Lingua sarda

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Sardo
Sardu
Parlato inFlag of Italy.svg Italia
RegioniFlag of Sardinia, Italy.svg Sardegna
Locutori
Totale1 350 000[1]
Altre informazioni
TipoSVO[2][3][4]
Tassonomia
FilogenesiLingue indoeuropee
 Lingue italiche
  Lingua latina
   Romanze
    Romanze meridionali
     Sardo
      (Logudorese, Campidanese)
Statuto ufficiale
Minoritaria
riconosciuta in
Italia Italia dalla l.n. 482/1999[5] (in Sardegna Sardegna dalla l.r. n. 26/1997[6] e l.r. n.22/2018[7])
Codici di classificazione
ISO 639-1sc
ISO 639-2srd
ISO 639-3srd (EN)
Glottologsard1257 (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1
Totu sos èsseres umanos naschint lìberos e eguales in dinnidade e in deretos. Issos tenent sa resone e sa cussèntzia e depent operare s'unu cun s'àteru cun ispìritu de fraternidade.[8]
Idioma sardo.pngSardinia Language Map.png
Distribuzione geografica della lingua sarda e di quelle alloglotte in Sardegna

Il sardo (nome nativo sardu /ˈsaɾdu/, lìngua sarda /ˈliŋɡwa ˈzaɾda/ nelle varianti campidanesi o limba sarda /ˈlimba ˈzaɾda/ nelle varianti logudoresi e in ortografia LSC[9]) è una lingua[10] appartenente al gruppo romanzo delle lingue indoeuropee che, per differenziazione evidente sia ai parlanti nativi, sia ai non sardi, sia agli studiosi di ogni tempo, deve essere considerata autonoma dai sistemi dialettali di area italica, gallica e ispanica e pertanto classificata come idioma a sé stante nel panorama neolatino[11][12][13][14]. È parlata nell'isola della Sardegna.

È classificata come lingua romanza occidentale e viene considerata da molti studiosi la più conservativa delle lingue derivanti dal latino[15][16][17]; a titolo di esempio, lo storico Manlio Brigaglia rileva che la frase in latino pronunciata da un romano di stanza a Forum Traiani Pone mihi tres panes in bertula ("Mettimi tre pani nella bisaccia") corrisponderebbe alla sua traduzione in sardo corrente Ponemi tres panes in bertula[18]. Sebbene la base lessicale sia quindi in massima misura di origine latina, il sardo conserva tuttavia testimonianze del sostrato linguistico degli antichi Sardi prima della conquista romana, tanto che si evidenziano etimi protosardi e, in misura molto minore, fenicio-punici[19], in diversi vocaboli, soprattutto toponimi. In età medievale, moderna e contemporanea la lingua sarda ha ricevuto influenze di superstrato dal greco-bizantino, ligure, toscano, catalano, castigliano e italiano.

Dal 1997 la legge regionale riconosce alla lingua sarda pari dignità rispetto all'italiano[6]. Dal 1999 è anche tutelata dalla legge n. 482/99[5] assieme ad altre undici minoranze etnico-linguistiche, costituendone quella numericamente più robusta[20][21][22][23][24], per quanto in continua discesa[25].

Indice

Varianti linguistiche di tipo sardo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese e Sardo campidanese.

«Sorge ora la questione se il sardo si deve considerare come un dialetto o come una lingua. È evidente che esso è, politicamente[Nota 1], uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo è anche, p. es., il serbo-croato o l'albanese parlato in vari paesi della Calabria e della Sicilia. Ma dal punto di vista linguistico la questione assume un altro aspetto. Non si può dire che il sardo abbia una stretta parentela con alcun dialetto dell'italiano continentale; è un parlare romanzo arcaico e con proprie spiccate caratteristiche, che si rivelano in un vocabolario molto originale e in una morfologia e sintassi assai differenti da quelle dei dialetti italiani»

(Max Leopold Wagner, La lingua sarda - Ilisso, pp.90-91)
Classificazione delle lingue neolatine (Koryakov Y.B., 2001)[26]. La lingua sarda è ascritta nel gruppo distinto del Romanzo Insulare (Island Romance), assieme al còrso antico (quello moderno fa invece parte della compagine italoromanza).

Per quanto tale classificazione sia sottoposta a delle critiche da parte di alcuni autori[27], il sardo propriamente detto viene tradizionalmente ricondotto a due varianti reciprocamente comprensibili, l'una riferita ai dialetti centro-settentrionali (o logudoresi) e l'altra a quelli centro-meridionali (o campidanesi)[28]. Le caratteristiche che vengono solitamente considerate dirimenti sono l'articolo determinativo plurale (is ambigenere in campidanese, sos / sas in logudorese) e il trattamento delle vocali etimologiche latine E e O, che rimangono tali nelle varianti centro-settentrionali e sono mutate in I e U in quelle centro-meridionali; esistono però numerosi dialetti detti di transizione, o Mesanía (es. arborense, barbaricino meridionale, ogliastrino, ecc.), che presentano i caratteri tipici ora dell'una, ora dell'altra varietà.

Tale percezione dualistica dei dialetti sardi, registrata per la prima volta dal naturalista Francesco Cetti nel Settecento[29] e riproposta in seguito dall'editore del dizionario sardo-italiano di Giovanni Spano[30], piuttosto che segnalare la presenza di effettive isoglosse, costituisce la prova di un'adesione psicologica dei sardi alla suddivisione amministrativa dell'isola effettuata in epoca spagnola tra un Caput Logudori (Cabu de Susu, "Capo di Sopra") e un Caput Calaris (Cabu de Jossu, "Capo di Sotto") ed estesa poi alla tradizione ortografica in una varietà logudorese e campidanese illustre[31][32].

Il fatto che tali varietà illustri astraggano dai dialetti effettivamente diffusi nel territorio[33], che invece si collocano lungo uno spettro interno o continuum di parlate reciprocamente intellegibili[34][35][27], fa sì che risulti difficile tracciare un confine reale tra le varietà interne di tipo "logudorese" e di tipo "campidanese", problematica comune nella distinzione dei dialetti delle lingue romanze.

I dialetti sardi, pur accomunati da morfologia, lessico e sintassi fondamentalmente omogenei, presentano rilevanti differenze di carattere fonetico e talvolta anche lessicale; purtuttavia, queste non ne ostacolano la mutua comprensibilità[28][36].

Distribuzione geografica[modifica | modifica wikitesto]

Viene tuttora parlata in quasi tutta l'isola di Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1.000.000 e 1.350.000 unità, generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di diglossia (la lingua sarda è utilizzata prevalentemente nell'ambito familiare e locale mentre quella italiana viene usata nelle occasioni pubbliche e per la quasi totalità della scrittura). Più precisamente, da uno studio commissionato dalla Regione Sardegna nel 2006[37] risulta che ci siano 1.495.000 persone circa che capiscono la lingua sarda e 1.000.000 di persone circa in grado di parlarla. In modo approssimativo i locutori attivi del campidanese sarebbero 670.000 circa (il 68,9% dei residenti a fronte di 942.000 persone in grado di capirlo), mentre i parlanti delle varietà logudoresi-nuoresi sarebbero 330.000 circa (compresi i locutori residenti ad Alghero, nel Turritano e in Gallura) e 553.000 circa i sardi in grado di capirlo. Nel complesso solo meno del 3% dei residenti delle zone sardofone non avrebbe alcuna competenza della lingua sarda. Il sardo è la lingua tradizionale nella maggior parte delle comunità sarde nelle quali complessivamente vive l'82% dei sardi (il 58% in comunità tradizionalmente campidanesi, il 23% in quelle logudoresi). In virtù delle emigrazioni dai centri sardofoni, principalmente logudoresi e nuoresi, verso le zone costiere e le città del nord Sardegna il sardo è, peraltro, parlato anche nelle aree storicamente non sardofone:

