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Elena del Montenegro

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Disambiguazione – "Regina Elena" rimanda qui. Se stai cercando l'omonima nave da battaglia della Regia Marina, vedi Regina Elena (nave da battaglia).
Elena del Montenegro
La regina Elena nel 1900
Regina consorte d'Italia
Stemma
Stemma
In carica29 luglio 1900 
9 maggio 1946
PredecessoreMargherita di Savoia
SuccessoreMaria José del Belgio
Imperatrice consorte d'Etiopia
In carica9 maggio 1936 
5 maggio 1941
PredecessoreMenen Asfaw
SuccessoreMenen Asfaw
Regina consorte d'Albania
In carica9 aprile 1939 
27 novembre 1943
PredecessoreGéraldine Apponyi
de Nagyappony
SuccessoreMonarchia abolita
Nome completoJelena Petrović-Njegoš
Altri titoli
NascitaCettigne, Montenegro,
8 gennaio 1873
MorteMontpellier, Francia, 28 novembre 1952 (79 anni)
Luogo di sepoltura
Casa realePetrović-Njegoš per nascita
Savoia per matrimonio
PadreNicola I del Montenegro
MadreMilena Vukotić
Consorte diVittorio Emanuele III d'Italia
FigliIolanda Margherita
Mafalda
Umberto
Giovanna
Maria Francesca
ReligioneChiesa ortodossa
per nascita
Cattolicesimo
per conversione
Firma

Elena del Montenegro (nata Jelena Petrović-Njegoš; in serbo Јелена Петровић Његош?; Cettigne, 8 gennaio 1873Montpellier, 28 novembre 1952) è stata regina consorte d'Italia dal 1900 al 1946, come moglie del re Vittorio Emanuele III. Date le sue grandi opere di carità, come in occasione del terremoto siculo-calabrese o nei confronti dei feriti durante la Grande guerra, è ricordata anche come "regina di carità". Con la conquista dell'Etiopia, assunse il titolo di Imperatrice consorte d'Etiopia (1936 - 1941), mentre con la conquista dell'Albania assunse il titolo di Regina consorte d'Albania (1939 - 1943) [1]. È dal 2001 Serva di Dio per la Chiesa cattolica.[2]

Elena del Montenegro nel 1888.

Nacque l'8 gennaio 1873 a Cettigne, allora capitale del piccolo Montenegro, sesta figlia dei sovrani montenegrini Nicola I e Milena Vukotić; la famiglia della principessa era grandissima infatti era composta da nove figlie femmine, Zorka, Milica, Anastasia, Maria, Elena, Anna, Sofia, Ksenija e Vera, e da tre figli maschi, Danilo, Mirko e Pietro. La realtà dove crebbe Jelena Petrović-Njegoš, nome di nascita della futura regina d'Italia, era decisamente semplice, difatti la capitale Cettigne era modesta ed era poco più di un borgo di montagna, abitato da pastori. Il piccolo principato del Montenegro gravitava nell'orbita imperiale russa, inoltre le due famiglie, i Romanov e i Petrović-Njegoš, erano in cordiali rapporti. Elena ebbe come padrino di battesimo lo zar Alessandro II di Russia.

Fu educata ai valori forti dell’unione familiare. La conversazione alla tavola dei sovrani del Montenegro si svolgeva in francese e si discuteva con eguale disinvoltura di politica e di poesia. Ebbe la madrelingua Eugénie Frejainger come insegnante di lingua francese, la lingua utilizzata per volere del padre nelle conversazioni private a corte, dove la vita era austera e semplice [1]. Venne dapprima affidata alle cure di una governante, Lilian Crown (di cui non è certa la nazionalità), poi, verso il 1878, cominciò a ricevere un’educazione 'principesca' dall’istitutrice svizzera Louise Neukomm [3][4][5].

L'Istituto Smol´ńyj di San Pietroburgo.

Tra il 1882 ed il 1890 frequentò l'Istituto Smol´ńyj di San Pietroburgo, fondato da Caterina Il la Grande per le ragazze della nobiltà; qui, come già le sorelle maggiori Militza, Anastasia e Maria, ricevette un'educazione secondo i canoni della tradizione orientale e della religione ortodossa. Quelli trascorsi nell’Istituto per nobili fanciulle furono anni importanti per la formazione personale e per il debutto nell’alta società europea della futura regina.

