Auguste e Louis Lumière

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Auguste (a sinistra) e Louis Lumière nel 1900

I fratelli Auguste Marie Louis Nicolas Lumière (Besançon, 19 ottobre 1862Lione, 10 aprile 1954) e Louis Jean Lumière (Besançon, 5 ottobre 1864Bandol, 6 giugno 1948) sono stati due imprenditori, cineasti e produttori francesi, inventori del cinématographe e dell'autochrome. Ricordati soprattutto per essere tra i primi registi della storia del cinema.

Nati a Besançon, figli del fotografo e pittore Antoine Lumière, poco dopo si trasferirono a Lione, dove il padre aprì un piccolo laboratorio fotografico. Prima di dedicarsi al lavoro nell’officina paterna, entrambi si diplomarono alla più prestigiosa scuola tecnica di Lione: La Martinière.[1] Nel 1881, ancora prima di terminare gli studi, Louis riuscì a migliorare la lastra secca e brevettò l’Etiquette Bleue. L’etichetta blu era una lastra fotografica in grado di catturare la realtà con un'esposizione di soli sessanta secondi.[2][3] La loro nuova invenzione ebbe sin da subito un grandissimo successo e la libertà economica che gli diede, gli permise di dedicarsi allo studio della cinematografia.[4]

Quella che era iniziata come una semplice passione, ben presto si trasformò in ciò che li renderà più famosi.[4] Il 13 febbraio 1895 brevettarono il Cinématographe Lumière, un macchinario in grado sia di riprendere che proiettare. Con questa loro nuova invenzione registrano dieci film, che il 28 dicembre successivo proiettarono di fronte a un pubblico pagante, al Salon indien du Grand Café di Parigi.[5][6] Per una semplicistica convenzione storica si fa coincidere questa data con la nascita del cinema ed il primo film a farne parte è stato L'uscita dalle officine Lumière.[3][7][8]

A seguito di un periodo di grande successo, i fratelli decisero di lasciar perdere il cinematografo, che consideravano un’invenzione senza futuro, e iniziarono a dedicarsi allo studio della fotografia a colori. Le loro ricerche culminarono il 17 dicembre 1903 quando brevettarono l’Autochrome Lumière, una lastra fotografica in grado di scattare fotografie a colori.[9] L’autocromia è stata, fino agli anni trenta, l’unico metodo per catturare la realtà a colori.[10] Dopo questo brevetto i due presero strade diverse: Auguste si specializzò nell'ambito medico, studiando come curare la tubercolosi e il cancro,[11] mentre Louis proseguì i suoi studi su come migliorare la tecnica fotografica, continuando a brevettare numerosi apparecchi.[4]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

La casa natale dei fratelli Lumière a Besançon

Nacquero a Besançon, figli dell'imprenditore e fotografo Antoine Lumière e della lavandaia Jeanne Joséphine Costille Lumière, sposatisi nel 1862.[9] Per sfuggire ai pericoli della guerra franco-prussiana la famiglia decide, nel 1870, di trasferissi dalla citta di frontiera Besançon, per insediarsi nell'entro terra, a Lione. Qui il padre apre, nel centro della città, uno studio fotografico che in poco tempo si trasforma in un laboratorio. Auguste e Louis imparano a leggere fin da piccoli con i Viaggi straordinari di Jules Verne,[12] nel 1877 sono stati iscritti alla scuola tecnica La Martinière. Entrambi avevano una spiccato interesse per le materie scientifiche in particolare: Auguste per la medicina e la biologia e Louis per la fisica, la chimica, ma apprezzava anche suonare il piano.[2] Questo amore di Louis per lo studio lo ritroviamo anche nel fatto che nel 1880 si distinse come il miglior studente della sua classe.[4] I due, prima di dedicarsi alla ricerca nel laboratorio paterno, si diplomano Auguste in chimica e Louis in fisica.[1][13]

«Quando lasciai la scuola, invece di essere disgustato dallo studio, come capita agli allievi dell'insegnamento liceale, che non aprono più un libro dopo il diploma, sentivo al contrario il più acceso desiderio di continuare ad acquisire nuove conoscenze.»

