personaggi incontrati sui libri di testo fanno il loro esordio sul grande schermo: il conte di Montecristo, Giordano Bruno, Giuditta e Oloferne, Francesca da Rimini, Lorenzino de' Medici, Rigoletto, il Conte Ugolino, Beatrice Cenci, Elettra, Giulio Cesare, Socrate, Galileo Galilei, Lucia di Lammermoor, Mazarino e innumerevoli altri. Dal punto di vista iconografico i riferimenti principali sono i grandi artisti rinascimentali e neoclassici, ma anche i simbolisti e le illustrazioni popolari[8].

Nel 1905 la Cines inaugura il genere del film storico, che negli anni dieci darà larga fortuna a molti cineasti italiani. Il primo film a soggetto recante il titolo La presa di Roma (1905) di Filoteo Alberini, una ricostruzione della Breccia di Porta Pia.

Il periodo aureo (1910-1919)[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni dieci l'industria cinematografica conosce un rapido sviluppo. Nel 1912, l'anno della massima espansione, vengono prodotti a Torino 569 film, a Roma 420 e a Milano 120[9]. Nei tre anni che precedono la Prima guerra mondiale, mentre la produzione si consolida, vengono esportati in tutto il mondo il mondo film mitologici, comici e drammatici. Nasce il fenomeno del divismo che per alcuni anni conoscerà un successo senza precedenti. Con la fine del decennio Roma si impone definitivamente come principale centro produttivo; tale resterà, nonostante le crisi che periodicamente scuoteranno l'industria, fino ai nostri giorni.

I kolossal storici[modifica | modifica wikitesto]

Locandina di Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone

Nel momento di massivo sviluppo produttivo, il genere storico perde il suo carattere pedagogico e illustrativo a favore di quello più spettacolare. I kolossal presentati nei primi anni del novecento mostrano tutte le ambizioni dell'Italia giolittiana che celebra sul grande schermo avvenimenti dell'antichità, con aspirazioni proprie di una potenza internazionale. Prima ancora dell'avvento del fascismo, questi film rievocano i trionfi degli antichi imperi romani, di cui si rivendica con orgoglio la discendenza culturale[10]. La conquista della Libia segna l'avvicinamento definitivo tra il sostrato nazionalista di questi film e la politica imperialista.

L'archetipo del filone è il Nerone (1909) di Luigi Maggi e Arrigo Frusta. La pellicola si ispira all'opera di Pietro Cossa che si rifà iconograficamente alle acqueforti di Bartolomeo Pinelli, al neoclassicismo e allo spettacolo Nero, or the Destruction of Rome rappresentato dal circo Barnum.[11] Seguono Marin Faliero, doge di Venezia (1909) di Giuseppe De Liguoro, Otello (1909) di Yambo e Odissea (1911) di Bertolini, Padovan e De Liguoro. L'Inferno (1911) prima ancora che un adattamento della cantica dantesca, è una traduzione cinematografica delle incisioni di Gustave Doré che sperimenta l'integrazione tra effetti ottici e azione scenica, mentre Gli ultimi giorni di Pompei (1913) di Mario Caserini ricorre a innovativi effetti speciali.

Il primo regista a sfruttare pienamente questo enorme apparato spettacolare è Enrico Guazzoni, già pittore e scenografo. Nel suo Quo vadis? (1912) i personaggi e lo spazio scenico creano rapporti finora inediti, esaltando la dialettica tra individuo e massa che sarà al centro dei futuri film storici. La storia rimane sullo sfondo sullo sfondo, mentre in primo piano si agitano drammi personali derivanti dal melodramma[12]. Il successo internazionale del film segna la maturazione del genere e permette a Guazzoni di realizzare film sempre più spettacolari, come Cajus Julius Caesar (1913) e Marcantonio e Cleopatra (1913). Dopo Guazzoni vengono Emilio Ghione, Febo Mari, Carmine Gallone, Giulio Antamoro e tanti altri che contribuiscono all'espansione del genere.

Giovanni Pastrone è il regista più interessato alla ricerca di soluzioni scenografiche inedite. Già in La caduta di Troia (1911) sperimenta originali costruzioni prospettiche, ma è con il celebre Cabiria (1914) che la sua filmografia e l'intero genere raggiungono l'apice. Concepito come un autentico film-evento (anche grazie alla collaborazione di Gabriele D'Annunzio), il film colpisce il pubblico per la sua ambizione: le innovazioni tecniche (tra cui l'uso dei carrelli e del primo piano), la complessità della trama, l'uso espressivo del trucco e dell'illuminazione e l'opulenza scenografica contribuiscono alla sua fama di "oggetto d'arte" capace di superare i limiti del mezzo cinematografico[13]. Negli anni a venire, pellicole come Intolerance (1916) di David W. Griffith o Metropolis (1927) di Fritz Lang saranno debitrici del film di Pastrone.

Dopo il grande successo di Cabiria, con il mutare dei gusti del pubblico e le prime avvisaglie della crisi industriale, il genere comincia a mostrare segni di stanchezza. Il progetto di Pastrone di adattare la Bibbia con migliaia di comparse resta irrealizzato. Il Christus (1916) di Antamoro e La Gerusalemme liberata (1918) di Guazzoni restano notevoli per la complessità iconografica ma non offrono novità sostanziali. Nonostante sporadici tentativi di riallacciarsi al grandeur del passato, il filone dei kolossal storici si esaurisce all'inizio degli anni venti.

Le dive[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1913 e il 1920 si assiste all'ascesa, allo sviluppo e al declino del fenomeno del divismo cinematografico, nato con l'uscita di Ma l'amor mio non muore (1913) di Mario Caserini. Il film ha un successo di pubblico enorme e codifica l'impostazione e l'estetica del divismo femminile. La recitazione di Lyda Borelli esercita una grandissima influenza per tutto il decennio e contribuisce a rinnovare l'immaginario romantico con influenze melodrammatiche, decadenti e simboliste.

Francesca Bertini è, dopo Lyda Borelli, la seconda grande diva del cinema italiano. Dotata di una maggiore versatilità rispetto alle dive contemporanee, passa dalla commedia al dramma passionale ricoprendo vari ruoli sociali e comunicando con efficacia un'ampia gamma di sentimenti. In Assunta Spina (1915) di Gustavo Serena si allontana dalle influenze liberty per avvicinarsi a una recitazione più naturalistica che ne favorisce la forza espressiva[14].

Nel giro di pochi anni si affermano anche Eleonora Duse, Pina Menichelli, Rina De Liguoro, Leda Gys, Vittoria Lepanto e Italia Almirante Manzini. Film come Fior di male (1914) di Carmine Gallone, Il fuoco (1915) di Giovanni Pastrone, Rapsodia satanica (1917) di Nino Oxilia e Cenere (1917) di Febo Mari arrivano a modificare il costume nazionale, imponendo canoni di bellezza, modelli di comportamento e oggetti del desiderio. Questi modelli, fortemente stilizzati secondo le tendenze culturali e artistiche dell'epoca, si allontanano dal naturalismo a favore della recitazione melodrammatica, del gesto pittorico e della posa teatrale[15].

Nonostante la diversità delle interpreti e dei film, il modello femminile che emerge dal cinema di questo periodo è sostanzialmente riconducibile al modello melodrammatico, anche se contaminato dal decadentismo dannunziano e dalle teorie di Lombroso: «ora innocenti e pure, ora deliranti e in preda al "déreglement de tous les sens", ora madri dolcissime a cui viene negata la maternità, ora donne capaci di amare oltre la stessa morte»[16]. Soltanto negli anni venti, con la crisi produttiva e il tramonto delle dive, sarà possibile l'emergere di una figura femminile più realistica, priva dell'aura divina e più accessibile allo spettatore.

Le comiche[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante un discreto successo nel primo decennio del secolo, le comiche mute non sono mai diventate un genere di rilievo per il cinema italiano. Il tratto rilevante di questa produzione, che conta centinaia di film (quasi tutti cortometraggi), è la capacità di assimilare varie forme di spettacolo popolare, dallo spettacolo di piazza al vaudeville. Costruiti attorno a esili trame o semplici spunti umoristici portati alle estreme conseguenze, questi brevi film fungono da semplice accompagnamento a film più ambiziosi.

Il comico di maggior successo in Italia è André Deed, più noto come Cretinetti, protagonista di innumerevoli corti per la Itala Film. Il suo successo apre la strada a Marcel Fabre (Robinet), Ernesto Vaser (Fricot) e tanti altri. L'unico attore di una certa sostanza è però Ferdinand Guillaume, che diventerà celebre come Polidor[17].

L'interesse storico di questi film sta nella loro capacità di rivelare le aspirazioni e le paure di una società piccolo-borghese divisa tra il desiderio di affermazione e le incertezze del presente. È significativo che i protagonisti delle comiche italiane non si pongano mai in aperto contrasto con la società né incarnino desideri di rivalsa sociale (come accade per esempio con Chaplin), ma cerchino piuttosto di integrarsi in un mondo fortemente desiderato[18].

Il cinema futurista[modifica | modifica wikitesto]

Un fotogramma di Thaïs (1917) di Anton Giulio Bragaglia
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema futurista.

Anche se marginalmente, l'avanguardia futurista ha effetti sul cinema del periodo e soprattutto ne è influenzata. Con il suo interesse per la rapidità e la violenza espressiva, il futurismo trova nel cinema un'arte giovane, meno compromessa con la retorica passatista rispetto alle altre, e soprattutto aperta ai futuri sviluppi tecnologici. Nel Manifesto della cinematografia futurista (1916) Filippo Tommaso Marinetti, Bruno Corra, Emilio Settimelli, Arnaldo Ginna e Giacomo Balla descrivono il cinema come l'arte capace di sintetizzare tutte le tendenze sperimentali dell'epoca. Rivendicano l'uso di "drammi di oggetti", "sinfonie di linee e colori" e "giochi delle proporzioni" per superare i limiti del naturalismo ottocentesco. Il cinema che auspicano è "antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero"[19].

Al di là della dichiarazione d'intenti, il futurismo non riuscirà a far proprio il nuovo mezzo di espressione, né sarà in grado di lasciare un segno duraturo nella sua evoluzione. L'influenza opera piuttosto in senso contrario: sarà il cinema a influenzare la produzione artistica del movimento, con il montaggio dei materiali più disparati, i primi piani e i dettagli, il taglio eccentrico delle immagini, l'uso di didascalie, stacchi e dissolvenze[20].

I film riconducibili al movimento sono pochissimi. Oltre ai film astratti dipinti su pellicola da Bruno Corra e Arnaldo Ginna, andati perduti, le opere più significative sono soltanto due. Thaïs (1917) di Anton Giulio Bragaglia nasce sulla base del trattato estetico Fotodinamismo futurista (1911) dello stesso autore. Il film, costruito attorno a una vicenda melodrammatica e decadente dall'impianto teatrale, rivela in realtà molteplici influenze artistiche diverse dal futurismo marinettiano: le scenografie secessioniste, l'arredamento liberty, i i momenti astratti e surreali contribuiscono a creare un forte sincretismo formale. Nello stesso periodo Bragaglia realizza altri film (Perfido incanto, Il mio cadavere e il cortometraggio Dramma nell'Olimpo) andati perduti. Vita futurista (1916) di Ginna è invece una sorta di verifica pratica delle tesi esposte nel Manifesto: ironico e intenzionalmente provocatorio, il film ricorre a numerosi effetti speciali (parti colorate a mano, viraggi, inquadrature eccentriche, montaggio anti-naturalistico) per stimolare le reazioni emotive dello spettatore.

La grande crisi e l'arrivo del sonoro (1920-1930)[modifica | modifica wikitesto]

Il regista Roberto Roberti

Con la fine della Grande guerra il cinema italiano attraversa un periodo di crisi dovuto a molti fattori: disorganizzazione produttiva, aumento dei costi, arretratezza tecnologica, perdita dei mercati esteri e incapacità di far fronte alla concorrenza internazionale, in particolare quella hollywoodiana[21]. Tra le cause principali va segnalata la mancanza di un ricambio generazionale con una produzione ancora dominata da autori e produttori di formazione letteraria e teatrale, incapaci di far fronte alle sfide della modernità. La prima metà degli anni venti segna un netto riflusso produttivo: dai 350 film prodotti nel 1921 si passa ai 60 del 1924[22].

Resistono ancora i drammi passionali, perlopiù ripresi da testi classici o popolari e diretti da specialisti come Roberto Roberti, i kolossal religiosi di Giulio Antamoro e i feuilleton. Letteratura e teatro sono ancora le fonti narrative privilegiate. Sulla scorta dell'ultima generazione di dive, si diffonde un cinema sentimentale al femminile, incentrato su figure ai margini della società che, invece di lottare per emanciparsi (come accade nel contemporaneo cinema hollywoodiano), attraversano un autentico calvario allo scopo di preservare la propria virtù. La protesta e la ribellione da parte delle protagoniste femminili sono fuori discussione. È un cinema fortemente conservatore, legato a regole sociali sconvolte dalla guerra e in via di dissoluzione in tutta Europa. Un caso esemplare è quello di La storia di una donna (1920) di Eugenio Perego, che usa una costruzione narrativa originale per proporre con toni melodrammatici una morale ottocentesca[23]. Un filone particolare è quello di ambientazione napoletana, grazie all'opera della prima regista donna del cinema italiano, Elvira Notari, che dirige numerosi film influenzati dal teatro popolare e tratti da famose sceneggiate, canzoni napoletane, romanzi d'appendice oppure ispirati a fatti di cronaca[24].

In realtà la produzione italiana di questo periodo è marginale e il mercato è dominato dai film hollywoodiani. L'unico produttore capace di adeguarsi alla situazione è Stefano Pittaluga, destinato a esercitare un controllo quasi assoluto sui film italiani fino agli anni trenta. Tra i registi in grado di misurarsi con le produzioni europee troviamo Lucio D'Ambra, Carmine Gallone e soprattutto Augusto Genina. Realizzatore versatile e attento ai gusti del pubblico, Genina si dedica con facilità alla commedia brillante, ai melodrammi e ai film d'avventura, ottenendo spesso grandi successi al botteghino. Per tutti gli anni trenta sarà uno dei registi di punta del cinema fascista[25].

Si dovrà attendere la fine del decennio per trovare pellicole di maggior respiro. In questo periodo un gruppo di intellettuali vicini alla rivista Cinematografo e guidati da Alessandro Blasetti lancia un programma semplice quanto ambizioso. Consapevoli dell'arretratezza culturale italiana, decidono di rompere ogni legame con la tradizione precedente attraverso una riscoperta del mondo contadino, fino ad allora praticamente assente nel cinema italiano. Sole (1929) di Alessandro Blasetti mostra l'evidente influenza delle avanguardie sovietiche e tedesche nel tentativo di rinnovare la cinematografia italiana in accordo con gli interessi del regime fascista. Rotaie (1930) di Mario Camerini fonde il genere tradizionale della commedia con il kammerspiel e il film realista, rivelando l'abilità del regista nel tratteggiare i caratteri della media borghesia[26]. Pur non essendo paragonabili ai risultati più alti del cinema internazionale del periodo, i lavori di Alessandro Blasetti e Mario Camerini testimoniano un avvenuto passaggio generazionale tra i registi e gli intellettuali italiani, e soprattutto un'emancipazione dai modelli letterari e un avvicinamento ai gusti del pubblico. Una volta riorganizzata l'industria, i frutti di questa rinascita saranno presto messi al servizio del regime fascista.

Locandina del film La canzone dell'amore (1930) di Gennaro Righelli

Lo scetticismo iniziale nei confronti del cinema sonoro coinvolge produttori e cineasti di molti paesi, restii fin da subito a cimentarsi con la nuova invenzione. La nuova invenzione stravolge le regole della grammatica cinematografica ed è vista come una minaccia per la distribuzione internazionale. Il sonoro arriva in Italia nel 1930, tre anni dopo l'uscita del Il cantante di jazz (1927), e porta immediatamente a un dibattito sulla validità del cinema parlato e i suoi rapporti con il teatro.

Alcuni registi affrontano con entusiasmo la nuova sfida. Il primo film sonoro italiano è La canzone dell'amore (1930) di Gennaro Righelli, che un grande successo di pubblico. Anche alessandro Blasetti sperimenta subito l'uso del sonoro in Resurrectio (1930), girato prima della Canzone dell'amore ma distribuito dopo[27]. Simile al film di Righelli è Gli uomini, che mascalzoni... (1932) di Mario Camerini, che fa debuttare sugli schermi Vittorio De Sica.

Con il passaggio al sonoro la maggior parte degli attori italiani del cinema muto, ancora legati alla stilizzazione teatrale, si ritrova squalificata. L'epoca delle dive e dei forzuti, sopravvissuti a stento agli anni venti, è definitivamente conclusa. Anche se alcuni interpreti passeranno alla regia o alla produzione, l'arrivo del sonoro favorisce il ricambio generazionale già in atto e la modernizzazione delle strutture.

Il cinema fascista (1922-1945)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinecittà.
L'Istituto Luce nella nuova sede del 1937

Consapevole dell'importanza del cinema nella gestione del consenso sociale, il regime fascista si preoccupa fin da subito di rilanciare una cinematografia in declino. Nel 1924 viene fondata l'Unione Cinematografica Educativa Luce, una società di produzione e distribuzione a controllo statale. Nello stesso periodo viene istitutito il Ministero della Cultura Popolare che, attraverso considerevoli contributi a fondo perduto (regolati dalla legge 918 del 1931), finanzia direttamente l'industria dello spettacolo. Tra i maggiori beneficiari c'è la casa di produzione Cines-Pittaluga, che nel 1925 costruisce nuovi teatri di posa alle porte di Roma. Nonostante l'aumento degli investimenti derivato da questa politica dirigista, l'arretratezza tecnologica e culturale condanna alla marginalità l'ultimo periodo del cinema muto. Nel primo anno di vita della Cines saranno prodotti in Italia soltanto 12 film, contro i 350 importati dall'estero[28].

Entro la fine del decennio, il regime diventa il principale finanziatore dell'industria cinematografica. Da questo momento fino allo scoppio della guerra, la crescita della produzione si manterrà costante. Nel 1934 è istituita la Direzione generale per la Cinematografia guidata da Luigi Freddi, che di fatto controllerà la produzione fino alla caduta del regime. Lo stesso anno viene creata la Corporazione dello spettacolo, dove trovano posto tutti i principali produttori e distributori del paese. In questo periodo, oltre alla Cines, nascono altre società di produzione, tra cui la Lux Film, specializzata in adattamenti letterari e film religiosi, e la Novella Film di Angelo Rizzoli. Tra i produttori più attivi vanno ricordati Gustavo Lombardo (presidente della Titanus), Giovacchino Forzano e i fratelli Scalera. Tutti i produttori e i distributori ricevono fondi dallo Stato, che si dota anche di una propria catena di sale, l'Enic.

Nel 1935 viene istituito il Centro Sperimentale di Cinematografia, destinato a imporsi come il principale luogo di formazione professionale del cinema italiano. Nello stesso anno gli stabilimenti della Cines vengono distrutti da un incendio. Sulle ceneri del vecchio sito industriale sorge nel 1937 Cinecittà, uno dei complessi produttivi più grandi d'Europa, inaugurato in aperta sfida agli studios di Hollywood. Nel 1940 gli stabilimenti vengono statalizzati e ben presto diventano il cuore produttivo dell'industria cinematografica, portando metà della produzione a girare nei suoi teatri di posa. Da quel momento Roma diventa la capitale indiscussa del cinema italiano, con Cinecittà e il Centro Sperimentale destinati a esercitare per circa mezzo secolo un dominio incontrastato nella formazione delle competenze e nella produzione.

Fino alla fine del 1938 il regime fascista non si oppone all'importazione di film stranieri (basti pensare che il 73% degli incassi di quell'anno vanno a film hollywoodiani), ma con il rafforzamento produttivo e il sempre maggiore ruolo dello Stato nella produzione vengono adottate misure protezionistiche volte a limitare le importazioni. La legge Alfieri del 6 giugno 1938 blocca la circolazione di film stranieri, dando impulso alla produzione nazionale. Nel 1939 si realizzano 50 film, che diventeranno 119 nel 1942; contemporaneamente la quota di mercato nazionale dei film italiani passa dal 13% al 50%[29]. Nemmeno la guerra è capace di arrestare questo stato di euforia produttiva, che durerà fino al 1943.

Fino al momento del suo crollo, il regime imporrà senza opposizioni un cinema strutturato in generi codificati. Il cinema del fascismo non sarà il veicolo privilegiato della propaganda (un compito svolto molto più persuasivamente dai Cinegiornali Luce), ma contribuirà a formare l'idea di società che il fascismo vuole imporre: una società pacificata, priva di conflitti interni, capace di slanci produttivi ma non toccata dai mali della modernità.

A questo intento celebrativo contribuisce anche una nuova generazione di attori, in gran parte provenienti dal teatro. Vittorio De Sica incarna una virilità comune e per questo capace di catturare le attenzioni del pubblico; al suo fianco c'è Assia Noris, Isa Pola, Gino Cervi, Fosco Giachetti, Carlo Ninchi, Roldano Lupi. Rossano Brazzi e Isa Miranda rappresentano invece il tentativo di lanciare divi di statura internazionale. Il divismo italiano, ormai lontano dalla stagione delle "Dive" del primo Novecento, dovrà aspettare gli anni trenta perché il sistema divistico acquisti una maggiore stabilità: Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Leonardo Cortese, Osvaldo Valenti e Raf Vallone incarneranno la virilità italiana, divisa tra orgoglio nazionale e avvicinamenti progressivi alla realtà; Alida Valli, Dria Paola, Clara Calamai, Doris Duranti, Valentina Cortese ed Elsa De Giorgi portano al cinema una bellezza comune, lontana dal fascino stilizzato delle grandi Dive. Un discorso a parte meritano invece alcuni attori provenienti dal varietà e capaci di portare al cinema fortunate maschere comiche: è il caso di Ettore Petrolini, Totò, Gilberto Govi, i fratelli Eduardo e Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Erminio Macario[30].

Film di propaganda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema di propaganda fascista.
Un'immagine del film Scipione l'Africano, diretto da Carmine Gallone nel 1937

Le rappresentazioni cinematografiche dello squadrismo e delle prime azioni fasciste sono rare. Vecchia guardia (1934) di Alessandro Blasetti rievoca la supposta spontaneità vitalistica dello squadrismo con toni populisti, ma non viene apprezzato dalla critica di regime[31]. Camicia nera (1933) di Giovacchino Forzano, realizzato per il decennale della marcia su Roma, celebra i successi del regime (la bonifica delle paludi pontine e la costruzione di Littoria) alternando sequenze narrative a brani documentari.

Con il consolidamento politico, l'autorità governativa impone all'industria cinematografica di rafforzare l'identificazione del regime con la storia e la cultura del paese. Da qui nasce la necessità di rileggere la storia italiana dalla prospettiva fascista, riducendo teleologicamente ogni avvenimento passato a un prodromo della "rivoluzione fascista", in continuità con l'opera storiografica di Gioacchino Volpe. Dopo i primi tentativi in questa direzione, volti soprattutto a sottolineare la presunta continuità tra Risorgimento e fascismo (Villafranca di Forzano, 1933; 1860 di Blasetti, 1933), la tendenza raggiunge l'apice poco prima della guerra. Cavalleria (1936), di Goffredo Alessandrini, rievoca la nobiltà dei combattenti sabaudi presentandone le gesta come anticipazioni dello squadrismo. Condottieri, (1937) di Luis Trenker, racconta la storia di Giovanni dalle Bande Nere stabilendo esplicitamente un parallelo con Benito Mussolini, mentre Scipione l'Africano (1937) di Carmine Gallone (uno dei maggiori sforzi produttivi dell'epoca), celebra l'impero romano e indirettamente quello fascista[32].

L'invasione dell'Etiopia dà ai registi italiani la possibilità di estendere gli orizzonti delle ambientazioni[33]. Il grande appello (1936) di Mario Camerini esalta l'imperialismo descrivendo la "nuova terra" come un'opportunità di lavoro e redenzione, contrapponendo l'eroismo dei giovani soldati alla pavidità borghese. La polemica antipacifista che accompagna le imprese coloniali è evidente anche in Lo squadrone bianco (1936) di Augusto Genina, che unisce la retorica propagandistica a notevoli sequenze di battaglia girate nel deserto della Tripolitania. La maggior parte dei film a celebrazione dell'impero sono in prevalenza documentari, volti a presentare la guerra come una lotta della civiltà contro la barbarie. La guerra di Spagna è descritta nei documentari (Los novios de la muerte di Romolo Marcellini, 1936; Arriba España, España una, grande, libre! di Giorgio Ferroni, 1939) e fa da sfondo a un'altra dozzina di film, tra i quali il più spettacolare è L'assedio dell'Alcazar (1940) di Augusto Genina[32].

Una scena del film Vecchia guardia (1934) di Alessandro Blasetti

Con l'entrata in guerra, il regime fascista rafforza ulteriormente il controllo sulla produzione e richiede un impegno più deciso nella propaganda. Oltre agli ormai canonici documentari, cortometraggi e cinegiornali, aumentano anche i film a soggetto in elogio delle imprese belliche italiane. Tra i più rappresentativi troviamo Bengasi (1940) di Genina, Gente dell'aria (1942) di Esodo Pratelli, I tre aquilotti (1942) di Mario Mattoli su sceneggiatura di Vittorio Mussolini e Quelli della montagna (1943) di Cino Betrone con la supervisione di Blasetti. Una citazione a parte merita Uomini sul fondo (1941) di Francesco De Robertis, un film notevole grazie al suo approccio quasi documentaristico[34].

Il film di maggiore successo del periodo è il dittico Noi vivi-Addio Kira! (1942) di Goffredo Alessandrini. Riconducibile al genere del dramma anticomunista, questo cupo melodramma ambientato in un'improbabile Unione Sovietica è ispirato a un romanzo della scrittrice Ayn Rand che esalta l'individualismo più radicale. Proprio a causa di questa generica critica all'autoritarismo, il dittico ha potuto essere interpretato come una blanda accusa al morente regime fascista[35].

Tra i registi che danno il loro contributo alla propaganda bellica c'è anche Roberto Rossellini, autore di una trilogia composta da La nave bianca (1941), Un pilota ritorna (1942) e L'uomo dalla croce (1943). Anticipando per certi versi le sue opere della maturità, il regista adotta uno stile dimesso e immediato, che non contrasta l'efficacia della propaganda ma neppure esalta la retorica bellica dominante: è lo stesso approccio anti-spettacolare a cui resterà fedele per tutta la vita[35].

Il cinema dei telefoni bianchi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema dei telefoni bianchi.

La stagione cinematografica dei "telefoni bianchi" interessa un periodo di tempo relativamente breve, dalla seconda metà degli anni trenta alla caduta del fascismo. Il riferimento ai telefoni di colore bianco (all'epoca un segno di benessere sociale) indica già i caratteri di questo cinema: il rifiuto di qualunque problematica sociale, della verosimiglianza e di riferimenti alla contemporaneità sono i tratti distintivi di queste esili commedie sentimentali, che conoscono un effimero successo di pubblico negli anni in cui il fallimento delle promesse del fascismo si fa sempre più evidente. Se da un lato l'ambientazione piccolo-borghese rivela le speranze e i sogni collettivi di una società italiana sull'orlo dell'impoverimento, dall'altro il carattere ameno delle storie è in netto contrasto con la politica imperiale del fascismo e il cinema di propaganda a essa legato[36].

Una denominazione alternativa del genere è "cinema déco"[37], per sottolineare i frequenti riferimenti alla moda e al costume dell'epoca: queste commedie traboccano di macchine di grido, case di lusso arredate con stile e vestiti alla moda, degno contorno delle innocue vicende sentimentali di Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Alida Valli e Assia Noris. Il cosmopolitismo superficiale del genere è spiegabile anche per le necessità produttive: molti film sono adattamenti di commedie mitteleuropee di inizio secolo, che tentavano di mascherare la frivolezza del contenuto con la brillantezza dello stile. L'ambientazione straniera di molte storie (spesso in un'Europa centrale indifferente alle tragedie che proprio in quegli anni si preparano a sconvolgere il continente), in realtà del tutto contigua all'Italia dell'epoca[38], contribuisce a relegare questo cinema nel puro disimpegno, lontano dalle preoccupazioni dei tempi difficili. Il "cinema déco" è il banco d'esordio di numerosi sceneggiatori destinati a imporsi nei decenni successivi (tra i quali Cesare Zavattini e Sergio Amidei), ma più ancora dei soggetti contano spesso le invenzioni grafiche di scenografi come Guido Fiorini, Gino Sensani e Antonio Valente, summa dell'estetica piccolo-borghese del periodo fascista[39][37].

Mario Camerini è il regista maggiore del genere. Dopo aver praticato i generi più diversi, negli anni trenta si sposta felicemente nel territorio della commedia con Gli uomini, che mascalzoni... (1932), Il signor Max (1937) e I grandi magazzini (1939), nei quali mette a punto una leggerezza di tocco capace di valorizzare i divi dell'epoca. In altri film si confronta con la commedia di impronta hollywoodiana sul modello di Frank Capra (Batticuore, 1939), con quella surreale alla René Clair (Darò un milione, 1935) e con adattamenti letterari più tradizionali (I promessi sposi, 1941). Camerini è interessato alla figura dell'italiano tipico e popolare, tanto da anticipare alcuni elementi della futura commedia all'italiana[40]. Il suo interprete maggiore, Vittorio De Sica, ne continuerà la lezione in Maddalena... zero in condotta (1940) e Teresa Venerdì (1941), valorizzando soprattutto la direzione degli attori e la cura per le ambientazioni, prima di portare tutte le capacità acquisite verso una direzione inedita con I bambini ci guardano (1944).

Tra gli altri registi, più convenzionali, troviamo Mario Mattoli (Ore 9 lezione di chimica, 1941), Jean de Limur (Apparizione, 1944) e Max Neufeld (La casa del peccato, 1938; Mille lire al mese, 1939).

Il calligrafismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Calligrafismo (cinema).
Una foto di scena di Tragica notte (1942) di Mario Soldati

Il calligrafismo è una tendenza cinematografica relativa ad alcuni film realizzati in Italia nella prima metà degli anni quaranta e dotati di una complessità espressiva e molteplici riferimenti figurativi, letterari e cinematografici che li isolano dal contesto cinematografico dominante. L'esponente più noto di questa tendenza è Mario Soldati, scrittore e regista di lungo corso destinato a imporsi con film di ascendenza letteraria e solido impianto formale: Dora Nelson (1939), Piccolo mondo antico (1941), Malombra (1942), Tragica notte (1942), Quartieri alti (1943). I suoi film mettono al centro della storia personaggi femminili dotati di una forza drammatica e psicologica estranea ai caratteri del cinema dei telefoni bianchi. Luigi Chiarini, già attivo come critico, approfondisce la tendenza nei suoi La bella addormentata (1942), Via delle Cinque Lune (1942) e La locandiera (1944). I conflitti interiori dei personaggi e la ricchezza scenografica sono ricorrenti anche nei primi film di Alberto Lattuada (Giacomo l'idealista, 1942) e Renato Castellani (Un colpo di pistola, 1942), dominati da un senso di disfacimento morale e culturale che sembra anticipare la fine della guerra.

La caratteristica dominante in questo corpus eterogeneo di film è la volontà di competere con il cinema europeo affermando l'autonomia espressiva del cinema nei confronti delle altre arti e, al tempo stesso, la possibilità di confrontarlo pari a pari con esse mediante uno stile che possa fondere e contaminare i diversi linguaggi artistici ed espressivi[41]. Il risultato è un cinema formalmente complesso, capace di rievocare numerose tendenze culturali e di armonizzarle in una forma espressiva compiuta mediante l'attenzione formale, la rivalutazione del carattere "artigianale" del cinema, svilito nel periodo del cinema dei telefoni bianchi. I riferimenti letterari principali sono quelli della narrativa ottocentesca, in prevalenza italiana (da Antonio Fogazzaro a Emilio De Marchi), russa e francese. Ai film collaborano letterati come Corrado Alvaro, Ennio Flaiano, Emilio Cecchi, Francesco Pasinetti, Vitaliano Brancati, Mario Bonfantini e Umberto Barbaro. Sul versante visivo, il calligrafismo si rifà ai macchiaioli toscani, ai preraffaeliti e ai simbolisti[42].

