Pasolini, un delitto italiano

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Pasolini, un delitto italiano
Pasolini un delitto italiano.png
Carlo De Filippi in una scena del film
Lingua originaleitaliano
Paese di produzioneItalia, Francia
Anno1995
Durata99 min
Dati tecniciB/N e a colori
rapporto: 1,85:1
Generedrammatico
RegiaMarco Tullio Giordana
SoggettoEnzo Siciliano (romanzo biografico Vita di Pasolini) e Marco Tullio Giordana (romanzo omonimo)
SceneggiaturaMarco Tullio Giordana, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
ProduttoreClaudio Bonivento, Vittorio Cecchi Gori e Rita Rusić
Casa di produzioneCecchi Gori Group
Distribuzione in italianoCecchi Gori Group
FotografiaFranco Lecca
MontaggioCecilia Zanuso
MusicheEnnio Morricone
ScenografiaGianni Silvestri
CostumiElisabetta Montaldo
TruccoRosario Prestopino
Interpreti e personaggi

Pasolini, un delitto italiano è un film del 1995 diretto da Marco Tullio Giordana.

Il film, che fu presentato in concorso alla 52ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, ricostruisce le vicende del processo contro Pino Pelosi, accusato dell'omicidio di Pier Paolo Pasolini.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Nella notte fra il 1º e il 2 novembre 1975 i Carabinieri di Ostia fermano ed arrestano un ragazzo che sta guidando a folle velocità un'Alfa Romeo 2000 GTV. Si tratta di Giuseppe Pelosi, 17 anni, già noto alle forze dell'ordine e detto "Pino la Rana", che viene accusato di aver ucciso il celebre regista, scrittore e poeta Pier Paolo Pasolini, in quanto l'auto su cui è stato trovato risulta di proprietà dell'intellettuale. Tutta l'Italia piange la scomparsa del cinquantatreenne Pasolini, inclusi i suoi amici: l'attore Ninetto Davoli, lo scrittore Alberto Moravia e il regista Sergio Citti, che dichiarano la caduta volontaria di una stella della poesia.

Dopo il ritrovamento del corpo martoriato di Pasolini e la sua autopsia, si verificano degli scontri tra fascisti e comunisti e soprattutto si va alla ricerca cieca di ignoti "bombaroli", ritenuti responsabili delle stragi di Milano, Bologna e Brescia durante gli anni di piombo. La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, viene convocata in procura a testimoniare sulla morte di Pier Paolo e soprattutto a fornire informazioni necessarie affinché le ricerche riguardo alla ricostruzione dei fatti della notte del 2 novembre continuino ad essere perseguite.

Nel frattempo Pino Pelosi rilascia una dichiarazione: egli afferma di essersi trovato con Pasolini durante quella notte nell'auto del regista e di avere avuto con lui un rapporto di sesso orale (l'omosessualità di Pasolini era assai conosciuta e disapprovata nella zona). Successivamente, stando alle dichiarazioni di Pelosi, egli sarebbe uscito dall'auto per prendere un po' d'aria e guardarsi attorno, venendo raggiunto da un Pasolini desideroso di un rapporto sessuale. Pelosi non avrebbe voluto accontentare l'uomo e si sarebbe ribellato, al che Pasolini lo avrebbe colpito ripetutamente con un bastone; ad un certo punto Pino avrebbe reagito colpendolo con una trave di legno molto più robusta del bastone, rompendogli la testa e delle costole.

Successivamente Pelosi sarebbe fuggito a bordo dell'auto e, senza volerlo, avrebbe ucciso Pasolini investendolo; prima di salire in macchina, afferma Pelosi, si sarebbe lavato le mani insanguinate ad una fontanella. Ciò si dimostrerà falso, perché al momento della cattura Pelosi non aveva le mani bagnate ed il volante dell'auto non presentava tracce né di sangue né di acqua. Un altro elemento caratterizzante sorge quando gli inquirenti della procura recuperano l'auto di Pasolini: un golfino era presente dentro la vettura e non apparteneva né al poeta né al ragazzo. Le indagini, a causa dell'incapacità dei membri della procura o per loro legittima volontà, non vengono svolte correttamente, al punto che le prove del sangue sul tettuccio dell'Alfa Romeo vengono cancellate dalla pioggia, dopo che l'auto è stata lasciata allo scoperto durante un acquazzone.

Nel frattempo altri membri della procura ipotizzano che dietro al delitto di Pasolini vi sia una battaglia tra "fascistelli bombaroli" e specialmente che qualcuno degli amici di Pino Pelosi sia stato coinvolto. La spia "Trepalle" viene incaricata di trovare le prove, ma riesce solo ad avere i nominativi di alcuni ragazzi che avrebbero potuto essere coinvolti nel delitto di Pasolini: Braciola, Calabrone e Johnny, detto "lo Zingaro", tutti giovanotti provenienti dalle borgate romane.

Gli abitanti del lido di Ostia, ma anche altri conoscenti di Pasolini, non vogliono parlare e rilasciare dichiarazioni, per paura o per il fatto che ritengono l'omosessualità qualcosa di abominevole e assolutamente condannabile. Secondo molti di loro quella notte Pasolini "se la cercò", cioè sarebbe stato egli stesso la causa della sua morte, volendo fare l'amore con un uomo, per di più minorenne. Nei giorni a seguire, dato che tutto fa pensare che in sede processuale si possa assolvere l'imputato Pino Pelosi con la scusa che sia un minorenne e per di più "immaturo", un ispettore decide di rifar svolgere un'ulteriore autopsia sul corpo di Pasolini e sulla sua auto.

