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Totò

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« Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti in qualcosa, bisogna morire. »
(Franca Faldini, citando le parole di Totò[1])
Totò

Totò, pseudonimo di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio (Napoli, 15 febbraio 1898Roma, 15 aprile 1967), è stato un attore, scrittore e compositore italiano.

Firma di Totò.

Nato Antonio Vincenzo Stefano Clemente, meglio conosciuto come Antonio De Curtis, vantava i titoli nobiliari di Altezza Imperiale, conte Palatino del Sacro Romano Impero, Esarca di Ravenna, Duca di Macedonia e di Illiria, Principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo.[2]

Attore simbolo dello spettacolo in Italia, soprannominato «il principe della risata», è considerato uno dei maggiori interpreti del cinema e del teatro, campi dove si è affermato particolarmente per la duplice abilità di affrontare con la medesima capacità interpretativa ruoli comici e drammatici, ma si è distinto anche al di fuori della recitazione, lasciando contributi come drammaturgo, poeta, musicista, paroliere e cantante.[3][4][5]

Maschera nel solco della tradizione della commedia dell'arte, accostato a comici come Buster Keaton e Charlie Chaplin,[6] ma anche ai fratelli Marx e a Ettore Petrolini,[7][8] in quasi cinquant'anni di carriera ha spaziato dal teatro (con oltre cinquanta titoli) al cinema (con novantasette pellicole) e alla televisione (con nove telefilm, alcune partecipazioni a spettacoli di varietà e sketch pubblicitari), lavorando con molti tra i più noti protagonisti dello spettacolo italiano e arrivando a sbaragliare con numerosi suoi film i record d'incasso e di ascolti.[9][10] Sia nei copioni brillanti che nelle parti impegnate, che hanno caratterizzato soprattutto l'ultima fase della sua carriera, ha adoperato una propria unicità interpretativa[11] mai venuta meno, nemmeno quando una grave forma di corioretinite lo ha portato a una condizione di quasi totale cecità.

Quasi sempre stroncato dalla critica cinematografica, generalmente apprezzato da quella teatrale, è stato ampiamente rivalutato dopo la sua scomparsa, tanto da poterlo considerare il comico italiano più popolare di sempre.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Lo scugnizzo del Rione Sanità[modifica | modifica wikitesto]

« ...negli oggetti d'argento che lucido io vedo sempre riflessa la faccia di quello scugnizzo muorte 'e famme che sono stato... »
(Totò a sua figlia)
Totò a otto anni.
MarchesedeCurtis.jpg AnnaClemente.jpg
Giuseppe De Curtis. Anna Clemente.

Totò nasce il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità,[12] un quartiere popolare di Napoli, al civico 109 di via Santa Maria Antesaecula, frutto di una relazione clandestina tra sua madre, Anna Clemente (Napoli, 2 gennaio 1881 - Napoli, 23 ottobre 1947), con Giuseppe De Curtis (Napoli 12 agosto 1873 - Roma 29 settembre 1944).Non riconosciuto dal padre viene registrato all'anagrafe come Antonio Vincenzo Stefano Clemente, figlio di Anna e di N.N.. [13] Solitario e di indole malinconica,[14] cresce in condizioni disagiate, con la madre che pensa più all'amante che al figlio, accudito da sua nonna Teresa. Il padre, che pure ha qualche occasione per vederlo di persona, ricopre di regali costosi l'amante ma non si cura minimamente del figlio, che vive la sua infanzia in condizioni di estrema povertà, con pasti frugali e abiti ricavati dalle vistose gonne dismesse da Anna.[15]

Ricco di fantasia fin da bambino, attore per trasformarsi in una persona più felice del bimbo solo che è,[16] dimostra una precoce vocazione artistica. Riempie le sue giornate osservando di nascosto le persone, in particolare quelle che gli sembrano più eccentriche, cercando di imitarne i movimenti, e facendosi attribuire così il nomignolo di «'o spione».[17][18] Questo suo curioso metodo di "studio" lo aiuta molto per la caratterizzazione di alcuni personaggi interpretati durante la sua carriera. Le sue prime recite avvengono quindi in casa, paludato negli abiti della madre trasformati in improvvisati costumi di scena, sorridendo di se stesso davanti allo specchio[13] Se non è da escludersi che i travestimenti fossero un inconscia voglia di averla accanto,[19] è indubbio che al piccolo Totò recitare piace davvero, e lo fa a danno dello studio, tanto che giunto in quarta elementare viene retrocesso in terza per scarso profitto. I suoi spettacoli casalinghi, che hanno inizialmente sua nonna come unico spettatore, riempono i vuoti affettivi, sfogano una vocazione artistica che emerge prepotente, ma servono soprattutto al bambino per dimenticare la povertà con una sorta di autocompiacimento.[13]

L'edificio dove Totò è nato e ha vissuto la sua infanzia.

La sua prima recita pubblica risale al 1905. L'attore è un bambino di otto anni e sua nonna ha ricavato un paio di pantaloni corti da una veste a fiori rossi piuttosto vistosa, costellata da macchie di cosmetici. L'indumento è largo e troppo alto di vita. Sceso in strada con un aspetto simile a un clown viene deriso dagli altri ragazzi, che gli danno del "femminiello" e del "ricchione". In un moto di rabbia si strappa di dosso l'indumento, e una volta rimasto in mutande, per distrarre l'attenzione dal suo aspetto, improvvisa una macchietta con un giro di danza e una specia di mercia mentre si dirige verso casa, un numero che riscuote l'unanime consenso e l'applauso dei ragazzi e di tutti i presenti.[20]

L'anno successivo entra in collegio per iniziativa del padre, ma il suo profitto è scarso e ne esce a tredici anni senza conseguire la licenza ginnasiale.[13] Durante la permanenza nell'istituto Cimino un incidente, il pugno di un precettore che lo colpisce involontariamente in pieno viso durante un arrangiato incontro di boxe, gli deforma il naso e il mento, caratterizzando quella che sarà in futuro la sua "maschera".[21] Tornato a casa annuncia ai già contrariati genitori che vuole intraprendere la carriera di attore, da loro vista come sinonimo di miseria e di vita sregolata. Più per accontentare sua madre che per una reale vocazione per qualche tempo coltiva l'idea di diventare sacerdote, ma il suo esordio da chierichetto è disastroso ed abbandona anche questa strada.[22]

Totò durante il servizio militare, nel 1918

Intanto ha sviluppato l'interesse per le cose belle e raffinate[23] ed ha anche scoperto il sesso grazie ai suoi amici, che lo hanno portato da un'attempata prostituta di nome Carmela, la nave scuola di tutti i ragazzi del Rione Sanità.[24] Per il giovane Totò sono due aspetti della vita cui non vale la pena rinunciare, anche se dalla prima esperienza con una donna è uscito con lo scolo. Per mettere insieme i soldi necessari a soddisfare le sue ambizioni va a lavorare da uno zio marmista secondo alcuni,[25] da un imbianchino di nome mastro Alfonso per altri,[13][17] da un sarto per altri ancora.[26] Con grandi sacrifici risparmia la somma necessaria a comprare il primo abito decente della sua vita, un completo di cui fare sfoggio nel quartiere ed utile anche per far colpo sulle ragazze, che lui chiama "'o vestitiello".[27]

Quell'abito, e il marchio infamante della dizione N.N. sui documenti che presenta quando viene chiamato alle armi, sono all'origine del riconoscimento di suo padre e della riappacificazione familiare.[28] Tornato dal fronte, infatti, il giovane Totò non lo ritrova nel cassetto dove lo ha lasciato perchè sua madre, perennemente a corto di soldi per la sua vita dispendiosa, l'ha venduto.[17] Preso da un moto di ribellione, stanco di fare una vita grama con un padre benestante, lancia un ultimatum ai genitori. "Se non fate in modo che mi chiami De Curtis", dice loro, "da oggi in poi non mi vedrete più". Anna e Giuseppe si sposano tuttavia solo nel 1924, e col nome di Antonio De Curtis Totò ritrova in parte la sua serenità, anche se i ricordi dell'infanzia non lo abbandoneranno mai.[29]

La vita militare e l'esordio nel varietà[modifica | modifica wikitesto]

« La gente non riesce a distinguere il principe De Curtis da Totò, e questo mi dispiace »
(Totò in un'intervista.)

Nel 1918 il futuro attore si esibisce in un piccolo teatro di Napoli, il Mercadante di via Foria, dove conosce un giovanissimo Peppino De Filippo. Il manifesto della serata recita: "Questa sera il comm. Gustavo De Marco" (a caratteri molto grandi) "imitato da Totò" (a caratteri piccolissimi). De Marco è all'epoca famoso per la sua capacità di imitare i movimenti dei pupi con movimenti contorsionistici degli arti, che Totò sa imitare alla perfezione.[30]

Durante gli anni della prima guerra mondiale si arruola volontario nel Regio Esercito ed assegnato al 22º Reggimento fanteria, di stanza dapprima a Pisa, poi a Pescia. Alla stazione di Alessandria, durante il trasferimento al fronte, il comandante del suo battaglione lo arma di coltello e lo avverte che avrebbe condiviso gli alloggiamenti in treno con un reparto di soldati marocchini dalle strane e temute abitudini sessuali. Terrorizzato all'idea non è chiaro se viene colto da vero malore[31] o finge un attacco epilettico,[17] fatto sta che evita di partire per la Francia e viene ricoverato nel locale ospedale militare. Inquadrato successivamente nell'88º Reggimento fanteria "Friuli", di stanza a Livorno, si trova a subire soprusi e umiliazioni da parte di un caporale che lo carica di corvès. Da quell'esperienza nasce uno dei motti più celebri dell'attore, «Siamo uomini o caporali?», a sottolineare che gli uomini non si dividono in buoni e cattivi, ma tra persone che vogliono comandare e persone che si rassegnano a subire.[32]

Totò intorno al 1920.

Terminato il servizio militare il padre vorrebbe avviarlo alla carriera di ufficiale di Marina per distoglierlo dalle sue velleità artistiche.[17] Poco avvezzo alla disciplina, ed anzi spronato dalle recite per i commilitoni improvvisate sulla falsariga di quelle giovanili, inizia la strada di attore teatrale nel 1918, scritturato dall'impresario Eduardo D'Acierno. Totò si esibisce alla sala Napoli, un locale minore del capoluogo campano, e porta in scena le macchiette di Gustavo De Marco, famoso attore di quegli anni che si può considerare il suo maestro. Il primo vero successo lo ottiene comunque con "Vicolo", una parodia della canzone "Vipera" ascoltata nell'interpretazione di un giovanissimo Nino Taranto.[33] Di questa macchietta i suoi biografi riportano due versioni discordanti. Liliana De Curtis[34] scrive che tratta di un uomo che viene rapito dalla grande bellezza di una donna ed esce dall'avventura con una malattia venerea. Caldiron,[35] Bispuri[36] e Anile[37] scrivono invece che Totò fa il verso alle grandi dive del muto come Francesca Bertini, mima le pene d'amore di un uomo che finisce nelle mani di una femme fatale, messa in ridicolo parodiando le movenze dei film e riducendola (sarebbero parole dell'attore), «comme 'na gallina spennacchiata». Comunque siano andate le cose è una caricatura grossolana che riesce a divertire il pubblico, anche se non ottiene il particolare successo che Totò si aspetta. Non potendola replicare all'infinito riscrive il medesimo soggetto col nuovo titolo "Biscia" e monta un numero completamente diverso, nel quale per la prima volta si produce nei movimenti contorsionistici del collo e degli arti che lo renderanno famoso negli anni a venire.[38]

In questa prima fase della sua carriera Totò ha assunto il nome d'arte "Clerment" e si esibisce per un compenso di 1,80 lire al giorno.[39] Dal riscontro ottenuto dal pubblico intraprende la strada della parodia, una scelta che col passare del tempo si rivela sbagliata. Le successive esibizioni al teatro Trianon e nei piccoli teatrini attorno alla stazione centrale, frequentati perlopiù da viaggiatori in attesa tra un treno e l'altro, si rivelano infatti un fiasco. Dopo l'ennesima ondata di fischi ottenuta al teatro Della Valle di Aversa decide di raggiungere i suoi genitori, che si sono nel frattempo sposati e sono andati a vivere in un appartamento di via Villafranca, a Roma.[17][38]

Dalla depressione ai primi successi[modifica | modifica wikitesto]

« Le lacrime per un comico sono come la Rolls Royce per un povero: un lusso che non ci si può permettere. »
(Totò in un'intervista.)
Totò negli anni '20
Negli anni '30

Riunitosi alla famiglia Totò, nuovamente contro la volontà dei genitori, ottiene un ingaggio come straordinario - cioè un elemento da utilizzare occasionalmente e senza nessun compenso - nella compagnia dell'impresario Umberto Capece.[17][38] E' una compagine caratterizzata da attori di bassa qualità e per di più negligenti, che lavora in un baraccone di legno sistemato in piazza Risorgimento, pomposamente chiamato "Salone Sant'Elena", dove si varia lo spettacolo ogni giorno e si prova solo due ore prima di andare in scena. Si rappresenta di tutto, dai copioni impegnati alle macchiette napoletane, ma sulla base di un canovaccio che gli attori riempono con lazzi e improvvisazioni. Per recarsi al lavoro, perennemente a corto di soldi, è costretto a farsi a piedi ogni giorno la strada tra la stazione Termini e la zona delle mura vaticane. La fatica quotidiana lo spinge a chiedere a Capece qualche moneta in più dei due soldi che gli ha concesso dopo quindici giorni per poter almeno usare il tram, ma l'impresario gliele nega e lo licenzia su due piedi.[40] Dopo una breve esperienza nella compagnia di Francesco De Marco, che si esibisce al teatro Diocleziano e che dura solo due settimane per l'antipatia di un primo attore che teme di essere scalzato, rimane del tutto disoccupato.[17][38]

Sfiduciato e depresso continua a coltivare i suoi sogni frequentando abitualmente i Caffé Canavera di piazza San Silvestro e Vesuvio di piazza San Claudio, dove si ritrovano soprattutto gli attori senza lavoro. Nonostante si trovi nel suo ambiente la mancanza di un ingaggio e il pessimismo per il futuro aggravano la sua depressione.[38] Tenta addirittura il suicidio con l'etere ma sua madre, trovatolo disteso sul letto incosciente, lo rianima mettendogli la testa sotto il rubinetto.[17][41] Questo gesto estremo è anche dettato da un attricetta calabrese che si esibisce in un numero esotico spacciandosi per indiana. Totò l'ha piantata in asso dopo che nella sua camera, prossimi ad abbandonarsi ad un rapporto, la giovane si fa avvolgere da un pitone terrorizzando il giovane attore. Per vendicarsi ha sparso la diceria che Totò è impotente arrecandogli una grave offesa, dato che le donne sono la seconda grande passione della sua vita dopo il teatro.[42]

Il Teatro Ambra Jovinelli
L'impresario Giuseppe Jovinelli, il primo che ha creduto nel talento comico di Totò.
L'impresario Giuseppe Jovinelli, il primo che ha creduto nel talento comico di Totò.

Deciso a reagire alle difficoltà abbandona il teatro dialettale napoletano per darsi a quello di varietà. L'occasione è l'incontro con l'impresario teatrale Giuseppe Jovinelli, proprietario dell'omonimo teatro che ha lanciato Ettore Petrolini e Raffaele Viviani, dove si esibiscono attori del calibro di Gustavo De Marco, Alfredo Bambi ed altri[43] Secondo la maggioranza dei biografi Totò si presenta al noto impresario una mattina del 1920 e si propone come imitatore del De Marco, dandogli seduta stante alcune dimostrazioni che lo convincono a mandarlo in scena. Questa versione stride con quella raccontata dalla figlia, secondo la quale l'esordio dell'attore napoletano risale al 1922, quando sbarca il lunario allo Jovinelli lavorando come maschera e convince il selettivo impresario, notoriamente diffidente verso gli esordienti, a mandarlo in scena una sera che il De Marco è indisposto per un malore. La stampa specializzata dell'epoca e i programmi del teatro collocano comunque l'esordio di Totò al luglio del 1920.[44] ed attestano al contempo che l'attore napoletano ha abbandonato lo pseudonimo "Clermant" per utilizzare il diminutivo con cui Peppino De Filippo lo ha conosciuto a Napoli.[30][45]

Con la paglietta de "Il bel Ciccillo".

Per la prima volta Totò ha un camerino tutto suo, dove inizia ad utilizzare una scatola di latta per i trucchi che lo seguirà per tutta la vita, ma il pubblico per molti aspetti non è diverso da quello dei piccoli teatri campani. Accanto a persone impomatate e bottegai susseguiosi, infatti, gli spettatori di questo antenato dell'avanspettacolo sono generalmente burrascosi. Commenti, derisioni e pernacchie non si contano, come pure è facile vengano lanciati oggetti od ortaggi contro gli attori. Spronato dal nome a grandi caratteri sui manifesti Totò si sente in grado di affrontarlo.[46] Ragazzacci sboccati e soldati che sputano le bucce delle fusaie sulla testa del vicino gli danno ragione, anche perché gli imprevisti di spettacoli improvvisati più o meno sul momento (come la fuga in platea dai colpi di un pugile infuriato), vengono scambiati per scene preparate.[47]

Il successo è tale che quando si esibisce nella macchietta "Il bel Ciccillo", già cavallo di battaglia di Gustavo De Marco, riscuote un successo tale ("sei meglio di De Marco" si dice urlassero dal pubblico), da scalzare la fama del grande attore.[48]

L'affermazione nazionale[modifica | modifica wikitesto]

« Ragazzo mio, non hai capito niente. Tu sei il primo comico, mentre io sono Totò. »
(Totò ad un attor giovane che si definisce secondo dopo di lui.)
Totò indossa il fracchesciacche coi pantaloni a zompafuosso. È il secondo abito della sua vita e fino all'ultimo il suo costume di scena per antonomasia.
Totò interpreta d'Artagnan nello spettacolo teatrale I tre moschettieri, brandendo una stampella come spada[49]

I buoni risultati ottenuti gli valgono un rinnovo per sei mesi del contratto con Jovinelli.[43][17] La paga è buona ma non sufficiente allo stile di vita cui Totò ambisce. Può mantenersi, soddisfa qualche piccolo capriccio ma ancora non può permettersi gli abiti eleganti e gli accessori di lusso che sognava da bambino povero. Per coprire quelle che per tutta la vita chiamerà "le toppe al culo" indossa sempre il suo vecchio cappotto militare, che per nessuna ragione si toglie in presenza di altre persone e che tiene addosso anche quando si siede sulla poltrona del suo barbiere di fiducia.[50] Proprio da quest'ultimo, il suo nome è Pasqualino, si presenta un giorno senza l'ingombrante indumento. Con la liquidazione di Jovinelli ha potuto finalmente dar via il suo vecchio abito rattoppato. Lo ha dato a un conoscente che per indumenti forse non eleganti ma nemmeno rattoppati ha voluto anche il cappotto e ventitrè lire. Non potendosi permettere di meglio ora indossa quello che diventerà il tipico costume di scena della sua carriera, il "fracchesciacche" coi pantaloni a zuompafosso, una camicia dal collo basso con un laccio di scarpe al posto della cravatta e una bombetta.[51]

Pasqualino, che ha la sua bottega in via Frattina, è amico di attori e impresari e riesce a farlo scritturare da Salvatore Cataldi e Wolfango Caviglia, proprietari della Sala Umberto I di via della Mercede.[46][38] La sera del debutto l'attore da il meglio di se, lasciandosi andare in mimiche facciali, piroette, doppi sensi e le immancabili macchiette di Gustavo De Marco. Tra richieste di bis e applausi per Totò è la definitiva affermazione nello spettacolo di varietà e il trampolino di lancio verso la notorietà nazionale.