I film di questa breve tendenza non hanno vocazione realista o di impegno sociale. L'interesse principale resta la cura formale e la ricchezza di riferimenti culturali racchiusi in un cinema capace di valorizzare la professionalità di ogni componente produttiva. Il calligrafismo non porta a innovazioni nel sistema produttivo, ma ne eleva la qualità e rivela le ambizioni di una nuova generazione di autori e intellettuali interessati a superare i limiti ristretti della cultura ufficiale fascista[43]. La critica del tempo bolla i film del calligrafismo come velleitari e superficiali (coniando appositamente l'espressione "calligrafismo"); in seguito, a partire dagli anni Sessanta, questo giudizio riduttivo è stato corretto[44].

Il cinema della Repubblica di Salò[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinevillaggio.
Osvaldo Valenti con la divisa della Xª MAS

Per la brevità della sua storia, la fragilità delle strutture produttive e la debolezza dei film, il cinema della Repubblica di Salò è un campo scarsamente considerato dalla storiografia. Questa "non storia"[45] inizia all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre, quando Luigi Freddi stabilisce il nuovo centro della cinematografia fascista a Venezia allo scopo di riprendere la produzione. Ferdinando Mezzasoma, nominato Ministro della Cultura Popolare, tenta di creare una piccola Cinecittà veneziana con i registi, le maestranze e gli attori di second'ordine che hanno risposto all'appello di trasferirsi al nord. Ma il cinema della Repubblica Sociale è da subito condannato a lottare contro la scarsità di mezzi concessi dalle autorità, ormai prive di interesse per quella che Mussolini stesso aveva definito "l'arma più forte". Giorgio Venturini, Direttore generale dello spettacolo (peraltro privo di qualunque esperienza in campo cinematografico), descrive con realismo la situazione in cui si trova a operare:

« Quel che vedete non è certo Cinecittà: chiamiamolo pure un cinevillaggio; ma il piano urbanistico ne è stato così ben tracciato da consentire domani ogni più ampio sviluppo[46] »

All'inizio del 1944 vengono inviate da Praga le apparecchiature cinematografiche requisite dai tedeschi a Cinecittà e la produzione può iniziare. Il tentativo di stabilire un solido gruppo di attori è però fallimentare: Osvaldo Valenti e Luisa Ferida sono i soli nomi di richiamo ad aver giurato fedeltà al nuovo regime, mentre gli altri (tra cui Emma Gramatica, Elena Zareschi, Nada Fiorelli...) non bastano a suscitare l'interesse del pubblico. Tra i registi che aderiscono al cinema repubblichino troviamo Piero Ballerini, Francesco De Robertis, Fernando Cerchio, Ferruccio Cerio; tra gli sceneggiatori Corrado Pavolini e Alessandro De Stefani.

Le risorse del Ministero vengono usate principalmente per riportare in vita il Cinegiornale Luce. I 55 servizi realizzati dalla metà del 1943 alla fine della guerra si occupano di cronache mondane, eventi sportivi, curiosità dall'estero. La guerra resta spesso sullo sfondo, e in un solo numero si parla dei partigiani[47]. I lungometraggi a soggetto, una quarantina in totale, evitano con cura la propaganda. Tra i titoli più significativi c'è La vita semplice (uscito nel 1946) di De Robertis, un'amena storia sentimentale ambientata nella Venezia popolare.

La fine della guerra è anche la fine di questo debole cinevillaggio. Subito dopo i dissidi saranno ricomposti in nome della ricostruzione nazionale e nella vana speranza di mantenere anche in tempo di pace una parte della produzione a Venezia[48].

Il cinema del dopoguerra (1945-1960)[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni del conflitto l'Italia conosce distruzioni immani. Uno dei sistemi produttivi più avanzati d'Europa si è dissolto e la produzione è praticamente ferma. In questo scenario desolante si manifesta una volontà di rinascita, che nel 1944 porta alla fondazione dell'ANICA, erede diretta della FNFIS di epoca fascista, che raccoglie gli interessi di produttori, distributori ed esercenti. Un articolo del Mondo Nuovo, rotocalco statunitense in lingua italiana, sintetizza così questa volontà di resurrezione:

« Produrre film in Italia è come costruire una casa cominciando dal tetto. [...] Eppure nei teatri di posa italiani si continua a girare film. Meraviglia come soltanto ora, che non si hanno più i mezzi di una volta, la cinematografia italiana corrisponda a quello che è l'animo del paese[49]. »

All'indomani del 25 aprile, i partiti formano un governo di coalizione su base cattolica, liberale, socialista e comunista. Nel giro di pochi anni la produzione si stabilizza: nel 1945 vengono prodotti 28 film, che salgono a 62 l'anno successivo e a 104 all'inizio degli anni cinquanta. Alla fine del decennio si arriverà a 167[50]. La crescita è facilitata anche da una politica di assistenza da parte del governo intesa a garantire la stabilità dell'assetto industriale, in opposizione all'azione degli studios hollywoodiani, della PWB e della diplomazia statunitense, che puntano invece a impedire la ripresa produttiva[51]. Nel corso del decennio la cinematografia nazionale si imporrà su i film statunitensi, che si sono abbattuti in massa sul mercato alla fine della guerra.[52]

Il neorealismo (1945-1953)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Neorealismo (cinema).

In questo campo di contraddizioni si sviluppa il neorealismo, una stagione artistica e culturale che riguarda tutte le forme d'arte, ma che trova nel cinema i suoi risultati più compiuti. Il neorealismo nasce dal libero incontro di alcune individualità all'interno di un clima storico comune, rappresentato dal trauma della guerra e la relativa lotta di liberazione. Per tali motivi il cinema neorealista non può essere considerato una corrente né un movimento, dato che i registi di spicco (Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Giuseppe De Santis) manterranno sempre una personalità autonoma e originale. I tratti comuni del neorealismo, inseparabili dal contesto storico, sono identificabili piuttosto nel senso etico di fratellanza nato dall'antifascismo, nella centralità di personaggi comuni e nell'intreccio tra vicende private e storia pubblica, tutti elementi spingono all'uso preferenziale (ma non esclusivo) di attori non professionisti e di ambientazioni reali. Si evolve in tal modo un cinema di stampo realista che assurge a simbolo di riscatto del popolo italiano, di quella società povera ma vitale che il cinema d'epoca fascista aveva rimosso.

Il momento di svolta avviene con Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, rievocazione della lotta antifascista a Roma negli ultimi mesi della guerra in cui le diverse anime della resistenza romana (comunista, liberale, cattolica) collaborano nel rispetto reciproco. Quello che più interessa al regista sono "le strade, le chiese, i tetti, le case popolari, quegli spazi vitali che l'uomo è chiamato a difendere"[53]. Il film ottiene grande successo internazionale e consacra Rossellini a portavoce del neorealismo. La visione ecumenica ritorna nel film successivo, Paisà (1946), affresco bellico sull'avanzata degli alleati dalla Sicilia alla valle del Po, che rispetto al precedente sacrifica la psicologia individuale alla necessità dell'itinerario storico e geografico. Per certi versi speculare a Paisà è invece Germania anno zero (1947), girato tra le macerie di una Berlino distrutta dai bombardamenti: il trauma bellico è qui inserito nella visione cattolica della lotta dell'uomo contro le avversità della storia, che nel tragico finale sembra sancire la morte della solidarietà. Francesco giullare di Dio (1950) rinnova la ricerca tematica del regista rappresentando la religione popolare come risposta al senso del vivere. Nei film successivi (Stromboli, 1950; Europa '51, 1952; e soprattutto Viaggio in Italia, 1954), segnati dalla collaborazione con Ingrid Bergman, Rosselini si interroga sul rapporto tra individuo e società, sulla solitudine dell'esistenza, sul silenzio di Dio, rappresentando i dati visibili come correlativi di una ricerca interiore. Questi film, accolti inizialmente con freddezza dalla critica, avranno grande influenza nello sviluppo del cinema europeo dei decenni successivi[54].

Sul versante opposto, la parabola di Vittorio De Sica è inseparabile da quella del suo sceneggiatore Cesare Zavattini, che rappresenta quasi la coscienza teorica del neorealismo. Insieme realizzano nel 1944 I bambini ci guardano, che mostra una forte attenzione alla realtà contemporanea, ma è con Sciuscià (1946) che la coppia si impone definitivamente a livello internazionale. A differenza di Rossellini, De Sica carica il film di intensità emotiva e cerca il coinvolgimento dello spettatore nella storia patetica di due ragazzini sconfitti dalla società. Con Ladri di biciclette (1949) il dramma individuale, inserito in una più ampia problematica sociale, si carica di un pathos abilmente gestito dal regista, capace di impiegare al massimo grado le interpretazioni di attori non professionisti. Miracolo a Milano (1951) entra invece nel territorio della favola (portando allo scoperto una tendenza latente nella poetica di Zavattini) sotto forma di un apologo fantastico sul bisogno della solidarietà sociale, ma questa rivendicazione del potere dell'immaginazione viene accolta con scetticismo dalla critica e non avrà seguito. La descrizione della vita quotidiana raggiunge invece il punto più alto con Umberto D. (1953), per molti versi l'apice del neorealismo. La storia di un individuo qualunque alle prese con il dramma di vivere procede per accumulazione di dettagli quotidiani che la regia porta fino al culmine della forza espressiva. Dopo questo exploit la coppia si limiterà a forme narrative più consolidate, e lo stesso neorealismo sembrerà aver esaurito le sue potenzialità.

Tra i registi di questo periodo, Luchino Visconti è il più complesso, solo in parte riconducibile ai moduli del neorealismo. Il suo cinema apre la strada alla riscoperta della realtà con Ossessione (1943), autentico film-spartiacque che mostra già l'ascendenza letteraria del suo cinema, l'interesse per il melodramma e l'ambientazione rurale. Piegando i motivi del noir americano ai moduli del cinema realista (in particolare francese), questo tragico dramma psicologico risulta del tutto anomalo nel contesto del cinema fascista e sarà un punto di riferimento obbligato per tutto il cinema del decennio successivo[55]. Dopo la partecipazione al film collettivo Giorni di gloria (1945) e un'importante attività teatrale, Visconti raggiunge uno degli apici del suo cinema con La terra trema (1949). Interpretato da attori non protagonisti e parlato in dialetto, il film è la summa di tutte le influenze artistiche del regista, figura unica di intellettuale aristocratico e comunista. Il regista guarda alla storia di una comunità di pescatori attraverso la lettura esplicitamente marxista della lotta di classe. Il complesso apparato figurativo rende funzionale al dramma ogni elemento della masse in scena, con le scene costruite secondo precisi rapporti plastici, cromatici, sonori, musicali[56]. Il film è un insuccesso di pubblico e Visconti ripiega su progetti meno ambiziosi. Bellissima (1951) torna quindi alla contemporaneità con una descrizione minuziosa del mondo del cinema e del fascino esercitato sui popolani, ma non rinuncia alla costruzione narrativa romanzesca né alla complessità figurativa.

Interessato a estendere i confini del neorealismo è anche Giuseppe De Santis. Dopo un lungo apprendistato critico per la rivista Cinema, De Santis esordisce nel 1946 con Caccia tragica, che mostra già la sua preferenza per il racconto corale, la complessità della messa in scena e la tendenza epicizzante. Nell'arco di una dozzina di film, De Santis cercherà di adattare i moduli neorealisti al cinema popolare contemporaneo, il realismo socialista sovietico allo spettacolo hollywoodiano. L'ambizione è meglio espressa in Riso amaro (1949), grande successo internazionale, che coniuga ambizione sociale e cultura popolare. In Non c'è pace tra gli ulivi (1950) vengono riassunti tutti i temi a lui più cari: la centralità del personaggio femminile, l'ambientazione agricola, la precisa descrizione sociale[57]. Roma ore 11 (1952) abbandona l'abientazione rurale per descrivere il processo di inurbamento e le contraddizioni della ripresa economica. I pochi film successivi tra cui: Un marito per Anna Zaccheo (1953), Giorni d'amore (1954), Uomini e lupi (1956) e La strada lunga un anno (1958), saranno accolti con freddezza dalla critica, quasi a significare l'esaurimento creativo del neorealismo e la difficoltà di rappresentare una società più complessa[58].

Fino alla metà degli anni cinquanta molti film riprenderanno, in forme più o meno consapevoli, temi e ambientazioni del neorealismo. In Roma città libera (La notte porta consiglio) (1948) Marcello Pagliero contamina il neorealismo con diverse tendenze di matrice comica. Alberto Lattuada coniuga realismo e necessità spettacolare con Il bandito (1946), influenzato dal genere noir, l'ambizioso affresco storico Il mulino del Po (1949) e Il cappotto (1952), entrambi di origine letteraria. Anche Mario Soldati mette la vocazione letteraria al servizio del realismo con Le miserie del signor Travet (1946), prima di dedicarsi soprattutto alla narrativa. Luigi Zampa realizza i suoi film più noti con la collaborazione di Vitaliano Brancati (Anni difficili, 1948; L'arte di arrangiarsi, 1954). Pietro Germi guarda invece ai moduli del cinema statunitense (Il testimone, 1945; Gioventù perduta, 1947); In nome della legge (1949) conferma la solidità della sua regia[59].

Una certa attenzione sociale, ormai ridotta a puro sfondo per commedie sentimentali, sopravviverà fino alla fine del decennio in un filone bollato dalla critica come "neorealismo rosa", di cui i film di Luciano Emmer (Domenica d'agosto, 1950; Le ragazze di Piazza di Spagna, 1952; Terza liceo, 1953) costituiscono gli esempi più noti. Anche Renato Castellani contribuisce a riportare in auge la commedia di ambientazione realista con Sotto il sole di Roma (1948) ed È primavera (1949), entrambe girate in esterni e con attori non professionisti, e soprattutto con il successo di pubblico e critica di Due soldi di speranza (1952). Il suo stile, abile nel coniugare commedia popolare e motivi realisti, arriverà a influenzare i registi maggiori della commedia all'italiana: è il caso di Luigi Comencini e Dino Risi nei rispettivi Pane, amore e fantasia (1953) e Poveri ma belli (1956)[60].

A metà del decennio la tendenza neorealista può dirsi esaurita. Tra le cause vanno citate la crescita produttiva (con la contemporanea affermazione di generi più codificati), il raffreddamento ideologico imposto dal governo in cambio del sostegno all'industria, l'evoluzione dei registi maggiori e la difficoltà di rappresentare una società in continuo cambiamento. A segnare la chiusura di questa esperienza provvedono i film di Roberto Rossellini dei primi anni cinquanta, l'esaurimento della vena realista di Vittorio De Sica (con l'insuccesso produttivo e critico di Stazione Termini, 1953, e la conseguente conversione alla commedia) e soprattutto il dibattito critico suscitato da Senso (1954) di Luchino Visconti, che supera il realismo contemporaneo nella direzione dell'affresco storico risorgimentale (riletto attraverso Gramsci) e dell'interesse per la complessità psicologica[61].

I generi popolari[modifica | modifica wikitesto]

Melodramma[modifica | modifica wikitesto]

Fra la metà degli anni quaranta e la metà degli anni cinquanta fiorisce il genere dei melodrammi popolari, detti comunemente strappalacrime. Rispetto ai drammi sentimentali dei decenni precedenti, i melodrammi degli anni cinquanta sono caratterizzati da ambientazioni più realistiche e popolari (anche se spesso idealizzate), popolate da una piccola borghesia all'alba del boom economico. Le esili trame sono spesso costruite attorno a giovani coppie unite dall'amore ma divise dai ceti sociali di appartenenza, con particolare insistenza sulle sofferenze, le vessazioni e le rinunce che i personaggi (soprattutto femminili) sono costretti a subire. I melodrammi sono poco apprezzati dalla critica, che li considera alla stregua di fotoromanzi cinematografici, ma il successo di pubblico è immediato.

Il regista principale del genere è Raffaello Matarazzo, attivo già dai tempi del fascismo (aveva esordito nel 1933 con Treno popolare) e prolifico autore di una serie di film interpretati da Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. Il suo film più celebre, Catene (1949), è il maggior incasso in Italia nella stagione 1949-1950. L'anno successivo il successo commerciale si ripete con I figli di nessuno (1951) e Tormento (1950), privi del tradizionale finale consolatorio. Di Matarazzo si ricordano ancora: Chi è senza peccato... (1952), Torna! (1953), L'angelo bianco (1955) e La nave delle donne maledette (1953), tutti film di grande successo commerciale ma per lungo tempo invisi alla critica.

Gli altri grandi successi sono Anna (1951) di Alberto Lattuada, I figli non si vendono (1952) di Mario Bonnard, Perdonami! (1953), Ti ho sempre amato! (1954) e Pietà per chi cade (1954) di Mario Costa. Altri registi specializzati nel genere sono Guido Brignone, Luigi Capuano, Gennaro Righelli, Mario Bonnard e Carmine Gallone. Anche Riccardo Freda, Sergio Corbucci e Vittorio Cottafavi, prima di prendere strade diverse nell'ambito del cinema popolare, inizieranno le carriere con questo genere di film.

Nel decennio successivo il melodramma tenta di aggiornarsi ai gusti del pubblico. I film di questo periodo hanno come argomento storie di minori con genitori distaccati o in procinto di separarsi, destinati a morire per una disgrazia o una malattia. Altri copioni raccontano coppie in crisi che ritrovano l'amore, prima di essere nuovamente separate da un destino avverso. Capostipite di questo revival è la pellicola Incompreso di Luigi Comencini (1966). La popolarità del film dà il via a una serie di imitazioni più o meno esplicite lungo tutti gli anni settanta. Tra i titoli di maggior successo si ricordano: Anonimo veneziano (1970) di Enrico Maria Salerno, Cuore (1973) di Romano Scavolini, Il venditore di palloncini (1974) di Mario Gariazzo, L'albero dalle foglie rosa (1974) di Armando Nannuzzi. Contemporaneamente si provvede a una riconsiderazione critica dei film di Raffaello Matarazzo, a lungo considerato un mestierante senza personalità e ora rivalutato per la competenza della messa in scena e le invenzioni cinematografiche[62]. Il filone continua con successo fino alla metà degli anni ottanta, quando la scomparsa dei generi popolari relega i film sentimentali alla produzione televisiva.

In questo genere va inserito anche il fortunato sotto-filone delle sceneggiate napoletane, interpretate da un'autentica schiera di divi regionali (tra i quali Mario Merola è il più celebre a livello nazionale). I titoli più famosi sono Zappatore (1980), Lacrime napulitane (1981), Carcerato (1981) e I figli... so' pezzi 'e core (1981), tutti diretti dal regista romano Alfonso Brescia.

Peplum e Cappa e spada[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Peplum.

Appartengono numerosi film, nati sulla scia del successo di kolossal hollywoodiani come Ben Hur (1959), ambientati nell'antichità e narranti fatti mitologici o biblici. Tra i titoli di maggiore successo troviamo: Ulisse (1954) di Mario Camerini, Le fatiche di Ercole (1958) di Pietro Francisci ed Ercole al centro della Terra (1961) di Mario Bava. Questi film narrano le gesta di potenti eroi mitologici come Ercole, Golia, Maciste, Sansone o Ursus, in lotta per liberare interi popoli da mostri o sovrani malvagi oppure con la missione di salvare fanciulle in pericolo. Interpretati da attori americani con esperienze da body-builder come Gordon Scott, Steve Reeves e Brad Harris, i forzuti entrarono presto nell'immaginario collettivo. Le esili trame, spesso costruite su improbabili compresenze di miti ed eroi, il dialogo fuori sincrono, la recitazione legnosa dei personaggi, uniti ai primitivi effetti speciali hanno contribuito ad etichettare queste opere come mere riproposizioni dei più abbienti kolossal di hollywood. Il filone si esaurisce all'inizio degli anni sessanta.

Analogo al peplum è il genere "cappa e spada", in cui si inseriscono film storici ambientati in epoca medievale o nel Rinascimento. Questi film narrano gesta di uomini e donne realmente esistiti, oppure vedono protagonisti i personaggi della narrativa avventurosa.

La critica bolla questi generi come immensi spettacoli di cartapesta, promossi al puro scopo commerciale, volutamente privi di qualsiasi velleità artistica.

Il cinema d'autore degli anni cinquanta, sessanta e settanta[modifica | modifica wikitesto]

Nella foto il regista Michelangelo Antonioni

A partire dalla metà degli anni cinquanta il cinema italiano si svincola dal neorealismo affrontando tematiche prettamente esistenziali, filmate con stili e punti di vista differenti, spesso più introspettivi che descrittivi. Si assiste così ad una nuova fioritura di cineasti che contribuiscono in maniera fondamentale allo sviluppo della settima arte. L'artista ferrarese Michelangelo Antonioni è il primo a imporsi, divenendo in breve tempo un autore di riferimento per tutto il cinema moderno. Tale carica di novità è ravvisabile fin dal principio. Infatti, la prima opera del regista, Cronaca di un amore (1950), segna un'indelebile frattura con il mondo del neorealismo e la conseguente nascita di una nuova stagione cinematografica.

Dopo aver girato pellicole come La signora senza camelie (1953), Le amiche (1955) e Il grido (Pardo d'oro al festival di Locarno nel 1957), negli anni tra il 1960 e il 1962, dirige la celebre "trilogia dell'incomunicabilità", composta dai film L'avventura (premio della giuria a Cannes), La notte (Orso d'oro al festival di Berlino) e L'eclisse (ancora premio della giuria al Festival di Cannes). In tali pellicole (che vedono come protagonista una giovane Monica Vitti) Antonioni affronta in maniera diretta i moderni temi dell'incomunicabilità, dell'alienazione e del disagio esistenziale, dove i rapporti interpersonali sono volutamente descritti in maniera oscura e sfuggente. Il regista riesce così a rinnovare la drammaturgia filmica e a creare un forte smarrimento tra pubblico e critica, i quali accolgono queste opere in maniera spesso contrastante.

Si consacra definitivamente all'attenzione internazionale con i successivi Il deserto rosso (1964) - Leone d'oro al miglior film al Festival di Venezia - e Blow-Up (1966) - Palma d'oro al Festival di Cannes - che vede protagonista l'attore americano David Hemmings. Il film, sceneggiato con Tonino Guerra, è una profonda riflessione sul rapporto arte-vita e sull'impossibilità del cinema di rappresentare la realtà, simbolicamente riassunta nell'ultima sequenza, dove alcuni saltimbanchi mimano ripetutamente una partita di tennis.[63] Durante gli anni settanta ottengono visibilità oltre i confini nazionali Zabriskie Point (1970) e Professione: reporter (1974), quest'ultimo interpretato dall'attore americano Jack Nicholson. La pellicola (resa famosa dal virtuosistico piano sequenza finale di sette minuti), si avvale di molteplici scenografie che spaziano dai deserti africani alla Barcellona surreale di Gaudì, fotografati in maniera vitrea e assolata[64].

Altra figura centrale per lo sviluppo della settima arte è il cineasta Federico Fellini, autore che più di ogni altro ha racchiuso ogni aspetto del reale e del surreale in una dimensione poetica e favolistica. Dopo aver debuttato come scrittore umoristico nella rivista Marc'Aurelio ed aver dato il proprio contributo come sceneggiatore in importanti film neorealisti, esordisce al cinema con Alberto Lattuada nel film Luci del varietà (1950). Con capolavori come Le notti di Cabiria (1957) e La dolce vita (1960), oltre ai precedenti I vitelloni (1953) e La strada (1954), si impone come uno dei massimi punti di riferimento del cinema italiano. Il suo stile altamente immaginifico viene esaltato dal fortunato sodalizio con il compositore Nino Rota, le cui colonne sonore entreranno nell'immaginario collettivo.

La celebre sequenza del bagno nella fontana di Trevi, nel film La dolce vita, di Federico Fellini

Alcune scene dei suoi film più noti assurgeranno a simboli di un'intera epoca, come la famosa sequenza di Anita Ekberg che, ne La dolce vita, entra nella Fontana di Trevi divenendo, da allora, un'icona del cinema internazionale. Alla sua uscita l'opera scatena polemiche che vedono scendere in campo la rivista cattolica dell' Osservatore Romano, la quale denigra il film come amorale e impuro.[65] L'opera è, infatti, un programmatico affresco di una Roma frivola e decadente, assolutamente priva di qualsiasi certezza morale. Ne consegue un composito viaggio nel sonno della ragione dove i disvalori della società borghese emergono in maniera autentica e viscerale.

Nel corso degli anni sessanta l'artista romagnolo inizia una fase di sperimentazione col monumentale, onirico e visionario (1963), che aprirà una nuova fase della sua lunga e luminosa carriera. Il film è un'autobiografia immaginaria dello stesso regista che, con apparente svagatezza, tocca temi centrali come l'arte, la persistenza della memoria e la morte, valendo al cineasta un Oscar come miglior film straniero.[66] Gli anni settanta si aprono col funereo e nostalgico I clowns (1970), dove l'autore ha modo di mettere in vetrina il delirante universo del circo, a cui segue un rinnovato omaggio alla capitale nel film Roma (1972), sgargiante e brioso documentario, costantemente sospeso tra impennate liriche e impietosa satira di costume. Con il coeso Amarcord - Oscar al miglior film straniero nel 1974 - torna al successo internazionale, descrivendo i propri luoghi d'infanzia con nostalgia e complicità, contrapponendo alla mediocrità del fascismo la spontanea vitalità dell'età adolescenziale.[67]

Opere successive come Il Casanova di Federico Fellini (1976), La città delle donne (1980), E la nave va (1983), Ginger e Fred (1985), Intervista (premio speciale a Cannes nel 1987) e La voce della luna (1990), consacrano Fellini come uno dei più grandi artisti della macchina da presa del XX secolo. Già insignito di quattro premi Oscar al miglior film straniero, gli è stato conferito nel 1993 l'Oscar alla carriera. Vincitore due volte del Festival di Mosca (1963 e 1987), ha inoltre ricevuto nel 1960 la Palma d'oro al Festival di Cannes e nel 1985 il Leone d'oro alla carriera.

La sequenza del ballo nel film Il Gattopardo, di Luchino Visconti

Lo stesso Luchino Visconti continuerà a regalare al cinema italiano altre prestigiose creazioni. Nel 1960 esce nelle sale cinematografiche Rocco e i suoi fratelli (Gran premio della giuria al Festival di Venezia), con Alain Delon e Renato Salvatori. L'opera, ispirata ai racconti contenuti in Il ponte della Ghisolfa, di Giovanni Testori, mette a confronto una storia di miseria meridionale con la civiltà industriale del Nord, raccontando l'afflusso migratorio delle popolazioni del Sud con lucida introspezione psicologica.[68] Nel 1963 giunge sugli schermi Il Gattopardo (Palma d'oro al Festival di Cannes), con Alain Delon, Claudia Cardinale e Burt Lancaster. La pellicola è una fedele illustrazione del passaggio della Sicilia dei Borboni a quella dei Sabaudi, non tradendo - da intellettuale di sinistra - lo spirito scettico e amaro dell'omonimo romanzo. Celebre la sequenza conclusiva del ballo tra Burt Lancaster e Claudia Cardinale, per cui Nino Rota ha arrangiato un valzer inedito di Giuseppe Verdi[69]. La sua vasta produzione continua con le opere La caduta degli dei (1969), Morte a Venezia (premio speciale a Cannes nel 1971) Ludwig (1973) e Gruppo di famiglia in un interno (1974). Con la pellicola Vaghe stelle dell'Orsa, riceve nel 1965 Il Leone d'oro come miglior film al Festival di Venezia.[70]

Roberto Rossellini dopo la conquista nel 1959 del Leone d'oro a Venezia per il film Il generale Della Rovere, aprirà una nuova fase della sua carriera con la sperimentazione di nuove pellicole per il cinema e la televisione, dal puro scopo umanistico e didattico. Vittorio De Sica tornerà al successo internazionale con svariate commedie: in special modo con L'oro di Napoli (1955) e Ieri, oggi, domani (1963), quest'ultima con Marcello Mastroianni e Sophia Loren e porterà il regista a ricevere un nuovo Oscar nella sezione miglior film straniero. La sequenza più famosa del film resta il negligé con cui la Loren si mostra nell'ultimo episodio, lasciando il segno nell'intero immaginario collettivo.[71] Con il drammatico ed elegante Il giardino dei Finzi-Contini, l'artista si aggiudicherà nel 1971 l'Orso d'oro al Festival di Berlino e l'anno dopo l'Oscar per il Miglior film straniero.[72] Come allievo di Visconti si mette in luce il regista fiorentino Franco Zeffirelli. Tra le sue opere più note vi sono le trasposizioni shakespeariane de La bisbetica domata (1967) e Romeo e Giulietta (1967), con cui ottiene la candidatura all'Oscar come miglior regista; traguardo raggiunto nuovamente con La traviata, uscito nelle sale cinematografiche nel 1982.

Da sottolineare la peculiare carriera del palermitano Vittorio De Seta che negli anni cinquanta realizza vari documentari ambientati prevalentemente in terra siciliana e sarda. Queste opere descrivono con potente espressività gli usi e costumi del proletariato meridionale e, allo stesso tempo, mettono a nudo le dure condizioni di vita dei pescatori siciliani, dei minatori di zolfo nisseni e dei pastori della Barbagia. Nel 1955, il regista riceve la Palma d'oro a Cannes per il miglior documentario grazie al film Isola di fuoco.[73] Anni più tardi abbandona il documentario dirigendo nel 1961 il film a soggetto Banditi a Orgosolo, sceneggiato con la moglie Vera Gherarducci. L'opera, stilisticamente asciutta, è un resoconto a sfondo neorealista della vita e delle abitudini di un pastore sardo, interpretato dall'attore non professionista Michele Cossu. Il film vince il premio Opera prima al Festival di Venezia e il Nastro d'Argento alla migliore fotografia.[74]

Restando al documentario (e ancor prima di De Seta), il regista Domenico Paolella - fecondo autore di molti generi cinematografici - si aggiudica nel 1951 la Palma d'oro al Festival di Cannes, per il docufilm La tragedia dell'etna. Allo stesso modo, l'autore e scrittore Folco Quilici riceve premi oltre confine, aggiudicandosi un Orso d'argento e una Concha de Plata al miglior regista nei rispettivi documentari L'ultimo paradiso (1956) e Dagli Appennini alle Ande (1960).

In un tempo coevo si afferma il regista romano Carlo Lizzani. Dopo aver contribuito all'affermazione del Neorealismo, soprattutto in veste di critico e sceneggiatore, si è imposto come autore di un cinema politicamente impegnato, affrontando momenti scottanti della storia italiana, dal fascismo alla cronaca più recente. Dopo aver realizzato alcuni documentari (Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato, 1950), nel 1951 dirige il suo primo lungometraggio, Achtung, banditi! - storia di un episodio di guerra partigiana - cui fa seguito L'amore che si paga (episodio di L'amore in città, 1953). La sua filmografia continua con Cronache di poveri amanti (1954) - resoconto della Firenze degli anni Venti tratto dal romanzo di Vasco Pratolini - Il gobbo (1960) - vivido ritratto di un bandito della periferia romana - Il processo di Verona (1963), La vita agra (1964) e Banditi a Milano, distribuito sul mercato nel 1968. Nel 2007 riceve il David di Donatello alla carriera.

Sempre negli anni cinquanta, Alessandro Blasetti mette in campo la sua innata voglia di sperimentare inaugurando, con il dittico Altri tempi (Zibaldone n. 1) (1952) e Tempi nostri (Zibaldone n. 2) (1954), la realtà dei film a episodi, che verrà sfruttata in modo capillare da tutto il cinema a venire, sia autoriale che farsesco. Il regista romano, con la realizzazione del film Peccato che sia una canaglia (1954), avrà l'ulteriore merito di lanciare la coppia divistica più famosa di tutto il cinema italiano, formata da Marcello Mastroianni e Sophia Loren.