  • Nella città di Alghero, dove la lingua più diffusa, assieme all'italiano, è un dialetto del catalano (lingua che, oltre all'algherese, comprende tra le altre anche le parlate delle province di Barcellona, di Girona, delle Isole Baleari e di Valencia), il sardo è capito dal 49,8% degli abitanti e parlato dal 23,2%. Il mantenimento plurisecolare del catalano orientale in questa zona è dato da un particolare episodio storico: le rivolte anticatalane da parte degli algheresi, con particolar riferimento a quella del 1353[38], furono infruttuose poiché la città fu alfine ceduta nel 1354 a Pietro IV il Cerimonioso. Questi, memore delle sollevazioni popolari, espulse tutti gli abitanti originari della città, ripopolandola dapprima con soli catalani di Tarragona, Valencia e delle Isole Baleari e, successivamente, con indigeni sardi che avessero però dato prova di piena fedeltà alla Corona di Aragona.
  • A Isili il romaniska è invece in via d'estinzione, parlato solo da un sempre più ristretto numero di individui. Tale idioma fu importato anch'esso in Sardegna nel corso della dominazione iberico-spagnola, a seguito di un massiccio afflusso di immigrati rom albanesi che, insediatisi nel suddetto paese, diedero origine a una piccola colonia di ramai ambulanti.
  • Nell'isola di San Pietro e parte di quella di Sant'Antioco, dove persiste il tabarchino, dialetto arcaizzante del ligure. Il tarbarchino fu importato dai discendenti di quei liguri che, nel Cinquecento, si erano trasferiti nell'isolotto tunisino di Tabarka e che, per via dell'esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe, ebbero da Carlo Emanuele III di Savoia il permesso di colonizzare le due piccole e inabitate isole sarde nel 1738: il nome del comune appena fondato, Carloforte, sarebbe stato scelto dai coloni in onore del sovrano piemontese. La permanenza compatta in una sola locazione, unita ai processi proiettivi di auto-identificazione dati dalla percezione che i tabarchini avrebbero avuto di sé stessi in rapporto agli indigeni sardi[39], hanno comportato nella popolazione locale un alto tasso di lealtà linguistica a tale dialetto ligure, ritenuto un fattore necessario per l'integrazione sociale: difatti, la lingua sarda è compresa da solo il 15,6% della popolazione e parlata da un ancor più esiguo 12,2%.
  • Nel centro di Arborea (Campidano di Oristano) il veneto, trapiantato negli anni trenta del Novecento dagli immigrati veneti giunti a colonizzare il territorio ivi concesso dalle politiche fasciste, è oggigiorno in forte regresso, soppiantato sia dal sardo sia dall'italiano. Anche nella frazione algherese di Fertilia sono predominanti, accanto all'italiano standard, dialetti di tale famiglia (anch'essi in netto regresso) introdotti nell'immediato dopoguerra da gruppi di profughi istriani su un preesistente sostrato ferrarese.

Un discorso a parte va fatto per i due idiomi parlati nell'estremo nord dell'isola, linguisticamente gravitanti sulla Corsica e quindi la Toscana: l'uno a nord-est, sviluppatosi da una varietà del toscano (il corso meridionale) e l'altro a nord-ovest, influenzato dal toscano/corso e genovese[40]. La maggior parte degli studiosi li considera parlate geograficamente sarde ma, tipologicamente, facenti parte del sistema linguistico italiano di tipo còrso/toscano per sintassi, grammatica e in buona parte lessico[41]. Secoli di contiguità hanno fatto sì che, tra il sardo e i dialetti sardo-corsi afferenti all'area italiana, vi fossero reciproche influenze sia fonetico-sintattiche sia lessicali, senza però che ciò comportasse l'annullamento delle differenze fondamentali tra i due sistemi linguistici. Nello specifico, i cosiddetti idiomi sardo-corsi sono:

  • il gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell'isola, è di fatto una variante del còrso meridionale, conosciuto dai linguisti col nome di còrso-gallurese. L'idioma sorse verosimilmente a seguito dei notevoli flussi migratori che, procedenti dalla Corsica, investirono la Gallura dalla seconda metà circa del XIV[42] secolo o, secondo altri, invece, a partire dal XVI secolo[43]. La causa di tali flussi va probabilmente ricercata nello spopolamento della regione dovuto a pestilenze, incursioni e incendi; vi è però da considerare che Plinio il Vecchio, nella sua opera Naturalis Historia, segnala la storica presenza di una tribù nuragica nel nord della Sardegna chiamata Corsi.
  • il turritano o sassarese, parlato a Sassari, Porto Torres, Sorso, Castelsardo e nei loro dintorni, ebbe invece origine più antica (XII-XIII secolo). Esso conserva grammatica e struttura di base corso-toscana a riprova della sua origine comunale e mercantile, ma presenta profonde influenze del sardo logudorese in lessico e fonetica, oltre a quelle minori del ligure, del catalano e dello spagnolo.

Nelle zone di diffusione del gallurese e del sassarese, la lingua sarda è capita dalla massima parte della popolazione (il 73,6% in Gallura e il 67,8% nel Turritano), anche se è parlata da una minoranza di locutori: il 15,1% in Gallura (senza la città di Olbia, dove la sardofonia ha un notevole rilievo, ma comprese le piccole enclavi linguistiche come Luras) e il 40,5% nel Turritano, grazie alle numerose isole linguistiche in cui i due idiomi convivono.

Competenza del sardo all'interno delle diverse aree linguistiche[modifica | modifica wikitesto]

La presente tavola sinottica è contenuta nel già citato rapporto di Anna Oppo (curatrice), Le Lingue dei Sardi. Una Ricerca Sociolinguistica, commissionato dalla Regione Autonoma di Sardegna alle Università di Cagliari e di Sassari[44].

Attiva Passiva Nessuna Totale Interv.
Area "logudorese" 76,0% 21,9% 2,1% 100% 425
Area "campidanese" 68,9% 27,7% 3,4% 100% 919
Città di Alghero 23,2% 26,2% 50,6% 100% 168
Area sassaresofona 27,3% 40,5% 32,2% 100% 575
Città di Olbia 44,6% 38,9% 16,6% 100% 193
Area galluresofona 15,1% 58,5% 26,4% 100% 53
Carloforte e Calasetta 12,2% 35,6% 52,2% 100% 90

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Preistoria e storia antica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lingua protosarda.

Le origini e la classificazione della lingua protosarda o paleosarda non sono al momento note con certezza. Alcuni studiosi, tra cui il linguista svizzero esperto degli elementi di sostrato Johannes Hubschmid, hanno creduto di poter riconoscere diverse stratificazioni linguistiche nella Sardegna preistorica[19]. Queste stratificazioni, cronologicamente collocabili in un periodo molto ampio che va dall'età della pietra a quella dei metalli, mostrerebbero, a seconda delle ricostruzioni proposte dai diversi autori, similitudini con le lingue paleoispaniche (proto-basco, iberico), quelle lingue tirseniche e l'antico ligure[45][46].

Anche se la dominazione di Roma, iniziatasi nel 238 a.C., importò fin da subito nell'amministrazione la lingua latina sull'isola, questa non fu in grado di soppiantare subito quelle pre-romane, tra cui il punico, che continuò a essere parlato fino al II secolo d.C. Diverse radici nuragiche rimasero invariate e in molti casi furono accettate dal latino (come Nur, presumibilmente da Norace, che si ritrova in toponimi quali Nurri, Nurra e molti altri); in Barbagia, la regione montuosa del centro dell'isola che deriva il suo nome dal latino Barbaria (in italiano "paese dei Barbari"[47], lemma comune all'ormai desueto Barberia) perché le sue genti si opposero all'assimilazione linguistica e culturale romana per un lungo periodo, e in particolare nel territorio di Olzai, circa il 50% dei toponimi sono derivabili dal sostrato linguistico protosardo[19]. Oltre ai nomi di luogo, sull'isola sono presenti diversi nomi di piante, animali e formazioni geologiche direttamente riconducibili agli idiomi indigeni[48].

Tuttavia, durante la lunga dominazione romana, il latino diventò gradualmente la lingua madre della maggior parte degli abitanti dell'isola[49]. Come risultato di questo profondo processo di romanizzazione, l'odierna lingua sarda è oggi classificata come lingua romanza o neolatina[48], presentante caratteristiche fonetiche e morfologiche simili al latino classico. Alcuni linguisti sostengono che la lingua sarda moderna sia stata la prima lingua a dividersi dalle altre lingue che si stavano evolvendo dal latino[50].

Il condaghe di San Pietro di Silki (1065-1180), scritto in sardo

Dopo la caduta dell'impero romano d'Occidente e la breve parentesi vandalica, la Sardegna, riconquistata da Bisanzio, venne influenzata politicamente e culturalmente da questa per quasi cinque secoli; la lingua greca dei bizantini diede in prestito alcune espressioni rituali e formali al sardo e si diffuse, inoltre, l'utilizzo dell'alfabeto greco[51][52].

