Vittorio Cini

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Vittorio Cini
Vittorio Cini.gif

Ministro per le Comunicazioni
Durata mandato 6 febbraio 1943 –
24 luglio 1943
Capo di Stato Vittorio Emanuele III
Presidente Benito Mussolini
Predecessore Giovanni Host-Venturi
Successore Giuseppe Peverelli

Senatore del Regno d'Italia
Legislature XXX

Dati generali
Partito politico Partito Nazionale Fascista
Titolo di studio Laurea in economia e commercio
Professione Imprenditore

Vittorio Cini, Conte di Monselice (Ferrara, 20 febbraio 1885Venezia, 18 settembre 1977), è stato un politico e imprenditore italiano. Gli era attribuito uno dei patrimoni italiani più cospicui dei suoi anni.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La casa di Vittorio Cini a Venezia in una foto di Paolo Monti del 1969

Ereditò dal padre alcune cave di trachite nel Veneto ed alcuni terreni nel Ferrarese. Studiò economia e commercio in Svizzera, in Italia fu il primo a intraprendere importanti opere di bonifica (Pineta di Destra e Giussago) per strappare le terre all'erosione del mare. Compì lavori di canalizzazione e progettò una rete per la navigazione interna della Valle Padana.

Partecipò alla prima guerra mondiale, poi si dedicò a valorizzare la sua città d'adozione, Venezia, che volle non fosse più considerata unicamente un grande museo, ma anche un centro di nuovo benessere: fu così che gettò le basi per la costruzione del porto industriale di Marghera.

Nel periodo tra le due guerre Cini fu con Giuseppe Volpi uno dei principali esponenti del cosiddetto "gruppo veneziano", di cui fu la "mente finanziaria". Le sue attività industriali si svilupparono principalmente nei settore finanziario, siderurgico, elettrico, marittimo, turistico, assicurativo.

Gli venne affidata, più tardi, la gestione delle acciaierie ILVA, in pessime condizioni economiche. Dal 1936 al 1943 fu Commissario Generale dell'Esposizione Universale di Roma: E42. Venne insignito il 16 maggio 1940 del titolo di Conte di Monselice[1].

Ministro per le Comunicazioni nel febbraio 1943 (ultimo gabinetto Mussolini), lasciò la carica dopo 6 mesi per profonde divergenze con il capo del governo. Dopo l'armistizio dell'8 settembre venne catturato dai tedeschi e internato a Dachau, da dove il figlio Giorgio (che aveva ricavato del denaro vendendo tutti i gioielli della madre, l'attrice Lyda Borelli) riuscì a farlo evadere corrompendo i guardiani delle SS.

Nel 1949 il figlio morì in un incidente di volo e Vittorio Cini dedicò da allora la sua vita a opere di filantropia. Domandò e ricevette in concessione dallo Stato un'intera isola, quella di San Giorgio, davanti alla riva di piazza San Marco; dopo aver finanziato gli importanti lavori di restauro necessari, istituì la Fondazione Giorgio Cini, centro d'arte e di cultura, sede di istituti di preparazione professionale e di addestramento dei giovani alla vita sul mare.

Egli fece parte del consiglio di amministrazione della Sade dal 1924 al 1943. Nel 1953, alla morte del presidente della società, Achille Gaggia - stretto e fedele collaboratore di Volpi e del "gruppo veneziano"-, assunse la presidenza della società elettrica, nazionalizzata nella sua branca idroelettrica formalmente nel dicembre 1962 e concretamente nel giugno 1963, e che mantenne fino all'incorporamento della Sade (Finanziaria/Gruppo) nella Montecatini, decisa nell'agosto 1964 e avvenuta nel 1966.

Fu presidente della SADE dal 1953 al 1964, quindi dal periodo della progettazione e costruzione della diga del Vajont e anche oltre il disastro del Vajont - e come tale fu chiamato a deporre in tre circostanze. Nella prima, il 5 giugno 1967, dal giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, nel corso dell'istruttoria formale che si era aperta nel febbraio 1964. Una seconda volta, il 20 luglio 1968, dal sostituto procuratore della Repubblica di Venezia Ennio Fortuna, in occasione del procedimento penale apertosi «a carico di Biadene ed altri» con un esposto presentato dall'avvocato Alberto Scanferla al procuratore generale della Corte d'appello di Venezia per "truffa" concernente il passaggio dell'impianto del Vajont dalla Sade all'Enel. Un terzo interrogatorio si verificò il 14 maggio 1969 durante il dibattimento nel processo di primo grado a L'Aquila.

Dalla prima moglie, oltre all'erede Giorgio, ebbe anche le figlie Minna (1920) e le gemelle Ylda (1924) sposata a Giacinto Guglielmi, marchese di Vulci, e Yana, sposata a Fabrizio, 3º principe Alliata[2]. In seconde nozze si sposò con la Marchesa Maria Cristina Dal Pozzo di Annone.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1975
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1975
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
— 1975
Cavaliere del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere del lavoro
— 6 giugno 1959[3]

Archivio[modifica | modifica wikitesto]

La documentazione d'archivio prodotta da Vittorio Cini nel corso della sua attività imprenditoriale è conservata parte presso il fondo ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE (estremi cronologici:1933-1954, con docc. dal 1922)[4] dell'Archivio Centrale dello Stato in Roma, parte nel fondo Ilva Alti Forni e Acciaierie d'Italia (estremi cronologici: 1899-1959)[5] della Fondazione Ansaldo (Gruppo Finmeccanica)[6] di Genova e parte nel fondo Società telefonica delle Tre Venezie - Telve (estremi cronologici: 1923-1971)[7] della Fondazione Telecom Italia di Torino[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tina Merlin, Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, 4ª ed., Cierre Edizioni, settembre 2001, pp. 62, ISBN 88-8314-121-0.
  2. ^ Genealogia
  3. ^ Vittorio Cini, su Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. URL consultato il 12 giugno 2016.
  4. ^ fondo ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE, su GGASI. Guida Generale degli Archivi di Stato. URL consultato il 20 aprile 2018.
  5. ^ fondo Ilva Alti Forni e Acciaierie d'Italia, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 20 aprile 2018.
  6. ^ Fondazione Ansaldo (Gruppo Finmeccanica), su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 20 aprile 2018.
  7. ^ fondo Società telefonica delle Tre Venezie - Telve, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 20 aprile 2018.
  8. ^ Fondazione Telecom Italia, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 20 aprile 2018.

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