Il marchese del Grillo

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Il marchese del Grillo
Il marchese del grillo.png
Alberto Sordi in una celebre scena del film
Paese di produzioneItalia, Francia
Anno1981
Durata139 min
127 min ca. (versione ridotta)
Rapporto1,85:1
Generecommedia, storico
RegiaMario Monicelli
SoggettoBernardino Zapponi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli
SceneggiaturaLeonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli, Alberto Sordi
ProduttoreLuciano De Feo
Produttore esecutivoMarco Tamburella
Casa di produzioneOpera Film Produzione
Distribuzione in italianoD.A.C.
FotografiaSergio D'Offizi
MontaggioRuggero Mastroianni
MusicheNicola Piovani
ScenografiaLorenzo Baraldi
CostumiGianna Gissi, collaborazione di Bruna Parmesan
TruccoGiancarlo De Leonardis
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali

Il marchese del Grillo è un film del 1981 diretto da Mario Monicelli.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il carbonaio Gasperino in preda a una crisi d'identità

Roma papalina, 1809. Il marchese Onofrio del Grillo, nobile romano alla corte di papa Pio VII, trascorre le sue giornate, che cominciano sempre tardi al mattino (con i servi del palazzo costretti a non fare rumore fino al suo levarsi), nell'ozio più completo, frequentando bettole e osterie, coltivando relazioni amorose clandestine con popolane e tenendo un atteggiamento ribelle agli occhi di sua madre e della parentela conservatrice, bigotta e autoritaria.

Il suo principale passatempo, che lo rende famoso in tutta la città, è costituito da innumerevoli scherzi e beffe, nei quali è sempre accompagnato dal fedele Ricciotto, e dei quali risulta spesso vittima la sua aristocratica famiglia, composta da personaggi stravaganti e chiusi al mondo esterno: una madre affezionata, ma ostile e conservatrice; una parente povera di nome Genuflessa innamorata segretamente di lui; una sorella (con un alito terribile) sposata e con un figlio adolescente, che si reca costantemente dal cappellano di famiglia a confessare masturbazioni.

Il ricco nobile proprietario terriero è in grado sempre di uscire indenne dalle tante beffe e provocazioni organizzate, sfruttando la propria posizione sociale e spendendo senza remore il patrimonio. Un incontro casuale con il povero carbonaio alcolizzato Gasperino, suo perfetto sosia, consente ulteriori burle e persino di scampare inconsapevolmente ad una condanna a morte dal pontefice, comunque sospesa in extremis.

Il suo impudico edonismo e gli scherzi nei confronti di mendicanti, papi e consanguinei, proseguono liberamente fino al giorno in cui Napoleone invade lo Stato Pontificio ed i francesi occupano Roma. L'incontro con una bellissima cantante lirica straniera (essendo rimosso dagli invasori il limite che solo uomini possano esibirsi in teatro - in particolare, con castrati a recitare nelle parti da donna) ed un ufficiale dell'armata napoleonica gli fanno pensare per la prima volta di abbandonare Roma per Parigi ed una vita meno provinciale ed autoreferenziale. Il viaggio comincia ma viene presto abbandonato, dopo la sconfitta in battaglia delle truppe imperiali in Italia.

Il pontefice Pio VII ritorna sul trono, finge a sua volta di condannare a morte il marchese (arrestando per errore tuttavia il carbonaio Gasperino), ma gli concede poi la grazia e persino di riprendere il suo posto tra i Sediari pontifici. Tutto ritorna come prima, solo il sosia povero del marchese sembra apprezzare maggiormente la propria vita anche se misera, dopo aver rischiato la morte nel lusso.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Esterni/Interni[modifica | modifica wikitesto]

Onofrio del Grillo e l'attrice francese nell'osteria

Nel film si può notare Piazza della Bocca della Verità ricostruita com'era prima della costruzione dei Lungotevere, con visibile il Tempio di Ercole Vincitore e sullo sfondo la cupola della Basilica di San Pietro in Vaticano, con la basilica di Santa Maria in Cosmedin nel suo stato ai primi dell'Ottocento, dopo la trasformazione per opera di Giuseppe Sardi in stile rococò e prima dei restauri di Giovanni Battista Giovenale alla fine del XIX secolo: la ricostruzione della piazza è stata allestita negli studi di Cinecittà.[1] Nella piazza vengono eseguite le condanne a morte, le quali in realtà avvenivano di fronte alla vicina chiesa di Sant'Anastasia ai Cerchi. Adiacente al set vi è il vicolo dove risiede e lavora il carbonaio Gasperino, il quale incongruamente viene descritto essere vicino a via delle Coppelle.

Il covo del brigante Don Bastiano è collocato in una delle località più suggestive poste a nord della capitale, le antiche rovine di Monterano, un borgo agricolo appartenuto alla famiglia Altieri che in epoca tardo medievale conobbe un relativo benessere.

