Vittorio De Sica

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Vittorio De Sica negli anni sessanta

Vittorio De Sica, all'anagrafe Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica[1] (Sora, 7 luglio 1901Neuilly-sur-Seine, 13 novembre 1974), è stato un attore, regista e sceneggiatore italiano.

Tra i cineasti più influenti della storia del cinema, è stato inoltre attore di teatro e documentarista. È considerato uno dei padri del neorealismo e uno dei maggiori registi e interpreti della commedia all'italiana.[2] I suoi film Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri, oggi, domani e Il giardino dei Finzi Contini hanno vinto l'Oscar al miglior film in lingua straniera, premio al quale fu candidato anche Matrimonio all'italiana.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

De Sica nacque a Sora, un paesino al secolo situato nell'allora provincia di Terra di Lavoro (confluito poi, nel 1927, nella recentemente costituitasi provincia di Frosinone), in via Cittadella, nel rione omonimo, il 7 luglio del 1901, figlio di Umberto De Sica, un impiegato della Banca d'Italia originario di Giffoni Valle Piana (in provincia di Salerno), e di Teresa Manfredi, una casalinga napoletana.[3] Nella chiesa di San Giovanni Battista, posta proprio di fronte la casa di famiglia sorana, ricevette il battesimo con i nomi di Vittorio, Domenico, Stanislao, Gaetano, Sorano. Il padre, all'infuori del proprio lavoro, collaborò con lo pseudonimo di Caside per un mensile locale, La voce del Liri, stampato dal 1909 al 1915.[4] Vittorio aveva con il padre un rapporto molto forte (a lui, infatti, dedicherà il suo film Umberto D.). Come Vittorio ebbe a dire, la sua famiglia viveva in "tragica e aristocratica povertà". Nel 1914 si trasferì con i familiari a Napoli per poi, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, spostarsi a Firenze. In seguito avvenne il definitivo trasferimento della famiglia a Roma. A 15 anni cominciò a esibirsi come attore dilettante in piccoli spettacoli organizzati per i militari ricoverati negli ospedali.

In alto, due fermi immagine nel suo primo film: "Il processo Clémenceau". In basso Vittorio De Sica, impersona il giovane "Pierre Clémenceau".
Vittorio De Sica, a sedici anni, impersona il giovane "Pierre Clémenceau" nel film muto Il processo Clémenceau

Durante gli studi di ragioneria, grazie all'intercessione dell'amico di famiglia Edoardo Bencivenga, ottiene un piccolo ruolo (impersonava un Clémenceau giovane) in un film muto diretto da Alfredo De Antoni, Il processo Clémenceau del 1917. Rimane però un episodio isolato, siccome per tutto il corso degli anni venti il giovane De Sica si dedicherà esclusivamente al teatro.

Attore teatrale[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver ottenuto il diploma di ragioniere, De Sica esordisce nel 1923 in teatro recitando come “generico” in Sogno d’Amore di Aleksander Kosorotov[5] con la compagnia drammatica di Tatiana Pavlova, allieva di Stanislavski, con la quale rimane per due anni, facendo anche una tournée nell’America del Sud. Passa poi al teatro “leggero sentimentale”[6]. Nella primavera del 1925 è secondo attore brillante nella compagnia di Italia Almirante, celebre diva del muto, quindi nel 1927 è scritturato come secondo attor giovane nella compagnia di Luigi Almirante, Sergio Tofano e Giuditta Rissone. Debutta come "amoroso" ne Gli occhi azzurri dell'imperatore di Ferenc Molnár[7]. Nel 1929 la compagnia si scioglie. De Sica, legato sentimentalmente a Giuditta Rissone, passa insieme a lei alla compagnia “Artisti associati”, fondata nello stesso anno da Guido Salvini. De Sica conosce Umberto Melnati, un attore livornese con cui formerà una coppia di successo. Melnati è “attore brillante”, mentre De Sica è scelto come “primo attore”. Esordisce in questo ruolo ne L’isola meravigliosa, novità di Ugo Betti, rappresentata il 3 ottobre 1930 al vecchio teatro Manzoni di Milano, tempio dell’arte drammatica [8]. Successivamente la compagnia mette in scena L’amore fa fare questo e altro di Achille Campanile (debutto: il 17 ottobre 1930 al teatro Manzoni). Le commedie non incontrano il gradimento del pubblico milanese. Ma una sera Mario Mattoli, non ancora regista ma impresario teatrale della Compagnia Za-Bum, nota l’alta qualità della recitazione degli attori e li scrittura in blocco per la sua nuova produzione Za-Bum n. 8. Lo spettacolo mescolava la comicità degli attori del varietà al genere drammatico degli attori di prosa. Il successo fu immediato. Fu nelle famose riviste prodotte da Mattoli e Luciano Ramo, come Lucciole della città (Falconi e Biancoli, 18 aprile 1931), che maturano i tormentoni e le gag che rendono Melnati e De Sica celebri a livello nazionale. Soprattutto la canzone Lodovico sei dolce come un fico e tanti sketch radiofonici: da citare su tutti il Düra minga, dura no[9]. La coppia comica De Sica-Melnati ottiene diverse scritture per una serie di dischi e di trasmissioni radiofoniche. Con i primi soldi guadagnati De Sica si compra una Fiat 525[7].

