Piano Solo

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Il Piano Solo fu un tentativo di colpo di Stato, ideato dal capo dell'Arma dei Carabinieri, il generale Giovanni De Lorenzo durante la crisi del I governo Moro.

Il piano[modifica | modifica wikitesto]

Il progetto si proponeva di assicurare all'Arma dei Carabinieri (il cui comandante generale era al tempo il generale Giovanni De Lorenzo) il controllo militare dello Stato per mezzo dell'occupazione dei cosiddetti «centri nevralgici» e, soprattutto, prevedeva un progetto di «enucleazione», cioè il prelevamento e il conseguente rapido allontanamento di 731 persone considerate pericolose del mondo della politica e del sindacato: costoro sarebbero dovuti essere raggruppati e raccolti nella sede del Centro Addestramenti Guastatori di Poglina, vicina a Capo Marrargiu, nel territorio di Alghero (in seguito principale base militare di addestramento della struttura clandestina Gladio), adattata a tempo di record dal SIFAR, e dove sarebbero stati «custoditi» sino alla cessazione dell'emergenza. La lista dei soggetti da prelevare sarebbe stata ricavata ed elaborata sulla base delle risultanze di riservati fascicoli del SIFAR, pretesi da De Lorenzo qualche anno prima. Nel frattempo l'Arma avrebbe assunto il controllo delle istituzioni e dei servizi pubblici principali, compresi la televisione, le ferrovie ed i telefoni[1].

In pratica, all'ordine del comandante generale (che in teoria avrebbe potuto impartirlo anche sua sponte, cioè anche sprovvisto di istruzioni superiori), i carabinieri avrebbero catturato quei personaggi politici loro indicati e li avrebbero inviati in Sardegna via mare o su aerei coi finestrini oscurati, detenendoli in uno dei siti più impervi del territorio nazionale[1]. Una delle varianti del piano prevedeva l'uso di sommergibili, ma la circostanza che gli unici adatti fossero posseduti dalla marina degli Stati Uniti fece ripiegare su navi ordinarie della Marina Militare Italiana[senza fonte].

La vicenda[modifica | modifica wikitesto]

Affluenza di reparti militari nella Capitale[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 marzo 1964, De Lorenzo si era incontrato con i comandanti delle divisioni di Milano, Roma e Napoli, e aveva posto in essere un piano finalizzato a far fronte a una situazione di estrema emergenza da parte dei carabinieri e solo essi (Piano Solo). Il piano prevedeva di occupare anche questure, sedi di partiti e sindacati[1]. La riunione era stata autorizzata ufficialmente dal Capo di stato maggiore della difesa, generale Rossi.

Nel giugno 1964, la tradizionale parata militare della Festa della Repubblica era stata eseguita da un numero di militari straordinariamente più elevato del solito. In occasione delle successive celebrazioni per il 150º anniversario della fondazione dell'Arma dei carabinieri, rimandata dal 7 al 14 giugno per precedenti impegni del Presidente della Repubblica, il comandante generale Giovanni De Lorenzo fece sfilare l'appena rodata brigata meccanizzata, con un'impressionante dotazione di armi e mezzi pesanti[2].

Dopo la sfilata, adducendo motivazioni di ordine logistico, il Comando generale comunicò che le truppe affluite nella Capitale per le celebrazioni vi si sarebbero trattenute sino alla fine del mese successivo. A Roma arrivarono anche i paracadutisti dei corpi speciali; alcuni gruppi di sottufficiali, addestrati nei mesi precedenti nell'utilizzo di apparecchiature elettroniche di trasmissione, si trasferirono in gran segreto e massima riservatezza a Milano e a Roma per essere preparati, in caso di attuazione del piano, così da poter occupare subito le sedi della Rai.

Caduta del primo governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 giugno 1964, rimasto senza maggioranza nella votazione sul capitolo 88 del bilancio della pubblica istruzione, il governo Moro, primo di centro-sinistra della Repubblica, fu costretto alle dimissioni, rassegnate il successivo 26 giugno[3]. La ricomposizione sembrava difficile e un'eventuale riedizione del centrosinistra non sarebbe piaciuta a Segni, poiché vedeva, in prospettiva, rischi gravi di destabilizzazione per la democrazia italiana[3].

Il dibattito politico verteva principalmente sulla nuova fase politica di centrosinistra inaugurata nel 1962 dal quarto governo Fanfani col sostegno esterno dei socialisti e poi proseguita con l'inclusione dei socialisti stessi nel primo governo formato da Aldo Moro.