In questi anni, infatti, Elena entrò in contatto con i figli della nobiltà russa e frequentò assiduamente la corte dei Romanov, ove venne presa in considerazione quale possibile consorte per l’erede al trono Nicola, futuro imperatore dal 1894 al 1917. Gli anni di formazione furono segnati anche da numerose difficoltà, prima tra tutte la morte, avvenuta nel marzo del 1890, della sorella maggiore Zorka, principessa Karađorđević e moglie di Pietro Karađorđević, poi re di Serbia..

Nel 1890 interruppe gli studi e fu richiamata in Montenegro dal padre, forse a causa del clamore suscitato in Russia per un duello originato da un'offesa che le era stata rivolta. Coltivò la letteratura e compose versi, di cui alcuni pubblicati nella rivista letteraria russa Nedelja, firmandosi Farfalla Azzurra. Nei viaggi all'estero le arti furono l'oggetto preferito delle sue osservazioni. Dotata di singolare attitudine per il disegno a penna e all'acquerello, promosse l'arte nel Montenegro: fu essa medesima l'autrice del disegno del monumento al principe Danilo I. Si dedicò con passione anche alla caccia e alla pesca [1][5][6].

Vittorio Emanuele di Savoia nel 1896.

All'inizio degli anni 1890, in Italia, gli ambienti politici più vicini a casa Savoia manifestavano crescenti preoccupazioni per il fatto che non s'intravedevano prospettive matrimoniali per l'erede al trono, Vittorio Emanuele, principe di Napoli. Fu soprattutto il presidente del Consiglio Francesco Crispi, su invito della regina Margherita, consorte di Umberto I, ad assumere allora concrete iniziative, attivando la diplomazia italiana affinché attingesse presso le varie corti europee informazioni al fine di trovare la consorte ideale per l'erede al trono. Al termine di questo sondaggio "Crispi aveva raccolto in un album i ritratti delle maggiori principesse europee e li aveva mandati al giovane Vittorio Emanuele aggiungendo che di tutte la più adatta, secondo lui, era quella del Montenegro" .

Alla fine dell'aprile 1895 i sovrani d'Italia, recatisi a Venezia per inaugurare l'Esposizione internazionale di belle arti, ebbero alcuni colloqui con la principessa Milena, consorte di Nicola I, giunta in compagnia delle figlie Elena ed Anna; il 2 maggio le principesse assistettero ad uno spettacolo di gala nel teatro La Fenice. Nella primavera del 1896 alla corte russa la principessa Elena s'incontrò col principe di Napoli, recatosi a Mosca per assistere all'incoronazione dello zar Nicola II. A giugno, il re Umberto I d'Italia incaricò l’ambasciatore a Vienna, Costantino Nigra, di prendere contatti con il principe Nicola del Montenegro, in quel momento di passaggio alla corte asburgica, al fine di concludere il fidanzamento. Nonostante il delicato momento politico, rappresentato dalla caduta del governo Crispi, a seguito della disfatta delle truppe italiane nella battaglia tenutasi in febbraio nei pressi della città etiope di Adua, e certe resistenze della madre di Elena, contraria all’abiura da parte della figlia, necessaria per il matrimonio, della confessione greco-ortodossa, le trattative andarono a buon fine; a favorire i negoziati fu anche la Russia, interessata a rendere più difficili i rapporti tra Italia e Austria-Ungheria, sempre tesi, anche in merito al controllo dell’Adriatico.

Fotografia della carrozza reale davanti alla Basilica di Santa Maria a Roma.
Il rito civile al Palazzo del Quirinale.

Nell’agosto 1896 Vittorio Emanuele s'imbarcò sul panfilo Gajola per andare a chiedere ufficialmente la mano alla principessa. Il 16 agosto il principe italiano arrivò a Cettigne, e, due giorni dopo, il fidanzamento dei due principi fu annunciato ufficialmente. Imbarcatasi ad Antivari sull'incrociatore Savoia, la principessa Elena giunse a Bari il 21 ottobre e nella Basilica di San Nicola [7], il santo venerato dall'Occidente e dall'Oriente cristiano, compì il rito della sua professione di fede cattolica. La notizia del fidanzamento però non fu accolta con gaudio da tutti. La più nota tra le critiche che furono allora avanzate è quella del celebre giornalista Edoardo Scarfoglio: questi il 27 settembre 1896 scrisse su Il mattino di Napoli un durissimo articolo (Le nozze coi fichi secchi) contro le imminenti nozze, che secondo lui avrebbero siglato l’unione tra un principe «di forme e di statura già poco conformi all’ideale fisico che il popolo [aveva] dei re», e una principessa, «graziosa, gentile, dolce creatura; ma non certo un’Elena greca infiammatrice di cuori».