In questo modo si scoprrono nuovi particolari e l'ispettore, smentendo le false notizie divulgate nel telegiornale e nei quotidiani, giunge alla conclusione che le condizioni del cadavere erano talmente gravi da far ritenere che Pino Pelosi quella notte possa aver agito in compagnia di ignoti, cosa che potrebbe essere provata dal golfino ritrovato nel sedile posteriore dell'auto di Pasolini. Vi sono però anche altre difficoltà nel dichiarare la falsità delle prime ipotesi sulla morte di Pasolini, anche perché le autorità locali dichiarano che Pelosi, uccidendo Pasolini, avrebbe voluto rappresentare la ribellione del giovane "proletario" contro un regime falsamente liberale, come le idee di Pasolini.

Pino Pelosi, sotto consiglio di un suo amico carcerato, cambia avvocato, il quale si dedica anima e corpo a provare la sua innocenza, interrompendo in continuazione le domande del legale della famiglia Pasolini e facendo apparire Pino Pelosi come un perfetto immaturo. Ha luogo il processo, con il dottor Alfredo Carlo Moro come Presidente del Tribunale: Pelosi, totalmente inetto e inesperto (o che cerca di apparire come tale, consigliato dal suo avvocato), nega di aver agito con ignotie di essersi comportato violentemente con Pasolini durante la notte del 2 novembre 1975.

Trepalle intanto ipotizza che potrebbero essere stati "Braciola", "Johnny lo Zingaro" e altri amici di Pino ad accompagnarlo nella notte del 2 novembre e così, con una spia, riesce a farli arrestare. "Braciola", stupidamente, si pavoneggia dicendo di aver ucciso Pasolini, credendo la spia uno spacciatore; tuttavia, una volta che i ragazzi sono stati portati in commissariato, negano tutto, giustificandosi in maniera infantile e rendendo impossibile alla polizia la continuazione delle indagini per mancanza di prove. Nel frattempo vengono stampate le foto della nuova autopsia del cadavere di Pasolini, dato che le originali erano state manomesse o fatte sparire.

L'ispettore è convinto fermamente che Pasolini sia stato ucciso da più persone e non dal solo Pelosi, così, durante la parte finale del processo, mostra le foto alla Corte del Tribunale dei Minori. La vicenda della notte del 2 novembre, quindi, stando anche ad alcuni particolari delle dichiarazioni di Pelosi ritorte contro di lui, viene completamente ricostruita. Pasolini, dopo aver incontrato Pelosi presso la stazione Termini, averlo invitato a salire in auto con lui ed avergli offerto una cena in una trattoria, lo porta in auto sul lido di Ostia. Lì Pasolini si leva gli occhiali e i due hanno un rapporto orale; successivamente Pasolini non si rimette gli occhiali. Nella prima versione Pelosi non spiega il perché, ma nella nuova ricostruzione si ipotizza che Pasolini sia stato tirato a forza fuori dall'auto e picchiato a sangue dagli amici di Pino, mentre Pelosi guardava la scena senza sporcarsi le mani. Pasolini avrebbe cercato quindi di fuggire, tamponandosi la ferita alla testa con la camicia, ma sarebbe stato raggiunto e massacrato dagli amici di Pino con la tavoletta di legno, ritrovata poi sul posto. Lo scrittore non era ancora morto e i giovani, fuggendo con la sua auto, anziché travolgerlo per sbaglio, durante la manovra per rimettersi in strada, Pelosi e i compagni lo investirono volontariamente, sfondandogli il petto e provocandogli un arresto cardiaco; la volontarietà dell'atto sarebbe dimostrata dal fatto che lo spazio per fare manovra sulla spiaggia era enorme, quindi sarebbe stato poco credibile un investimento accidentale.

Le tracce di sangue sul tettuccio dell'Alfa Romeo avrebbero potuto quindi essere state lasciate da un compare di Pelosi, visto che lui aveva le mani pulite, benché avesse schizzi di sangue di Pasolini sulla camicia e sui pantaloni. Riguardo al fatto che Pelosi aveva una ferita sulla fronte, questa non sarebbe stata inflitta da colpi o da bastoni - come lui disse attribuendoli alla vittima - ma perché durante la fuga, inseguito dalla polizia, Pelosi fece una brusca frenata e sbatté la testa contro il parasole, lasciando tracce del suo sangue.

La famiglia di Pasolini rinuncia alla richiesta di un risarcimento e alla fine Pelosi, la mattina del 26 aprile 1976, viene condannato in primo grado per "omicidio volontario in concorso con ignoti" alla pena di 9 anni di carcere.

Poco tempo dopo l'avvocato della famiglia Pasolini si rende conto che la Procura Generale ha impedito la riapertura del caso per verificare più accuratamente la presenza e l'identità di tali ignoti durante la notte del 2 novembre 1975, dato che i sospettati erano stati rilasciati per carattere evasivo e mancanza di prove. Il permesso all'avvocato di intervenire sul caso viene però revocato e tutti i documenti della vicenda, inclusi oggetti e apparecchi ritrovati sul luogo del delitto di Pasolini, vengono chiusi in una scatola e archiviati per sempre.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Per la parte del protagonista Giuseppe Pelosi fu scelto Carlo De Filippi, detto Carletto, nato a Roma il 2 novembre 1973 (esattamente due anni prima del delitto Pasolini), che aveva già lavorato come comparsa in Mery per sempre di Marco Risi (1989). Il 25 novembre 1996, un anno dopo l'uscita del film di Giordana, il ventitreenne De Filippi morì in un giardino pubblico di Roma per overdose.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Rosa Pianeta, Non sarò più madre, in Raccontami una storia - Il senso della vita, Rosa Anna Pironti Editore, 2014, p. 81, ISBN 978-1-291-69638-7. URL consultato il 2 novembre 2015.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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