Tra il 1923 e il 1927 si esibisce nei principali caffè-concerto italiani. La stampa e la teatrale iniziano ad interessarsi della sua arte e ne tessono le lodi.[43] Aumentano finalmente i guadagni, e con le maggiori entrate inizia a riempire il suo guardaroba di abiti eleganti e ad impomatare i capelli con le tanto desiderate basette alla Rodolfo Valentino. E' un periodo roseo anche con le donne, e sono numerose le avventure con sciantose e ballerine, al punto da valergli l'appellativo di sciupafemmine. Si racconta che prima di iniziare uno spettacolo sbircia sempre tra il pubblico alla ricerca della "bella di turno", alla quale dedicare la sua esibizione, e che il più delle volte lo raggiunge nel suo camerino durante l'intervallo o al termine dello spettacolo.[17]

In abito elegante con atteggiamento alla Rodolfo Valentino.

Durante questo primo girovagare per l'Italia inizia per Totò anche l'ossessione araldica. Va spesso nei cimiteri per scoprire sulle lapidi i nomi di altri De Curtis. A Torino scopre la tomba di un nobile suo omonimo, vissuto due secoli prima, e ne è entusiasta al punto da portare tutta la compagnia sulla tomba, sulla quale si commuove al punto da trascinare i presenti al pianto.[52]

Nel 1929, mentre si trova a La Spezia, viene contattato dal barone Vincenzo Scala, titolare del botteghino del Teatro Nuovo, che gli comunica una proposta di scrittura da parte dall’impresario Eugenio Aulicio, titolare della Compagnia Stabile Napoletana Molinari. Chiesto ed ottenuto il cospicuo compenso di trecento lire al giorno torna di nuovo nella sua città, dove recita in alcun spettacoli di Mario Mangini e di Eduardo Scarpetta come Miseria e nobiltà e Messalina e I tre moschettieri (dove impersona d'Artagnan), accanto alla giovane Titina De Filippo. La rappresentazione di Messalina rimane particolarmente impressa negli occhi del pubblico in quanto Totò improvvisa una scenetta in cui si arrampica su per il sipario facendo smorfie e sberleffi agli spettatori, i quali vanno totalmente in visibilio.[38][43][9]

Il dramma di Liliana Castagnola[modifica | modifica wikitesto]

« E' con il profumo di questi fiori che vi esprimo tutta la mia ammirazione. »
(Messaggio di Totò alla Castagnola, che accompagna un gran fascio di rose rosse.[53])
La foto di Liliana Castagnola con la dedica a Totò. L'attrice porta la pettinatura a caschetto che nasconde una cicatrice sulla fronte, effetto di un colpo di pistola sparato da un suo amante, che l'ha colpita di striscio.
La foto di scena che la Castagnola regalava autografate agli ammiratori e che scatenava l'irrefrenabile gelosia di Totò.

Le soddisfazioni professionali non vanno però di pari passo con quelle sentimentali. Nonostante il suo successo con le donne e le numerose avventure, si sente inappagato,[54] almeno fino a quando non irrompe nella sua vita Liliana Castagnola. Totò la nota su alcune fotografie nel provocante abito di scena che scatenerà la sua gelosia. Donna di grande fascino, divoratrice di uomini e dei loro soldi, la Castagnola è costante oggetto delle cronache mondane da quando è stata espulsa dalla Francia per aver indotto due marinai al duello e un suo amante geloso si è tolto la vita dopo averle sparato due colpi di pistola.[55] Quando giunge a Napoli nel 1929, scritturata dal teatro Santa Lucia, Totò è nel pieno del successo. Abita in un lussuoso albergo, si muove soltanto in taxi e spende cifre astronomiche per fiori e regali alla fortunata di turno, scelta tra una pletora di donne che se lo contendono. L'attore non può fare a meno di notarla in un palco del Teatro Nuovo, dove si è recata per assistere a un suo spettacolo, e almeno inizialmente la considera la prescelta di quella sera. Le manda un grande mazzo di rose rosse alla pensione degli artisti, dove alloggia e lei lo invita a sua volta a un suo spettacolo.[56][57]

La donna fatale che ha economicamente rovinato molti amanti, malvista al punto di ispirare la scandalosa protagonista del romanzo Mimì Bluette fiore del mio giardino, vede in Totò l'uomo della sua vita, e per restargli vicino a Napoli rifiuta ulteriori scritture. Il suo amore è sincero ma, com'è tipico del suo carattere, morboso e per molti aspetti malsano. Entrambi sono poi bersaglio di maldicenze e pettegolezzi che trascinano Liliana in un profondo stato di depressione. Già nel febbraio 1930 la relazione inizia a deteriorarsi mentre la donna, in un moto di attaccamento morboso al suo uomo, propone di farsi scritturare nella stessa compagnia.[58] Sentendosi sempre più oppresso dal suo comportamento Totò, che più volte ha meditato di lasciarla, accetta un contratto con la compagnia della soubrette "Cabiria" per una tourneè in tutta Italia. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo, dopo aver scongiurato invano Totò di non partire, si toglie la vita ingerendo un intero tubetto di sonniferi.[59]

Viene trovata morta dallo stesso Totò al mattino con al suo fianco una lettera d'addio:

« Antonio,
potrai dare a mia sorella Gina tutta la roba che lascio in questa pensione. Meglio che se la goda lei, anziché chi mai mi ha voluto bene. Perché non sei voluto venire a salutarmi per l'ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so. In questo momento mi trema la mano... Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno. Te l'ho giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E, ora, mentre scrivo, un altro gatto nero, giù per la strada, miagola in continuazione. Che stupida coincidenza, è vero?... Addio. Liliana tua
[60] »

Totò ne rimane sconvolto e sente tutto il peso della sua responsabilità, soprattutto di non aver compreso l'intensità dei suoi sentimenti e di aver pensato «ha avuto molti uomini, posso averla senza assumermi alcuna responsabilità». Il rimorso lo accompagnerà per tutta la vita, tanto che decide di farla seppellire nella cappella dei De Curtis, ubicata nel cimitero del Pianto di Napoli, e di dare a una eventuale figlia il suo nome in luogo di quello della nonna paterna, contravvenendo all'uso napoletano. Decide inoltre di conservare un fazzoletto intriso di rimmel, raccolto nella stanza dove la donna è morta e col quale si è forse asciugata le ultime lacrime prima o in attesa della morte. In merito all'impegno già preso, la sera stessa parte per la tournée.[61]

Il matrimonio, l'avanspettacolo e l'incontro con il cinema[modifica | modifica wikitesto]

« Le mando ciò che più le rassomiglia, augurandole di conservare sempre la freschezza di questi fiori. »
(Messaggio di Totò a Diana Rogliani.)
Totòprovinocinema.jpg Totò provino.jpg
Totò nel 1930, nel suo primo provino cinematografico, con la Cines

Negli anni '30 la carriera di Totò, ormai famoso ed acclamato, incontra l'avanspettacolo e il cinema, mentre nella sua vita personale entra con tutta la sua bellezza una giovane ragazza fiorentina allora sedicenne, Diana Rogliani, anch'ella frutto di una relazione clandestina.

Nel 1930 Stefano Pittaluga, reduce dalla produzione con la Cines del primo film sonoro italiano, La canzone dell'amore, è alla ricerca di volti nuovi da portare sul grande schermo. Le doti comiche di Totò gli sono ben note, e gli fa sostenere un provino per il film Il ladro disgraziato. Seppure in fase avanzata il progetto non va in porto perché Totò dovrebbe imitare Buster Keaton e all'attore napoletano questa imposizione del regista non garba.[62] Accantonata l'idea del cinema nel 1932 diventa capocomico di una propria formazione, Le follie estive, ed inizia l'attività nel neonato avanspettacolo, un genere teatrale leggero, con brevi rappresentazioni che richiedono un minimo impegno in costumi e regia, che nei teatri trasformati in cinema precede la proiezione del film.[63]

Totò e Diana Rogliani.

L'anno precedente, intanto, ha conosciuto Diana Rogliani. L'incontro avviene il 30 agosto 1931 in teatro, dove la ragazza non ancora sedicenne ha avuto l'eccezionale permesso di recarsi con la sorella e il cognato.[64] Quest'ultimo è Raniero Di Censo, un attore buon amico di Totò, al quale la ragazza vorrebbe essere presentata. Il Di Censo gli fa avere un biglietto e poco dopo l'attore li raggiunge nel foyer, dove si trattiene per una decina di minuti. Per Totò la vista di quella ragazza è un colpo di fulmine. Fatto chiamare l'amico da una maschera Totò, che ha trentatrè anni, gli dice chiaro e tondo che la vuole sposare perché ha rivisto in lei l'ideale femminile di una figurina pubblicitaria sulla quale aveva molto fantasticato. La giovanissima età della ragazza lo impensierisce, ma i dubbi fanno presto a diradarsi quando, al termine di quello stesso spettacolo, si rivedono nel camerino dell'attore. Voltandole le spalle Totò le manifesta chiaro e tondo la sua intenzione.[17]

Per motivi burocratici (Diana è nata a Bengasi e i documenti tardano; inoltre sua madre ha presentato una denuncia per corruzione di minore[65]), si sposano solo il 15 aprile 1935, quando la loro unica figlia Liliana ha quasi due anni.[66]

Totò con Guglielmo Inglese, una delle sue "spalle" teatrali più presenti insieme a Eduardo Passarelli e Mario Castellani. I primi due parteciparono anche ad alcuni film con Totò, Castellani invece affiancò il comico in quasi tutta la sua carriera cinematografica.

Il decennio degli anni '30 è ricco di successi e di gratificazioni personali. Malgrado i guadagni non siano altissimi può dare una prima casa alla sua famiglia, un appartamento al civico 10 di via Tibullo, arredato con mobili comprati di seconda mano da un rigattiere,[67] e porta in scena numerosi spettacoli con l'aiuto di Guglielmo Inglese, la sua prima spalla. I copioni sono spesso lacunosi e approssimativi, e Totò può dare sfogo a tutte le risorse creative della sua comicità imparando l'arte dei guitti, cioè di quegli attori che recitano senza un vero e proprio copione, cui aggiunge ovviamente il particolare gusto della sua arte. Alcune delle più famose macchiette che lo renderanno famoso al cinema ("Il pazzo", "Il chirurgo", "Il manichino", "il burattino"), nascono e si caratterizzano proprio in questo periodo estremamente prolifico, nel quale giunge perfino a travestirsi da soubrette.[68] A plasmare questa sua forma d'espressione concorre l'estrema povertà della sua infanzia. Lui stesso, del resto, sostiene che "la miseria è il copione della vera comicità..." e che "...non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita".[69]

Totò nel suo primo film, Fermo con le mani! (1937). Gli occhi e la bocca, fortemente marcati dal trucco di scena, ricordano Ridolini, il divo del cinema muto di cui l'attore napoletano, che già aveva rifiutato di imitare Buster Keaton, dovrebbe in qualche modo essere l'alternativa italiana.[17]

Man mano che il suo repertorio si arricchisce di novità ne crescono la fama e la popolarità, al punto che a volerlo al cinema sono ora figure di primo piano come Umberto Barbaro e Cesare Zavattini. L'idea è quella di affidargli il ruolo di "Blim" nel film Darò un milione di Mario Camerini, ma il regista non se la sente di utilizzare un attore ancora sconosciuto al grande pubblico cinematografico e gli preferisce il ben più noto e già affermato Luigi Almirante. L'esordio risale al 1937. A chiamarlo al suo primo ruolo, per un compenso di 6.000 lire, è Gustavo Lombardo, fondatore della Titanus e produttore dei film di Leda Gys, sua moglie e grande diva del muto italiano. Il soggetto e la sceneggiatura di Fermo con le mani! non sono propriamente memorabili ma consentono a Totò di farsi conoscere dal più vasto e composito pubblico del cinema, ben più variegato e popolare di quello del teatro.[70] Per l'attore è un'esperienza preziosa. Il set cinematografico non è infatti il palcoscenico del teatro, a Totò mancano le risate e gli applausi del pubblico, ed in più si sente oppresso dai comandi del regista. Fino al 1941, quando riprende l'attività in teatro, gira Animali pazzi di Carlo Ludovico Bragaglia, dove ricopre un doppio ruolo, San Giovanni decollato, sceneggiato tra gli altri da Cesare Zavattini e lodato dalla critica, L'allegro fantasma, dove i ruoli di Totò sono addirittura tre, ma per quanto sfrutti al massimo le sue potenzialità "marionettistiche" e la grande mimica del volto e dei movimenti i risultati sono sempre modesti, e lasciano l'attore del tutto insoddisfatto.[62]

Le sue prime esperienze cinematografiche, seppure condizionate dalla censura di regime, sono però il banco di prova per la ripresa post-bellica, quando farà affidamento all'improvvisazione e alle reazioni della troupe con la preziosa esperienza nel frattempo maturata nello teatro di rivista.[17]

La stagione della rivista[modifica | modifica wikitesto]

« Io odio i capi, odio le dittature... Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler ... gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate. »
(Totò parlando di una sua rivista[71])
Totò in camerino mentre viene aiutato da Diana Rogliani a indossare il costume da robot, prima di entrare in scena per la rivista Bada che ti mangio!
Totò in camerino mentre viene aiutato da Diana Rogliani a indossare il costume da robot, prima di entrare in scena per la rivista Bada che ti mangio!
Qui durante lo spettacolo
Qui durante lo spettacolo
Totò mentre interpreta Pinocchio con Anna Magnani e Mario Castellani, nella rivista Volumineide (1941-1942)
La Magnani, è probabilmente l'unica interprete femminile in grado di misurarsi con la recitazione di Totò.[17]

Negli anni dei suoi primi film l'epoca dell'avanspettacolo va lentamente esaurendosi. Al suo posto si afferma la rivista, spettacolo teatrale di carattere leggero che in Italia conosce la massima popolarità quando, sul finire degli anni trenta, vengono meno i vecchi generi teatrali (varietà, Café-chantant, operetta).[43] I suoi tratti caratteristici, un misto di prosa, musica, danza e scenette umoristiche ispirate all'attualità e ai tradizionali cliché erotico-sentimentali, uniti da un tenue filo conduttore, è ancora più congegnale alla comicità di Totò, che attinge a piene mani dalla realtà quotidiana. La censura fascista è in quel periodo ancora più stringente a causa della guerra ma Totò riesce spesso ad aggirarla, al punto da attirarsi la nomina di antifascista, accusa lanciata anche ai fratelli De Filippo.[72] La sua capacità di irridere ad eventi e personaggi di quel periodo è tale che anche il pubblico riesce a sdrammatizzare, seppure per una sera, gli orrori di una guerra che doveva essere breve e che, invece, ha fatto presto a sbarcare sul territorio italiano.

Il debutto nella rivista avviene al teatro Quattro Fontane, dove va in scena "Quando meno te l'aspetti". Con Totò lavorano Mario Castellani e Anna Magnani, con la quale instaura un profondo rapporto artistico ed umano.[73][74] Autore dello spettacolo è Michele Galdieri, uno tra i grandi scrittori di riviste teatrali degli anni Quaranta, col quale Totò avvia un sodalizio durato nove anni. I suoi spettacoli sono messi in scena dagli impresari Elio Gigante e Remigio Paone. Tra le riviste più note Volumineide, Orlando Curioso, e Con un palmo di naso.

Degno di nota lo spettacolo Che ti sei messo in testa?, messo in scena a Roma nel 1944, in piena occupazione nazista. La rivista è pesantemente tagliata e modificata dalla censura. Il titolo, che doveva essere "Che si sono messi in testa?" viene modificato perché vi si ravvisa un riferimento alla politica tedesca del periodo.[43] Moltissime battute sono tagliate o modificate anche dopo l'inizio delle rappresentazioni sebbene la critica (o meglio, lo "sberleffo") al regime sia spesso solo "sussurrato" (come la famosa "io penso che le pecore sono stufe di belar" che Totò pronuncia nei panni del pastore Aligi)[75] Nonostante gli interventi censori le repliche devono interrompersi bruscamente causa una denuncia per una feroce parodia di Hitler inscenata a seguito dell'attentato del colonnello Claus von Stauffenberg. Avvertito al termine di una serata parte all'alba del mattino dopo con moglie e figlia e si rifugia da una coppia di conoscenti fuori Roma, i De Sanctis, presso i quali viene però riconosciuto. Decide allora di tornare a Roma, dove nel frattempo sua madre ha depistato la polizia, e rimane nascosto fino all'arrivo degli americani (4 giugno 1944).[76][17]

La ripresa dell'attività e i problemi familiari[modifica | modifica wikitesto]

« Con la meningite o si muore o si rimane stupidi. Io non so' morto. »
(Totò al suo primo provino.[77])
Con Ada Dondini in Totò sceicco, nella scenetta dell'argano che risolleva la marchesa caduta in terra. Totò l'ha mutuata da un episodio reale della sua vita, una caduta di sua madre Anna lungo una rampa di scale e il suo non riuscire a rialzarsi da sola. Assoldati alcuni volontari per rimetterla in piedi si accorge dell'ilarità della situazione, specie quando pronuncia la frase "issate la marchesa", e replica più o meno pari la situazione nel film, con l'aggiunta dell'argano adibito allo scopo.[78]

La liberazione di Roma coincide più o meno con la morte di suo padre (29 settembre). In attesa di riprendere l'attività teatrale Totò accetta una proposta di Mario Amendola e Mario Bonnard e nel 1945 gira il suo sesto film, Il ratto delle Sabine, dove interpreta il ruolo di Aristide Tromboni, capocomico di una scalcagnata compagnia di attori a caccia di scritture e soprattutto di cibo (un copione che ha fatto parte della sua vita). Con un buon cast, che comprende grandi nomi del teatro come Clelia Matania, Aldo Silvani, Mario Pisu e Renato Castellani (al suo primo film accanto a Totò), la pellicola, girata con pochi mezzi negli studi appena abbandonati dalla produzione di Roma città aperta, riesce gradita al pubblico ma è stroncata dalla critica.[79] In attesa di riprendere l'attività teatrale va in scena con spettacoli destinati alle forze armate assieme a Macario e Nino Taranto, fa la sua prima ed unica esperienza di doppiatore e parte per una tourneè in Spagna, dove senza sapere una parola della lingua recita nello spettacolo Entre dos luces (Tra due luci), per il quale inventa la canzonetta "Tengo la cabeza de mantequilla" (Ho la testa di burro) in un linguaggio misto tra il napoletano e uno spagnolo quasi del tutto inventato. [80]

Con Carlo Campanini ne Il ratto delle Sabine, film con cui Totò riprende l'attività artistica dopo la sospensione del periodo bellico.

Nel 1947 viene a mancare Anna Clemente. La scomparsa di sua madre lo sorprende sul set de I due orfanelli, primo film in cui trasporta al cinema non solo la sua grande capacità di improvvisazione ma anche la feroce vena satirica di cui è capace.[81] Totò recita ancora secondo i canoni della rappresentazione teatrale ma affonda gli artigli nella realtà del periodo, irridendo in particolare ai politici (Sentite, voi siete un giudice, uomo saggio. Quello lì è un ladro. Secondo voi, andrà in galera? - No. - Perché? - Quello è un furbo, e la vita è fatta per i furbi: probabilmente diventerà ministro.) e al grande raduno dei partigiani nel primo anniversario della liberazione (Siamo in 15, non facciamo che poi fra un anno , quando si fa il raduno, si presentano in quarantamila). Alla fine dell'anno (21 dicembre) debutta con C'era una volta il mondo, lo spettacolo in cui da vita a numeri destinati a diventare famosi anche al cinema come Il manichino (ripreso ne I pompieri di Viggiù), e soprattutto lo sketch del vagone letto con Isa Barzizza e Mario Castellani, nato da uno scambio di battute che dura in origine otto minuti e che Totò, stante il successo, amplia in breve tempo fino ai tre quarti d'ora e inserisce anche nella successiva "Bada che ti mangio".[82][83]

A questo rinnovato successo professionale di Totò, con gli spettacoli teatrali replicati in tutta Italia e i film che hanno buoni risultati al botteghino, si contrappongono i problemi coniugali di Antonio De Curtis, il cui rapporto con la moglie entra presto in crisi.