Elena e Vittorio Emanuele si sposarono a Roma il 24 ottobre 1896, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, oggi in Piazza della Repubblica; il rito civile si svolse al Quirinale. Per l'evento fu ideato un francobollo speciale, noto come Nozze di Vittorio Emanuele III, che però non fu mai emesso, a parte rare copie circolate sotto forma di saggio. La coppia si stabilì dapprima a Firenze, nel Palazzo della Meridiana, e poi, in seguito al trasferimento di Vittorio Emanuele al comando del X corpo d’armata, a Napoli, presso la Reggia di Capodimonte. Dal matrimonio con il futuro Vittorio Emanuele III nacquero quattro figlie, Iolanda (1901-1986), Mafalda (1902-1944), Giovanna (1907-2000) e Francesca (1914-2001), e un figlio, Umberto (1904-1983), che fu l'ultimo re d'Italia [5][6][8][9].

Regina d'Italia

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Ascesa al trono

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Ritratto della regina Elena d'Italia, Arnaldo Casella Tamburini, 1902, olio su tela, collezione Palazzo del Golestan.
I nuovi sovrani su un auto nel 1900.

Quando Umberto I venne assassinato a Monza da Gaetano Bresci il 29 luglio 1900, i principi ereditari si trovavano lontani dall’Italia, in crociera verso il Pireo, e rientrarono quindi in Italia il 31 luglio; Vittorio Emanuele ascese al trono come Vittorio Emanuele III di Savoia e così Elena, regina consorte d'Italia. Il nuovo monarca, durante il discorso per il giuramento allo Statuto, l’11 agosto 1900, rese omaggio alla moglie «augusta sposa», proveniente «da una razza valorosa», devota alla «sua patria d’adozione». Lo stile di vita dei nuovi sovrani segnò una svolta rispetto alla vita sontuosa di Umberto e Margherita: i due dapprima si trasferirono nell’ala più appartata del Quirinale, la cosiddetta Manica lunga, poi decisero di acquistare una residenza sulla via Salaria, presto battezzata Villa Savoia. Con il disastro ferroviario di Castel Giubileo nella notte tra il 12 ed il 13 agosto, che coinvolse un treno speciale i cui viaggiatori avevano partecipato ai festeggiamenti per l’ascesa al trono dei due principi, cominciò il mito di Elena quale ''regina della carità'': assieme al marito si recò subito sul luogo dell’incidente per organizzare i primi soccorsi.

La regina Elena assieme alle figlie Jolanda e Mafalda all'inizio del XX secolo.

Nella corte italiana Elena, prima come principessa e poi come sovrana, conservò le abitudini della prima giovinezza, apprezzando soprattutto le gioie famigliari. Una volta sul trono infatti diede alla corte impronta di grande semplicità e modestia. Ai suoi cinque figli si è dedicata con infinita tenerezza materna, educandoli al sentimento del dovere, agli affetti famigliari, alla pietà verso i miseri. Sensibilissima alle sofferenze umane, la sovrana fu sempre, nelle sventure che colpirono il popolo, sagace confortatrice. Accorse col monarca nelle zone devastate dal terremoto calabro-siculo del 28 dicembre 1908, dando esempio mirabile di coraggio, di abnegazione, di pietà e cooperando efficacemente all'organizzazione dei soccorsi. Esortò il comandante della corazzata russa Slava a trasportare subito i feriti più gravi a Napoli, e a bordo della corazzata Regina Elena, trasformata in ospedale, prodigò la sua opera instancabile d'infermiera, creando anche accanto, sulla nave, un laboratorio, che organizzò personalmente, per la confezione del vestiario. Fondò, nei pressi di Messina, il villaggio Regina Elena. A Roma, la sovrana continuò l'opera caritatevole iniziata a nel Meridione, istituendo, tra l'altro, nel Palazzo del Quirinale, un laboratorio, da lei personalmente diretto, per la confezione di indumenti [5][6]. Sempre nel 1908, la regina partecipò al primo Congresso nazionale delle donne italiane, in cui furono affrontati importanti temi quali l’istruzione, l’assistenza, il lavoro e i diritti politici femminili. Nel 1911 ricevette la nomina di prima ispettrice della Croce Rossa italiana, tre anni dopo la fondazione dell’ente e nel 1914 incontrò le delegate del Congresso femminista internazionale, tenutosi a Roma per l’estensione del diritto di voto alle donne [5][6][8][8][9].