Nel 1881 Louis, appena diciassettenne, riesce a perfezionare la lastra secca di Van Monckhoeven, una delle uniche in commercio all'epoca.[15][16] La sua nuova lastra secca, l'Etiquete Bleue, era in grado di creare fotografie impiagando un'esposizione di soli 60 secondi, molto più velocemente dei precedenti brevetti. Questa scoperta fu divulgata sulla rivista della Sociétés Francaises de Photographie e suscitò profonda ammirazione tra i colleghi di tutto il mondo.[2] Nel primo anno di produzione gli fece guadagnare circa 500.000 franchi, fino ad arrivare a 15 milioni nel 1894.[3][17][18] Dato tutto il loro successo, l'anno seguente, riuscirono a saldare i debiti dell'impresa di famiglia e aprirono delle nuove officine, assumendo un totale di 300 impiegati.[4][19] Quando loro padre andò in pensione nel 1892, i due lo sostituirono: Auguste come direttore e Louis come inventore. Nel 1894, data la tanta libertà economica del grande successo della lastra secca, iniziarono così, quasi come passatempo, a dedicarsi al progetto della pellicola cinematografica, brevettando un numero significativo di procedimenti, tra i quali l'ideazione del foro di trascinamento,[1][20] che permetteva il trascinamento del film attraverso la camera e il proiettore, e iniziarono a produrre una loro pellicola cinematografica, poiché volevano evitare di pagare i diritti d'autore sul brevetto di Edison molto costoso.[21][22]

Il cinematografo[modifica | modifica wikitesto]

La tecnica di proiezione di un film con il cinematografo Lumière

Ispirati dai brevetti di Louis Le Prince, Charles-Émile Reynaud e Thomas Edison e spinti dal padre, Antoine Lumière, che nel settembre del 1894 assiste a una dimostrazione del kinetoscopio, che lo porta a dire: "Bisogna far uscire l'immagine dalla scatola. Rientro a Lione: i miei figli ci riusciranno!",[23] e pochi mesi dopo anche ad una proiezione di Émile Reynaud del suo Théâtre optique.[18] Decidono quindi di dedicarci alla costruzione di un macchinario in grado di girare e proiettare film per un pubblico più vasto, poiché il kinetoscopio permetteva la visione soltanto ad una persona alla volta. Il 13 febbraio 1895 brevettano "Appareil servant à l'obtention et à la vision des épreuves chronophotographiques".[24][25] Che solo in seguito rinomineranno cinématographe riutilizzando il nome che Léon Bouly, ben tre anni prima, usò per brevettare il suo "Cinématographe Léon Bouly", ma caduto in disgrazia non riuscì più a pagare le rate del brevetto, rendendo il nome nuovamente disponibile.[26][27] Il padre, per sottolineare l'onnipotenza della scienza su la natura, lo voleva chiamare Domitor, abbreviazione della parola latina dominator.[20][28][29]

Il movimento di penetrazione e successivo ritiro nella perforazione rotonda del cinematografo

Il cinématographe era molto più piccolo, maneggevole e in più permetteva sia di riprendere che proiettare, bastava solo cambiare l'obbiettivo. Un'apertura nella parte anteriore accoglie la lente, un'altra nella parte posteriore permette l'introduzione di una manovella che mette in movimento il meccanismo. L'intero meccanismo era collegato ad un otturatore circolare con apertura regolabile. Questo sistema si ispira alle macchine da cucire e ai saggi sulla cinematica, in particolare al saggio di Reuleaux pubblicato nel 1877. Louis in seguito raccontò che mentre era malato a letto, incapace di dormire, ebbe un'idea geniale: adattare il movimento di una macchina da cucire per trasportare la pellicola. La pellicola utilizzata aveva la stessa larghezza di quella di Edison - 35 mm - ma aveva un foro rotondo su ciascun lato dell'immagine.[30][31] La pellicola veniva proiettata ad una velocità di 16 fotogrammi al secondo molto più lento del kinetoscopio, che proiettava 48 fotogrammi al secondo, questa sostanziale differenza faceva si che il brevetto dei Lumière fosse meno rumoroso e che impiegasse pure meno pellicola.[32][33] Ma non era privo di difetti, infatti essendo una scatoletta di legno che non aveva il mirino, era impossibile la visione del registrato durante le riprese.[28] Inoltre il meccanismo per la proiezione non era perfetto, quindi nel 1897 Louis progettò un'attrezzatura specifica per usarla come proiettore. Nello stesso anno la pellicola 35 mm di Edison era diventata lo standard, così iniziarono a produrre macchine da presa e proiettori in grado di utilizzare la pellicola americana. Nel 1904, incapaci di tenere il passo con gli sviluppi del settore, si ritirarono dalla produzione cinematografica.[34]