La piazza della città era occupata dalla chiesa di San Bonaventura e dal relativo monastero, costruiti su progetto di Gian Lorenzo Bernini: nella navata centrale della chiesa, oggi occupata da un gigantesco albero di fico, è girata la scena dell'incontro tra il brigante e il marchese del Grillo.

Il palazzo del Marchese è ambientato a Palazzo Pfanner a Lucca, amputato (per mezzo di un'altissima quinta) dei celebri giardini e della vista sulle Mura di Lucca; la scena sulla terrazza, tuttavia, è girata nella loggia della Casa dei Cavalieri di Rodi, riconoscibile dalle due porte dell'appartamento Barbo, dagli affreschi e da una rapida inquadratura verso il Campidoglio.

La scena nella quale il Marchese lancia dapprima delle pigne, poi delle monete roventi a dei mendicanti, è stata girata a Palazzo Pfanner a Lucca. Il camino nel quale il marchese arroventa le monete è un artificio di scena, aggiunto per le riprese addossandolo alla parete affrescata.

Cortile interno, Palazzo Pfanner, Lucca

La scena dell'arrivo in carrozza del Marchese e dell'ufficiale francese al casolare abbandonato di famiglia è stata girata nelle campagne adiacenti a Tarquinia, in provincia di Viterbo: il Casale della Civita (ormai crollato), opportunamente allestito con finte colonne, fu usato solo per le riprese esterne. Le riprese interne della stessa ambientazione vennero invece girate a Villa Grazioli, situata a Grottaferrata in provincia di Roma.

Il Palazzo della famiglia del Grillo, a Roma

La piccola strega operante un malocchio e che il Marchese concilia con un baiocco arroventato, che non provoca nessun dolore alla giovane, è un'allora giovanissima Rom, priva di capelli per una patologia dermatologica, conosciuta dagli abitanti del quartiere presso gli studi di Cinecittà.

All'inizio del viaggio, i due percorrono un viottolo adiacente ai resti dell'Acquedotto Claudio, alla periferia di Roma (facente oggi parte del Parco degli Acquedotti), che punta in direzione opposta a quella di Tarquinia.

La scena della rappresentazione teatrale è stata girata nel settecentesco Teatro Sociale di Amelia, in Umbria, lo stesso teatro usato per girare la scena circense di Pinocchio divenuto asino nello sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini. L'esecuzione del brigante Don Bastiano è stata girata a Piazza del Velabro a Roma, nei pressi della chiesa di San Giorgio in Velabro.

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

L'edizione uscita in DVD nel 2003 contiene alcune scene che non comparivano nell'edizione uscita in VHS, che durava solo 127 minuti. Dal giugno 2012 è uscita una nuova edizione curata dal produttore e dal direttore della fotografia che include alcuni contenuti speciali, compresa un'intervista al regista Mario Monicelli. Nelle prime uscite in televisione, veniva mostrata la scena in cui appariva in primo piano la testa mozzata di Don Bastiano, dopo essere stato ghigliottinato. Successivamente la scena fu tagliata e la testa di Don Bastiano mostrata solo da dietro.

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

Il film, uscito nelle sale il 22 dicembre 1981, è stato il secondo maggiore incasso nella stagione cinematografica italiana 1981-82 con quasi 12 miliardi di lire[2][3].

Prime riprese in Campidoglio (8 settembre 1981), con Sordi, l'allora sindaco di Roma Luigi Petroselli, Milli, Stoppa e il regista Monicelli

Ispirazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Onofrio del Grillo.

La figura storica del marchese, come viene rappresentata da Mario Monicelli, è per tanti aspetti incerta. La più antica fonte al riguardo è un libretto pubblicato nel 1887 da Raffaello Giovagnoli, che lo definisce "un gentiluomo romano, nato tra il 1730 e il 1740 e morto verso il 1800". L'autore, che scrive più di ottanta anni dopo la presunta morte del nobile romano, afferma di non essere riuscito a sapere il suo nome di battesimo, precisa che per molti il suo titolo nobiliare era quello di duca e che delle gesta raccontate era oltremodo difficile separare quelle vere e quelle prodotte dalla leggenda popolare creata sul suo nome.[4]

I discendenti allora in vita dei Del Grillo sostenevano che fosse realmente esistito e che il loro avo era "dotato di uno spirito originale, stravagante, bizzarro e argutissimo" . La nobile casata del Grillo comunque rappresentava una delle famiglie aristocratiche più in vista della città: il palazzo nobiliare appartenuto alla casata si erge ancora nella strada che dalla famiglia ha preso il nome, Salita del Grillo, ed è collocato in una delle zone più centrali di Roma, tra il colle Quirinale e via Cavour, a ridosso dei Fori Imperiali.