Pur affermandosi come attore famoso nei primi anni Trenta, De Sica continua a calcare la scena teatrale con impegno immutato, sfruttando anzi la notorietà del cinema per impegnarsi, dopo la fine di Za-Bum, in altre produzioni. D’inverno recita a teatro, mentre in estate è impegnato nel cinema. L’attività teatrale prosegue con la Tòfano-Rissone-De Sica dal 1933 al 1935, e con la Rissone-De Sica-Melnati fino al 1939. Con Giuditta Rissone e Sergio Tofano, De Sica mette in scena pièce soprattutto comiche. Il cartellone, dichiaratamente boulevardier, attinge al Barrie, a Ladislao Födor[10], ad Ivan Noé[11]. Il periodo della Tofano-Rissone-De Sica segna anche l'inizio del lungo sodalizio con due autori italiani che scriveranno per De Sica alcuni dei loro testi più noti e saranno fra gli sceneggiatori dei film da lui interpretati: Aldo De Benedetti e Gherardo Gherardi. Per il primo si cita il Lohengrin (debutto: teatro Argentina di Roma, 28 dicembre 1933). Per il secondo va ricordato Questi ragazzi! (debutto: teatro Quirino, 28 maggio 1934).
Nel triennio 1936-39 fu la volta della compagnia De Sica-Rissone-Melnati, diretta dallo stesso De Sica: il repertorio era sempre votato all’intrattenimento. Aldo De Benedetti scrisse appositamente per i tre attori Due dozzine di rose scarlatte. Va in scena al teatro Argentina l'11 marzo 1936[12] ed è considerata la più celebre commedia degli anni Trenta, apprezzata in Italia quanto all'estero[13].
Rotto il felice sodalizio con Umberto Melnati, nel 1940 De Sica e Giuditta Rissone, marito e moglie dal 7 luglio 1937, si uniscono a Sergio Tofano per formare una nuova compagnia. De Sica è il terzo nome in ditta e lascia la responsabilità della gestione a Tofano. Fino al 1942, la compagnia allestisce una nutrita serie di drammi di rilievo: La scuola della maldicenza, opera del 1777 dell'irlandese Richard Brinsley Sheridan (teatro Nuovo di Milano, 11 febbraio 1941, parte di Charles con finale canoro), Ma non è una cosa seria di Pirandello (marzo 1941, parte di Memmo Speranza), Il paese delle vacanze di Ugo Betti (20 febbraio 1942), Liolà, recitato in lingua, (teatro Nuovo, 8 giugno 1942).

Nell'immediato dopoguerra, quando cominciò a essere celebre anche come regista cinematografico, insieme a Paolo Stoppa e a Vivi Gioi dal 1944 portò in scena anche drammi di notevole valore come Catene di Langdon Martin. Nella stagione 1945-1946 partecipò a due spettacoli diretti da Alessandro Blasetti, Il tempo e la famiglia Conway di John Boynton Priestley e Ma non è una cosa seria di Luigi Pirandello. Nella stagione 1946-1947 lavorò con Luchino Visconti, insieme a Vivi Gioi e a Nino Besozzi nello spettacolo Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais, oltre che alla rivista Ah... ci risiamo! scritta da Oreste Biancoli. Infine, nella stagione 1948-1949, partecipò alle due novità I giorni della vita di William Saroyan e Il magnifico cornuto di Fernand Crommelynck, entrambi diretti da Mario Chiari. Quella fu la sua ultima apparizione sul palcoscenico: in seguito, sempre più assorbito da impegni cinematografici e televisivi, non vi fece più ritorno. Si calcola che De Sica, tra il 1923 e il 1949, abbia preso parte, tra commedie, spettacoli di rivista e drammi in prosa, a oltre 120 rappresentazioni.

