Brancaleone alle crociate

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Brancaleone alle crociate
Brancaleone alle crociate.JPG
Una scena del film
Paese di produzione Italia
Anno 1970
Durata 122 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere comico
Regia Mario Monicelli
Soggetto Age & Scarpelli, Mario Monicelli
Sceneggiatura Age & Scarpelli, Mario Monicelli
Produttore Mario Cecchi Gori
Fotografia Aldo Tonti
Montaggio Ruggero Mastroianni
Effetti speciali Armando Grilli
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Mario Garbuglia
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi
« Sono impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. »
(Brancaleone)

Brancaleone alle crociate è un film comico di Mario Monicelli del 1970, seguito ideale delle avventure narrate nel precedente L'armata Brancaleone.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Brancaleone da Norcia è di nuovo in viaggio, ma senza la sua banda di straccioni. Questa volta è diretto in Terra Santa, alla conquista del Santo Sepolcro. Improvvisamente Brancaleone e i suoi, fedeli al papa Gregorio, vengono attaccati dai soldati seguaci dell'antipapa Clemente: si salvano solo quattro persone e lui, il quale, disonorato per non essere morto in battaglia, invoca l'Angelo della Morte che gli si palesa. Brancaleone, spaventato dall'apparizione, ottiene comunque una proroga di sette lune per avere il tempo di morire di una gloriosa morte. La proroga gli viene eccezionalmente concessa, anzi la Morte suggerisce a Brancaleone come trovare la sua agognata fine: a poca distanza da lì, sta per commettersi un crimine contro ad un innocente. Brancaleone con il fido cavallo Aquilante si "precipita" su luogo e, dopo un combattimento rocambolesco con l'assassino, salva la vita al neonato, che stava per essere ucciso dal soldato Thorz. Scopre così dal soldato tedesco sconfitto che il bambino è il figlio di Boemondo, re normanno di Sicilia partito per le Crociate, e che è stato il fratello del re, il principe Turone di Squillace, ad ordinare di ucciderlo; cavallerescamente si impegna a riconsegnarlo al padre, anche per ricevere ricca ricompensa. Raggiunto nel frattempo dai quattro superstiti decide di riprendere con questa nuova armata (a cui si aggiunge l'infido Thorz) il suo cammino verso Gerusalemme e, tutti assieme partono per nuove avventure.

Lungo la strada la squinternata compagnia incontra un penitente da sé nominatosi "Pattume", colpevole di un peccato tanto ripugnante che non può essere rivelato ad orecchie umane; strappa dal rogo Tiburzia, una vera strega e la accoglie nel suo gruppo di sbandati, assieme ad un nano e, successivamente, un lebbroso; visita "lo Santo Romito Pantaleo", un anacoreta esperto in peccati, per far assolvere il penitente; trova un albero con delle persone impiccate, con cui riesce a parlare grazie alla strega; viene inseguito dal principe Turone e dai suoi soldati e si offre come scorta del papa (Gregorio) in visita allo stilita Colombino. Risolta con una ordalia la contesa fra papa Gregorio ed il soggiunto antipapa Clemente, Brancaleone scopre la vera identità del lebbroso, che si rivela essere la bellissima principessa Berta d'Avignone, di cui cade innamorato, suscitando così la gelosia della strega.

Finalmente l'armata arriva nel campo dei cristiani, posto sotto le mura di Gerusalemme. Brancaleone riconsegna il bimbo al padre, ma questi non riconosce il bambino come proprio, in quanto non trova la voglia sul sedere tipica di tutti i membri della stirpe. La strega deve quindi rivelarsi per ciò che è, dicendo che è stata lei a togliere la voglia, una delle sue prerogative. Convinto della cosa il Re Boemondo accoglie il bambino e l'armata presso di sé, a patto che la strega venga allontanata dal campo dei cristiani.

