L'ultimo imperatore
L'ultimo imperatore (The Last Emperor) è un film del 1987 diretto da Bernardo Bertolucci.
Il soggetto trae spunto da Sono stato imperatore, l'autobiografia di Pu Yi. Colossal epico-biografico di successo mondiale, segnò una svolta decisiva nella carriera del regista e ricevette un vasto numero di riconoscimenti, tra cui nove Oscar e nove David di Donatello.
Trama
[modifica | modifica wikitesto]Prigione comunista di Fushun, al confine tra Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese, 1950. Un treno militare, proveniente dall'Unione Sovietica e carico di prigionieri di guerra, fa il suo arrivo in un campo di rieducazione. Tra i prigionieri, accusati di aver collaborato con l'invasore giapponese durante la Seconda guerra mondiale, vi è anche Aisin-Gioro Pu Yi, l'ultimo e ormai ex imperatore cinese. Egli non si distingue per nulla dagli altri prigionieri, e i soldati lo trattano con la stessa durezza che riservano agli altri ostaggi. Facendo drammaticamente i conti con un avvenire nei panni di un carcerato senza importanza e prospettive, Pu Yi tenta il suicidio tagliandosi le vene dei polsi e immergendo le mani nell'acqua calda di un gabinetto. Mentre il governatore della prigione, che ha intuito quanto sta accadendo, tenta di sfondare la porta, la mente di Pu Yi inizia a rievocare la sua vita fin dal primo ricordo d'infanzia.
Pechino, 1908. La millenaria Cina di inizio Novecento e il suo impero sono scossi da avvenimenti politici e sociali disastrosi, oltre che da intrighi di palazzo e nobiliari assai tortuosi. Sia l'aristocrazia che la burocrazia si fondano infatti sulle cospirazioni, e ogni casa feudale complotta per un sempre maggior potere. La corruzione e l'ambizione sono ovunque, soprattutto adesso che l'imperatore Guangxu è appena morto, avvelenato dalle persone che gli erano più vicine subito dopo aver detto di voler riformare da cima a fondo l'impero, che ora attende di incoronare il nuovo Signore dei Diecimila Anni. Pu Yi, figlio di appena tre anni del principe Chun, viene brutalmente strappato dalle braccia della madre e condotto per ordine dell'Imperatrice Vedova Cixi entro le mura della Città Proibita, luogo riservato alla dimora imperiale e sede della celebre corte di eunuchi. Qui il bambino assiste alla morte della vecchia sovrana, chiamata il "Vecchio Buddha", da cui viene nominato erede al trono.
In seguito alla morte dell'Imperatrice Vedova, durante un'antica cerimonia ricca di colore e solennità, Pu Yi viene incoronato nuovo Signore dei Diecimila Anni, in presenza dei più alti dignitari di corte. Al termine della cerimonia, il suo Gran Tutore Chen Baochen gli dona un piccolo grillo come animale domestico. Dal giorno dell'incoronazione in avanti, Pu Yi viene tenuto isolato da tutto il resto della Cina e dal mondo circostante al Palazzo Imperiale, da cui gli è categoricamente proibito di uscire. Per ovvi impedimenti d'età non viene informato delle questioni di governo e di Stato, e non esercita in alcun modo il suo immenso potere, amministrato invece dai suoi ministri e dagli eunuchi di corte, i quali lo crescono in un clima di forte ipocrisia e opportuno servilismo. L'unica persona che lo ama veramente è Ar Mo, la sua balia.
Prigione comunista di Fushun, 1950. Pu Yi viene salvato dal governatore del carcere, che gli tampona le ferite e lo fa trasportare fino alla sua cella, dove viene internato insieme al fratello minore Pujie. Questo gli fa ricordare ancora l'infanzia alla Città Proibita.
Pechino, 1911. Il piccolo Pujie viene condotto alla presenza di Pu Yi dalla madre, ormai visibilmente logorata dagli anni trascorsi lontano dall'amato figlio. Nel frattempo, la Cina viene sconvolta dalla guerra civile e l'Impero collassa definitivamente, trasformandosi in repubblica, e l'imperatore viene di fatto lasciato regnare solamente sulla Città Proibita e sulla sua corte di dignitari ipocriti e adulatori, che gli tengono ben nascosta la nuova situazione approfittando della sua giovane età e quindi della sua ingenuità. In uno scatto di indignazione per via del comportamento altezzoso tenuto dal fratello, Pujie rivela finalmente la verità a Pu Yi sulla sua reale condizione e, per dimostrarglielo, gli mostra la provocatoria parata del neo-eletto presidente della repubblica entro le mura della Città Proibita, cuore dell'abbattuto Impero. Resosi ormai conto di essere imperatore solo di nome, come Chen Baochen gli fa capire benevolmente alla sua richiesta di spiegazioni, Pu Yi viene privato della balia Ar Mo, che gli viene portata via per sempre con una scusa per ordine delle severe Alte Consorti, mogli dei precedenti Signori dei Diecimila Anni, al fine di evitare che possa avere in futuro una qualche influenza su di lui.