L'attore non l'ha mai lasciata a casa da sola, nemmeno quando la figlia Liliana era in fasce, e secondo alcuni arriva a chiuderla nel camerino mentre lui si trova sul palcoscenico.[84][85][86] Per la Rogliani, felice di essere sua moglie ma al contempo assetata di libertà, quella vita accanto a Totò diventa insopportabile. L'attore, che non reciderà mai il legame con la prima donna della sua vita, finisce col farle una proposta che può apparire assurda, ma coerente col suo modo di intendere un rapporto; sciogliere il matrimonio e continuare a vivere insieme perché, le dice Totò, "...sarò certo che tu mi ami veramente. Inoltre, non essendo più tuo marito, non correrò il rischio di essere cornuto".[87] L'annullamento è ottenuto in Ungheria nel 1939 per essere trascritto pochi mesi dopo in Italia. I due sposi diventano cosi amanti, e in questo ruolo Totò si trova a suo agio più che in quello del marito, almeno secondo la logica che vuole la moglie pura e l'amante corrotta. L'amore che li lega è ora ardente e perfetto, e vanno a viverlo in un nuovo e più grande appartamento di viale dei Parioli. Paradossalmente scoprono di essere legati nel momento in cui il legame non c'è più, ma la serenità è destinata a durare poco. Forse per la diversa situazione, infatti, Totò decide di abbandonare la consuetudine delle vacanze estive a Viareggio. Scritte tre località su altrettanti bigliettini ne fa scegliere uno a Diana, e la sorte sceglie l'isola di Capri, dove sua figlia Liliana incontra Gianni Buffardi, figliastro di Bragaglia, e se ne innamora. Per Totò, che nonostante gli anni passati continua a vedere sua figlia come una bambina, è uno shock, ma se si oppone è anche perché, come sua figlia riconoscerà molti anni dopo, ci aveva visto giusto. Buffardi ha "uno spiccato senso dell'avventura e una scarsissima voglia di lavorare".[88]

Totò con Gianni Buffardi, sua figlia Liliana e i suoi nipoti.

L'amore tra i due ragazzi scatena continue discussioni tra Totò e Diana, ma anche tra padre e figlia, che fa di tutto per eludere la sorveglianza continua della governante per godersi un po' di libertà. Le cose peggiorano quando la Rogliani conosce in casa Bragaglia un noto avvocato dell'epoca, Michele Tufaroli, quarantanovenne ancora celibe, il cui interesse sentimentale le fa aprire gli occhi e rendere conto che Totò l'ha retrocessa da moglie ad amante. Le continue liti sulla mancata sorveglianza della figlia, una serie di pettegolezzi sul comportamento di moglie e figlia durante una tourneè, la presenza di Tufaroli come terzo incomodo (seppure tra i due ancora non esista nulla), e le recriminazioni di Diana sul presunto flirt con Silvana Pampanini, fanno il resto. Sul finire del 1950 la ex moglie ora amante fa la valigia e se ne va.[85][89] Sua figlia la segue di qualche mese, il 24 giugno 1951, quando si sposa col Buffardi uscendo di casa da sola, con un abito bianco qualsiasi, un'auto noleggiata e lontana anni luce dalla principessa che Totò avrebbe voluto farne.

Con Aldo Fabrizi in Guardie e ladri (1951), uno dei pochi film in cui Totò, premiato col Nastro d'Argento, viene elogiato dalla critica.[90]

Per Totò, rimasto solo col cane, è il periodo più triste ed amaro della sua vita.[91] Nella solitudine della sua casa nascono le poesie più belle e soprattutto Malafemmena, la canzone che per anni si è ritenuto fosse dedicata a Silvana Pampanini e che invece Totò ha scritto pensando a Diana Rogliani.[92][93] Le vicende private dell'uomo si riflettono ovviamente sulla vita professionale dell'attore, anche se il primo ha sempre voluto tenere le distanze dal secondo.[94] La maschera della marionetta surreale del teatro poco alla volta ha lasciato il posto ad una figura più umana, coerente con l'indirizzo neo-realistico del dopoguerra, ed è con questo cambiamento che l'attore di teatro e l'attore di cinema prendono due strade differenti.[95]

Con Enzo Garinei in Totò terzo uomo, film girato nel periodo in cui l'attore napoletano era rimasto completamente solo. È stato durante la lavorazione di questo film che Totò ha abbozzato su un pacchetto di sigarette vuoto i versi di Malafemmena.[96]

Dopo alcuni mesi trascorsi nel silenzio con l'unica consolazione del set cinematografico, dove arriva a girare anche dieci film in un anno, nasce un nuovo Totò, deciso a recuperare il tempo perduto. Simboli di questo rinnovamento sono la nuova casa di viale Bruno Bozzi, lontana dai ricordi, e il legame con Franca Faldini.[97] Secondo la figlia[98] Totò la incontra per la prima volta nel ristorante "La Rupe Tarpea", dove sta cenando in compagnia della figlia stessa, non ancora sposata, e di un amico. Nel suo libro autobiografico[99] e in varie interviste, invece, la Faldini racconta che l'attore ne rimane infatuato dopo averla vista su una copertina di Oggi, dove si da conto dei suoi primi lavori cinematografici negli Stati Uniti, dove è apparsa sulla rivista statunitense Esquire come volto immagine dell'Italia e ha vinto il premio Miss Cheesecake dedicato alle attrici esordienti.

La copertina di Oggi che ritrae Franca Faldini appena tornata dall'America.

L'allora ventunenne aspirante attrice è tornata in Italia per festeggiare la maggiore età e per una breve vacanza[100] quando si vede ricevere un enorme omaggio floreale accompagnato da un biglietto galante. Dopo un iniziale ma cortese rifiuto ad accettare l'incontro proposto la reciproca conoscenza, favorita da un amica comune, avvia un rapporto di amicizia che nel giro di un mese diventa ufficialmente fidanzamento. La nuova relazione, che compensa in certo qual modo il matrimonio di Diana Rogliani con l'avvocato Tufaroli,[101] viene vissuta alla luce del sole in barba a tutte le polemiche sulla differenza d'età e sulla convivenza more uxorio, e restituisce ad Antonio De Curtis quella voglia di vivere e lavorare che mostra al suo pubblico nei panni di Totò.[102] La riconquistata serenità lo aiuta anche a recuperare il rapporto con la figlia, il cui matrimonio, come Totò aveva predetto, non è felice per la scarsa voglia di lavorare di Gianni Buffardi. Quest'ultimo, infatti, ha mandato in fallimento un'autorimessa che la moglie aveva messo su coi 15 milioni di dote (il compenso del film Toto cerca casa), che il padre le ha dato.[103]

Nella stagione 1949-1950, dopo il grande successo di Bada che ti mangio, abbandona temporaneamente il teatro per dedicarsi al cinema, attività che rende di più dal punto di vista economico ma che lo soddisfa di meno. Il set crea tuttavia non pochi problemi all'attore, cui mancano le basi del teatro, ovvero il contatto diretto col pubblico e la continuità dell'azione. Il primo finisce con l'essere sostituito dai membri della troupe, le cui risate mentre si gira e gli applausi allo stop gli danno la giusta carica.[104] La seconda viene rimpiazzata in gran parte dei film con l'ausilio di comprimari alla sua altezza (Luigi Pavese, Aroldo Tieri, Peppino De Martino, Carlo Croccolo per dirne alcuni), in grado soprattutto di affrontare le improvvisazioni che dilungavano una singola scena in uno sketch di dieci minuti, ripreso in via continuativa con una sola inquadratura.[105] Del resto, salvo poche eccezioni (Guardie e ladri, 47 morto che parla, Napoli milionaria) il cinema di Totò degli anni '50 è un frenetico susseguirsi di pellicole mediocri, girate con un minimo budget, in pochi giorni[106] e con un copione che si affida in gran parte alla capacità degli attori di sviluppare una scena partendo da pochi appunti come una volta si faceva con la commedia dell'arte. Ma se il film costa poco i guadagni per i produttori sono a sette zeri, e servono a finanziare le loro ambizioni personali e quel cinema che la critica poi definisce di qualità.[107] Lo stesso Totò ne è consapevole ma preferisce lavorare, prenderli "pochi, maledetti e subito" anche allo scopo di risparmiarne una parte per affrontare un eventuale calo di lavoro conseguente ad un cambiamento di gusti del pubblico.[108]

Il ritorno al teatro e la malattia agli occhi[modifica | modifica wikitesto]

« Io sono Totò, l'unico che esista, per questo devo tornare a recitare. »
(Totò a sua figlia nel 1957.[109])
Il manifesto della rivista A prescindere.
Totò con Franca Maj e Dino Curcio in un momento di A prescindere.

Nel 1956, rasserenato dalla prolifica attività cinematografica (ha girato 49 dei 97 film cui ha preso parte nella sua carriera), e dalla presenza di Franca Faldini, Totò decide di tornare a calcare il palcoscenico del teatro. Il cinema gli ha procurato fama e ottimi guadagni ma non colma la nostalgia del contatto con un vero pubblico e della rivista, genere che pure sta iniziando a conoscere una prima fase calante per la concorrenza della televisione. L'allestimento di "A prescindere" è curato dall'impresario Remigio Paone, buon amico dell'attore, il copione è di Francesco Cipriani Marianelli (Nelli) e Mario Mangini, già autori di gran parte dei suoi spettacoli.[110][43]

Al debutto, avvenuto al teatro Sistina il 1° dicembre, Totò viene accolto da un'ovazione che secondo sua figlia dura circa dieci minuti, durante la quale l'attore rimane immobile con le mani sulla bombetta e gli occhi lucidi per la commozione. Lo spettacolo è un grande successo sia di pubblico che di critica, e dopo un paio di mesi inizia una tourneè che prevede repliche in oltre 20 città. A Firenze, tuttavia, Totò accusa i primi sintomi della broncopolmonite virale che lo colpisce più duramente a Milano e lo costringe a letto sotto controllo medico.[111] Contro il parere di quest'ultimo, che ha prescritto due settimane di completo riposo, dopo solo tre giorni di inattività vuole a tutti costi tornare in scena., seppure indebolito dagli antibiotici, e prosegue il tour a Biella, Bergamo e Sanremo.[112] Il 3 maggio 1957, durante l'imitazione di Vittorio Gassman nei panni di Otello al Teatro Politeama Garibaldi di Palermo, viene colpito da corioretinite emorragica, infezione dovuta al virus della polmonite che si è localizzato nell'occhio sinistro. Totò ha la sensazione che le luci siano state improvvisamente spente e si avvicina alla Faldini (che nel frattempo ha sostituito Franca Maj), sussurandole che non riesce più a vedere niente.[111][43] Già colpito nel 1938 da un distacco della retina all'occhio destro, le cui cure sono state a suo tempo vanificate dall'ostinazione dell'attore di voler continuare a lavorare,[113] Totò è costretto a sospendere le recite e a mettersi a letto. Rescinde anche il contratto con Remigio Paone che, in barba a tutte le manifestazioni di amicizia, gli ha mandato a Palermo un medico fiscale. L'idea di quest'ultimo, uscite ridotte a favore dei numeri musicali, offende la professionalità e la fama dell'attore, che vede la propria salute anteposta agli interessi economici dell'impresario.[114][17]

Con Agostino Salvietti in Totò, Vittorio e la dottoressa, il suo unico film del 1957, il primo cui prende parte dopo la perdita della vista.
Con Vittorio Gassman, Mario Monicelli e Renato Salvatori sul set de I soliti ignoti. Totò indossa gli occhiali scuri prescritti dall'oculista, necessari per preservare gli occhi dalla luce eccessiva.
Con Vittorio Gassman, Mario Monicelli e Renato Salvatori sul set de I soliti ignoti. Totò indossa gli occhiali scuri prescritti dall'oculista, necessari per preservare gli occhi dalla luce eccessiva.
Con Mario Monicelli.
Con Mario Monicelli.

Completamente cieco nei primi tempi della malattia viene visitato dai migliori oculisti dell'epoca che, per motivi non chiari, stentano a fare una diagnosi precisa. Si lascia sottoporre a iniezioni di nuovi preparati, visite dolorose e perfino alla contemporanea estrazione di quattro denti (nel sospetto che l'infezione al nervo ottico provenisse da altrettanti accenni di carie), finché si arriva all'individuazione della corioretinite.[17][115][111] Le possibilità che possa tornare a vedere sono considerate scarse ma col riassorbimento dell'infezione inizia a reagire alle difficoltà, anche perché la cecità non è completa e riesce ad avere la vista, seppur confusa, dell'ambiente e delle persone.[116] Nel periodo di inattività, preoccupato per il futuro, continua ad occuparsi del suo lavoro[117] e in particolare del cinema. Produttori e registi continuano ad inviargli proposte e copioni, e Totò se li fa leggere da Mario Castellani.

Un rotocalco racconta il dramma di Totò nei giorni della malattia, quando ancora non si sa se la cecità è permanente o meno.

Quando i medici gli danno il permesso di riprendere il lavoro gira il suo unico film di quell'anno, Totò, Vittorio e la dottoressa. Totò ora indossa gli occhiali scuri, imposti dall'oculista per proteggere gli occhi dalla luce, deve farsi descrivere nei particolari la scena e leggere più volte il copione. Deve anche essere accompagnato nel punto in cui deve trovarsi a inizio riprese, ma al suono del ciak l'uomo dimesso dalla malattia scompare per lasciare il posto all'attore che tutti conoscono.[17] Messi in tasca gli occhiali si rianima e si muove con disinvoltura, come animato da un burattinaio invisibile, con una comicità ed una mimica ancora più ricche ed arricchite dalle battute dei comprimari quando devono aiutarlo a cogliere la direzione in cui "guardare".[118]

L'unico vero problema è il doppiaggio. Totò non può infatti vedere la propria immagine e non è in grado di sincronizzare le battute col movimento labiale. Per le scene in esterni, che non si possono girare in presa diretta, viene risolto col doppiaggio eseguito da Carlo Croccolo, che ne sa fare un'ottima imitazione.[119]

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

« Mi sento un poco "sfottuto", questo è vero, ma per il resto sono meglio di un giovanotto. »
(Totò a sua figlia preoccupata per la sua salute.[120])
Con Mario Riva nella puntata de Il Musichiere in cui Totò grida "viva Lauro!". È la sua prima apparizione televisiva.

La quasi totale cecità lo obbliga a dare un definitivo addio al teatro, un vuoto che l'attività cinematografica, per quanto prolifica nelle proposte come nelle realizzazioni, non riuscirà mai a riempire. La ripresa, con sette film nel 1958 e cinque nel 1959, è legata ai grandi timori per il suo futuro e per quello delle persone cui è legato. A dispetto della carriera, infatti, Totò non è ricco.[111][121] I guadagni sono in gran parte assorbiti dal suo amore per il lusso e le comodità ma il Principe è anche un uomo immensamente generoso, che fa molta beneficienza, e senza batter ciglio si è assunto il peso di mantenere sua figlia coi nipoti dopo la separazione da Gianni Buffardi), ed anche Diana Rogliani, che a sua volta si è separata dall'avvocato Tufaroli ed ora vive in un appartamento che Totò gli ha donato dopo essersi sobbarcato le spese della causa di separazione utilizzando i ricavi della canzone Malafemmena.[122] A casa di sua figlia Liliana, dove si reca spesso a pranzo o a cena, ha riallacciato infatti il mai del tutto reciso rapporto con la sua prima moglie, per la quale ha intimamente sofferto quando ha perso il figlio che aspettava dal suo secondo marito, e per il bene di sua figlia fin dal 1956 si è riconciliato anche con Gianni Buffardi, che l'attore inserisce nel campo della produzione cinematografica e che lui ricambia acconsentendo che la sua seconda figlia si chiami Diana.

Totò, Peppino e i fuorilegge, l'ultimo film che l'attore gira prima di tornare in teatro e della malattia. Nato dal successo di Totò, Peppino e la... malafemmina (che ha incassato l'equivalente di 23 milioni di euro attuali), ne ricalca per alcuni aspetti la trama, coi due protagonisti che sbarcano in una grande città e che si danno alla pazza gioia.

La riconciliazione degli affetti più cari è uno dei sostegni che gli consente di recuperare le forze e la voglia di vivere dopo la perdita della vista ma le disillusioni sono una costante della sua vita, e dopo una collaborazione di sei film il cognato si rivela la persona inaffidabile di sempre.[123]

Ad amareggiare ulteriormente la sua vita intervengono le conseguenze della riforma tributaria Vanoni, che a causa di un commercialista disonesto lo espone col fisco per un totale di 400 milioni di lire.[17] Ottenuta la rateizzazione del debito, anche per l'interessamento di Giulio Andreotti, è costretto a vendere alcune sue proprietà, tra le quali l'appartamento di viale Bruno Buozzi che ha sempre curato con grande amore, e a dispetto dei problemi di salute deve gettarsi a capofitto nel lavoro, accettando di fare tutto quello che capita.[124] Dopo aver meditato di trasferirsi definitivamente in Svizzera, allo scopo di sfuggire all'esosità fiscale italiana, va ad vivere nuovamente in viale dei Parioli, in una casa in affitto al civico 4 che continuerà ad abitare fino alla morte con Franca Faldini.[125]

La Magnani e Totò duettano cantando la canzone Geppina Gepì in Risate di gioia.

Gli anni successivi alla malattia gli portano anche delle soddisfazioni grazie a film che vanno oltre la tipica mediocrità del prodotto commerciale. Tra i primi che gira dopo l'infausto 1957 c'è La legge è legge, a fianco di Fernandel, e I soliti ignoti, una partecipazione minore che però gli vale il Microfono d’argento[126] e una targa dell'ANICA per il contributo al cinema italiano e per la sua lunga carriera artistica.[127] Ha anche occasione di tornare a far coppia con Anna Magnani in Risate di gioia, un impegno che si rivela difficoltoso per il forte dualismo che anima i due grandi attori e che alla prova del botteghino non da quel risultato che molti si aspettano.

Nel solo 1958 gira complessivamente sette film ma deve nuovamente prendersi un periodo di riposo nel 1959, quando ha un malore sul set de La cambiale e il completamento delle riprese, intanto andate avanti con gli altri attori, deve attendere due mesi e un cambiamento del copione, che inserisce nel cast Peppino De Filippo.[111][128] Le conseguenze della malattia e gli anni che avanzano, come si vede, non intaccano la sua grande capacità di mettere da parte le gioie e i dolori della vita quando lavora.

Con Nino Taranto, uno dei pochi amici dei suoi ultimi anni.
Con Mario Castellani, Ferruccio Amendola e Gianni Bonagura in Totò Ye Ye, uno degli episodi della serie televisiva TuttoTotò.

Esaurito l'ultimo guizzo di giovinezza con la nascita e la morte nello stesso giorno del piccolo Massenzio, avuto con Franca Faldini e nato prematuro, nel suo privato diventa sempre più riservato e malinconico. Passa molte ore chiuso nel suo studio, dove spesso registra al magnetofono le poesie e le canzoni che non può più scrivere a mano.[129] E' un periodo di estrema solitudine interiore, accentuata dalla cecità, nel quale emerge prepotente il rimpianto di non aver avuto una famiglia numerosa. "Avrei voluto non uno ma cinque figli", ripete spesso, "sarei stato felice, da vecchio, di fare il patriarca, seduto a capo di una lunga tavola con i miei figli e i figli dei loro figli". Per tramandare il nome dei De Curtis, "sia pure in via secondaria", ottiene dal Tribunale per i minorenni che i suoi nipoti lo aggiungano a quello paterno.[130] Il lavoro nel cinema, la famiglia e pochi amici fidati (tra i quali Aldo Fabrizi e Nino Taranto), sono le uniche gioie di una vita che in quel periodo deve apparirgli per molti altri aspetti insopportabile, e sua figlia Liliana si chiede se spesso non si abbandonasse alle lacrime.[131]

Un intellettuale chiacchierato[modifica | modifica wikitesto]

« Ho girato diversi film mediocri, altri che erano veramente brutti, ma dopo tutta la miseria patita in gioventù non potevo permettermi il lusso di rifiutare le proposte scadenti e restarmene inattivo... »
(Totò in un'intervista.[132])
Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini: Totò avrebbe voluto lavorare col primo e lavora proficuamente col secondo.