Altro protagonista del cinema d'autore è sicuramente Pier Paolo Pasolini. Cineasta, attore, poeta e scrittore infaticabile, nella varietà delle sue opere si è spesso opposto ai costumi e alla morale del tempo, risultando a posteriori uno dei maggiori intellettuali del XX secolo. Figura iconoclasta del cinema e della letteratura italiana ha sempre intrapreso con fortuna molteplici campi del sapere, proponendo valori alternativi e contrari al conformismo borghese. Attento osservatore della trasformazione della società italiana dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, ha spesso suscitato forti polemiche per la radicalità e vivacità del suo pensiero. Vivacità che ha saputo mettere in evidenza anche in campo cinematografico lasciando una serie ininterrotta di capolavori a partire dal suo film d'esordio Accattone (1961), che vede come interprete l'attore romano Franco Citti. Lontano dall'esperienza neorealista, Pasolini - con movimenti di macchina asciutti e funzionali - rivela la matrice sacra e populista della propria ispirazione, descrivendo un'umanità sottoproletaria autentica e tragica.[75]

Le medesime ambientazioni le si ritrova in Mamma Roma (1962), con Anna Magnani, dove il regista nobilita i suoi personaggi suburbani con richiami alla pittura rinascimentale del Mantegna.[76]

Nel contiguo Il Vangelo secondo Matteo (Gran premio della giura a Venezia nel 1964), l'artista racconta la vita del Cristo rinunciando agli orpelli dell'iconografia tradizionale, avvalendosi di uno stile registico che alterna camera a mano a immagini proprie della pittura quattrocentesca.[76] In Uccellacci e uccellini, con Totò e Ninetto Davoli (1966), il suo cinema vira sull'apologo fantastico descrivendo le varie trasformazioni del proletariato con una libertà di scrittura che mescola abilmente il documentario alla finzione, con trovate sovente corrosive e intelligenti.[77] Tra le sue varie pellicole si ricordano: Edipo re (1967), Teorema (1968), Medea (1969) e le trasposizioni cinematografiche della "trilogia della vita" : Il Decameron (Orso d'argento a Berlino nel 1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (Gran premio della giuria a Cannes nel 1974). Da ultimo si evidenzia l'agghiacciante Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), (che avrebbe dovuto far parte della trilogia della morte, assieme a Porno-Teo-Kolossal, ed un terzo film che non saranno mai realizzati a causa dell'assassinio del regista). Tali pellicole hanno proposto chiavi di lettura differenti, scatenando sovente lunghe polemiche, talvolta con strascichi giudiziari ed episodi di censura. Nel 1972 riceve l'Orso d'oro a Berlino per il già citato film I racconti di Canterbury.[78]

Sulla scia del cinema di borgata pasoliniano si inserisce l'opera di Gian Vittorio Baldi, che nei film Luciano, una vita bruciata (1962) e Fuoco! (1968) ritrae spaccati di un'Italia minore e periferica, sospesa tra passato e modernità; il tutto filmato con precisione sociologica e coerente controllo espressivo.[79] Autore di un'estesa produzione documentaria, riceve nel 1958 il Premio speciale della Giuria alla Mostra di Venezia per il cortometraggio Il pianto delle zitelle; due anni dopo, nel 1960, conquista il Leone d'oro per il miglior cortometraggio grazie al film La casa delle vedove. Sempre all'inizio degli anni sessanta si registra l'opera di Ansano Giannarelli, autore per molti decenni di svariate biografie cinematografiche, dedicate a illustri matematici, scienziati o autorevoli esponenti di partito. Con il suo primo film, 16 ottobre 1943 (1960), tratto dall'omonimo romanzo di Giacomo Debenedetti, viene candidato all'Oscar nella relativa sezione cortometraggi.

Un altro regista di rilievo è Valerio Zurlini: i suoi film, da Estate violenta (1959) a La ragazza con la valigia (1961), da Cronaca familiare (Leone d'oro al festival di Venezia nel 1962) a Il deserto dei Tartari (1976), alternano suggestive rievocazioni letterarie ad analisi psicologiche raffinate e complesse, con risultati spesso notevoli. Molto raffinato sul piano formale è il cinema di Mauro Bolognini che, pur soffrendo talora di eccessi di decadentismo e affettazione, presenta una ricchezza scenografica di ampia derivazione viscontiana. A tal proposito si ricordano i lungometraggi La giornata balorda (1960), Metello (1970) e il Il bell'Antonio (1960), con cui si aggiudica La vela d'oro al Festival di Locarno. Nel 1962 guadagna una Concha de Plata al miglior regista al Festival di San Sebastian per il film Senilità, riottenendo il medesimo premio per la pellicola Madamigella di Maupin (1966).

Nello stesso periodo si mette in evidenza l'attore e regista Gian Luigi Polidoro che con la pellicola Il diavolo (1963), si aggiudica l'Orso d'Oro al Festival di Berlino.[80] Da rilevare, l'esperienza cinematografica dell'attore e regista teatrale Carmelo Bene, che grazie alla discussa opera Nostra Signora dei Turchi (1968), riceve al Festival di Venezia il Gran premio della giuria. A seguire si riportano le pellicole Salomè (1972), con Lydia Mancinelli e Un Amleto di meno, uscito nelle sale nel 1973. In aggiunta, nei primi anni settanta, si cimenta con il mezzo cinematografico lo scrittore Alberto Bevilacqua, spesso presentando lungometraggi derivanti dalle sue opere letterarie. Dopo l'esordio ne La Califfa (1970), il seguente Questa specie d'amore, viene premiato nel 1972 con il David di Donatello per il miglior film.

Altri autori del cinema italiano[modifica | modifica wikitesto]

Ermanno Olmi alla Mostra del cinema di Venezia del 1965

Pur individuando nei decenni cinquanta, sessanta e settanta il periodo aureo del cinema d'essai, numerosi altri registi hanno conquistato la nomea di autori anche nei decenni successivi, in special modo dalla metà degli anni settanta. Questa nutrita schiera di cineasti, coltivando stili e tematiche differenti, è riuscita, anch'essa, a raccogliere consenso e prestigio internazionale.

Ermanno Olmi esordisce con il film Il tempo si è fermato (1958), emozionante parabola sui rapporti tra uomo e natura che fa subito emergere le sue peculiari doti artistiche. La notorietà arriverà tre anni dopo con Il posto (1961), un ritratto dolce-amaro della Milano del boom economico. Dopo alcuni lavori interlocutori gli anni settanta consacrano Olmi a livello internazionale con l'uscita nelle sale de L'albero degli zoccoli (1978), commosso e partecipe omaggio a un mondo contadino in via d'estinzione, premiato, nello stesso anno, con la Palma d'oro al Festival di Cannes. Dopo una lunga malattia Olmi ritorna alla ribalta negli anni ottanta col surreale Lunga vita alla signora! (1987) e l'intenso La leggenda del santo bevitore (1988) premiato col Leone d'oro al festival di Venezia. Nel 2001 il regista realizza quello che molti critici considerano il suo miglior lavoro: Il mestiere delle armi, dedicato al mito di Giovanni dalle Bande Nere. Il film, ottiene a sorpresa un grande successo di pubblico e conquisterà nel 2002 ben nove David di Donatello. Un rinnovato interesse critico accompagna l'uscita dei successivi lungometraggi Cantando dietro i paraventi (2003), Centochiodi (2007) e Il villaggio di cartone (2011). Nel 2008 gli viene assegnato a Venezia il prestigioso Leone d'oro alla carriera.

Il regista Marco Ferreri

Marco Ferreri si cimenta alla regia verso la fine degli anni cinquanta presentando un cinema grottesco e provocatorio, con tratti e accenti parzialmente "bunueliani". I titoli più importanti della prima fase della sua carriera sono El pisito (1958), La carrozzella (1960) (girati entrambi in Spagna) e La donna scimmia, interpretato da Ugo Tognazzi e Annie Girardot (1964). Raggiunge la piena maturità artistica con Dillinger è morto (1969), stralunato e attualissimo capolavoro sull'alienazione della vita moderna. Dopo il percorso kafkiano e surreale de L'udienza (1971) ottiene la massima popolarità internazionale con il sorprendente e discusso La grande abbuffata (1973). Scritto dal regista assieme a Rafael Azcona, il film è un'allegoria della società del benessere condannata all'autodistruzione e, al tempo stesso, un limpido saggio sui vari intrecci tra eros e thanatos, filmati con raggelante ironia.[81] Nel 1978 riceve il Gran premio della giuria a Cannes per la pellicola Ciao maschio, che vede come attore principale Gerard Depardieu. Dopo l'Orso d'argento conquistato per il film Chiedo asilo (1979), il regista meneghino torna alla ribalta nel 1991 con la direzione del lungometraggio La casa del sorriso che si aggiudicherà l'Orso d'oro al Festival di Berlino. Tra i suoi ultimi lavori si ricordano Diario di un vizio (1993) e Nitrato d'argento, uscito nelle sale cinematografiche nel 1996.

Sempre negli anni sessanta si impone all'attenzione di pubblico e critica l'opera del giovane Marco Bellocchio che tramite pellicole apertamente in contrasto con la società e i valori borghesi anticipa il fermento generazionale del sessantotto. La sua pellicola d'esordio I pugni in tasca (1965), con Lou Castel e Paola Pitagora, a causa dei suoi contenuti altamente drammatici scuote l'opinione pubblica aprendo la strada ad una prolifica serie di film tra i quali si ricordano: La Cina è vicina (1967) - Gran premio della giuria al Festival di Venezia - Nel nome del padre (1972), Sbatti il mostro in prima pagina (1973), Marcia trionfale (1976) e il documentario Matti da slegare - Nessuno o tutti (1975) - diretto con Silvano Agosti - uno dei primi esempi di cinema militante a difesa del metodo psichiatrico di Franco Basaglia, teso al reinserimento sociale del malato. A partire dagli anni ottanta instaura un sodalizio artistico con lo psichiatra Massimo Fagioli (autore di molte sceneggiature) fino al ritorno in auge negli anni duemila con numerose pellicole che ne hanno consolidato il prestigio autoriale. Tra queste si menzionano: L'ora di religione (2002), Buongiorno, notte (2003), Il regista di matrimoni (2006), Vincere (2009) e da ultimo Bella addormentata (2012), liberamente ispirato agli ultimi giorni di vita della giovane Eluana Englaro. Nel 2010 riceve a Venezia il Leone d'oro alla carriera, seguito nel 2015 dal Pardo d'onore al Festival di Locarno.

Bernardo Bertolucci si avvicina al cinema grazie a Pier Paolo Pasolini di cui sarà assistente sul set di Accattone. Ben presto si stacca dal mondo pasoliniano per inseguire una personale idea di cinema, basata sullo studio antropologico dell'individuo e del suo relazionarsi ai mutamenti sociali che la storia impone. Esordisce giovanissimo nel lungometraggio La commare secca (1962), e desta attenzione con Prima della rivoluzione (1964). Nei primi anni settanta realizza in rapida successione tre capisaldi del suo cinema: Il conformista (1970) tratto dal romanzo di Moravia, il metafisico La strategia del ragno (1970) e il film scandalo Ultimo tango a Parigi (1972), con Marlon Brando e Maria Schneider. Il film, a causa dei suoi contenuti altamente erotici, viene sequestrato, assolto, nuovamente sequestrato e condannato alla distruzione per oscenità dalla Cassazione il 29 gennaio 1976 (con perdita dei diritti civili per cinque anni dello stesso regista). Il 9 febbraio 1987 la pellicola viene riabilitata con sentenza "di non oscenità" in quanto "mutato il comune senso del pudore.[82]

Consolida la fama internazionale con il kolossal Novecento (1976), della durata di oltre cinque ore e che vede come primi attori Robert De Niro e Gerard Depardieu. La pellicola è un potente affresco sulle lotte di classe contadine dagli albori del novecento fino alla seconda guerra mondiale, dove l'autore cerca di caricare le immagini con luci e colori propri di certa "pittura contadina", rinvenibile nei quadri di Miller, Vincent Van Gogh e Pellizza da Volpedo.[83] Il 1987 segna un'ulteriore svolta: dirige, infatti, il ciclopico e suggestivo L'ultimo imperatore, che si aggiudicherà ben nove Premi Oscar, tra cui quelli per miglior film e regia. Negli anni successivi Bertolucci prosegue sulla strada del kolossal per il mercato internazionale con Il tè nel deserto (1990) e il Piccolo Buddha (1993), ambientato in Nepal e negli Stati Uniti. La seconda metà degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio vedono Bertolucci virare verso un cinema più intimista con Io ballo da sola (1996), L'assedio (1998) e The Dreamers - I sognatori (2003). Costretto su una sedia a rotelle per problemi di salute, dopo quasi dieci anni torna dietro la macchina da presa per dirigere il delicato Io e te, uscito nelle sale nell'autunno del 2012. Dopo il Pardo d'onore a Locarno (1997), a consacrare la sua lunga carriera giungono nel 2007 e nel 2010 i rispettivi Leone d'oro alla carriera e Palma d'onore al Festival di Cannes.

I fratelli Paolo e Vittorio Taviani, appassionati fin da giovanissimi al cinema, conoscono un primo discreto successo con il film I sovversivi (1967), che vede come primo attore il cantautore Lucio Dalla, a cui seguono Sotto il segno dello scorpione (1969) e il film sulla restaurazione Allonsanfan (1974), con Marcello Mastroianni e Laura Betti. Il seguente Padre padrone (1977), tratto dal romanzo di Gavino Ledda, racconta la lotta di un pastore sardo contro le regole feroci del proprio universo patriarcale. Il film (con Saverio Marconi e Omero Antonutti) riscuote critiche favorevoli aggiudicandosi nello stesso anno la Palma d'oro al Festival di Cannes. Ne Il prato (1979) si riscontrano echi neorealisti, mentre La notte di San Lorenzo (1982) racconta, con uno stile vicino al realismo magico, la deliberata fuga di un gruppo di abitanti della Toscana, nella notte in cui tedeschi e fascisti compiono una sanguinosa rappresaglia nel Duomo della città. Lo scenario della battaglia nel grande campo di grano (avvenuta tra i fascisti di Salò e i partigiani), rappresenta il momento culminante di un film che riscuote grandi consensi e che vince il gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Nel 2012 si aggiudicano l'Orso d'oro al Festival di Berlino e il David di Donatello per il miglior film e per il miglior regista con il film Cesare deve morire, realmente recitato dai detenuti del carcere romano di Rebibbia. Nel 1986 ricevono il Leone d'oro alla carriera.

Il regista Gianni Amelio

Gianni Amelio, dopo molte regie televisive per la Rai, esordisce al cinema con Colpire al cuore (1982), un film sul terrorismo che non passa inosservato. Dopo l'interessante I ragazzi di via Panisperna (1988), sul leggendario gruppo di fisici guidato da Enrico Fermi, raggiunge l'acclamazione internazionale con il secco e riflessivo Porte aperte (1990), con Gian Maria Volontè e Renato Carpentieri. Nei film che seguono, Amelio sviluppa tematiche legate alla realtà sociale con dolorosa partecipazione e sensibilità artistica. Con Il ladro di bambini (1992), con protagonista Enrico Lo Verso, vince nel 1992 il Premio speciale della giuria al Festival di Cannes e l'European Film Award come miglior lungometraggio, oltre a due Nastri d'Argento e cinque David di Donatello. L'opera è un aggiornato "viaggio in Italia" in senso rosselliniano dove il regista - attraverso lo sguardo muto e dolente dei suoi piccoli protagonisti - descrive lo squallore morale dell'Italia anni novanta, senza chiudersi in facili nichilismi, né aprirsi a sogni illusori.[84]

Nel seguente Lamerica (1994), descrive la situazione politica dell'Albania post-comunista, trovandovi un paese devastato come quello di Germania anno zero di Rossellini, filmando il tutto con il proprio stile asciutto e oggettivo.[85] Nello stesso anno si aggiudica il premio Osella d'oro alla Mostra del cinema di Venezia, oltre al Premio Pasinetti come miglior film. Quattro anni dopo, Così ridevano (1998), probabilmente il suo lavoro di più difficile comprensione per il pubblico, vince il Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia. Dopo Le chiavi di casa (2004), sul problematico rapporto tra un padre e il figlio disabile, Amelio cerca una storia di più ampio respiro con La stella che non c'è (2006) ambientato tra l'Italia e la Cina con Sergio Castellitto nel ruolo di protagonista. Negli ultimi anni è tornato alla regia con regolare continuità come dimostrano i lungometraggi Il primo uomo (2011), L'intrepido (2013), e il documentario Felice chi è diverso, uscito nel marzo del 2014.


Tra gli altri autori del cinema italiano si ricordano Liliana Cavani, che conosce notorietà con le opere Il portiere di notte (1973), La pelle (1981) e Il gioco di Ripley (2002) e Citto Maselli che ottiene un Gran premio della giuria a Venezia per il film Storia d'amore (1986), donando alla giovane attrice Valeria Golino la Coppa Volpi come miglior interprete femminile. A seguire si fanno notare Corrado Farina, Mario Garriba, Lino Del Fra e Fabio Carpi, tutti vincitori del Pardo d'oro a Locarno per i rispettivi film: Hanno cambiato faccia (1971), In punto di morte (1971), Antonio Gramsci - I giorni del carcere (1977) e Quartetto Basileus, del 1982.

Un fotogramma del film Anna, di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli (1975)

Tra i vari film del periodo, un significativo esempio di cinema sperimentale è da ritrovarsi nell'opera di Alberto Grifi, in particolar modo nel film Anna, diretto assieme all'attore Massimo Sarchielli e presentato nei maggiori festival europei nel 1975. Il lungometraggio è un'inedita esperienza di cinema-diretto, che riprende, in undici ore di girato (ridotte poi a quattro), l'aberrante quotidianità di una giovane tossicodipendente incinta e senza dimora. I due autori, privi di soggetto e sceneggiatura, abbandonano la telecamera a una sorta di flusso di coscienza in tempo reale, facendo irrompere sullo schermo una tranche de vie libera da compromessi narrativi e mediazioni estetiche.[86] Tra i vari progetti cinematografici di Grifi si ricordano Lariano (1961), Verifica incerta (1964) e A proposito degli effetti speciali, presentato alla LVIII Biennale di Venezia nell'inverno del 2001.

Alla fine degli anni settanta esordisce alla regia Salvatore Piscicelli con l'opera Immacolata e Concetta, l'altra gelosia (1979), che ottiene numerosi riconoscimenti tra cui il Pardo d'Argento al Festival di Locarno. Interpretato da Ida Di Benedetto e Marcella Michelangeli, il film, ispirato a un fatto di cronaca accaduto a Pomigliano d'Arco, narra con stile scarno e dimesso le vicende di due donne omosessuali in una dimensione urbana impoverita e arretrata. Il successivo Le occasioni di Rosa (1981), regalerà alla giovane Marina Suma un David di Donatello per la miglior attrice esordiente.

Apre un ampio dibattito cinematografico il cantautore folk Paolo Pietrangeli con l'opera trasgressiva e libertaria Porci con le ali (1977), liberamente tratta dall'omonimo romanzo di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera. Il film esce nelle sale nell'autunno del 1977 con il divieto ai minori di anni 18, subito sequestrato dalla censura viene presto rimesso in circolazione con il medesimo divieto. Degno di nota è il successivo I giorni cantati (1979), ironico autoritratto della sinistra anni settanta che vede come attori lo stesso regista, Mariangela Melato e i cantautori Ivan Della Mea, Francesco Guccini e Giovanna Marini. Da citare, inoltre, la filmografia del giovane cineasta Peter Del Monte. Debutta nel 1975 come regista nell'opera Irene, Irene, conquistando nel 1980 - con il film L'altra donna - il Premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1982 conquista il Premio per il miglior contributo artistico al Festival di Cannes, per la pellicola Invito al viaggio.

Da ultimo, si menziona l'operato dei due cineasti sperimentali Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian che, in oltre trent'anni di carriera, hanno presentato documentari inerenti ai tragici fatti del primo conflitto mondiale. I due registi, nel fare ciò, hanno recuperato numerosi materiali di archivio, successivamente ingranditi e virati per dare ulteriore valore ai fotogrammi esistenti e portare lo spettatore a riflettere sulle atrocità di tutte le guerre.[87] Pressoché sconosciuti in Italia, hanno incontrato stima ed apprezzamenti in molti festival europei; tra i loro film più noti si riportano: Uomini anni vita (1990) - incentrato sul massacro degli armeni - e il trittico bellico Prigionieri della guerra (1995), Su tutte le vette è pace (1998) e Oh! uomo, presentato nella Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes nel maggio del 2004.

Le attrici italiane[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine degli anni quaranta e per tutti gli anni cinquanta, le attrici italiane vivono un fortunato periodo di gloria. Oltre ad Anna Magnani, Valentina Cortese ed Alida Valli (le uniche che continuano a lavorare con continuità anche dopo la fine del regime fascista), si fanno notare le nuove dive "maggiorate" (così chiamate per via delle loro forme prorompenti). Tra queste si ricordano: Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Silvana Pampanini, Lucia Bosè, Virna Lisi e soprattutto Sophia Loren che conoscono successo e allori sia in Italia che all'estero, arrivando addirittura a oscurare le dive hollywoodiane a loro contemporanee. Alida Valli esordisce giovanissima sul grande schermo, assumendo ruoli da protagonista in molti film dell'epoca, diventando ben presto l'attrice simbolo del cosiddetto cinema dei telefoni bianchi. La sua versatilità la mette in evidenza in ruoli più drammatici, soprattutto nel film Piccolo mondo antico di Mario Soldati (1941) che al Festival di Venezia le vale un premio speciale per la miglior interprete femminile. Negli anni quaranta lavora con alcuni dei più grandi registi del panorama internazionale come Alfred Hitchcock e Orson Welles. Nel 1951 presta una delle sue migliori interpretazioni nel capolavoro Senso, per la regia di Luchino Visconti. Nel 1997 le viene attribuito il Leone d'oro alla carriera.

Anna Magnani viene considerata dalla critica cinematografica come una delle maggiori interpreti femminili mai apparse sullo schermo.[88][89][90][91] Attrice simbolo del cinema italiano, è altresì conosciuta per essere stata, insieme ad Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, una delle figure preminenti dell'intera cinematografia romana.[92] Dopo numerosi ruoli secondari, riesce felicemente ad imporsi per le sue doti non comuni di interprete sia comica che drammatica. Sarà Vittorio De Sica, nel 1941, ad offrirle la possibilità di costruire per la prima volta un personaggio principale e coinvolgente, nella relativa pellicola Teresa Venerdì. Fra le tante prove della sua lunga e applaudita carriera restano indimenticabili le performance con autori di rango quali Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Jean Renoir e Pier Paolo Pasolini. Tra i suoi riconoscimenti internazionali sono senz'altro da ricordare l'Oscar assegnatole come migliore attrice protagonista per il film La rosa tatuata (1955) e l'Orso d'argento al Festival di Berlino per il film Selvaggio è il vento (1958).

Allo stesso modo, Sophia Loren viene considerata come una delle attrici più celebri dell'intera storia della settima arte. Da Vittorio De Sica sarà diretta, nel 1960, nel film La ciociara, che gli vale l'Oscar alla migliore attrice (il primo a essere assegnato per un'interpretazione che non fosse in lingua inglese). In oltre cinquant'anni di carriera ha lavorato con autori dal forte richiamo internazionale come Sidney Lumet, George Cukor, Robert Altman e Charlie Chaplin che la dirige ne La contessa di Hong Kong (1967), al fianco dell'attore statunitense Marlon Brando. Nella sua lunga e acclamata carriera ha ricevuto un Golden Globe, un Leone d'oro alla carriera, una Palma d'oro a Cannes, un BAFTA, una Concha de Plata, dieci David di Donatello e tre Nastri d'argento. Nel 1999, l'American Film Institute l'ha inserita al ventunesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema. Fra le venticinque interpreti presenti in classifica, la Loren è risultata l'unica attrice ancora in vita.[93]

Nel medesimo periodo approda sulle scene Gina Lollobrigida, destinata a divenire, ben presto, una delle attrici italiane più conosciute e apprezzate nel mondo. Rimasta celebre per l'interpretazione dell'ingenua popolana nel film Pane, amore e fantasia (1953), diventa protagonista di produzioni hollywoodiane come Il tesoro dell'Africa (1953) di John Huston con Humphrey Bogart e Jennifer Jones e Il maestro di Don Giovanni (1954) con Errol Flynn, per poi recitare assieme ad altri divi internazionali come Anthony Quinn, Frank Sinatra, Yul Brynner e Sean Connery. Tra le altre cose, è stata la prima attrice femminile a vincere il David di Donatello con il film La donna più bella del mondo, uscito nelle sale nel 1956.


Silvana Mangano conosce un notevole successo alla fine degli anni quaranta per l'interpretazione nel film neorealista Riso amaro (1949), diretto da Giuseppe De Santis. La pellicola la impone come una delle prime sex symbol nazionali del dopoguerra. Tra gli anni sessanta e settanta diviene una delle protagoniste principali della commedia all'italiana, vestendo con spiccata intensità ruoli più regali in alcuni film di Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini.

A partire dagli anni cinquanta si afferma l'attrice marchigiana Virna Lisi che inizialmente lavorerà in molte commedie del periodo per autori come Steno, Mario Mattoli e Francesco Maselli. Dalla metà del decennio inizia a comparire in pellicole d'autore, tra le quali si ricorda Signore & signori (1966) di Pietro Germi, che si aggiudica la Palma d'oro a Cannes come miglior film. Tra gli altri premi ha ricevuto una Palma d'oro come migliore attrice (vinta nel 1994 per il film La regina Margot), quattro David di Donatello e ben sei Nastri d'argento.

Sopra l'attrice Claudia Cardinale

Nei primi anni sessanta fa la sua comparsa Claudia Cardinale, scoperta e lanciata alla fine degli anni cinquanta da Mario Monicelli che la scrittura per una piccola parte nel film del 1958 I soliti ignoti. La sua «bellezza in pari tempo solare e notturna, delicata e incisiva, enigmatica e inquietante»[94] è stata utilizzata e valorizzata dai maggiori autori dell'epoca. Si ricordano in particolare le sue interpretazioni per Visconti (Il Gattopardo, Vaghe stelle dell'Orsa), Fellini (), Bolognini (Il bell'Antonio, La viaccia, Senilità), Zurlini (La ragazza con la valigia), Comencini (La ragazza di Bube), Sergio Leone (C'era una volta il West), Luigi Zampa (Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata), Luigi Magni (Nell'anno del Signore) e Damiano Damiani (Il giorno della civetta). Dopo aver recitato in alcuni set Hollywoodiani al fianco di attori come John Wayne e Rita Hayworth, dagli anni settanta partecipa a molte produzioni dirette dal marito e regista Pasquale Squitieri. Tra i suoi numerosi riconoscimenti si ricordano Il Leone d'oro alla carriera (1993), l'Orso d'Oro alla carriera (2002) e Il pardo d'onore al Festival di Locarno, ricevuto nell'agosto del 2011.

Nella foto l'attrice Monica Vitti

In egual misura si impone come nuova figura femminile l'attrice romana Monica Vitti. Musa per antonomasia del cinema esistenziale di Antonioni, ha ricoperto più volte ruoli comici e farseschi, spesso in coppia con i vari protagonisti della commedia all'italiana. L'opera che avvia la sua stagione di brillante interprete di commedie è la pellicola La ragazza con la pistola, uscita nelle sale nel 1968 per la regia di Mario Monicelli, con cui riceve una Concha de Plata al Festival di San Sebastian. Negli anni settanta presta le proprie capacità attoriali al servizio di maestri quali Luis Buñuel e Miklós Jancsó. Tra i molti riconoscimenti ha ricevuto ben nove David di Donatello e un premio BAFTA. Nel 1995 ritira al Festival di Venezia il Leone d'oro alla carriera.

L'ultima figura di rilievo venuta alla luce negli anni sessanta è l'attrice Stefania Sandrelli. Entra nel mondo del cinema a soli quindici anni nel film di Mario Sequi Gioventù di notte (1961), e si afferma accanto a Ugo Tognazzi nel film Il federale (1961), diretto da Luciano Salce. Sarà Pietro Germi a donarle la definitiva notorietà con due capolavori della commedia quali Divorzio all'italiana (1961), con Marcello Mastroianni, e Sedotta e abbandonata (1964), per poi tornarla a dirigere nel 1972 nel film Alfredo Alfredo, dove l'attrice recita al fianco dell'interprete americano Dustin Hoffman. Nel 1965 è la protagonista del film di Antonio Pietrangeli Io la conoscevo bene. In seguito lavora con alcuni dei massimi registi italiani come Bernardo Bertolucci, Luigi Comencini, Mario Monicelli ed Ettore Scola. Nel 1969 si aggiudica una Concha de Plata al Festival di San Sebastian. Nel 2005 le viene assegnato il Leone d'oro alla carriera.

Tra le varie attrici che hanno calcato le scene a cavallo degli anni cinquanta e sessanta si riportano: Eleonora Rossi Drago, Giovanna Ralli, Lea Massari, Carla Gravina (vincitrice di un Premio come migliore attrice non protagonista al Festival di Cannes nel 1980), Rosanna Schiaffino, Elsa Martinelli, Antonella Lualdi, Luisa Della Noce (insignita di una Concha de Plata nel 1956), Lisa Gastoni, Anna Maria Ferrero, Adriana Asti e Ilaria Occhini, quest'ultima vincitrice di un Pardo d'oro per la migliore interpretazione femminile, per il film Mar nero, presentato al Festival di Locarno nel 2008. Negli anni settanta si fanno conoscere Laura Antonelli, Dalila Di Lazzaro, Stefania Casini e in maniera preponderante Mariangela Melato e la giovanissima Ornella Muti.

La Melato, dopo l'esordio cinematografico in Thomas e gli indemoniati (1970) di Pupi Avati, diviene per tutti gli anni settanta una delle figure femminili più richieste da tutto il cinema italiano. Raffinata interprete di commedie e pièce teatrali, in oltre quarant'anni di carriera ha ricevuto otto David di Donatello e cinque nastri d'argento. La Muti appare per la prima volta sugli schermi nel 1970, nel lungometraggio La moglie più bella, sotto la direzione di Damiano Damiani. L'incontro professionale più importante avviene nel 1974, anno in cui viene scritturata per la parte della giovane Vincenzina nel film Romanzo popolare, per la regia di Mario Monicelli. Negli anni seguenti prende parte a molte produzioni autoriali nelle relative pellicole Come una rosa al naso (1976), di Franco Rossi, La stanza del vescovo (1977) e Primo amore (1978), entrambe di Dino Risi, e nel film collettivo I nuovi mostri (1977), candidato al Premio Oscar come Miglior film straniero. Viene ulteriormente valorizzata dal cineasta Marco Ferreri nelle opere L'ultima donna (1976), Storie di ordinaria follia (1981) e Il futuro è donna (1984)

Nel medesimo periodo si afferma l'attrice trentina Ottavia Piccolo, attiva sul grande schermo fin da giovanissima. Nel 1970 si aggiudica al Festival di Cannes il rinomato Prix d'interprétation féminine per il film Metello, diretto dal regista Mauro Bolognini. Non bisogna tralasciare le numerose performance di molte caratteriste e attrici teatrali che hanno partecipato a numerose commedie ottenendo fama e popolarità ragguardevoli. Tra le tante si ricordano: Tina Pica, Franca Valeri, Ave Ninchi, Pupella Maggio, Marisa Merlini, Bice Valori e Piera Degli Esposti.

Altra figura da ricordare è l'attrice emiliana Laura Betti. Interprete dotata di ampia personalità e di una voce caratterizzata da un timbro roco, è nota al pubblico per il sodalizio umano e artistico con il poeta e regista Pier Paolo Pasolini. Tra gli anni sessanta e settanta viene diretta da alcuni dei massimi registi italiani vincendo nel 1968 la Coppa Volpi per il film Teorema, uscito nello stesso anno. Nel 1979 viene insignita di una Concha de Plata per la miglior interprete femminile nel film Il piccolo Archimede, per la regia di Gianni Amelio.