Prigione di Fushun, 1950. Il governatore della prigione legge Twilight in the Forbidden City (Crepuscolo della Città Proibita), il libro di memorie scritto da un gentiluomo scozzese, Reginald Johnston, nel quale rievoca l'anno 1919, quando ricevette l'incarico di precettore privato del sovrano ormai adolescente, con l'onore di risiedere stabilmente alla Città Proibita e il diritto di essere trasportato in una lettiga da quattro portatori. Mr. Johnston, persona colta e distinta, piena di umanità e saggezza, è il primo ad affacciare l'imperiale discepolo alla realtà e alla modernità, con una profonda e sincera nota di benevolenza, attirandosi però le pregiudiziali antipatie e le contrarietà delle Alte Consorti e degli eunuchi, specialmente quando gli regala una bicicletta, considerata dalla corte imperiale un pericoloso simbolo della modernità che avanza e che minaccia i loro secolari privilegi. Il massimo degli attriti si raggiunge però quando viene impedito a Pu Yi di uscire dalla Città Proibita per rivivere un'ultima volta sua madre, morta suicida dopo aver inghiottito una palla di oppio, e, durante un disperato tentativo di ribellione, viene colto da un improvviso mancamento dovuto ad una momentanea perdita della vista. La prescrizione di indossare stabilmente gli occhiali per prevenire una sicura cecità incontra l'opposizione delle Alte Consorti e degli eunuchi, superata soltanto grazie all'insistenza di Mr. Johnston, che minaccia le dimissioni e di rivelare ai giornali che lo stile di vita dispendioso dei cortigiani è dovuto a malversazioni e ruberie. Il giovane sovrano prende in moglie la diciassettenne Wan Jung, con Wen Hsiu come seconda consorte, lamentandosi con Mr. Johnston di non aver potuto scegliere a causa dell'ingiusta tradizione dei matrimoni combinati e di volere piuttosto una moglie moderna che conosca i moderni balli dell'Occidente e che parli inglese e francese. Inoltre, palesa più volte al suo precettore l'intenzione di voler frequentare l'Università di Oxford, scappando da tutto ciò che ha sempre conosciuto. Tuttavia il matrimonio con Wan Jung non viene per il momento consumato perché i due giovani consorti concordano di vivere la loro unione al di fuori dalle antiquate logiche di palazzo.
Prigione di Fushun, 1950. Pu Yi viene convocato per la prima volta agli interrogatori. Il personale non lo chiama neppure più con il suo nome, ma con il solo numero di matricola, 981, e lo inquisisce sulla sua vita e sulle colpe di cui viene accusato dal governo centrale cinese, vale a dire di essere un collaborazionista, un traditore e un controrivoluzionario. L'ultimo imperatore, visibilmente umiliato e spogliato di tutta la sua aristocratica alterigia, comincia a narrare flebilmente le circostanze che lo portarono fuori della Città Proibita fino a subire l'influenza pesante dei giapponesi.
Pechino, 1922. Ormai adulto, Pu Yi si taglia il codino in segno di rottura con la tradizione e, con il sostegno di Mr. Johnston, cerca di portare alla luce le malversazioni dei cortigiani ma, trovando continui ostacoli, decide infine di espellere gli eunuchi dalla Città Proibita con l'aiuto delle truppe della repubblica. Ma nel 1924 il governo centrale cinese viene sciolto e costretto alla fuga, facendo sì che la Cina si divida in tante parti soggette a differenti signori della guerra, che si combattono in ogni dove per il controllo definitivo di uno Stato che ormai si è fatto corrotto quanto il vecchio impero. Nella Città Proibita, Pu Yi viene tratto in arresto dalle truppe dei signori della guerra ed è costretto a lasciare definitivamente la sua residenza dopo quasi trenta anni di isolamento. Pu Yi trova rifugio all'ambasciata giapponese, dove gli viene promesso il regno della Manciuria, terra di origine della sua antica dinastia.