Per molti anni Totò ha covato il desiderio di girare un film con Federico Fellini.[133] I due artisti si sono conosciuti quando il futuro regista muove i suoi primi passi nel giornalismo e scrive per un piccolo periodico dedicato all'avanspettacolo. L'attore napoletano ricorda spesso quell'episodio nei non rari momenti in cui si rammarica di non ricevere una chiamata dal regista, nel frattempo diventato famoso, ma a Fellini non "sono mai venute in mente storie che richiedessero la presenza di Totò". Sul set si incontrano comunque nel 1952, quando Roberto Rossellini è indisposto e Fellini è chiamato a concludere le riprese di Dov'è la libertà...?]] dirigendo alcune inquadrature.[134]

Una vera occasione per uscire dai panni del comico, del resto, non l'ha mai davvero avuta, o se l'ha avuta non l'ha colta per dar seguito alle produzioni da realizzare alla svelta, pagate in anticipo e quindi di sicuro rientro economico.[135]

Sul set de Il comandante.

Il desiderio di fare qualcosa di meglio dei soliti film da quattro soldi, al di fuori dello stereotipo del comico-marionetta, sembra doversi concretizzare già con Il comandante, che viene annunciato come il suo centesimo film (in realtà è l'86°) e il primo interamente drammatico.[62] Il regista Paolo Heusch, che era stato assistente ne L'imperatore di Capri e in Racconti Romani, è in quel periodo reduce dal fiasco di Una vita violenta ed ha accettato di dirigerlo perché spera a sua volta di rilanciarsi, dirigendo un Totò diverso dal solito in una pellicola che i produttori non sapevano a chi affidare. Lo stesso attore è entusiasta di questo ruolo. "Gli piacque moltissimo la storia", racconta Heusch,[136] "era contento di fare un film diverso. Diceva 'dobbiamo farlo bene' ed era sempre estremamente attento, quasi come un principiante che ha paura di sbagliare". Per la prima volta Totò esce dai panni del guitto. Anche se mette più volte in difficoltà Andreina Pagnani con le improvvisazioni rinuncia ai suoi lazzi, alle movenze cui il pubblico è abituato, ed è forse per questo che alla prova del botteghino il film si rivela un fiasco clamoroso, lasciando l'attore profondamente deluso.[17]

Ugualmente deludenti sono i risultati di Che fine ha fatto Totò Baby? e Totò d'Arabia, sempre diretti da Heusch ma firmati da altri per non farne figurare il nome. Nel primo probabilmente il pubblico non accetta un Totò cattivo. Nel secondo forse l'attore risente del tentativo di proporre un Totò diverso che alla prova dei fatti è lo stesso di sempre con lazzi diversi da quelli cui il pubblico è abituato.[137][17]

La vera occasione gliela da invece Pier Paolo Pasolini, famoso regista ma anche apprezzato poeta e scrittore, di cui Totò conosce ed apprezza i film e gli scritti. Pasolini ritiene che la sua maschera rappresenti i due caratteri tipici dei personaggi fiabeschi, la stravaganza e l'umanità, e che sia quindi del tutto adatta al progetto di un film come Uccellacci e uccellini, che è una favola dove i falchi e i passeri simboleggiano i grandi conflitti che animano l'umanità.[111][138][139] Totò si sente lusingato di questa scelta, onorato addirittura, anche se la sua soddisfazione è in piccola parte offuscata da un'ombra, ovvero la nota omosessualità di Pasolini. L'attore, che in tema ha tutti i pregiudizi e gli stereotipi della sua epoca, e che sente anche il bisogno di precisare "Io con i ricchioni non mi prendo", fa comunque presto a superare le sue perplessità. "E' un uomo al di sopra di tutto, un poeta", dice di lui dopo l'incontro in casa sua cui prende parte anche Ninetto Davoli, nel quale si dichiara entusiasta del film e annuncia di voler firmare il contratto.[139]

Per Totò, che sul set confida a Davoli "non ho mai dato retta a nessun regista, ma con Pasolini è diverso",[140] è una vera e propria sfida. Tra attore e regista l'intesa è perfetta ma sono entrambi timidi e introversi, si parlano poco e in più si danno del voi e del lei. Colpito dal carisma e dalle capacità del regista, per l'attore rinunciare all'improvvisazione e rimettersi alla direzione viene naturale quanto lo è stato sentirsi libero di ignorarla e Pasolini, a sua volta, spesso gli consente di fare a modo suo, quel tanto che basta per non soffocare la sua creatività, pur sempre formatasi sui palcoscenici dei teatri.[141]

Al botteghino il film è un fiasco, incassa poco più di 173 milioni per un totale di 606.442 spettatori. È il peggiore risultato di Totò di sempre, inferiore anche a quelli di Che fine ha fatto Totò Baby? (185.735.000 lire per 770.685 spettatori) e Il comandante (217.596.000 lire per 986.115 spettatori).[139][62] Il risultato è infatti "un film di èlite, buono ad essere buttato come pomo della discordia in una riunione di intellettuali, troppo sibillino per farsi comprendere dal pubblico"[142] dove Totò "è straordinario"[143] ma al contempo "se non fa ridere non è più Totò".[144] L'insuccesso commerciale è compensato da una critica finalmente entusiasta per la sua interpretazione, che deve ricredersi sui dubbi espressi alla vigilia del primo ciak, quando si pensava che Pasolini e Davoli fossero troppo diversi per intendersi con l'attore napoletano, che a sua volta, dopo aver preso parte a Operazione San Gennaro, torna volentieri a lavorare con entrambi due anni dopo.[5]

La morte e i progetti non realizzati[modifica | modifica wikitesto]

« Chiudo in fallimento. Nessuno mi ricorderà. »
(Totò nella sua ultima intervista.)
Totò con Franco Franchi e Pasolini al termine delle riprese di Cosa sono le nuvole?.

Nel gennaio 1967 terminano le riprese de Il mostro della domenica di Steno e Cosa sono le nuvole? di Pasolini, episodi del film collettivo Capriccio all'italiana,[17] e riprendono quelle di TuttoTotò, una serie di nove telefilm in cui l'attore ripercorre la sua carriera teatrale riproponendo per il piccolo schermo buona parte del repertorio come, per fare un esempio, la farsa dell'estetista pasticcione di Bada che ti mangio ne Il tuttofare e il manichino di C'era una volta il mondo in Don Giovannino.[145]

I funerali a Napoli...
I funerali a Napoli...
...e il feretro con sopra la popolare bombetta
...e il feretro con sopra la popolare bombetta

Totò si sente male nel tardo pomeriggio del 14 aprile e muore nel giro di poche ore. Il giorno prima sono iniziate le riprese del film di Nanni Loy, dove interpreta il ruolo di Romeo, un anziano anarchico che vende biancheria ai suoi compagni della sinistra.[62] Tornando a casa confida al suo autista di non sentirsi molto bene, ed in effetti si deve chiamare il medico perchè avverte forti dolori di stomaco. Presi alcuni medicinali se ne va a letto tranquillo, e tranquillo si alza il giorno dopo. Dovrebbe tornare sul set ma si sente spossato e rinuncia. Alla sera, dopo un pomeriggio sereno accanto alla Faldini e una cena frugale, inizia a sudare freddo, trema e ha un formicolìo al braccio sinistro. La Faldini capisce subito che è il cuore. Viene chiamato un cardiologo e gli sono somministrati dei cardiotonici ma verso le due di notte una serie di crisi cardiache lo portano all'infarto. Muore alle 3,30 del mattino del 15 aprile. Allo specialista, poco prima, ha detto ""Professò,vi prego lasciatemi morire,fatelo per la stima che vi porto.".[146]

Le sue ultime parole sarebbero state per la Faldini, "T'aggio voluto bene, Franca. Proprio assai",[146] ma secondo la figlia Liliana avrebbe invece detto "Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, romano".[147]

Totò nell'unica sequenza girata de Il padre di famiglia, che Nanni Loy ha deciso di montare per rendergli omaggio. Nella sua ultima apparizione sembra una comparsa tra le comparse, quell'ultima ruota del carro che è stato negli anni della sua difficile gavetta.

Quest'ultima frase sembra voler alludere ai problemi che si riscontrano dopo la sua morte per il funerale. Avendo convissuto more uxorio con la Faldini, infatti, Totò è considerato dalla gerarchia ecclesiastica un pubblico concubino, e come tale gli sono inizialmente negate le esequie religiose. Solo grazie alla mediazione del dentista del papa viene alfine trovato un sacerdote disposto a fare uno strappo alla regola, che però obbliga la Faldini a uscire dalla casa dove ha vissuto con l'attore prima di impartirgli la benedizione. Stesso copione nella vicina chiesa di Sant'Eugenio, dove il funerale si limita a una benedizione e a poche parole di circostanza.[146][17]

Terminata la cerimonia Totò viene portato a Napoli, dove una folla immensa lo attende già al casello autostradale. La città sospende ogni attività dalle 16 alle 18,30, il traffico viene fermato e le serrande dei negozi abbassate. Anche i portoni dei palazzi sono socchiusi in segno di lutto. Il corteo funebre si muove a fatica tra due ali di gente commossa, al punto che occorrono due ore per raggiungere la chiesa di Sant'Eligio, dove un vero funerale si svolge alla presenza, tra interno ed esterno, di più di 250.000 persone tra un fiorire di bandiere, stendardi, corone e (per la prima volta ad un funerale), applausi. L'orazione funebre viene tenuta da Nino Taranto:

Il Paese Sera riporta la notizia della scomparsa di Totò.
« Amico mio, questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi, la tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli, che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l'hai onorata. Perché non l'hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l'avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui, ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo "esaurito" della sua carriera, e tu, tu maestro del buonumore questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio, Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori, e che non ti scorderà mai, addio amico mio, addio Totò. »
La cerimonia organizzata da Luigi Campoluongo a Napoli. Da sinistra Liliana De Curtis, Dolores Palumbo, Campoluongo, Nino Taranto, Diana Rogliani.

Terminata la cerimonia, uscita la bara da una porta secondaria per la gran folla sulla piazza, viene tumulato nella cappella dei De Curtis al Cimitero del Pianto, accanto ai genitori, al piccolo Massenzio e a Liliana Castagnola. Il giorno dopo, tra i numerosi necrologi che riempono le pagine dei giornali, ne appare anche uno della Massoneria italiana, che partecipa la morte del fratello Antonio De Curtis, rendendo cosi di pubblico dominio che Totò era massone. La cerimonia viene ripetuta con una bara vuota in occasione del trigesimo della scomparsa, voluta dal guappo napoletano Luigi Campoluongo, detto Nase 'e Cane, e celebrata nella chiesa del Rione Sanità, dove Totò è nato.[146][17]

A seguito della sua morte il ruolo ne Il padre di famiglia è affidato a Ugo Tognazzi, e viene anche meno l'idea di Pasolini per il film "I magi", dove Totò avrebbe impersonato uno dei tre Re Magi, un napoletano che dalla sua città, assieme a un servo, si mette in viaggio per Betlemme per conoscere Gesù. Una strada lunga e tanto irta di difficoltà che quando ci arrivano lo trovano morto sulla croce. Per rendere omaggio alla sua memoria Nanni Loy decide di montare ne Il padre di famiglia l'unica sequenza girata dall'attore, che alla sua ultima apparizione lo si vede apparire in mezzo alle comparse, come il giovane esordiente di tanti e tanti anni prima.[62]

Totò nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Sorridente con una bambina napoletana. Al suo fianco si riconosce Luigi Campoluongo, il guappo napoletano che organizza il suo terzo funerale al rione Sanità.
Con Peppino De Filippo a Milano, sul set di Totò, Peppino e la... malafemmina, circondato dalla gente.
Totò a Napoli con due giovanissimi ammiratori.

Secondo un sondaggio condotto dal giornale online quinews.it con mille intervistati, equamente distribuiti per fasce d'età, sesso e collocazione geografica (Nord, Centro, Sud e Isole), Totò risulta essere nel 2009 il comico italiano più conosciuto ed amato, seguìto da Alberto Sordi e Massimo Troisi.[148] I suoi film sono stati visti da oltre 270 milioni di spettatori solo in Italia (un primato del cinema italiano[82]), e molti sono ancora oggi considerati attuali per satira e ironia.[149] Costantemente replicati dalla televisione, e sempre con buoni ascolti, sono stati più volte pubblicati in raccolte di VHS e DVD.

Umberto Eco ha reso l'importanza di Totò nella cultura italiana quando il suo editore gli ha proposto di pubblicare in cinese una raccolta delle "bustine" settimanali pubblicate su l'Espresso. "In questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo, esistono ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura", scrive per poi domandarsi: "come faranno mai a intendersi due popoli di cui uno ignora Totò?".[150]

Su Il foglio Pietro Favari, commentando la generale decadenza dei palinsesti estivi, paragona la costante presenza di Totò a un’opera d’arte che "con il tempo non invecchia, non passa di moda, ma piuttosto aumenta il suo valore.".[151]

La notorietà di cui Totò gode in Italia è andata anche oltre i confini nazionali. Ad esempio in America, dove il comico Jim Belushi lo ha definito un «clown meraviglioso».[152] L'attore George Clooney, intervistato in Italia in occasione del remake de I soliti ignoti, Welcome to Collinwood (2002), in cui lui interpreta il corrispettivo ruolo di Totò, ha altresì dichiarato: «Era un vero poeta popolare, un fantasista espertissimo nell'arte di arrangiarsi e di arrangiare ogni gesto ed espressione» precisando inoltre che, secondo il suo parere, tutti i comici più celebri come Jerry Lewis, Woody Allen o Jim Carrey devono qualcosa all'attore italiano.[153] «Non era certo solo un comico, proprio come Buster Keaton. I suoi film potrebbero essere anche muti: riesce sempre a trasmettere il senso della storia. Grazie ai vostri sceneggiatori e alla sua mimica, dai suoi film traspare un personaggio a tutto tondo: astuto, ingenuo e anche vessato dalle circostanze della vita. Per questo continuerà a essere imitato, senza speranza di eguagliarlo. C'è sempre suspense nella sua recitazione: si aspetta una sua nuova battuta, una strizzatina d'occhi, ma resta imprevedibile il suo modo di sviluppare una storia.»

Liliana De Curtis è tuttora attiva per mantenere vivo il ricordo del padre. Molti italiani ancora oggi si recano in visita alla sua tomba, dove lasciano lettere e addirittura chiedono grazie, come fosse un santo.[154] A circa mezzo secolo dalla sua morte, tuttavia, Totò non ha ancora un museo dedicato alla sua vita e alla sua opera. Sua figlia da sempre si batte per adibire a tale scopo l'edificio del Rione Sanità in cui è nato, e che rischia di diventare una sorta di albergo,[155] il comune di Napoli ha speso oltre 400.000 euro per una sede ritenuta più idonea, nelle sale del Palazzo dello Spagnuolo, ma ad oggi tutto è ancora in alto mare.[154][156]

Tributi[modifica | modifica wikitesto]

Molti sono i tributi che negli anni hanno reso omaggio alla memoria di Totò come scuole, statue, vie, teatri e ristoranti. Di seguito ne sono riportati alcuni:

Totò statue in Valmontone.JPG Prati - busto di Totò a Cola di Rienzo 1160028.JPG
Cinecitta' 005.jpg TotòTargaPiazzaCavourNaples2.jpg
In senso orario da sinistra: mezzobusto a Valmontone; mezzobusto in Via Cola di Rienzo a Roma; targa commemorativa in Piazza Cavour a Napoli; statua a Cinecittà.
  • Museo all'interno del Palazzo dello Spagnolo nel Rione Sanità, Napoli (2013).
  • Fontana delle Paperelle a lui intitolata e targa commemorativa in Piazza Cavour a Napoli (2006).
  • Busto eretto in località Casalnuovo di Napoli (1980).
  • Statua a Cinecittà, Roma.
  • Statua di bronzo al Vomero, Napoli (1999).
  • Mezzobusto in Via Cola di Rienzo, Roma.
  • Mezzobusto all'interno del parco della stazione di Valmontone.
  • Busto di bronzo nel cortile del Municipio di Cuneo, proveniente da Alassio.
  • Parco a lui intitolato e statua a Bagnoli, Napoli (2007).
  • Parco Antonio de Curtis a Formia, Roma.
  • Iscrizione su lapide posta sulla sua casa natia nel Rione Sanità.
  • Targa d'ottone circolare in Viale Verdi, a Montecatini Terme.
  • Scuola Media Statale Antonio De Curtis in zona Torrenova, Roma.
  • Scuola Media Statale Antonio De Curtis a Casavatore.
  • Scuola Elementare Antonio De Curtis a Roma.
  • Scuola Elementare Antonio De Curtis a Ercolano.
  • Scuola Comunale dell'infanzia Antonio De Curtis in Via Antonio De Curtis, Sammichele di Bari.
  • Istituto Comprensivo Statale Antonio De Curtis in viale Kennedy, Aversa.
  • Ristorante Il Principe Totò in Via Egerio Levio, Roma.
  • Restaurant Toto a Berlino.
  • Totò Italian Restaurants in Thailandia.
  • Miseria e nobiltà - ristorante pizzeria - a Marano di Napoli.
  • Pizzeria Totò a Milano.
  • La taverna di Totò a Napoli, in Via Sanità.
  • Ristorante 'A livella, frazione Torchiati di Montoro Superiore.
  • Pizzeria-ristorante Il Principe ad Acquaviva delle Fonti in via Maselli Campagna.
  • Caffè Principe de Curtis ad Amsterdam in Olanda.
  • Miseria e Nobiltà pizzeria in via Roma a Terracina.
  • Cineforum Antonio de Curtis a S. Tammaro.
  • Teatro Totò in Via Frediano Cavara a Napoli.
  • Teatro Sala de Curtis a Catania in via Duca degli Abruzzi.
  • Teatro Totò a Roma, Piazza Meucci.
  • Primo circolo didattico Antonio de Curtis, Totò a Palma Campania, provincia di Napoli.
  • Scalinata principe Antonio de Curtis Totò a Porto Azzurro, Isola d'Elba.
  • Largo Principe Antonio de Curtis a Roccasecca, provincia di Frosinone.
  • Piazza Totò nel centro storico di Cuneo.
  • Piazzale Antonio de Curtis in arte Totò a Monghidoro, Comune dell'Appennino bolognese.
  • Piazza A. de Curtis detto Totò a Cattolica, in provincia di Rimini.
  • Numerose vie dedicate ("Via Totò", "Via Antonio De Curtis", "Via Principe De Curtis"...) in gran parte d'Italia; da segnalare Via Antonio De Curtis (erroneamente riportata senza la prima N in "Antonio").

Totò nei particolari[modifica | modifica wikitesto]

L'uomo e la maschera[modifica | modifica wikitesto]

« Io sono De Curtis, lui è Totò. »
(Dall'intervista rilasciata a Lello Bersani.)
Totò impersona Pinocchio nel film Totò a colori (1952).
Totò impersona Pinocchio nel film Totò a colori (1952).
Totò impersona Pinocchio nel film Totò a colori (1952).