Inoltre, si sottolinea l'indiscussa importanza avuta nell'ambito del cinema italiano dell'attrice Giulietta Masina, collaboratrice e compagna di vita del regista Federico Fellini. Sin dai primi anni quaranta partecipa a numerosi spettacoli di prosa, danza e musica nell'ambito del teatro universitario di Roma. Esordisce sul grande schermo nel 1948 in un film diretto da Alberto Lattuada, Senza pietà, per poi essere diretta da molti registi di fama come Renato Castellani, Carlo Lizzani e Giuseppe Amato. Insieme al marito Federico Fellini raggiunge notorietà internazionale nel film La strada (1954), dove interpreta accanto ad Anthony Quinn il commovente ruolo della girovaga e saltimbanco Gelsomina. Dopo il successivo Il bidone (1955), con Broderick Crawford, nel 1957 giunge all'apice della fama nel ruolo di protagonista del film Le notti di Cabiria, ancora diretto da Fellini. Il lungometraggio (Oscar come miglior film straniero nel 1957) regalerà all'attrice emiliana la Palma d'oro come migliore interprete femminile al Festival di Cannes, nonché una Concha de Plata alla migliore attrice al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián. Fellini la dirigerà ancora nel suo primo film a colori, Giulietta degli spiriti (1965), con Sandra Milo e Mario Pisu e, vent'anni più tardi, nel malinconico Ginger e Fred (1985), assieme all'altro attore feticcio del cineasta riminese Marcello Mastroianni.

Tra gli anni novanta e duemila si afferma una nuova schiera di attrici che in breve tempo ha conquistato stima e seguito come Laura Morante, Valeria Golino, Lina Sastri, Francesca Neri, Anna Bonaiuto, Valeria Bruni Tedeschi, Isabella Ferrari e Monica Bellucci. Quest'ultima, ha conosciuto una notevole fama oltre i confini nazionali, lavorando in molte produzioni francesi e hollywoodiane. Nel medesimo lasso di tempo riceve notorietà l'attrice Margherita Buy. Maturata una lunga esperienza teatrale, debutta al cinema nel 1986 con La seconda notte di Nino Bizzarri e subito vince il Globo d'oro alla miglior attrice rivelazione. Dall'inizio degli anni novanta lavora con alcuni dei migliori registi italiani come Mario Monicelli, Nanni Moretti, Paolo Virzì e Gabriele Salvatores. Nel corso della sua carriera ha ottenuto numerosi premi, tra cui sette David di Donatello, sei Nastri d'Argento, un Premio Pasinetti a Venezia, una Concha de Plata a San Sebastián e un Premio alla migliore attrice al Festival cinematografico internazionale di Mosca.

Gli attori italiani[modifica | modifica wikitesto]

In ambito maschile diventano celebri sul grande schermo, a partire dagli anni trenta, il futuro regista Vittorio De Sica, Amedeo Nazzari e Gino Cervi. Quest'ultimo, cresciuto in una famiglia di forti inclinazioni culturali, conosce i primi consensi sui vari palcoscenici teatrali, dimostrandosi un valido interprete di numerose piecé di Carlo Goldoni e William Shakespeare. A farne uno dei nomi più importanti sul grande schermo è Alessandro Blasetti che lo rende protagonista di una fortunata serie di film, tra i quali Ettore Fieramosca (1938), Un'avventura di Salvator Rosa (1939) e La corona di ferro (1941). Negli anni cinquanta conosce un grande successo con l'interpretazione del celebre personaggio di Peppone nel film Don Camillo (1952), tratto dai racconti letterari di Giovanni Guareschi.

Negli anni quaranta emerge la figura popolare ed esuberante di Aldo Fabrizi. Attore estremamente versatile ed espressivo, nel corso della sua lunga carriera ha avuto modo di misurarsi in ruoli comici e drammatici, ottenendo costantemente un largo e duraturo successo. Valga su tutto il seguito teatrale avuto negli anni sessanta con la commedia musicale Rugantino, approdata finanche a Broadway e registrando sempre il tutto esaurito. Al cinema fa il suo esordio nel film diretto da Mario Bonnard Avanti c'è posto (1942), a cui seguono Campo de' fiori (1943) e L'ultima carrozzella (1943), quest'ultimo diretto da Mario Mattoli. Viene ricordato, soprattutto, per l'intenso ruolo del parroco Don Pietro nel capolavoro neorealista Roma città aperta (1945). Per le sue qualità artistiche riceve due nastri d'argento nelle pellicole Prima comunione (1950) e C'eravamo tanto amati (1974), di Alessandro Blasetti e Ettore Scola. Non di secondaria importanza, sono stati i lungometraggi interpretati assieme al comico Totò che ne hanno accresciuto ulteriormente la fama e il consenso. Tra le molte pellicole si ricordano: Guardie e ladri (1951), Accadde al penitenziario (1955) e I tartassati (1959).

L'attore Alberto Sordi

A partire dagli anni cinquanta ottengono fama oltre i confini nazionali Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. L'attore romano Alberto Sordi, in oltre cinquant'anni di professione, ha messo a servizio della settima arte un numero cospicuo di interpretazioni, tutte volte a incarnare vizi e virtù del popolo italiano, spesso in commedie autoriali di grande levatura. Inizia la propria attività nel mondo della radio, divenendo per molti anni la voce italiana del comico inglese Oliver Hardy. Durante gli anni cinquanta vive una felice collaborazione artistica con Federico Fellini nei rispettivi film Lo sceicco bianco (1952) e I Vitelloni (1953), dando prova di grande versatilità comica nel popolare film di Steno Un americano a Roma (1954). A partire dal film La grande guerra (1959), di Mario Monicelli, diverrà uno dei protagonisti indiscussi della Commedia all'italiana, iniziando parallelamente l'attività di regista con il film Fumo di Londra (1966). Oltre ad aver conseguito dieci David di Donatello, in campo internazionale è stato insignito, nel 1972, dell'Orso d'Argento per il miglior attore al Festival di Berlino, nonché, nel 1995, del Leone d'oro alla carriera.

Un giovane Vittorio Gassman

L'attore ligure Vittorio Gassman vivrà assieme a Sordi il grande periodo aureo della commedia sfruttando in molte interpretazioni la propria verve istrionica maturata sui palcoscenici teatrali. Attore di formazione drammatica scoprirà la propria vena di interprete a tutto tondo grazie a Mario Monicelli, che scritturerà l'artista nel film I soliti ignoti (1958), evidenziandone le doti comiche e farsesche. Con il regista Dino Risi ha dato vita a un duraturo sodalizio che ha portato alla produzione di moltissime commedie, tra le quali si ricordano: Il sorpasso (1962), I mostri (1963) e Profumo di donna, con il quale si aggiudica la Palma d'oro per la miglior interpretazione maschile nel 1975. Soprannominato dalla stampa Il mattatore (per le sue indiscusse doti recitative) ha conseguito, anch'egli, dieci David di Donatello, ricevendo una Concha de Plata al miglior attore (1971) e nel 1996 il prestigioso Leone d'oro alla carriera.

Marcello Mastroianni diviene, a cavallo degli anni sessanta e settanta, l'attore italiano più conosciuto e acclamato all'estero; merito dell'indiscussa fama acquisita con i capolavori di Fellini La dolce vita (1960) e (1963). Attore polivalente e versatile ha spaziato in molti generi cinematografici, lavorando con i massimi registi italiani del tempo. Ha, inoltre, collaborato con molti autori internazionali come Roman Polanski, Manoel de Oliveira, Theo Angelopoulos, Louis Malle e Robert Altman. Assieme a Sophia Loren ha costituito una delle coppie cinematografiche più conosciute e apprezzate, soprattutto grazie ai vari lungometraggi diretti da Vittorio De Sica. Tra i suoi maggiori riconoscimenti cinematografici vanta sette David di Donatello, due Premi BAFTA (1963 e 1964), una Concha de Plata al miglior attore (1965) e due Palme d'oro per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes (1970 e 1987). Inoltre, è stato il primo attore italiano a conseguire nel 1990 il Leone d'oro alla carriera.

Sopra l'attore Ugo Tognazzi

Altra figura chiave tra gli attori italiani del tempo è senz'altro Ugo Tognazzi. Attivo nel mondo dell'industria cinematografica fin dagli anni cinquanta è divenuto popolare grazie alle sue innati doti comiche nel programma televisivo Un due tre. Dall'inizio degli anni sessanta è protagonista di numerose commedie che lo impongono come uno dei massimi interpreti del cinema italiano. L'autore che più di tutti mette in evidenza le sue capacità attoriali è Marco Ferreri, che scritturerà l'artista come attore principale di film grotteschi e sferzanti come Una storia moderna: l'ape regina (1963), e La donna scimmia (1964). L'incontro tra i due artisti avverrà anche nel decennio successivo: basti pensare ai film L'udienza (1971), Non toccare la donna bianca (1974) e in particolar modo La grande abbuffata (1973). Nel 1981 vince il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes per il film La tragedia di un uomo ridicolo, diretto dal regista emiliano Bernardo Bertolucci.

Grande protagonista del cinema italiano degli anni sessanta e settanta è stato l'attore ciociaro Nino Manfredi che ha sempre saputo svariare tra cinema, teatro e televisione, risultando un interprete poliedrico e incisivo. La popolarità giunge nel 1959 nel programma d'intrattenimento televisivo Canzonissima, con Paolo Panelli e Delia Scala, per poi divenire, dall'inizio degli anni sessanta, uno dei volti più importanti di tutto il cinema italiano. Nel corso della sua carriera ha alternato ruoli comici e drammatici con notevole efficacia, ottenendo svariati riconoscimenti come il Premio per la migliore Opera prima al Festival di Cannes per il film, da lui stesso interpretato e diretto, Per grazia ricevuta (1971). In ambito nazionale ha ricevuto cinque nastri d'argento e nove David di Donatello.

L'attore che più di tutti ha unito le proprie performance attoriali ad un esplicito impegno civile è certamente Gian Maria Volontè. Occasionale interprete di commedie è ricordato per la presenza magnetica e la recitazione matura, non priva di accenti aggressivi e istrionici. Ha raggiunto la fama internazionale ricoprendo il ruolo del "cattivo" negli spaghetti western di Sergio Leone, per poi divenire dalla fine degli anni sessanta un attore-simbolo del cinema sociale e politico, in particolar modo sotto la regia di Francesco Rosi ed Elio Petri. In trent'anni di carriera ha collaborato con molti registi di caratura internazionale come Jean-Pierre Melville e Jean Luc Godard. Tra i suoi molteplici premi vale la pena ricordare la Palma d'oro a Cannes come miglior interprete (1983), l'Orso d'Argento per il miglior attore (1987), il Pardo d'onore al Festival di Locarno (1990) e il Leone d'oro alla carriera, ricevuto nel settembre del 1991.

In alto un giovane Michele Placido

A contorno, tra gli anni cinquanta, sessanta e settanta si impongono tutta una serie di attori che hanno contribuito con efficacia a numerose pellicole sia autoriali che disimpegnate. Tra i molti si possono citare: Romolo Valli, Tiberio Murgia, Leopoldo Trieste, Gabriele Ferzetti, Renato Salvatori, Paolo Stoppa, Arnoldo Foà, Franco Fabrizi, Claudio Gora, Vittorio Caprioli, Lino Ventura (Concha de Plata al miglior attore nel 1973), ed Enrico Maria Salerno. In tempi più recenti si menzionano Sergio Rubini, Silvio Orlando, Sergio Castellitto, Alessandro Haber, Fabrizio Bentivoglio e Michele Placido. Quest'ultimo intraprende la carriera cinematografica negli anni settanta lavorando per molti autori di fama, iniziando egli stesso l'attività di regista all'inizio degli anni novanta. Nel 1979 riceve al Festival di Berlino l'Orso d'argento per il miglior attore grazie all'interpretazione nel film Ernesto, per la regia di Salvatore Samperi.

Da non trascurare, naturalmente, le tante uscite cinematografiche del popolare commediografo Eduardo De Filippo, che fin dagli anni trenta ha partecipato a numerose commedie dirette da specialisti come Mario Mattoli e Vittorio De Sica. Tra i film da lui stesso diretti e interpretati si riportano: Napoletani a Milano (1953) e le trasposizioni delle opere teatrali Napoli milionaria (1950) e Filumena Marturano (1951). Oltre a Eduardo De Filippo, sul grande schermo hanno poi prestato la propria mimica attori comici provenienti dal teatro e la televisione come Antonio De Curtis, Peppino De Filippo, Carlo Dapporto, Renato Rascel, Walter Chiari, Paolo Villaggio e Gigi Proietti, ottenendo grandi consensi e richiamo.

Infine, da non tacitare, sono i vari caratteristi che a partire dagli anni cinquanta e sessanta hanno partecipato a moltissime commedie, sbozzando un ingente quantità di figure incisive. Tra i tanti si ricordano: Mario Carotenuto, Folco Lulli, Carlo Pisacane, Giacomo Furia, Mimmo Poli, Carlo Campanini, Luciano Bonanni e Memmo Carotenuto. Ancora da citare sono: Carlo Giuffrè, Mario Castellani, Gianni Agus, Riccardo Garrone, Aldo Giuffrè, Carlo Croccolo e Pino Caruso. Sulla stessa scia troviamo: Natale Tulli, Eros Pagni, Armando Brancia, Umberto D'Orsi, Paolo Paoloni e Antonino Faà di Bruno.

Nei primi anni settanta si afferma l'estro di Giancarlo Giannini che salirà alla ribalta con il film Pasqualino Settebellezze (1975), per la regia di Lina Wertmuller. L'opera conoscerà un ampio successo negli Stati Uniti, tanto da concorrere all'Oscar quale miglior film straniero, miglior regista, miglior sceneggiatura originale e miglior attore, senza però vincere nessuna statuetta. Attore poliedrico, ha spaziato dalla commedia al cinema di impegno sociale collaborando con molti cineasti di fama nazionale e internazionale. Tra i suoi riconoscimenti conta sei David di Donatello, una Concha de Plata al Festival di San Sebastian (1973) e il premio come miglior attore al Festival di Cannes sempre nel 1973, per il lungometraggio Film d'amore e d'anarchia - Ovvero "Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza...". Si ricorda, inoltre, la sua efficace attività di doppiatore soprattutto per interpreti statunitensi di fama mondiale come Al Pacino e Jack Nicholson.

L'attore Toni Servillo

Con l'inizio degli anni ottanta e per tutti gli anni novanta il nostro cinema non è stato più capace di lanciare nuovi attori che si siano distinti anche fuori dall'Italia per via della crisi dell'industria cinematografica che non consentiva più una facile distribuzione dei film nostrani all'estero. L'unica eccezione si è avuta per l'attore e regista Roberto Benigni, vincitore nel 1999 del premio Oscar come miglior attore, per il film La vita è bella (1997) e Massimo Troisi, candidato all'Oscar postumo nel 1996 per il film Il postino (1994); quest'ultimo si è distinto, fin dai primi sketch televisivi, come l'esponente di punta di una nuova comicità napoletana (portata alla ribalta dal gruppo teatrale La Smorfia, assieme a Lello Arena ed Enzo Decaro). Allo stesso modo l'attore toscano si è rivelato, fin da subito, come uno dei comici più dissacranti e originali di tutto il cinema italiano. Esordisce in televisione verso la fine degli anni settanta, divenendo a partire dagli anni ottanta autore e interprete di commedie di grande successo. Oltre a essere l'unico attore italiano maschile a vantare un premio Oscar come migliore attore, ha altresì conseguito sei David di Donatello e il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, sempre per il film La vita è bella.

Solo recentemente con la ripresa dell'industria cinematografica italiana nuovi attori si stanno facendo notare anche a livello internazionale: un esempio su tutti è l'interprete napoletano Toni Servillo, vero alter ego cinematografico dell'amico e regista Paolo Sorrentino. La coppia ha conosciuto molta fama anche all'estero soprattutto in pellicole come Il divo (2008) e La grande bellezza (2013). Figura di spicco del cinema italiano contemporaneo, Servillo, esordisce al cinema negli anni novanta in vari lungometraggi di Mario Martone. Costantemente diviso tra l'attività teatrale e il cinema, oltre alle collaborazioni con Sorrentino, ha lavorato con alcuni dei nomi più importanti del cinema contemporaneo come Matteo Garrone, Marco Bellocchio, Daniele Ciprì e Theo Angelopoulos. Tra i vari premi ha ricevuto quattro David di Donatello, quattro Nastri d'argento e due European Film Awards, tutti per la miglior interpretazione maschile. Da non dimenticare l'attore romano Elio Germano, vincitore della Palma d'oro a Cannes come migliore attore protagonista per il film La nostra vita (2010), di Daniele Luchetti.

La grande stagione della commedia (1958-1980)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Commedia all'italiana.
Sopra il film di Mario Monicelli, dal titolo I soliti ignoti

Verso la fine degli anni cinquanta si sviluppa il genere della commedia all'italiana; una definizione che fa riferimento al titolo di un film di Pietro Germi: Divorzio all'italiana (1961) con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli. Il termine, più che indicare un vero genere, riguarda una particolare stagione cinematografica, segnata da un nuovo modo di intendere gli elementi costitutivi della commedia. Tali elementi si pongono in contrasto con la commedia leggera e disimpegnata del Neorealismo rosa, assai in voga per tutti gli anni cinquanta. Tenendo a mente la lezione del neorealismo, la nuova commedia all'italiana pone le proprie attenzioni sulla realtà prodotta dal boom economico. Di conseguenza, accanto alle situazioni comiche e agli intrecci tipici della farsa tradizionale, vediamo emergere una pungente satira di costume, che evidenzia con tagliente ironia le contraddizioni della società industriale. A partire dalla fine degli anni sessanta e per tutti gli anni settanta, l'Italia vive numerose fasi che muteranno in maniera radicale la mentalità e il costume degli italiani. La crisi economica, le agitazioni studentesche e la ricerca di nuove emancipazioni nel mondo del lavoro e della famiglia, diverranno il luogo ideale entro il quale proiettare i personaggi della commedia, pronti a far rivivere sulla scena i mutamenti della società civile.

Monicelli alla macchina da presa

A tale stagione cinematografica si ricollegano i nomi dei principali attori italiani del tempo: da Alberto Sordi a Ugo Tognazzi, da Monica Vitti a Claudia Cardinale, da Vittorio Gassman a Nino Manfredi, senza dimenticare Sophia Loren, Silvana Mangano, Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, oltre ai già citati Mastroianni e Sandrelli. Generalmente si ritiene sia stato il regista Mario Monicelli, capostipite e fra i massimi esponenti (con Ettore Scola, Pietro Germi, Luigi Comencini e Dino Risi) della commedia italica, a inaugurare questa nuova fase con il lungometraggio I soliti ignoti, distribuito nelle sale nel 1958. L'opera, versione caricaturale del film noir francese Rififi (1955), di Jules Dassin, coniuga spunti grotteschi a sequenze proprie del dramma sottoproletario, filmando con minuzia di dettagli una Roma periferica e degradata, ancora estranea ai processi economici del boom. Il film si rivela un successo (anche oltre confine) tanto da venir candidato all'Oscar come miglior film straniero. Originario di Roma (e non di Viareggio come molte biografie riportano) Monicelli entra nel mondo del cinema a soli vent'anni, dirigendo assieme al collega Alberto Mondadori la sua prima pellicola dal titolo I ragazzi della via Paal (1935). Negli anni cinquanta, assieme a Steno, dirige il comico Antonio De Curtis in molti lungometraggi, tra i quali si ricordano: Totò cerca casa (1949), Guardie e ladri (1951) e Totò e i re di Roma (1952). Oltre al successo del già citato I soliti ignoti, il regista darà vita a una serie di pellicole di fondamentale valore non solo per la commedia ma per l'intero cinema italiano.

Dino Risi e il direttore della fotografia Romolo Garroni

Nel 1959 esce nelle sale La grande guerra (Leone d'oro al Festival di Venezia), con Alberto Sordi e Vittorio Gassman. Il lungometraggio, prendendo spunto da un racconto di Maupassant, contamina la tragedia storica con i moduli della commedia dissacrando un tema - gli inutili massacri della prima guerra mondiale - fino allora tabù per tutto il cinema nazionale.[95] Dopo I compagni (1963) - malinconico resoconto della nascita del movimento operaio - nel 1966 il cineasta dirige il picaresco e folcloristico L'armata Brancaleone. La pellicola (con protagonista Vittorio Gassman) è un capolavoro di fantasia e avventure farsesche che si dispiegano lungo un Medioevo sbrigliato e carnevalesco, in chiara polemica con l'opposta visione dell'età mezzana proposta dal cinema hollywoodiano.[95] Tra i suoi film successivi si riportano: Romanzo popolare (con Ugo Tognazzi e Ornella Muti), Amici miei (campione d'incassi nella stagione 1975/76) e Un borghese piccolo piccolo (1977); opera quest'ultima che risente esplicitamente del clima repressivo degli anni di piombo e consegna all'attore Alberto Sordi uno dei suoi personaggi più neri e sofferti.[96] Vincitore di una Concha de Plata e di tre Orsi d'argento al miglior regista, è stato candidato per sei volte al Premio Oscar. Nel 1991 ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera.

Gli anni sessanta sono il periodo del boom economico e di riflesso il cinema risente dei cambiamenti che modificano la società italiana. Uno dei primi artisti a documentare tali cambiamenti è senz'altro il cineasta milanese Dino Risi. Nel suo lungometraggio più conosciuto - Il sorpasso (1962) - il regista mescola, con acuta sensibilità, comicità e serietà del soggetto, virando (in maniera inconsueta) in un finale drammatico e raggelante. L'istrionismo dell'attore protagonista (Vittorio Gassman) e la colonna sonora, con brani di Edoardo Vianello (Guarda come dondolo) e Domenico Modugno (Vecchio frack), fotografano perfettamente il quadro sociale del tempo, facendo raggiungere al genere della commedia una piena maturità autoriale. Sempre per la regia di Dino Risi vanno menzionati il film a episodi I mostri (1963), con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, e Una vita difficile (1961), che vede come attore protagonista Alberto Sordi. Il film (sceneggiato da Rodolfo Sonego) è un imponente documento artistico sull'Italia del dopoguerra e sulla nascente democrazia, in un perfetto equilibrio tra la farsa e il dramma, tra ambizioni sociologiche e disillusione politica.[97] Altre pellicole da segnalare sono: Straziami ma di baci saziami (1968), In nome del popolo italiano (1971) e Profumo di donna (1974), con Vittorio Gassman e Agostina Belli. Nel 2002 riceve al Festival di Venezia il Leone d'oro alla carriera.

Va messo in evidenza come spesso gli elementi costitutivi della commedia siano stati intrecciati ad arte con generi differenti, dando vita a pellicole decisamente inclassificabili. Nell'inaugurare tale tecnica, Il cineasta Luigi Comencini è stato senz'altro uno degli autori di maggior rilievo. Dopo aver raggiunto la popolarità negli anni cinquanta con alcune commedie rosa (tra tutte la celebre Pane, amore e fantasia), nel 1960 regala al cinema italiano l'opera bellica Tutti a casa (con protagonista Alberto Sordi). Il lungometraggio, costantemente in bilico tra humour e dramma, ricostruisce i giorni seguenti l'armistizio di Cassibile, contribuendo a spezzare il muro di silenzio calato sulla Resistenza, argomento fino allora ignorato da gran parte del cinema nazionale.[97] Tra le sue opere migliori si ricordano: Lo scopone scientifico (1972), con Alberto Sordi e Silvana Mangano, lo sceneggiato Le avventure di Pinocchio (1972), con Nino Manfredi, e Il gatto (1978), con Ugo Tognazzi e Mariangela Melato, in cui si fondono generi e stili differenti. Nel 1987 si aggiudica, a Venezia, Il Leone d'oro alla carriera.

Altra figura di primo piano per lo sviluppo e l'imposizione della commedia all'italiana è il regista Pietro Germi. Dopo essersi cimentato in opere a evidente contenuto sociale, spesso riconducibili entro i canoni del Neorealismo, nell'ultima fase della sua carriera ha diretto pellicole inseribili a pieno titolo entro il raggio d'azione della commedia,[98] dove accanto agli abituali toni umoristici sopravvivono componenti di critica sociale.[99] Il già citato Divorzio all'italiana apre a Germi le porte del successo che si concretizzerà nel 1965 con il limpido e caustico Signore & signori, con Virna Lisi e Gastone Moschin. Il film (satira sull'ipocrisia borghese di una cittadina dell'alto Veneto), vince la Palma d'oro al Festival di Cannes ex aequo con Un uomo, una donna (1966), di Claude Lelouch. Tra i vari riconoscimenti vanta un Oscar alla migliore sceneggiatura originale, per il film Divorzio all'italiana e un Gran premio della giuria al Festival di Berlino per il film Il cammino della speranza (1950).

L'ultimo protagonista della grande stagione della commedia è il regista romano Ettore Scola. Dopo aver vestito i panni dello sceneggiatore, esordisce alla regia nel 1964 con il film Se permettete parliamo di donne. Il primo successo giungerà quattro anni dopo, dirigendo Alberto Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968). Nel 1974 dà alla luce il suo film più noto, C'eravamo tanto amati (Premio César Miglior film straniero), che ripercorre trent'anni di storia italiana attraverso le vicende di tre amici: l'avvocato Gianni Perego (Vittorio Gassman), il portantino Antonio (Nino Manfredi) e l'intellettuale Nicola (Stefano Satta Flores). Nel film, dedicato a Vittorio De Sica, compaiono Marcello Mastroianni, Federico Fellini e Mike Bongiorno nella parte di se stessi, oltre ad Aldo Fabrizi, Stefania Sandrelli e Giovanna Ralli.

Altre pellicole di sicura importanza sono: Brutti, sporchi e cattivi (1976) (grottesca commedia con Nino Manfredi) e Una giornata particolare (1977), con Marcello Mastroianni e Sophia Loren. Nel 1980 il regista tira le somme della commedia all'italiana nel pamphlet generazionale de La terrazza (Palma d'oro alla miglior sceneggiatura), che descrive con lucida efficacia l'amaro bilancio esistenziale di un gruppo di intellettuali di sinistra. Al film prendono parte Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant e Marcello Mastroianni. La pellicola, secondo gran parte della critica, è una delle ultime opere ancora ascrivibile alla tradizione "alta" della commedia. Scola, in oltre quarant'anni di carriera, ha ricevuto quattro candidature all'Oscar per il miglior film straniero. Vincitore di sei David di Donatello, ha ritirato nel 1976 il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Alberto Sordi in una scena de Il vigile (1960) di Luigi Zampa, manifesto dell'Italia degli anni sessanta

Altre opere significative sono i sempre attuali Il vigile (1960) e Il medico della mutua (1968) , ambedue del regista Luigi Zampa. Tra gli anni sessanta e settanta conosce notorietà il cinema di Luciano Salce, autore di molteplici commedie dal sicuro incasso al botteghino. Oltre al ciclo comico dei film basati sulle avventure del ragionier Fantozzi, si ricordano Il federale (1961), La voglia matta (1962) e L'anatra all'arancia (1975), tutti interpretati dall'attore Ugo Tognazzi. Da non dimenticare il film di Franco Brusati, Pane e cioccolata (1974), con Nino Manfredi, che rivisita con mordace intelligenza le varie problematiche dell'immigrazione italiana. Sempre in questo ambito, si menziona il lavoro svolto dalla regista Lina Wertmuller, che assieme alla rodata coppia di attori Giancarlo Giannini e Mariangela Melato ha dato vita, nella prima metà degli anni settanta, a pellicole di sicuro successo tra le quali si evidenziano: Mimì metallurgico ferito nell'onore (1972), Film d'amore e d'anarchia - Ovvero "Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza..." (1973) e da ultimo Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974). Con l'opera prima I basilischi (1963), riceve al Festival di Locarno la Vela d'oro per la miglior regia.[100]

Lina Wertmüller durante le riprese de I basilischi (1963)

Di rilievo è il cinema di Sergio Citti, che dirige con spiccate abilità autoriali commedie grottesche e surreali, sulla falsariga di certo cinema pasoliniano. Il regista romano raggiunge risultati convincenti in più di una pellicola tra le quali si menzionano: Ostia (1970), Il minestrone (1981) e Mortacci, distribuito sul mercato nel 1989. Da sottolineare, ancora, l'opera di Antonio Pietrangeli, che in quasi tutti i suoi film si è occupato di psicologia femminile, delineando con precisione amari e finissimi ritratti di donna. Tra i suoi migliori lavori si menzionano: Il sole negli occhi (1953), Adua e le compagne (1960), La Parmigiana (1963), con Catherine Spaak, e Io la conoscevo bene (1965), considerato il suo capolavoro.

Vi è infine da ricordare che nell'arco di oltre un ventennio (a partire dagli anni sessanta), sono stati numerosissimi i registi che hanno partecipato e contribuito allo sviluppo della commedia. Tra questi è possibile ricordare Nanny Loy - il quale riceve una candidatura all'Oscar per il film Le quattro giornate di Napoli (1962) - Sergio Corbucci, Steno, Salvatore Samperi, Marcello Fondato, Pasquale Festa Campanile, Luigi Filippo D'Amico, Tonino Cervi, Franco Rossi e Luigi Magni, che nel corso del tempo ha delineato commedie ambientate nella Roma papalina e risorgimentale e che hanno visto come attore protagonista Nino Manfredi.

Il cinema comico[modifica | modifica wikitesto]

Il luogo ideale dove il genere comico trova ampia affermazione è senz'altro il teatro dove, tra gli anni trenta e quaranta, si sviluppano numerose scuole di avanspettacolo che vedono tra le proprie file attori comici di prim'ordine come Carlo Dapporto, Gilberto Govi, Ettore Petrolini, Erminio Macario, Nino Taranto, Renato Rascel e Antonio De Curtis, in arte Totò. Proprio a quest'ultimo si deve il merito di aver spostato e integrato tale prodotto artistico dal palcoscenico alla celluloide. Ideatore di un'autentica maschera nel solco della tradizione della commedia dell'arte, Totò ha spaziato dal teatro (con oltre 50 titoli) al cinema (con 97 pellicole) e alla televisione (con 9 telefilm e vari sketch pubblicitari). I suoi film riscuotono ancora oggi molto successo, e talune sue battute sono diventate perifrasi entrate nel linguaggio comune.[101]

Tra i suoi innumerevoli lungometraggi si ricordano: I pompieri di Viggiù (1949), Totò cerca casa (1949), Totò le Mokò (1949), Totò a colori (1952), Miseria e nobiltà (1954) e Signori si nasce (1960). Non è da trascurare il sodalizio artistico con il grande attore di teatro Peppino De Filippo, con il quale ha dato vita a numerosi lungometraggi di sicura presa sul pubblico. Tra i tanti si menzionano: La banda degli onesti (1956), Totò, Peppino e... la dolce vita (1961) e il celebre Totò, Peppino e la... malafemmina (1956), per la regia di Camillo Mastrocinque. Oltre ad aver rappresentato per oltre un ventennio l'attore comico per antonomasia, Totò si è cimentato in altre pellicole rientranti più esplicitamente nel filone della commedia all'italiana, finanche nel cinema d'autore (in particolar modo negli anni sessanta).

Paolo Villaggio nelle vesti del ragionier Ugo Fantozzi

Analogo discorso avviene nei successivi anni settanta con l'emergere di una nuova personalità comica facente capo all'autore, attore e scrittore Paolo Villaggio. Dopo aver esordito nel programma televisivo Quelli della domenica, presentando personaggi dalla mimica grottesca e inedita, fa esordire sul grande schermo la maschera di Fantozzi, ideata dallo stesso artista alla fine degli anni sessanta e pubblicata con notevole richiamo nell'omonimo libro, uscito per la Rizzoli nel 1971. Il capostipite Fantozzi (1975), diretto da Luciano Salce e campione di incassi nella stagione 1974 - 1975, ha dato vita a una saga di ampio successo, che si è protratta con altre nove pellicole fino alla fine degli anni novanta.