Tientsin, 1932. Mentre le forze rivoluzionarie, sotto il controllo dei nazionalisti del Kuomintang del generale Chiang Kai-shek, sconfiggono i signori della guerra e riprendono il controllo della Cina ma entrano in conflitto con i comunisti del Partito Comunista Cinese (PCC), l'ex regnante si trasforma in un playboy di provincia ed assume il nome di Henry Pu Yi, trascorrendo le sue giornate in compagnia delle due mogli tra feste e balli, sotto la vigile sorveglianza di Masahiko Amakasu, una spia giapponese incaricata di controllarlo. Infatti l'ex imperatore rivela ai carcerieri che lo interrogano la circostanza che i dignitari giapponesi non si stancarono mai di indurlo a spendere ingenti quantità di denaro nel tentativo di comprare la preziosa amicizia di qualche personaggio influente, sia esso cinese, giapponese o qualche generale della Russia Bianca, ma a Pu Yi interessava solo l'Occidente e tutto ciò che lo rappresenta, dalla gomma da masticare ai balli più moderni. Nel frattempo il suo legame con la sua seconda moglie Wen Hsiu si deteriora, fino al giorno in cui lei confessa di sentirsi di troppo, invocando il divorzio e abbandonando il tetto coniugale. Alla notizia che i soldati del Kuomintang hanno profanato le tombe imperiali, arricchendosi con il bottino e divertendosi a squartare i cadaveri ivi sepolti, Pu Yi si decide a collaborare definitivamente e totalmente con i giapponesi, per il cui imperatore Hirohito, suo coetaneo, prova stima e considerazione, e poi manifesta i suoi propositi a Mr. Johnston, che è in procinto di tornare in Inghilterra, e i due si dicono addio per sempre.
Manciuria, 1934. In seguito ad una fastosa incoronazione, Pu Yi viene messo a capo del Manciukuo. Però l'imperatrice Wan Jung, l'unica persona amata che gli è rimasta sempre accanto, si sente ormai trascurata dal marito perché troppo preso dalla sua ambizione e perciò sprofonda in una grave depressione, resa ancora più amara dalla dipendenza da oppio cui l'ha indotta Gioiello d'Oriente, cugina dell'imperatore ma anche spia al soldo dei giapponesi ed amante in segreto di Amakasu. Infatti il Manciukuo, dietro la facciata di stato indipendente, diviene presto uno stato fantoccio giapponese, oltre che una colonia dove i giapponesi sperimentano armi chimiche, incoraggiano l'immigrazione nipponica e avviano la commercializzazione dell'oppio, attività che si rivela particolarmente adatta per finanziare la guerra. Erroneamente convinto della cortesia e dell'amicizia con i giapponesi, Pu Yi è invece solo un burattino sfruttato come copertura degli invasori. A seguito di una visita in Giappone, dove viene ricevuto dall'Imperatore Hirohito, Pu Yi tenta di frenare l'influenza nipponica in Manciukuo, sostenendo che la Manciuria sia un alleato del Giappone, e non una sua colonia. La reazione che i suoi timidi tentativi riscuotono sono l'ira di Amakasu e il progressivo allontanarsi dei propri stessi collaboratori.
Manciuria, 1945. Nel mondo infuria, seppur ancora per poco tempo, la devastante seconda guerra mondiale, destinata a stravolgere gli equilibri tra le nazioni, ma per Pu Yi i cambiamenti non sono migliori: i nipponici disarmano la sua guardia personale e allontanano l'imperatrice Wan Jung dal Palazzo imperiale, nonostante ella abbia appena partorito un bambino (concepito in realtà da un'unione adulterina con l'autista dello stesso imperatore) che i giapponesi uccidono tramite un'iniezione letale, facendolo credere nato morto. A seguito dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, l'imperatore Hirohito annuncia la resa del Giappone: ricevuta la notizia, Amakasu si suicida e Pu Yi, dopo aver assistito al ritorno dell'imperatrice Wan Jung ormai completamente impazzita, tenta la fuga in Giappone per consegnarsi agli americani ma l'aereo viene intercettato prima del decollo dall'esercito sovietico, che lo fa prigioniero. Trascorre cinque anni di detenzione in Unione Sovietica, prima di venire consegnato ai maoisti, che lo imprigioneranno a loro volta.
Prigione di Fushun, 1959. Dopo nove anni trascorsi ad una totale rieducazione tesa a fare di Pu Yi un cittadino modello della Cina comunista, durante i quali ha studiato il maoismo e ha lavorato con passione come giardiniere, l'ultimo imperatore viene rimesso in libertà per ordine del Supremo Tribunale del Popolo: alla sua uscita dal carcere è ormai un uomo vecchio e stanco, completamente solo, mentre la Cina come lui la conosceva è cambiata radicalmente in tutti i settori della società e della politica, lasciando lo spazio ad una nazione assai differente. Non gli resta quindi che vivere una malinconica e invisibile vita da giardiniere, come i milioni di cittadini senza ricchezze, fama, cariche o titoli onorifici.