Il giorno successivo l'esercito crociato, falcidiato dalle malattie, si appresta a dare l'ultimo assalto alle mura della Città Santa ma, proprio nel momento dell'attacco, un'ambasceria del Califfo propone al Re di risolvere la questione con una disfida tra cinque nobili cristiani ed altrettanti nobili saraceni, proposta che viene accettata dal Re Boemondo, carente di forze fresche. Al momento della scelta Brancaleone si offre di partecipare e viene accolto tra i cinque sfidanti, ma sorge una disputa sulla sua nobiltà, che non viene riconosciuta dall'esperto Finogamo, anzi ne viene accertata la provenienza plebea e viene apostrofato come "norcino", provocando così la sua esclusione dalla tenzone e le ire delle Principessa Berta, che si allontana sdegnata dal sedicente cavaliere. Al torneo parteciperanno così quattro cavalieri, poiché mancano forze valide tra cui poter scegliere il quinto.

Parte così la disfida e si decide che il vincitore avrà il diritto di vita e di morte sullo sconfitto: ma le cose si mettono subito male per i quattro cristiani, che vengono man mano uccisi dai nemici, tra i quali si è schierato anche Turone di Squillace che si è convertito all'Islam, in aperta ostilità contro il fratello Boemondo. Sconfitto l'ultimo cristiano, la disfida sembra perduta per tutti i crociati, ma all'improvviso si precipita sul campo Brancaleone che si offre come quinto cavaliere. Il Re, vistosi perduto, si affida dunque al nuovo arrivato e lo nomina barone sul campo, permettendogli così di partecipare al duello ed anzi promettendogli Berta in sposa. L'eroico cavaliere riesce ad uccidere i quattro saraceni ed affronta così Turone, ultimo rimasto. Ma proprio mentre sta per menare il fendente decisivo, Brancaleone perde la contesa per una noce di cocco che gli cade sul capo scoperto ad opera di un maleficio della strega che, innamorata e gelosa, non può accettare che Berta diventi moglie del vincitore.

Brancaleone si risveglia dal colpo nel deserto e resosi conto di quanto successo, si convince di quanto inutile sia stato il suo peregrinare, ma quando si presenta la strega e gli spiega cosa ha fatto, si riprende e la rincorre per ucciderla; ma ecco che si ripresenta l'Angelo della Morte, che al termine delle sette lune è venuto a reclamare il suo credito: con tono soddisfatto dice di avere ucciso tutti i cristiani tranne la principessa Berta d'Avignone, il soldato Thorz (convertitosi all'Islam) ed il re Boemondo, salvato dal suo titolo regale: manca quindi solo un'anima per pareggiare il conto. Brancaleone prende la spada in pugno e affronta l'angelo della morte in duello, riuscendo perfino a sferrargli un colpo fatale. Ma l'angelo è invincibile e Brancaleone si rassegna ad essere ucciso, ma proprio nell'istante del colpo fatale la giovane strega si butta su Brancaleone e viene uccisa dalla falce della Morte, che comunque è paga: cercava un'anima e l'ha avuta.

Brancaleone riparte e poco dopo incontra una gazza, che riconosce essere la giovane strega ritornata ad una delle sue vecchie sembianze.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Secondo alcune interpretazioni, non confermate dal regista toscano, le scene con la Morte sarebbero un'evidente parodia del film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman nel quale il cavaliere Antonius Block di ritorno dal Santo Sepolcro chiede alla Morte di giocare una partita a scacchi per avere il tempo di ravvedersi e posticipare il momento fatale. Nel film di Mario Monicelli è Gigi Proietti che presta la voce alla Morte, ed è egli stesso a interpretarla nel film, irriconoscibile sotto al travestimento. Ciò viene affermato da Monicelli e confermato da Gigi Proietti nell'intervista contenuta nel DVD: «Sì, io ero sia il peccatore che la Morte. Solo che nel secondo ruolo nessuno mi ha mai riconosciuto. Avevo una maschera sotto cui grondavo di sudore nel deserto. Mi sono detto: "Ma che ci vado a fare nel deserto, se tanto nessuno mi riconosce..."».[1][2]

Nell'edizione DVD del film è presente un'intervista a Monicelli, il quale, alla domanda se la Morte fosse una citazione de Il settimo sigillo, risponde di non avere inserito il personaggio come riferimento esplicito all'opera di Ingmar Bergman, ricordando che la personificazione della Morte fosse già presente da tempo in diversi film, storici e non.