La prima loro pellicola venne girata il 19 marzo 1895; il film era L'uscita dalle officine Lumière (La Sortie de l'usine Lumière), che viene spesso citato come il primo documentario (anche se questa definizione è sempre stata fonte di diversi dibattiti).[35][36] Tuttavia a confermare il 19 non c'è nessun documento e nessun archivio, ma soltanto una deduzione. Infatti guardando la prima versione del film si può notare che il Sole non è perfettamente allo zenit, quindi le riprese devono essersi svolte sicuramente tra il 15 e il 20 di marzo, e il 19 - un martedì - fu l'unica giornata di sole in cui sarebbe stato possibile girare.[23][37][38]

Il 22 marzo 1895, al Société d'Encouragement de l'Industrie Nationale, di fronte un pubblico di scienziati e fotografi proiettarono La Sortie de l'usine Lumière, utilizzando un primo prototipo di cinematografo, costruito da Charles Moisson.[38] Tra gli esperti del settore a partecipare a questa proiezione privata c'era anche Jules Carpentier,[39] che entusiasta della loro invenzione si propose di costruirne una versione definitiva.[17] Seguirono a questa dimostrazione alte proiezioni: il 17 aprile a Sorbonne e il 10 giugno al Congres des Sociétés Francaises de Photographie, ma entrambe solo per un pubblico di scienziati ed esperti.[40]

La nascita del cinema[modifica | modifica wikitesto]

Programma della prima proiezione del cinematografo

Il primo spettacolo a pagamento si tenne alle ore 18 del 28 dicembre 1895 a Parigi, nel Salon indien du Grand Café sul Boulevard des Capucines al numero 14, con il costo di un franco a persona.[41][42][43] L'idea di fare una proiezione a un pubblico pagante venne a Antoine Lumière, che a inizio dicembre si era messo alla ricerca di un locale adatto alla proiezione, fino a quando non trova una sala secondaria del Gran Café un seminterrato che fino a paco tempo prima era adibito a sala da biliardo.[44] Con questa data si fa nascere il cinema, ma non è stata né la prima proiezione a pagamento della storia né la prima in Europa. Infatti già il 20 maggio 1895 un altro inventore, l’americano Woodville Latham,[45] fece a Broadway una proiezione simile per un pubblico pagante usando uno strumento che aveva appena realizzato, l'eidoscopio (il video erano 4 minuti di un incontro di boxe sul tetto del Madison Square Garden) e l'1° novembre 1895 Max Skladanowsky, alla Wintergarten Hall di Berlino, mostrò con il suo bioscopio otto brevi dalla durata complessiva di15 minuti.[46][47][48] Gli storici del cinema però considerano la presentazione dei fratelli Lumière al Grand Café come la vera nascita del cinema, perché i proiettori cinematografici a doppio sistema dei fratelli Skladanowsky erano piuttosto poco pratici e furono presto sostituiti dal cinematografo. Lo spettacolo dei Lumière rispettava anche tutte le caratteristiche delle future proiezioni cinematografiche e inoltre il cinematografo aveva avuto un'accoglienza molto più calorosa rispetto a quella avuta con Latham e Armat-Jenkins.[7][6][49] Il primo film ad essere proiettato al pubblico è stato L'uscita dalle officine Lumière (La Sortie de l'usine Lumière), che mostrava un gruppo di operai, principalmente donne, uscire dalla fabbrica Lumière a Montplaisir, nella periferia di Lione.[50]

La prima versione di L'uscita dalle officine Lumière

Tra i trentatré spettatori c'era anche Georges Méliès, che rimasto sbalordito dalla loro inversione disse:

«Ci trovammo davanti a un piccolo schermo... dopo alcuni istanti apparve la proiezione immobile di una veduta di piazza Bellecour a Lyon. Un po' sorpreso ebbi il tempo di dire al mio vicino: non ci avranno mica fatto scomodare per vedere delle proiezioni. Io ne faccio già da dieci anni. Avevo appena finito di parlare, quando un cavallo che tirava la carrozza si mosse verso di noi, subito seguito da altre vetture e da dei passanti, insomma, tutta l'animazione di una strada. Di fronte a un simile spettacolo rimanemmo tutti a bocca aperta, sbalorditi.»

