Barbagia

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Barbagia
Stati Italia Italia
Regioni Sardegna Sardegna (provincia di Nuoro; provincia del Sud Sardegna)
Lingue italiano
sardo (logudorese/campidanese)
Monti di Oliena.jpg
Monti di Oliena visti dalle campagne nuoresi

« ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov' io la lasciai »

(Dante Alighieri, Purgatorio, Canto XXIII, vv. 94-96)

La Barbagia (Barbàgia o Barbaza in sardo) è una vasta regione montuosa della Sardegna centrale che si estende sui fianchi del massiccio del Gennargentu. La regione è costituita dall'areale del Gennargentu e dell'Ogliastra, dal Supramonte e dal nuorese fino a Bitti. Confina con la Gallura, la Baronia, l'Oristanese, la valle del Tirso e il Sarcidano e copre un'area di circa 1.300 km² con una popolazione di circa 120.000 abitanti. Il centro più popoloso è Nuoro.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Il paesaggio della Barbagia è molto vario: va dai rocciai di granito ai contrafforti del Gennargentu ogliastrino, comprendendo la valle del Rio Pardu, ai monti quasi dolomitici di Oliena, dalle vallate del Cedrino fino ai pascoli di Ollolai, ai pascoli montani di Seui, per poi riscendere a mare verso Baunei. Sono molto diffusi e ricchi di fauna i boschi di leccio, ginepro, tasso e roverella.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fonte sacra di Su Tempiesu a Orune, risalente al periodo nuragico
Situazione politica della Sardegna romana

Secondo una dibattuta tesi dell'archeologo Giovanni Lilliu, la storia sarda è stata in ogni tempo caratterizzata da ciò che egli definiva come costante resistenziale sarda,[1] ossia la lotta millenaria condotta dagli isolani contro i nuovi invasori; secondo il noto archeologo, il tessuto di sardità e le antiche tradizioni sarebbero state custodite attraverso i secoli dalle popolazioni barbaricine che le hanno tramandate fino ai nostri giorni. [2]

Preistoria e storia antica[modifica | modifica wikitesto]

L'insediamento umano (Homo sapiens) più antico della Barbagia e dell'intera Sardegna, risalente al Paleolitico superiore, è stato rinvenuto nella grotta Corbeddu di Oliena. Seguirono nei millenni successivi le varie facies culturali prenuragiche e nuragiche che caratterizzarono tutto il territorio sardo.

La colonizzazione cartaginese non riuscì a penetrare le zone montane della Sardegna centrale e settentrionale, tra indigeni e punici si stabilirono semplici rapporti di convivenza e commercio.

Anche le prime fasi della dominazione romana furono estremamente avversate da Corsi e Bàlari del nord Sardegna ed, in particolare, dalle popolazioni che vivevano nella zona che va dal bittese al sud del Gennargentu, e dal Marghine-Goceano fino al golfo di Orosei qualificate come "Civitates Barbariae" in età repubblicana e "Barbaricini" in età tardo imperiale e vandalica. Il toponimo Barbagia deriva dal latino Barbaria che si contrapponeva alla Romania, il resto della Sardegna sotto diretto controllo di Roma.

I clan storici citati dai romani e, probabilmente, tutti appartenenti alla famiglia degli Iliensi erano:

Così Diodoro Siculo descrive le popolazioni iliensi che, abbandonate le pianure e le coste, si rifugiarono nell'interno per sfuggire alle dominazioni straniere.

« Quantunque i Cartaginesi nell'auge somma della loro potenza si facessero padroni dell'isola, non poterono però ridurre in schiavitù gli antichi possessori, essendosi gli Iolei rifugiati sui monti ed ivi, fattesi abitazioni sotto terra, mantenendo in quantità il bestiame, si alimentarono di latte, di formaggio e di carne, cose che avevano in abbondanza. Così, lasciando le pianure, si sottrassero alle fatiche di coltivare la terra e seguitano a vivere sui monti, senza pensieri e senza travagli, contenti dei cibi semplici, come abbiamo detto. I Cartaginesi dunque, sebbene andassero con grosse forze spesse volte contro codesti Iolei, per le difficoltà dei luoghi e per quegli inestricabili sotterranei dei medesimi, non poterono mai raggiungerli ed in tal modo quelli si preservarono liberi. Per la stessa ragione poi, infine, i Romani, potentissimi per il vasto impero che avevano, avendo loro fatto spessissimo la guerra, per nessuna forza militare che impiegassero, poterono giungere a soggiogarli. »

(Diodoro Siculo)

Il processo di "latinizzazione" fu lento e dovuto soprattutto all'opera di insediamento di coloni ed all'assegnazione delle terre alle popolazioni locali (al fine di renderle stanziali) in età imperiale, a cui risalgono i latifondi definiti da cippi di confine. Importante fu anche l'arruolamento delle genti locali nell'esercito imperiale come mercenari o inquadrate come coorti vere e proprie.