Periodo giudicale[modifica | modifica wikitesto]

Estratto del Privilegio Logudorese (1080)[53]
(SC)

«In nomine Domini amen. Ego iudice Mariano de Lacon fazo ista carta ad onore de omnes homines de Pisas pro xu toloneu ci mi pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so ego amicu caru e itsos a mimi; ci nullu imperatore ci lu aet potestare istu locu de non (n)apat comiatu de leuarelis toloneu in placitu: de non occidere pisanu ingratis: e ccausa ipsoro ci lis aem leuare ingratis, de facerlis iustitia inperatore ci nce aet exere intu locu […]»

(IT)

«In nome di Dio, amen. Io giudice Mariano de Lacon faccio questa carta ad onore di tutti gli uomini di Pisa, per il dazio che mi chiesero; ed io la dono loro perché sono a loro amico caro ed essi a me; che nessun imperatore che abbia a potestare in questo luogo non possa togliere loro questo dazio concesso con placito: di non uccidere arbitrariamente un pisano: e per i beni che venissero arbitrariamente tolti, gli faccia giustizia l'imperatore che ci sarà nel luogo […]»

(Privilegio Logudorese 1080)

Il sardo, sviluppando le due varianti ortografiche logudoresi e campidanesi, costituì durante il periodo medioevale la lingua ufficiale e nazionale dei quattro Giudicati isolani, anticipando in emancipazione le altre lingue neolatine[54][55][56][57][58]. Presentava ovviamente un maggior numero di arcaismi e latinismi rispetto alla lingua attuale, l'utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso nonché in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli influssi degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani.

Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce ed espelle criticamente i sardi, a rigore non italiani (Latii), anche se sembrano accomunabili agli italiani[59], in quanto essi soli appaiono privi di un volgare loro proprio e imitano la "gramatica" come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti domus nova e dominus meus, in quanto a parer suo non avrebbero volgare preferendo invece scimmiottare il latino[60][61].

Tale controversa asserzione sulla rappresentazione del sardo, a parere di Dante latino schietto, è stata confutata non solo dalla ricerca scientifica moderna, ma anche dal fatto che il sardo, ormai evolutosi autonomamente dal latino, fosse divenuto già in quell'epoca una lingua pressoché incomprensibile a tutti fuorché gli isolani. Famosi sono due versi del XII secolo attribuiti al trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, che nel suo poema Domna, tant vos ai preiada paragona il sardo al tedesco e al berbero: «No t'entend plui d'un Todesco / Sardesco o Barbarì» (lett. "Non ti capisco più di un tedesco / o sardo o berbero")[62][63][64] e quelli del fiorentino Fazio degli Uberti (XIV secolo) il quale nel Dittamondo scrive dei sardi: «una gente che niuno non la intende / né essi sanno quel ch'altri pispiglia "» (lett. "una gente che nessuno capisce / né essi capiscono quel che gli altri bisbigliano")[61][65].

Il primo documento scritto in cui compaiono elementi della lingua sarda risale al 1065 e si tratta dell'atto di donazione da parte di Barisone I di Torres indirizzato all'abate Desiderio a favore dell'abbazia di Montecassino[66], noto anche come Carta di Nicita[67].

Prima pagina della Carta de Logu arborense

Altri documenti di grande rilevanza sono i Condaghi, la Carta di Orzocco (1066/1073)[68], il Privilegio Logudorese (1080-1085) conservato presso l'Archivio di Stato di Pisa, la Prima Carta cagliaritana (1089 o 1103) proveniente dalla chiesa di San Saturnino nella diocesi di Cagliari e, assieme alla Seconda Carta Marsigliese[Nota 2], attualmente conservata negli Archivi Dipartimentali delle Bouches-du Rhone a Marsiglia[Nota 3], oltre a un particolare atto (1173) tra il Vescovo di Civita Bernardo e Benedetto, allor amministratore dell'Opera del Duomo di Pisa[Nota 4].

Gli Statuti Sassaresi (1316) e quelli di Castelgenovese (c. 1334), scritti in logudorese, sono un altro importante esempio di documentazione linguistica della Sardegna settentrionale e della Sassari comunale[Nota 5]; è infine d'uopo menzionare la Carta de Logu[Nota 6][69] del Regno di Arborea (1355-1376), che sarebbe rimasta in vigore fino al 1827.

In seguito alla scomparsa del giudicato di Cagliari e di quello Gallura nella seconda metà del XIII secolo, negli ex-territori giudicali caduti sotto il dominio dei della Gherardesca e della Repubblica di Pisa si ebbe un considerevole processo di toscanizzazione della lingua locale che, secondo il linguista Eduardo Blasco Ferrer, causò una prima frammentazione del sardo, prima di allora fortemente omogeneo[70]; a detta di Carlo Tagliavini, nell'isola si andava formando una koinè illustre basata sul modello ortografico logudorese[71]. La lingua toscana si diffuse anche grazie anche allo stanziamento di monaci benedettini, camaldolesi e vallombrosiani nell'isola. Un importante documento in volgare toscano è il Breve di Villa di Chiesa, la cui redazione definitiva è del 1304, costituito da un codice di leggi della città mineraria di Villa di Chiesa (attuale Iglesias). Di epoca posteriore è il Breve portus kallaretani, redatto in latino ma pervenutoci nella traduzione toscana (1318-1319). In quegli stessi anni vide la luce un testo in latino, il Liber fondachi, importante inventario dei beni pisani nel Giudicato di Gallura, contenente un inserto in toscano (1317-1318) e l'elenco dei toponimi in sardo e toscano.[72] Nel settentrione della Sardegna, invece, furono i genovesi a imporre la propria sfera di influenza, sia mediante la nobiltà sardo-genovese di Sassari, sia attraverso i membri della famiglia Doria che, anche dopo l'annessione dell'isola da parte dei catalano-aragonesi, conservarono i propri feudi di Castelsardo e Monteleone in qualità di vassalli dei sovrani della Corona d'Aragona.[73]

Alla seconda metà del XIII secolo risale la prima cronaca redatta in lingua sive ydiomate sardo[74], seguendo gli stilemi tipici del periodo. Il manoscritto, redatto da un anonimo e oggi conservato presso l'Archivio di Stato di Torino, reca il titolo di Condagues de Sardina e traccia le vicende dei Giudici succedutisi nel Giudicato di Torres; l'ultima edizione critica della cronaca sarebbe stata ripubblicata nel 1957 da Antonio Sanna.

La politica estera del giudicato di Arborea, indirizzata a unificare il resto dell'isola sotto il suo regno[75][76] e a preservare la propria indipendenza da ingerenze straniere, oscillò tra una posizione di alleanza con gli aragonesi in funzione antipisana a una, di senso contrario, antiaragonese, instaurando alcuni legami culturali con la tradizione italiana[76][77][78]. La contrapposizione politica fra il giudicato di Arborea e i sovrani aragonesi, divenuti ormai egemoni in Sardegna, si manifestò anche con l'adozione di certe matrici culturali toscane, quali alcuni moduli linguistici nell'Oristanese[79] e lo "Stile dell'Incarnazione pisana", architettura militare e religiosa. Ciononostante, in linea con la propria politica estera, il giudicato arborense si contraddistinse per diverse innovazioni, quali un proprio tipo di scrittura cancelleresca (la gotica cancelleresca arborense) e per una qual certa riluttanza a sottoporsi eccessivamente all'influsso di culture forestiere, maturata sulla consapevolezza di una propria identità autoctona, etnica, antropologica, culturale e linguistica[80]. In ogni caso, una qual certa influenza italiana poté essere mantenuta nel giudicato arborense grazie alla presenza in loco di alcuni notai, giuristi e medici provenienti dalla suddetta penisola, nonché di alcuni uomini d'arme toscani a capo di milizie locali, fra cui Cicarello di Montepulciano e Giuliano di Massa.

Periodo iberico e aragonese-spagnolo[modifica | modifica wikitesto]

L'infeudamento della Sardegna da parte di papa Bonifacio VIII nel 1297, senza che questi avesse tenuto conto delle realtà statuali già presenti al suo interno, portò alla fondazione nominale del Regno di Sardegna. Una lunga fase di guerre tra Arborea e Aragonesi, conclusesi con la definitiva vittoria di questi ultimi a Sanluri nel 1409 e la rinuncia dei diritti di successione arborensi da parte di Guglielmo III di Narbona, segnò la fine dell'indipendenza sarda; venne sistematicamente neutralizzato ogni focolaio di ribellione antiaragonese, quali la rivolta indipendentista ad Alghero nel 1353 e quella di Macomer nel 1478, in seguito alla quale l'isola fu arbitrariamente divisa in due Capi di pertinenza separata. L'assimilazione conseguente alla conquista dell'isola investì ogni aspetto della società; il catalano, la lingua più diffusa nel Regno di Aragona, assunse infatti lo status di lingua egemone, in una condizione diglossica in cui il sardo (benché non del tutto scomparso dall'uso ufficiale: la stessa Carta de Logu fu estesa dal Parlamento all'isola nel 1421) venne comunque relegato, nella vita pubblica e intellettuale, a una posizione secondaria: i dialetti sardi parlati nel capo di sotto subirono una serie di prestiti dall'idioma dominante in numero tale da creare a Cagliari, dove il catalano subentrò interamente al sardo[81][Nota 7], espressioni idiomatiche quali "No scit su catalanu" ("Non sa il catalano") per indicare una persona che non sapeva esprimersi correttamente. L'avvocato Sigismondo Arquer, autore della Sardiniae brevis historia et descriptio (il cui paragrafo relativo alla lingua sarebbe stato grossomodo estrapolato anche da Conrad Gessner nel suo "Sulle differenti lingue in uso presso le varie nazioni del globo"[82]), concorda col Fara[81] nel riferire che il catalano e lo spagnolo fossero parlati nelle città, in particolar modo presso i piccolo-borghesi e il clero, e il sardo nel resto del Regno[83]. I Gesuiti, che fondarono dei collegi a Sassari (1559), Cagliari (1564), Iglesias (1578) e Alghero (1588), inizialmente promossero una politica linguistica a favore del sardo, salvo poi mutarla rapidamente a favore dello spagnolo. Contribuirono alla diffusione popolare del catalano le laude religiose in onore di Maria e dei santi, i goigs (donde il campidanese gocius).