Poco avvezzo alla cultura[4] il giovane marchesino è insofferente anche alle ferree regole della sua famiglia aristocratica e fin da ragazzo evade dalla noia di precettori e libri prendendosi gioco della gente "senza distinguere le persone per il censo".[5] Nobili e popolani sono ugualmente presi di mira ma il nobiluomo ha una forte antipatia - che spesso degenera in odio - soprattutto verso gli ebrei, anche se il film edulcora il carattere antisemita di Del Grillo. La scena in cui il marchese cinematografico lancia dapprima frutta fresca, e quindi delle pigne, a un gruppo di mendicanti, è ripresa dall'abitudine che il vero nobile avrebbe avuto di prendere a sassate dal suo palazzo gli ebrei che passavano sotto casa sua.[6] La scelta di lanciare delle pigne contro gli ebrei sarebbe dovuta all'ordine impartitogli dal Papa, pressato dalle proteste, di abbandonare i sassi in favore della frutta.

Anche gli episodi dell'ebanista e del carbonaio sono raccontati dal Giovagnoli. Secondo la sua ricostruzione:

  • l'ebanista sarebbe stato in realtà il falegname di casa Del Grillo, che il marchese si mette in testa di non pagare perché, dice poi al Papa che gli chiede conto delle campane di Roma fatte suonare a morto, voleva mettere alla prova la giustizia;[7]
  • il carbonaio si chiamava Baciccia ed aveva bottega in via Tomacelli. Trovatolo in strada, annientato da una grande sbornia, e fattolo ripulire per bene, il marchese lo fa sistemare nel suo letto e si finge per una giornata il suo maggiordomo.[8]

Citazioni letterarie[modifica | modifica wikitesto]

La celebre frase che il Marchese rivolge a un gruppo di popolani («Mi dispiace, ma io so' io e voi non siete un cazzo!») è ripresa dal sonetto Li soprani der Monno vecchio di Giuseppe Gioachino Belli, che comincia così: «C'era una vorta un Re cche ddar palazzo / mannò ffora a li popoli st'editto: / "Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo"».[9]

L'episodio dello scambio d'identità tra il nobile e l'umile carbonaio s'ispira a diversi racconti della letteratura, tra i quali appunto la biografia del buontempone romano e la novella Storia dell'uomo addormentato ridestato, della raccolta di novelle arabe Le mille e una notte, ambientata nella mitica Baghdad medievale, dove a farne le spese è un giovane popolano narcotizzato da un sultano, per vivere per un giorno i fasti del nobile e poi tornare alla propria vita ordinaria per essere ritenuto pazzo e, successivamente, generosamente ricompensato dal sultano stesso. Una sostituzione assai simile si rinviene anche ne La bisbetica domata, di William Shakespeare, in cui Cristopher Sly, un ubriacone, è raccolto da un nobile che comanda ai suoi servitori di lavarlo e vestirlo, per poi fargli credere di essere un ricco nobile rimasto addormentato per anni in preda a una forma di pazzia. Il tema dello scambio d'identità è centrale anche in un'altra celebre narrazione, ovvero la Novella del Grasso legnaiuolo, in cui si racconta di una beffa ordita da Filippo Brunelleschi ai danni di un ebanista di nome Manetto Ammanatini, al quale viene fatto credere di essere un poveraccio che vive sulle spalle dei propri cari. In questo caso la beffa riesce tanto bene da far dubitare a Manetto della sua stessa identità.

Il monologo di Don Bastiano sul patibolo è stato ripreso dai Mercanti di Liquore come prima traccia del loro album La musica dei poveri.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

La frase «Sor Marchese, è l'ora», che il frate dice sul patibolo a Gasperino il carbonaio per condurlo all'esecuzione, è l'epitaffio scritto sulla tomba dello stesso Alberto Sordi situata nel Cimitero del Verano a Roma.[10]

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Massimo Svanoni, Location verificate di Il marchese del Grillo (1981) - Forum, su il Davinotti. URL consultato il 6 gennaio 2021.
  2. ^ Stagione 1981-82: i 100 film di maggior incasso, su hitparadeitalia.it. URL consultato l'8 maggio 2016.
  3. ^ Box Office Italia 1981-82, su boxofficebenful.blogspot.com. URL consultato l'8 maggio 2016.
  4. ^ a b Giovagnoli, pag. 7.
  5. ^ Giovagnoli, pag. 95.
  6. ^ Giovagnoli, pag. 27-28.
  7. ^ Giovagnoli, pag. 111-113.
  8. ^ Giovagnoli, pag. 65-89.
  9. ^ La frase «...io so' io e voi non siete un cazzo» viene detta nel 1976 anche da Pippo Franco nel film Remo e Romolo - Storia di due figli di una lupa.
  10. ^ "Sor marchese, è l'ora": epitaffi celebri, sulla lapide un sorriso nel giorno del ricordo dei morti, su la Repubblica, 2 novembre 2020. URL consultato il 6 gennaio 2021.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]