Grande guerra

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La regina Elena e re Vittorio Emanuele che sventola il tricolore dal Quirinale durante la Prima guerra mondiale.
I giovani Maria José del Belgio e Umberto di Savoia a Venezia nel febbraio 1918, insieme alle loro rispettive madri, la regina Elisabetta del Belgio e la regina Elena (prima a sinistra). Dalla seconda metà degli anni '10 e per tutti gli anni '20 le due famiglie reali organizzarono incontri via via sempre più frequenti per poter realizzare il loro fidanzamento. (Foto di Giovanni Scarabello / Fondazione Musei Civici di Venezia - Archivi fotografici)

Non appena l'Italia fece il suo ingresso nella Prima guerra mondiale, affianco alla Triplice Intesa, il Palazzo del Quirinale divenne l'Ospedale territoriale n. 1, organizzato con alto intelletto dalla sovrana. La residenza reale fu trasformata nell'ospedale rispondente alle esigenze più moderne della terapia, mediante lavori eseguiti per conto della Real Casa e diretti dalla regina. L'ospedale fu costituito il 16 luglio 1915 e poté contenere circa 250 letti e fu destinato principalmente a feriti di truppa. Dovunque era presente sempre vigile lo spirito animatore e benefico della regina Elena che seguì la malattia di ogni degente, vegliò al letto dei più gravi; accorse nel suo ospedale in qualunque ora del giorno e della notte, dirigendo, sorvegliando, sostituendo spesso di persona le infermiere, quando occorreva, nelle più umili mansioni. La sovrana provvide efficacemente all'assistenza morale dei soldati, prima ancora che fossero dalle autorità militari impartite istruzioni e sorgessero iniziative in proposito. Venivano quotidianamente distribuiti a tutti giornali e riviste e una biblioteca di circa 750 volumi era a disposizione dei malati; inoltre furono tenuti cicli di conferenze illustrate da proiezioni cinematografiche e organizzata una scuola di musica. Si cercò di applicare in adatti lavori manuali i militari che ne avevano la possibilità: così si istituì un piccolo laboratorio da falegname, un altro per la confezione di sigarette destinate ai soldati al fronte.

I sovrani Elena e Vittorio Emanuele di Savoia e il figlio Umberto nel 1915.

La regina, che fin dall'inizio si era particolarmente interessata ai mutilati di guerra, nel 1917 volle che l'ospedale del Quirinale fosse ad essi unicamente destinato. Fu così adibito a sezione di primo (cure chirurgiche) e secondo (cure fisiche) concentramento dei mutilati di guerra appartenenti al IX Corpo d'armata. Per iniziativa della sovrana ebbero maggiore incremento i laboratori e scuole già esistenti e altri ne sorsero per lavori in metallo, in pirografia o in cuoio; a complemento delle scuole di cultura elementare non mancarono conferenze istruttive. Nelle scuole come nei laboratori, Elena con la sua presenza incoraggiò insegnanti ed alunni, provvide largamente il materiale, premiò i diligenti. L'opera di assistenza morale fu completata da rappresentazioni teatrali, proiezioni cinematografiche, feste nel giardino del Quirinale e a Villa Savoia, doni e sussidi. L'ospedale del Quirinale cessò di funzionare il 23 aprile 1919, dopo aver curato 2648 feriti, tra i quali 1831 grandi invalidi.

Tra le benefiche iniziative della regina durante la guerra 1915-1918 è la fondazione Elena di Savoia, per borse di studio ai figli dei ferrovieri morti o mutilati in servizio ferroviario o militare durante il conflitto. La sovrana volle, e ne diede per prima l'esempio, che le donne italiane si privassero di qualche monile a vantaggio dei figli di coloro che si erano sacrificati per la patria: si raccolsero 18.522 gioielli, che furono posti in lotteria. Col patrimonio di 3.445.950 lire la fondazione Elena di Savoia iniziò il 1° gennaio 1920 la sua opera, che tuttora continua.

La regina Elena d'Italia nel 1918.