Attore cinematografico[modifica | modifica wikitesto]

De Sica con Carotenuto e Blasetti durante una pausa della lavorazione di Tempi nostri (1954)

Sul grande schermo, dopo altre due partecipazioni a film muti diretti da Mario Almirante nel biennio 1927-1928, diventò un divo tra i più richiesti (alla pari con Amedeo Nazzari, Gino Cervi e Fosco Giachetti) dal 1932, con molte commedie garbate e gradevoli interpretate con Lya Franca e Assia Noris e tutte dirette da Mario Camerini: tra queste si ricordano Gli uomini, che mascalzoni... del 1932, in cui lancia la celeberrima canzone Parlami d'amore Mariù, suo cavallo di battaglia per il resto della carriera, quindi Darò un milione del 1935, dove incontra Cesare Zavattini, Il signor Max del 1937, I grandi magazzini del 1939 e Manon Lescaut del 1940.

Anche una volta iniziata la sua prestigiosa attività come regista continuò a recitare: apparve in un centinaio di pellicole, anche in brevi ruoli di contorno, vincendo un Nastro d'argento nel 1948 e ottenendo numerosi premi negli anni seguenti a diversi festival. Per motivi ideologici rifiutò la proposta di dirigere il film Don Camillo.
Nei primi anni cinquanta colse come interprete un notevole successo di pubblico con due pellicole dirette da Alessandro Blasetti e Luigi Comencini, e nelle quali recitò a fianco di Gina Lollobrigida: Altri tempi - Zibaldone n. 1 (1952), nell'episodio Il processo di Frine; quindi in Pane, amore e fantasia (1953), dove interpretava l'esuberante maresciallo Carotenuto, film che ebbe un enorme successo, così come i tre sèguiti Pane, amore e gelosia del 1954, sempre a fianco di Gina Lollobrigida, Pane, amore e... del 1955, questa volta a fianco di Sophia Loren, e Pane, amore e Andalusia del 1958 con Peppino De Filippo. Sempre nel 1958 affiancò di nuovo la Lollobrigida in Anna di Brooklyn. Divertente la sua interpretazione al fianco di Totò in I due marescialli (1961).

Vittorio De Sica con Cesare Zavattini, fotografia di Federico Patellani, 1951

Ebbe anche un proficuo rapporto con Alberto Sordi, che tentò di lanciare nel 1951 producendo e dirigendo anonimamente Mamma mia, che impressione! e con il quale recitò in diversi film, tra i quali sono da menzionare Il conte Max, Il moralista e Il vigile. Il risultato più alto del connubio è probabilmente in un film diretto dallo stesso Sordi, Un italiano in America (1967), dove interpretò un incisivo e malinconico ruolo di uno sfaccendato squattrinato emigrato negli Stati Uniti d'America, che sfrutta la partecipazione a una trasmissione televisiva per incontrare il figlio che non vedeva da tempo e al quale fa credere di essere ricco.

Molto intense anche le sue interpretazioni drammatiche: su tutte quella de Il generale Della Rovere, di Roberto Rossellini (1959), e la partecipazione nel remake di Addio alle armi di Charles Vidor (1957). Nella parte finale della propria carriera artistica si trovò ad interpretare ruoli secondari in film anche molto lontani dalla sua immagine, come nel caso di Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!!! di Paul Morrissey (1974).

De Sica regista[modifica | modifica wikitesto]

De Sica compì il suo esordio dietro la macchina da presa nel 1939 sotto l'egida di un potente produttore dell'epoca, Giuseppe Amato, che lo fece debuttare nella commedia Rose scarlatte. Fino al 1942 la sua produzione da regista non si discosta molto dalle commedie misurate e garbate simili a quelle di Mario Camerini: ricordiamo Maddalena... zero in condotta (1940) con Carla Del Poggio e Irasema Dilian, e Teresa Venerdì (1941) con Adriana Benetti e Anna Magnani. A partire dal 1943, con I bambini ci guardano (tratto dal romanzo Pricò di Giulio Cesare Viola) iniziò, insieme a Zavattini ad esplorare le tematiche neorealiste.