Un'altra citazione è tratta da Simon del deserto di Luis Buñuel, riconoscibile nello stilita Colombino, anch'esso interpretato da Proietti.

Incongruenze storiche[modifica | modifica wikitesto]

Brancaleone alle crociate presenta svariate incongruenze storiche, ma occorre ricordare che si tratta di una commedia basata su elementi popolari e fantasiosi, e non di un vero e proprio film storico che intenda ricostruire fatti realmente accaduti. Gli autori pertanto hanno mescolato con una certa libertà nomi e date di fantasia con qualche riferimento storico più autentico, ma sempre nel quadro di un film che rappresenta fatti e situazioni per lo più immaginari.

Quando i pellegrini vengono massacrati dal Vescovo Spadone e dai suoi uomini, siamo intorno al 1084 periodo di Clemente III, riferimento che nel film che ci permette di datare l'avvenimento. Tuttavia il motivo del massacro è teologicamente e storicamente assolutamente assurdo perché né Clemente né alcun altro Papa o Antipapa della storia ha mai cambiato il dogma trinitario.

Dato che il secondo film è la continuazione del primo, anche se spariscono Zenone, Teofilatto e l'armata in sé, o anche se nel primo film l'Ottone fosse Ottone III (imperatore dal 983 al 1002), il lasso temporale è troppo grande per far combaciare il sequel alla perfezione. Inoltre v'è da considerare che Clemente è salito al soglio come antipapa nel 1080 mentre la prima crociata è stata lanciata il 27 novembre 1095 da papa Urbano II. Gregorio VII, pontefice all'epoca storica del film, aveva idealizzato il senso delle crociate, ma non è riuscito a concretizzarla sotto il suo regno. Se l'Armata stava partecipando alla prima crociata, la seconda incongruenza è dunque palese, se invece stava partecipando ad un'ipotetica "primissima" crociata, mai realizzata, l'incastro storico sarebbe teoricamente possibile se non fosse che vengono citati re e principi che invece parteciparono alla I Crociata.

L'episodio del rogo della strega Tiburzia è da considerarsi del tutto anacronistico; infatti a quel tempo non era praticata la caccia alle streghe, un fenomeno riconducibile ai primi secoli dell'Età moderna.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

La pellicola, sequel del film L'armata Brancaleone, riscosse un certo successo, ma minore del suo predecessore. Il film, grazie alle interpretazioni di una notevole carrellata di attori "nuovi" (non presenti nel primo film), riesce a riproporre una nuova serie di irresistibili trovate comiche. Oltre al consueto Vittorio Gassman ancora una volta nei panni del mattatore, appaiono sulla scena un giovane ma già funambolico Gigi Proietti, che interpreta tre parti (il dannato Pattume, Colombino e la Morte), due comici allora emergenti, provenienti dal varietà televisivo, ovvero un esilarante Paolo Villaggio nel ruolo di Thorz l'alemanno e Lino Toffolo nella parte del traduttore Panigotto, ai quali si affiancano Stefania Sandrelli la strega, Adolfo Celi che dà il volto al re normanno Boemondo, impegnato in un comicissimo idioma siculo in rima baciata come nelle vicende dell'Opera dei Pupi (di cui sono ripresi anche i costumi per Re Boemondo e la sua corte, ispirati altresì alle carte da gioco: quando il re appare per la prima volta è circondato da quattro nobili che reggono arnesi e armi in cui ben si riconoscono i classici bastoni, spade, coppe e denari delle carte napoletane) e Gianrico Tedeschi l'eremita.

Il gruppo di sceneggiatori rimane invariato: Age, Scarpelli e Monicelli[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ dal sito Nautilus Web Magazine, intervista a Gigi Proietti, febbraio 1999. URL consultato l'8 agosto 2010.
  2. ^ da Youtube, la scena dell'incontro con la morte nel film, la voce della morte è quella di Proietti. URL consultato l'8 agosto 2010.
  3. ^ Scheda del film L'armata Brancaleone su IMDb. URL consultato l'8 agosto 2010.

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