Pechino, 1967. Nel pieno della famigerata Rivoluzione culturale e all'apice del potere di Mao e del suo culto personale, Pu Yi assiste in mezzo alla folla in delirio a una manifestazione delle Guardie Rosse, che trascinano in piazza alcuni cittadini accusati di varie colpe contro la Cina comunista: tra di essi vi è anche il governatore della sua ex prigione, accusato di revisionismo, servilismo di casta e controrivoluzione. Per l'ex sovrano cinese questo è un duro colpo, poiché l'uomo che ha fatto di lui un cittadino modello agli occhi del partito comunista è stato di fatto estromesso dallo stesso governo centrale di Pechino. Dopo aver tentato invano di salvare il governatore, Pu Yi viene trascinato via e gettato a terra da un gruppo di giovani esaltati. Desideroso di tornare ad un aspetto familiare, Pu Yi paga, come un qualsiasi altro visitatore, il biglietto all'entrata del suo ex Palazzo imperiale, la Città Proibita, una volta residenza ufficiale degli imperatori cinesi fin dal Medioevo ed ora un semplice museo, che visita con grande commozione, rievocando i lontani giorni perduti in cui l'abitava. Quando incontra il figlio del custode del museo, gli confida di essere stato l'ultimo imperatore della Cina e, per dimostrarlo, estrae da sotto il trono una scatola che contiene, ancora vivo, il grillo che gli era stato donato sessant'anni prima, nel giorno della sua incoronazione.
Pechino, giorni nostri. Una folla di turisti accede all'imponente Sala della Suprema Armonia dove Pu Yi fu incoronato da piccolo, mentre la guida cita la sua morte, avvenuta nel 1967.
Produzione
[modifica | modifica wikitesto]Sviluppo
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Dopo la rottura con il produttore Alberto Grimaldi, il regista Bernardo Bertolucci lesse l'autobiografia di Pu Yi Sono stato imperatore e, pensando ad una sua possibile trasposizione cinematografica, contattò il giovane produttore indipendente Jeremy Thomas, che aveva appena ottenuto un discreto successo con Furyo (1983) di Nagisa Ōshima, anch'esso di ambientazione orientale.[1][2][3] Il progetto segnò l'inizio di un lungo sodalizio artistico tra i due, che sarebbe continuato anche per la realizzazione dei successivi film di Bertolucci Il tè nel deserto, Piccolo Buddha, Io ballo da sola e The Dreamers - I sognatori[1]. Ad un certo punto, Thomas arrivò a consultare l'elenco telefonico alla ricerca di potenziali finanziatori[4] ed alla fine riuscì a raccogliere da solo il budget di 25 milioni di dollari attraverso un consorzio di cinque banche europee, a seguito del rifiuto delle major hollywoodiane di produrlo.[5][6] Soltanto nel 1987, al termine delle riprese, subentrarono come produttori minoritari la Rai e la Cecchi Gori Group.[7][8]
A partire dal 1984, Bertolucci e Thomas effettuarono alcuni sopralluoghi in Cina[9][10] e proposero al governo cinese due possibili progetti: oltre alla trasposizione della vita di Pu Yi, l'altro era un adattamento del romanzo La condizione umana di André Malraux, ambientato a Shanghai negli anni '20. Tuttavia il governo di Pechino optò per il primo progetto.[11][12] Per la concessione del nulla osta alle riprese in territorio cinese fondamentale si rivelò la mediazione del Partito Comunista Italiano.[13]
La prima stesura della sceneggiatura fu firmata dal critico cinematografico Enzo Ungari (scomparso prematuramente proprio in quel periodo) insieme a Bertolucci e a Mark Peploe, questi ultimi autori della stesura definitiva[2][14].
Cast
[modifica | modifica wikitesto]Per il ruolo dell'imperatore adulto fu scelto l'attore John Lone, nato a Hong Kong e formatosi all'Opera di Pechino, considerato adatto per incarnare la raffinatezza e la decadenza sensuale del personaggio.