Il Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Già poco prima della caduta dell'Impero romano d'Occidente, avvenuta nel 476, la Sardegna venne conquistata dai Vandali, una popolazione germanica che dopo aver conquistato l'Africa romana negli anni 430, in seguito costruì una potente flotta annettendo le varie isole del Mediterraneo occidentale. La dominazione vandalica della Sardegna durò fino al 534, quando Giustiniano I, imperatore d'Oriente, riuscì a riconquistare l'isola per l'Impero romano d'Oriente.

Le fonti storiche più importanti su quel periodo sono costituite dalle testimonianze dirette di Procopio e dalle 39 lettere di papa Gregorio I (590-604). Dalle lettere del Pontefice emerge l'esistenza di due Sardegne diverse fra loro: una romanizzata, cristianizzata e romana (quella dei Provinciales), ed una interna, costituita da aggregati cantonali, con popolazioni idolatre e pagane, la Gens Barbaricina governata dal "dux" Ospitone. Facendo seguito ad una costante e tenace azione diplomatica (testimoniata nelle lettere succitate), nell'estate del 594 si concluse un patto tra Bizantini e Barbaricini e, tra i vari accordi, Hospiton accettò la conversione al cristianesimo del suo popolo. Per evangelizzare a fondo la Corsica e la Sardegna, papa Gregorio affidò le due isole ai Benedettini delle isole toscane, che vi rimasero per tutto il Medioevo, anche se la cristianizzazione avvenne anche ad opera degli ordini monastici greco-bizantini: studiti, basiliani ecc. I Benedettini costruirono piccoli monasteri, detti abbadie, e curarono la costruzione delle pievi, delle vie e la tenuta dei fondi agricoli.

La Barbagia in età giudicale (IX-XV secolo d.C.) era divisa in diverse curatorie, amministrate dai quattro giudicati sardi di Torres, Gallura, Arborea e Cagliari. Successivamente alla caduta dell'ultimo giudicato superstite, quello di Arborea, venne definitivamente inglobata nel Regno di Sardegna dagli aragonesi.

Regioni storiche[modifica | modifica wikitesto]

Si divide in:

La regione appartiene quasi interamente alla provincia di Nuoro. I principali comuni oltre a Nuoro sono: Olzai, Dorgali e la sua frazione Cala Gonone, Aritzo, Atzara, Belvì, Bitti, Gavoi, Ollolai, Fonni, Desulo, Tiana, Ovodda, Orani, Orgosolo, Ortueri, Oliena, Orotelli, Orune, Mamoiada, Meana Sardo, Tonara, Austis, Samugheo. Questi comuni sono centri fortemente conservativi della lingua e delle tradizioni

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giovanni Lilliu, Antonello Mattone (a cura di), La Costante Resistenziale sarda (PDF), su www.sardegnacultura.it, Ilisso. URL consultato il 1º marzo 2011.
  2. ^ Lo studioso Antonello Mattone nella prefazione al libro del Lilliu La Costante resistenziale sarda, così si esprime:

    « L'incipit del saggio è di rara efficacia. Lilliu ne sintetizza in modo icastico il contenuto: «La Sardegna, in ogni tempo, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi), ma di avere sempre resistito. Un'isola sulla quale è calata per i secoli la mano oppressiva del colonizzatore, a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza». Egli è convinto che i Sardi, nonostante «l'aggressione di integrazioni di ogni specie», siano «riusciti a conservarsi sempre se stessi» nella «fedeltà alle origini autentiche e pure». È nella resistenza sarda dell'antichità, nel conflitto perenne con Cartagine e Roma che va ricercata «la sostanza della formazione del tessuto culturale, del contesto socio-economico, della struttura spirituale e dell'ordinamento giuridico dell'attuale mondo sardo delle zone interne»: l'accerchiamento «culturale coloniale» ha suscitato negli «antenati barbaricini la psicologia della frontiera», la «carica eroica del balente, lo spirito del ribelle allo statuale che non è il suo». Ai valori della propria cultura il barbaricino è legato «con un rigore etico da anabattista, con la chiusura completa ad ogni acculturazione, diventando una specie di chiesa segregata, una repubblica di santi nuragici». Lilliu trova accenti di epico lirismo per descrivere la resistenza del «mondo barbaricino d'oggi»: un mondo «in tensione continua, aggressivo e braccato insieme, teso verso una frontiera paradiso (le antiche terre perdute con la conquista punica e romana)» che avrebbe rivisto nelle bardane, nelle «temporanee incursioni» e nelle «ricorrenti transumanze pastorali»; un mondo «sempre ritornante, sempre in ritirata verso l'antica riserva, verso la sua casa-guscio […]». »

    (G. Lilliu La Costante resistenziale sardap.81)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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