L’interesse per la cura di malattie gravi e degenerative, e per la medicina in generale, portò la regina d'Italia a sostenere numerose iniziative, tra le quali la creazione dell’Istituto nazionale tumori regina Elena di Roma e del reparto infantile presso l’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano. Fu anche impegnata in prima persona nella ricerca di nuove cure contro l’encefalite letargica; la sua tesi (priva però di fondamento scientifico) che contro questa malattia fosse efficace un 'decotto' a base di belladonna (detto cura bulgara perché sperimentato per la prima volta in quel Paese), le avrebbe meritato, il 2 giugno 1941, la laurea in medicina e chirurgia ad honorem. Non solo nei momenti gravi per l'Italia, ma continua si esplica l'attività filantropica della regina Elena. Ella non si limitava a concedere patronati, ma era solita dare la sua personale direttiva, come, ad esempio, per l'organizzazione della terza giornata della Croce Rossa, il 14 giugno 1931 [5][6][8][9].

La regina imperatrice Elena di Savoia.

Nei confronti del Fascismo, la regina Elena non ostentò un particolare favore, in questo distinguendosi dalla suocera, la regina madre Margherita di Savoia, che non aveva, fin dall'inizio, nascosto il suo appoggio a Mussolini. Nel corso del Ventennio non pare che i rapporti con Mussolini siano "mai andati più in là delle occasioni ufficiali e dei piccoli favori che Elena chiedeva per i suoi protetti e il capo del governo subito esaudiva" (Cesarini, E. la moglie del re, p. 186). L'unico atto pubblico veramente importante che la sovrana compi in appoggio al regime fu l'adesione da lei data, nel 1935, alla campagna per la raccolta dell'oro, in occasione della campagna d'Etiopia. Il 2 dicembre di quell'anno con una lettera al Duce, a cui si rivolgeva chiamandolo "Signor Presidente", preannunciò l'intenzione di donare il proprio anello nuziale. Divenne cosi patronessa della "giornata della fede", che si tenne il 18 dicembre.

Nell'occasione, davanti al monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, ebbe luogo una cerimonia, enfatizzata dalla propaganda fascista, durante la quale la regina Elena pronunciò un breve discorso esortando gli Italiani a seguire il suo esempio per sostenere le ingenti spese della guerra in Etiopia. Con la conquista dell'Etiopia, ad Elena venne conferito il titolo di Imperatrice consorte d'Etiopia; successivamente acquisirà anche il titolo di regina consorte d'Albania, con la conquista di quest'ultima da parte delle truppe italiane, nella primavera del 1939.

Elena e Vittorio Emanuele III si dirigono verso la Cappella Paolina per la consegna della Rosa d'oro, onorificenza vaticana.

Il 7 marzo 1937 Elena ricevette da papa Pio XI la Rosa d’oro, un'onorificenza concessa dai papi a sovrani o a santuari come segno di speciale distinzione. Il 1938 fu l’anno in cui, dopo la pubblicazione del manifesto degli scienziati razzisti e il censimento della popolazione ebraica, il regime portò avanti, con la promulgazione delle leggi razziali, una successione di norme antisemite. Nei confronti di tale legislazione e della firma da parte del marito, Elena non assunse mai una posizione ufficiale, rimanendo nell’ombra, anche se sembra sia intervenuta, attraverso contatti e conoscenze, in aiuto di alcuni ebrei. Più decisa, invece, fu la posizione assunta dalla regina in difesa delle popolazioni rom e sinti, come ricordato dal poeta e partigiano italiano di etnia sinti estrekaria Vittorio Mayer, vittima insieme alla famiglia delle persecuzioni nazi-fasciste contro i popoli romaní [8].

La consegna ufficiale della corona d'Albania al re Vittorio Emanuele III.

Il 27 novembre 1939, cioè tre mesi dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale [10], Elena preparò una lettera destinata alle regine di sei paesi europei ancora non coinvolti nel conflitto. Richiamandosi alla cosiddetta "pace delle dame" del 1529, si rivolgeva alle sovrane di Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Danimarca, Iugoslavia e Bulgaria "al fine di ottenere che le ostilità siano sospese e che gli sforzi siano uniti affinché si raggiungano accordi e pace duratura" (Barneschi, E. di Savoia, p. 252). Portata a conoscenza del Duce, l'iniziativa venne da questo ritenuta improponibile. "Le circostanze attuali - scriveva Mussolini alla regina - e l'esperienza di tentativi recenti non consigliano di promuovere adesso l'iniziativa di un congresso internazionale di pace, e in queste circostanze l'appello di V. M. non avrebbe quello svolgimento pratico che solo potrebbe portare al raggiungimento degli alti fini che V. M. si propone" (ibid., p. 253).