Méliès fece un'offerta ad Antoine per comprare la loro nuova macchina, ma rifiutò perché, al contrario dei figli, era convinto del successo del cinematografo e lo voleva sfruttare fino in fondo.[14] Il realismo, la naturalezza e la verità costituiva il fascino e la novità dello spettacolo.[1][51] L'anno successivo i due fratelli andarono in tour con il cinématographe a Londra e New York. Le immagini in movimento ebbero un'immediata e significativa influenza sulla cultura popolare con la proiezione di pellicole come L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, La colazione del bimbo e il primo esempio di commedia con L'innaffiatore innaffiato.[50] Dopo la presentazione del cinematografo i Lumière vendettero numerosi apparecchi, che vennero portati in giro per il mondo creando la nuova professione dei "cinematografisti".[5][15] Quest ultimi eredi degli ambulanti che vendevano stampe nell'Europa del XVII e XVIII secolo.[52] Convinti che il cinematografo non avesse futuro, nel 1896, ne vendettero i diritti a Charles Pathé, che ne perfezionò invenzione.[53][54]

Paradossalmente, dopo un periodo di fama internazionale, i due fratelli ritenevano il cinema "un'invenzione senza futuro" perché la consideravano solo uno strumento documentativo, per registrare la vita quotidiana.[55] Credevano difatti che il pubblico se ne sarebbe velocemente stufato e per questo decisero presto di occuparsi d'altro, rendendo la loro comparsa nella storia del cinema piuttosto breve.[15][56] I fratelli più che cineasti era due imprenditori, poiché dopo il grande successo del cinematografo decisero di mettere in produzione più macchine da presa, che vennero messo in mano a numerosi operatori esperti in giro per tutto il mondo. Difatti questa loro anima imprenditoriale si vede anche nelle loro vedute, che non volevamo rappresentare un mondo fittizio, ma solo la realtà.[28][57]

L'autocromia[modifica | modifica wikitesto]

Granuli di amido di patate ingranditi sulla superficie di una lastra Autochrome

Spostarono la loro attenzione sulla fotografia a colori e il 17 dicembre 1903 brevettarono l'Autochrome Lumière, un procedimento che permetteva di scattare delle fotografie a colori con un semplice click.[58] Il segreto di questo brevetto sta nell'uso di amido di patate colorato, che permettevano la cattura dei colori.[59] Fu lanciata sul mercato solo il 10 giugno 1907 ad una presentazione delle rivista L'Illustration, nella sua sede parigina, mostrando a un pubblico di 600 persone, tra cui artisti e politici la loro mirabile invenzione.[60] Fu l'unico mezzo per scattare fotografie a colori fino al 1935 e riscosse fin da subito un enorme successo.[61] L'invenzione fu distribuita in tutto il mondo e Louis la considerava il suo capolavoro.[10] Molti critici dell'epoca elogiarono la creazione dei Lumière, definendola come un mezzo che riproduceva la realtà e vinceva la morte. Questo atteggiamento di supremazia sulla morte si ritrova anche nella voglia di molti sovrani e artisti nel farsi ritrarre a colori, come per esempio Claude Monet.[2] Nel 1909 vinsero la Elliott Cresson Medal per la fotografia a colori.

«Il mondo intero impazzirà di colore e i Lumière ne saranno i responsabili.»

La produzione di un lastra per l'autocromia era molto lunga e complessa. Innanzitutto dovevano dividere i granelli di fecola di patate in base alle loro dimensione, in seguito venivano tinti di rosso, verde e viola per infine essere mescolati insieme. Questo miscuglio veniva poi steso su un vetro ricoperto di vernice appiccicosa, successivamente gli veniva applicata una polvere di carbone, che serviva per chiudere eventuali buchi presenti tra i granuli di patate. Il difetto più grande, dell'invenzione dei Lumière, era che dovevano essere sempre guardate contro luce, sennò non si sarebbero potuti distinguere i colori.[62] La tecnica brevettata dai due era molto più veloce e semplice delle precedenti poiché non richiedeva la sovrapposizione di tre foto uguali scattate con un filtro rosso, blu e verde.[10] La società Lumière fu una delle maggiori produttrici di lastre fotografiche di tutta l'Europa, finché non scomparve a seguito della confluenza nel gruppo Ilford.[63]

