Vogliamo i colonnelli

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Vogliamo i colonnelli
Vogliamo i colonnelli.png
dalla sinistra:Max Turilli, Ugo Tognazzi, Camillo Milli, Alberto Postorino, Giuseppe Maffioli e Giancarlo Fusco.
Titolo originale Vogliamo i colonnelli
Paese di produzione Italia
Anno 1973
Durata 100 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia
Regia Mario Monicelli
Soggetto Agenore Incrocci, Mario Monicelli, Furio Scarpelli
Sceneggiatura Agenore Incrocci, Mario Monicelli, Furio Scarpelli
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Fotografia Alberto Spagnoli
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Vogliamo i colonnelli è un film del 1973 diretto da Mario Monicelli, presentato in concorso al 26º Festival di Cannes.[1] È una commedia satirica a sfondo fantapolitico che immagina un maldestro colpo di Stato in Italia, con esplicite allusioni ai presunti tentativi di golpe del 1964 e 1970 e al regime dei colonnelli greci.

Il film è uscito nelle sale italiane il 6 marzo 1973, pochi mesi prima del colpo di stato in Cile.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

« La cosiddetta congiura dei colonnelli di giugno prende storicamente le mosse nel giorno in cui si festeggia la proclamazione della Repubblica »
(voce narrante all'inizio del film)
« Anche la marcia su Roma fu una buffonata... Ma riuscì. »
(L'on. Di Cori al ministro dell'interno)

Milano, anni settanta: un ordigno esplosivo fa crollare la Madonnina del duomo di Milano, scatenando un'ondata di sdegno in tutto il Paese e all'estero. L'attentato è stato organizzato da estremisti di destra per incolpare le Sinistre ma l'on. Giuseppe Tritoni, che fa parte del complotto, finisce col rompere col suo partito. La "Grande Destra" sta infatti perseguendo una politica di inserimento nel sistema presentandosi come il partito che vuole "la libertà nell'ordine e l'ordine nella libertà". Persuaso che il potere vada preso prima che prenda il sopravvento la sinistra si rivolge all'anziano colonnello Ribaud affinché gli procuri un appuntamento con il generale Bassi-Lega, messo a riposo a metà pensione per aver preso parte ad un tentativo di golpe. Il Tritoni lo convince a dargli una lista segreta di ufficiali che si erano detti disponibili a partecipare al complotto, a suo tempo compilata dal generale De Vincenzo.

Reclutati i partecipanti si rivolge all'industriale Irnerio Stainer per il finanziamento dell'impresa. Per convincerlo a sborsare cinquecento milioni lo minaccia di rivelare i retroscena di una fornitura di vecchi apparecchi radio all'esercito, residuati di guerra malfunzionanti venduti a prezzo pieno in complicità col generale Alcide Bosisio. Ottenuti i finanziamenti e organizzato un campo paramilitare per l'addestramento dei partecipanti i congiurati si riuniscono in una villetta isolata per mettere a punto i dettagli del piano "Volpe nera" (rapimento del presidente della Repubblica occupazione della RAI per l'annuncio del colpo di Stato) e l'ordinamento del Paese dopo la presa di potere.

Alla riunione prende parte il colonnello Andreas Automatikos, membro dei servizi segreti della neonata Dittatura dei colonnelli ma alla scena assiste anche un giornalista di sinistra, Armando Caffé, che si trova casualmente da quelle parti, scatta una serie di foto compromettenti e consegna il materiale all'onorevole Luigi Di Cori del PCI: quest'ultimo si reca dal ministro dell'Interno Li Masi col segretario del PSI e il sottosegretario democristiano agli interni, che tuttavia non sembra dare grande importanza alla notizia, definendo l'operazione Tritoni "cervellotica e buffonesca" e le intenzioni dei tre uomini "una speculazione politica". Li rassicura tuttavia che passato il fine settimana avrebbe preso i provvedimenti del caso.

Nelle stesse ore i congiurati sono pronti a passare all'azione. La base è una palestra pugilistica, da dove ci si tiene in contatto con le forze militari che stanno convergendo a Roma e con diverse pattuglie di uomini travestiti da carabinieri, pronti ad eseguire una serie di arresti programmati. Per le comunicazioni si utilizzano tuttavia quegli apparecchi radio residuati bellici forniti da Stainer all'esercito. A causa del loro funzionamento precario ci si collega con uno scacchista che, credendo di comunicare con l'avversario, detta una mossa che viene interpretata dal colonnello Barbacane come la posizione dell'aeroporto di Fiumicino. Paracadutata la squadra in un pollaio di Maccarese viene per errore lanciato il segnale di avvenuta occupazione, sballando tutti i tempi dell'operazione. La squadra del colonnello Furas arriva alla sede RAI dopo la fine delle trasmissioni, quando è ormai inutile lanciare l'appello alla nazione.