La regina Elena nel 1937 circa.
La regina Elena di Savoia, seconda da destra, all'apertura della XXX legislatura.

Al veto opposto da Mussolini, Elena fece seguire un altro discreto sondaggio rivolto al re Leopoldo III del Belgio, il quale rispose auspicando un'esplicita iniziativa dell'Italia in favore della pace. Chiamato in causa ancora una volta, Mussolini ribadì la improponibilità di un tale piano. Ispirata ad una visione dei rapporti internazionali non più corrispondente alla realtà, ed anche per questo destinata all'insuccesso, l'iniziativa assunta dalla sovrana resta rivelatrice di un aspetto significativo della sua personalità. Rimane peraltro da stabilire quale fu nella circostanza il ruolo del re Vittorio Emanuele III, se e in che misura egli incoraggiò e sostenne l'iniziativa. È da ritenersi assai probabile che l'appoggio del sovrano sabaudo non sia mancato, poiché riesce difficile credere che la regina abbia potuto godere in quell'occasione di un'autonomia d'intervento in campo politico quale mai ebbe e mai le venne riconosciuta.

Significativo è in proposito l'episodio narrato da un funzionario del Quirinale: "Il 28 maggio 1941 Vittorio Emanuele deplorò che il generale Cavallero si fosse sentito in obbligo di informare Elena dell'imminente sbarco a Creta di un battaglione italiano. In tale circostanza si era espresso cosi: "Alle donne non bisogna dir nulla"" (Mureddu, Il Quirinale del re, p. 111). A differenza della futura e successiva regina Maria Josè, moglie del principe ereditario Umberto, che ebbe contatti con esponenti dell'antifascismo, la regina Elena rimase estranea alle vicende che precedettero la caduta del fascismo e che ebbero come scenario gli ambienti di corte. Alcune testimonianze riferiscono che protestò con il re per il modo in cui era avvenuto l'arresto di Mussolini a Villa Savoia (Barneschi, p. 261).

Durante il conflitto fu costantemente al fianco del marito: lo seguì a Brindisi dopo l’8 settembre 1943, in tale occasione esercitò la sua influenza sul figlio Umberto, deciso a tornare nella capitale, dicendogli «Beppo tu n’iras pas, on va te tuer», "Beppo, non te ne andrai, ti uccideranno", (Regolo 2002, p. 656), e assieme a lui fu colpita dal lutto per la scomparsa della figlia Mafalda, morta prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald il 28 agosto 1944 [5][6][8][9].

Le tombe della regina Elena e di Vittorio Emanuele III al Santuario di Vicoforte.
La tomba della regina a Montpellier.

Dopo la fine della guerra condivise la sorte del re, che aveva abdicato a Napoli il 9 maggio 1946. Lo stesso giorno, gli ex sovrani, con il titolo di conti di Pollenzo, partirono sull’incrociatore Duca degli Abruzzi alla volta dell’Egitto, meta scelta per l’esilio. Stabilitisi ad Alessandria, presso una villa battezzata Jela (diminutivo di Jelena), i coniugi condussero vita privata fino alla morte di Vittorio Emanuele, avvenuta il 28 dicembre 1947.

Gravemente ammalata di tumore, Elena si trasferì in Francia, a Montpellier, per essere curata dall’oncologo Paul Lamarque. Morta il 28 novembre 1952, fu seppellita nel cimitero Saint-Lazaire della cittadina francese. Dall’amministrazione di Messina le venne dedicato un monumento, inaugurato il 26 giugno 1960, opera dello scultore Antonio Berti. Grazie al nullaosta della presidenza della Repubblica, le spoglie della regina Elena e di re Vittorio Emanuele sono state tumulate il 15 dicembre 2017 nella cappella di San Bernardo del Santuario di Vicoforte, a Cuneo, a fianco di quelle del marito, giunte in Italia due giorni dopo [5][6][8][9]. È dal 2001 Serva di Dio per la Chiesa cattolica.[2]