Accanto all'artista hanno poi recitato tutta una serie di attori divenuti fin da subito molto popolari tra i quali si ricordano: Milena Vukotic, Anna Mazzamauro e soprattutto Gigi Reder, il quale ha composto con Villaggio un fortunato sodalizio, riscontrabile in oltre quattordici pellicole. Allo stesso modo di Totò anche Villaggio ha effettuato svariate incursioni nel cinema d'autore, continuando in parallelo la principale attività di attore comico e scrittore satirico. Se si esclude l'Oscar a Roberto Benigni (il quale è sia interprete che regista), entrambi gli artisti sono gli unici attori comici in Italia ad aver vantato riconoscimenti di grande prestigio internazionale. Totò ha infatti ricevuto nel 1966 una menzione speciale al Festival di Cannes, per l'interpretazione nel film Uccellacci e uccellini; a Villaggio sono andati rispettivamente il Leone d'oro alla carriera (1992) e il Pardo d'onore al Festival di Locarno (2000).

Il duo comico composto da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia

Non è da tralasciare l'ampia popolarità del duo comico composto da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che per tutti gli anni sessanta ha dato vita a numerosi lungometraggi di stampo parodistico (i più diretti da Giorgio Simonelli), proponendo mimiche e gag derivanti dall'avanspettacolo e dal teatro di strada. Si segnalano, inoltre, le numerose partecipazioni della coppia a molti film autoriali, mettendo la propria arte al servizio di registi quali Pier Paolo Pasolini, Vittorio De Sica e i Fratelli Taviani. Lo stesso Ingrassia lavorerà singolarmente per cineasti del calibro di Elio Petri e Federico Fellini.

Una ritrovata linfa nel contesto di tale forma artistica viene alla luce all'inizio degli anni ottanta con la comparsa di una nuova generazione di attori e registi che avrebbe, seppur con tematiche sociali differenti, continuato il percorso già tracciato dalla commedia all'italiana. Attori comici quali Roberto Benigni, Carlo Verdone, Massimo Troisi, Francesco Nuti e Maurizio Nichetti, hanno proposto in maniera coeva un nuovo modo di fare comicità, passando con disinvoltura dallo sketch televisivo al cinema, presentando pellicole quasi sempre dirette e interpretate da se medesimi.

Il cinema sociale e politico[modifica | modifica wikitesto]

Nell'immagine il regista Francesco Rosi

Il cinema d'autore degli anni sessanta continua il proprio percorso affrontando tematiche differenti. Dalle vene surreali ed esistenziali di Fellini e Antonioni si emancipa una nuova visone autoriale che vede nel cinema un mezzo ideale per denunciare corruzioni e malaffare, sia del sistema politico che del mondo industriale. Nasce così la struttura del film inchiesta che partendo dall'analisi neorealista dei fatti, aggiunge a essi un conciso giudizio critico, con il manifesto intento di scuotere le coscienze dell'opinione pubblica. Tale tipologia tocca volutamente questioni scottanti, spesso prendendo di mira il potere costituito, con l'intento di ricostruire una verità storica il più delle volte negata o celata. Vero precursore di questo modo di intendere il mestiere del regista è l'artista napoletano Francesco Rosi. Dopo essere stato sceneggiatore e aiuto regista di Luchino Visconti, nel 1958 dirige la sua prima pellicola La sfida, a cui segue un anno dopo I magliari (1959), che vede come primo attore Alberto Sordi. Nel 1962, inaugura il progetto dei film-inchiesta ripercorrendo, attraverso una serie di lunghi flashback, la vita del malavitoso siciliano Salvatore Giuliano. L'anno successivo dirige Rod Steiger ne Le mani sulla città (1963), nel quale denuncia con coraggio le collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli. La pellicola viene premiata con il Leone d'Oro al Festival di Venezia.

Questi film sono generalmente considerati i capostipiti del cinema ad argomento politico, che vedrà spesso, la recitazione duttile e spontanea di Gian Maria Volontè. Uno dei punti di arrivo del percorso artistico di Francesco Rosi è senz'altro Il caso Mattei (1972); un rigoroso documento in cui il regista cerca di far luce sulla misteriosa scomparsa di Enrico Mattei, manager del più importante gruppo statale italiano: l'Eni. La pellicola, con Gian Maria Volonté protagonista, vince la Palma d'oro al festival di Cannes e diviene un vero modello per analoghi film di denuncia civile prodotti nei successivi decenni (a partire dal cinema di Costa-Gravas e più avanti dal film JFK - Un caso ancora aperto di Oliver Stone). Vincitore di dieci David di Donatello, nel 2008 ha conseguito l'Orso d'Oro alla carriera e successivamente, nel 2012, il Leone d'Oro alla carriera.

Elio Petri

I movimenti studenteschi, operai ed extra-parlamentari della fine degli anni sessanta e quelli del decennio successivo influenzeranno molte arti, in particolar modo il cinema, che sviluppa sulle orme di Rosi un percorso socialmente e politicamente impegnato. In questo contesto nuovi registi continuano e potenziano l'opera del regista napoletano; tra questi il più attivo è l'autore romano Elio Petri, che utilizza il discorso politico in un'ottica di superamento e completamento del cinema neorealista. A tal proposito il regista milanese dichiara: «Il "Neorealismo" se non è inteso come vasta esigenza di ricerca e di indagine, ma come vera e propria tendenza poetica, non ci interessa più (...) Occorre fare i conti con i miti moderni, con le incoerenze, con la corruzione, con gli esempi splendidi di eroismi inutili, con i sussulti della morale: occorre sapere e potere rappresentare tutto ciò».[102]

Dopo aver lavorato con Alberto Sordi nel film il Il maestro di Vigevano (1963), verso la metà degli anni sessanta stringe un autentico sodalizio con l'attore e alter ego Gian Maria Volontè, protagonista di punta del cinema d'impegno civile di quegli anni. Tra i loro film vanno ricordati: A ciascuno il suo (1967), tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia, La classe operaia va in paradiso (1971), corrosiva satira sulla vita in fabbrica (vincitrice della Palma d'oro a Cannes) e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970). Quest'ultimo (sorretto dall'incisiva colonna sonora di Ennio Morricone) è un asciutto thriller psicoanalitico incentrato sulle aberrazioni del potere, analizzate in chiave sulfurea e patologica.[103] La pellicola, tra le più note del regista, ottiene un vasto consenso, aggiudicandosi l'anno seguente l'Oscar al miglior film straniero. Nel 1976 Petri porta al cinema un altro romanzo di Sciascia, Todo modo, che racconta il grottesco decadimento di una classe dirigente, rifugiatasi in un albergo-eremo, allo scopo di praticare esercizi spirituali. Il film si avvale delle interpretazioni di Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni e Mariangela Melato.

Evidenti tematiche proprie del cinema d'impegno civile si ritrovano nell'opera di Damiano Damiani, che con Il giorno della civetta (1967) (con attori come Franco Nero e Claudia Cardinale), conosce un notevole successo. Altri lungometraggi da citare sono: Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica (1971), L'istruttoria è chiusa: dimentichi e Girolimoni, il mostro di Roma (1972), Perché si uccide un magistrato (1974) e Io ho paura, del 1977. Si menziona, inoltre, Giuliano Montaldo, che dopo alcune esperienze come attore mette in scena alcune pellicole di carattere storico e politico come Gott mit uns (1970), Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973).

A seguire, di estrema importanza risulta il duro e realistico Detenuto in attesa di giudizio (1971), di Nanni Loy, con protagonista un insolito Alberto Sordi. Il film del regista sardo è una sorta di incubo kafkiano, perfettamente calato nella realtà sociale del tempo. La pellicola ha suscitato ampio scalpore, in quanto, per la prima volta, un'opera cinematografica denunciava la drammatica arretratezza dei sistemi giudiziario e carcerario italiani.

Anche se non strettamente legato alla realtà italiana si può ricordare La battaglia di Algeri (1966), dell'autore toscano Gillo Pontecorvo. L'opera è una vibrante ricostruzione degli eventi civili e militari che portarono l'Algeria all'indipendenza dal colonialismo francese, rievocata con un rigore e uno stile prossimi a molti cinegiornali dell'epoca.[104] Acclamato da critica e pubblico, Il film (Leone d'oro a Venezia), è divenuto nel tempo una delle opere italiane più conosciute nel mondo.[105] Nel 1969 Marlon Brando è il protagonista di un nuovo film politico sempre diretto da Pontecorvo: Queimada, che descrive le sopraffazioni del colonialismo e la rivolta dei popoli oppressi in un paese del Sud America. Da ultimo, Il regista pisano affronta, nel 1979, il tema della resistenza antifranchista basca in Ogro, con Gian Maria Volonté, raccontando la vicenda dell'attentato all'Ammiraglio Luis Carrero Blanco, avvenuto nel 1973. Un altro regista legato al cinema politico e d'impegno sociale è l'emiliano Florestano Vancini, che nelle sue opere più riuscite ha coniugato la robustezza della ricostruzione storica con il resoconto di crisi sentimentali e soggettive. Tra le sue opere più note si ricordano: La lunga notte del '43 (Premio per l'opera prima al Festival di Venezia del 1960), Le stagioni del nostro amore (1966) e Il delitto Matteotti (1973).

Il cinema d'animazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'animazione italiana.

Nonostante l'Italia non abbia una grande tradizione nell'ambito del cinema d'animazione, nel corso del tempo si sono rivelati diversi autori degni d'attenzione. Il pioniere del cartone animato italiano è stato Francesco Guido, meglio conosciuto come Gibba. Subito dopo la fine della guerra, produce il primo mediometraggio animato del nostro cinema dal titolo L'ultimo sciuscià (1946), che riprende tematiche proprie del neorealismo e nel decennio successivo i lungometraggi Rompicollo e I picchiatelli, in collaborazione con Antonio Attanasi. Negli anni settanta, dopo molti documentari animati, lo stesso Gibba tornerà al lungometraggio con Il racconto della giungla (1974), preceduto dall'erotico Il nano e la strega (1973). Interessanti anche i contributi del pittore e scenografo Emanuele Luzzati che dopo alcuni pregevoli cortometraggi, realizza nel 1976 uno dei capolavori dell'animazione italiana: Il flauto magico, basato sull'omonima opera di Mozart.

Nel 1949, il disegnatore Nino Pagot presenta al Festival di Venezia I fratelli Dinamite, uno dei primi e più importanti cartoni animati dell'epoca, uscito nelle sale in concomitanza con La rosa di Bagdad (1949), realizzato dall'animatore Anton Gino Domeneghini. Nei primi anni cinquanta il fumettista Romano Scarpa crea il cortometraggio La piccola fiammiferaia (1953), che resta, come i due film precedenti, poco più che un caso isolato. Infatti, all'infuori di questi esempi, l'animazione italiana a cavallo degli anni cinquanta e sessanta rimane confinata nel settore televisivo, specialmente nella pubblicità, grazie alle varie committenze fornite dal contenitore Carosello, operativo dal 1957. Proprio Carosello sosterrà e lancerà le carriere di molti artisti di valore come Bonvi, Guido Manuli, Paolo Piffarerio, Armando Testa, Guido De Maria, Osvaldo Cavandoli e Carlo Peroni.

Ma è con Bruno Bozzetto che il cartoon italiano raggiunge una dimensione internazionale: il suo lungometraggio d'esordio West and Soda (1965), irresistibile caricatura del genere Western, accoglie consensi sia di pubblico che di critica. Pochi anni dopo sarà la volta di Vip - Mio fratello superuomo (1968), una parodia del genere supereroistico, assai in voga all'epoca. Dopo tanti cortometraggi satirici (incentrati sulla popolare figura del "Signor Rossi") torna al lungometraggio con quello che viene considerato il suo lavoro più ambizioso: Allegro non troppo (1977). Ispirato al noto Fantasia della Disney è un film a tecnica mista, in cui gli episodi animati vengono plasmati sulle note di molti brani di musica classica. Uno dei protagonisti è l'attore e regista Maurizio Nichetti che anni più tardi, sulla falsariga del successo di Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988), realizzerà il film Volere volare (1991), dove realtà e fantasia, animazione e attori professionisti si interscambiano reciprocamente. Altro disegnatore da sottolineare è l'artista Pino Zac. Dopo aver collaborato con Mauro Bolognini, cura la parte animata nel mediometraggio Viaggio di lavoro, facente parte del film a episodi Capriccio all'italiana (1968). Nel 1971 gira con tecnica mista Il cavaliere inesistente, tratto dall'omonimo romanzo di Italo Calvino.

Negli anni novanta l'animazione italiana entra in una nuova fase produttiva grazie allo studio torinese Lanterna Magica che nel 1996, con la regia di Enzo D'Alò, realizza l'intrigante favola natalizia La freccia azzurra, basata su un racconto di Gianni Rodari, con musiche dell'artista astigiano Paolo Conte. Il film è un successo e apre la strada, negli anni successivi, ad altri lungometraggi. Infatti, nel 1998, dopo soli due anni di lavoro, viene distribuito La gabbianella e il gatto tratto dal romanzo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda, che risulta essere un grande successo di pubblico, toccando un nuovo vertice del nostro cinema animato. L'opera vince un nastro d'argento e il premio del pubblico al Festival del cinema di Montreal. Il regista Enzo d'Alò, separatosi dallo studio Lanterna Magica, produrrà negli anni seguenti altre pellicole come Momo alla conquista del tempo (2001) e Opopomoz (2003), su musiche del cantautore Pino Daniele. Lo studio torinese distribuisce dal canto suo le pellicole Aida degli alberi (2001) e Totò Sapore e la magica storia della pizza (2003), accompagnati da un buon riscontro di pubblico. Nel 2003 esce il primo film d'animazione in computer grafica di produzione interamente italiana dal titolo L'apetta Giulia e la signora Vita, per la regia di Paolo Modugno. Da sottolineare l'opera La Storia di Leo (2007), del regista Mario Cambi, vincitore, l'anno seguente, del Giffoni Film Festival.

Nel 2010 giunge il primo film d'animazione italiano in tecnologia 3D, diretto da Igino Straffi, dal titolo Winx Club 3D - Magica avventura, tratto dall'omonima serie che ha goduto di fama e successo in tutto il mondo. Nel frattempo torna nelle sale Enzo D'Alò, presentando il suo Pinocchio (2012), con musiche originali del musicista Lucio Dalla. Nel 2012 ottiene credito presso il pubblico la pellicola Gladiatori di Roma, anch'esso girato in tecnologia 3D, seguita dal lungometraggio Winx Club - Il mistero degli abissi (2014), entrambi ancora di Igino Straffi.

Le altre figure del cinema italiano[modifica | modifica wikitesto]

Produttori[modifica | modifica wikitesto]

La costituzione di una struttura tecnico-finanziaria destinata in maniera stabile alla produzione di pellicole cinematografiche fa il suo ingresso fin dagli albori della settima arte. Ciò si fa ancora più evidente nel momento in cui l'offerta delle macchine da proiezione si allinea a un mercato autonomo di pellicole impressionate, destinato a crescere a velocità inusitate.[106] Uno dei primi produttori emersi a cavallo degli anni venti e trenta è stato Stefano Pittaluga. Il magnate ligure favorisce un sistema integrato che copre, oltre a produzione, distribuzione e esercizio, anche gli stabilimenti di sviluppo e stampa, creando un impero che alla sua morte, avvenuta nel 1931, passa direttamente alla Banca commerciale italiana.[106] In Italia, l'unica dinastia di produttori che, partita con il cinema muto, è rimasta attiva nella realizzazione di fiction televisive, è quella dei Lombardo la cui attività, iniziata da Gustavo fondatore della Titanus, viene portata al successo economico e artistico dal figlio Goffredo Lombardo, che per i vari meriti in campo produttivo riceve nel 1995 il Leone d'oro alla carriera.[106]

Dagli anni trenta alla fine degli anni Cinquanta, il modello italiano di "produttore finanziere" viene incarnato da Riccardo Gualino (della Lux Film), che per lo più affida, con contratti di appalto a budget chiuso, la realizzazione di pellicole a "produttori-autori" come Luigi Rovere, Angelo Rizzoli e soprattutto Carlo Ponti e Dino De Laurentiis (Oscar alla memoria Irving G. Thalberg), entrambi tra i magnati cinematografici più importanti e infaticabili di tutto il panorama italiano.[106] In seguito, tutte le stagioni del cinema successivo al dopoguerra trovano nei vari finanziatori un punto fermo e inamovibile. Molte produzioni di genere vengono curate per tutti gli anni cinquanta da Fortunato Misiano, mentre costantemente in bilico tra cinema d'autore e cinema più disimpegnato si sono mossi Franco Cristaldi, Alfredo Bini, Mario Cecchi Gori e Alberto Grimaldi. Negli ultimi decenni i produttori italiani sono stati indotti a misurarsi con un mercato in profonda trasformazione, imparando a navigare tra finanziamenti ministeriali, prevendite televisive e coproduzioni europee, che rendono l'attività produttiva meno continuativa e senz'altro più aleatoria. Senza contare i numerosi protagonisti di case di produzione indipendenti come Andrea Occhipinti (fondatore della Lucky Red) e Angelo Barbagallo (cofondatore della Sacher Film), conoscono notorietà Domenico Procacci e Aurelio De Laurentis, fautore del rilancio di un cinema più popolare e generalista.[106]

Sceneggiatori[modifica | modifica wikitesto]

Nel cinema italiano del periodo muto la sceneggiatura si sviluppa con ritardo, per via di una forte dipendenza da strutture narrative antecedenti, basate sulla successione di "quadri" ispirati dai tableaux vivants e dalle lastre per lanterne magiche, e soprattutto dall'illustrazione letteraria di stampo divulgativo.[107] Molte sceneggiature portano la firma del poeta Guido Gozzano o Roberto Bracco, in aggiunta di veristi come Grazia Deledda e Giovanni Verga, e naturalmente di Gabriele D'Annunzio e Luigi Pirandello. Dopo l'avvento del sonoro gli addetti alla sceneggiatura acquistano un ruolo determinante tanto da far evolvere la scrittura per il cinema in un'autentica dimensione professionale, non più ad esclusivo appannaggio dei vari letterati di grido. Durante gli anni quaranta si mettono in evidenza intellettuali e scrittori come Sergio Amidei (candidato quattro volte al Premio Oscar) e Cesare Zavattini. Quest'ultimo, al di là della sua fiorente attività letteraria, si è distinto per la copiosa produzione di soggetti cinematografici e per un'instancabile attività volta al rinnovamento del cinema, una forma d'arte che ha sempre considerato duttile e popolare. Esponente di prim'ordine del Neorealismo ha collaborato con i più grandi cineasti italiani tra i quali: Michelangelo Antonioni, Alessandro Blasetti, Mauro Bolognini, Giuseppe De Santis, Federico Fellini, Luchino Visconti e naturalmente Vittorio De Sica, in special modo durante la stagione neorealista.

Dal dopoguerra, e in particolar modo a partire dagli anni cinquanta, conoscono fama sceneggiatori come Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (meglio conosciuti come Age e Scarpelli), che per oltre trent'anni hanno tracciato, nella stesura dei vari script, le linee fondamentali di tutta la commedia all'italiana; così come Suso Cecchi D'Amico che per la sua attività di scrittura per il cinema ha ricevuto nel 1994 il Leone d'Oro alla carriera. Ancora da sottolineare sono i contributi di Rodolfo Sonego (specialmente per Dino Risi) e quelli della caustica coppia formata da Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, anch'essi autori di punta di molti soggetti per commedie. A seguire si evidenzia l'operato di Ruggero Maccari - nominato all'Oscar per il film Profumo di donna (1974) - di Piero Tellini - che vince il Prix du scénario al Festival di Cannes per il film Guardie e ladri (1951) - e di Ugo Pirro (nome d'arte di Ugo Mattone), sceneggiatore per Carlo Lizzani, Mauro Bolognini e in maniera assai più duratura per Elio Petri, con cui si aggiudica la Palma d'oro alla miglior sceneggiatura per il film A ciascuno il suo (1967).

Tra gli anni ottanta e novanta, il cinema italiano ha ricevuto un contributo decisivo da una nuova generazione di scrittori, che hanno messo in discussione la struttura narrativa classica, proponendo tipologie di copioni assai innovativi e coinvolgenti.[107] Fra i tanti si elencano: Stefano Rulli e Sandro Petraglia, Vincenzo Cerami, Francesca Marciano, Enzo Monteleone, Ugo Chiti (anche costumista e regista), Franco Bernini, Francesco Bruni e Angelo Pasquini. Non si può tralasciare, naturalmente, l'apporto alla sceneggiatura dato da poeti e scrittori quali Tonino Guerra, Tullio Pinelli, Bernardino Zapponi ed Ennio Flaiano, che per molti anni hanno affiancato alle varie stesure registi come Fellini e Antonioni.

Autori delle musiche[modifica | modifica wikitesto]

In Italia, i primi tentativi di sonorizzare le immagini risalgono all'epoca del muto. Già nel 1909 la Manifattura cinematografica Fratelli Pineschi costruisce un sistema per sincronizzare immagini e suoni con avviamento automatico di un grammofono, mentre nel 1921 l'inventore siciliano Giovanni Rappazzo mette a punto una pellicola a impressione contemporanea di immagine e suoni, che per vari motivi non trova applicazione.[108] Con la seguente invenzione del sonoro si sviluppa la nuova professione del compositore per il cinema, che regalerà le sue prime personalità a cavallo tra gli anni trenta e quaranta. Uomini di cultura come Mario Labroca e Guido Gatti attirano al cinema musicisti dell'area 'colta' come Giorgio Federico Ghedini, Felice Lattuada, Gian Francesco Malipiero, Lorenzo Perosi e Riccardo Zandonai.[108] Il primo a dedicarsi come specialista a questo settore, formando con il suo insegnamento tutta una schiera di allievi, è Enzo Masetti, che antepone a ogni preoccupazione la funzionalità e la subordinazione della musica alle immagini.[108] Tra i vari compositori del periodo si citano: Alessandro Cicognini (legato specialmente a Vittorio De Sica), Renzo Rossellini (attivo soprattutto per i film del fratello Roberto) e Giuseppe Rosati.

Ennio Morricone riceve il premio Città di Roma 1996

Sempre negli anni trenta esordisce in qualità di autore per il cinema il compositore milanese Nino Rota. Dopo alcuni accompagnamenti musicali per il regista Raffaello Matarazzo, conosce all'inizio degli anni cinquanta il regista Federico Fellini, impegnato a dirigere Lo sceicco bianco (1952). Ha così inizio una proficua collaborazione che consacrerà il musicista lombardo a livelli internazionali. A questo proposito, si ricorda la marcetta creata per il film (1963), diventata nel tempo la bandiera della clownerie felliniana e soprattutto la sigla musicale con cui il nome di Rota risuona nella memoria collettiva di tutto il mondo.[66] Contemporaneamente lavora per Luchino Visconti, firmando le colonne sonore dei rinomati Rocco e i suoi fratelli (1960) e Il Gattopardo (1963). Nel 1972 ottiene grande successo per le musiche del film Il padrino, di Francis Ford Coppola, ricevendo, due anni più tardi, l'Oscar per la miglior colonna sonora originale nel seguito Il padrino - Parte II (1974).

All'inizio degli anni sessanta emerge la figura del compositore romano Ennio Morricone. La sua carriera include un'ampia gamma di generi compositivi, che fanno di lui uno dei più eclettici musicisti per il cinema di tutti i tempi[109]. Divenuto illustre grazie al felice sodalizio con l'amico e regista Sergio Leone, ha collaborato con alcuni dei nomi più prestigiosi della cinematografia nazionale e internazionale. Nella sua lunga e rinomata professione è stato candidato agli Oscar per ben cinque volte, ricevendo nel 2007 un Oscar onorario alla carriera. L'artista è stato, inoltre, insignito di tre Grammy Awards, due Golden Globes, cinque BAFTAs, un Leone d'oro alla carriera, dieci David di Donatello, undici Nastri d'Argento, due European Film Awards, un Golden Lion Honorary Award ed un Polar Music Prize. Molte delle sue colonne sonore hanno trovato stima e approvazione in ogni parte del mondo, impreziosendo importanti pellicole quali: C'era una volta in America (1984), C'era una volta il West (1968), Giù la testa (1971), Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), Mission (1986) e Nuovo Cinema Paradiso (1988). Tra gli anni sessanta e settanta si sviluppa una spontanea fioritura di musicisti, che sovente, con duttilità e risultato, si sono cimentati nella composizione di svariate colonne sonore. Tra i molti si ricordano: Franco Mannino, Carlo Rustichelli, Angelo Francesco Lavagnino, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Armando Trovajoli, Egisto Macchi, Riz Ortolani, Nicola Piovani, Franco Piersanti, Carlo Crivelli e Pino Donaggio.

Addetti al montaggio[modifica | modifica wikitesto]

Nino Baragli con la moglie alla moviola Prevost, nel 1957

Il montaggio, o decoupage classico, viene considerato una delle parti più rilevanti dell'intera messa in scena cinematografica. Il montatore segue le indicazioni dell'autore, che supervisiona il lavoro compiuto, e procede a ispezionare il girato tagliando le inquadrature utili ed unendole tra loro. Tutte le scene, girate secondo le esigenze della produzione, sono successivamente montate nell'ordine previsto dalla sceneggiatura, o in altro ordine che emerge secondo le necessità della narrazione. In Italia il tecnico Mario Serandrei viene generalmente considerato la prima figura di montatore moderno, inteso come collaboratore del regista alla verifica e riscrittura della sceneggiatura in moviola.[110] Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Quaranta è uno dei protagonisti della battaglia culturale per la rinascita del cinema italiano, sia nelle vesti di critico sia in quelle di tecnico. Dotato di spiccata personalità, ottiene un ruolo di rilievo nella stagione del Neorealismo, legando il proprio nome ai primi capolavori di Luchino Visconti. Tra gli altri registi con i quali ha collaborato, si riportano: Alberto Lattuada, Federico Fellini, Franco Zeffirelli e Mario Soldati. Negli anni cinquanta si fa strada il montatore Nino Baragli che lavorerà per molte pellicole del regista Sergio Leone ed anche per autori quali Pier Paolo Pasolini e Luigi Comencini.

Il montatore Ruggero Mastroianni

Negli anni sessanta debutta in qualità di montatore Roberto Perpignani, considerato dalla critica uno dei più validi e specializzati professionisti cinematografici.[111] Il suo debutto è al fianco del regista statunitense Orson Welles nel film Il processo (1962), per poi collaborare in molti film del regista Bernardo Bertolucci. Da oltre quarant'anni ha stretto un sodalizio artistico con i fratelli Taviani, operando dai primi anni sessanta in tutte le loro pellicole. Sempre negli anni sessanta conosce notorietà il montatore Ruggero Mastroianni, che in oltre quarant'anni di carriera si aggiudica cinque David di Donatello, di cui uno postumo per il film La tregua (1997) di Francesco Rosi. In tempi più recenti conosce grande affermazione internazionale l'artista Pietro Scalia che a partire dagli anni novanta lavora con grandi personalità del cinema come Oliver Stone, Gus Van Sant e Ridley Scott. Dall'Academy viene insignito per due volte dell'Oscar per il miglior montaggio nei seguenti film JFK - Un caso ancora aperto (1992) e Black Hawk Down - Black Hawk abbattuto, uscito nelle sale nell'autunno del 2001.

Direttori della fotografia[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ambito dell'organizzazione del lavoro cinematografico - così come si è venuto a configurare negli anni trenta - un lavoro di preminente importanza riguarda la direzione della fotografia. In qualità di garanti dell'immagine dei film, i direttori della fotografia hanno visto accrescere la propria importanza in maniera direttamente proporzionale all'espandersi dell'industria.[112] Tra i grandi maestri della fotografia italiana grande successo internazionale ottiene Vittorio Storaro, vincitore di tre premi oscar per la direzione nei film Apocalipse Now (1979), L'ultimo imperatore (1987) e Reds (1981).[113] A seguire troviamo Aldo Graziati, prematuramente scomparso durante le riprese del film Senso (1954); sua è la fotografia nelle pellicole Umberto D (1954), di Vittorio De Sica e Otello, di Orson Welles (1952). Altra figura di spicco è senz'altro Carlo Di Palma che collabora in molte produzioni tra le quali: Identificazione di una donna (1982), Blow-up (1966) e Deserto rosso (1964), di Michelangelo Antonioni, La tragedia di un uomo ridicolo (1981), di Bernardo Bertolucci e gran parte dei film di Woody Allen.

In egual misura si impone il romano Giuseppe Rotunno. Delle sue direzioni fotografiche ricordiamo: La città delle donne (1980) e Amarcord (1974), di Federico Fellini, All That Jazz - Lo spettacolo continua, di Bob Fosse (1979), La Bibbia (1966), di John Huston, Il Gattopardo (1963) e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti. A partire dagli anni sessanta emerge Tonino Delli Colli, che ha firmato, anch'egli, fotografie per alcuni dei più grandi registi italiani come Pier Paolo Pasolini, nei film Uccellacci e uccellini (1966), Il vangelo secondo Matteo (1964), Mamma Roma (1962) e Accattone (1961), Federico Fellini ne La voce della Luna (1990) e Sergio Leone in C'era una volta in America (1984). Si segnala ulteriormente Gianni Di Venanzo per le opere (1963) e Giulietta degli spiriti (1965) di Fellini, L'eclisse (1962) e La notte (1961) di Antonioni, I soliti ignoti (1958) di Monicelli e Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi. Da menzionare ancora Otello Martelli e Pasqualino De Santis, quest'ultimo vincitore di un Oscar per il film Romeo e Giulietta (1968), di Franco Zeffirelli. Altro importante rappresentante della fotografia cinematografica italiana nel mondo è sicuramente Dante Spinotti che ottiene ben tre nomination all'Oscar, senza tuttavia, conquistarne nessuna. Tra gli anni ottanta e novanta si formano nuovi e importanti direttori tra cui: Giuseppe Lanci, Luciano Tovoli, Luca Bigazzi e Fabio Olmi.