Tomba di Auguste e Louis Lumière a Lione

Altre attività e la morte[modifica | modifica wikitesto]

«Ogni fratello lavorava in modo indipendente, ma fino al 1918 tutti i lavori erano firmati con i nomi di battesimo di entrambi. Questa comunità di lavoro andava di pari passo con una perfetta intesa fraterna. I due fratelli, che avevano sposato due sorelle, vivevano in appartamenti simmetrici nella stessa villa. Per anni l'opinione pubblica ha evocato la leggendaria coppia dei "fratelli Lumière", uniti nella fama e nella vita.»

Oggi i fratelli Lumière riposano nel cimitero de la Guillotière, a Lione.[65][53][66]

Il cinema dei Lumière[modifica | modifica wikitesto]

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Louis, a sinistra, e Auguste Lumière

Con il cinematografo dei fratelli Lumière del 1895 si può iniziare a parlare di cinema vero e proprio: ossia della proiezione di fotografie, scattate in rapida successione in modo da dare l'illusione di movimento, di fronte a un pubblico pagante radunato in una sala; la prima proiezione avvenne il 28 dicembre 1895 nel seminterrato di un locale parigino. Di pochi anni più antico era il kinetoscopio di Thomas Edison e William Dickson, con lo stesso procedimento di animazione delle immagini che scorrevano in rapida sequenza; però il modo di fruizione monoculare (e quindi non proiettato) lo rendeva antenato del cinema vero e proprio, l'ultima fase del precinema. La proiezione permetteva dopotutto un maggiore guadagno economico per via della fruizione collettiva, per cui si impose presto.[20][23][67]

In realtà le invenzioni legate alle fotografie in movimento furono innumerevoli in quegli anni (si contarono nella sola Inghilterra circa 350 brevetti e nomi).[20]Tra tutte queste, l'invenzione dei Lumière aveva l'innegabile vantaggio dell'efficiente cremagliera, che trascinava la pellicola automaticamente a scatti ogni 1/25 di secondo, e una praticità mai vista, essendo la macchina da presa una piccola scatoletta di legno, facilmente trasportabile, che all'occorrenza, cambiando solo la lente, si trasformava anche in un proiettore.[14][68]

Le vedute animate[modifica | modifica wikitesto]

Manifesto del cinema Lumière del 1895

Il prodotto caratteristico del cinematografo Lumière sono le cosiddette "vedute animate" ovvero scenette realistiche prese dal vero della durata di circa cinquanta secondi (la durata di un caricatore di pellicola). L'interesse dello spettatore era tutto nel guardare il movimento in sé e nello scoprire luoghi lontani, non tanto nel veder rappresentate vere e proprie vicende.

Le inquadrature sono fisse e non esiste, se non in casi eccezionali, il montaggio; sono caratterizzate da un'estrema profondità di campo (si pensi all'Arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, dove il treno è a fuoco sia quando si trova lontano sullo sfondo sia quando arriva in primo piano) e da personaggi che entrano ed escono all'inquadratura, in una molteplicità di centri di attenzione (si pensi all'Uscita dalle officine Lumière). La centratura dell'immagine era infatti valutata approssimativamente, perché la macchina da ripresa Lumière non era dotata di mirino.[28][69]

L'operatore non è invisibile, anzi spesso interagisce con i personaggi (L'arrivo dei fotografi al congresso di Lione), e le persone ritratte erano invitate a riguardarsi alla proiezione pubblica ("auto-rappresentazione"). Questa caratteristica venne poi considerata come un difetto della registrazione nel cinema successivo, venendo poi rivalutata solo in epoca contemporanea.[70]

Solo in un secondo momento nacquero le riprese in movimento (effettuate da treni in partenza o imbarcazioni) e, circa un decennio dopo i primi esperimenti, i Lumière iniziarono a produrre film veri e propri, composti da più "quadri" messi in serie, però proiettati separatamente, come le Passioni di Cristo. Figura fondamentale nelle rappresentazioni restava l'imbonitore che, come ai tempi della lanterna magica, istruiva, spiegava e intratteneva il pubblico commentando le immagini, che ancora non erano intelligibili autonomamente.[20]