Negli Stati Uniti la presidenza Kennedy aveva in qualche modo mitigato la netta chiusura americana nei confronti di tali nuove esperienze di governo.

Il generale De Lorenzo mette in preallarme i comandi dei Carabinieri[modifica | modifica wikitesto]

Tra la fine di giugno e i primi giorni del mese di luglio, De Lorenzo pose in preallarme le strutture interessate, convocando i comandanti delle più importanti divisioni e predisponendo l'eventuale richiamo in servizio di militari già congedati detto Piano SIGMA, e fece distribuire le liste con i nomi di coloro che si sarebbero dovuti «prelevare» (o «enucleare»).

Il giorno 28 giugno si svolse in tutta urgenza anche la riunione straordinaria dei tre Comandi di Divisione di Milano, Roma e Napoli. Durante questa riunione sorsero delle perplessità da parte degli alti ufficiali sugli ordini loro impartiti (da ricordare che erano in pochi a conoscere il Piano). Si parlò anche di occupare le prefetture e sequestrare armi in mano i prefetti che opponevano resistenza[senza fonte].

Nella riunione dello stesso 28 giugno si parlò anche del trasporto degli «enucleandi», organizzato in precedenza con i Capi di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Giuriati e dell'Aeronautica, generale Remondino[1]; non è ancora emersa la posizione di questi ultimi nella vicenda ma probabilmente non erano a conoscenza del piano e De Lorenzo avrebbe parlato loro solo di trasmissioni e telecomunicazioni e del trasporto dei «sovversivi» in Sardegna.

Il Presidente Segni consulta De Lorenzo sul nuovo incarico governativo[modifica | modifica wikitesto]

Segni, temendo gravi rischi di destabilizzazione per la democrazia italiana, si consultò ripetutamente con i comandanti delle Forze Armate, in particolare con il capo del SIFAR, il generale Giovanni De Lorenzo (comandante dell'Arma dei Carabinieri)[3]. Contemporaneamente, il 15 luglio – fatto inedito ed irripetuto per un comandante militare[senza fonte] – De Lorenzo fu convocato ufficialmente dal Capo dello Stato Antonio Segni, nel corso delle consultazioni per la nomina del nuovo governo. Immediatamente dopo, venne consultato anche il Capo di Stato maggiore della Difesa generale Aldo Rossi[1].

Contrapposizione tra il Presidente Segni e Aldo Moro[modifica | modifica wikitesto]

La contrapposizione politica che si stabilì, a livelli quasi di scontro, fra il Capo dello Stato ed il premier uscente Aldo Moro riguardava appunto il centrosinistra: alle proposte di Moro (cui peraltro Segni doveva buona parte delle sue fortune politiche, compreso il Quirinale), che avrebbe aperto alla sinistra con maggior fiducia, col sostegno di una parte della DC ed un tiepido avvicinamento del PCI, Segni rispose proponendo, o forse minacciando, un governo di tecnici sostenuto dai militari[1].

L'uomo cui Segni prevedeva di dover far riferimento per l'affidamento delle funzioni di governo sarebbe stato il presidente del Senato Cesare Merzagora[4], che si era poco tempo prima fatto notare per una singolare affermazione in cui dichiarava di attendersi che i partiti politici avrebbero avuto vita breve, invocando un governo di emergenza.

Secondo governo Moro[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 luglio, invece, Moro si recò al Quirinale, con l'intenzione di accettare l'incarico per formare un nuovo governo di centro-sinistra[1]. Durante le trattative, infatti, il PSI, su impulso di Pietro Nenni, aveva accettato il ridimensionamento dei suoi programmi riformatori. La crisi rientrò, nessun carabiniere dovette muoversi.

Moro, insieme a Nenni (che nel 1967 rievocherà quel periodo come quello del «tintinnio di sciabole»)[3], optò per un più tranquillo e morbido ritorno alla formula governativa precedente, che avrebbe evitato rischi alquanto inquietanti, e il PSI rilasciò prudenti comunicati di rinuncia ad alcune richieste di riforme che prima aveva avanzato come prioritarie[5].

Malattia e dimissioni di Antonio Segni[modifica | modifica wikitesto]

Il 7 agosto, giorno successivo all'insediamento del nuovo governo, Segni fu colpito da un ictus cerebrale nel corso di un'accesissima discussione con Moro e Saragat; la supplenza del Quirinale fu assunta dal presidente del Senato Cesare Merzagora[1].