Scenografi[modifica | modifica wikitesto]

Sin dagli albori del novecento, fin da quando il cinema si trasforma da oggetto meramente riproduttivo a puro mezzo espressivo, si sviluppa la necessità di "mettere in forma" l'ambiente in cui l'azione si svolge e di realizzare in luoghi deputati (come ad esempio i teatri di posa), la scenografia di un film.[114] Durante gli anni Dieci prende campo in Italia il filone dei kolossal storico-mitologici che porta ad un naturale passaggio dall'allora scenografia dipinta (secondo la pratica instaurata da Georges Méliès) a quella costruita in cartapesta, stucchi e legno, sviluppatasi successivamente nel cinema americano di David Wark Griffith.[114] Le ricostruzioni d'epoca si basano prevalentemente sul gigantismo delle architetture, evidente nella ricostruzione del Tempio di Moloch nel film Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone. Dagli anni cinquanta e sessanta artisti come Piero Gherardi, Danilo Donati e Mario Garbuglia raggiungono con il loro operato notevoli aspetti di deformazione creativa, regalando alle proprie scenografie momenti di elevato estro illusionistico. Tale raffinata abilità artigianale si rinviene nell'opera scenografica di Luciana Arrighi, insignita con il premio Oscar nel 1993 per Casa Howard di James Ivory.[114]

In particolar modo raggiunge clamore internazionale il scenografo Dante Ferretti, che fin dall'esordio nella pellicola Medea (1970), di Pier Paolo Pasolini, ha collaborato con alcuni dei più grandi maestri del cinema, aggiudicandosi, negli anni duemila, tre premi Oscar nei relativi film: The Aviator (2004), di Martin Scorsese, Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007), di Tim Burton e Hugo Cabret (2011), ancora per la regia di Scorsese. L'artista marchigiano, in ambito nazionale ha totalizzato quattro David di Donatello e ben tredici Nastri d'argento. Un caso a sé rappresenta il lungometraggio digitale Il mistero di Oberwald (1980), di Michelangelo Antonioni, uno dei primi artisti a interessarsi alle possibilità espressive della nuova tecnologia, ricorrendo alla simulazione di ambienti e alla creazione di effetti cromatici per visualizzare gli stati d'animo dei vari personaggi in scena.[114] Proprio dagli anni Ottanta la progettazione di scenografia si è coniugata con la sperimentazione tecnologica, modificando in maniera perentoria le svariate modalità di lavoro, facendo divenire indispensabile il rapporto tra gli scenografi e gli artisti della computer graphics; oggi più che mai chiamati a progettare, con le tecnologie digitali, ambienti e location simulati.[114]

Costumisti[modifica | modifica wikitesto]

Una scena tratta da Il Casanova di Federico Fellini (1976), film che ha valso a Danilo Donati il suo secondo Oscar per i costumi

Nel cinema primitivo, ancora ridotto a mezzo tecnico privo di risorse economiche, l'operato dei costumisti non presenta particolari problemi espressivi, se non gli stessi emersi da sempre negli spettacoli teatrali.[115] Con l'inizio degli anni Dieci alcuni registi prestano una più decisa attenzione all'uso dei costumi. A farlo è soprattutto il regista Giovanni Pastrone che nel proprio kolossal Cabiria (1914) viene coadiuvato dal pittore Camillo Innocenti e da diciotto disegnatori, che nel realizzare i costumi prendono spunto da reiterate visite a musei dell'antichità.[115] Da lì in avanti e in tutte le sue stagioni, il cinema italiano ha potuto frequentemente contare su validi ed efficienti costumisti. Dell'epoca del muto si ricordano: Duilio Cambellotti e Luigi Sapelli. Con la nascita del sonoro la personalità più eminente è Gino Carlo Sensani che firma i costumi in alcuni film dei maggiori registi del periodo. Alla sua scuola, presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma, si formano Maria De Matteis, Dario Cecchi, Maria Baronj e Piero Gherardi.[115]

Altri costumisti d'eccezione sono stati Virgilio Marchi, Antonio Valente e l'artista romano Vittorio Nino Novarese, che nel 1963 riceve l'Oscar per i costumi nel film Cleopatra, di Joseph L. Mankiewicz. Si ricordano ancora Pier Luigi Pizzi, Milena Canonero (Oscar nel 1976 per Barry Lyndon di Stanley Kubrick) e Gabriella Pescucci, vincitrice del premio Oscar per L'età dell'innocenza (1993) di Martin Scorsese e costumista del film C'era una volta in America (1984) di Sergio Leone. A loro volta troviamo Nanà Cecchi, che ha lavorato in sede internazionale per film interpretati da Richard Gere e Sean Connery e Ugo Pericoli, che ha collaborato con Steno, Luigi Zampa, Dino Risi ed Ettore Scola.[115] Fondamentale il sodalizio stabilito con Federico Fellini oltre che da Piero Gherardi, dal costumista e scenografo Danilo Donati. Il professionista emiliano - due volte insignito dell'Oscar per i film Romeo e Giulietta (1968) e Il Casanova di Federico Fellini (1976) - ha lavorato, a partire da Fellini Satyricon (1969), a gran parte delle opere del regista riminese, trovando acclamazione internazionale grazie ad una precisa ricostruzione filologica di abiti e costumi.[115]

Altra personalità di rilievo è l'artista toscano Piero Tosi. Allievo del pittore Ottone Rosai, ha riprodotto con grande perizia costumi per alcune delle opere più rinomate di Luchino Visconti, come Senso (1954), Le notti bianche (1957), Rocco e i suoi fratelli (1960), e Il gattopardo (1963). Nel 2014 (per l'assoluta qualità del suo operato), diviene il primo costumista italiano a ricevere dall'Academy un Oscar alla carriera. Da non dimenticare, i costumisti Lucia Mirisola, Maurizio Millenotti, Anna Anni, Francesca Sartori e Carlo Simi, collaboratore costante in tutti i film western di Sergio Leone.

Truccatori e addetti agli effetti speciali[modifica | modifica wikitesto]

Prima dell'era digitale il materiale per produrre effetti speciali riguardava le pure componenti meccaniche e plastiche, oppure ottiche e fotografiche (come ad esempio la simulazione del volo umano). Tale operazione di modifica dell'immagine filmica si è evoluta in maniera sempre più sorprendente, in particolar modo negli ultimi decenni dove gli effetti speciali vengono creati tramite elaborazione grafica al computer, quasi sempre ottenuta in fase di postproduzione.[116] Nella prima metà del novecento fino alla fine degli anni settanta, tale attività si amalgama spesso con quella del truccatore, soprattutto sui set di pellicole a sfondo horror. Mario Bava, oltre che regista e direttore della fotografia, ha spesso costruito in prima persona sapienti e artigianali effetti speciali, coadiuvato in più circostanze dal rinomato truccatore Francesco Freda. Altro truccatore di fama diviene, dalla fine degli anni ottanta, l'artista Manlio Rocchetti, vincitore (assieme a Lynn Barber e Kevin Haney) di un premio Oscar al miglior trucco per il film A spasso con Daisy (1990), diretto dal regista americano Bruce Beresford.

Durante gli anni settanta si evidenzia la figura del truccatore e direttore degli effetti speciali Carlo Rambaldi. Le capacità dell'artista prendono campo al fianco del regista Dario Argento, per il quale contribuisce a realizzare gli effetti splatter del noto lungometraggio Profondo rosso (1975). Il successivo incontro con la produzione di Hollywood gli permette di affinare ulteriormente le proprie abilità, mediante l'utilizzo della meccatronica (i quali effetti vengono ottenuti grazie all'unione di procedimenti propri della meccanica e dell'elettronica). Nel 1976 si aggiudica il suo primo Oscar per i migliori effetti speciali nel film-remake King Kong, dell'autore John Guillermin. Il secondo Oscar giunge nel 1979 per la realizzazione (assieme a Hans Ruedi Giger) della popolare creatura extraterrestre Alien, presente nell'omonimo film di Ridley Scott[117] Nel 1982 l'operato di Carlo Rambaldi entra nell'immaginario collettivo con l'ideazione dell'alieno protagonista del film campione di incassi E.T. l'extra-terrestre, per la regia di Steven Spielberg. L'umana e istintiva simpatia del personaggio condurranno l'Academy a insignire l'artista di un terzo Oscar, divenendo da allora uno dei professionisti più qualificati di tutto il panorama internazionale. Sempre nell'ambito del cinema di fantascienza collabora ad altre rinomate pellicole, tra le quali Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), sempre di Spielberg, e Dune (1984), del cineasta David Lynch.

Dalla metà degli anni ottanta trova spazio Sergio Stivaletti, autore di numerosi effetti per il cinema horror, lavorando più volte al fianco di Dario Argento, Lamberto Bava e Michele Soavi. Nel nuovo millennio si fa conoscere Vittorio Sodano, che debutta nel cinema con il film Prima del tramonto (1999) di Stefano Incerti, per il quale ottiene un riconoscimento per il trucco e gli effetti speciali al Festival di Locarno. Nominato all'Oscar per il film Apocalypto (2006), di Mel Gibson, riceve due David di Donatello per le pellicole Il divo (2008), di Paolo Sorrentino e Noi credevamo (2011), del regista Mario Martone.

Doppiatori[modifica | modifica wikitesto]

In alto un giovane Ferruccio Amendola

Nel 1932 apre i battenti il primo stabilimento di doppiaggio italiano presso la società Cines-Pittaluga cui seguono la Fotovox e la ItalaAcustica nel 1933, anno in cui lo stabilimento di doppiaggio Fono Roma viene attrezzato con l’apposito strumentario tecnico.[118] Nella seconda metà degli anni trenta il doppiaggio italiano viene ad assumere precise caratteristiche tecniche e artistiche, arrivando a delineare i principali requisiti del doppiatore che poggiano sull'innata dote di una voce calda ed espressiva.[118] Queste qualità hanno reso celebre la scuola di doppiaggio italiana, che nel tempo, ha visto impegnati qualificati attori di teatro e di cinema, nonché, ovviamente, specialisti del settore. Tra i molti riportiamo: Giorgio Albertazzi, Gino Cervi, Enrico Maria Salerno, Giancarlo Giannini, Alberto Sordi, Giulio Panicali, Pino Locchi, Giuseppe Rinaldi, Cesare Barbetti, Renato Turi e Oreste Lionello, per anni inconfondibile voce del regista e attore comico Woody Allen.[118]

Nel 1944 nasce la prima e più importante cooperativa di doppiaggio, la CDC (Cooperativa Doppiatori Cinematografici), che assembla circa 150 iscritti divisi in varie categorie (direttori di doppiaggio, protagonisti, comprimari, caratteristi e generici), e nel 1945 viene alla luce la ODI (Organizzazione Doppiatori Italiani), che raggruppa attori per lo più provenienti dal teatro.[118] Alla fine degli anni trenta si afferma la pratica di doppiare alcuni attori italiani. Questo fenomeno dilaga fino alla metà degli anni sessanta e trova la sua ragion d'essere nell'insoddisfazione del regista per la dizione dell'attore di turno e per una generale diffidenza dei produttori rispetto alle voci di alcune attrici italiane, considerate troppo ruvide o sgradevoli, sia nel timbro che nel tono.[118] Altri sicuri protagonisti dell'arte del doppiaggio sono stati i professionisti Manlio Busoni, Glauco Onorato, Fiorella Betti, Anna Miserocchi e naturalmente Ferruccio Amendola, forse l’esempio più duttile e moderno nell'utilizzare una tornita dizione, capace di scardinare la rigidità delle varie tecniche tradizionali. La sua voce ha prestato per anni inflessioni e cadenze ad attori del calibro internazionale di Dustin Hoffman, Robert De Niro e Al Pacino.[118]

Il cinema di genere italiano[modifica | modifica wikitesto]

Accanto al cinema neorealista ed esistenziale degli autori, della commedia all'italiana e del cinema di denuncia sociale, a partire dal secondo dopoguerra, si sviluppa un cinema italiano più popolare che se da una parte viene snobbato e osteggiato dalla critica, dall'altra viene accolto con entusiasmo da gran parte del pubblico, nazionale e internazionale. Dopo aver toccato il proprio culmine negli anni sessanta e settanta del Novecento, il cinema di genere entra in declino a metà degli anni ottanta per due motivi principali: da una parte la grave crisi che colpisce tutto il cinema italiano e dall'altra l'affermazione della televisione commerciale, che in pochi anni priva le sale cinematografiche del suo pubblico abituale. Questo tipo di cinema è venuto ad affievolirsi ed a scomparire all'inizio degli anni novanta.

I generi cinematografici prodotti in Italia sono stati molteplici (variando a seconda dei decenni) e molte volte si sono incrociati tra loro, attraverso varie commistioni e fusioni. Qui di seguito è rappresentata una sommaria lista dei vari generi cinematografici che hanno incontrato, in periodi diversi, maggior successo.

Film musicali e musicarelli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Musicarello.
Ettore Giannini, autore del film Carosello napoletano (1953) : unico musical cinematografico italiano ad aver ricevuto riconoscimenti di prestigio internazionale

La cinematografia italiana risulta pressoché estranea al genere del musical, che in maniera opposta ha avuto ampio richiamo negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Tra i pochi film italiani ascrivibili al genere si può citare Carosello napoletano (1953) di Ettore Giannini, interpretato tra gli altri dal cantante Giacomo Rondinella e da un'esordiente Sophia Loren. La pellicola è una versione cinematografica dell'omonima opera teatrale, presentata per la prima volta al Teatro La Pergola di Firenze il 14 aprile 1950, e successivamente al Teatro Quirino di Roma, e portata al successo in molti paesi d' oltreoceano. Questo insolito film-rivista, aiutato da procedimenti stilistici piuttosto originali (con le scenografie di Mario Chiari e la fotografia di Giorgio Sommer), fonde l'eredità colta del vedutismo con l'ingenuità surreale degli ex voto, mescolando regia teatrale e cinematografica con ambizioni proprie del musical hollywoodiano.[119] In virtù di queste caratteristiche, il lungometraggio riceve, nella primavera dello stesso anno, il Prix International al Festival di Cannes.[120]

Dalla fine degli anni cinquanta e fino a tutti gli anni settanta, si sviluppa con notevole fortuna il sottofilone dei cosiddetti musicarelli, che prevedono l'ingaggio e la partecipazione di numerosi cantanti di musica leggera, con l'unico intento di trasformare gli artisti in autentiche star del grande schermo. Queste produzioni (il più delle volte commedie a carattere sentimentale) vedono come protagonisti i cantanti italiani più in voga come Little Tony, Rita Pavone, Gianni Morandi, Caterina Caselli, Iva Zanicchi, Domenico Modugno, Claudio Villa e Bobby Solo, i quali, tra una sequenza e l'altra, propongono i vari successi del momento. A tali produzioni hanno partecipato finanche artisti del calibro di Fred Buscaglione, Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Mina, Adriano Celentano, Lucio Dalla ed Enzo Jannacci. L'operazione si rivela un successo, consolidando la fama di molte voci italiane, soprattutto di Gianni Morandi e Rita Pavone, che più di tutti incarnavano l'allegria e la spensieratezza del mondo degli adolescenti. Tra i titoli più rappresentativi si ricordano: I ragazzi del juke-box (1959) e Urlatori alla sbarra (1960), di Lucio Fulci, In ginocchio da te (1964), di Ettore Maria Fizzarotti e Rita la zanzara (1966), per la regia di Lina Wertmuller.

Fantascienza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema italiano di fantascienza.
Una scena del film Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava

Per quanto non molto ricordato, il cinema italiano ha saputo esprimere un proprio filone di fantascienza, sebbene realizzato in maniera assai più artigianale rispetto a quello hollywoodiano, di cui è rimasto prevalentemente al traino. Se si escludono pellicole del periodo del muto[121] e film farseschi come Mille chilometri al minuto! (1939), Baracca e burattini (1954), e Totò nella luna (1958) - nei quali gli elementi fantascientifici sono utilizzati in funzione della commedia - la fantascienza "made in Italy" si sviluppa in modo pertinente a partire dagli anni cinquanta quando, venuto meno il protezionismo del regime, il mercato italiano viene invaso dai blockbuster d'oltreoceano.[122] Tra i primi registi a cimentarsi nel genere si segnalano Paolo Heusch, con La morte viene dallo spazio (1958), e Riccardo Freda, con Caltiki, il mostro immortale (1959).

Nel corso degli anni sessanta le produzioni di fantascienza crescono a dismisura con la peculiarità di fondersi frequentemente con altri generi o sottogeneri, come quello fanta-spionistico e dell'orrore. Tra gli autori emergono soprattutto il regista Antonio Margheriti e il già citato Mario Bava, che si distinguono rispettivamente negli ambiti dell'avventura spaziale e del fanta-horror. Margheriti - quasi sempre sotto lo pseudonimo di Anthony M. Dawson - è stato autore di numerosi film di genere dal solido impianto tecnico e realizzativo, seppur minati da pesantissimi limiti di budget.[122] Il suo lungometraggio dal titolo Space Men (1960) è uno dei primi esempi di "space opera" del cinema italiano, cui seguono Il pianeta degli uomini spenti (1961) e il ciclo della stazione spaziale Gamma Uno (composto da quattro film girati contemporaneamente in 12 settimane e distribuiti tra il 1965 e il 1967). Nonostante il livello degli effetti speciali risulti a basso costo, le opere di Margheriti riescono a riscuotere una certa attenzione sia in Italia sia all'estero, contribuendo all'espansione del filone. Tra i vari registi influenzati dalle opere di Margheriti Ubaldo Ragona, Carlo Ausino e Pietro Francisci. Nel frattempo, il maestro dell'orrore Mario Bava dirige Terrore nello spazio (1965), che mescola horror e fantascienza.[121]

Il genere ha inoltre catturato l'attenzione di altri cineasti, alcuni dei quali propriamente ascrivibili al cinema d'autore.[121] Elio Petri dirige nel 1965 La decima vittima, basato su un racconto di Robert Sheckley - con Marcello Mastroianni e Ursula Andress - mentre Marco Ferreri porta sullo schermo l'apocalittico Il seme dell'uomo (1969), dove il pessimismo dell'autore si trasforma in una feroce critica verso tutto il genere umano. Nello stesso periodo il cinema di fantascienza viene a incrociarsi con quello della satira sociale, offrendo in questo ambito alcuni contributi originali.[122] Esempi di questo tipo sono Il disco volante di Tinto Brass (1964)[122] e la bizzarra commedia fantapolitica Colpo di stato (1969), diretta dal regista Luciano Salce.

Dalla fine degli anni settanta - esauritasi la spinta contestatrice - la produzione vira verso temi più avventurosi, spensierati e infantili. Tra le opere più emblematiche del periodo viene citata Scontri stellari oltre la terza dimensione (1978), di Luigi Cozzi, uscita a poca distanza dal primo episodio di Guerre stellari (1977), diretto da George Lucas e promosso come risposta italiana a tale film, nonostante risultasse, per gli standard hollywoodiani, poco più di un B movie.

Dopo una produzione commerciale relativamente ricca di film a basso costo e sempre a imitazione di film statunitensi, alla fine degli anni ottanta il cinema di genere italiano entra in crisi e il filone fantascientifico perde consistenza fino a scomparire quasi del tutto all'inizio degli anni novanta. Eccezione rilevante è Nirvana (1997), di Gabriele Salvatores, un film ispirato al cyberpunk che costituisce la produzione di fantascienza italiana per il cinema[123] più costosa di sempre e quella di maggiore successo commerciale.[124][125] L'autore napoletano torna a testare il genere nel 2014 con il film drammatico-fantascientifico Il ragazzo invisibile.

Western[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Western all'italiana.

Sergio Leone è unanimemente considerato il precursore del cinema western all'italiana. Figlio del cineasta Roberto Roberti, dopo alcune prove come aiuto regista in varie produzioni hollywoodiane, fa il suo esordio alla regia nel 1961, con il peplum Il colosso di Rodi. Tre anni più tardi, sulla scia dei grandi maestri americani, si dedica al genere western lanciando nelle sale il film Per un pugno di dollari (1964), seguito da Per qualche dollaro in più (1965) e da Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Queste produzioni, tutte interpretate dall'attore americano Clint Eastwood, vengono comunemente denominate la trilogia del dollaro.

La forza innovativa di tali pellicole risiede nel rifiuto del western americano tradizionale, non più incentrato su trame sentimentali, sul mito della frontiera o sulle guerre con gli indiani ma su eroi cinici e disincantati, avvolti in un mondo dove conta solo la violenza e la sopraffazione.[126] Tutto ciò è rafforzato da uno stile registico irreale e iperbolico, perfettamente coadiuvato dalle colonne sonore di Ennio Morricone. È l'inizio di un nuovo modo di concepire il genere, tutto giocato sulla forza dei primi piani che svelano la crudele ieraticità degli attori e conquistano il pubblico con la forza di un pugno nello stomaco.[126] La qualità filmica della trilogia raggiunge l'apice con Il buono, il brutto, il cattivo: una sorta di aggiornamento de La grande guerra di Mario Monicelli e raccontato mescolando toni picareschi a momenti di grande lirismo. A questo trittico seguiranno il kolossal epico C'era una volta il West (1968), girato in parte nella Monument Valley, e Giù la testa (1971), che risente esplicitamente del clima della contestazione. Sergio Leone, snobbato all'epoca da buona parte della critica, viene oggi celebrato come uno dei registi italiani più noti e acclamati nel mondo.[127]

Il successo mondiale dei film di Leone apre la strada a una moltitudine d'imitazioni made in Italy (circa cinquecento pellicole spalmate in quindici anni), alcune delle quali hanno riscontrato un notevole seguito sia nazionale che estero. È il caso del lungometraggio Django (1966), diretto da Sergio Corbucci. Django (primo western italiano vietato ai minori di diciotto anni) ha conosciuto una larga fortuna oltre oceano, lanciando il divo e primo attore Franco Nero. Il film ha dato vita a una miriade di imitazioni e un solo sequel originale: Django 2 - Il grande ritorno (1987), per la regia di Ted Archer. Il regista americano Quentin Tarantino ha intitolato il suo primo e unico western con il nome di Django Unchained (2012), dichiarato omaggio al film di Corbucci. Oltre a Franco Nero si sono distinti nel genere altri attori di fama quali Giuliano Gemma, Fabio Testi ed Enrico Maria Salerno.

Tra le altre pellicole rientranti nella medesima categoria si ricordano: Duello nel Texas (1963), di Mario Caiano, Il grande silenzio (1969) e Vamos a matar, compañeros (1970), sempre di Sergio Corbucci, La resa dei conti (1966) e Faccia a faccia (1967) di Sergio Sollima, Una pistola per Ringo (1965), Il ritorno di Ringo (1966) e Viva la muerte... tua! (1972) di Duccio Tessari, Quién sabe? (1966) di Damiano Damiani, Arizona Colt (1966) di Michele Lupo, Sugar Colt (1966) di Franco Giraldi, Dio li crea... Io li ammazzo! (1968), Ehi amigo... sei morto! (1970) di Paolo Bianchini e Tepepa (1968) di Giulio Petroni. Negli anni settanta si evidenziano: La vendetta è un piatto che si serve freddo (1971) di Pasquale Squitieri, Keoma (1976) di Enzo G. Castellari, I quattro dell'apocalisse (1975) e Sella d'argento (1978) di Lucio Fulci.

Al filone degli spaghetti-western si ricollegano le commedie vicine all'ambito del film comico, scritte e dirette dal regista Enzo Barboni (firmatosi sempre con lo pseudonimo di E.B. Clucher) e con protagonisti gli attori Bud Spencer e Terence Hill (nomi d'arte degli italiani Carlo Pedersoli e Mario Girotti). I due film più importanti del duo, che coniugano con simpatia risate e scene d'azione, sono Lo chiamavano Trinità... (1970) e il seguito ...continuavano a chiamarlo Trinità (1972), quest'ultimo è risultato campione d'incassi nella stagione cinematografica 1971-1972. Entrambi gli attori, su proposta del regista Ermanno Olmi, vengono insigniti, nel 2010, del David di Donatello alla carriera. Da menzionare, inoltre, il film del 1973 Il mio nome è Nessuno, per la regia di Tonino Valerii. La pellicola, prodotta da Sergio Leone e interpretata da Terence Hill ed Henry Fonda, unisce l'epicità di opere come C'era una volta il West con elementi tipici della farsa e della commedia.

Giallo, thriller e horror[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giallo all'italiana.

All'interno del cinema di genere, grande rilevanza assumono le categorie del thriller e dell'horror, che proprio in Italia hanno avuto, all'inizio degli anni sessanta, un notevole successo, protrattosi felicemente per molti decenni. I registi italiani che si sono cimentati in queste produzioni sono stati spesso fonte d'ispirazione per un'intera schiera di registi internazionali tra i quali si ricordano: Brian De Palma, Tim Burton e Quentin Tarantino.[128]

I due registi di maggior rilievo sono stati Mario Bava e Dario Argento. Il primo, direttore della fotografia passato alla regia, ha creato un deciso presupposto per creare un vero horror di qualità, rivelandosi, al tempo stesso, un notevole narratore di immagini, colto e raffinato. Centrale per lo sviluppo del genere è il suo film d'esordio La maschera del demonio (1960), la cui trama prende spunto dal racconto Il Vij di Nikolaj Vasil'evič Gogol', che tratteggia la figura del vampiro in maniera inedita e originale, in aperta opposizione a quella dell'iconografia tradizionale.[129] La ricercata fotografia, gli innovati effetti speciali e il fascino misterioso dell'attrice Barbara Steele contribuiscono a creare un soggetto gotico molto personale, venendo più volte elogiato da molta critica inglese e francese.[130] Altri titoli fondamentali della sua filmografia sono: La frusta e il corpo (1962), I tre volti della paura (1965), Operazione paura (1966) e l'antesignano del moderno slasher Reazione a catena (1971).

Dario Argento, ideale continuatore di certe atmosfere baviane, ha avuto il merito di trainare l'horror italiano verso il grande pubblico, riscontrando successo per tutti gli anni settanta e ottanta. La poesia macabra di Argento è resa tale da una sapiente miscela che varia dal thriller all'horror di natura fantastica, con lungometraggi che sono tuttora presi a modello sia dal punto di vista estetico che da quello narrativo. Pur avendo attinto a piene mani da pellicole come La ragazza che sapeva troppo (1963) e Sei donne per l'assassino (1964) di Mario Bava, Argento, nelle sue opere migliori, ha saputo emanciparsi dal suo maestro grazie ad un uso incalzante del montaggio in combinazione a colonne sonore rimaste negli annali (fondamentale la collaborazione con il gruppo musicale dei Goblin). Opere come L'uccello dalle piume di cristallo (1970) e Profondo rosso (1975), hanno imposto figure e maniere (killer con impermeabile nero, soggettive dell'assassino, telefonate misteriose etc..) ampiamente riprese da tutto il thriller italiano e internazionale.[131] Tra i vari titoli della sua filmografia si ricordano: Il gatto a nove code (1971), 4 mosche di velluto grigio (1971), Suspiria (1977), Inferno (1980), Tenebre (1982), Phenomena (1985) ed Opera (1987).

Giuliana Calandra in una famosa sequenza di Profondo rosso (1975) di Dario Argento

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Un altro pioniere è l'artista Riccardo Freda, che con il gotico I vampiri (1956), diviene il primo regista italiano, dall'epoca del sonoro, a dirigere un film dal solido impianto horror. Altri lungometraggi da segnalare sono L'orribile segreto del dr. Hichcock (1962) e Lo spettro (1963). Sempre negli anni sessanta si registra la pellicola Danza macabra (1964), di Antonio Margheriti, dove l'eleganza classica della messa in scena fonde il romanticismo macabro con temi sessuali morbosi e suggestivi.[132]

Nell'ambito di questi due generi, tuttavia, intorno agli anni settanta si sviluppa un'ondata di registi che ha reinventato diverse forme di cinema horror lasciando contributi di assoluto rilievo. Fra i tanti è possibile ricordare Lucio Fulci con le opere Non si sevizia un paperino (1972), Zombi 2 (1979), Paura nella città dei morti viventi (1980), ...E tu vivrai nel terrore! L'aldilà (1981) e Quella villa accanto al cimitero (1981), che gli fanno guadagnare dalla stampa francese gli appellativi di poeta del macabro e Godfather of gore.[133] La critica italiana, viceversa, ha rivalutato le opere fulciane solo in tempi recenti, considerando molti suoi film veri e propri capisaldi del genere splatter.[134]

Non passa inosservato il regista bolognese Pupi Avati che si mette in evidenza con le pellicole La casa dalle finestre che ridono (1976), con Lino Capolicchio, e Zeder (1983). Si segnalano ulteriormente le opere di Ubaldo Ragona con L'ultimo uomo della Terra (1963) e Francesco Barilli che dirige Il profumo della signora in nero (1974). Si possono menzionare ancora: Sergio Martino per i film Lo strano vizio della signora Wardh (1970) e I corpi presentano tracce di violenza carnale (1972), Ruggero Deodato con La casa sperduta nel parco (1980), Pasquale Festa Campanile per la pellicola Autostop rosso sangue (1977), Aldo Lado con La corta notte delle bambole di vetro (1971) e Chi l'ha vista morire? (1972) e Massimo Dallamano nei seguenti Cosa avete fatto a Solange? (1972) e Il medaglione insanguinato (1974).

Nel decennio successivo si mette in mostra Lamberto Bava, presentando numerosi lungometraggi che virano decisamente verso l'horror e lo splatter. Tra i molti si riportano: La casa con la scala nel buio (1983), il dittico Dèmoni (1985) e Dèmoni 2... L'incubo ritorna (1986), Morirai a mezzanotte (1986) e il remake de La maschera del demonio, uscito nel 1989. Ugualmente si mette in evidenza Michele Soavi, autore di numerosi film prodotti dal cineasta Dario Argento. Tra le sue opere più note vi sono: Deliria (1987), La chiesa (1989), La setta (1991) e Dellamorte Dellamore (1994). Lo stesso Federico Fellini si è concesso un'intrigante divagazione horror nell'episodio Toby Dammit, facente parte del film a episodi Tre passi nel delirio (1967).

Il sottogenere splatter[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Splatter.
Una scena del film Zombi Holocaust (1979) di Marino Girolami

Nel corso degli anni settanta il cinema horror sconfina più volte nel sottogenere splatter e nel gore, dando vita a un filone esecrato dalla critica dell'epoca ma che, in alcuni casi, è stato decisamente rivalutato, lasciando un proprio segno nell'immaginario cinematografico italiano.

Suscita interesse internazionale il genere "cannibalistico", avviato da Umberto Lenzi con Il paese del sesso selvaggio (1972). L'idea di ambientare storie horror/avventurose in scenari esotici e solari si rivela vincente, soprattutto sotto il profilo commerciale, tanto da far sviluppare negli anni successivi un vero e proprio filone. Esempi ne sono La montagna del dio cannibale (1978), di Sergio Martino, e il trittico Mangiati vivi! (1979), Cannibal Ferox (1980) e Incubo sulla città contaminata (1980), di Umberto Lenzi (precursore, quest'ultimo, di film come 28 giorni dopo e 28 settimane dopo). Si rilevano ancora: Emanuelle e gli ultimi cannibali (1977) e Antropophagus (1980), di Joe D'Amato, Zombi Holocaust (1979), di Marino Girolami, Ultimo mondo cannibale (1977) e Cannibal Holocaust, di Ruggero Deodato. Quest'ultimo lungometraggio, uscito nel 1980, ha avuto numerosi strascichi polemici per via dell'estrema violenza impartita realmente a molti animali. Condannato e sequestrato più volte è tornato nuovamente in circolazione con appositi tagli di censura.[135] Tale compiacimento nel mostrare efferatezze di ogni tipo ha avuto un diretto antecedente nel semidocumentario Mondo cane (1961), diretto da Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi, che in virtù delle curiose sequenze e delle violenze rappresentate ha riscosso un successo addirittura internazionale.[136]

Nel corso degli anni ottanta, questi film d'eccezione diventano una prassi, quasi una regola. Non a caso vengono prodotte decine di pellicole thriller/horror di bassa qualità (all'epoca si preferiva usare la definizione "Serie Z", analoga al B-movie), spesso seguiti apocrifi di film d'oltreoceano. Gli scarsi mezzi produttivi (con regie approssimative, sceneggiature stiracchiate e cast poco più che dilettanteschi), non hanno impedito a tali film di conquistarsi, nel tempo, un'ampia schiera di estimatori.[135]

Poliziesco all'italiana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Poliziottesco.
Il regista Fernando Di Leo

Altro genere di successo negli anni settanta è il cosiddetto poliziesco all'italiana (detto in gergo poliziottesco), in cui vengono trattate storie di poliziotti o commissari dai metodi poco ortodossi, talvolta non tanto differenti da quelli dei loro antagonisti. Codeste figure sono spesso alle prese con delinquenti, terroristi e organizzazioni criminali e agiscono sullo sfondo delle principali città italiane come Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova e Bologna. Protagonisti di questi lungometraggi possono essere, altresì, normali cittadini, sovente vittime di episodi criminosi che, di fronte all'inefficienza e alla lentezza della giustizia, agiscono in solitudine, divenendo una sorta di vendicatori in lotta contro il crimine.

I film in questione, carichi di azione, inseguimenti e scene violente, hanno evidenti richiami a fatti di cronaca nera. Non bisogna dimenticare che tali operazioni cinematografiche risentivano fortemente del clima angusto formatosi durante gli anni settanta, caratterizzato dagli anni di piombo e dalla strategia della tensione. In questo contesto, la larga diffusione del poliziesco ha generato nel pubblico un forte consenso emotivo, spingendo numerosi registi a intraprendere la strada del cinema di genere. Al contrario la critica tende, fin da subito, a ridimensionare la portata del fenomeno nonché la qualità artistica di tali prodotti, denigrandone esplicitamente i contenuti; spesso bollati come qualunquisti se non addirittura eversivi.

Bisogna, inoltre, aggiungere come la diffusione del poliziesco sia mutuata dall'esplosione precedente del genere western, di cui, in parte ne riprende stili e contenuti. A mutare è solo il paesaggio che vira bruscamente dal mondo rurale ai bassifondi urbani dove la continua lotta tra bene e male non è altro che una moderna riproposizione dei tipici duelli in salsa western. Tale genere diviene, dunque, il naturale erede del western all'italiana, dove atmosfere e situazioni tipiche dei fuorilegge e degli sceriffi vengono abilmente calate nel contesto moderno. La critica individua nel film Banditi a Milano (1968), per la regia di Carlo Lizzani, il diretto antesignano del relativo filone.[137] L'opera prende spunto dalle imprese criminali operate in Lombardia dalla banda Cavallero e si avvale della mimetica interpretazione di Gian Maria Volontè.