Per l'attrice Joan Chen, che interpretava la moglie Wang Jung, le riprese del cinema significarono il ritorno alla terra natale, dove a quattordici anni aveva interpretato Youth, il film che aveva lanciato la sua carriera.[15]
Per il ruolo del precettore scozzese Reginald Johnson, Bertolucci voleva Sean Connery, che però rifiutò perché si considerava inadatto al ruolo.[16] Dopo Connery, si pensò a Marlon Brando e a William Hurt per la parte ma alla fine la scelta cadde su Peter O' Toole.[12]
Ying Ruocheng, che interpreta il governatore della prigione nonché mentore-rieducatore di Pu Yi, era anche vice ministro cinese della Cultura all'epoca delle riprese.[17]
Riprese
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Il blocco di riprese totali ebbe luogo tra il 28 luglio 1986 e il 30 gennaio 1987.[18]
Bertolucci ricevette il rarissimo permesso, soprattutto per un regista non cinese, di effettuare le riprese entro le mura della Città Proibita, dove gran parte della vita di Pu Yi ebbe luogo, divenendo di fatto il primo film occidentale in cui si mostra l'autentica ambientazione della corte imperiale cinese, dopo le riprese della miniserie televisiva Marco Polo (1982) di Giuliano Montaldo.[3] Tuttavia fu concesso alla produzione di filmare solamente i cortili esterni e la Sala della Suprema Armonia (cioè la Sala del Trono) mentre la maggior parte degli interni della Città Proibita fu ricostruita in teatri di posa di Pechino.[19]

In previsione del film Bertolucci arruolò circa ventimila comparse locali[15] (quasi tutti soldati dell'Esercito Popolare) e trecento tecnici tra italiani, inglesi e cinesi, che lavorarono sul set per circa sei mesi.[1]
Oltre che a Pechino, le riprese in territorio cinese si sono svolte a Changchun e a Dalian, nella regione della Manciuria.[14][20]
Altre riprese avvennero negli studi di Cinecittà (Roma), dove furono ricostruiti la Camera Rossa (la camera nuziale di Pu Yi)[19] e gli interni della prigione comunista di Fushun.[21] La scena del ballo nel club inglese a Tientsin è stata girata al Palazzo dei Congressi di Salsomaggiore Terme (Parma).[22] Le scene ambientate nella legazione giapponese di Tientsin dove Pu Yi è ospitato insieme alle due mogli furono girate alla Marymount International School al Nomentano (Roma).[21]
Colonna sonora
[modifica | modifica wikitesto]La colonna sonora del film, composta da Ryūichi Sakamoto (presente nella pellicola anche in veste di attore nel ruolo del nazionalista giapponese Masahiko Amakasu) in collaborazione con David Byrne (fondatore dei Talking Heads) e con il compositore e musicista cinese Cong Su, è un'esplorazione tematica dei suoni e delle tradizioni musicali della Cina imperiale, filtrati attraverso alcune sensibilità molto contemporanee.[23] Sakamoto registrò i suoi brani presso gli Abbey Road Studios di Londra[2][24] e, in veste di arrangiatore e produttore, partecipò un giovane Hans Zimmer.[25]
L'album della colonna sonora, con il titolo The Last Emperor, è stato pubblicato in più edizioni, a partire dal 1987, in formato LP e CD.[26]
Distribuzione
[modifica | modifica wikitesto]Il film fu presentato in anteprima mondiale al Tokyo International Film Festival del 1987[17] ed è stato distribuito negli Stati Uniti il 18 novembre dello stesso anno dalla Columbia Pictures, a seguito di un accordo con la Hemdale Film Corporation, cui il produttore Jeremy Thomas aveva ceduto i diritti di distribuzione al prezzo di 8 milioni di dollari.[6]
Date di uscita
[modifica | modifica wikitesto]Le date di uscita internazionali sono state:
- 4 ottobre 1987 in Giappone (ラストエンペラー);
- 22 ottobre 1987 in Italia a Roma (L'ultimo imperatore);
- 23 ottobre 1987 in Italia a Milano (L'ultimo imperatore);
- 29 ottobre 1987 in Germania Ovest (Der letzte Kaiser);
- 5 novembre 1987 in Argentina (El último emperador);
- 18 novembre 1987 negli USA a New York (The Last Emperor);
- 19 novembre 1987 negli USA a Los Angeles (The Last Emperor);
- 25 novembre 1987 in Francia (Le dernier empereur);