L'influenza del toscano, fra il XIV e il XV secolo, si manifestò nel Logudoro, sia in alcuni documenti ufficiali, sia come lingua letteraria: l'internazionalizzazione europea del Rinascimento italiano, a partire dal XVI secolo, avrebbe infatti ravvivato in alcuni autori plurilingui l'interesse per la cultura italiana, manifestandosi soprattutto nell'impiego aggiuntivo di suddetta lingua, parallelamente al sardo e a quelle iberiche. In questi stessi secoli o in epoca immediatamente successiva, anche a causa della progressiva diffusione del corso in Gallura nonché in ampie zone della Sardegna nord-occidentale, cui si è fatto accenno in precedenza, il logudorese settentrionale assunse talune caratteristiche fonetiche (palatalizzazione e suoni fricativi-palatalizzati) dovute al contatto con l'area linguistica toscana (sic)[84].

In questo primo periodo iberico abbiamo una qual certa documentazione scritta della lingua sarda tanto in letteratura quanto in atti notarili, essendo l'idioma maggiormente diffuso e parlato, che però ben esplica l'influenza iberica. Ad esempio: Antonio Cano (1400-1476) - Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (XV secolo, pubbl. 1557)[85]:

«Tando su rey Barbaru, su cane renegadu / de custa resposta multu restayt iradu / et issu martiriu fetit apparigiare / itu su quale fetit fortemente ligare / sos sanctos martires cum bonas catenas / qui li segaant sos ossos cum sas veinas / et totu sas carnes cum petenes de linu…»

Nel XVI secolo, il sardo conobbe una prima rinascita letteraria. L'opera Rimas Spirituales del letterato Gerolamo Araolla, sassarese che scrisse in sardo, castigliano e italiano, si prefisse il compito di "magnificare et arrichire sa limba nostra sarda", allo stesso modo in cui i poeti spagnoli, francesi e italiani lo avevano fatto per la loro rispettiva lingua[86], seguendo schemi già collaudati (es. la Deffense et illustration de la langue françoyse, il Dialogo delle lingue): per la prima volta fu così posta la cosiddetta questione della lingua sarda, poi approfondita da vari altri autori.

Antonio Lo Frasso, poeta nato ad Alghero (città che ricorda con affetto in vari versi[Nota 8]) e vissuto a Barcellona, fu probabilmente il primo intellettuale di cui abbiamo testimonianza a comporre in sardo liriche amorose, benché abbia scritto maggiormente in un castigliano pregno di catalanismi; si tratta in particolare di due sonetti (Cando si det finire custu ardente fogu e Supremu gloriosu exelsadu) e di un poema in ottave reali, facenti parte della sua opera principale Los diez libros de fortuna d'Amor (1573):

«…Non podende sufrire su tormentu / de su fogu ardente innamorosu. / Videndemi foras de sentimentu / et sensa una hora de riposu, / pensende istare liberu e contentu / m'agato pius aflitu e congoixosu, / in essermi de te senora apartadu, / mudende ateru quelu, ateru istadu…»

Estratto de sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (A. Cano, ~1400)[85]

O

Deu eternu, sempre omnipotente,
In s’aiudu meu ti piacat attender,
Et dami gratia de poder acabare
Su sanctu martiriu, in rima vulgare,
5. De sos sanctos martires tantu gloriosos
Et cavaleris de Cristus victoriosos,
Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu,
Contra su demoniu, nostru adversariu,
Fortes defensores et bonos advocados,
10. Qui in su Paradisu sunt glorificados
De sa corona de sanctu martiriu.
Cussos sempre siant in nostru adiutoriu.
Amen.

Nel 1479 si ebbe l'unificazione fra il regno di Castiglia con quello di Aragona. Tale unificazione, di carattere esclusivamente dinastico, non comportò, sotto il profilo linguistico, cambiamenti di sorta, fino almeno agli inizi del XVII secolo. Il castigliano o spagnolo tardò infatti a imporsi come lingua ufficiale dell'isola: fino al 1600 gli editti ufficiali infatti si pubblicarono perlopiù in catalano e solo a partire dal 1602 si iniziò a utilizzare anche il castigliano, che sarebbe diventato una lingua ufficiale dell'isola nel 1643.[87][25] Solo allora la Sardegna entrò pienamente nell'orbita linguistica spagnola. Lo spagnolo, o castigliano, si affermò pertanto tardivamente e sarebbe rimasto una lingua elitaria pertinente ai campi della letteratura e dell'istruzione, a differenza del catalano, la cui forza di propagazione fu tale da entrare nella massima parte delle contrade della Sardegna centrale e meridionale e in alcune aree di quella settentrionale (ma non certamente nel capitolo di Sassari, dove gli atti ufficiali vennero scritti in sardo logudorese fino al 1649[88] e gli statuti di alcune prestigiose confraternite sassaresi in italiano[89]), resistendo tenacemente negli atti pubblici e nei libri di battesimo. Nonostante ciò, gli studiosi sardi dell'epoca conoscevano assai bene lo spagnolo e avrebbero scritto tanto in spagnolo quanto in sardo fino al XIX secolo; Vicente Bacallar Sanna, ad esempio, fu uno dei fondatori della Real Academia Española[90].

Nel XVII secolo vi fu una produzione letteraria anche in italiano, per quanto limitata. Nello specifico si trattava di alcuni scrittori plurilingui, come Salvatore Vitale, nato a Maracalagonis nel 1581, che accanto all'italiano utilizzò anche lo spagnolo, il latino e il sardo, Efisio Soto-Real (il cui vero nome fu Giuseppe Siotto), Eusebio Soggia, Prospero Merlo e Carlo Buragna, che aveva vissuto lungamente nel Regno di Napoli[91]; nel complesso, secondo le stime della scuola di Bruno Anatra, circa l'87% dei libri stampati a Cagliari era in spagnolo[92].

Il sardo restò comunque l'unico e spontaneo codice della popolazione sarda, rispettato e anche appreso dai conquistatori[93]. La situazione sociolinguistica era caratterizzata da una competenza, sia attiva sia passiva, nelle città delle due lingue iberiche e del sardo nei vari paesi, come riportano vari autori fra cui figurano l'ambasciatore e Visitador Martin Carillo (supposto autore dell'ironico giudizio sulla nobiltà sarda: pocos, locos y mal unidos)[92], l'anonimo del Llibre dels feyts d'armes de Catalunya (un cui passaggio recita: "parlen la llengua catalana molt polidament, axì com fos a Catalunya"), il rettore del collegio gesuita sassarese Baldassarre Pinyes che a Roma scriveva: "per ciò che concerne la lingua sarda, sappia vostra paternità che essa non è parlata in questa città, né in Alghero, né a Cagliari: la parlano solo nelle ville". La consistente presenza, nel capo di sopra, di feudatari valenzani e aragonesi, oltre che di soldati mercenari lì stanziati di guardia, rese i dialetti logudoresi più esposti alle influenze castigliane; inoltre, altri vettori di ingresso furono, per quanto concerne i prestiti linguistici, la poesia orale, le opere teatrali e i gosos/gozos (vocabolo sardo derivante da gozos, stante per "inni sacri"). La poesia popolare si arricchì di altri generi, quali le anninnias (ninne nanne), gli attitos (lamenti funebri), le batorinas (quartine narrative), i berbos e paraulas (malefici e scongiuri) e i mutos e mutetos. Si annoti che diverse testimonianze scritte del sardo permasero anche negli atti notarili, i quali pur subirono crudi castiglianismi e italianismi nel lessico e nella forma, e nell'allestimento di opere religiose a scopo di catechesi, quali Sa Dottrina et Declarassione pius abundante e Sa Breve Suma de sa Doctrina in duas maneras.

Un atto del 1620, tuttora presente nell'archivio di Bosa, è un documento che della lingua attesta il vigoroso impiego[Nota 9].