Qualche mese dopo, perdurando la condizione di impedimento, Segni si dimise definitivamente e al suo posto fu eletto Giuseppe Saragat.

La scoperta del Piano (1967)[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre del 1965, dopo aver lasciato l'Arma, De Lorenzo diventò Capo di Stato Maggiore dell'Esercito al posto del generale Giuseppe Aloja.

Il piano era stato tenuto ovviamente segreto, sebbene alcune voci avessero sin dall'inizio preso a circolare (sempre più insistentemente, provocando nel 1965 la metamorfosi del SIFAR, evolutosi nel pressoché identico SID, formalizzata l'anno successivo). La sua scoperta pubblica si ebbe soltanto qualche anno dopo, grazie ad alcuni articoli L'Espresso diretto da Eugenio Scalfari, che diede inizio a una campagna giornalistica che ricostruiva le vicende del «bimestre nero» dandone i connotati di un golpe incompiuto ma innegabile[3]. Alla «bomba» dell'Espresso seguirono una causa giudiziaria tra De Lorenzo da una parte, Scalfari e Lino Jannuzzi (autore degli articoli) dall'altra; dopo una condanna dei giornalisti in primo grado tutto si concluse con una remissione di querela[3].

Le conseguenze e le indagini[modifica | modifica wikitesto]

Immediatamente De Lorenzo fu rimosso dal suo incarico allo Stato Maggiore dell'Esercito e furono avviate procedure di inchiesta da parte di diversi enti; per i carabinieri fu il vice-comandante generale, il generale Giorgio Manes, già precedentemente in urto col De Lorenzo (ed anche con uno dei suoi successori, Ciglieri) e uno fra i primi ad ammettere pubblicamente l'esistenza del piano, a dirigere un'investigazione che si risolse nel famoso «rapporto Manes». Manes, in realtà, era ben partecipe (come subordinato) del piano e anzi taluni suoi appunti privati del tempo furono in seguito esaminati in sede giudiziaria per ricostruire le fasi dell'approntamento del piano[6].

Fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta che, insieme alle inchieste militari, censurò con espressioni dure il comportamento tenuto da De Lorenzo, ma ritenne che il suo piano illegittimo (perché approntato all'insaputa dei responsabili governativi e delle altre forze dell'ordine e affidato unicamente ai carabinieri) fosse irrealizzabile e fantasticante, bollandolo come «una deviazione deprecabile» ma non come un tentativo di colpo di Stato[3].

Parte del materiale raccolto dagli organismi che avevano indagato fu coperto da omissis per motivi di sicurezza[3], facendo mancare perciò il necessario materiale d'esame, e anche la lista degli «enucleandi» andò perduta (mentre dei fascicoli SIFAR si dispose la distruzione).

Nel frattempo, nel 1968, De Lorenzo diventò deputato nelle fila del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (dal 1971 nel Movimento Sociale Italiano) e, nel nuovo ruolo, con la mozione n.484 del 9 ottobre 1968, tentò di organizzare e decidere come si sarebbero svolti i lavori di inchiesta parlamentare che lo riguardavano.

Nel 1990 il governo presieduto da Giulio Andreotti deliberò la rimozione degli omissis ed emerse che anche la sede del PSI avrebbe dovuto essere occupata, con 20.000 Carabinieri da impiegare[3].

Il dibattito[modifica | modifica wikitesto]

Va detto che simili piani, o quantomeno piani preventivamente messi a punto per fronteggiare evenienze delle più varie nature, e quindi anche contro i rivolgimenti politici o le insurrezioni, erano in realtà normalmente predisposti dai governi dei paesi occidentali in periodo di Guerra Fredda.

Tuttavia, il contesto storico in cui tentò il suo svolgimento il Piano Solo presenta delle peculiarità legate a vicende politiche strettamente italiane. Infatti dal 1962 si era aperta in Italia la fase del tutto nuova del centrosinistra, con promesse di riforme strutturali che solo in parte furono mantenute, ma che comunque andarono a minacciare un assetto burocratico-militare che mutuava uomini e metodi dal periodo fascista.