Dopo un film a carattere religioso realizzato nella Città del Vaticano durante l'occupazione della capitale, La porta del cielo (1944), il regista firma, uno dietro l'altro, quattro grandi capolavori del cinema mondiale: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), ricavato dal romanzo omonimo di Luigi Bartolini, Miracolo a Milano (1951), tratto dal romanzo Totò il buono dello stesso Zavattini, e Umberto D. (1952), tutte pietre miliari del neorealismo cinematografico italiano. I primi due ottengono l'Oscar al miglior film in lingua straniera e il Nastro d'argento per la migliore regia. Nonostante ciò, alla presentazione di Sciuscià in un cinema milanese, il regista venne accusato da uno spettatore presente in sala di rendere una cattiva immagine dell'Italia.[14]

Ladri di biciclette (1948), pietra miliare del cinema italiano

Dopo questa quadrilogia, De Sica firmò altre opere importanti: L'oro di Napoli (1954) tratto da una raccolta di racconti di Giuseppe Marotta, Il tetto (1956) che è considerato il suo passo d'addio al neorealismo, quindi l'acclamato La ciociara, del 1960, tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, che vanta una vibrante interpretazione di Sophia Loren, la quale vinse numerosi premi: Nastro d'argento, David di Donatello, Palma d'oro al Festival di Cannes e l'Oscar alla miglior attrice. Con la Loren lavorò anche in seguito, nell'episodio La riffa inserito nel film Boccaccio '70 (1962), quindi in coppia con Marcello Mastroianni in Ieri, oggi e domani (1963), con tre ritratti di donna (la popolana, la snob e la mondana), Matrimonio all'italiana (1964), trasposizione di Filumena Marturano di Eduardo De Filippo, e I girasoli (1970).

Nel 1972 ottenne un quarto Premio Oscar con la trasposizione filmica del romanzo di Giorgio Bassani Il giardino dei Finzi Contini, storia drammatica della persecuzione di una famiglia ebrea ferrarese durante il fascismo; quest'opera ottiene anche l'Orso d'oro al Festival di Berlino del 1971. L'ultimo film da lui diretto è la riduzione di una novella di Luigi Pirandello, Il viaggio (1974).

La canzone napoletana[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio De Sica durante i sopralluoghi del film L'oro di Napoli, fotografia di Federico Patellani, 1953

Nel 1911, in un periodo in cui, a causa di un'epidemia di colera, le autorità avevano proibito di mangiare i fichi, pur di procurarsene, anche perché costavano poco, la madre si faceva aiutare dal piccolo Vittorio durante gli acquisti dagli ambulanti. De Sica in questo caso fungeva da palo per dare l'allarme all'arrivo della legge. In un'occasione, quando si profilarono due carabinieri, l'artista intonò Torna a Surriento. Ai militi piacque e chiesero di continuare; De Sica si trovò così a interpretare tutto il repertorio napoletano a lui noto. Negli anni seguenti, divenuto attore, incise numerose versioni dei classici napoletani.[15]

Ernesto Murolo lo bocciò esclamando durante una sua esibizione: "Tene sulo nu filo 'e voce". Inoltre, alludendo alla sua magrezza, aggiunse: "Pare nu miezo tisico". Lo apprezzò, invece, Enzo Lucio Murolo, l'inventore della sceneggiata. Disse Dino Falconi, autore di riviste: "Nessuno meglio di me può assicurare che Vittorio De Sica cantava come soltanto un napoletano sa cantare". Nella maturità, incise Signorinella di Bovio. Fece in TV a Studio Uno un duetto con Mina in Amarsi quando piove. Per la collana Recital dedicò album a Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo e Michele Galdieri, in cui interpretava canzoni e recitava poesie.

Nel 1968 partecipò come autore a un Festival di Napoli. La sua Dimme che tuorne a mme!, musicata dal figlio Manuel, nel Festival di Napoli 1968 fu interpretata da Nunzio Gallo e da Luciano Tomei, ma non entrò in finale. Più volte progettò di prendere casa a Posillipo: De Sica sosteneva che "nu cafone 'e fora" - come lui si definiva - può amare Napoli più di un napoletano. Incise l'ultimo album nel 1971: De Sica anni Trenta, realizzato con gli arrangiamenti del figlio Manuel. La sua interpretazione più nota, tuttavia, resterà quella di Munasterio 'e santa Chiara.