Il sardo era inoltre una delle poche lingue la cui conoscenza era richiesta per poter essere ufficiali dei tercios spagnoli. Potevano infatti fare carriera solo coloro che parlavano sardo, spagnolo, catalano o portoghese.[94]

(ES)

«Los tercios españoles solo podían ser comandados por soldados que hablasen castellano, catalán, portugués o sardo. Cualquier otro tenía vedado su ascenso, por eso los italianos que chapurreaban español se hacían pasar por valencianos para intentar su promoción.»

(IT)

«I tercios spagnoli potevano essere comandati solo da soldati che parlavano castigliano, catalano, portoghese o sardo. Chiunque altro non poteva fare carriera, ecco perché gli italiani che parlavano male lo spagnolo cercavano di farsi passare per valenciani per provare ad essere promossi.»

Frattanto il parroco orgolese Ioan Mattheu Garipa, nell'opera Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu Christu che provvedette a tradurre dall'italiano (il Leggendario delle Sante Vergini e Martiri di Gesù Cristo), pose in evidenza la nobiltà del sardo rapportandola al latino classico[95] e attribuendole nel Prologo, come Araolla prima di lui, un'importante valenza etnico-nazionale[96]:

(SC)

«Las apo voltadas in sardu menjus qui non in atera limba pro amore de su vulgu […] qui non tenjan bisonju de interprete pro bi-las decrarare, et tambene pro esser sa limba sarda tantu bona, quanta participat de sa latina, qui nexuna de quantas limbas si plàtican est tantu parente assa latina formale quantu sa sarda.»

(IT)

«Le ho tradotte in sardo, anziché in un'altra lingua, per amore del popolo […] i quali (popolani) non necessitavano di alcun interprete per potergliele enunciare, e anche per via del fatto che la lingua sarda è nobile in virtù della sua partecipazione alla latinità, giacché nessuna lingua parlata è tanto prossima al latino classico quanto il sardo.»

(Ioan Matheu Garipa)

Nei primi anni del Settecento, nell'isola si impiantò l'Arcadia e si assistette a una grande varietà di generi poetici, che variavano dalla poesia epica di Raimondo Congiu a quella satirica di Gian Pietro Cubeddu e quella sacra di Giovanni Delogu Ibba[97].

Periodo sabaudo e italiano[modifica | modifica wikitesto]

(SC)

«A sos tempos de sa pitzinnìa, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda. In domos nostras no si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nadìa, comintzei a connoscher totu sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba chi connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, «la lingua della Patria», nos nareit, seriu seriu, su mastru de iscola. Gai, totus sos pitzinnos de 'idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e cari-tristos.»

(IT)

«Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun'altra lingua. E io cominciai a conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni andai in prima elementare e il maestro di scuola proibì, a me e ai miei coetanei, di parlare nell'unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in lingua italiana, "la lingua della Patria", ci diceva serio. Fu così che tutti i bambini del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano intontiti e tristi.»

(Francesco Masala, Sa limba est s'istoria de su mundu, Condaghes, pp.4)

L'esito della guerra di successione spagnola determinò la sovranità austriaca dell'isola, confermata poi dai trattati di Utrecht e Rastadt (1713-1714); pur tuttavia durò appena quattro anni giacché, nel 1717, una flotta spagnola rioccupò Cagliari e nell'anno successivo, per mezzo di un trattato poi ratificato all'Aia nel 1720, la Sardegna venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia in cambio della Sicilia. L'isola entrò così nell'orbita italiana dopo quella iberica. Tale trasferimento di autorità, in un primo tempo, non implicò per i sudditi isolani alcun cambiamento in fatto di lingua e costumi: i sardi seguitarono a usare il sardo e le lingue iberiche e persino i simboli dinastici aragonesi e castigliani sarebbero stati sostituiti dalla croce sabauda solo nel 1767[98]. Tale posizione era dovuta a tre motivi di ordine eminentemente politico: in primo luogo la necessità, nei primi tempi, di rispettare alla lettera le disposizioni del Trattato di Londra, firmato il 2 agosto del 1718, il quale imponeva il rispetto delle leggi fondamentali e dei privilegi del Regno appena ceduto; in secondo luogo, l'esigenza di non generare attriti sul fronte interno dell'isola, in larga parte filospagnolo; in terzo e ultimo luogo la speranza, covata dai regnanti sabaudi per qualche tempo ancora, di potersi disfare della Sardegna e riacquisire la Sicilia[99]. Tale prudenza si riscontra nel mese di giugno del 1726 e di gennaio del 1728, allorquando il re espresse l'intenzione non già di abolire il sardo e lo spagnolo, ma solo di diffondere maggiormente la conoscenza dell'italiano[100]. Lo smarrimento iniziale dei nuovi dominatori, subentrati ai precedenti, rispetto all'alterità culturale che riconoscevano al possedimento isolano[101] è evinto da un apposito studio, da loro commissionato e pubblicato nel 1726 dal gesuita barolese Antonio Falletti, dal nome "Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua italiana in questo Regno" in cui si raccomandava all'amministrazione sabauda di applicare il metodo di apprendimento ignotam linguam per notam expōnĕre ("presentare una lingua sconosciuta [l'italiano] attraverso una conosciuta [lo spagnolo]")[102].

Purtuttavia, la politica del governo sabaudo in Sardegna, allora diretta dal ministro Bogino, di alienare l'isola dalla sfera culturale e politica spagnola in modo da allinearla all'italiano Piemonte[103][104], ebbe quale riflesso l'introduzione diretta dell'italiano per legge nel 1760[105][106][107][108] sulla scorta degli Stati di terraferma e in particolare del Piemonte[109], nei quali l'impiego dell'italiano era ufficialmente consolidato da secoli, nonché ulteriormente rinforzato dall'editto di Rivoli[110][Nota 10]. Nel 1764, l'imposizione della lingua italiana fu infine estesa a tutti i settori della vita pubblica[111][112], parallelamente alla riorganizzazione delle Università di Cagliari e Sassari, le quali videro l'arrivo di personale continentale, e a quella dell'istruzione inferiore, in cui si stabiliva l'invio di insegnanti provenienti dal Piemonte per supplire all'assenza di insegnanti sardi italofoni[113]. Tale manovra ineriva soprattutto non già alla promozione del nazionalismo italiano sulla popolazione sarda, bensì a un progetto di rafforzamento geopolitico del dominio savoiardo sulla classe colta isolana, ancora molto legata alla penisola iberica, attraverso lo spossessamento linguistico-culturale e la neutralizzazione degli elementi recanti tracce del precedente dominio; ciononostante, lo spagnolo continuò a essere largamente impiegato, nei registri parrocchiali e atti ufficiali, fino al 1828[114], e l'effetto più immediato fu così solo l'emarginazione sociale del sardo, dal momento che per la prima volta anche i ceti abbienti della Sardegna rurale (i printzipales) cominciarono a percepire la sardofonia come uno svantaggio[111]. Il sistema amministrativo e penale di matrice francese introdotto dal governo sabaudo, capace di estendersi in maniera quanto mai articolata presso ogni villaggio della Sardegna, rappresentò per i sardi il principale canale di contatto diretto con la nuova lingua egemone[115]; per le classi più elevate, la soppressione dell'ordine dei Gesuiti nel 1774 e la loro sostituzione con i filoitaliani Scolopi[116], nonché le opere di matrice illuministica, stampate nella terraferma in italiano, ricoprirono un ruolo considerevole nella loro italianizzazione primaria. Nello stesso periodo di tempo, vari cartografi piemontesi italianizzarono i toponimi dell'isola: benché qualcuno fosse rimasto inalterato, la maggior parte subì un processo di adattamento alla pronuncia italiana, se non di sostituzione con designazioni in italiano, che perdura tutt'oggi, spesso artificioso e figlio di un'erronea interpretazione del significato nell'idioma locale[112].

La relazione tra il nuovo idioma e quello nativo, inserendosi entro un contesto storicamente contrassegnato da una marcata percezione di alterità linguistica[117], si pose fin da subito nei termini di un rapporto (ancorché ineguale) tra lingue fortemente distinte, piuttosto che tra una lingua e un suo dialetto come invece avvenne poi in altre regioni italiane; gli stessi spagnoli, costituenti la classe dirigente aragonese e castigliana, solevano inquadrare il sardo come una lingua distinta sia rispetto alle proprie sia all'italiano[118]. Nonostante l'italiano venisse da taluni ritenuto "non nativo" o "forestiero"[119], tale idioma aveva svolto fino ad allora un proprio ruolo nella Sardegna settentrionale, la quale aveva subito nelle parlate e nella tradizione scritta un processo di toscanizzazione iniziatosi nel XII secolo e consolidatosi successivamente[120]; nelle zone sardofone, corrispondenti all'area centro-settentrionale e meridionale dell'isola, era invece pressoché sconosciuto alla grande maggioranza della popolazione, dotta e no.