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Riassumendo in breve, i caratteri delle vedute Lumière erano:

  • Inquadratura unica (assenza di montaggio; anche le storie più articolate, come le Passioni di Cristo, erano proiettate in spezzoni separati)
  • Profondità di campo (la messa a fuoco contemporanea di figure vicine e lontane)
  • Molteplici centri di attenzione in ciascuna inquadratura e movimento "centrifugo" dei personaggi (che entrano ed escono dall'inquadratura)
  • Tracce dell'operatore nei film (non si nasconde che si sta facendo una ripresa: le persone sono consapevoli di essere riprese, guardano in macchina, si mettono in posa, salutano)
  • Presenza dell'imbonitore alle proiezioni che spiegava le scene e narrava la storia (spesso era lo stesso addetto alla proiezione), quindi spettacolo incomprensibile da solo.[28][69]

Cinema come sguardo dominatore[modifica | modifica wikitesto]

Lapide ricordo dei Fratelli Lumière Venezia, Corte Teatro San Moisè

Il nome proposto per il cinematografo dal padre dei Lumière è stato Domitor, contrazione del latino dominator, che rispecchia i sogni e le suggestioni di onnipotenza del positivismo. Guardare la vita quotidiana degli altri (o di sé stessi, perché non erano infrequenti le auto-rappresentazioni) e salvarla nel tempo era una sorta di metodo per raggiungere l'immortalità che trova eco anche nella letteratura contemporanea: nel romanzo Il castello dei Carpazi del 1892, Jules Verne descriveva un inventore che riusciva a riprodurre le immagini e la voce di una cantante della quale era innamorato per averla con sé per sempre.[20][70][71]

Inoltre assistere alle proiezioni cinematografiche gratificava lo spettatore nel vedere senza essere visto, come un "dominatore" del mondo, appunto: lo spettatore si sente (tutt'oggi) inconsciamente superiore ai personaggi ed è gratificato dall'assistere alle loro vicende. Non a caso la visione frontale del cinematografo era quella che nel teatro era riservata al principe ed alle personalità più importanti.[70][72]

Le vedute di "dominatori" sono particolarmente evidenti nei primi documentari girati con la cinepresa Lumière nei primi due decenni del Novecento: nei filmati di Albert Kahn, Luca Comerio, Roberto Omegna, e Bolesław Matuszewski si nota lo sguardo di superiorità verso le culture diverse da quella occidentale, legato alle ideologie del colonialismo e della conquista spietata.[70]

Filmografia parziale[modifica | modifica wikitesto]

Di numerosi cortometraggi esistono più versioni.

Film diretti da Louis Lumière[modifica | modifica wikitesto]

Film diretti da Auguste Lumière[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  4. ^ a b c d e (EN) The Lumière Brothers, su encyclopedia.com.
  5. ^ a b Louis Lumière - Sapere.it, su sapere.it.
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  75. ^ Louis Lumière, Course en sacs, 28 ottobre 1896. URL consultato il 6 ottobre 2016.
  76. ^ bretteau, cinémathèque française collection (library of congress) e hatot, georges, La vie et la passion de Jésus-Christ /, in The Library of Congress. URL consultato il 6 ottobre 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sandro Bernardi, L'avventura del cinematografo, Marsilio Editori, Venezia 2007. ISBN 978-88-317-9297-4
  • André Gaudreault, Cinema delle origini o della cinematografia-attrazione, Il Castoro, Milano 2004.
  • Paolo Berteto, Introduzione alla storia del cinema. Autori, film, correnti, UTET Università, 2005. ISBN 978-8860083623
  • Marco Bertozzi, L’immaginario urbano nel cinema delle origini. La veduta Lumière, CLUEB, 2001. ISBN 8849116950
  • Michelle Aubert e Jean-Claude Seguin, La Production Cinématographique des freres Lumière, Bifi Editions, Parigi, 1996. ISBN 2-9509048-1-5
  • Louis e August Lumière, La fotografia, in Noi, inventori del cinema. Interviste e scritti scelti 1894-1954, a cura di Renata Gorgani, Il Castoro, Milano 1995. ISBN 888033039X

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