- 26 novembre 1987 in Australia (The Last Emperor);
- 3 dicembre 1987 in Svezia (Den siste kejsaren);
- 10 dicembre 1987 nei Paesi Bassi (The Last Emperor);
- 17 dicembre 1987 in Spagna (El último emperador);
- 18 dicembre 1987 in Danimarca (Den sidste kejser);
- 18 dicembre 1987 in Finlandia (Viimeinen keisar);
- 18 dicembre 1987 in Grecia (Ο τελευταίος αυτοκράτορας);
- 18 dicembre 1987 in Portogallo (O Último Imperador);
- 18 dicembre 1987 in Turchia;
- 8 gennaio 1988 in Brasile (O Último Imperador);
- 25 febbraio 1988 nel Regno Unito (The Last Emperor);
- 24 marzo 1988 in Uruguay (El último emperador);
- 17 aprile 1988 in Colombia;
- 23 aprile 1988 a Taiwan (末代皇帝);
- 19 maggio 1988 in India (The Last Emperor);
- 27 maggio 1988 in Irlanda;
- 18 novembre 1988 in Germania Est (Der letzte Kaiser);
- 24 dicembre 1988 in Corea del Sud (The Last Emperor).[27]
Censura
[modifica | modifica wikitesto]In Giappone, la versione cinematografica fu originariamente tagliata di circa 5 minuti, omettendo la scena in cui Pu Yi e gli altri prigionieri nel campo di rieducazione assistono alla proiezione di un cinegiornale che mostra le atrocità commesse dagli invasori giapponesi in Cina[28]. Bertolucci non aveva dato il suo consenso al taglio ed era furioso per l'interferenza con il suo film, che definì "ripugnante". La Shochiku, l'azienda che distribuiva il film in Giappone, ripristinò rapidamente la scena, attribuendo il montaggio a "confusione e incomprensione" e ritenendo che la sequenza fosse "troppo sensazionale" per il pubblico giapponese.[29][30]
Edizione italiana
[modifica | modifica wikitesto]Il film venne distribuito nel circuito cinematografico italiano il 23 ottobre del 1987; il doppiaggio italiano fu eseguito dal Gruppo Trenta presso la International Recording sotto la direzione di Gabriele Polverosi (già aiuto-regista di Bertolucci durante la lavorazione del film)[21] e su dialoghi di Enrico Medioli, Tonino Accolla e Raffaele Uzzi.[31]
La realizzazione delle locandine e dei manifesti utilizzati per la promozione del film, all'epoca della sua diffusione nelle sale italiane, fu affidata al pittore cartellonista Renato Casaro.[32]
Il film andò in onda in versione estesa, in prima visione televisiva italiana, il 17 e il 18 dicembre 1989 alle ore 20:30 su Rai 1; la seconda parte fu inserita all'interno dell'ultima puntata del programma Terre lontane, ideato e condotto da Enzo Biagi, che in tale occasione intervistò anche l'ultima moglie di Pu Yi.[33][34]
Versione estesa
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1998, considerato troppo lungo per essere trasmesso in un unico blocco di tre ore in televisione ma troppo breve per essere distribuito su due serate, uscì negli Stati Uniti una versione estesa della durata di 218 minuti.[30] Il direttore della fotografia Vittorio Storaro e il regista Bernardo Bertolucci hanno confermato che questa versione estesa è stata effettivamente creata come miniserie televisiva e non rappresenta un vero e proprio "director's cut".[35]
Versione 3D
[modifica | modifica wikitesto]Nel 2013 è stata realizzata una versione restaurata in 4K e in 3D del film. Ha richiesto oltre un anno di lavoro e oltre due milioni di dollari di investimento. Anche per questa versione il produttore è Jeremy Thomas e il direttore della fotografia è Vittorio Storaro.[36]
La versione 3D del film, presentata come L'ultimo imperatore 3D, è uscita nei cinema italiani il 10 e 11 settembre 2013, distribuita da Videa.[36]
Accoglienza
[modifica | modifica wikitesto]Il film, grazie ai notevoli incassi e al trionfo alla notte degli Oscar, segnò una sorta di riscatto dei film storici, o del cinema-spettacolo nella tradizione di Cecil B. DeMille. Il film uscì in Italia il 23 ottobre 1987 e negli USA il 18 novembre. A fronte di un costo di 25 milioni di dollari[12], gli incassi furono notevoli: la pellicola raggiunse quasi i 44 milioni di dollari negli Stati Uniti,[37] e in totale incassò oltre 78 milioni di dollari.