Sul finire del Settecento, sulla scia della rivoluzione francese, si formò un gruppo di piccolo-borghesi, chiamato Partito Patriottico, che meditava l'instaurazione di una Repubblica Sarda svincolata dal giogo feudale e sotto la protezione francese; si diffusero così nell'isola numerosi pamphlet, stampati prevalentemente in Corsica e scritti in lingua sarda, il cui contenuto, ispirato ai valori dei Lumi e apostrofato dai vescovi sardi come "giacobino-massonico", incitava il popolo alla ribellione contro il dominio piemontese e i soprusi baronali nelle campagne. Il prodotto letterario più famoso di tale periodo di tensioni, scoppiate il 28 aprile del 1794, fu il poema antifeudale de Su patriotu sardu a sos feudatarios, quale testamento morale e civile nutrito degli ideali democratici francesi e contrassegnato da un rinnovato sentimento patriottico[121][122].

Il primo studio sistematico sulla lingua sarda fu redatto nel 1782 dal filologo Matteo Madau, col titolo de Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua antologia colle due matrici lingue, la greca e la latina[123]. Lamentando egli in premessa il generale declino della lingua ("La lingua della sarda nostra nazione, venerabile per la sua antichità, pregevole per l'ottimo fondo de' suoi dialetti, necessaria alla privata e pubblica società de' nostri compatrioti, giacque in somma dimenticanza in fino al dì d'oggi, dagli stessi abbandonata come incolta e dagli stranieri negletta come inutile"), l'intenzione patriottica che animava Madau era quella di tracciare il percorso ideale attraverso il quale il sardo potesse assurgere al definitivo riconoscimento di lingua nazionale dell'isola[124][125][126][127]; purtuttavia, il clima di repressione del governo sabaudo sulla cultura sarda avrebbe indotto il Madau a velare i suoi proponimenti con intenti letterari, rivelandosi alla fine incapace di tradurli in realtà[128]. Il primo volume di dialettologia comparata fu realizzato nel 1786 dal gesuita catalano Andres Febres, noto in Italia col falso nome di Bonifacio d'Olmi, di ritorno da Lima in cui aveva pubblicato un libro di grammatica mapuche nel 1764[129]. Trasferitosi a Cagliari, si appassionò al sardo e condusse un lavoro di ricerca su tre specifici dialetti; scopo dell'opera, intitolata Prima grammatica de' tre dialetti sardi[130], era «dare le regole della lingua sarda» e spronare i sardi a «cultivare ed avantaggiare l'idioma loro patrio, con l'italiano insieme». Il governo di Torino, esaminata l'opera, decise di non permetterne la pubblicazione: Vittorio Amedeo III considerò un affronto il fatto che il libro contenesse una dedica bilingue rivoltagli in italiano e sardo, un errore che i suoi successori, pur richiamandosi alla "patria sarda", avrebbero poi evitato, premurandosi di fare uso del solo italiano[128]. Nel clima di restaurazione monarchica seguito alla fallita rivoluzione angioiana, altri intellettuali sardi, tutti caratterizzati tanto da un atteggiamento di devozione nei confronti della propria isola quanto di comprovata fedeltà verso la Casa Savoia, posero infatti maniera ancora più esplicita la "questione della lingua sarda", usando però generalmente l'italiano quale lingua veicolare dei testi. A breve distanza dalla stagione calda della rivolta antipiemontese, nel 1811, si rileva la pubblicazione del sacerdote Vincenzo Raimondo Porru, la quale era però riferita alla sola variante meridionale (da cui il titolo di Saggio di grammatica del dialetto sardo meridionale) e, per prudenza nei confronti dei regnanti, espressa soltanto in funzione dell'apprendimento dell'italiano, anziché di tutela del sardo[131]. Degno di nota è il lavoro del canonico, professore e senatore Giovanni Spano, la Ortographia sarda nationale ("Ortografia nazionale sarda") del 1840[132]; benché ufficialmente seguisse l'esempio del Porru[Nota 11], cui pure rinviava, esso elevò un dialetto del sardo su base logudorese a koinè illustre in virtù dei suoi stretti rapporti col latino, in maniera analoga al modo in cui il dialetto fiorentino si era culturalmente imposto a suo tempo in Italia quale "lingua illustre"[133][134].

A detta del giurista Carlo Baudi di Vesme, la proscrizione e lo sradicamento della lingua sarda da ogni profilo privato e sociale dell'isola sarebbe stato auspicabile nonché necessario, quale opera di "incivilimento" dell'isola, perché fosse così integrata nell'orbita ormai spiccatamente italiana del Regno[135]. L'istruzione primaria, offerta solo in italiano, contribuì dunque a una pur lenta diffusione di tale lingua tra i nativi, innescando per la prima volta un processo di erosione ed estinzione linguistica; il sardo venne infatti presentato dal sistema educativo come la lingua dei socialmente emarginati, nonché come sa limba de su famine o sa lingua de su famini ("la lingua della fame"), corresponsabile endogeno dell'isolamento e miseria secolare dell'isola, e per converso l'italiano quale agente di emancipazione sociale attraverso l'integrazione socioculturale con la terraferma continentale. Nel 1827 venne infine abrogata per sempre la Carta de Logu, lo storico corpus giuridico tradizionalmente noto come «consuetud de la nació sardesca», in favore delle più moderne "Leggi civili e criminali del Regno di Sardegna", pubblicate in italiano per espresso ordine del re Carlo Felice di Savoia[136][137].

Nonostante queste politiche di acculturazione, accompagnate dalla successiva perdita della residuale autonomia politica con la Fusione Perfetta e l'unificazione della penisola italiana[138][136], l'inno del Regno di Sardegna sabaudo e del Regno d'Italia (composto da Vittorio Angius e musicato da Giovanni Gonella nel 1843) sarebbe stato S'hymnu sardu nationale finché, nel 1861, non venne anch'esso del tutto sostituito dalla Marcia Reale[139]. Il canonico Salvatore Carboni pubblicò a Bologna, nel 1881, un'opera polemica intitolata Sos discursos sacros in limba sarda, nel quale egli rimpiangeva che la Sardegna "hoe provinzia italiana non podet tenner sas lezzes e sos attos pubblicos in sa propia limba" ("oggi, da provincia italiana qual è, non può disporre di leggi e atti pubblici nella propria lingua") e, sostenendo che "sa limba sarda, totu chi non uffiziale, durat in su Populu Sardu cantu durat sa Sardigna" ("la lingua sarda, benché non ufficiale, durerà nel popolo sardo quanto la Sardegna"), si domandava alfine "Proite mai nos hamus a dispreziare cun d'unu totale abbandonu sa limba sarda, antiga et nobile cantu s'italiana, sa franzesa et s'ispagnola?" ("Perché mai dovremmo disprezzare con un totale abbandono la lingua sarda, antica e nobile quanto l'italiana, la francese e la spagnola?")[140][141].

Il regime fascista determinò, infine, il definitivo ingresso dell'isola nel sistema culturale nazionale attraverso l'operato congiunto del sistema educativo e di quello monopartitico[142], in un crescendo di multe e divieti all'insegna dell'assimilazione culturale, che condussero a un ulteriore decadimento sociolinguistico del sardo[143][25]. Fra le varie espressioni culturali sottoposte a censura, il regime riuscì anche a bandire, dal 1932 al 1937 (1945 in alcuni casi[144]), il sardo dalla chiesa e dalle manifestazioni del folklore isolano[145], quali le gare poetiche tenute nella suddetta lingua[146][147][148][149]; paradigmatici sono l'alterco tra il poeta sardo Antioco Casula (noto come Montanaru) e l'allora giornalista dell'Unione Sarda Gino Anchisi, il quale, riuscendo a far bandire la presenza del sardo dai giornali isolani, affermò che «morta o moribonda la regione, morto o moribondo il dialetto (sic[150][151], e il caso di un altro poeta, Salvatore Poddighe, che si suicidò per depressione in seguito al sequestro del suo magnum opus, Sa Mundana Cummedia[152].