In televisione[modifica | modifica wikitesto]

De Sica, ad Alassio, sul set de I bambini ci guardano (1943)

Molto attivo anche sul piccolo schermo, sebbene non lo amasse molto, partecipò a diverse trasmissioni statunitensi e italiane di intrattenimento leggero come Il Musichiere (1960), Studio Uno (1965), Colonna Sonora (1966), Sabato Sera con Corrado (1967), Delia Scala Story (1968), Stasera Gina Lollobrigida (1969), Canzonissima con Corrado e Raffaella Carrà (1970-71) e nuovamente in quella del 1972/1973 con Pippo Baudo e Loretta Goggi e Adesso musica (1972), nonché nel ruolo del giudice chiamato a processare il burattino Pinocchio nello sceneggiato Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini (1972). Nel 1971 diresse due documentari, e inoltre molti uomini di cultura gli dedicarono diversi documentari onorifici.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Era nota la sua grande passione per il gioco, per la quale si trovò a volte a perdere somme anche ingenti, e che probabilmente spiega qualche sua partecipazione a pellicole non alla sua altezza;[16] nell'immediato dopoguerra fu assiduo frequentatore di roulette nel Casinò Municipale del Castello di Rivoli.[17] Quella per il gioco fu una passione che non nascose mai e che anzi riportò, con grande autoironia, in diversi suoi personaggi cinematografici, come ad esempio in Il conte Max, Un italiano in America o L'oro di Napoli.

De Sica, Nico Pepe, Domenico Forges-Davanzati, Giuditta Rissone radio EIAR nel 1940

Il 10 aprile del 1937, nella chiesa di Borgo San Pietro ad Asti, De Sica si sposò con l'attrice torinese Giuditta Rissone, che aveva conosciuto dieci anni prima e dalla quale ebbe la figlia Emilia, detta Emi (1938-2021).[18] Nel 1942, sul set del film Un garibaldino al convento, conobbe l'attrice catalana María Mercader, con la quale andò in seguito a convivere. Dopo il divorzio dalla Rissone, ottenuto in Messico nel 1954, si unì con l'attrice catalana in un primo matrimonio nel 1959 sempre in Messico, ma l'unione fu ritenuta "nulla" perché non riconosciuta dalla legge italiana; nel 1968 ottenne la cittadinanza francese e si sposò con María Mercader a Parigi. Da lei aveva nel frattempo avuto due figli: Manuel (1949-2014),[19] musicista, e Christian (1951), che seguirà le sue orme come attore e regista. I suoi nipoti Andrea (1981), figlio di Manuel, è anche lui regista e sceneggiatore, Brando (1983), figlio di Christian, è attore e regista. Seppur divorziato, De Sica non seppe rinunciare alla sua prima famiglia. Avviò così un doppio ménage, con doppi pranzi nelle feste e un conseguente logorìo; si racconta che alla Vigilia di Natale e all'ultimo dell'anno regolasse l'orologio avanti di due ore in casa della Mercader per poter fare il brindisi di mezzanotte con tutte e due le famiglie. La prima moglie accettò di mantenere una sorta di matrimonio apparente pur di non togliere alla figlia la figura paterna. A questi aspetti della sua vita è in parte ispirato il film L'immorale, diretto da Pietro Germi nel 1967 e interpretato da Ugo Tognazzi.

La morte e la sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio De Sica morì il 13 novembre 1974 a 73 anni in seguito a un intervento chirurgico per curare un tumore ai polmoni di cui soffriva, all'ospedale americano di Neuilly-sur-Seine, presso Parigi;[20] nello stesso anno, Ettore Scola gli dedicò il suo capolavoro C'eravamo tanto amati. Come ha ricordato suo figlio Christian durante un'intervista a Le invasioni barbariche, Vittorio De Sica era comunista,[21] e questo fatto, unito ovviamente alle sopraccitate vicende matrimoniali, gli impedì di ricevere un funerale particolarmente fastoso.[22] Per Carlo Lizzani era in realtà «un tranquillo conservatore».[23] Trentacinque anni dopo, Annarosa Morri e Mario Canale gli hanno dedicato il documentario Vittorio D., presentato alla 66ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e successivamente trasmesso da LA7. La sua salma riposa nel cimitero monumentale del Verano a Roma.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Attore[modifica | modifica wikitesto]