In Italia fu campione assoluto d'incassi della stagione cinematografica 1987-1988, con un introito di 17,3 miliardi di lire, pari a 23 milioni di euro di oggi.[38][39]
Critica
[modifica | modifica wikitesto]A parte il giudizio di Tiziano Terzani, che lo considerò "una infilata di splendide cartoline illustrate mandate da un paese che non è mai esistito"[17], il film ricevette critiche positive. Tullio Kezich, uno dei più noti critici cinematografici italiani, lo definì "affascinante, insolito, coinvolgente"[3]. David Ansen scrisse sulla rivista Time che "Bertolucci non intende fare una lezione di storia" ma mostrare il punto di vista di Pu Yi "da dentro una gabbia dorata"[3]. Per il critico statunitense Roger Ebert "è imperdonabilmente borghese ammirare un film per le sue location, ma nel caso de L'ultimo imperatore la narrazione non può essere separata dalla presenza impressionante della Città Proibita e dall'uso sorprendente di location, costumi autentici e migliaia di comparse da parte di Bertolucci per creare la realtà quotidiana di questo strano ragazzino".[40]
Il critico Giancarlo Zappoli, su MYmovies.it, gli dà un giudizio di quattro stelle su cinque, definendolo "una pietra miliare nel cinema di Bertolucci".[41] Anche Morando Morandini, nel suo dizionario dei film, lo ritiene "il film più armonioso di Bernardo Bertolucci e, forse, con Piccolo Buddha, il più accademico" e gli assegna un punteggio di tre stelle e mezzo su cinque[42]. Secondo Rotten Tomatoes, il film ha un indice di gradimento dell'86% basato su 124 recensioni, con una valutazione media di 8,10/10. Il consenso dei critici del sito afferma: "Mentre l'epopea decadente di Bernardo Bertolucci non identifica mai del tutto il ritmo drammatico del suo protagonista, le immagini stupende e la capacità di John Lone di rendere la passività avvincente conferiscono a L'ultimo imperatore una grandezza rarefatta".[43] Metacritic ha assegnato al film un punteggio medio ponderato di 76 su 100 basato su 15 critici.[44] Il pubblico intervistato da CinemaScore ha dato al film un voto medio di "A-" su una scala da A+ a F.[45]
Inesattezze storiche
[modifica | modifica wikitesto]Già poco dopo l'uscita del film, il giornalista Tiziano Terzani criticò la ricostruzione storica offerta da Bertolucci, che, a suo dire, sarebbe stata eccessivamente influenzata dai suoi consulenti cinesi e, quindi, rifletterebbe la propaganda del Partito Comunista Cinese.[17]
Lo storico britannico Alex von Tunzelmann ha scritto che il film minimizza e travisa considerevolmente la crudeltà dell'imperatore, soprattutto durante la sua giovinezza.[46] Come affermato da Tunzelmann e da Edward Behr (autore del libro biografico del 1987 L'ultimo imperatore)[47], Pu Yi si dedicò ad abusi sadici sui servitori e sui subordinati del palazzo durante il suo regno iniziale ben oltre quanto descritto nel film di Bertolucci, facendo spesso picchiare gli eunuchi per lievi trasgressioni o senza alcun motivo; in un esempio dimostrativo, il giovane imperatore una volta cospirò per costringere un eunuco a mangiare una torta piena di limatura di ferro semplicemente per vedere la reazione dell'eunuco, proposito da cui, pur non senza qualche resistenza, fu dissuaso dalla sua amata balia.[46][47] Tunzelmann afferma che la maggior parte delle persone in tutto il mondo che hanno sentito parlare di Pu Yi probabilmente hanno una comprensione errata di questo aspetto del regno dell'imperatore, poiché il film semplifica la realtà rispetto a biografie più accurate[46].
Ad esempio, gli sceneggiatori ignorarono del tutto l'omosessualità del personaggio di Pu Yi, scatenando la protesta della comunità gay dopo la prima proiezione.[15] Inoltre il film contiene diverse altre inesattezze storiche: nella vita reale, Pu Yi lasciò la Città Proibita alla morte della madre; come racconta nelle sue memorie, non ebbe rapporti sessuali con le sue mogli ed impedì ai giapponesi di uccidere l'amante dell'imperatrice anziché lasciarlo assassinare; sebbene il film menzioni il colpo di stato di Pechino del 1924, afferma erroneamente che il presidente Cao Kun fuggì dalla capitale invece di essere messo agli arresti domiciliari; le testimonianze che Pu Yi rilascia ai suoi carcerieri durante la sua "rieducazione" furono in realtà rese durante i processi di Tokyo.[48][49][50]
Riconoscimenti