Parte intanto un operazione di polizia. I congiurati vengono arrestati, mentre Tritoni riesce a nascondersi da Marcella Bassi Lega, venendo poi scoperto dalla polizia assieme ad uno dei suoi numerosi amanti, mancato al golpe per "appendicite". Portato dal presidente della Repubblica, dove si trova anche il ministro dell'Interno Li Masi, i complici di Tritoni lo tradiscono svelando la sua idea golpista. Li Masi svela a sua volta che aveva già scoperto tutto e preparato un contro-colpo di Stato al fine di isolare gli estremismi politici e di instaurare uno stato di polizia tecnocratico di stampo autoritario. Tritoni, umiliato e irato, sottrae a un militare una granata, minacciando di farla esplodere e facendo morire il presidente della Repubblica di infarto, in realtà un calcolo del ministro Li Masi.

Un anno dopo, Tritoni si trova nello Stato militarista che sognava, ma senza di lui. Il leader del suo ex-partito la Grande Destra sostiene il governo e l'imprenditore Stainer è ministro del Lavoro, così come sono ministri alcuni militari che affermavano fedeltà alla Repubblica. Tritoni cerca quindi di vendere il suo piano a dei politici di un sottosviluppato stato africano.

Riferimenti[modifica | modifica wikitesto]

« C'è un grande passato nel nostro futuro »
(Finale del proclama agli italiani da leggere alla TV)

Il film è un esplicito richiamo alle numerose trame golpiste che andavano sovrapponendosi nei primi anni '70. C'è chi ci vede un richiamo al generale Giovanni De Lorenzo e al Piano Solo[2] e chi sostiene che la trama ricorda in modo esplicito la cronaca del presunto tentativo di colpo di stato attribuito al principe Junio Valerio Borghese, attuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970.[3] La pellicola mescola in realtà riferimenti ad entrambe le vicende, che hanno in comune l'idea di far convergere clandestinamente su Roma dei reparti militari per occupare i suoi punti vitali (la Rai, il Ministero degli interni) e mobilitare finti appartenenti alle forze dell'ordine per l'arresto di determinate persone. In particolare:

Il campo paramilitare
Il segretario della Grande Destra, on. Mazzante

Del tutto arbitraria è invece l'identificazione dei personaggi del film coi protagonisti delle trame golpiste. Come ha raccontato Mario Monicelli[9] il carattere e il modo di fare dei protagonisti richiama alcuni luoghi comuni tipici della destra italiana di quegli anni, lacerata tra lo spiritualismo conservatore evoliano, l'ideologia reazionaria tipica dei monarchici e il movimentismo ribelle dei settori giovanili, cui aggiunge due figure stereotipate dell'industriale finanziatore e dell'alto prelato militarista. Lo stesso Monicelli, del resto, ha definito il film un opera di fantapolitica e satira, volutamente non a lieto fine "per far suonare una campana. Dire al cittadino di fare attenzione, di essere vigilante, di non lasciarsi abbagliare solo da episodi clamorosi".[10] Una farsa "costruita prendendo spunto dai giornali che adombravano la faccenda", aggiunge riferendosi al generale col monocolo (De Lorenzo), e alla Guardia forestale fatta scendere a Roma nel 1970.[11]

Riprendendo un copione già visto ne I soliti ignoti e più ancora ne L'armata Brancaleone il regista mette insieme una sgangherata compagnia fatta di militari nostalgici e delinquentelli di bassa tacca[4] che pensano di poter prendere il potere senza fare ricorso alla violenza, fidando nella debolezza dello Stato e convinti che gli italiani, di fronte ad "un pugno di uomini decisi", li avrebbero seguiti "chi per fede, chi per interesse chi per paura".[9]

Colonna sonora[modifica | modifica wikitesto]

All'epoca (1973) la CAM pubblicò un 45 giri appositamente dedicato al film (numero catalogo: AMP 113) contenente due titoli:

  • Synthetizer Rhythmic (comprende le 3 principali musiche del film)
  • Son finiti i tempi cupi (eseguita durante il film e come sigla titoli di coda)

Le musiche sono a cura di Carlo Rustichelli.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Official Selection 1973, festival-cannes.fr. URL consultato il 18 aprile 2015.
  2. ^ Vogliamo i colonnelli recensione del film di Mario Monicelli, cinefilos.it. URL consultato il 18 gennaio 2016.
  3. ^ Una divertentissima parodia ispirata ad un fatto realmente accaduto, rasetipi.blogspot.it. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  4. ^ a b Vogliamo i colonnelli: apri gli occhi, controreazioni.wordpress.com. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  5. ^ In ricordo di Adriana Pontecorvo, adrianapontecorvo.blogspot.it. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  6. ^ [1], articolo de la Repubblica dell'8 giugno 2007, Pagina 27 – Interni
  7. ^ Si veda la testimonianza all'autorità giudiziaria del colonnello Amos Spiazzi in La strage, piazza Fontana, verità e memoria di Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin, edizioni Feltrinelli, pagine 165-171.
  8. ^ Vogliamo i colonnelli, quinlan.it. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  9. ^ a b La satira politica di Mario Monicelli, italiasociale.net. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  10. ^ Una satira dei colonnelli non fatta solo per ridere, archiviostorico.unita.it. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  11. ^ Vogliamo i colonnelli di Monicelli in versione restaurata a Venezia 72, comingsoon.it. URL consultato il 20 gennaio 2016.

Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]