E' ben noto che Antonio De Curtis e Totò sono due personalità che convivono nello stesso uomo. Il primo non ha mai perso l'occasione di prendere le distanze dal secondo anche se l'uomo sa bene, e lo dichiara apertamente, che vive solo grazie alla maschera. Ruggero Guarini vede una punta di civetteria nell'Antonio De Curtis che parla di Totò in terza persona, ma al contempo riconosce lo sgomento del principe che nei panni del comico vede un alter ego con cui non sa gestire il rapporto,[157] e che spesso sfotte mettendosi davanti allo specchio. "Ehi, signor principe, è inutile che si dia tante arie e snobbi il povero Totò: si ricordi che è Totò che dà da mangiare al principe, e non viceversa" lo sente spesso dire Mario Castellani a recita terminata, quando ha da poco smesso i panni del comico ma non ha ancora del tutto ripreso quelli del principe.[73]

Arnaldo Capezzuto lo definisce "“un burattino i cui fili invisibili li muove Dio",[154] una indovinata descrizione che coglie l'uomo triste e malinconico e lo distingue dall'attore che esplode in tutta la sua carica quando si apre il sipario o viene battuto il ciak. Lo stereotipo della marionetta, in fondo, non nasce solo dalla sua capacità di imitare i movimenti disarticolati dei pupi. Chi ha lavorato con Totò, soprattutto al cinema, rammenta il suo abbandonarsi su una sedia nelle pause, silenzioso e immobile come un burattino messo da parte quando non serve.

Totò nei panni del comm. Russo Lanotte, del finto ambasciatore del Katonga, di Fidel Castro e della piccola Lola nel film Tototruffa '62.

Nel suo privato, lontano dalle scene, Totò è un uomo solitario e malinconico,[158][159] un ipocondriaco che si preoccupa in modo ossessivo della sua salute ma al contempo detesta i medici. Ha pochissime relazioni e raramente esce di casa per motivi diversi dal lavoro.[160] Una cena fuori, uno spettacolo, un viaggio, più che diversivi sono una seccatura, anche perché, in barba al suo presenzialismo lavorativo, l'attore ha una particolare predilezione per il dolce far niente, un diritto che nella sua visione della vita va conquistato.[161] Solo negli anni successivi alla malattia, quasi del tutto privato della vista, capita spesso che chieda al suo autista di accompagnarlo sul litorale, sempre in compagnia di Franca Faldini o di sua figlia Liliana, dove ama fare lunghe passeggiate sulla spiaggia per respirare l'odore del mare.

Condizionato dagli anni di attività teatrale ha una giornata tutta sua, che comincia a mezzogiorno e termina verso le 3,30 della notte, quando si ritira per dormire. Se lavora una clausola dei suoi contratti gli consente di attaccare alle 14 per abbandonare il set non oltre le 20. In caso contrario se ne sta scontroso in casa fino a sera inoltrata, quando le predilette ore notturne lo rinvigoriscono.[17] In piena notte, generalmente tra la mezzanotte e le tre, riunisce in casa sua registi e sceneggiatori per l'analisi dei copioni e decidere il da farsi. Riunioni che Bruno Corbucci e Sandro Continenza definiscono nei loro ricordi surreali. "Totò tirava sempre fuori qualche vecchio lazzo" ricorda Continenza, "e, alle risate della figlia o della Faldini, ci diceva regolarmente: " Sentite come ridono? ", mentre quando proponevamo una cosa noi non rideva nessuno e allora diceva: " Ah, vedete, non funziona! . [95]

Al contrario di molti suoi colleghi, che vivono in case sacrario dedicate alla loro carriera, non conserva nulla del suo lavoro. Il fracchesciacche coi pantaloni a zompafuosso, la bombetta e un cappello da bersagliere, legati agli anni della sua affermazione, sono gli unici cimeli conservati nel suo guardaroba, che si compone di oltre 160 abiti accompagnati da camice fatte su misura come le scarpe.[162]

Esterofobo inguaribile, odia gli aerei e viaggia di rado. Ha visto solo la Francia, la Svizzera e la Spagna, dove si è comunque trattenuto pochissimo. Sa bene che il suo personaggio non è facilmente esportabile oltre i confini nazionali. Le tipiche battute di Totò sono infatti intraducibili, come lui stesso ha ascoltato sentendosi doppiato in francese.[17] Per anni coltiva però il sogno di un film muto, comprensibile agli spettatori di tutto il mondo solo grazie al suo naturale talento per la mimica, basato sugli schemi improvvisativi della commedia dell'arte.[62][17]

La politica[modifica | modifica wikitesto]

« Italiani! Elettori! Inquilini! Coinquilini! Casiliani! Quando sarete chiamati alle urne, per compiere il vostro dovere, ricordatevi un nome solo: Antonio La Trippa. Italiano! Vota Antonio La Trippa! Italiano! Vota La Trippa! »
(Totò nei panni di Antonio La Trippa.)
La foto di Totò col distintivo del Partito Nazionale Fascista.

Totò non ha mai manifestato apertamente le sue idee politiche.[163] Da varie fonti, e dal coraggio dimostrato nella satira durante gli anni del fascismo e dell'occupazione tedesca, si deduce che è fortemente contrario a qualsiasi forma di dittatura.[164] Secondo Franca Faldini, che pure ammette di non aver mai saputo cosa facesse il compagno nella cabina elettorale, è un uomo di idee fondamentalmente anarchiche.[165]

In tempi relativamente recenti si è discusso a proposito di una foto dell'attore apparsa sulla rivista Film, in cui è ripreso con la "cimice", ovvero il distintivo del Partito Nazionale Fascista, sul risvolto della giacca. Scattata dal tedesco Eugen Hass nel 1943 è ritenuta il frutto di una imposizione all'attore che pochi mesi prima, nella rivista "Volumineide", se la prendeva coi guerrafondai attraverso la filastrocca: "Qui le teste son di legno / ch'e' proibito avere ingegno / chi ragiona in questo regno / non e' degno di campà". Posto che ai tempi esistono degli obblighi riguardo al distintivo si è pensato ad una foto di propaganda. Si mostra la "cimice", che dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943 molti hanno tolto, sulla figura di uno tra i più celebri attori del momento.[166][167][165]

Totò al seggio elettorale.

Il suo attaccamento ai titoli nobiliari, unito allo stile di vita sfarzoso, gli hanno in seguito attirato la nomina di monarchico, ipotesi suffragata dal suo "viva Lauro" pronunciato in diretta al Musichiere. Franca Faldini ha sempre smentito recisamente questa ipotesi. La sua frase televisiva, peraltro a poca distanza di tempo dalle elezioni politiche, viene da quest'ultima attribuito al fatto che l'armatore napoletano, seppure per fare incetta di voti, in quel periodo distribuisce cibo, aiuti e denaro alla gente dei bassi, la stessa cui Totò non manca di far pervenire anche il suo sostegno.

Gran maestro della Massoneria[modifica | modifica wikitesto]

Totò è stato membro della Loggia massonica "Fulgor" di Napoli, cui si è iscritto nel luglio 1945, e in seguito, della Loggia "Fulgor Artis" di Roma, da lui stesso fondata. Entrambe le Logge appartengono alla "Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana" di Piazza del Gesù, oggi Gran Loggia d'Italia degli Alam.[168][169]

L'ossessione nobiliare[modifica | modifica wikitesto]

« ...il mio più bel titolo resta Totò. Con l'altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Con Totò ci mangio dall'età di vent'anni. »
(Totò in un'intervista.)

Con sentenza del tribunale di Napoli del 18 luglio 1945 Totò assume il nome Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, così rettificato all'anagrafe della città il 21 maggio 1950, e i relativi titoli nobiliari. I suoi biografi, a partire dalla figlia, sostengono che per Totò è un riscatto dalla povera infanzia vissuta. La paziente ricerca del genealogista napoletano Giovanni Grimaldi,[170] tuttavia, smentisce la validità dei titoli dell'attore e la nobiltà del ramo dei De Curtis da cui discende

A riprova delle sue affermazioni il ricercatore porta anzitutto il tardivo riconoscimento paterno dell'attore, da cui nasce la successiva pretesa di essere discendente della dinastia imperiale bizantina. Che Giuseppe De Curtis e suo padre Luigi siano nobili, infatti, è notizia che nasce unicamente dalle dichiarazioni di Totò e dai biografi che accettano la genealogia che si è costruito, e che peraltro nemmeno concordano sulla data del matrimonio di Anna Clemente col presunto marchese. Secondo Orio Caldiron[171] le nozze sarebbero avvenute nel 1921, "alla morte del marchese padre", mentre Liliana De Curtis afferma invece che i suoi nonni si sono sposati nel 1924,[172] senza far cenno all'impedimento frapposto dal suo bisnonno al matrimonio tra un nobile e una popolana. La data esatta del matrimonio, come risulta allo stato civile di Napoli, è il 24 dicembre 1921, ma i tre anni di differenza non cambiano un dato di fatto. Luigi De Curtis, ovvero il presunto "marchese padre", è morto solo il 20 febbraio 1926, e questo significa che non è mai esistito alcun impedimento relativo alla differenza di classe degli sposi. Secondo Grimaldi[170] è una storia inventata per giustificare il comportamento del padre di Totò, che prima mette incinta la sua amante e in seguito, forse per le pressioni del figlio che vuole essere riconosciuto, si trova costretto a sposarla.

Finto principe con Sophia Loren in Miseria e nobiltà.

L'impedimento alle nozze, quindi, non esiste perché Luigi e Giuseppe De Curtis non sono marchesi. Non hanno alcun legame di parentela con la dinastia nobiliare omonima risalente al XII secolo ed iniziata col nome de Curte. Il primo, nato nel 1839, risulta essere stato un pittore (che a Napoli significa imbianchino), il secondo è un sarto ambulante, benestante forse per il tipo di clientela cui si rivolge.[170]

Il castello di Lucrezia d'Alagna, detto poi d'Alagna, a Somma Vesuviana, residenza dei De Curtis dal XVII secolo.

Nonostante Liliana De Curtis attribuisca a suo padre la frase "te lo immagini uno che va in un negozio e chiede al commesso: "scusi, ce l'avrebbe un principato?"[173] sembra che Totò abbia effettivamente mercanteggiato per i titoli di cui si è poi fregiato. A raccontarlo è il marchese Camillo Alfonso Pasquale De Curtis (16 ottobre 1922-31 marzo 2006), che di tale compravendita è stato testimone oculare. Nel 1936 Totò, che da tre anni si è fatto adottare dal principe Francesco Maria Gagliardi[174] si fa accompagnare da quest'ultimo nel castello d'Alagna, residenza dei De Curtis, dove il marchese Gaspare è in rovina causa il vizio del gioco +e le donne. "Il nostro casato", racconta Camillo de Curtis, "era nel punto più basso della sua parabola. Ci restava qualche terra, ma affondavamo nei debiti. Sicché l'attore entrò plebeo al castello e ne uscì con un titolo nobiliare, essendosi autonominato cugino di nostro padre". In cambio di 100 lire regalate ai ragazzi e la carica di amministratore della sua compagnia per Gaspare (stipendio: 3000 lire annue) Antonio De Curtis diventa cugino di Gaspare De Curtis nonostante la genealogia dei due sia completamente diversa.[170]

A questo punto, coi nomi Gagliardi e De Curtis già in tasca, Totò avrebbe incaricato il cugino acquisito e l'avvocato napoletano Gaetano Bizzarro di fare ricerche in un archivio di famiglia che Camillo De Curtis sostiene non essere mai esistito ("La documentazione araldica trovata in una cantina del castello? Figurarsi. Mio padre gliel'avrà venduta"[174]), in quello che Liliana De Curtis, riferendo la circostanza, sostiene essere "il castello di nonno Giuseppe".[174] Da tali documenti sarebbe emerso che il capostipite dei De Curtis è tale Angelo Griffo, a sua volta discendente di Niceforo II Foca, della dinastia Focas di Bisanzio, da cui sarebbero poi discesi i Ducas (regnanti dal 1059 al 1078), i Comneno (1057-1185) e gli Angelo (Flavio Angelo per la pretesa discendenza dalla dinastia imperiale dei Flavi, 1185-1204), ma di tutte queste parentele, come del cambiamento di cognome da "Griffo" a "de Curti" del presunto capostipite, non esiste documentazione alcuna. Se Totò riesce a farsi riconoscere tutti questi cognomi ed anche il titolo Porfirogenito[175] senza poter dimostrare la continuità delle almeno ottanta generazioni che intercorrono dal 362 a.C. al 1941, sostiene Grimaldi, è per "il significativo e profondo vuoto generato nel settore che seguì con l’abolizione della Consulta Araldica. Nella Repubblica, infatti, non ci fu più un organo ad hoc abbastanza competente per interessarsi dell’eventuale riconoscimento giuridico dei titoli nobiliari italiani. Tale vuoto si protrasse dalla costituzione della Repubblica fino alla sentenza della cassazione che proibì l’interessamento dei tribunali in questioni di diritto nobiliare che non potevano e non dovevano riguardare la legge italiana. In questo lasso di tempo molti aspiranti “nobili titolati” si fecero riconoscere cognomi ed aggiunte di cognomi, predicati di titoli, ecc. che loro non spettavano affatto o che erano di incerta o dubbia attribuzione.".[170]

In seguito al riconoscimento nobiliare Totò fa coniare delle medaglie d'oro del peso di 50 grammi, regalate ai suoi amici più intimi.[176]

A ulteriore riprova che non esiste alcun legame tra i De Curtis di Napoli e di Somma Vesuviana il marchese Camillo porta la vicenda della vendita del castello di Alagna, ceduto a terzi per consentire ai figli di Gaspare, nel frattempo morto suicida, di rifarsi una vita. Nel 1946, quando viene messo in vendita, Totò, che potrebbe viverci se davvero fosse "il castello di nonno Giuseppe", si fa inizialmente avanti per acquistarlo ma deve poi rinunciare perché non può al momento spendere le centomila lire che gli vengono chieste.[174]

La beneficienza[modifica | modifica wikitesto]

« Chi fa nun tene bisogno 'e fa vedè »
(Totò a sua moglie.)
Totò regala dei soldi a dei suonatori ambulanti.

Totò ha conosciuto la povertà, con tutte le cocenti umiliazioni che comporta, sa cosa significa affrontare le difficoltà, ed ha per questo eccezionali slanci di generosità. Ugualmente spendaccione per i lussi personali come per la beneficenza aiuta in modo particolare gli artisti in difficoltà. Di questa sua predisposizione verso il prossimo molti se ne approfittano ma l'attore non da molta importanza a chi glielo fa notare.[177] "Chi è avaro di soldi è avaro pure di sentimenti", risponde una volta a Diana Rogliani, appena gratificata da un regalo che giudica eccessivamente costoso.[178] In teatro e sul set fa di tutto per far lavorare i colleghi in difficoltà. Anna Campori, che in molti film ha ricoperto il ruolo della moglie dell'attore, ricorda Faccione e Colombina, due figuranti malmessi e in avanti con gli anni, cui fa sempre guadagnare la giornata, e Gennarino, rivenditore di modesti monili d'oro che finiscono regolarmente nelle mani dei membri della troupe che festeggiano qualcosa, spesso suggeriti dallo stesso venditore.[179]

Alighiero Noschese.

Un episodio poco conosciuto del grande cuore di Totò riguarda Alighiero Noschese. Il popolare imitatore ne ha riprodotto la voce per una pubblicità senza chiedere la sua autorizzazione e la cosa è finita in tribunale. Nonostante possa chiedere molto di più l'attore pretende un risarcimento di un milione di lire, e lo ottiene. Nell'aula, a sentenza appena pronunciata, chiede a Noschese di firmagli seduta stante il relativo assegno. Una volta preso lo depone su un tavolo, prende il proprio libretto e ne compila uno per dieci milioni. "Ora tu prendi questi due assegni e li mandi agli orfanelli dell'Istituto dei Piccoli Amici di Sant'Antonio di Napoli", gli dice mettendogli in mano entrambi i titoli.[180]

Col suo autista, Luigi Cafiero.

Racconta Liliana De Curtis che all'indirizzo di Totò arrivano continuamente lettere con richieste di aiuto. L'attore le prende tutte in considerazione, e dopo aver assunto le necessarie informazioni riempe la sua automobile di medicinali, indumenti o giocattoli che poi il suo fedele autista, Luigi Cafiero, va a consegnare alle persone indicategli. Tra le grandi spese per la beneficenza ricorda anche i suoi viaggi a Napoli per Pasqua e Natale con l'automobile carica di doni per i ragazzi del Rione Sanità e le banconote lasciate di nascosto sotto le porte dei bassi, che spesso portano a liti familiari dovute a mariti sospettosi.

Totò distribuisce pacchi dono a Napoli.

Sono comunque numerose le testimonianze del grande altruismo dell'attore, che se non è principe per sangue lo è sicuramente per i modi. Sandro Mancori, fratello del più noto Alvaro, racconta di un Totò che quando lavora in esterni porta con se non meno di centomila lire suddivise in pacchetti da mille, cinquemila e diecimila lire, denaro destinato alle persone bisognose che capitava di incontrare o che si facevano coraggio e glielo chiedevano direttamente. [181] Sergio Serantoni, un operatore di macchina, ricorda invece che sul set solo Totò e Aldo Fabrizi hanno l'abitudine di regalare buone mance ai membri della troupe.[182] Diego Alchimede, attore generico e in seguito produttore, racconta che "tutti i giorni dava mille lire a tutti, ad ogni comparsa bisognosa. Inoltre dava 50 mila lire al gruppo dei macchinisti e 50 al gruppo degli elettricisti. Mai nessun altro è stato generoso fino a questo punto.".[183] Nunzio Coluzzi, un macchinista, parla di un assegno da cinquantamila lire da dividere tra tutti i giovani della troupe di Totò cerca moglie.[184] Sandro D'Eva, direttore della fotografia, ricorda che "durante la lavorazione de “Che fine ha fatto Totò Baby?” un giorno, uno dei miei elettricisti ritardò ed io gliene chiesi il motivo: “Vengo da Ostia, ed ho avuto problemi con la moto” Totò, che aveva sentito, il mattino dopo gli fece trovare una moto nuova. Ecco se era generoso!".[185] Elda Magnanti, una parrucchiera che ha realizzato molte parrucche per l'attore, racconta che durante le riprese dell'inseguimento di Guardie e Ladri, all'Acqua Acetosa, Totò ha notato una bambina con problemi di deambulazione per via di una malformazione delle gambe: "disse al suo amministratore di informarsi se i suoi genitori stessero provvedendo alle cure, erano povera gente, poi, mandò l’amministratore a parlare coi medici, e la fece operare a spese sue: l’intervento andò bene".[186]

Per Mario Castellani, tuttavia, quella del generoso è una delle tante parti che Totò riserva alla sua immagine. "Questo scialo principesco apparteneva però sempre ed esclusivamente al personaggio pubblico" ricorda l'attore, "in privato, era un altro paio di maniche. In privato, ho visto Totò chiedere il prezzo del cinema prima di dare alla moglie i soldi per andare a vedere una pellicola.".[73][17]

Toto con Franca Faldini all'Ospizio dei Trovatelli. L'attore indossa un soprabito per proteggere i suoi abiti dal grande affetto degli animali, che non può chiamare per nome non riuscendo a distinguerli.

Parte o meno che sia, il Principe della Risata ha un grande amore anche per i cani. "...un cane val più di un cristiano" risponde a Oriana Fallaci, "lei lo picchia e lui le è affezionato l’istesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene l’istesso, lo abbandona e lui le è fedele l’istesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell'uomo...".[187] A parte Dick e Peppe, un pastore alsaziano e un barboncino che hanno vissuto in casa con lui, ne ha mantenuti a centinaia ricoverati nei canili privati, portati avanti da amatori per sottrarli alla soppressione allora in uso in quello municipale. Nel 1965 rimane colpito dalla tragica morte di una donna, che muore tra le fiamme provocate da una candela mentre di sera porta il cibo ai suoi cani. Con una spesa di 45 milioni fa costruire "L'ospizio dei trovatelli", una struttura attrezzata con tutto il necessario nel quale si reca regolarmente almeno una volta a settimana.[188][189]

La censura[modifica | modifica wikitesto]

« Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia. Il fatto stesso che la vicenda e' vissuta da Totò trasporta tutto in un mondo e sun un piano particolare. Gli eventi riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell'irreale che non intacca minimamente la riconoscenza ed il ripsetto che ogni cittadino deve alle forze della polizia »
(Avviso imposto dalla censura all'inizio del film Totò e Carolina.)
Annibale Scicluna Sorge, fascista maltese sopravvissuto al regime e deus ex machina della revisione cinematografica italiana del dopoguerra.

