Speriamo che sia femmina

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Speriamo che sia femmina
Speriamo che sia femmina-Drovandi.png
Catherine Deneuve, Liv Ullmann, Enio Drovandi e Athina Cenci in una scena del film
Lingua originaleitaliano
Paese di produzioneItalia, Francia
Anno1986
Durata120 min
Rapporto1.66 : 1
Generecommedia
RegiaMario Monicelli
SoggettoTullio Pinelli
SceneggiaturaMario Monicelli, Tullio Pinelli, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Suso Cecchi d'Amico
ProduttoreGiovanni Di Clemente
Produttore esecutivoBruno Ridolfi
Casa di produzioneClemi Cinematografica
Distribuzione in italianoCDE
FotografiaCamillo Bazzoni
MontaggioRuggero Mastroianni
MusicheNicola Piovani
ScenografiaEnrico Fiorentini
CostumiMario Altieri
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali

Speriamo che sia femmina è un film del 1986 diretto da Mario Monicelli.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

«Speriamo che sia femmina è un ritratto di una famiglia borghese allargata, come ce ne sono tante al giorno d’oggi, in cui i toni della commedia convivono con quelli drammatici di ogni esistenza umana trovando l’equilibrio in un tono medio, favorito dal contesto un po’ irreale della vita di campagna. Rispetto alla commedia all’italiana gli angoli sono più smussati, uniformati da uno sguardo meno aggressivo, più attento ai chiaroscuri che alle sottolineature.»

(Mario Monicelli[1])

In un grande casale della campagna toscana vive in armonia un gruppo di donne. Elena, donna energica e razionale, dirige la fattoria, mentre la domestica Fosca, pratica e di buon senso, è il vero nume tutelare della casa, che provvede alle necessità materiali di tutte. Fosca si prende cura di due ragazzine, sua figlia Immacolata e la nipote di Elena, Martina che è figlia di Claudia, famosa attrice residente a Roma, che per egoismo e necessità di lavoro ha abbandonato la ragazzina affidandola alla sorella Elena.

Un'altra donna, Franca, la figlia maggiore di Elena, appare e scompare a seconda dei fidanzati presi o lasciati. La figlia minore, Malvina, mite e sottomessa, pensa prevalentemente ad allevare e curare con affetto i cavalli della fattoria.

In questo gineceo l'unica figura maschile è il vecchio zio Gugo, rimbambito e fastidioso per i suoi colpi di testa, accudito dalla domestica. In questo ambiente irrompe il conte Leonardo, marito della padrona, sebbene i due vivano separati di comune accordo. Il motivo della visita è economico: il conte vorrebbe ristrutturare un complesso termale in disuso, di proprietà della famiglia, per trasformarlo in uno stabilimento moderno, ma mancandogli i denari per realizzare l'affare, è venuto a battere cassa. Le sue speranze vengono deluse: la moglie chiede un parere sull'affare al suo esperto fattore Nardoni, che fra l'altro è il suo amante, il quale la sconsiglia di impegnarsi in un'impresa sconsiderata.

Nel frattempo le due ragazzine sono scappate a Siena per assistere, contro la volontà e all'oscuro dei parenti, a un concerto di Ron; dunque la famiglia e il fattore si mobilitano per la loro ricerca. Poco tempo prima il conte, con lo zio Gugo alle costole, era andato a visitare un belvedere posto ai margini di un profondo dirupo. Deluso e senza i finanziamenti sperati, decide di tornare a Roma. Nel fare manovra in retromarcia sull'orlo del precipizio, chiede assistenza allo zio Gugo, che nel frattempo esegue un suo strambo "esperimento" lanciando un piccione nel vuoto e gridandogli: "Vai! Vai!"; il comando viene equivocato dal conte, che precipita nel burrone morendo sul colpo.

Il fattore Nardoni ritrova le bambine fuggite, che vengono riportate a casa, dove giunge la notizia della morte del conte. Tutti, meno lo zio Gugo, che ha riferito solo di un guasto alla macchina e ha dimenticato l'accaduto, si sentono colpevoli di essersi preoccupati delle bambine mentre il povero conte si sfracellava al belvedere. Durante il funerale compare ancora un'altra donna: Lori, amante del defunto conte, anche lei vittima indebitata per gli affari di Leonardo, la quale viene bene accolta da Elena e dalle altre donne.