Uno dei principali artefici della fortuna del poliziesco italiano è senz'altro Fernando Di Leo, che in più occasioni, con film come Milano calibro 9 (1972), La mala ordina (1972) e Il boss (1973), ha saputo creare un cinema di genere maturo ed efficace. Autore di alcuni dei più interessanti film noir italiani, è stato oggetto negli anni duemila di una autentica riscoperta critica, venendo tutt'oggi considerato un maestro del cinema di azione.[138] Si ricorda, inoltre, l'atipico noir on the road Cani arrabbiati (1974), del cineasta Mario Bava. La pellicola, cinica, iperviolenta e beffarda, viene subito bloccata per fallimento dal produttore, per poi essere rimontata e doppiata negli anni novanta, facendone uscire sul mercato almeno sei versioni differenti.[139] Altri registi di sicura importanza sono stati: Steno, Umberto Lenzi, Stelvio Massi, Sergio Grieco, Franco Martinelli, Mario Caiano ed Enzo G. Castellari. Tra gli attori hanno avuto fortuna interpreti come Maurizio Merli, Franco Nero, Gastone Moschin, Mario Adorf, Tomás Milián, Luc Merenda, Ray Lovelock, Franco Gasparri, Henry Silva, Helmut Berger e John Saxon.

Opere come La polizia ringrazia (1972), La polizia incrimina, la legge assolve (1973), Il cittadino si ribella (1974) , Roma violenta (1975), Mark il poliziotto (1975), Roma a mano armata (1975), Napoli violenta (1976), Il cinico, l'infame, il violento (1977), La banda del gobbo (1977) e La belva col mitra (1978), sono stati di recente oggetto di rivalutazione da molta parte della critica, anche in virtù del regista Quentin Tarantino, che in più occasioni ha pubblicamente elogiato l'artigianato di lusso di tali pellicole.[140]

Così come nello spaghetti-western, anche in questo genere si è sviluppato un sottofilone comico, in particolar modo nella serie di film che hanno visto protagonista il colorito commissario Nico Giraldi, interpretato da Tomas Milian, che in precedenza aveva preso parte a molti poliziotteschi di carattere drammatico. Nel medesimo sottofilone rientra la saga del poliziotto napoletano Piedone, che vede la pubblicazione di quattro lungometraggi, tutti diretti da Steno e interpretati dall'attore Bud Spencer, con al fianco il caratterista Enzo Cannavale. Il successo del poliziesco all'italiana è stato, comunque, tanto intenso quanto breve, coprendo un arco temporale di appena 15 anni, per poi scomparire del tutto alla fine degli anni ottanta. All'inizio degli anni duemila il poliziesco ha trovato una sua dimensione sul piccolo schermo (sotto forma di fiction), ad uso e consumo di un pubblico familiare, privando il genere della carica violenta e iperrealistica che lo aveva caratterizzato al cinema.

Spionistico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema italiano di spionaggio.

Il genere spionistico fa la sua comparsa nel cinema italiano tra la metà degli anni anni sessanta e la metà dei settanta, raggiungendo il suo culmine tra il 1965 e il 1967 con l'uscita di oltre cinquanta film fanta-spionistici, tutti di poche pretese e realizzati sull'onda del successo mondiale conseguito dalle pellicole di James Bond (all'epoca interpretato da Sean Connery).[141]

Questa serie di film (realizzati sempre in tempi brevissimi e a basso costo), si propongono di ricreare situazioni e azioni che vedono come protagonisti agenti segreti in lotta contro organizzazioni terroristiche o talvolta contro scienziati con deviazioni comportamentali, che spesso detengono per fini eversivi ordigni o armi apocalittiche. I protagonisti di turno hanno il compito di ricalcare pedissequamente la figura dell'agente James Bond, con anch'essi annessa la notoria sigla 007 o declinata in altri numeri come 008, 009 e molti ancora. Per la scelta del cast femminile sono state ingaggiate spesso attrici di fama, che in precedenza avevano lavorato in film spionistici americani ad alto budget e sicuro successo. Proprio come lo spaghetti-western e il poliziottesco, anche questo genere ha partorito un sottofilone comico-parodistico, in voga specialmente negli anni sessanta come si evince nel film Le spie vengono dal semifreddo (1966), del regista Mario Bava. La realizzazione della pellicola ha coinvolto una coproduzione Italia-USA, in cui recita la coppia comica Franco e Ciccio assieme all'attore statunitense Vincent Price. Non mancano le parodie aventi come protagonista l'agente James Tont interpretate da Lando Buzzanca, e la simpatica caricatura del superagente Flit impersonato dal comico televisivo Raimondo Vianello.

Tra i pochi precursori del genere spionistico in Italia troviamo Lotte nell'ombra (1938) di Domenico Gambino e La casa senza tempo (1943) di Andrea Forzano: un fanta-spionistico "giallo-rosa" realizzato come film di propaganda fascista e poi ridoppiato nel 1945 subito dopo la fine della guerra. Tale filone si è sviluppato non solo in Italia ma anche in altri paesi come la Francia (è nota la serie dell'agente segreto Francis Coplan). Di conseguenza la critica americana dell'epoca ha etichettato questi film europei (inclusi quelli italiani) sotto il nome di Eurospy.

Guerra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Euro War.

Euro War (o in gergo Macaroni Combat) è la dicitura americana che indica specifici film bellici sviluppatisi in Italia tra gli anni settanta e ottanta. Il genere, per ovvie ragioni propagandistiche, ha avuto una prima diffusione già in epoca fascista, senza incontrare tuttavia un largo consenso di pubblico. Il cinema a tematica bellica, già attivo negli Stati Uniti negli anni cinquanta, conosce una certa popolarità alla fine degli anni sessanta, spesso dotandosi di mezzi produttivi esigui e con attori il più delle volte sconosciuti. Il soggetto e la sceneggiatura si ispirano in gran parte a scene di guerra realmente accadute o, in alcuni casi, semplicemente immaginarie ed hanno come ambientazione luoghi esotici come l'America latina, l'Asia od il Medio Oriente. Durante gli anni ottanta si assiste a una vertiginosa produzione di opere belliche, spesso con il palese intento di omaggiare film statunitensi più costosi ed eclatanti come Papillon (1973), Apocalypse Now (1979) e Rambo (1982).

Tra i registi che si sono distinti in questo genere troviamo: Enzo G. Castellari, Umberto Lenzi, Joe D'Amato, Claudio Fragasso, Bruno Mattei, Fabrizio De Angelis, Camillo Teti, Armando Crispino, Ignazio Dolce e Antonio Margheriti, mentre tra gli attori ricorrenti si ricorda l'attore tedesco Klaus Kinski. Il film più famoso del genere è Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari (1978).

Altri titoli da citare sono: Commandos (1968), 5 per l'inferno (1969), La legione dei dannati (1969), I lupi attaccano in branco (1970), Il grande attacco (1978), L'ultimo cacciatore (1980), Fuga dall'arcipelago maledetto (1981), Tornado (1983), Arcobaleno selvaggio (1984), Un ponte per l'inferno (1985), Squadra selvaggia (1985), Commando Leopard (1985), Tempi di guerra (1987), Il triangolo della paura (1987), Trappola diabolica (1987), Cobra Mission (1986) e Cobra Mission 2 (1989). Altre realizzazioni inseribili nel filone sono: Bianco Apache (1987), Double Target (Doppio bersaglio) (1987), Bye Bye Vietnam (1988), Commander (1988), Strike Commando (1988), Angel Hill - L'ultima missione (1988), I ragazzi del 42º plotone (1989), Nato per combattere (1989), L'ultimo volo all'inferno (1990) e il dittico Indio (1989) e Indio 2 - La rivolta, uscito nelle sale nel 1991.

Cinema erotico[modifica | modifica wikitesto]

Tinto Brass nel 1990 a Venezia

All'interno del cinema erotico italiano un caso a parte rappresenta l'attività del regista veneziano Tinto Brass. Già assistente di maestri quali Roberto Rossellini e Joris Ivens, intraprende la carriera di regista con il lungometraggio In capo al mondo (1963) a cui segue l'anarcoide Chi lavora è perduto (1963), con Franco Arcalli e Tino Buazzelli. Durante gli anni settanta dirige alcune eccentriche produzioni come Salon Kitty (1976) e Io, Caligola (1979), ottenendo un buon successo con La chiave (1983), dramma erotico con Stefania Sandrelli in vesti inedite e provocanti. Negli anni successivi la produzione di Brass vira decisamente verso il cinema erotico, lanciando di volta in volta un numero cospicuo di attrici emergenti. Tra i suoi film di maggior successo si ricordano: Miranda (1985) con Serena Grandi, Capriccio (1987) con Francesca Dellera, Paprika (1991) con Deborah Caprioglio, Così fan tutte (1992) con Claudia Koll e Senso '45 (2002) con Anna Galiena e Gabriel Garko.

Laura Antonelli in una scena del film Malizia (1973), per la regia di Salvatore Samperi

Tra le numerose pellicole softcore, che tra gli anni settanta e ottanta hanno invaso il mercato italiano, ottiene attenzione il lungometraggio La seduzione (1973), di Fernando Di Leo, con Maurice Ronet, Lisa Gastoni e Jenny Tamburi, e in maniera maggiore il film Malizia (1973), di Salvatore Samperi, vero e proprio trampolino di lancio per l'attrice Laura Antonelli. Nel corso della sua carriera l'interprete istriana ha partecipato a numerosi film dal sapore erotico e disimpegnato, non disdegnando cast e produzioni più autoriali. Tra i suoi titoli si enumerano: Il merlo maschio (1971), di Pasquale Festa Campanile (con Lando Buzzanca e Lino Toffolo), Sessomatto (1973), del regista Dino Risi, Divina creatura (1975), di Giuseppe Patroni Griffi e L'innocente (1976), di Luchino Visconti, dove recita al fianco dell'attore Giancarlo Giannini.

Durante gli anni ottanta conosce credito l'affermata attrice teatrale Monica Guerritore. Debutta al cinema nel 1976 accanto a Marcello Mastroianni nel film corale Signore e signori, buonanotte, passando ad interpretare, nel decennio successivo, drammi passionali a sfondo erotico. A tal proposito desta scandalo nel film di Salvatore Samperi Fotografando Patrizia (1984), ricoprendo, in seguito, il ruolo di co-protagonista accanto a Laura Antonelli ne La venexiana di Mauro Bolognini (1986). Lo stesso coniuge e regista Gabriele Lavia la dirige in altrettanti film dal forte contenuto sessuale dal titolo Scandalosa Gilda (1985) e Sensi (1986). Infine, negli anni novanta provocano più clamore che scalpore le criticate pellicole Bambola (1996), del regista spagnolo Bigas Luna e Il macellaio (1998), di Aurelio Grimaldi, che vedono come prime attrici le popolari conduttrici e showgirl Valeria Marini e Alba Parietti.

Commedia sexy e commedia trash[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Commedia sexy all'italiana.

Negli anni settanta l'allentarsi dei confini della censura, la degenerazione del gusto, e soprattutto la ricerca del successo commerciale mediante investimenti di modesta entità, permettono lo sviluppo, accanto alla più autoriale commedia, della commedia sexy all'italiana. Trame, sceneggiature e dialoghi, generalmente risibili, fanno da pretesto per sviluppare pellicole a sfondo più o meno erotico e dal puro disimpegno. A questo genere di film hanno legato la propria popolarità (almeno inizialmente) attori come Lando Buzzanca, Lino Banfi, Gianfranco D'Angelo, Renzo Montagnani, Pippo Franco, Alvaro Vitali, Enzo Cannavale ed attrici come Nadia Cassini, Gloria Guida, Barbara Bouchet, Edwige Fenech, Carmen Villani, Anna Maria Rizzoli e Lilli Carati. In analoghe produzioni hanno presenziato in maniera meno continuativa le attrici e showgirl Michela Miti, Carmen Russo, Lory Del Santo e Pamela Prati. Tra gli autori, i registi che più di tutti si sono distinti nel dirigere tali pellicole sono stati i romani Mariano Laurenti e Michele Massimo Tarantini.

Parimenti, a partire dagli ottanta, si inseriscono numerose sottoproduzioni farsesche dove le varie sceneggiature vengono infarcite di situazioni e gag volutamente grevi, al solo scopo di attirare nelle sale il maggior numero di pubblico. La critica ha sovente bollato queste operazioni come cinema trash (ovvero commedie-spazzatura), non riconoscendogli nessun crisma artistico. All'interno di tale categoria vengono annoverati i film aventi come protagonista la scherzosa maschera di Pierino, che riprende con toni più smaccati l'anarcoide personaggio letterario di Gian Burrasca (anch'esso portato al cinema, nello stesso frangente, dal regista siciliano Pier Francesco Pingitore).

A incarnare nell'immaginario popolare il personaggio di Pierino è stato più di tutti l'attore Alvaro Vitali (già spalla felliniana negli anni settanta), che ha visto esaurire il proprio successo con il venir meno di tale genere. Come già ricordato, sia la commedia sexy che la commedia trash sono state categorie apertamente disprezzate dalla critica, non altrettanto dal pubblico, che ha costantemente portato le pellicole ad avere elevati incassi al botteghino. In virtù di ciò, svariati caratteristi, presenti in molti set del periodo, sono divenuti nel tempo molto popolari: basti pensare a Ennio Antonelli, Giorgio Ariani, Giacomo Rizzo, Salvatore Baccaro, Franco Lechner (in arte Bombolo), Nino Terzo e Luigi Origene Sofrano, meglio conosciuto come Jimmy il Fenomeno.

La crisi e gli anni ottanta[modifica | modifica wikitesto]

Dalla seconda metà degli anni settanta si avvertono i primi sintomi di una crisi che esploderà nella seconda metà degli anni ottanta e che si protrarrà, con alti e bassi, fino all'inizio degli anni novanta. Per dare un'idea delle proporzioni di questa crisi industriale, basti pensare che nel 1985 vengono prodotti soltanto 80 film (il minimo dal dopoguerra)[142] e il numero totale di spettatori dai 525 milioni del 1970 scende a 123 milioni.[143] Si tratta di un processo fisiologico, che investe nello stesso periodo altri Paesi dalla grande tradizione cinematografica come il Giappone, la Gran Bretagna e la Francia. Tramonta l'era dei produttori: Carlo Ponti e Dino De Laurentiis lavorano all'estero, Goffredo Lombardo e Franco Cristaldi non sono più figure chiave. La crisi colpisce soprattutto il cinema italiano di genere, il quale, in virtù dell'affermazione della televisione commerciale, viene privato della stragrande maggioranza del suo pubblico. Di conseguenza le sale si trovano ad essere monopolizzate dalle hollywoodiane, che prendono stabilmente il sopravvento. Molte sale chiudono, e altre per sopravvivere si converto al cinema a luci rosse.

Restano quindi fenomeni del tutto isolati gli exploit di autori affermati, come L'ultimo imperatore (1987) di Bernardo Bertolucci, kolossal storico di grande successo che in realtà è una coproduzione internazionale. Unico è anche il caso dell'ultimo film di Sergio Leone, C'era una volta in America (1984), un grande sforzo produttivo reso possibile dai capitali hollywoodiani, che malgrado l'insuccesso di pubblico resta una summa della poetica del regista e il film italiano più importante del decennio.

Il cinema d'autore tende piuttosto a isolarsi, con una serie di film che difficilmente si inseriscono in uno sviluppo comune; molte grandi personalità scompaiono a cavallo del decennio: Vittorio De Sica e Pietro Germi (1974), Pier Paolo Pasolini (1975), Luchino Visconti (1976), Roberto Rossellini (1977), Elio Petri e Valerio Zurlini (1982). Gli autori consolidati troveranno solo occasionalmente il successo di pubblico (l'ultimo film di successo di Michelangelo Antonioni è Identificazione di una donna, 1982, mentre Federico Fellini ritroverà la sua vena migliore con Ginger e Fred, 1985), ma gli esordi di questo periodo, favoriti anche dalla legge 1213 del 1965 che stanzia fondi pubblici per la produzione e istituisce l'Italnoleggio, non colmeranno la frattura tra pubblico e cinema d'autore, sempre più relegato ai margini della distribuzione. Tra gli esponenti del "cinema giovane" si ricordano almeno Giuseppe Bertolucci con Berlinguer ti voglio bene (1977), Salvatore Piscicelli con Immacolata e Concetta, l'altra gelosia (1979), Claudio Caligari con Amore tossico (1983).

Il debutto più clamoroso di questa nuova fase è quello di Nanni Moretti, che nel 1976 gira in super 8 il lungometraggio Io sono un autarchico, libera commedia sulla sinistra del dopo-sessantotto, la piccola borghesia romana, le mode del ceto medio giovanile e il suo smarrimento ideologico. Il film è un grande successo di pubblico e fa di Moretti il massimo esponente del "cinema giovane", in aperto contrasto con il cinema dominante. La sua cifra stilistica si consolida con Ecce bombo (1978) e Sogni d'oro (1981), a metà tra commedia satirica e sguardo critico sulla società dell'epoca. I film successivi ricorrono a una struttura narrativa più solida per mettere in scena le incertezze di personaggi incapaci di adattarsi alla società che li circonda: è il caso del giallo esistenziale Bianca (1984) e del drammatico La messa è finita (1985). Il decennio di Moretti si chiude con uno dei suoi film più complessi e apprezzati, Palombella rossa (1989), riflessione critica sui limiti e la difficile trasformazione della sinistra italiana alla vigilia dello scioglimento del PCI[144][145].

I nuovi comici[modifica | modifica wikitesto]

Al nome di Moretti vengono affiancati quelli dei "nuovi comici", registi e attori di stili diversi ma tutti indicati come promesse di rinnovamento della moribonda commedia all'italiana. La nuova commedia rappresentata da questi attori e registi sarà per tutto il decennio il genere di maggior successo commerciale. Il primo a esordire è Roberto Benigni, che con Berlinguer ti voglio bene (1977) di Giuseppe Bertolucci porta al cinema una maschera comica di impronta popolare. In seguito, senza rinunciare a farsi dirigere ai massimi livelli (da Marco Ferreri in Chiedo asilo, 1979; da Federico Fellini nella Voce della luna, 1990; da Blake Edwards nel Figlio della pantera rosa, 1993), diventerà regista dei propri film spostandosi dal registro surreale (Tu mi turbi, 1983; Il piccolo diavolo, 1988) alla farsa comica (Johnny Stecchino, 1991; Il mostro, 1994) fino a progetti più impegnativi e di successo internazionale (La vita è bella, 1997).

Proveniente dal teatro mimico e dal cinema di animazione, Maurizio Nichetti aggiorna il registro delle comiche mute e della slapstick comedy in Ratataplan (1979) e Ho fatto splash (1980), parodizza i generi cinematografici in Ladri di saponette (1989) e fonde riprese dal vivo e cartoni animati in Volere volare (1991). Su un versante più tradizionale, Carlo Verdone propone in Un sacco bello (1980) e Bianco rosso e Verdone (1981) una comicità strutturata in sketch autonomi e retta dalla sua abilità nel creare personaggi tipizzati; più complessi sono invece il film corale Compagni di scuola (1988), Maledetto il giorno che ti ho incontrato (1992) e Perdiamoci di vista (1994), nei quali affiora una vena malinconica fino ad allora latente. Massimo Troisi rinnova la comicità napoletana con Ricomincio da tre (1981), per poi contaminarla con il sentimentalismo (Pensavo fosse amore invece era un calesse, 1991). Dopo aver recitato in pellicole altrui, anche Francesco Nuti esordisce alla regia con Casablanca, Casablanca (1985), ma dopo alcuni film di successo negli anni ottanta la sua vena creativa sembra esaurirsi[146]. Nel 1984 arriva nelle sale il film più celebre della nuova comicità, Non ci resta che piangere, interpretato e diretto da Troisi e Benigni.

Molti comici provenienti dalla televisione e dal cabaret avranno grande popolarità nel corso del decennio, sostituendo gradualmente i caratteristi della commedia erotica: è il caso di Massimo Boldi, Christian De Sica, Ezio Greggio e Diego Abatantuono (che in seguito si sposterà su un registro più impegnato grazie alle collaborazioni con Gabriele Salvatores e Pupi Avati). Il regista più significativo di questa produzione è Carlo Vanzina, che negli anni lancerà svariati filoni di successo: la farsa natalizia corale (Vacanze di Natale, 1983), il thriller di intrattenimento ormai estraneo ai moduli del giallo (Sotto il vestito niente, 1985), fino alla rivisitazione nostalgica dell'immaginario degli anni sessanta (Sapore di mare, 1983)[147][148].

Lontano da Roma[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni ottanta le modalità e i contesti produttivi cambiano radicalmente. In tutta Italia prendono vita numerosi poli creativi e di diffusione, diversi per ambizioni e risultati ma che condividono la lontananza dal centro produttivo di Roma, dai produttori e dai registi del cinema consolidato. Nasce una figura inedita nel cinema italiano, il filmmaker che cura personalmente tutto il processo produttivo di un film (dalla scrittura alla fotografia, dalla regia al montaggio), spesso realizzato in video con capitali esigui. L'emergere di questa figura, frutto di una scolarizzazione di massa che ha aumentato le possibilità di accesso alle professioni intellettuali e artistiche, troverà degli interlocutori sensibili sul versante critico, soprattutto grazie alle pagine culturali del manifesto e di Rinascita[149].

Milano è il centro principale di questa tendenza grazie alle numerose cooperative e al supporto della provincia. Il gruppo di registi comprende Massimo Mazzucco (Summertime, 1982), il video-artista Paolo Rosa (L'osservatorio nucleare del signor Nanof, 1985), Giancarlo Soldi (Polsi sottili, 1985). Il solo a lasciare una traccia duratura è Silvio Soldini, che con Giulia in ottobre (1985) e L'aria serena dell'ovest (1990) rinnova la lezione di Antonioni. A Milano è attivo anche Gabriele Salvatores, che porta al cinema la sua esperienza teatrale in Sogno di una notte d'estate (1983) e Kamikazen - Ultima notte a Milano (1987).

A Torino il Festival del Cinema Giovani (poi Festival di Torino) afferma la pratica del cortometraggio come forma di espressione lontana dai condizionamenti industriali. In questo contesto passa al cinema Daniele Segre, già fotografo militante, con documentari di argomento sociale spesso realizzati per la RAI e due film a soggetto, Testadura (1982) e Manila paloma blanca (1992). Un percorso affine è quello dell'ex critico Davide Ferrario, che alla fine del decennio esordisce con il film La fine della notte (1989). Il Festival di Bellaria raccoglie una produzione indipendente in crescita grazie alla diffusione della tecnologia video, mentre a Bassano del Grappa Ermanno Olmi organizza la scuola Ipotesi Cinema, frequentata tra gli altri da Maurizio Zaccaro e Giacomo Campiotti. Anche il ramo italiano della Gaumont è attivo nel supporto agli esordienti, ma il fallimento precoce impedisce esiti di rilievo.

I nuovi autori[modifica | modifica wikitesto]

Altri registi esordiscono in sordina, ma sono destinati a lasciare segni più duraturi nel cinema degli anni successivi. Marco Tullio Giordana esordisce nel 1979 con Maledetti vi amerò, che insieme al successivo La caduta degli angeli ribelli (1981) indaga il modo dell'estrema sinistra nel periodo del riflusso. Negli anni successivi torna al cinema solo occasionalmente, dedicandosi a film di impianto sociale con Appuntamento a Liverpool (1988) e soprattutto Pasolini, un delitto italiano (1996). L'altro importante esordio del decennio è quello di Gianni Amelio, che dopo anni di cortometraggi e documentari per la RAI gira Colpire al cuore (1983), uno dei rari film sul terrorismo, e I ragazzi di via Panisperna (1988)[150]. Marco Risi dirige alcuni film comici interpretati da Jerry Calà prima di cambiare radicalmente registro con Soldati - 365 all'alba (1987) e soprattutto con i drammi carcerari Mery per sempre (1989) e Ragazzi fuori (1990), testimonianza della rinascita di un filone realista. Tra le altre rivelazioni del decennio meritano di essere ricordati anche Francesca Comencini con Pianoforte (1984) e Carlo Mazzacurati con Notte italiana (1987).

Tra gli autori più originali e appartati del periodo va citato Franco Piavoli, che pur non essendo mai entrato nel mondo del cinema professionale ha lasciato testimonianze uniche nel cinema italiano. Dopo aver realizzato alcuni documentari negli anni sessanta, esordisce nel lungomentraggio con Il pianeta azzurro (1983), un'originale meditazione sui cicli della natura che piega i codici del documentario verso una forma poetica; il talento del regista è confermato da Nostos - Il ritorno (1990), originale interpretazione del mito di Ulisse che si trasforma in un'esplorazione dell'ignoto, e da Voci nel tempo (1996), affresco visivo e sonoro sulle stagioni della natura e della vita[151].

Anni novanta[modifica | modifica wikitesto]

Il regista Giuseppe Tornatore

La crisi creativa ed economica emersa negli anni ottanta comincerà ad attenuarsi nel decennio successivo. Ciononostante, le stagioni 1992-1993 e 1993-1994 segneranno il minimo storico nel numero di film realizzati, nella quota di mercato nazionale (15%), nel numero totale di spettatori (sotto i 90 milioni annui) e nel numero di sale[152]. L'effetto di questa contrazione industriale sancisce la definitiva affermazione della televisione come mezzo di intrattenimento privilegiato, tanto da inglobare in sé tutto il cinema di genere, non più idoneo a competere con i grandi blockbuster hollywoodiani.

In tale situazione di ristagno emergono nuove personalità cinematografiche che raggiungono in breve tempo fama e notorietà. Oltre alle varie pellicole di Gianni Amelio e Nanni Moretti, si afferma il cinema del regista siciliano Giuseppe Tornatore. Dopo aver debuttato sul grande schermo con la pellicola Il camorrista (1986), due anni più tardi realizza Nuovo cinema Paradiso (1988), dolceamaro amarcord raccontato attraverso il punto di vista di una sala di provincia. La pellicola riscuote successo in tutto il mondo, e vince il gran premio della giuria al Festival di Cannes e in seguito, nel 1990, l'Oscar al miglior film straniero.

Nel 1995 dirige Sergio Castellitto ne L'uomo delle stelle. Il lungometraggio vince il David di Donatello e il Nastro d'argento per la miglior regia, nonché il Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia. L'opera è candidata agli Oscar nella sezione relativa al miglior film in lingua non inglese. Dopo una serie di film quali La leggenda del pianista sull'oceano (1998), Malèna (2000) e La sconosciuta (2006), nel 2009 gira il film Baarìa, la cui trama racconta una parte di vita vissuta nella sua città d'origine. La pellicola, uscita il 25 settembre, ha aperto la 66ª Mostra d'arte cinematografica di Venezia nella competizione ufficiale.

Altro regista ad imporsi tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta è senz'altro Gabriele Salvatores. Nel 1989 si fa notare per l'opera Marrakech Express, cui segue, nel 1990, Turné. Entrambi questi film vengono girati con l'attore Diego Abatantuono, con cui l'autore inizierà un connubio artistico protrattosi in molte altre pellicole. Nel 1990 riceve la candidatura agli European Film Awards nella categoria "Giovani" per la già citata opera Turné. Nello stesso anno dirige l'unico videoclip ufficiale del cantautore Fabrizio De André, per la canzone La domenica delle salme.

Il terzo lungometraggio, dal titolo Mediterraneo (1991), conclude la cosiddetta "trilogia della fuga", che verrà idealmente proseguita con il successivo Puerto Escondido (1992). Dedicando il film "a tutti quelli che fuggono" il regista napoletano tesse un elogio della ribellione usando gli anni quaranta come metafora dei sogni e delle speranze post-sessantottine. L'opera gli vale il Premio Oscar come miglior film straniero. La pellicola si aggiudicherà altri premi tra cui il David di Donatello per il miglior film, il montaggio ed il suono ed un Nastro d'Argento per la regia. Nel 2003 dirige Io non ho paura, il cui soggetto è tratto dall'omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti.

Opere non meno importanti uscite nella prima metà degli anni novanta sono certamente l'ultima fatica di Fellini (La voce della Luna 1990), interpretata da Paolo Villaggio e Roberto Benigni, Jona che visse nella balena (1993), che mette in luce le qualità artistiche del cineasta Roberto Faenza e L'amore molesto (1995) dell'artista napoletano Mario Martone. L'esordio alla regia cinematografica di Martone è del 1980 con un cortometraggio sponsorizzato dal Banco di Napoli, a cui segue Foresta Nera (1982). Dopo 10 anni, nel 1992, si rivela al grande pubblico con il suo primo lungometraggio Morte di un matematico napoletano, che gli vale il Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia. Nel 1993 realizza il mediometraggio Rasoi, ispirato ad un suo spettacolo teatrale precedentemente allestito al Teatro Mercadante. Nel 1998 esce nelle sale Teatro di guerra, con protagonisti Andrea Renzi e Anna Bonaiuto. Il film, presentato nella sezione Un Certain Regard al 51º Festival di Cannes, è una cupa riflessione sulla consistenza del dolore, che descrive con arguzia e verità d'accenti tutte le bellezze (e contraddizioni) della capitale campana.

Sempre in questo periodo si sviluppa un piccolo filone cinematografico di derivazione neorealista, ampiamente contaminato da tematiche civili aderenti all'attualità. A tale filone (denominato Nuovo neorealismo) appartengono film come Ultrà (1991), incentrato sulla violenza delle tifoserie calcistiche, La scorta (1993) ispirato alle contemporanee stragi mafiose siciliane e Vite strozzate (1996), tutti diretti dal cineasta Ricky Tognazzi. Grazie al film Ultrà, il regista milanese riceverà un Orso d'argento per il miglior regista al Festival di Berlino. Da citare in questo senso sono anche: Teste rasate (1993) di Claudio Fragasso, violento ritratto dell'ambiente skinhead e neonazista, e Poliziotti (1994), diretto dall'attore e regista Giulio Base. Altra pellicola ascrivibile al genere e profondamente influenzata dai convergenti avvenimenti di Cosa nostra è Giovanni Falcone (1993) di Giuseppe Ferrara, opera che ripercorre gli ultimi giorni di vita dei magistrati siciliani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, interpretati da Michele Placido e Giancarlo Giannini.

Lontano da mode e correnti si sviluppa il cinema di Pasquale Pozzessere che nel film d'esordio Verso sud (1992), con Antonella Ponziani e Stefano Dionisi, esplora senza retorica lo sfacelo urbano e ambientale dell'Italia anni novanta, con inquadrature che rimandano direttamente al cinema di Michelangelo Antonioni e di Pier Paolo Pasolini.[153] Tra i lavori a venire vi sono Padre e figlio (1994) e il lungometraggio di impegno civile Testimone a rischio (1997). Da citare ancora i registi Fulvio Ottaviano - David di Donatello quale miglior regista esordiente per il film Cresceranno i carciofi a Mimongo (1997) - e Alessandro D'Alatri, il quale debutta sul grande schermo con il film Americano rosso (1991), anch'esso vincitore di un David di Donatello per il miglior film d'esordio.

A seguito di una duratura gavetta televisiva come scenografo, esordisce nel mondo del cinema il regista e pittore Antonio Capuano. Nel lungometraggio Vito e gli altri (1991), l'autore filma con sprezzante coraggio la cruda e difficile situazione delinquenziale dei minorenni napoletani. La pellicola si aggiudica l'ottava edizione della Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia. Seguono Pianese Nunzio, 14 anni a maggio (1996), Polvere di Napoli (1998) e La guerra di Mario (2005), che tratta con finezza psicologica una storia d'amore contrastato tra una madre e un figlio.

Dopo un lungo periodo di apprendistato come aiuto regista di Luigi Comencini, Maurizio Sciarra realizza il suo primo lungometraggio denominato La stanza dello Scirocco (1997), con Giancarlo Giannini e Tiziana Lodato. Il film vince diversi festival internazionali, tra cui il Festival Cinema Italiano di Annecy. Quattro anni più tardi, nel 2001, riceve il Pardo d'oro al Festival di Locarno per il film Alla rivoluzione sulla due cavalli. Infine, raggiunge il grande pubblico il cinema di Giuseppe Piccioni, che con il suo quinto lungometraggio dal titolo Fuori dal mondo (1998), si aggiudica 5 David di Donatello, ricevendo nel 1999 una candidatura agli Oscar come miglior film straniero.