Riconoscimenti

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  • È tra le personalità di Casa Savoia ricordate in modo positivo dall'opinione pubblica, anche dopo l'avvento della Repubblica. Per la sua vicinanza ai malati e per la sua grandissima umanità, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, il Ministero delle Comunicazioni ha emesso un francobollo commemorativo che la ritrae, associando la sua figura alla lotta contro il cancro [11]. Nel 1960, a ricordo del suo aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto, le fu innalzato a Messina, con pubblica sottoscrizione, un grande monumento in marmo bianco di Carrara, opera dello scultore Antonio Berti [5].
  • A Montpellier nel 1989, è stato innalzato un busto costruito con i fondi raccolti dall’Associazione Internazionale Regina Elena, mentre si possono trovare tre altri busti in onore della Regina Elena a Sanremo nei giardini della Chiesa russo ortodossa, a Cetinje nel giardino dell’ospedale Danilo I e Valdieri, Frazione Sant'Anna, nella Pineta Reale, inaugurato il 24 agosto 1996. A Podgorica nell’area tra il castello di Petrović a Kruševac e il parco dei bambini, è stato innalzata una statua in ricordo della Regina Elena a opera dello scultore accademico montenegrino Adin Rastoder. Un rilievo in bronzo dedicato a Elena del Montenegro si trova nel Museo Nazionale di Palazzo Reale, collezione di Casa Savoia, a Pisa.[12]
  • L’amaro Montenegro, una famosa bevanda alcolica, venne così chiamato in onore della Regina in occasione delle sue nozze nel 1896 [13].
  • La tenerina, detta anche torta regina del Montenegro o Montenegrina in onore della regina Elena, è un dolce di forma arrotondata tipico del Ferrarese [13].
  • Nel 2013 il Montenegro ha emesso un francobollo in suo onore [13].
  • Nel 1960 la città di Messina ha mostrato la sua riconoscenza alla regina Elena erigendo un monumento che la raffigura. La statua, in marmo bianco di Carrara, è opera dello scultore Antonio Berti ed è posta su un basamento ai cui lati, tre bassorilievi in bronzo testimoniano l’aiuto portato dalla regina alla città (1908) colpita da un devastante terremoto [13].
  • A Sanremo nei giardini della chiesa russo ortodossa sorge un monumento a re Vittorio Emanuele III e alla regina Elena. La bellezza discreta della sovrana è messa in risalto dai gioielli della corona creati dal gioielliere Musy di Torino. La folta capigliatura è raccolta e coronata dal gran diadema di diamanti e perle a goccia mentre al collo indossa la magnifica collana a festoni in diamanti a taglio circolare e l’immancabile lungo filo di perle dono della suocera la regina Margherita di Savoia. Accanto il busto di re Vittorio Emanuele III. Le sculture sono opera di due conosciuti artisti che lavorarono in città per alcuni anni; quello della regina è opera del disegnatore Emilio Monti e fu fuso nel 1939 presso le fonderie Johnson di Milano mentre quello del re è dello sculture Vincenzo Pasquali, autore di un altro busto del sovrano custodito nel museo civico di Sanremo e fu commissionato negli anni 1930 con tutta probabilità per essere collocato nel nuovo campo sportivo Littorio. Con la caduta della monarchia i busti giacquero dimenticati per oltre quaranta anni in un polveroso magazzino e solo nel 1989 furono collocati nel giardino della chiesa russo ortodossa [13].
  • A Cetinje, in Montenegro, vi è nel giardino dell’ospedale Danilo I un busto a Elena di Savoia [13].
  • A Sant’Anna di Valdieri (CN) vi è un monumento alla regina Elena nella Pineta Reale, inaugurato il 24 agosto 1996 [13].

Elena del Montenegro e Vittorio Emanuele III di Savoia ebbero quattro figlie e un figlio:

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Stanko Petrović-Njegoš Sava Petrović-Njegoš  
 
Angelika Radamović  
Mirko Petrović-Njegoš  
Krstinja Vrbica  
 
 
Nicola I del Montenegro  
Drago Martinović Pero Nikov Martinović[14]  
 
 
Anastasija Martinović  
Stana Martinović  
 
 
Elena del Montenegro  
Stevan Perkov Vukotić Perko Šaletić Vukotić  
 
Rizna Nikčević  
Petar Vukotić  
Stana Milić  
 
 
Milena Vukotić  
Tadija Vojvodić  
 
 
Jelena Vojvodić  
Milica Pavićević  
 
 
 

