Lyda Borelli

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Lyda Borelli in costume da Salomè.

Lyda Borelli (Genova, 26 marzo 1884Roma, 2 giugno 1959) è stata un'attrice e diva del cinema muto italiana.

La carriera artistica[modifica | modifica wikitesto]

Nata a Rivarolo (che, al tempo, era Comune autonomo, poi confluito nel 1926 nella città di Genova) il 26 marzo 1884 e morta a Roma il 2 giugno 1959[1], proveniva da una famiglia di artisti, dato che il padre Napoleone, la madre Cesira Banti e la sorella Alda erano attori. Lei cominciò la sua carriera in teatro, dove debuttò bambina ne I due derelitti in coppia prima con Paola Pezzaglia, poi con Mercedes Brignone.[2] Dopo numerosi ruoli minori, nel 1904 fu scritturata come prima attrice giovane nella compagnia Talli-Gramatica-Calabresi e debuttò, nel ruolo di Favetta, ne La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio. Nel 1905 recitò accanto ad Eleonora Duse nella Fernanda di Victorien Sardou, interpretando il ruolo di protagonista: lo spettacolo rappresenta per lei la consacrazione come una tra le più giovani e famose attrici del teatro italiano.

Lyda Borelli nel 1913

Nel 1912 diventa capocomica nella compagnia Piperno-Borelli-Gandusio, diretta da Flavio Andò. La giovane attrice interpreta alcuni ruoli che la renderanno celebre (soprattutto durante le tournée in Spagna e in Sudamerica), come il personaggio di Salomè nell'omonima pièce di Oscar Wilde.

Il 1913 è l'anno del suo debutto cinematografico: diretta da Mario Caserini, interpreta Elsa Holbein in Ma l'amor mio non muore!, accanto a Mario Bonnard. Considerato come il primo "diva film" del cinema italiano, Ma l'amor mio non muore! ebbe un grandissimo successo e Lyda Borelli diventò subito una diva amata e ammirata dal pubblico. Nacquero neologismi come "borellismo"[3] e "borelleggiare"[4] per descrivere il fenomeno di imitazione che aveva scatenato nel pubblico femminile. La sua fama era eguagliata solo da Francesca Bertini, l'altra diva del cinema muto italiano.

Antonio Gramsci, uno dei primi intellettuali italiani ad occuparsi del nuovo fenomeno del divismo cinematografico, scrisse di lei: "La Borelli è l'artista per eccellenza della film in cui la lingua è il corpo umano nella sua plasticità sempre rinnovantesi"[5].

Analizzando sia lo stile recitativo che l'immagine che la diva creò per se stessa emerge un forte legame con le correnti simboliste, connotate dal gusto liberty e da quello del decadentismo. Le sue pose enfatiche, caratterizzate da un'espressività intensa e accuratamente studiata, dimostrano come la diva sia stata fortemente influenzata dal fenomeno del modernismo (Borelli richiama soprattutto l'estetica dei preraffaelliti, giocando con la somiglianza fisica tra lei ed Elizabeth Siddal, la celebre musa di Dante Gabriel Rossetti).[senza fonte]

La carriera cinematografica di Lyda Borelli fu intensa ma molto breve: dal 1913 al 1918 interpretò in totale tredici film. Dopo il successo di Ma l'amor mio non muore! interpretò una donna aviatrice (il cui nome è Lyda) in La memoria dell'altro (diretto da Alberto Degli Abbati nel 1913), ancora una volta accanto a Mario Bonnard. I film successivi, diretti da Carmine Gallone, sono quasi tutti soggetti che l'attrice aveva già interpretato con successo a teatro: La donna nuda (1914, tratto dal dramma di Henri Bataille), Fior di male (1915), La marcia nuziale (1915), La Falena (1916), Malombra (1917), La storia dei tredici (1917). Borelli fu diretta anche dal celebre Enrico Guazzoni in Madame Tallien (1916), unico film in costume della sua carriera.

Una delle interpretazioni forse più celebri della diva è quella della contessa Alba d'Oltrevita in Rapsodia Satanica (1917), diretto da Nino Oxilia. Accompagnato dalla musica composta da Pietro Mascagni e basato sul testo poetico composto da Fausto Maria Martini, il film è caratterizzato da connotazioni simboliste e decadenti (la vecchia contessa Alba d'Oltrevita stringe un patto con Mefisto: potrà ritornare giovane e bellissima, ma in cambio deve promettere di non innamorarsi. La contessa non rispetta il patto: si innamora di un uomo e provoca la morte del fratello del suo amato, anch'egli innamorato di lei. Ormai abbandonata da tutti, torna tra le braccia di Mefisto e ridiventa una donna anziana e sola).

Nel 1918 fu diretta da Amleto Palermi in Carnevalesca, un film dal forte contenuto simbolico basato su una sceneggiatura di Lucio D'Ambra, e interpretò due documentari di propaganda bellica oggi perduti: L'altro esercito (intitolato anche La leggenda di Santa Barbara) e Per la vittoria e per la pace!.

Nel mese di giugno del 1918 si sposò con il conte e industriale Vittorio Cini e si ritirò per sempre dalla scena fino a che, col passare del tempo, la sua figura venne quasi del tutto dimenticata. Complice anche la gelosia del marito che cercò di fare sparire dalla circolazione tutti i suoi film. Dal matrimonio nacquero 4 figli: Giorgio (morto in un tragico quanto imprevisto incidente aereo), le gemelle Yana e Ylda infine Mynna. Morì il 2 giugno 1959 a Roma ed è oggi sepolta, insieme al marito, nel cimitero monumentale della Certosa di Ferrara.

A Bologna le è stata intitolata la "Casa di riposo per artisti drammatici", in Via Saragozza 236, di fianco al Teatro delle Celebrazioni.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Lyda Borelli in una fotografia di Mario Nunes Vais

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Rivista Oggi, 11 giugno 1959, anno XV, n. 24
  2. ^ Antonio Cervi, Senza maschera - Attori e attrici del teatro italiano, Bologna, Licinio Cappelli Editore, 1919.
  3. ^ A. Panzini, Dizionario moderno, Milano, Hoepli, 1923
  4. ^ A. Panzini, Dizionario moderno, Milano, Hoepli, 1923
  5. ^ Antonio Gramsci, In principio era il sesso..., 16 febbraio 1917, in Cronache Torinesi, 1913-1917, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi, 1980, pp. 853-855.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cristina Jandelli, Le dive italiane del cinema muto, Palermo, L'Epos, 2006.
  • Martina Gandolfi, Lyda Borelli e il modernismo nell'arte europea tra Otto e Novecento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, 2014.

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