La commedia negli anni novanta[modifica | modifica wikitesto]

Gradualmente riprende quota la commedia, anch'essa rivisitata con temi e stili contemporanei. Nella prima metà degli anni novanta ricevono consensi Alessandro Benvenuti, con Benvenuti in casa Gori (1990), Massimo Troisi, con Pensavo fosse amore... invece era un calesse (1991), Lina Wertmuller, con Io speriamo che me la cavo (1992) - interpretato da Paolo Villaggio - e l'artista romano Carlo Verdone, con i film Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992), Perdiamoci di vista (1994) e Viaggi di nozze (1995), che vedono le partecipazioni delle attrici Margherita Buy, Asia Argento e Claudia Gerini. Nel 1994 fa il suo esordio cinematografico il regista livornese Paolo Virzì, subito salutato dalla critica come una vera rivelazione. Tra i suoi primi lungometraggi si evidenziano: La bella vita (1994), con Sabrina Ferilli, Claudio Bigagli e Massimo Ghini, Ferie d'agosto (1995), con Silvio Orlando, Laura Morante ed Ennio Fantastichini e Ovosodo (1997), con Edoardo Gabriellini, Nicoletta Braschi e Claudia Pandolfi, quest'ultimo vincitore del gran premio della giuria al Festival di Venezia.

Si afferma agli inizi del decennio il cinema di Daniele Luchetti, costantemente diviso fra la classica commedia e una matura attenzione all'impegno civile. Fra le sue opere più significative si ricordano: Il portaborse (1991), con Nanni Moretti, Silvio Orlando e Giulio Brogi, La scuola (1995), I piccoli maestri (1998) e in tempi più recenti Mio fratello è figlio unico (2006), con gli attori Riccardo Scamarcio ed Elio Germano.

Verso la metà degli anni novanta dividono la critica le grottesche messe in scena degli artisti Ciprì e Maresco che mettono a frutto l'esperienza televisiva di Cinico TV nel film d'esordio Lo zio di Brooklyn (1995) e nei successivi Totò che visse due volte (1998) e Noi e il Duca - quando Duke Ellington suonò a Palermo (1999). Lo stile surreale e immaginifico dei due autori che procedono per accumulo di episodi in un universo totalmente iperbolico sconcerta, tra entusiasmi e stroncature. Nel 2003 vede la luce Il ritorno di Cagliostro, presentato alla 60ª Mostra del Cinema di Venezia e, successivamente, Come inguaiammo il cinema italiano, programmatico omaggio alla coppia di attori comici Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, anch'esso in concorso a Venezia nell'agosto del 2004.

Tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta fa la sua comparsa la cineasta romana Francesca Archibugi. Dopo il liceo si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia, specializzandosi nella direzione di numerosi cortometraggi, per poi debuttare dietro la macchina da presa con la commedia Mignon è partita (1988), che vede come protagonista Stefania Sandrelli. La pellicola si aggiudicherà cinque David di Donatello, tra cui quello per il miglior regista esordiente. Dopo la pellicola Verso sera (1990), con Marcello Mastroianni, dirige nel 1993 Il grande cocomero, avvalendosi dell'attore Sergio Castellitto. In quest'opera la Archibugi affronta il difficile tema della neuropsichiatria infantile, ispirandosi ad un saggio dello psichiatra Marco Lombardo Radice e alle sue esperienze nel reparto di via dei Sabelli a Roma.[154]. Il film si aggiudica due David di Donatello e il premio Ocic e della Giuria Ecumenica al Festival di Cannes. Tra le sue varie pellicole si riportano: L'albero delle pere (1998), Lezioni di volo (2006) e Questione di cuore (2009), con Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese. Inoltre prende campo l'opera del regista Carlo Mazzacurati che con il lungometraggio Il toro (1994), riceve un Leone d'argento al festival di Venezia.[155]

Massimo Troisi, candidato nel 1996 ai premi Oscar come miglior attore per il film Il postino

Un discorso a parte merita l'italo-svizzero Silvio Soldini il cui stile dolce-amaro non rientra facilmente in nessun genere predefinito. Nel corso degli anni novanta dirige alcuni dei suoi film più noti come L'aria serena dell'ovest (1990), Un'anima divisa in due (1993) e Le acrobate (1997). Nel 2000 arriva al successo di pubblico e critica grazie al film Pane e tulipani, con l'interprete napoletana Licia Maglietta, che si aggiudica nove David di Donatello e cinque Nastri d'argento. Tra gli esordienti del periodo vi è Mimmo Calopresti che dirige Nanni Moretti ne La seconda volta (1995) e conferma le proprie qualità con il successivo La parola amore esiste (1998). Da ultimo, riceve grandi consensi di pubblico l'attore e regista fiorentino Leonardo Pieraccioni, specialmente con commedie leggere come I laureati (1995), Il ciclone (1996) e Fuochi d'artificio (1997). In tali pellicole l'attore è coadiuvato da numerosi interpreti come Massimo Ceccherini, Gianmarco Tognazzi, Rocco Papaleo, Tosca D'Aquino, Paolo Hendel e il caratterista toscano Sergio Forconi.

Nel settembre del 1994 esce nelle sale cinematografiche Il postino, diretto da Michael Radford e interpretato dall'attore Massimo Troisi, con al fianco Philippe Noiret, Renato Scarpa e l'esordiente Maria Grazia Cucinotta. Il film, tratto dal romanzo Ardiente paciencia (1986) del cileno Antonio Skármeta, rappresenta il testamento artistico dell'attore campano che centra l'obbiettivo di rinverdire la tradizione alta della commedia all'italiana in chiave internazionale e anti-hollywoodiana. L'opera riceve grandi consensi sia in Italia che all'estero e ottiene 5 candidature agli Oscar 1996 come miglior film, miglior attore protagonista (Massimo Troisi), miglior regia (Michael Radford), miglior sceneggiatura non originale e miglior colonna sonora drammatica. Tuttavia solo quest'ultima candidatura si è tradotta nella conquista di una statuetta. L'interprete napoletano, morto dodici giorni dopo la fine della riprese, verrà insignito dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani di un apposito Nastro d'argento speciale.

Gli ultimi anni del decennio vedono il trionfo internazionale di Roberto Benigni con l'acclamato La vita è bella (1997). L'attore-regista, già premiato dal pubblico coi precedenti Johnny Stecchino (1991) e Il mostro (1994), porta sullo schermo una commedia sull'Italia fascista, accentuandone la drammaturgia con lo spostamento dell'azione all'interno dei lager nazisti. Inizialmente il progetto prevede una stesura ad esclusivo impianto comico; in seguito lo script viene ad assumere volutamente le vesti di una commedia a sfondo drammatico. La pellicola (Oscar al miglior film straniero nel 1999), ottiene un vasto clamore in tutto il mondo, portando l'attore toscano a ricevere, nello stesso anno, l'Oscar come migliore attore protagonista.

Il nuovo millennio[modifica | modifica wikitesto]

Il cineasta Marco Bellocchio

Con l'arrivo del nuovo millennio il cinema d'autore ritrova il proprio appeal grazie a una nutrita schiera di cineasti, molti dei quali già attivi nei decenni precedenti. Oltre al successo ottenuto da Nanni Moretti al Festival di Cannes per La stanza del figlio (2001), recupera nuova linfa creativa il cinema di Marco Bellocchio. Definitivamente archiviata la sua discussa collaborazione con lo psicanalista Fagioli, produce due acclamati lungometraggi: L'ora di religione (2002), con Sergio Castellitto e Buongiorno, notte (2003) dedicato al rapimento di Aldo Moro che senza offrirci ricostruzioni storiche carica il film di grande inventiva espressiva, ampiamente mostrata nelle sequenze finali che prevedono una fantasiosa liberazione dello statista democristiano. Del cast fanno parte gli attori emergenti Maya Sansa e Luigi Lo Cascio, nonché l'interprete teatrale Roberto Herlitzka.

Giunge a piena maturità artistica il cinema di Pupi Avati che fin dagli anni settanta ha alternato con intelligenza cinematografica pellicole vicine alla commedia a vere e proprie incursioni nel genere horror. A partire dal film Regalo di natale (1986), interpretato da Diego Abatantuono, Carlo delle Piane, Luigi Montefiori e Gianni Cavina, unisce con verve autoriale elementi farseschi e drammatici con compattezza ed equilibrio. Negli anni duemila conoscono riscontro e acclamazioni pellicole come: Il cuore altrove (2003), con Neri Marcorè e Vanessa Incontrada, Il papà di Giovanna (2007), con Silvio Orlando, Alba Rohrwacher ed Ezio Greggio, e il film corale Gli amici del bar Margherita (2009).

In egual misura raggiungono il crisma dell'autorialità i lungometraggi di Paolo Virzì che fotografano con lucidità e pungente ironia le varie facce dell'Italia attuale. Film come Caterina va in città (2003), Tutta la vita davanti (2008) e La prima cosa bella (2010), lo impongono come uno degli eredi naturali della commedia all'italiana. Sempre nel merito della commedia, dopo 7 anni, torna dietro la macchina da presa il novantunenne Mario Monicelli che firma la regia del suo ultimo film a soggetto Le rose del deserto (2006), con Michele Placido, Alessandro Haber e Giorgio Pasotti. Lo stesso Michelangelo Antonioni, dopo quasi 10 anni di silenzio torna alla regia nel film a episodi Eros, che vede come protagonista l'attrice napoletana Luisa Ranieri. Nello stesso tempo, alcuni musicisti e cantautori sperimentano per la prima volta il mezzo cinematografico, sovente con risultati più che accettabili. È il caso degli artisti Luciano Ligabue, autore delle pellicole Radiofreccia (1998) e Da zero a dieci (2002), Franco Battiato, di cui si menziona Perdutoamor (2003) e Musikanten (2006), e da ultimo Federico Zampaglione, che ha alternato i moduli della commedia e del cinema horror nei lungometraggi Nero bifamiliare (2007) e Shadow (2009).

Dopo aver conquistato il Pardo d'oro al Festival di Locarno con il film Maledetti vi amerò (1980), ottiene richiamo l'artista milanese Marco Tullio Giordana, in particolar modo con la pellicola I cento passi (2000), incentrata sulla figura di Peppino Impastato e soprattutto con l'opera fiume La meglio gioventù (2003), che attraverso le vicende di una famiglia italiana, ripercorre la storia contemporanea della nazione, dagli anni sessanta del Novecento ai primi anni del duemila. Il film (vincitore di un premio a Cannes nella sezione Un Certain Regard) fonde coinvolgimento melodrammatico e riflessione sociale, e questo anche in virtù della collaudata coppia di sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia.[156] L'opera lancia una serie di attori assai versatili come Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco e Jasmine Trinca. Si consolida oltremodo il cinema di Cristina Comencini. Figlia d'arte del noto regista Luigi Comencini, debutta sul grande schermo alla fine degli anni ottanta. Raggiunge un notevole seguito negli anni duemila con la pellicola La bestia nel cuore (2005), che si aggiudica, un anno più tardi, la candidatura agli Oscar come miglior film straniero.

Il lascito più importante del cinema italiano del nuovo millennio arriva dai registi Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. Sorrentino realizza il suo primo lungometraggio nel 2001 con L'uomo in più che narra la storia parallela di due losers, segnando la prima collaborazione con l'attore Toni Servillo. Il successivo Le conseguenze dell'amore (2004), con Toni Servillo e Olivia Magnani, ottiene una considerazione ancora maggiore vincendo cinque David di Donatello, tra cui miglior film e regia. Nel 2008 esce nelle sale cinematografiche Il divo, liberamente ispirato alla biografia dell'onorevole Giulio Andreotti, che vede ancora protagonista l'interprete Toni Servillo. L'opera, accolta positivamente dalla critica, si aggiudica ben sette David di Donatello e il Premio della giuria al Festival di Cannes. Il regista (anche sceneggiatore), nel ricostruire la vita dello statista intreccia pubblico e privato, alternando scene ipotetiche ad altre basate sui fatti con uno stile spesso frenetico e pirotecnico.[157]

Sopra il regista napoletano Paolo Sorrentino

Garrone dopo alcuni lungometraggi e vari film documentari conosce il successo critico con il film L'imbalsamatore (2002) che segna un'autentica svolta nella carriera e nella poetica dell'artista. L'opera combina, in maniera rigorosa, gli elementi tipici del noir dentro una narrazione in bilico tra realismo e astrazione pittorica. Nel 2008 il regista romano arriva sulla croisette con il film Gomorra, tratto dal omonimo libro denuncia di Roberto Saviano e conquista sei David di Donatello e il Grand Prix Speciale della Giuria. La pellicola lascia volutamente da parte le componenti più cronachistiche riguardanti la malavita organizzata per incentrarsi su cinque storie personali che hanno tutte il compito di svelare il sottile rapporto esistente tra mondo legale e illegale.[158]

Pur stilisticamente differenti, sia il Il divo che Gomorra si accomunano entrambi nel tentativo di tornare a raccontare, attraverso il cinema, aspetti critici della società italiana. L'ottimo riscontro al botteghino delle due pellicole segna un deciso rilancio del cinema italiano d'autore, capace nello stesso tempo di raggiungere un vasto richiamo di pubblico. Da ricordare il regista italo-turco Ferzan Özpetek che ottiene seguito dirigendo film imperniati sulle difficoltà di coppia, l'elaborazione del lutto e la condizione omosessuale, tutte tematiche rintracciabili in lavori come Il bagno turco (1997), Le fate ignoranti (2000), La finestra di fronte (2003), Cuore sacro (2005), Saturno contro (2007), Mine vaganti (2010), Magnifica presenza (2012) ed Allacciate le cinture (2014).

Negli anni duemila si afferma una nuova generazione di interpreti, tra i quali Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino ed Elio Germano. Tutti gli attori sopracitati recitano insieme in Romanzo criminale, film del 2005 diretto da Michele Placido, basato sull'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e incentrato sulle sanguinarie vicende della Banda della Magliana (da cui è stata tratta una serie televisiva). Il film ottiene molto successo sia in Italia che all'estero. In questi anni, oltre a Michele Placido, passano alla regia attori di fama come Sergio Rubini e Sergio Castellitto che conosce un buon riscontro di pubblico e critica con il film Non ti muovere (2004), interpretato dallo stesso autore e dall'attrice spagnola Penelope Cruz.

Altri apprezzati attori della nuova generazione sono Giovanna Mezzogiorno, Valerio Mastrandrea, Filippo Timi, Giuseppe Battiston, Micaela Ramazzotti ed Alba Rohrwacher, che ottiene nel 2014 la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile nel film Hungry Hearts, di Saverio Costanzo.

Christian De Sica e Massimo Boldi, coppia che, tra gli anni novanta e duemila, porterà al successo la serie dei cine-panettoni

Nell'ambito del cinema comico oltre alle commedie del regista Carlo Verdone, ottiene un grande successo popolare il trio comico Aldo, Giovanni & Giacomo, autori e interpreti di film come Tre uomini e una gamba (1997), Così è la vita (1998), Chiedimi se sono felice (2000) e Tu la conosci Claudia? (2004), tutti diretti dal regista Massimo Venier. Seguono Il cosmo sul comò (2008), La banda dei Babbi Natale (2010) e Il ricco, il povero e il maggiordomo (2014). Lo stesso Roberto Benigni torna al cinema con il controverso Pinocchio (2002), seguito da La tigre e la neve (2005), che vede la partecipazione dell'attore francese Jean Reno. Parimenti, tra gli anni novanta e duemila, conoscono consenso le pellicole dell'attore Antonio Albanese, del regista toscano Giovanni Veronesi, di Massimo Ceccherini (già spalla di Leonardo Pieraccioni) e a seguire dell'interprete e regista teatrale Vincenzo Salemme, sovente coadiuvato dagli attori Maurizio Casagrande, Carlo Buccirosso e Giorgio Panariello.

Sempre sul fronte del cinema comico si confermano campioni di incassi i cosiddetti cine-panettoni, così chiamati per l'annuale distribuzione nelle sale durante il periodo natalizio. Tale filone è costantemente interpretato dal popolare duo comico formato da Massimo Boldi e Christian De Sica (poi separatisi) e diretti da registi specialisti come Neri Parenti e Carlo Vanzina. I cinepanettoni si presentano come film dal carattere nazionalpopolare che descrivono senza alcuna pretesa narrativa le disavventure di vari personaggi all'interno di spazi esotici, spesso adibiti a luoghi di vacanza. Oltre a Boldi e De Sica e vari caratteristi come Enzo Salvi e Biagio Izzo, compaiono nel cast i divi televisivi del momento che interagiscono con i protagonisti sviluppando gag perlopiù grossolane e stiracchiate. Nonostante tali pellicole siano spesso accusate di banalità, se non addirittura di volgarità, hanno conosciuto presso il pubblico, a contrario, un vasto e duraturo successo.

Altre leve del cinema italiano[modifica | modifica wikitesto]

Il regista Giorgio Diritti

Il nuovo millennio porta con sé una nuova ondata di registi, che aggiorna e rilegge il cinema d'autore italiano, ponendosi spesso e volentieri in una sorta di zona franca, tra tradizione e modernità. A tale riguardo, viene salutato come una rivelazione Emanuele Crialese, che suscita interesse con l'opera seconda Respiro (2003) e in misura maggiore con l'affresco Nuovomondo (2006) - con Charlotte Gainsbourg e Vincenzo Amato - in cui descrive la tragica realtà dell'emigrazione italiana del primo novecento. Il film gli vale il Leone d'argento al Festival di Venezia come miglior Opera prima. Allo stesso modo attira attenzione l'opera di Saverio Costanzo. Il suo film d'esordio, Private (2004), storia della convivenza forzata tra una famiglia palestinese e un gruppo di militari israeliani, si è aggiudicato diversi premi tra cui il Pardo d'oro al Festival di Locarno nel 2004, il Nastro d'Argento ed il David di Donatello come miglior regista esordiente nel 2005.

Nel medesimo periodo si mettono in luce l'artista indipendente Alex Infascelli, l'italo/svizzero Denis Rabaglia, l'autore di commedie postmoderne Pappi Corsicato e più avanti i registi Giovanni Robbiano, Luciano Melchionna, Maria Sole Tognazzi e il direttore della fotografia e cineasta Marco Pontecorvo. Seguono Alessandro Piva, Antonio Frazzi, Piergiorgio Gay, Marco Ponti, Francesco Falaschi, Michele Mellara, Alessandro Rossi, Marco Simon Puccioni, Spiro Scimone e Salvatore Mereu. Si elencano ancora: Andrea Manni, Francesco Patierno, Piero Sanna, Paolo Franchi, Stefano Mordini e Vittorio Moroni. Nel stesso tempo emergono: Fausto Paravidino, Lucio Pellegrini, Claudio Giovannesi, Alina Marazzi, Pasquale Scimeca, Marina Spada, Andrea Adriatico e Stefano Pasetto.

Tra il 2007 e il 2009 si fanno conoscere registi come Giorgio Diritti, autore del premiatissimo L'uomo che verrà, Antonello Grimaldi, con il film Caos calmo (con Nanni Moretti, Isabella Ferrari e Alessandro Gassmann), Gianni Di Gregorio, per il film Pranzo di ferragosto, Vittorio Mieli per l'opera Dieci inverni (con Isabella Ragonese e Michele Riondino) e Andrea Molaioli, con i lungometraggi La ragazza del lago e Il gioiellino, entrambi interpretati da Toni Servillo. In aggiunta si fanno notare giovani leve come Claudio Cupellini, regista di Una vita tranquilla (2010), e Aureliano Amadei, all'esordio con 20 sigarette (2010) e imperniato sulla strage di Nassiriyya. In aggiunta si possono citare: Francesco Amato, Giambattista Avellino (coregista degli attori comici Ficarra e Picone), Davide Marengo, Marco Martani, Marco Amenta, Tony D'Angelo, Susanna Nicchiarelli, Claudio Noce e Giuseppe Capotondi.

Nel frattempo, solleva molta curiosità l'opera prima dell'attrice teatrale e televisiva Sabina Guzzanti. Nel 2005 presenta alla Mostra del cinema di Venezia il film-documentario Viva Zapatero!. L'opera, rivendicando con forza il diritto alla satira, denuncia i limiti di libertà d'espressione e informazione presenti in Italia, portando sullo schermo il contributo di molti intellettuali sia nazionali che esteri. Negli anni seguenti è autrice di altri due docufilm, anch'essi di spiccata denuncia sociale dal titolo Le ragioni dell'aragosta (2007) e Draquila - L'Italia che trema (2010). Nel 2014 torna sugli schermi cinematografici con La trattativa, film presentato alla 71ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, che presenta come argomento la "presunta" trattativa tra Stato e Mafia, ipotizzata a seguito delle stragi dinamitarde dei primi anni novanta.[159] Infine, nel 2010, desta sorpresa il debutto cinematografico di Ascanio Celestini, che grazie al film La pecora nera, dirige un surreale spaccato sul mondo delle malattie mentali, non senza una velata critica all'inadeguatezza delle strutture ospedaliere. Al lungometraggio partecipano, oltre al regista, gli attori Giorgio Tirabassi e Maya Sansa.

Un caso peculiare di cinema alternativo rappresenta l'esperienza del cineasta milanese Michelangelo Frammartino che a partire dal film Il dono (2003) ricostruisce percorsi narrativi pregni di realismo poetico, dando grande rilevanza all'ambiente scenico; ciò diviene ancora più evidente nel successivo Le quattro volte (2010). Contemporaneamente conosce i favori della critica il primo lungometraggio del regista romano Francesco Munzi, dal titolo Saimir (2004). Il film, presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia, riceve una menzione speciale per la miglior Opera prima, regalando all'autore un Nastro d'argento al miglior regista esordiente. Raccoglie un nuovo consenso critico con il seguente Il resto della notte (2008), presentato nella Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes.

Ugualmente si fa conoscere il giovane regista Pietro Marcello. Nel 2007 gira Il passaggio della linea, un progetto che racconta la favolistica storia di un anziano che decide di passare il resto della propria vita a bordo di un treno. Il film offre un magma di situazioni notturne che annullano la forma tradizionale del documentario, lasciando libero lo spettatore di farsi guidare dalla pura forza delle immagini.[160]. Nel 2009, grazie alla fondazione gesuita San Marcellino di Genova, realizza il documentario drammatico La bocca del lupo, che si aggiudica (primo italiano) il Torino Film Festival[161]. Il film, ambientato in una Genova povera e nascosta, ottiene, in aggiunta, un Nastro d'Argento, il David di Donatello e il premio Vittorio De Seta per il miglior documentario.

Il filone adolescenziale[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 2004 trovano consenso presso il pubblico alcuni film sentimentali dal carattere adolescenziale, molti dei quali tratti dai romanzi di Federico Moccia come Tre metri sopra il cielo (2004), Ho voglia di te (2007), Scusa ma ti chiamo amore (2008) e il sequel Scusa ma ti voglio sposare (2010), entrambi interpretati dall'attore Raoul Bova. Dello stesso tenore risultano i lungometraggi: Che ne sarà di noi (2004) , Parlami d'amore (2008), Melissa P. (2008) - tratto dal romanzo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, dell'autrice Melissa Panarello - e Iago, distribuito nelle sale nel 2009. Accanto a questi sono state realizzate varie commedie sempre a carattere giovanile come Notte prima degli esami (2006), Notte prima degli esami - Oggi (2007) - per la regia di Fausto Brizzi - e a seguire Come tu mi vuoi (2007) e Questa notte è ancora nostra (2007). Vicine alle suddette tematiche sono ancora le pellicole: Immaturi (2011) e Immaturi - Il viaggio (2012), con Raoul Bova, Barbara Bobulova, Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu. I seguenti film se da un lato risultano operazioni squisitamente commerciali, dall'altro hanno avuto il merito di aver riavvicinato un pubblico (quello degli adolescenti) a film esclusivamente italiani e di aver lanciato nuovi attori come Riccardo Scamarcio, Nicolas Vaporidis, Laura Chiatti, Violante Placido, Silvio Muccino, Cristiana Capotondi e Carolina Crescentini.

Maggior consenso critico riceve Gabriele Muccino, regista molto legato a tematiche giovanilistiche e familiari. I suoi maggiori successi sono: Come te nessuno mai (1999), L'ultimo bacio (2001), con Stefano Accorsi e Martina Stella (di cui viene girato un remake americano dal titolo The Last Kiss), Ricordati di me (2003), e Baciami ancora (2010). Muccino è stato chiamato, in conseguenza del successo ottenuto, a lavorare negli Stati Uniti dove ha diretto film come La ricerca della felicità (2006) e Sette anime (2008) entrambi interpretati da Will Smith.

Gli anni dieci[modifica | modifica wikitesto]

Sopra Paolo Taviani col direttore della fotografia Vittorio Storaro

Nei primi anni dieci una profonda crisi economica colpisce molti settori industriali tra cui quello cinematografico. Secondo i dati presentati dalla Direzione generale per il Cinema del Ministero e dai produttori dell’ANICA (per l'anno solare 2012), gli spettatori presenti in sala, rispetto al 2011, calano inesorabilmente del 10%, con ulteriore decremento del 5% nel primo trimestre del 2013. Sul versante produttivo i vari investimenti pubblici a sostegno del cinema divengono sempre più precari, passando dai 71 milioni del 2008 agli appena 24,4 milioni del 2012. In questo clima di ampia recessione economica, nello stesso 2012, vengono comunque prodotti 166 film di nazionalità italiana, facendo registrate, nonostante tutto, un incremento produttivo dell’1,07%.[162]

Tuttavia, a fronte di tale crisi, il cinema italiano torna a conoscere successi internazionali. Il 2012 si apre con la vittoria dei Fratelli Taviani al Festival di Berlino che conquistano l'Orso d'oro con il film Cesare deve morire. L'opera (girata con la tecnica della docu-fiction) è ambientata all'interno del carcere di Rebibbia e interpretata dagli stessi detenuti che mettono in scena il Giulio Cesare di William Shakespeare. A maggio dello stesso anno, al Festival di Cannes, Matteo Garrone vince per la seconda volta il Grand Prix della giuria con la pellicola Reality, film di denuncia sull'influenza altamente negativa che i reality show hanno sulla gente comune. Entrambi i lungometraggi, a fronte del grande successo di critica, ottengono a contrario bassi riscontri al botteghino.

A settembre è la volta di Emanuele Crialese, che grazie al film Terraferma, con Donatella Finocchiaro e Beppe Fiorello, si aggiudica il gran premio della giuria al Festival di Venezia. Acclamato da gran parte della critica è il dramma risorgimentale Noi credevamo (2011), diretto dal regista Mario Martone, che nel 2014 ottiene successo grazie al biopic sul poeta Giacomo Leopardi dal titolo Il giovane favoloso, impersonato dall'attore Elio Germano. Riceve attenzione l'opera prima del regista Leonardo Di Costanzo, denominata L'intervallo (2012). Il film viene presentato alla 69ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti. Con la suddetta pellicola il cineasta campano vince il David di Donatello per il miglior regista esordiente.

Nello stesso anno, provoca risonanza l'instant movie Diaz - Don't Clean Up This Blood dell'autore Daniele Vicari, che si aggiudica nel 2012 il Premio speciale del pubblico al 62º Festival internazionale del cinema di Berlino[163] Il film ricostruisce con duro realismo i tragici fatti del G8 di Genova (avvenuti nel luglio del 2001), e in maniera rilevante la violenta irruzione della Polizia di Stato nella scuola elementare Armando Diaz, pacificamente occupata da numerosi manifestanti, giornalisti e semplici civili. Stesse tematiche e atmosfere le si ritrovano nel film ACAB - All Cops Are Bastards (2012) di Stefano Sollima, con interpreti Pierfrancesco Favino e Marco Giallini. Altri autori emergenti da segnalare sono: Edoardo Leo, Massimiliano Bruno, Francesco Bruni, Andrea Segre, Guido Lombardi, Giorgia Farina, Matteo Oleotto, Sydney Sibilia, Edoardo Falcone, Andrea Jublin e Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif), all'esordio nel film La mafia uccide solo d'estate (2013), che farà guadagnare all'artista un David di Donatello per il miglior regista esordiente.

Gli anni dieci mantengono il cinema italiano sotto i riflettori internazionali. Un'altra riprova arriva nel settembre del 2013, con il film documentario Sacro GRA, diretto dal regista Gianfranco Rosi, che si aggiudica il Leone d'oro al festival di Venezia. L'opera riprende, senza alcun commento esterno, scene di vita vissuta che si dispiegano a Roma lungo il Grande Raccordo Anulare. Il film, nato da un'idea del paesaggista e urbanista Nicolò Bassetti[164], è vagamente ispirato al romanzo Le città invisibili di Italo Calvino.[165][166] Rosi ha impiegato due anni per le riprese e circa otto mesi per il montaggio.[166]

Il Presidente Giorgio Napolitano riceve al Quirinale il cast del film premio Oscar La grande bellezza

Sulla scia di questo fortunato periodo, grande clamore internazionale suscita il film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, interpretato principalmente da Toni Servillo e da un nutrito cast di artisti come Sabrina Ferilli, Carlo Verdone e Carlo Buccirosso. Presentato in concorso al Festival di Cannes del 2013, il film è una versione moderna de La dolce vita di Fellini, dove il regista filma con opulenza artistica una Roma assolata e quasi metafisica. La pellicola riscuote un buon successo di pubblico e ottiene numerosi riconoscimenti tanto che, nell'autunno del 2013, viene scelta come candidata all'Oscar al miglior film straniero, riuscendo a entrare nella cinquina dei finalisti. Il 12 gennaio 2014 La grande bellezza ottiene un importante riconoscimento, vincendo il Golden Globe come Miglior film straniero, seguito, Il 16 febbraio 2014, dal premio BAFTA. Infine, il 2 marzo 2014, la pellicola si aggiudica l'Oscar al miglior film straniero (l'ultima vittoria italiana risaliva al 1999).[167]

Torna sulle scene Giuseppe Tornatore con il thriller-sentimentale La migliore offerta (2013). L'opera si aggiudica cinque David di Donatello (tra cui miglior film e regia) e sei Nastri d'argento. Sempre nel 2013 il giovane regista Alberto Fasulo vince il Marc'Aurelio d'Oro per il miglior film al Festival di Roma per la pellicola Tir. Nello stesso periodo consegue riscontro critico Viva la libertà (2013), del regista Roberto Andò, che si aggiudica il premio Cineuropa al Festival di Bruxelles. Un anno più tardi la regista toscana Alice Rohrwacher (sorella di Alba Rohrwacher) diviene la vera rivelazione del festival di Cannes con l'opera seconda Le meraviglie, che le vale, nel maggio 2014, il gran premio della giuria. Con tale successo la Rohrwacher diviene la prima cineasta italiana ad aggiudicarsi l'ambito riconoscimento. Il suo esordio cinematografico avviene nel 2011, con il film Corpo celeste, (presentato nella Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes), con cui si aggiudica il Nastro d'argento al miglior regista esordiente.[168] Ottiene nuovi favori dalla critica il cineasta Francesco Munzi, che grazie al suo terzo lungometraggio dal titolo Anime nere (incentrato sulle origini della 'Ndrangheta calabrese), viene insignito, nel giugno del 2015, di nove David di Donatello, tra cui miglior film e regia.

Grande consenso di pubblico ottengono le commedie del regista Luca Miniero (Benvenuti al Sud del 2010 e il sequel Benvenuti al Nord del 2012), con Claudio Bisio e Alessandro Siani e in maniera maggiore le pellicole dell'interprete Checco Zalone. Il comico pugliese, dopo aver esordito in televisione, debutta sul grande schermo con due film diretti da Gennaro Nunziante : Cado dalle nubi (2009) e Che bella giornata (2011). Quest'ultimo film, con oltre 40 milioni di euro d'incassi, diventa il lungometraggio italiano di maggior successo commerciale di sempre.[169] Il fortunato periodo del comico è confermato dalla pellicola successiva, Sole a catinelle, sempre diretta da Gennaro Nunziante, uscita nel 2013, che in appena diciotto giorni di programmazione riesce a superare gli incassi del film precedente.[170]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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