Frequenza d'uso delle lingue regionali in Italia, in base ai dati rilasciati dall'ISTAT nel 2015

L'età contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

La consapevolezza del tema linguistico sardo, nell'agenda politica, entrò ben più tardi rispetto a quanto avvenuto in altre periferie europee contrassegnate da minoranze etnolinguistiche[153]: al contrario, tale periodo fu contrassegnato dal rifiuto del sardo da parte dei ceti medi ormai italianizzati[143], essendo la lingua e la cultura sarda ancora inquadrate come simboli del sottosviluppo della regione[138]. Buona parte della classe dirigente e intellettuale sarda, particolarmente sensibile ai richiami egemonici di quelle continentali, reputava infatti che lo sviluppo dell'isola fosse attuabile solo in alternativa alla cultura tradizionale dell'isola, fra cui la lingua, quando non attraverso il suo "seppellimento totale" (cit. Manlio Brigaglia)[154]. Al momento della stesura dello statuto autonomistico, il legislatore del 1948 decise di eludere a fondamento della specialità sarda riferimenti all'identità geografica e culturale[155][156][157][158], considerati pericolosi prodromi a rivendicazioni autonomiste più radicali quando non di ordine indipendentista, e limitandosi piuttosto al riconoscimento di alcune istanze socio-economiche nei confronti della terraferma continentale[159][160], quali la sollecitazione allo sviluppo industriale della Sardegna attraverso le installazioni militari e specifici "piani di rinascita" approntati dal centro[161][162]. Nel mentre, politiche di stampo assimilatore sarebbero state applicate anche nel secondo dopoguerra[25], con una italianizzazione progressiva di siti storici e oggetti appartenenti alla vita quotidiana e un'istruzione obbligatoria che ha insegnato l'uso della lingua italiana, non prevedendo un parallelo insegnamento di quella sarda e, anzi, attivamente scoraggiandolo attraverso divieti e sorveglianza diffusa di chi lo promuovesse[163]: i maestri disprezzavano infatti la lingua, ritenendola un rude dialetto e contribuendo a un ulteriore abbassamento del suo prestigio presso la comunità sardofona stessa.

Nel corso degli anni Settanta, si registrò un significativo processo di deriva linguistica verso l'italiano non solo nel Campidano, ma anche in aree geografiche un tempo reputate linguisticamente conservatrici, quali Macomer nella provincia di Nuoro (1979); alla ridefinizione della struttura economico-sociale ancora in atto corrispose, infatti, un'accentuata mutazione del repertorio linguistico, che determinò a sua volta uno slittamento dei valori su cui si basavano l'identità etnica e culturale delle comunità sarde[164]. L'italianizzazione culturale della popolazione sarda aveva allora assunto proporzioni tanto considerevoli da indurre il Pellegrini, nella Introduzione all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano, a tessere ironicamente le lodi dei sardi giacché essi, in direzione nettamente contraria all'orgoglio linguistico dei friulani, «pur adoperando un mezzo espressivo assai meno subordinato all'italiano» si dicevano pienamente disposti ad accettare che il loro idioma fosse considerato un semplice "dialetto" dell'italiano[165][166].

Si è osservato, a livello istituzionale, un forte osteggiamento della lingua e nel circuito intellettuale italiano, concezione poi interiorizzata nell'immaginario comune nazionale, essa era (il più delle volte per ragioni ideologiche o come residuo, adottato per inerzia, di vecchie[Nota 12] consuetudini date dalle prime) spesso apostrofata come dialetto italiano, contrariamente all'opinione degli studiosi e persino di alcuni nazionalisti italiani come Carlo Salvioni[166], subendo tutte le discriminazioni e i pregiudizi legati a una tale associazione, soprattutto l'esser ritenuta una forma bassa di espressione[167][168][169] e l'esser ricondotta a un certo "tradizionalismo"[170][171].

Le norme statutarie così delineate si rivelarono, nel complesso, uno strumento inadeguato per rispondere ai problemi dell'isola[172][138]; a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, inoltre, prese avvio il vero processo di sostituzione radicale e definitiva della lingua sarda con quella italiana[173], a causa della diffusione, sia sul territorio isolano sia nel resto del territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa che trasmettevano nella sola lingua italiana[174]. Soprattutto la televisione ha diffuso l'uso dell'italiano e ne ha facilitato la comprensione e l'utilizzo anche tra le persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in sardo. A partire dalla fine degli anni sessanta[175][172][138], in coincidenza con la rinascita di un sardismo declinato sotto il segno di un "revivalismo linguistico e culturale"[176], cominciarono a essere avviate numerose campagne a favore di un bilinguismo effettivamente paritario quale elemento di salvaguardia dell'identità isolana: una prima richiesta venne sporta da una delibera adottata all'unanimità dall'Università di Cagliari nel 1971, in cui si richiedeva all'autorità politica regionale e nazionale il riconoscimento dei sardi come minoranza etnolinguistica e del sardo come idioma coufficiale dell'isola.[177] Famoso il richiamo patriottico espresso qualche mese prima di morire, nel 1977, da parte del poeta Raimondo Piras, che in No sias isciau[Nota 13] invitava al recupero della lingua per opporsi alla dissardizzazione delle generazioni successive[144]. Negli anni '80, all'attenzione del Consiglio regionale furono presentati tre progetti di legge aventi contenuto simile alla delibera adottata dall'Università di Cagliari[173]; nel 1983 fu presentato un disegno di legge al Parlamento italiano, ma senza successo. Una delle prime leggi definitivamente approvate dal legislatore regionale, la "Legge Quadro per la Tutela e Valorizzazione della Lingua e della Cultura della Sardegna" del 3 agosto 1993, fu subito bocciata dalla Corte Costituzionale a seguito di un ricorso del governo centrale[178]. Come è noto, si sarebbero dovuti aspettare altri quattro anni perché la normativa regionale non fosse sottoposta a giudizio di costituzionalità, e altri due perché il sardo potesse trovare riconoscimento in Italia contemporaneamente ad altre undici minoranze etnolinguistiche.

Una ricerca promossa da MAKNO nel 1984 rivelò che tre quarti dei sardi erano a favore tanto dell'educazione bilingue nelle scuole (il 22% del campione auspicava un'introduzione obbligatoria e il 54,7% una facoltativa) quanto di uno status di bilinguismo ufficiale come la Valle d'Aosta e l'Alto Adige (62,7% del campione a favore, 25,9% contrario e 11,4% incerto)[179]. Tali dati sono stati parzialmente corroborati da un'altra indagine demoscopica svolta nel 2008, in cui il 57,3% mostrava un atteggiamento favorevole verso la presenza del sardo in orario scolastico assieme all'italiano[180].

Chiesa del Pater Noster, Gerusalemme. Iscrizione del Padre Nostro (Babbu Nostru) in sardo

Alcune personalità ritengono che il processo di assimilazione possa portare alla morte del concetto di nazione sarda[181] diversamente da quanto avvenuto, per esempio, in Irlanda. Benché risultino in ordine alla lingua e cultura sarda profondi fermenti di matrice identitaria[173], ciò che si riscontra attraverso analisi pare sia una lenta ma costante regressione nella competenza sia attiva sia passiva di tale lingua, per motivi di natura principalmente politica e socioeconomica (l'uso dell'italiano presentato come una chiave di avanzamento e promozione sociale[182], stigma associato all'impiego del sardo, il progressivo spopolamento delle zone interne verso quelle costiere, l'afflusso di genti dalla penisola e i potenziali problemi di mutua comprensibilità fra le varie lingue parlate[Nota 14], ecc.): il numero di bambini che userebbe attivamente il sardo crolla a un dato inferiore al 13%, peraltro concentrato nelle zone interne[183] quali il Goceano, l'alta Barbagia e le Baronie[184][185][186]. Prendendo in esame la situazione di taluni centri logudoresi (come Laerru, Chiaramonti e Ploaghe) in cui il tasso di sardofonia dei bambini è pari allo 0%, vi è chi parla in merito di un autentico suicidio linguistico in capo a ormai poche decine di anni[187].

Purtuttavia, secondo le suddette analisi sociolinguistiche, tale processo non risulta affatto omogeneo[188][189], presentandosi in maniera ben più evidente nelle città che non nei paesi. Al giorno d'oggi, il sardo è una lingua la cui vitalità è riconoscibile in un'instabile[173] condizione di diglossia (ormai dilalia) e commutazione di codice, e che non entra (o non vi ha ampia diffusione) nell'amministrazione, nel commercio, nella chiesa[190], nella scuola[187], nelle università locali di Sassari[191][192] e di Cagliari e nei mass media[193][194][195][196]. Seguendo la scala di vitalità linguistica proposta da un apposito pannello dell'UNESCO nel 2003[197], il sardo fluttuerebbe tra una condizione di "sicuramente in pericolo di estinzione" (definitely endangered: i bambini non apprendono più la lingua), attribuitogli anche nel Libro Rosso, e una di "serio pericolo di estinzione" (severely endangered: la lingua è perlopiù usata dalla generazione dei nonni in su); secondo il criterio EGIDS (Expanded Graded Intergenerational Disruption Scale) proposto da Lewis e Simons, il sardo sarebbe in bilico tra il livello 7 (Instabile: la lingua non è più trasmessa alla generazione successiva[198]) e il livello 8 (Moribonda: gli unici parlanti attivi della lingua appartengono alla generazione dei nonni[198]), corrispondenti rispettivamente ai due gradi della scala UNESCO sopramenzionati. Secondo i dati pubblicati dall'ISTAT nel 2006,[199] il 52,5% della popolazione sarda impiega esclusivamente l'italiano in un ambito quale la famiglia, mentre il 29,3% pratica alternanza linguistica e solo il 16,6% riporta di usare il sardo o altre lingue non italiane; al di fuori dell'ambiente privato e amichevole, le percentuali sanciscono ancora una volta l'esclusiva predominanza dell'italiano (77,1%) alle spese del sardo e altre lingue, tutte ferme al 5,2%.