Tra i tanti primati raggiunti da Totò c'è anche quello del film più censurato nella storia del cinema italiano degli anni '50 e '60 ed uno dei più censurati di sempre. Totò e Carolina è stato sottoposto a 81 tagli (da 2.959 metri per circa un ora e 45 minuti di durata viene ridotto a 2.380 metri per 80 minuti), e ad una lunga serie di modifiche nelle battute a mezzo di un nuovo doppiaggio per coprire quelle non ammesse.[190] La commissione per la revisione cinematografica lo ritiene "offensivo della morale, del buon costume, della pubblica decenza, nonché del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della Forza Pubblica" perché, ha raccontato in seguito Mario Monicelli, "non era ammissibile che un poliziotto decidesse di avanzare di grado solo per poter avere più soldi alla fine del mese , o che viva in una casupola ; non era concepibile che i comunisti fossero dei bonaccioni e i preti troppo concilianti ; che i primi cantino bandiera Rossa e aiutino il poliziotto a spingere la camionetta in avaria ; non era ammissibile che un poliziotto giocasse al lotto".[191][192] Il 22 febbraio 1954 la commissione "esprime parere contrario alla proiezione in pubblico", confermato dalla commissione d'appello il 12 marzo successivo.[193]

Poco meno di due anni prima la censura si è scagliata anche contro Guardie e ladri, dove Totò è un ladruncolo da quattro soldi e Aldo Fabrizi un poliziotto. "Ma come!", scrive la commissione dopo aver visto il film, "Una guardia, un rappresentante dello stato, messo sullo stesso piano di un ladruncolo!".[194] "Non è tollerabile che un agente di pubblica sicurezza stringa legami con un ladro, e che quest'ultimo si lasci arrestare per aiutare la guardia", viene ulteriormente precisato riferendosi riferendosi ai due protagonisti, che nella trama sottoposta alla revisione sono definiti "due poveri cristi, l'uno guardia e l'altro ladro, accomunati dagli stessi problemi, dalle malattie, dai soldi che non bastano mai, dai figli, insomma dal comune campare".[195]

Entrambi i film risentono del clima dei primi anni '50, il primo, in particolare, della strumentalizzazione politica della polizia, giudicata da molti "uno specchio delle resistenze alla defascistizzazione dello Stato", nel periodo in cui ministro degli interni è Mario Scelba.[196] Quest'ultimo, peraltro, ha visionato personalmente Totò e Carolina e una lettera di Andreotti riferisce che ne è rimasto turbato.[197] Va inoltre ricordato che secondo le convinzioni del tempo la prostituzione è una forma di delinquenza e le donne che la praticano irrecuperabili, quindi è ritenuto doppiamente sconveniente non solo che un agente di polizia ne abbia compassione, ma addirittura arrivi ad accoglierla in una casa in cui la maggior parte degli agenti dell'epoca, accasermati e obbligatoriamente celibi fino ai 28 anni, neanche potevano vivere.[198]

Esempio di battute modificate in Totò e Carolina.[199]

Dialogo previsto:
VECCHIETTO: Ma di un po' ,cos'hai fatto?
CAROLINA:Ho menato al padrone
VECCHIETTO: Bene, bene, scappa figlia mia, vai fuggi... abbasso i padroni, viva la libertà!

Dialogo modificato:
VECCHIETTO: Ma di un po', cos'hai fatto?
CAROLINA: Sono scappata di casa per amore
VECCHIETTO: Bene, bene, scappa figlia mia, vai fuggi... viva l'amore... viva la libertà!

Totò e Peppino nella via Veneto ricostruita per La dolce vita di Fellini ed utilizzata per Totò, Peppino e... la dolce vita. In questa sequenza è stato tagliato uno scambio di battute originato da un riferimento all'Odissea: "Qui, guardati intorno, sono tutti Proci" dice Totò e Peppino risponde: "Me ne sono accorto". Totò ribatte: "Oggi essere Procio è un titolo d'onore. Io, per esempio, se fossi in te, dato che hai anche il fisico... modestamente, fatti Procio!". Peppino risponde: "Tu sei scemo!", Totò dice: "Fatti Procio!" e il dialogo tagliato si chiude con "Ma vattene" detto da Peppino.

Se questi argomenti possono trovare una giustificazione nell'Italia di allora (tanto che Totò e Carolina è stato ad oggi ricostruito con circa metà delle sequenze a suo tempo tagliate), altri interventi censori sembrano esagerati anche per quei tempi. Fin da Totò cerca casa, nel 1950, i film dell'attore napoletano vengono generalmente vietati ai minori di 16 anni. Per produttori, distributori e sale è un danno enorme perchè all'epoca al cinema ci si va soprattutto in famiglia, ed anche per il fatto che il divieto spesso è a prescindere dai particolari di cui si chiede la modifica o la rimozione. Se per Un turco napoletano il divieto è legato al tema "scabroso" dell'eunuco non altrettanto sembra plausibile quello deciso per Totò cerca pace, che peraltro giunge a questo titolo dopo che la censura ne ha bocciati almeno tre completamente diversi tra loro.[17]

Insieme ad Alberto Sordi.

Altro veto riguarda Totò e i re di Roma, l'unico film in cui l'attore napoletano fa coppia con Alberto Sordi e che inizialmente doveva intitolarsi "E poi dice che uno...". La pellicola viene ritenuta offensiva "del decoro e del prestigio di pubblici funzionari, nonchè nella parte finale del sentimento religioso".[200] La parte finale della pellicola, dove Totò morto suicida si presenta al padreterno (impersonato da Ernesto Almirante), per poi mandare in sogno i numeri del lotto alla moglie viene considerata inaccettabile e porta al divieto di distribuzione nelle sale. Dopo una lunga battaglia tra il produttore Giovanni Amati e la censura Andreotti interviene nella vicenda precisando che "quello che nel film è irriverente in senso assoluto è la raffigurazione del Padre Eterno", e porta ad un pesante taglio nella parte conclusiva. La conclusione attuale, con Totò che viene spedito in Paradiso e una voce fuori campo che parla del sogno di Ercole Pappalardo, lascia un alone di mistero nella storia per il mancato montaggio dell'ultima sequenza, nella quale Totò si sveglia e si rende conto di aver effettivamente sognato.[201]

L'improvvisazione[modifica | modifica wikitesto]

« Recitavamo a braccio, inventando al momento. Provavamo la scena scritta, così come 'l'avevano scritta gli sceneggiatori, la provavamo due, tre volte, e quando andavamo davanti alla macchina da presa diceva delle cose tutte diverse e bisognava assecondarlo. »
(Nino Taranto parla di Tototruffa '62.)
Totò, Peppino e la... malafemmina, una pellicola di cui esiste solo una traccia, riempita dai due attori con recitazione a soggetto.
Totò bacia i seni di Angela Luce in Chi si ferma è perduto. Ha raccontato in seguito l'attrice: "No, quel bacio proprio non era previsto dal copione, Totò andò oltre e mi fece sentire le sue labbra sulla scollatura. Stavamo girando “Signori si nasce”, si avvertì ad un certo punto un brusio insistente. Tutti sapevano che il bacio non era previsto. Qualcuno chiese di far ripetere la scena, ma il regista Mario Mattoli fu irremovibile".[202]

Formatosi prima nella commedia dell'arte e in seguito nell'avanspettacolo, Totò ha imparato non tanto a recitare, quanto ad improvvisare. Di recitazione nel vero senso della parola, interpretazione di un personaggio secondo un copione prestabilito, ne sa poco o nulla, tanto che non ha mai lavorato nel teatro di prosa. [30] Nel varietà, ed in particolare nella rivista, la satira colpisce i personaggi e le notizie del momento, ed ogni sera il copione varia di conseguenza, con ulteriori inserimenti legati alle reazioni del pubblico.[17][43] Totò è quindi "un istintivo, un improvvisatore nato".[73] Copioni teatrali e sceneggiature sono solo delle tracce, dei punti di partenza per la spontaneità dei suoi numeri, tanto che alle prove partecipa in modo svogliato, e solo quel tanto che basta a prendere confidenza con la scenografia e i compagni di lavoro.[73]

I suoi primi film risentono dell’attività teatrale, e il primo è più di tutti gli altri vero e proprio teatro cinematografato. Fermo con le mani! ha uno scarso successo al botteghino perché non ha una vera e propria trama, è una raccolta di sketch autonomi legati da quel tenue filo conduttore che regola l'andamento della rivista.[203] Le pellicole successive, fino a Il ratto delle Sabine, risentono della formazione teatrale di Totò che, non capita del tutto all'inizio, fa la sua fortuna con le produzioni del dopoguerra.

Improvvisazione, tuttavia, non significa stravolgimento delle trame e dei copioni.[62] Carlo Croccolo, che di Totò è non solo amico ma anche confidente, ha più volte ripetuto che parlare di improvvisazione non è esatto. "Lui ridettava le cose, le riscriveva" ricorda Croccolo, "le provavamo due, tre, quattro, dieci, venti volte, mezz'ora anche, poi quando eravamo pronti andavamo davanti alla macchina da presa e giravamo."[204] Il suo ricordo è però smentito da registi e attori che si sono spesso trovati a fronteggiare battute, gesti o movimenti non concordati.

Una delle sue improvvisazioni più celebri è quella di Letto a tre piazze, quando Totò inizia a battere la mano su Peppino e a camminare ripetutamente sul letto rinviando di alcuni minuti la prevista sostituzione del quadro della madonnina con quello di Stalin.[62] Tra le meno conosciute c'è quella che spiazza Lia Zoppelli in Chi si ferma è perduto, quando nella scena di Giulietta e Romeo Totò comincia a canticchiare il silenzio militare dopo la battuta "Il resto è silenzio", ma l'attrice non si scompone e gli da la battuta successiva.[205] Altre idee personali di Totò, destinate a passare alla storia della sua filmografia, sono l'accelerazione stile comiche americane nella tipografia de La banda degli onesti,[206] il bacio dei seni di Angela Luce in Signori si nasce,[206] e il duetto con Pietro De Vico in Totò Diabolicus; ha raccontato in seguito quest'ultimo che "Essere spalla di Totò era difficile. Bisognava stare attenti alla pause, perche' lui alle volte faceva della pause e tu non sapevi dove andava a parare" ... "Quella piccola scenetta che ho fatto in Totò diabolicus, io stavo a casa mi mandarono a chiamare "Vieni, vieni che ti vuole Totò" . Io vado alla Titanus e c'era già la scena che era pronta e mi dice " Mettiti il camice " e io "Ma che devo dire?" "Non ti preoccupare, rispondi a quello che dico io" mi dice Totò. E quella scena sul tavolo operatorio, che non abbiamo provato, venne talmente bene che il regista ad un certo punto diede lo stop, perche' l'operatore talmente che rideva faceva muovere la telecamera e non era più possibile continuare".[207]

Non di rado la sceneggiatura del film non prevede nemmeno dei dialoghi, si limita a descrivere la situazione con un laconico "recita a soggetto". È il caso di Totò, Peppino e la... malafemmina, film di cui esiste una traccia e un minimo di copione per le scene che non prevedono la presenza di Totò e Peppino. Episodi da antologia come la dettatura della lettera o i giri attorno al tavolo in quartetto con Vittoria Crispo e Mario Castellani nascono da un minimo accordo intervenuto tra gli attori poco prima di girare.[62][17][30]

Teatrografia[modifica | modifica wikitesto]

« Totò non è Chaplin o Buster Keaton, fenomeni tipicamente cinematografici. Totò è il teatro. »
(Mario Castellani)

Dal 1928 al 1957 (anno in cui deve giocoforza abbandonare le scene a causa della malattia agli occhi) Totò prende parte a circa 40 spettacoli tra commedie e rappresentazioni di avanspettacolo, oltre a dodici "grandi riviste" andate in scena negli anni quaranta e cinquanta. A partire dal 1931 Totò figura spesso anche come autore.[208]

Nella compagnia di Isa Bluette:

  • 1928: Madama Follia, di Ripp (Luigi Miaglia) e Bel Ami (Anacleto Francini);
  • 1928: Il Paradiso delle donne, di Ripp e Bel Ami;
  • 1928: Mille e una donna, di Ripp e Bel Ami;
  • 1928: Girotondo, di Ripp e Bel Ami;
  • 1928: Peccati... e poi Virtudi, di Masera (Marchesotti, Segurini e Rapetti).

Nella compagnia di Achille Maresca:

  • 1928: Sì, sì, Susette, di Ripp e Bel Ami;
  • 1928: La stella del Charleston, di Giovanni Manca e Refrain;
  • 1929: Monna Eva, di Paolo Reni;
  • 1929: La giostra dell'amore, di Cherubini, Armando Fragna e Cesare Andrea Bixio.

Nella Compagnia Stabile Napoletana Molinari di Enzo Aulicino:

  • 1929: Messalina, di Kokasse (pseudonimo di Mario Mangini) e Mascaria (pseudonimo di Maria Scarpetta, figlia di Eduardo Scarpetta);
  • 1929: Lo balcone de Rusinella , di Eduardo Scarpetta;
  • 1929: Santarellina, di Henri Meilhac e Ludovic Halévy. Riduzione di Mario Mangini;
  • 1929: Miseria e nobiltà, di Eduardo Scarpetta;
  • 1929: Amore e cinema, di Carlo Mauro;
  • 1929: Il processo di Mary De' Can, di Carlo Mauro;
  • 1929: Bacco, Tabacco e Venere, di Mario Mangini e Carlo Mauro
  • 1930: I tre moschettieri, di Kokasse.

Nella compagnia di Achille Maresca:

  • 1931: La vile seduttrice, di Ripp e Bel Ami;
  • 1931: La vergine di Budda, primo avanspettacolo scritto da Antonio De Curtis, Totò.

Nella Compagnia di Riviste e Fantasie Comiche Totò:

  • 1932: Colori nuovi, scritto da Antonio De Curtis e Guglielmo Inglese;
  • 1932: Ridi che ti passa, scritto da Antonio De Curtis e Guglielmo Inglese;
  • 1932: Era lui, sì... sì...! Era lei, no... no...!, di Antonio De Curtis e Guglielmo Inglese;
  • 1932: La vergine indiana, scritto da Antonio De Curtis;
  • 1932: Totò, Charlot per amore, scritto da Antonio De Curtis;
  • [1933: Al Pappagallo (Compagnie di riviste di Totò);
  • 1933: Se quell'evaso fossi io, di Bel Ami;
  • 1933: Questo non è sonoro, di Tramonti (pseudonimo di Paolo Rampezzotti);
  • 1933: Il mondo è tuo, scritto da Antonio De Curtis e Cliquette (pseudonimo di Diana Rogliani, moglie di Totò);
  • 1933: La banda delle gialle, di Tramonti;
  • 1933: Dalla calza al dollaro, di Tramonti;
  • 1933: Il grand'Otello, di Bel Ami;
  • [1934: La mummia vivente, di Bel Ami e Tramonti;
  • 1934: I tre moschettieri, di Mario Mangini e Tramonti;
  • 1935: Belle o brutte mi piaccion tutte, di Guglielmo Inglese e Tramonti;
  • 1936: 50 milioni... c'è da impazzire!, scritto da Antonio De Curtis e Guglielmo Inglese;
  • 1936: Una terribile notte, di Mario Mangini;
  • 1937: Dei due chi sarà, scritto da Antonio De Curtis;
  • 1937: Uomini a nolo, scritto da Antonio De Curtis e Bel Ami;
  • 1937: Novanta fa la paura, scritto da Antonio De Curtis;
  • 1938: Se fossi un Don Giovanni, scritto da Antonio De Curtis;
  • 1938: L'ultimo Tarzan, scritto da Antonio De Curtis;
  • 1938: Accade una notte che..., scritto da Antonio De Curtis;
  • 1939: Fra moglie e marito, la suocera e il dito, ultimo avanspettacolo scritto da Antonio De Curtis.

Il ciclo della Grande Rivista:

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

« E io pago! »
(Totò in 47 morto che parla)

Dal 1937 al 1967 Totò partecipa a novantasette film, quasi sempre come attore protagonista, per una media di oltre quattro all'anno (numero che non tiene conto della sua pausa durante la guerra), diretto da quarantadue differenti registi. Quelli con cui ha lavorato maggiormente sono Mario Mattòli (sedici film), Camillo Mastrocinque (undici), Steno (dieci), Sergio Corbucci (sette), Mario Monicelli (sette) e Carlo Ludovico Bragaglia (sei). Occasionalmente ha svolto anche il ruolo di sceneggiatore e doppiatore. Esiste inoltre un cospicuo numero di progetti mai realizzati, un film di cui, prima della morte, ha girato solo una scena e una serie di film di montaggio, realizzati unendo spezzoni delle sue pellicole.

Attore[modifica | modifica wikitesto]

Doppiatore[modifica | modifica wikitesto]

Sceneggiatore[modifica | modifica wikitesto]

Film di montaggio[modifica | modifica wikitesto]

Film non realizzati[modifica | modifica wikitesto]

Riconoscimenti cinematografici[modifica | modifica wikitesto]

Nastri d'argento

Festival di Cannes

  • 1966: menzione speciale per l'interpretazione in Uccellacci e uccellini

ANICA

Grolla d'oro

  • 1961: premio alla carriera (mai ritirato)

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Ospite[modifica | modifica wikitesto]

Attore[modifica | modifica wikitesto]

Per il piccolo schermo Totò gira nel 1967 TuttoTotò, una serie di nove telefilm diretti da Daniele D'Anza, così composti:

  • Il latitante, andato in onda il 4 maggio (nel ruolo di don Gennaro La Pezza; l'episodio viene ricavato dalla sceneggiatura per un film mai realizzato, Le belve*
  • Il tuttofare, andato in onda il 10 maggio (nel ruolo di Rosario De Gennaro, detto Lallo)
  • Il grande maestro, andato in onda il 13 maggio (nel ruolo di Mardocheo Stonatelli)
  • Don Giovannino, andato in onda il 18 maggio (nel ruolo omonimo)
  • La scommessa, andato in onda il 25 maggio (nel ruolo di Oberdan Lo Cascio), in cui Totò figura anche come sceneggiatore
  • Totò Ciak, andato in onda l'8 giugno (nel ruolo dell'agente segreto, è una parodia dei generi cinematografici in voga con la partecipazione di alcuni cantanti)
  • Totò a Napoli, andato in onda il 13 giugno (nel ruolo della guida non autorizzata, recita alcune poesie sue)
  • Totò Ye Ye, annunciato per il 29 giugno ma in realtà mai trasmesso all'epoca; è andato in onda solo nel 2011 su Raitre (Totò ricopre il ruolo del capellone in uno special con la partecipazione di cantanti e complessi musicali)
  • Premio Nobel, con Corrado, andato in onda il 6 luglio (nel ruolo di Serafino Bolletta)

Carosello[modifica | modifica wikitesto]

Nell'autunno del 1966 Totò gira nove sketch pubblicitari per la RAI diretti dal regista Luciano Emmer, andati in onda su Carosello prima della morte dell'attore. Di questi nove cortometraggi ne sono rimasti soltanto due (Totò cassiere e Totò calzolaio), replicati nelle rievocazioni del celebre contenitore serale e inseriti nella relativa raccolta in DVD. Degli altri si ignora la sorte, probabilmente sono andati persi o distrutti.