Tornate a casa, Franca annuncia di aver deciso di sposare Mario Giovannini, uno squinternato studioso di canti popolari, quasi per assolversi dal rimprovero del padre, che prima di morire l'aveva biasimata per il suo modo disinvolto di vivere l'amore. Da qui si origina un reciproco rinfacciarsi di colpe e accuse per la morte del conte, che causa una crisi dei rapporti tra le donne, portando Elena a credere che ormai il legame che le univa si sia spezzato; per questo motivo, oltre che per la necessità pressante di pagare i debiti lasciati dal marito, Elena prende la decisione di vendere tutto a Nardoni rompendo così l'unità familiare tutta al femminile: Claudia, in preda a sensi di colpa per la fuga di Martina, decide di portarla a Roma con sé; Fosca progetta di raggiungere il marito, da anni emigrato in Australia; Elena, rimasta sola con Malvina, immagina il proprio futuro in un residence a Roma; per lo zio Gugo non c'è altra soluzione che l'ospizio. Gli avvenimenti , invece, porteranno le donne ad avvicinarsi ancora di più, a causa di un'ulteriore serie di delusioni da parte degli uomini: Franca, rimasta incinta di Mario, si scopre stanca della sua inconcludenza e lo lascia; anche Claudia rompe con il suo amante Cesare, che da parte sua aveva insidiato Malvina durante una visita di questa alla zia; quanto a Fosca, riceve la notizia che suo marito ha già da tempo un'altra famiglia in Australia.

Elena sente l'importanza del legame che la unisce alle altre, e a pochi minuti dall'appuntamento con il notaio decide di non vendere più il casale. Pur rimanendo la necessità di pagare i debiti e altri problemi, la piccola comunità matriarcale si dispone serenamente ad affrontare il futuro.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Il percorso per arrivare alla nascita del film fu molto lungo, all'incirca sei anni. Il soggetto di Pinelli, che raccontava addirittura di un incesto, fu molto rimaneggiato[2]. Nell'opera di Pinelli il protagonista era un proprietario terriero a Pitigliano che aveva come vicine due sorelle zitelle (soprannominate "le contesse")[3] che gestivano da sole il loro podere con la stessa forza e efficacia di uomini. Come la sceneggiatura anche la location fu cambiata. Inizialmente la località prescelta «...si trovava nella Maremma» ma il pagamento della trasferta degli attori avrebbe comportato una spesa di centinaia di milioni. Allora, riferisce Monicelli, «sono stato in giro attorno a Roma per cercare un posto qui vicino e ho trovato con Fiorentini quest’altro casale. Non è toscano, intendiamoci, ma insomma poteva andar bene...L’interno è stato molto modificato, abbiamo buttato giù certe mura, costruito degli archi, chiuso delle scale.»[4]

Per la realizzazione del film Monicelli interpellò le maggiori case di produzione dell'epoca che rifiutarono la produzione per un film che trattava di «donne che stavano in una casa di campagna, delle vicende poco "eccitanti", non c’era sesso, né comicità, né violenza...»[5] Racconta Monicelli che «Poi all'improvviso ricevetti una telefonata da un signore che non conoscevo, il giovane produttore Gianni Di Clemente[6], che mi disse: ho letto questa sceneggiatura e la vorrei fare. (...) E lui l’ha realizzata, affrontando delle spese non indifferenti, con quel cast lì. Certamente, se io l’avessi fatto con quei produttori che citavo prima, non sarebbe venuto fuori questo cast.»[5]

Stranamente poi la coproduzione francese volle che fosse indicata tra gli sceneggiatori la firma di una sconosciuta Jacqueline Lefevre «che in realtà non ha mai lavorato al film e non ha mai incontrato il regista. Ma per la coproduzione francese è indispensabile avere anche un nome francese fra gli autori.»[5]

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Lo stesso produttore s'incaricò di trovare una distribuzione per un film che nasceva senza distributori i quali, come Titanus e De Laurentis alle richieste di Gianni Di Clemente gli rispondevano: «ma che? Ancora ritorni con questo affare qui?», con lo stesso copione già rifiutato a Monicelli? Per questo «ha trovato tutte le porte chiuse, perciò ha dovuto affrontare il film senza avere la distribuzione. E anche adesso il film è distribuito a percentuale, non ha nessun minimo garantito»[5]

Il film è stato distribuito nei cinema italiani a partire dal 6 febbraio 1986. In Francia è stato distribuito dal 4 giugno dello stesso anno con il titolo Pourvu que ce soit une fille; in Brasile a partire dal 30 luglio 1987 con il titolo Tomara que seja mulher; in Germania Ovest (Hoffen wir, daß es ein Mädchen wird) e in Portogallo (Oxalá Seja Menina!) dal 27 novembre dello stesso anno; in Ungheria è stato distribuito dal 17 marzo del 1988 con il titolo Reméljük, lány lesz; in Colombia dal 28 aprile sempre del 1988.

Il 9 settembre del 1986 il film è stato presentato in Canada al Toronto International Film Festival; il 9 settembre del 1986 è stato proiettato in Francia al Villerupt Italian Film Festival.