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L'ultimo imperatore trionfò alla notte degli Oscar del 1988, diventando il primo film in assoluto ad aggiudicarsi tutte le statuette per cui era candidato (nove) e il terzo film più premiato della storia degli Oscar, dopo Ben-Hur e West Side Story e alla pari con Gigi di Vincente Minnelli[41][51]. Bernardo Bertolucci divenne l'unico regista italiano nella storia del cinema ad aver vinto l'Oscar alla miglior regia.[52]
- 1988 - Premio Oscar
- Miglior film a Jeremy Thomas
- Migliore regia a Bernardo Bertolucci
- Miglior sceneggiatura non originale a Mark Peploe e Bernardo Bertolucci
- Miglior fotografia a Vittorio Storaro
- Miglior scenografia a Ferdinando Scarfiotti, Bruno Cesari e Osvaldo Desideri
- Migliori costumi a James Acheson
- Miglior montaggio a Gabriella Cristiani
- Miglior sonoro a Bill Rowe e Ivan Sharrock
- Miglior colonna sonora a Ryūichi Sakamoto, Cong Su e David Byrne
- 1988 - Golden Globe
- 1989 - Premio BAFTA
- Miglior film a Jeremy Thomas e Bernardo Bertolucci
- Migliori costumi a James Acheson
- Miglior trucco a Fabrizio Sforza
- Candidatura Migliore regia a Bernardo Bertolucci
- Candidatura Miglior attore non protagonista a Peter O'Toole
- Candidatura Migliore fotografia a Vittorio Storaro
- Candidatura Migliore scenografia a Ferdinando Scarfiotti
- Candidatura Miglior montaggio a Gabriella Cristiani
- Candidatura Miglior sonoro a Ivan Sharrock, Bill Rowe e Les Wiggins
- Candidatura Migliori effetti speciali a Giannetto De Rossi e Fabrizio Martinelli
- Candidatura Miglior colonna sonora a Ryūichi Sakamoto, Cong Su e David Byrne
- 1988 - David di Donatello
- Miglior film
- Migliore regia a Bernardo Bertolucci
- Miglior produttore a Jeremy Thomas
- Miglior attore non protagonista a Peter O'Toole
- Migliore sceneggiatura a Mark Peploe e Bernardo Bertolucci
- Migliore fotografia a Vittorio Storaro
- Migliore scenografia a Ferdinando Scarfiotti, Bruno Cesari e Osvaldo Desideri
- Migliori costumi a James Acheson e Ugo Pericoli
- Miglior montaggio a Gabriella Cristiani
- Candidatura Miglior attrice non protagonista a Vivian Wu
- 1988 - Premio César
- Miglior film straniero a Bernardo Bertolucci
- Candidatura Miglior manifesto a Philippe Lemoine
- 1988 - National Board of Review Award
- Premio per la libertà d'espressione a Bernardo Bertolucci
- Migliori dieci film
- 1987 - New York Film Critics Circle Award
- 1987 - Los Angeles Film Ctitics Association Award
- 1988 - European Film Award
- Premio Speciale della Giuria a Bernardo Bertolucci
- 1988 - Nastro d'argento
- 1988 - Ciak d'oro
- 1988 - American Cinema Editors
- Miglior montaggio a Gabriella Cristiani
- 1988 - American Society of Cinematographers
- Candidatura Migliore fotografia a Vittorio Storaro
- 1988 - British Society of Cinematographers
- Migliore fotografia a Vittorio Storaro
- 1989 - Awards of the Japanese Academy
- 1988 - Boston Society of Film Critics Award
- Migliore fotografia a Vittorio Storaro
- 1988 - Casting Society of America
- Miglior casting a Joanna Merlin
- 1988 - Directors Guild of America
- DGA Award a Bernardo Bertolucci
- 1990 - Golden Screen
- Golden Screen Award
- 1989 - Grammy Award
- Miglior colonna sonora a Ryūichi Sakamoto, Cong Su e David Byrne
- 1989 - Guild of German Art House Cinemas
- Miglior film straniero a Bernardo Bertolucci
- 1988 - Hochi Film Award
- Miglior film straniero a Bernardo Bertolucci
- 1989 - Joseph Plateau Award
- Miglior film straniero
- 1989 - Kinema Junpo Award
- Miglior film straniero
- 1988 - Nikkan Sports Film Award
- Miglior film straniero
- 1988 - Sant Jordi Award
- Miglior film straniero
- 1988 - National Society of Film Critics Award
- Candidatura Miglior film
- 1988 - Writers Guild of America
- Candidatura WGA Award a Mark People e Bernardo Bertolucci
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 Benedetta Bragadini, Jeremy Thomas: io e Bertolucci, su rollingstone.it, 24 novembre 2023. URL consultato l'11 novembre 2025.
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Voci correlate
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Pat Bauer, The Last Emperor, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- L'ultimo imperatore, su MYmovies.it, Mo-Net s.r.l..
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- (EN) L'ultimo imperatore, su Box Office Mojo, IMDb.com.
- (EN) L'ultimo imperatore, su TV.com, Red Ventures (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2012).
- (EN) L'ultimo imperatore, su MyDramaList.
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