  • Totò cassiere
  • Totò calzolaio
  • Totò spazzino
  • Totò petroliere
  • Totò proprietario di ristoranti
  • Totò farmacista
  • Totò barista
  • Totò giocatore
  • Totò elettricista

Nel gennaio 1967 vengono girati altri sette caroselli. Il progetto ne prevede dieci, ma Totò non riesce a finirli tutti perché è al momento molto impegnato sul set. Questi sketch non sono mai stati trasmessi in quanto trafugati prima della messa in onda.

  • Totò ingegnere
  • Totò pittore
  • Totò meteoronauta
  • Totò iettatore
  • Totò ferroviere
  • Totò operaio
  • Totò giardiniere

Interviste[modifica | modifica wikitesto]

Programmi dedicati alla sua vita[modifica | modifica wikitesto]

  • Il pianeta Totò, di Giancarlo Governi (1981, in 30 puntate; riproposto, in 25 puntate, nel 1983 e, nuovamente in 30 puntate, nel 1988)
  • W Totò, condotto da Nanni Loy (1987)
  • Caro Totò, ti voglio presentare, condotto da Renzo Arbore (1992)
  • Totò, un altro pianeta, di Giancarlo Governi (1993, in 15 puntate)
  • Tocco e ritocco, di Giancarlo Governi (1994, in quattro puntate)
  • La vita del principe Totò, di Giancarlo Governi (1995, in due puntate)
  • Omaggio a Totò, di Giancarlo Governi (1997, in una puntata)
  • Totò 100, di Giancarlo Governi (1998, in due puntate)
  • A prescindere..., di Giancarlo Governi (in due puntate)

Documentari[modifica | modifica wikitesto]

  • Totò 2001, di Marco Giusti (2000)
  • Il baule di Totò, di Gianni Turco (2003)
  • Un principe chiamato Totò, di Fabrizio Berruti (2007)
  • Totò, Napoli... ed io, di Diana De Curtis e Francesco Brancatella (2009)

Radio[modifica | modifica wikitesto]

Interviste[modifica | modifica wikitesto]

  • Sono Totò, Dio che tristezza, Articolo di Repubblica, 1º dicembre 1990, Archivio RAI (1950)
  • Ciak, intervista con Lello Bersani, in occasione del Nastro d'argento ricevuto per Guardie e ladri (1952)
  • La grande radio, intervista con Lello Bersani sul film Totò nella luna (1958)
  • Intervista con Oriana Fallaci per L'Europeo (1963)
  • La grande radio, intervista nel suo appartamento (1967)
  • Chicche e sia, Totò recita le sue poesie La consegna, Felicità e L'acquaiola (1967)

Poesie[modifica | modifica wikitesto]

La lista completa delle poesie scritte da Totò (tra parentesi il titolo in italiano).

  • 'A livella (La livella)
  • A passiona mia erano 'e rrose (La mia passione erano le rose)
  • Uocchie 'ncantatore (Occhio incantatore)
  • 'Ncantesimo (Incantesimo)
  • Esempio
  • Calannario
  • Essa
  • La donna
  • Ma che dulore (Ma che dolore)
  • 'O sole (Il sole)
  • A Franca
  • Preghiera del clown
  • 'A vita è ingiusta (La vita è ingiusta)
  • Tutto è finito
  • Chi è ll'ommo (Chi è l'uomo)
  • 'E dduje 'nnammurate (I due innamorati)
  • Riflessione
  • 'A 'mmasciata (L'ambasciata)
  • Statuina a Francesca
  • 'A femmena (La femmina)
  • Pe nun te scurdà cchiù (Per non scordarti più)
  • Viola d'ammore (Viola d'amore)
  • Siamo uomini o caporali
  • Cuore
  • 'A cchiu' bella (La più bella)
  • Ho bisogno di rivederti
  • 'O piso (Il peso)
  • Che me manca!
  • Donna Amalia
  • Pe sta vicino a tte (Per stare vicino a te)
  • La società
  • Napule, tu e io (Napoli, tu e io)
  • 'O saccio sultant'io (Lo so soltanto io)
  • Passione
  • Il dramma di Don Ciccio Caccavalle
  • 'A cchiu' sincera (La più sincera)
  • Nu iuorno all'intrasatta (Un giorno all'improvviso)
  • All'intrasatta... (All'improvviso)
  • Ricunuscenza (Riconoscenza)
  • 'A mundana (La prostituta)
  • Dick
  • Zuoccole, tammorre e femmene (Zoccoli, tamburi e donne)
  • Si fosse n'auciello (Se fossi un uccello)
  • 'Ngiulina (Angelina)
  • Balcune e llogge (Balconi e logge)
  • Ll'ammore (L'amore)
  • Uocchie ca mme parlate (Occhi che mi parlate)
  • 'A statuetta (La statuetta)
  • 'A cunzegna (La consegna)
  • Ammore perduto (Amore perduto)
  • 'A nnammurata mia (La mia fidanzata)
  • Core analfabeta (Cuore analfabeta)
  • 'E ccorna (Le corna)
  • 'O schiattamuorto (Il becchino)
  • Felicità
  • 'A vita (La vita)
  • Il fine dicitore
  • Bianchina
  • 'E pezziente (I pezzenti)
  • 'A speranza (La speranza)
  • Il cimitero della civiltà
  • Sarchiapone e Ludovico
  • L'indesiderabile
  • L'acquaiola

Canzoni[modifica | modifica wikitesto]

Canzoni Scritte e in alcuni casi cantate da Totò[modifica | modifica wikitesto]

Canzoni solo interpretate[modifica | modifica wikitesto]

Fumetti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1953, in seguito alle illustrazioni di Totò il buono disegnate dallo sceneggiatore Ruggero Maccari e uscite su il Tempo illustrato, il fumettista Lorenzo Castellari realizza per le edizioni Diana dodici albi tascabili e tre albi d'oro con il personaggio caricaturale dell'attore e storie ispirate ai suoi lavori teatrali. Ogni albo reca in retrocopertina la dicitura "Il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Commeno De Curtis di Bisanzio ha concesso in esclusiva la facoltà di riprodurre in giornali per ragazzi le avventure del personaggio di Totò; da lui creato. Ogni diritto relativo al personaggio "Totò" è pertanto riservato a norma di legge." All'interno di ogni albo è presente una rubrica "Scrivete a Totò" in cui l'attore risponde ai suoi piccoli lettori.

Albi tascabili[modifica | modifica wikitesto]

  • Totò e il segreto atomico
  • Totò nell'oceano
  • Totò e i pirati cinesi
  • Totò fra i cannibali
  • Totò e le belve
  • Totò contro Totò
  • Totò caporale
  • Totò Arrendetevi... gridò Totò
  • Totò e la bomba di provolone
  • Totò eroico paracadutista
  • Totò e il carro armato
  • Totò medaglia d'oro

Albi d'oro[modifica | modifica wikitesto]