Il film è inoltre conosciuto anche con il titolo internazionale in inglese Let's Hope It's a Girl; mentre è stato distribuito in Argentina e Spagna con il titolo Esperemos que sea mujer; in Bulgaria come Да се надяваме, че ще е момиче; in Polonia come Miejmy nadzieje, ze to bedzie córka e in Unione Sovietica come Надеемся, что будет девочка.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Il film è tutto incentrato sulla contrapposizione fra l'elemento femminile, in maggioranza per le numerose protagoniste, e quello maschile, dove i pochi rappresentanti del "sesso forte" vengono presentati come ridicoli cialtroni, sia in vita che in morte (il conte Leonardo), "bischeri" (stupidi) (Giovannini) o addirittura deboli mentali (lo zio Gugo).

«Un gioco perfetto. Di caratteri, di sentimenti, di situazioni. Con un tasso continuo d'ironia che si fa intendere tra le pieghe del racconto anche quando la nota è al dramma: la morte di Leonardo, per esempio, cui lì nessuno pensa...»

(Gian Luigi Rondi[7])

L'unica figura che sembra salvarsi, nel deludente gruppo maschile, sembra essere quella dell'equilibrato fattore, in realtà anch'esso uno strumento innamorato nelle mani di Elena.

«[...] la donna d'oggi, non più pazza per amore ma savia per dolore, la fermezza che procurano l'attaccamento alla terra e il piacere della famiglia, l'inaffidabile fragilità dei maschi.»

(Giovanni Grazzini[8])

Appare chiara la simpatia e la fiducia che il regista ha per le donne, di cui apprezza il buon senso di Elena e Fosca, la leggerezza di vivere di Franca, che si serve degli uomini e poi li abbandona tranquillamente, l'amore ingenuo e generoso di Lori, la serena mitezza di Malvina.

«Il discorso è costruito sull’assenza, la debolezza, l’egoismo dei maschi che qui appaiono falliti, svaniti o addirittura infantili. La crisi della famiglia è in realtà la crisi degli uomini in questo racconto corale che evoca sensazioni, emozioni di un tempo passato più confortante e destinato a non tornare»

(Ivana Delvino, I film di Mario Monicelli, Gremese editore, 2008, p.24.)

Da notare anche la contrapposizione che il regista mette in rilievo tra due diversi ambienti: quello rurale toscano, con il casale vecchio e accogliente, benché privo di luce elettrica e di telefono (salvo quello di barattoli e spago "inventato" dallo zio Gugo), con i buoni cibi genuini, con l'arguzia e la semplicità della vita campagnola; messo a confronto, nell'ultima parte del film, con quello romano cittadino, dove vive freneticamente Claudia, con i suoi salotti pseudo-intellettuali, i suoi deludenti amori falliti e, sullo sfondo, il continuo rumore stordente del traffico, che accompagna la sua vita.[9][10]

Il titolo del film esprime la speranza di queste donne, apparentemente fragili, invece forti e consapevoli della loro nascosta superiorità morale e fisica, che il nuovo nato atteso da Franca - rimasta incinta del "bischero" che poi non ha sposato - venga a rinfoltire le loro file e a rendere meno stupida la parte maschile del genere umano. Sembra dire, il regista: «Speriamo davvero che il mondo sia un po' più femmina».

«Viva le donne. È infatti grazie ai nostri eterni Dei che uscito un po' ammaccato dagli ultimi film, tutti incentrati su figure maschili, Mario Monicelli ci dà una delle opere più belle di tutta la sua carriera, degna d'uscire dall'orto italiano per la sua ricchezza di chiaroscuri e l'eccellenza della sua architettura.»

(Giovanni Grazzini[8])

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ in Sebastiano Mondadori, La commedia umana. Conversazioni con Mario Monicelli, Il Saggiatore, 2005, p. 236..
  2. ^ Mariano Sabatini e Oriana Marini, 2001, pp. 29- 30.
  3. ^ Così inizialmente doveva chiamarsi il film.
  4. ^ Lorenzo Codelli, 1986, p. 134.
  5. ^ a b c d Lorenzo Codelli, 1986, p. 132.
  6. ^ «Sono io che ho suggerito il titolo perché alla fine c’era questa battuta sul desiderio che il bambino fosse femmina ed ho detto: perché non lo intitoliamo così?» (Mariano Sabatini e Oriana Marini, 2001, pp.83-84)
  7. ^ Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 1º marzo 1986.
  8. ^ a b Giovanni Grazzini, Corriere della Sera.
  9. ^ Alba Parrini, La Toscana di Monicelli, in Lungarno, 1º dicembre 2015. URL consultato il 23 agosto 2018.
  10. ^ Gabriella Sirni, Speriamo che sia femmina. Orrori e splendori della famiglia nel cinema di Monicelli (PDF), su Mario Monicelli. URL consultato il 23 agosto 2018.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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