Con Elsa Merlini in Non ti conosco più (1936)
Con Paola Barbara ne La peccatrice (1940)
Con Sophia Loren in Pane, amore e... (1955)
Il segno di Venere (1955)
Vittorio De Sica con Peppino De Filippo e Carmen Sevilla in Pane, amore e Andalusia (1958)
De Sica con Totò e Gianni Agus ne I due marescialli (1961)

(Nota: in molte fonti viene citata una partecipazione di De Sica ai film Fontana di Trevi di Carlo Campogalliani (1960) e La pappa reale di Robert Thomas (1964), ma alla visione delle pellicole l'attore non compare affatto.)

Regista cinematografico[modifica | modifica wikitesto]

Lungometraggi[modifica | modifica wikitesto]

Inserto pubblicitario sul si gira de I bambini ci guardano (1943)
Sciuscià (1946)
Umberto D. (1952)
La ciociara (1960)

Mediometraggi[modifica | modifica wikitesto]

Regista televisivo[modifica | modifica wikitesto]

Sceneggiatore cinematografico[modifica | modifica wikitesto]

Produttore cinematografico[modifica | modifica wikitesto]

Apparizioni televisive[modifica | modifica wikitesto]

  • Meet De Sica di Charles De Reisner, per la tv statunitense (1958)
  • The Four Just Men, serie televisiva britannica (1959-1960)
  • Vittorio De Sica racconta... di Fernanda Turvani, serie di 22 favole da lui narrate (1961)

Documentari televisivi su De Sica[modifica | modifica wikitesto]

Prosa radiofonica Rai[modifica | modifica wikitesto]