  • Totò a fumetti
  • La strenna di Totò
  • Totò a fumetti n.2

Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Maurizio Costanzo, Intervista a Franca Faldini e Vittorio Gassman - Bontà Loro, studio 11 di Roma, 14 novembre 1977.
  2. ^ I nomi di Totò, antoniodecurtis.org. URL consultato il 14 luglio 2015.
  3. ^ Il cinema di Totò, Premessa.
  4. ^ Totò: principe clown, pp. 246-247.
  5. ^ a b Totò, il principe degli attori, raistoria.rai.it. URL consultato il 13 luglio 2015.
  6. ^ Totò, p. 132«Un attore talmente eccezionale e irripetibile che forse ci vorranno cento anni perché ne nasca un altro... Totò era il massimo allo stato puro, all'altezza di Charlot e Buster Keaton.» Alberto Sordi
  7. ^ Vita di Totò, p. 19
  8. ^ Totò principe e clown, p. 25
  9. ^ a b Antonio De Curtis, Totò, teatro.org. URL consultato il 14 luglio 2015.
  10. ^ Diario semiserio di Antonio de Curtis, p. 130.
  11. ^ Vittorio De Sica e Totò, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015. - Totò è senz'altro una delle figure italiane più importanti che abbia conosciuto nella mia carriera e nella mia vita. Parlare della sua arte? Basta vedere il successo che ha avuto con i giovani di oggi, i ragazzi di quindici, diciotto anni che non lo conoscevano. Clown come lui ne nasce uno ogni cento anni. Bastano i pochi film buoni che Totò ha fatto, tra i quali per esempio Guardie e ladri e il piccolo episodio ne L'oro di Napoli a metterne in risalto tutta la straordinaria bravura, proprio ne L'oro di Napoli il personaggio di Totò aveva un risvolto drammatico che lui rese benissimo, perché era un attore completo, il più grande a mio parere, che il teatro musicale e il cinema italiano abbia mai avuto.
  12. ^ Totò mio padre, pag. 30
  13. ^ a b c d e L'infanzia di Totò, antoniodecurtis.org. URL consultato il 13 luglio 2015.
  14. ^ Totò a prescindere, pag. 76 e 109
    Totò, in un'intervista:
    La felicità non esiste. La felicità non esiste in nessun modo. Nessuno è felicissimo..
    Nell'intervista concessa a Oriana Fallaci:
    Io amo esser solo. Ho bisogno di essere solo: per contemplare, per pensare. A volte mi danno noia perfino le persone che amo. Sì, è difficile viver con me. A me non piace andare nei night, non mi è mai piaciuto. Io, quando vedo quel divertimento falso non posso fare a meno di pensare che dietro a ciascuna di quelle persone v’è un dramma: il pianista magari ha le scarpe rotte, l’industriale ha le cambiali che scadono, l’entraineuse ha il figlio ammalato... Sono un misantropo, la base della mia vita è la casa. La casa, per me, è una fortezza, quasi una persona. Quando vi entro la saluto sempre come una persona: "Buonasera, casa".
  15. ^ Totò mio padre, pag. 30
  16. ^ Totò mio padre, pag. 31
  17. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af Totò, un altro pianeta, antoniodecurtis.org. URL consultato il 14 luglio 2015.
  18. ^ Totò a prescindere, pag. 9
  19. ^ Totò mio padre, pag. 31
  20. ^ Totò mio padre, pag. 32
  21. ^ Totò mio padre, pag. 32
  22. ^ Diario semiserio di Antonio de Curtis, p. 65.
  23. ^ Totò mio padre, pag. 33
  24. ^ Totò, pag. 7
  25. ^ Totò mio padre, pag. 33
  26. ^ Totò, p. 7
  27. ^ Totò mio padre, pag. 32
  28. ^ Totò, un altro pianeta, antoniodecurtis.org. URL consultato il 14 luglio 2015.
  29. ^ Totò mio padre, pag. 32
  30. ^ a b c d [httphttp://www.antoniodecurtis.org/peppino_defilippo.htm Totò e Peppino], antoniodecurtis.org. URL consultato il 14 luglio 2015.
  31. ^ Totò a prescindere, pag. 54
  32. ^ Totò a prescindere, pag. 7
  33. ^ I ricordi di Nino Taranto, antoniodecurtis.org. URL consultato il 14 luglio 2015. - Con Totò ci siamo conosciuti in un teatro della periferia di Napoli, il teatro Orfeo. Venne una sera ancora vestito da militare, era più vecchio di me, ma io avevo già cominciato a lavorare nel varietà fin da giovanissimo. All'Orfeo mi esibivo in alcune macchiette e facevo la parodia di canzone di E. A. Mario, Vipera, che gli piacque molto, volle che gli ricopiassi i versi.
  34. ^ Totò a prescindere, pag. 9
  35. ^ Il Principe Totò, pag. 23
  36. ^ Totò principe clown, pag. 66
  37. ^ Totò proibito: storia puntigliosa e grottesca dei rapporti tra il principe De Curtis e la censura, pag. 76
  38. ^ a b c d e f g La formazione del comico, antoniodecurtis.org. URL consultato il 14 luglio 2015.
  39. ^ Totò: vita e arte di un genio, pag. 24
  40. ^ A. De Curtis, Il complesso dei gemelli siamesi, blog.libero.it/antoniodecurtis. URL consultato il 15 luglio 2015. - Come Dio volle, anche la "ferma" ebbe termine, e io potei finalmente avvicinarmi a quel teatro che, ancora ragazzo, mi aveva affascinato. La mia famiglia, intanto, si era trasferita a Roma. Fu al Salone Elena, in piazza Risorgimento, che io feci la mia prima esperienza. Il Salone Elena era, in realta', una modesta baracca di legno dove si recitavano soprattutto La cieca di Sorrento e La sepolta viva,L'ombra del disonore e Il capo della camorra. Ma io sapevo che da pochi giorni era stata scritturata la "Compagnia comica diretta da Umberto Capece", che faceva rivivere la maschera del Pulcinella napoletano. E fu Capece che mi consentì finalmente di passare "dall'altra parte". Non ero più lo spettatore Antonio de Curtis, ma Totò attore comico. ... Ebbi subito successo e, quindici giorni dopo, la prima paga: due soldi al giorno. Questo mi incoraggiò, due settimane più tardi, a chiedere un piccolo aumento. Pioveva forte, quella sera, ed ero fradicio da capo a piedi. "Signor Capece", gli dissi, "mi basterebbe una lira per settimana: almeno i soldi per tornare a casa con il tram. Perché a piedi non ce la faccio più, andata e ritorno". "Andate un po' a far del bene alla gente!", brontolò Capece. E mi indicò la porta.
  41. ^ Totò mio padre, pag. 43
  42. ^ Totò mio padre, pag. 42
  43. ^ a b c d e f g h i Il teatro di Totò, antoniodecurtis.org. URL consultato il 15 luglio 2015.
  44. ^ Il teatro Jovinelli tra passato e futuro, “Il Café-Chantant, Rivista quindicinale illustrata”, 12-27 gennaio 1920.
  45. ^ A. De Curtis, Il complesso dei gemelli siamesi, blog.libero.it/antoniodecurtis. URL consultato il 15 luglio 2015. - Prendendo il coraggio a due mani, anche per non dover ascoltare mia madre che invariabilmente mi rimproverava di non essere diventato ufficiale di marina, decisi allora di presentarmi a don Peppe Jovinelli che era uno degli impresari più esigenti e più temuti di quel tempo. ... Non era il momento più propizio perché don Peppe aveva appena finito di scaraventare fuori dal suo ufficio un attore che era arrivato tardi alle prove, tuttavia il colloquio fu abbastanza cordiale, molto più di quanto potessi sperare ... Il giorno dell'esordio, mentre il pubblico batteva ancora le mani, don Peppe si precipitò in palcoscenico contrariamente alle sue abitudini. "Giovanotto, siete stato veramente bravo", mi disse stampandomi sulla schiena una pesante manata.
  46. ^ a b A. De Curtis, Il complesso dei gemelli siamesi, blog.libero.it/antoniodecurtis. URL consultato il 15 luglio 2015.
  47. ^ Totò, pag. 9
  48. ^ Totò mio padre, pag. 49
  49. ^ Caldiron2001, p. 13.
  50. ^ Totò mio padre, pag. 32
  51. ^ Il baule di Totò, antoniodecurtis.org. URL consultato il 15 luglio 2015.
  52. ^ Totò, pag. 12
  53. ^ Totò, pag. 14
  54. ^ Totò mio padre, pag. 78
  55. ^ Totò mio padre, pag. 81
  56. ^ Totò, pag. 14
  57. ^ Totò mio padre, pag. 81
  58. ^ Totò, pag. 14
  59. ^ Totò mio padre, pag. 82
  60. ^ Totò mio padre, pag. 83
  61. ^ Totò, pag. 14-15
  62. ^ a b c d e f g h i j I film di Totò, antoniodecurtis.org. URL consultato il 15 luglio 2015.
  63. ^ Totò mio padre, Pag. 72
  64. ^ Totò mio padre, Pag. 16
  65. ^ Totò mio padre, pag. 33-34
  66. ^ Totò mio padre, pag. 37-39
  67. ^ Totò mio padre, pag. 34
  68. ^ Totò, Pag. 14
  69. ^ Totò a prescindere, Pag. 103
  70. ^ Totò visto da Stracult, Rai2, puntata del 24 agosto 2011
  71. ^ Diario semiserio di Antonio de Curtis, pp. 117-127.
  72. ^ Totò mio padre, pag. 51
  73. ^ a b c d e Mario Castellani e Totò. URL consultato il 15 luglio 2015.
  74. ^ Totò visto da Anna Magnani. URL consultato il 15 luglio 2015.
  75. ^ Il teatro durante la guerra, pamabu.altervista.org. URL consultato il 13 luglio 2015.
  76. ^ Totò mio padre, pag. 51-53
  77. ^ Totò si nasce, pag. 213
  78. ^ Totò a prescindere, pag. 79 Ai volontari che ridono Anna Clemente dice: " Guagliò, 'a marchesa nun po' restà 'nterra pecché vuje ridete".
  79. ^ Il Ratto delle Sabine, antoniodecurtis.org. URL consultato il 13 luglio 2015. - Questo Ratto delle Sabine ha indubbiamente diritto al brevetto del più insulso, aberrante film prodotto dalla cinematografia italiana postbellica. Una sequela di cretinerie, di sinistri luoghi comuni, per i quali sarebbe stato inutile sprecare, non diciamo pellicola, ma anche carta igienica [-.-] Pensare che Totò sia capace, con la semplice efficacia della sua maschera, di risollevare le sorti d'uno squallido, volgare, stupido copione, significa rendere un cattivo servizio al beniamino delle platee. Vincenzo Talarico. L'Indipendente, 7 dicembre 1945.
  80. ^ Tutto Totò, pag. 101
  81. ^ Il cinema di Totò, pag. 99
  82. ^ a b Dizionario del Teatro Dizionario dello spettacolo del novecento, delteatro.it. URL consultato il 13 luglio 2015.
  83. ^ Mario Castellani ci parla di Totò su tanogabo.it. URL consultato il 14 luglio 2015. - Uno dei suoi sketch più famosi è quello del vagone letto, che ha fatto sbellicare dalle risate le platee di tutta Italia. Ebbene, nella rivista di Galdieri in cui era inserito, era accennata soltanto la situazione: due uomini nella cabina e una donna che chiede ospitalità per la notte. La prima volta che lo facemmo, questo sketch durava una decina di minuti; le ultime volte siamo arrivati a tenerlo in piedi quasi un' ora, col pubblico che ci seguiva col fiato sospeso. In seguito al rinnovato interesse per la figura e per l'arte di Totò, spesso mi capita di sentirmi chiedere il testo di questo e di altri sketch diventati ormai leggendari. Ma i testi non ci sono. Non ci sono mai stati.
  84. ^ Totò mio padre, pag. 64
  85. ^ a b Diana Rogliani e Totò, antoniodecurtis.org. URL consultato il 14 luglio 2015.
  86. ^ Liliana de Curtis: "Ecco la storia di 'Malafemmena', la vera regina di Napoli", laici.it. URL consultato il 17 ottobre 2013.
  87. ^ Totò mio padre, pag. 64
  88. ^ Totò mio padre, pag. 65-66
  89. ^ Totò mio padre, pag. 70
  90. ^ Guardie e ladri, MYmovies. URL consultato il 18 ottobre 2013.
  91. ^ Totò mio padre, pag. 75
  92. ^ Totò mio padre, pag. 77 La dedica a Diana Rogliani appare sulla partitura originale autografa depositata da Totò alla SIAE.
  93. ^ Liliana de Curtis: "Ecco la storia di 'Malafemmena', la vera regina di Napoli", laici.it. URL consultato il 17 ottobre 2013.
  94. ^ Totò a prescindere, pp. 47 - Abitavo in un palazzo elegantissimo ai Parioli, dove stavano anche un cardinale e un ambasciatore e dove il portinaio mi salutava con un inchino chiamandomi eccellenza. Poi una sera si fece coraggio e mi disse: "so che lei è un attore famoso e vorrei appplaudirla anche io". Gli procurai subito due biglietti per la rivista in cui recitavo in quel periodo e la mattina seguente ebbi una grossa sorpresa. Non solo il portinaio si guardò bene dal salutarmi, ma mi rise addirittura in faccia. Per lui non ero più una persona rispettabile, ero un saltimbanco.
  95. ^ a b Steno e Totò, antoniodecurtis.com.
  96. ^ Totò terzo uomo, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  97. ^ Totò mio padre, pag. 87-89
  98. ^ Totò mio padre, pag. 89
  99. ^ Totò, l'uomo e la maschera, Cap. II
  100. ^ I ricordi di Franca Faldini, youtube.com.
  101. ^ Totò mio padre, pag. 90
  102. ^ Totò, Pag. 19
  103. ^ Totò mio padre, pag. 90
  104. ^ I ricordi di Carlo Campanini, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015. - Con Totò bisognava stare attenti perché improvvisava parecchio: Mattòli giustamente, al contrario di quello che fanno tanti registi, non sceglieva la dodicesima, la tredicesima, ma sceglieva sempre la prima o la seconda perché c'era quella spontaneità che dopo scompariva, specie negli attori che improvvisano.Totò tanti lazzi li metteva lui, tanti li diceva prima, altri li improvvisava lì per lì e Mattòli ci lasciava fare. Certo, c'era il copione, però il personaggio lo lasciava sfogare e allora bisognava stare in campana, per non fare brutte figure, perché sennò alle volte rimanevi a bocca aperta, anche se lui andava avanti e risolveva sempre lo stesso. In ogni scena che faceva, il primo pubblico che l'applaudiva era quello del teatro, i macchinisti, gli elettricisti.}}
  105. ^ Peppino De Filippo e Totò, antoniodecurtis.com. - Posso affermare che tutti i film che abbiamo girato assieme, spesso li abbiamo recitati « a soggetto ». Creati lì per lì, scena per scena, al momento di « girare ». Un « maligno » potrà dire: « ... si capiva benissimo! » e gli si deve dare ragione a mio parere, perché i miei films con Totò peccavano, sopra ogni cosa, « di impreparazione » e si notava, si capiva, gli « intenditori,» lo deploravano e questa fu la ragione per la quale, ad un certo momento, decisi di abbandonare il cinema e dedicarmi, invece, interamente al mio teatro.
  106. ^ I ricordi di Giacomo Furia, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015. - Ho fatto poi molti film con Totò, erano film che si giravano in venti giorni, anche meno. I produttori avevano interesse a girarli nel minor tempo possibile e a sfornarli uno appresso all'altro. Il medico dei pazzi lo girammo in dodici giorni addirittura. Ma bisogna tener conto del fatto che Totò arrivava sul set verso le tre e finiva verso le otto, non c'era molto tempo.
  107. ^ Totò visto da Mario Castellani, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015. - Quando cominciò la sua grande stagione cinematografica, gli accadde di firmare un impegno con la Lux per il film L'imperatore di Capri. La lavorazione era prevista in cinquanta giorni, e il compenso forfettario in sei milioni. Carlo Ponti, che era allora il direttore esecutivo della casa cinematografica, lo mandò a chiamare e gli fece la proposta di allungare il contratto a sessanta giorni e di girare due film invece di uno. Naturalmente, il compenso sarebbe stato maggiorato: dieci milioni. Totò accettò subito. Inutilmente io cercai di attirare la sua attenzione con gesti disperati, per suggerirgli di non firmare. Lui non mi diede retta, e così si impegnò anche per il secondo film, Totò cerca casa. Quando uscimmo dallo studio di Ponti, Totò mi disse: « Cosa significavano tutti quei tuoi gesti? ». « Volevo farti capire», risposi- _«che non ti conveniva accettare». «E perché», si meravigliò Totò. «Ma perché hai fatto un cattivo affare», replicai. « Dieci milioni per sessanta giorni di lavoro ti pare un cattivo affare? Ma dove ce l'hai la testa? », mi aggredì. Rinunciai alla discussione, perché mi resi conto che Totò non avrebbe mai capito il mio punto di vista. Per me, i dieci milioni li avrebbe dovuti pretendere solo per il secondo film da girare con calma, in seguito. L'affare, infatti, lo fece Ponti, il quale da Totò cerca casa ricavò un guadagno di 150 milioni, cifra che gli servì per fondare la Ponti-De Laurentiis.
  108. ^ Totò mio padre, pag. 119
  109. ^ Totò mio padre, pag. 77
  110. ^ Totò mio padre, pag. 111
  111. ^ a b c d e f Non ci vedo, antoniodecurtis.org.
  112. ^ Vita di Totò, pag. 226-232
  113. ^ Totò mio padre, pag. 113
  114. ^ Totò mio padre, pag. 114
  115. ^ Totò mio padre, pag. 114
  116. ^ Totò mio padre, pag. 116-117
  117. ^ Totò mio padre, pag. 115
  118. ^ Totò mio padre, pag. 118
  119. ^ Carlo Croccolo e Totò, antoniodecurtis.com. URL consultato il 14 luglio 2015. - Praticamente l'ho doppiato dal '57 in poi quando lui ha perso la vista.L'ho doppiato naturalmente non in tutti i film ma solamente nelle scene esterne, cioe' gli interni erano in presa diretta come in studio mentre per gli esterni c'erano rumori allora andava doppiato, siccome Totò non riusciva a vedersi e allora io lo doppiavo. Avevamo la stessa pasta di voce. Sono stato scelto perche' lui s'e' ricordato di quando l'ho doppiato in francese ne "La legge e' legge
  120. ^ Totò mio padre, pag. 127
  121. ^ Totò mio padre, pag. 114
  122. ^ Totò mio padre, pag. 94-97 Secondo Totò i profitti di Malafemmena spettano alla ex moglie, poiché è stata lei ad ispirare la canzone.
  123. ^ Totò mio padre, pag. 95
  124. ^ Totò a prescindere, pag. 44
  125. ^ Totò e Franca Faldini, antoniodecurtis.com. URL consultato il 13 luglio 2015.
  126. ^ Video Totò. Cinegiornali. La Settimana Incom. 20 gennaio 1960, antoniodecurtis.com. URL consultato il 31 maggio 2015.
  127. ^ Mala femmena: la canzone di Totò, p. 17.
  128. ^ Totò mio padre, pag. 114
  129. ^ Totò mio padre, pag. 130 e 142
  130. ^ Totò mio padre, pag. 98
  131. ^ Totò mio padre, pag. 128
  132. ^ Diario semiserio di Antonio de Curtis, p. 118.
  133. ^ Totò a prescindere, pag. 33
  134. ^ Federico Fellini e Totò, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  135. ^ Totò, pag. 61 - Ricorda Alberto Lattuada: Subito dopo La Mandragola gli proposi una novella di Pirandello, "La cattura". Gli piaceva molto, mi diceva "è bellissima, la voglio fare", ma intanto, mentre io uscivo, entrava un altro che diceva: "ecco qua dieci milioni di anticipo, dobbiamo farlo subito", e lo sottraeva a progetti più ambiziosi, che spesso si estenuavano in trattative troppo lunghe.
  136. ^ Totò, pag. 58-59
  137. ^ Totò, pag. 59
  138. ^ Totò mio padre, pag. 114
  139. ^ a b c Totò e Pasolini, antoniodecurtis.com. URL consultato il 14 luglio 2015.
  140. ^ Totò a prescindere, pag. 42
  141. ^ Totò mio padre, pag. 121
  142. ^ La settimana INCOM, Tullio Kezich, 22 maggio 1966
  143. ^ Corriere d'informazione, Alberto Sala, 5 maggio 1966
  144. ^ La settimana INCOM, Tullio Kezich, 22 maggio 1966
  145. ^ Totò in televisione e in radio, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015. - Il progetto TuttoTotò nasce qualche anno prima quando Totò nel 1965 in una intervista a Luigi Vaccari parla di sua idea televisiva: Cinquant'anni di teatro comico italiano dal primo novecento ad oggi, un'antologia a puntate, commedia dell'arte,varietà,rivista, avanspettacolo, prosa dialettale,preceduta da una discussione a quattro,autore attore critico impresario,ecco l'idea che mi rimugina ed il lavoro col quale mi presenterei sui teleschermi anche domani. ... Occorre quasi un anno prima che il progetto veda la luce, Mario Castellani impiega parecchi mesi per ricostruire gli sketch che lui stesso aveva recitato con Totò in teatro. Ma i produttori televisivi cambiano completamente quello che Totò aveva in mente, ciò che viene fuori è la serie "TuttoTotò", dieci episodi fini a se stessi curati da Bruno Corbucci.
  146. ^ a b c d Quel 15 aprile..., antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 aprile 2015.
  147. ^ Totò mio padre, pag. 137
  148. ^ Totò, il principe della risata è sempre lui, ilgiornale.it.
  149. ^ Totò, mito di sempre che non finisce mai di essere d' attualità, archiviostorico.corriere.it/. URL consultato il 10 luglio 2015. - Si può fare a meno di Totò? Negli anni Cinquanta una certa Italia, ideologica e supponente, ne era convinta. Ma siccome «ogni limite ha una pazienza», l' altra Italia piano piano ha preso la sua rivincita dimostrando nei fatti (negli incassi, nelle battute che diventavano patrimonio di tutti, nel piacere di lasciarsi andare ai suoi lazzi e ai suoi sberleffi) che di Antonio de Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, duca di Macedonia e d' Illiria, principe di Bisanzio eccetera eccetera, non si poteva proprio fare a meno.
  150. ^ Ma che capirà il cinese?, espresso.repubblica.it. URL consultato il 28 luglio 2015.
  151. ^ Gli imbarazzanti palinsesti estivi e la sorprendente attualità di Totò, ilfoglio.it. URL consultato il 28 luglio 2015.
  152. ^ Liliana de Curtis: io lo conoscevo bene, antoniodecurtis.org. URL consultato il 27 aprile 2015.
  153. ^ Clooney: ho copiato Totò anche negli sguardi, Corriere della Sera - Archivio Storico. URL consultato il 27 aprile 2015.)
  154. ^ a b c Napoli non dimentica, ilfattoquotidiano.it.
  155. ^ Salviamo la casa di Totò dal degrado. URL consultato il 28 luglio 2015.
  156. ^ Museo di Totò mai aperto da 20 anni, corrieredelmezzogiorno.corriere.it/.
  157. ^ Tutto Totò, pag. 5-6
  158. ^ Totò - Intervista - Oriana Fallaci, oriana-fallaci.com. URL consultato il 10 ottobre 2013.
  159. ^ Sono Totò, dio che tristezza! in la Repubblica, 1º dicembre 1990. URL consultato il 28 luglio 2015.
  160. ^ Le spalle di Totò. URL consultato il 28 luglio 2015.
  161. ^ Racconta in proposito Mario Castellani: Ha lavorato fino alla morte, ma non era intimamente un fautore del diritto al lavoro. Per lui, il diritto dei diritti era quello di non far niente: un piacere raffinato che però, a suo giudizio, andava conquistato. Quando faceva il comico di varietà, prima che io lo incontrassi, si spostava da ùn capo all'altro dell'Italia portandosi appresso una valigetta di cartone in cui raccoglieva i suoi risparmi. Già allora era pagato bene, e i fogli da cento lire, quei fogli grandi che facevano un così bel vedere, si accumulavano facilmente nella sua valigetta. Ebbene, quando la valigetta era piena, Totò salutava tutti e spariva dalla circolazione. Aveva una casetta a Rapallo e si ritirava lì a godersi il dolce far niente. Allora poteva anche cascare il mondo: lui non si muoveva. Usciva dal rifugio solo dopo aver consumato l'ultimo foglio da cento lire. Allora, pur di riempire in fretta la valigetta, accettava qualunque proposta gli facessero.
  162. ^ Totò, l'uomo e la maschera, cap. VI
  163. ^ Totò l'uomo e la maschera, pag. 45
  164. ^ Diario semiserio di Antonio de Curtis, pp. 117-127
  165. ^ a b Franca Faldini racconta Totò, antoniodecurtis.com. URL consultato il 22 ottobre 2013.
  166. ^ [Toto’ : quella foto con la " cimice " fascista Toto’ : quella foto con la " cimice " fascista]. URL consultato il 15 luglio 2015.
  167. ^ Caldiron, 2001, p. 28.
  168. ^ L'Italia dei liberi muratori: brevi biografie di massoni famosi, pp. 95-96.
  169. ^ Massoni famosi, loggiatacito740.it. URL consultato il 29 maggio 2014.
  170. ^ a b c d e Un'eclatante pretesa al trono di Bisanzio: il caso De Curtis, antoniodecurtis.com. URL consultato il 19 luglio 2015. Relazione presentata al II° Colloquio Internazionale di Genealogia. San Marino - 31 marzo-4 aprile 2005
  171. ^ Totò, pag. 25
  172. ^ Totò mio padre, Pag. 34
  173. ^ Totò mio padre, Pag. 44
  174. ^ a b c d Miseria e nobiltà di Totò, kataweb.it. URL consultato il 18 luglio 2015.
  175. ^ Porfirogenito non è un cognome, ma un titolo che spetta ai principi di sangue della dinastia Bizantina, derivato dall'espressione "figlio della porpora".
  176. ^ La medaglia d'oro che Totò si fece coniare con impresso il suo volto, antoniodecurtis.com. URL consultato il 28 aprile 2015.
  177. ^ Totò a prescindere, pag. 27 - Ricorda Domenico Modugno: "Mi colpì la sua generosità, di cui gli altri approfittavano senza ritegno. Una volta, per esempio, regalò una macchina a una coppia di ballerini in procinto di sposarsi, e da quel momento in compagnia scoppiò un'epidemia di matrimoni fasulli, inventati al solo scopo di ottenere un bel dono.".
  178. ^ {{cita|Totò a prescindere|cid=prescindere|pag. 52
  179. ^ Totò a prescindere, pag. 29-30
  180. ^ Totò a prescindere, Pag. 118-119
  181. ^ Totò nei ricordi di Sandro Mancori, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  182. ^ Totò nei ricordi di Sergio Serantoni, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  183. ^ Totò nei ricordi di Diego Alchimede, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  184. ^ Totò nei ricordi di Diego Alchimede, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  185. ^ Totò nei ricordi di Sandro D'Eva, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  186. ^ Totò nei ricordi di Elda Magnanti, antoniodecurtis.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  187. ^ Il grande amore di Totò per i cani, secondazampa.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
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  193. ^ Totò e Carolina, cinecensura.com. URL consultato il 15 luglio 2015.
  194. ^ Archivio Andreotti, revisione cinematografica, sturzo.it. URL consultato il 20 luglio 2015. - Lettera riservata della Presidenza del Consiglio dei Ministri (firma de Pirro), indirizzata a Scicluna (13/09/1951): "Caro Scicluna, a proposito del film "Guardie e ladri": Il rappresentante del Ministero dell'Interno eccepisce la illiceità dell'ultima parte dove l'agente a chiare note motiva l'esercizio del suo dovere con il fine personalistico di evitare le grane ed il licenziamento e non per un ossequio alle leggi. E si pongono guardie e ladri sullo stesso piano, con diseducazione grave per i valori costitutivi dell'ordine civile e morale. Occorre quindi ritoccare il parlato a ... Nulla vieta naturalmente che la guardia abbia pietà della famiglia del ladro e consenta il pietoso trucco del trattenersi a desinare e del fingere di accompagnare il ladro alla stazione."
  195. ^ Guardie e ladri, antoniodecurtis.org. URL consultato il 15 luglio 2015.
  196. ^ Annibale Paloscia, "I segreti del Viminale, pag. 168-171
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  200. ^ Archivio Andreotti, revisione cinematografica, sturzo.it. URL consultato il 20 luglio 2015.
  201. ^ Totò e i Re di Roma, antoniodecurtis.com. URL consultato il 20 luglio 2015.
  202. ^ Angela, i conti aperti con la Luce ‘e Napule, iconfronti.it. URL consultato il 23 luglio 2015.
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  206. ^ a b La banda degli onesti, antoniodecurtis.com. URL consultato il 24 luglio 2015.
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  208. ^ L'elenco degli spettacoli, dei film e delle opere musicali e letterarie di Totò è ripreso dal volume Totò di Orio Caldiron
  209. ^ Filmato audio Consegna dei Nastri d'argento su YouTube.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Raccolte di poesie di Totò[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio De Curtis. 'A livella. Napoli, Gremese Editore, 1997. ISBN 88-7742-105-3.
  • Franca Faldini (a cura di). Antonio De Curtis. Dedicate all'amore. Napoli, Edizioni Colonnese, 1981.
  • Giuseppe Bagnati. Totò, l'ultimo sipario. Nuova Ipsa, 2013, p. 130. ISBN 978-88-7676-507-0 .

Raccolte di battute di Totò[modifica | modifica wikitesto]

  • Matilde Amorosi (a cura di). Liliana de Curtis (con la collaborazione di). Totò. Parli come badi. Milano, Rizzoli, BUR, Biblioteca Univ. Rizzoli, Collezione Superbur, 1994, p. 215, ristampa 1995, p. 210, ristampa 2003, p. 210. ISBN 88-17-20257-6 e ISBN 13 9788817202572 e Torino, La Stampa, Collezione ComicaMente, 2004, p. 176, distribuito gratuitamente col quotidiano, ISBN non esistente.
  • Liliana de Curtis, Matilde Amorosi (a cura di). Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà. Milano, Rizzoli, 2001, p. 251, ISBN 88-17-12691-8.

Monografie e studi su Totò[modifica | modifica wikitesto]

  • Salvatore Cianciabella (prefazione di Philip Zimbardo, nota introduttiva di Liliana De Curtis). Siamo uomini e caporali. Psicologia della dis-obbedienza. Franco Angeli, 2014. ISBN 978-88-204-9248-9. Sito: www.siamouominiecaporali.it
  • Alberto Anile. Il cinema di Totò (1930 - 1945). L'estro funambolo e l'ameno spettro. Genova, Le Mani, 1995. ISBN 88-8012-051-4.
  • Alberto Anile. Totò e Peppino, fratelli d'Italia, in Lello Arena (a cura di). Totò, Peppino e... (ho detto tutto). Libro + VHS. Torino, Einaudi, 2001. ISBN 978-88-06-15944-3.
  • Alberto Anile. Totò proibito. Storia puntigliosa e grottesca sui rapporti tra il principe de Curtis e la censura. Torino, Lindau, 2005. ISBN 978-88-7180-527-6.
  • Liliana De Curtis e Matilde Amorosi. Totò, ogni limite ha una pazienza. Rizzoli, 1995. ISBN 88-17-84412-8.
  • Roberto Escobar. Totò. Avventure di una marionetta. Il Mulino, 1998. ISBN 88-15-06302-1.
  • Dario Fo. Totò: Manuale dell'attor comico. Firenze, Vallecchi, 1995. ISBN 88-8252-028-5.
  • Marco Giusti (a cura di). Antonio de Curtis. Totò si nasce. 1ª ed. Milano, Arnoldo Mondadori Editore (collana "Biblioteca Umoristica Mondadori - I Maestri della comicità"), 2000. ISBN 88-04-47918-3.
  • Marco Giusti. Totò rubato. Un carosello scomparso, in Il grande libro di Carosello, Frassinelli, 2004. ISBN 88-7684-785-5.
  • René Marx. Totò, le rire de Naples. Paris, Editions Henri Berger, 1996. ISBN 2 909 776 01 8 (unica biografia critica in francese).
  • Camillo Moscati. Totò. Imperatore di Capri. Editore Lo Vecchio, 2005. ISBN 88-7333-077-0.
  • Lello Lucignano. Gli uomini che hanno fatto grande Totò. Cavinato Editore International, 2014. ISBN 978-88-89986-89-9.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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