Come detto, in Italia si avevano numerosi «piani emergenziali» (o «piani di contingenza»), per giunta solo qualche anno prima riordinati da un'accurata circolare del Capo della Polizia, Angelo Vicari. Uno degli aspetti nei quali però il Piano Solo differiva da quelli «ordinari» era la riserva operativa esclusiva a favore dell'Arma, mentre gli altri tuttora sono piani squisitamente interforze, coordinati a livello di prefettura; sono interforze per la ragione di voler sfruttare insieme le diverse competenze specialistiche, ma lo sono certo anche per non consegnare i poteri di emergenza ad una sola istituzione.

Il Piano Solo, del resto, fu chiamato così proprio perché solo i Carabinieri lo avrebbero attuato, ma effettivamente il nome deriva dall'intestazione del documento redatto dal colonnello Luigi Bittoni per le aree vitali della giurisdizione sotto la seconda divisione. Il significato di quell'intestazione è comunque che era un piano a cui avrebbero partecipato solo i carabinieri.

Il piano, che si è ricostruito ex post (ma non ancora con piena nitidezza), avrebbe avuto origine e integrazione insieme con altri progetti militari segreti volti a distribuire sul territorio forze in grado di operare per la reazione ad eventuali svolte sovversive o eversive, o a manovre di invasione (al tempo effettivamente da non potersi escludere, e peraltro rese meno improbabili dall'incontro fra Palmiro Togliatti e Tito, all'inizio del 1964, dal quale emerse una quasi sorprendente concordia), attraverso una rete clandestina già seminata da organizzazioni e strutture del tipo stay-behind, coordinate dalla NATO attraverso gli uomini della SHAPE infiltrati nei comandi FTASE.

Dal punto di vista storico un punto fondamentale è rimasto irrisolto; il ruolo del Presidente della Repubblica Antonio Segni. Secondo Gianni Flamini De Lorenzo ebbe l'approvazione di Segni, se non si fosse ridimensionato il programma di centro-sinistra del costituendo II governo Moro[1], mentre per Giorgio Galli e Indro Montanelli non era nelle intenzioni del Presidente eseguire un colpo di Stato, ma agitarlo come uno spauracchio a fini politici[2][5]; Montanelli aggiunse che De Lorenzo teneva Segni sotto l'incubo del golpe, e che quindi aveva bisogno di protezioni da un eventuale colpo di Stato, non che lo volesse fare lui[7]. Inoltre affermò che quel piano avrebbe favorito, sia pur indirettamente, il PCI (essendo l'unica forza ben organizzata e padrona delle fabbriche e delle piazze)[8] che avrebbe proclamato uno sciopero generale a cui avrebbe aderito tutta la popolazione, di fronte al quale i Carabinieri avrebbero combinato poco o nulla[8] e che, sul piano politico, avrebbe portato alla costituzione di un fronte nazionale democratico a guida comunista[8].

Nel celebrare il centenario della nascita di Segni, nel 1991, Giulio Andreotti (Ministro della Difesa nel 1964) escluse con sicurezza che potesse covare propositi golpisti, aggiungendo che non vi fu alcuna seria minaccia di putsch[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i Gianni Flamini, L'Italia dei colpi di Stato, Roma, Newton Compton Editori, 2007.
  2. ^ a b Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia dei due Giovanni, Milano, Rizzoli, 1989.
  3. ^ a b c d e f g h i j Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  4. ^ Sergio Romano, Uno statista contro i partiti, in Corriere della Sera, 14 marzo 2005. URL consultato il 14 settembre 2015.
  5. ^ a b Giorgio Galli, Affari di Stato, Milano, Kaos edizioni, 1991.
  6. ^ L'Espresso e il Caso SIFAR (PDF). URL consultato il 4 ottobre 2014.
  7. ^ La Storia d'Italia di Indro Montanelli – 08 – I successori di De Gasperi e la politica italiana fino alla morte di Togliatti, dailymotion.com. URL consultato il 15 settembre 2015.
  8. ^ a b c Indro Montanelli, Monocolo e vecchi complotti, il Giornale, 5 gennaio 1991.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia dei due Giovanni, Milano, Rizzoli, 1989.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  • Giorgio Galli, Affari di Stato, Milano, Kaos edizioni, 1991.
  • Dossier "Piano solo", Milano, Kaos edizioni, 2005. ISBN 9788879531382.
  • Gianni Flamini, L'Italia dei colpi di Stato, Roma, Newton Compton Editori, 2007.
  • Mimmo Franzinelli, Il Piano Solo, Milano, Mondadori, 2009.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]