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

La piastrella autografata da De Sica sul muretto di Alassio
  • Vittorio De Sica sosteneva che "nu cafone 'e fora" – come lui si definiva – può amare Napoli più di un napoletano e più volte pensò di prendere casa a Posillipo.[15]
  • Era un appassionato tifoso del Napoli[15] e un ammiratore personale del calciatore Giuseppe Meazza.[25]
  • De Sica amava Ischia e non perdeva mai occasione di trascorrere le vacanze lì; infatti affermava che l'unico motivo per cui non si trasferiva definitivamente nell'isola del golfo di Napoli era che a Ischia non vi era alcun casinò.[15]
  • A Napoli gli è stata dedicata una strada nel quartiere Stella, alle spalle di piazza Cavour.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vittorio De Sica, su geni.com. URL consultato il 2018.
  2. ^ Roger Ebert, The Bicycle Thief / Bicycle Thieves (1949), su rogerebert.suntimes.com, Chicago Sun-Times. URL consultato l'8 settembre 2011.
  3. ^ Sergio Lambiase, Foto e lettere inedite di De Sica, il ciociaro cosmopolita che voleva essere napoletano, in "Corriere del Mezzogiorno", 20 Febbraio 2013. URL consultato il 22-6-2016.
  4. ^ Soraweb - Luoghi sacri - San Giovanni Battista, su soraweb.it (archiviato dall'url originale il 24 ottobre 2010).
  5. ^ Vittorio De Sica. Il ricordo a 40 anni dalla scomparsa, su effettonotteblog.it. URL consultato il 19 agosto 2022. De Sica appare in scena solo al terzo atto nel ruolo di un cameriere.
  6. ^ Vittorio De Sica in mostra. Ieri oggi domani, su genteditalia.org. URL consultato il 19 agosto 2022.
  7. ^ a b Massimo Fini, Il giornalismo fatto in pezzi, Marsilio, 2021, pp. 584-603.
  8. ^ Il copione della pièce.
  9. ^ Il motto verrà ripreso negli anni cinquanta in un carosello pubblicitario da Ernesto Calindri e Franco Volpi
  10. ^ Ladislao Födor, Intorno alla tavola, su memoria-attori.amati.unifi.it. URL consultato il 19 agosto 2022.
  11. ^ De Sica, Vittorio, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  12. ^ Copia archiviata, su teatroprati.it. URL consultato il 15 settembre 2016 (archiviato dall'url originale il 16 settembre 2016).
  13. ^ Il teatro del primo Novecento, su movio.beniculturali.it. URL consultato il 19 agosto 2022.
  14. ^ Nello specifico la frase fu: "Si vergogni! Si vergogni di fare film come questi. Che diranno di noi all'estero? I panni sporchi si lavano in casa" come riportato in: Franco Pecori, pp. 53, in Vittorio De Sica, Firenze, La nuova Italia, 1980.
  15. ^ a b c d G. De Santi, Vittorio De Sica, Il castoro, 2003.
  16. ^ In occasione della presentazione del restauro di Ladri di biciclette, realizzato nel 2008 grazie alla sponsorizzazione del Casinò di Venezia, il figlio Christian ha dichiarato: «Proprio il Casinò che finanzia il restauro di un film di papà [...] Lui era un giocatore incallito, ha lasciato tantissimi soldi nelle case da gioco di mezzo mondo. In un certo senso, con questo restauro, è stato in parte risarcito. Sono certo che, da lassù, mio padre, considerato dallo scrittore Mario Puzo uno dei tre più accaniti giocatori del Casinò di Las Vegas insieme a un cinese e a un indiano, sarà contento di sapere che una casa da gioco paga per salvare un suo film» (La Stampa, 24/8/2008).
  17. ^ Un “Casinò Royale” al Castello di Rivoli: negli Anni ’40 ospitò sale da gioco e celebrità, in LaStampa.it. URL consultato il 16 settembre 2018.
  18. ^ E' morta Emi De Sica, prima figlia di Vittorio, ANSA, 23 marzo 2021.
  19. ^ Musica, è morto il compositore Manuel De Sica, ANSA, 5 dicembre 2014. URL consultato il 5 dicembre 2014 (archiviato dall'url originale il 5 dicembre 2014).
  20. ^ È morto De Sica, in La Stampa, 14 novembre 1974, p. 1. URL consultato il 21 aprile 2022.
  21. ^ Perché De Sica votava comunista | Europa Quotidiano, su www.europaquotidiano.it. URL consultato il 20 ottobre 2017 (archiviato dall'url originale l'11 settembre 2017).
  22. ^ La7, LE INVASIONI BARBARICHE del 18/03/2011 - Intervista a Christian De Sica, 21 marzo 2011. URL consultato il 20 ottobre 2017.
  23. ^ Fiori, S., Carlo Lizzani, cinema e PCI, in la Repubblica, 13 luglio 2007.
  24. ^ Radiocorriere, anno 25, n. 3, RAI, 1948.
  25. ^ F. Jaselli Meazza - M. Pedrazzini, Il mio nome è Giuseppe Meazza, Milano, ExCogita Editore, 2010, p. 108, dove è riportata un'edizione della Domenica Sportiva del 13 novembre 1932, contenente un'intervista a Vittorio De Sica, dal titolo "Alla scoperta di Meazza. "Sono un tifoso?" si chiede Vittorio De Sica"..

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Maria Mercader, La mia vita con Vittorio De Sica, edizioni Mondadori, 1978.
  • Emi De Sica, Lettere dal set, edizioni SugarCo.
  • Luigi Gulia, Michele Ferri, Luciano Lilla (a cura di), Vittorio De Sica. Immagini della vita, Scritti di Maria De Sica, Luigi Gulia, Emi De Sica, Orio Caldiron, Angelo Arpa e una cronologia di Michele Ferri, Sora, Centro di Studi Sorani "V. Patriarca", 1984.
  • Luigi Gulia, Cesare Baronio e Vittorio De Sica: due sorani nella "chiesa dei poveri" ad thermas Antoninianas, in La Ciociaria tra scrittori e cineasti, a cura di Franco Zangrilli, Pesaro, Metauro Edizioni S.r.l., 2004, pp. 193–205.
  • Gualtiero De Santi, Vittorio De Sica, Il Castoro Cinema n. 213, Editrice Il Castoro, 2008, ISBN 978-88-8033-259-6.
  • Giancarlo Governi, Parlami d'amore Mariù. La vita e l'opera di Vittorio De Sica, edizioni Nuova Eri, 1991.
  • Manuel De Sica, La porta del cielo - Memorie 1901-1952, edizioni Avagliano, 2005.
  • Remo d'Acierno, "De Sica, Gill e O Zampugnaro nnammurato", Edizioni La Collina (AV) 2007.
  • Anna Masecchia, Vittorio De Sica. Storia di un attore., Edizioni Kaplan 2012.
  • Antonio Mantova, "Vittorio De Sica, un sorano nella leggenda", Edizioni Sora 1999.

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