Onorificenze straniere

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Laurea honoris causa in Medicina - nastrino per uniforme ordinaria
Laurea honoris causa in Medicina

Altre distinzioni

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Filmografia su Elena del Montenegro

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  1. 1 2 3 Giorgio Castelli, Elena di Savoia: Cettigne 1873 - Montpellier 1953, su enciclopediadelledonne.it, 2024. URL consultato il 30 agosto 2025.
  2. 1 2 Elena di Savoia, riparte la causa di beatificazione, su avvenire.it.
  3. Èlena di savoia regina d'italia - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 1º dicembre 2025.
  4. Sapere.it, Èlena (regina d'Italia) su Enciclopedia | Sapere.it, su www.sapere.it. URL consultato il 1º dicembre 2025 (archiviato dall'url originale il 1º dicembre 2024).
  5. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 SAVOIA, Elena di - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 1º dicembre 2025.
  6. 1 2 3 4 5 6 7 ELENA di Savoia, regina d'Italia - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 1º dicembre 2025.
  7. A Madonnella una stradina chiusa nasconde un pezzo della Bari ottocentesca: è Vico Cettigne, su Barinedita. URL consultato il 31 gennaio 2025.
  8. 1 2 3 4 5 6 7 enciclopedia delle donne: Elena di Savoia, su https://www.enciclopediadelledonne.it. URL consultato il 1º dicembre 2025.
  9. 1 2 3 4 5 ELENA Petrovic njegoš, regina d'Italia - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 1º dicembre 2025.
  10. L'invasione tedesca della Polonia e la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna e della Francia alla Germania furono di fatto in seguito riconosciuti dagli storici come la causa dell'inizio della seconda guerra mondiale.
  11. Copia archiviata, su comunicazioni.it. URL consultato il 14 aprile 2007 (archiviato dall'url originale il 4 giugno 2006).
  12. Amici del Montenegro - Elena di Savoia, su amicidelmontenegro.it.
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  • Alberto Lumbroso, Elena di Montenegro Regina d'Italia, Quaderni di cultura sabauda, Edizione La Fiamma fedele e di Fiamme Gialle d'Italia, 1935.
  • Isabella Pascucci, Elena di Savoia nell'arte e per l'arte. Iconografia e storia della seconda Regina d'Italia, Daniela Piazza Editore, Torino, 2009.
  • Cristina Siccardi, Elena. La regina mai dimenticata, Paoline Editoriale Libri, Milano, 1996.
  • Cristina Siccardi, Elena. La regina mai dimenticata, Fabbri Editori-RCS Libri, collana Le grandi biografie, Milano, 2000.
  • Renato Barneschi, Elena di Savoia, Rusconi editore, Milano, 1986.
  • Giulio Vignoli, La vicenda italo-montenegrina, Ecig, Genova 2004.
  • Suor X, Fioretti di Montpellier, Montpellier, 1962 (elenca le opere benefiche compiute a Montpellier dalla defunta Sovrana).
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  • Gioacchino Volpe, Scritti su Casa Savoia, Volpe editore, Roma, 1983, pag. 197 ss.
  • Carlo Delcroix, Quando c'era il Re, Rizzoli, Milano, 1959, pag. 131 ss.
  • Giovanni Artieri, Il tempo della Regina, Sestante, Roma, 1950.
  • Paolo Mazzarello, L'erba della Regina, Bollati Boringhieri, Torino, 2013.
  • Epoca – Settimanale politico di grande informazione (numero speciale dedicato a Elena di Savoia), n. 114, Mondadori, 13 dicembre 1952.

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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Predecessore Regina consorte d'Italia Successore
Margherita di Savoia 29 luglio 1900 - 9 maggio 1946 Maria José del Belgio

Predecessore Imperatrice consorte d'Etiopia Successore
Menen Asfaw 9 maggio 1936 - 27 settembre 1943 Menen Asfaw

Predecessore Regina consorte d'Albania Successore
Géraldine Apponyi de Nagyappony
come Regina degli Albanesi
9 aprile 1939 - 27 settembre 1943 Titolo abolito
Controllo di autoritàVIAF (EN) 38256597 · ISNI (EN) 0000 0000 6147 2707 · SBN RAVV059613 · BAV 495/40457 · LCCN (EN) n82047623 · GND (DE) 119503980 · BNF (FR) cb12227880k (data) · J9U (EN, HE) 987012469375405171