Gli anni '90 hanno conosciuto un rinnovamento delle forme espressive nel panorama musicale sardo: molti artisti, spaziando dai generi più tradizionali quali il canto (cantu a tenore, cantu a chiterra, gosos, ecc.) e il teatro (Mario Deiana) a quelli più moderni quale il rock (Kenze Neke, Askra e KNA, Tzoku, Tazenda, ecc.) e addirittura rap e hip hop (Dr. Drer & CRC posse, Quilo, Sa Razza, Malam, Su Akru, Menhir, Stranos Elementos, Randagiu Sardu, Futta, ecc.) utilizzano infatti la lingua per promuovere l'isola e riconoscere i suoi vecchi problemi e le nuove sfide[200][201][202][203]. Vi sono anche dei film (come Su Re, parzialmente Bellas mariposas, Treulababbu, Sonetàula, ecc.) realizzati in sardo coi sottotitoli in italiano[204], e altri ancora (come Metropolis) coi sottotitoli in sardo[205].

A partire dalle sessioni d'esame tenute nel 2013, hanno recentemente suscitato sorpresa, data la mancata istituzionalizzazione de facto della lingua, dei tentativi da parte di alcuni allievi di presentare l'esame o parte di esso in lingua sarda[206][207][208][209][210][211][212][213][214][215][216]. Sono inoltre sempre più frequenti anche le dichiarazioni di matrimonio in tale lingua su richiesta dei coniugi[217][218][219][220][221].

Ha suscitato particolare scalpore l'iniziativa virtuale di alcuni sardi su Google Maps, in risposta a un'ordinanza del Ministero delle Infrastrutture che ordinava a tutti i sindaci della regione di eliminare i cartelli in sardo piazzati all'ingresso dei centri abitati: tutti i comuni avevano infatti ripreso il loro nome originario per circa un mese, finché lo staff di Google non decise di riportare la toponomastica nel solo italiano[222][223][224].

Di rilevanza è l'impiego, da parte di alcune società sportive quali la Dinamo Basket Sassari[225] e il Cagliari Calcio, della lingua nelle sue campagne promozionali[226][227]. In seguito a una campagna di adesioni[228], è stata resa possibile l'inclusione del sardo fra le lingue selezionabili su Facebook. L'opzione di scelta è ora a tutti gli effetti attiva ed è possibile avere la pagina in lingua sarda[229][230][231]; è anche possibile selezionare la lingua sarda su Telegram[232][233]. Il sardo è presente quale lingua configurabile anche in altre applicazioni, quali Vivaldi, F-Droid, Diaspora, OsmAnd, Notepad++, Stellarium[234], Skype[235], ecc. Nel 2016 è stato inaugurato il primo traduttore automatico dall'italiano al sardo[236], VLC media player per Android, Linux Mint Debina Edition 2 "Betsy", ecc.

Nel complesso, dinamiche quali il tardivo riconoscimento come minoranza linguistica, accompagnato da un'opera di graduale ma pervasiva italianizzazione promossa dal sistema educativo, da quello amministrativo e dai media, seguito dalla recisione della trasmissione intergenerazionale, hanno fatto sì che la vitalità odierna del sardo possa definirsi come gravemente compromessa[237]. Vi è una sostanziale divisione tra chi crede che la legge in tutela della lingua sia giunta troppo tardi[238], ritenendo che il suo impiego sia stato oramai sostituito da quello dell'italiano, e chi invece asserisce che sia fondamentale per rafforzare l'uso corrente di questa lingua. Le considerazioni sulla frammentazione dialettale della lingua sono portate come argomento contrario a un intervento istituzionale per il suo mantenimento e valorizzazione: altri rilevano che questo problema sia già stato affrontato in altre zone europee, come ad esempio la lingua della Catalogna, la cui piena introduzione nella vita pubblica è stata possibile solo grazie a un processo di standardizzazione dei suoi pur eterogenei dialetti. In generale, la standardizzazione della lingua è controversa, essendo soggetta a polemiche o, nelle città, indifferenza[239][240].

In conclusione, la comunità sardofona costituirebbe ancora, con circa 1,7 milioni di parlanti autodichiaratisi nativi (di cui 1.291.000 presenti in Sardegna), la più consistente minoranza linguistica riconosciuta in Italia[22] benché sia paradossalmente, allo stesso tempo, quella cui è garantita meno tutela. Al di fuori dell'Italia, in cui al momento non è prevista pressoché alcuna possibilità di insegnamento strutturato della suddetta lingua minoritaria (l'Università di Cagliari si distingue per aver aperto per la prima volta un corso specifico nel 2017[241]), si tengono talvolta corsi specifici in paesi quali Germania (università di Stoccarda, Monaco, Tubinga, Mannheim[242], ecc.), Spagna (università di Girona)[243], Islanda[244] e Repubblica Ceca (università di Brno)[245][246]; per un qual certo periodo di tempo, il prof. Sugeta ne teneva alcuni anche in Giappone all'università di Waseda (Tokyo)[247][248][249].

Il gruppo di ricerca Euromosaic, commissionato dalla Commissione Europea con l'intenzione di tracciare un quadro della situazione linguistica nei territori europei contrassegnati da minoranze etnolinguistiche, conclude così il suo rapporto:

(EN)

«This would appear to be yet another minority language group under threat. The agencies of production and reproduction are not serving the role they did a generation ago. The education system plays no role whatsoever in supporting the language and its production and reproduction. The language has no prestige and is used in work only as a natural as opposed to a systematic process. It seems to be a language relegated to a highly localised function of interaction between friends and relatives. Its institutional base is extremely weak and declining. Yet there is concern among its speakers who have an emotive link to the language and its relationship to Sardinian identity.»

(IT)

«Sembra si tratti di ancora un'altra lingua di minoranza in pericolo. Le agenzie deputate alla produzione e riproduzione della lingua non adempiono più al ruolo che svolgevano la scorsa generazione. Il sistema educativo non sostiene in alcun modo la lingua e la sua produzione e riproduzione. La lingua non gode di alcun prestigio e in contesti lavorativi il suo impiego non promana da alcun processo sistematico, ma è meramente spontaneo. Pare sia una lingua relegata a interazioni tra amici e parenti altamente localizzate. La sua base istituzionale è estremamente debole e in continuo declino. Ciononostante, si riscontra una qual certa preoccupazione presso i suoi locutori, i quali hanno un legame emotivo con la lingua e la sua relazione con l'identità sarda.»

(Relazione Euromosaic "Sardinian language use survey", Euromosaic, 1995)

Essendo il processo di assimilazione culturale ormai giunto a compimento, il bilinguismo in gran parte sulla carta (vedi sezione "riconoscimento istituzionale") e mancando ancora misure concrete per un uso ufficiale anche solo all'interno della Sardegna, la lingua sarda continua dunque la sua agonia, seppur con minore velocità rispetto a qualche tempo fa, soprattutto grazie all'impegno di varie associazioni culturali che ne promuovono l'uso. Nel mentre, si osserva che l'italiano sta erodendo, nel tempo, sempre più spazi associati al sardo, ormai in stato di generale deperimento con la già menzionata eccezione di alcune "sacche linguistiche". Laddove la pratica linguistica del sardo è ora per tutta l'isola in netto declino, è invece comune nelle nuove generazioni di qualunque estrazione sociale[250], ormai monolingui e monoculturali italiane, quella dell'italiano regionale di Sardegna (spesso chiamato dai sardofoni, in segno di ironico spregio, italiànu porcheddìnu[251], letteralmente "italiano maialesco"): si tratta di una parlata dialettale dell'italiano che risente grandemente degli influssi fonologici, morfologici e sintattici del sardo anche in quei parlanti che non hanno alcuna conoscenza di tale lingua[252].

(EN)

«The sociolinguistic subordination of Sardinian to Italian has resulted in the gradual degeneration of the Sardinian language into an Italian patois under the label of regional Italian. This new linguistic code that is emerging from the interference between Italian and Sardinian is very common among the less privileged cultural and social classes.»

(IT)

«La subordinazione sociolinguistica del sardo all'italiano ha ingenerato un processo di degenerazione graduale della lingua sarda in un patois etichettato come italiano regionale. Questo nuovo codice linguistico, che emerge dalle interferenze tra italiano e sardo, è particolarmente comune presso le classi culturali e sociali meno privilegiate.»

(Relazione Euromosaic "Sardinian in Italy", Euromosaic, 1995)

A oggi, si ritiene improbabile il rinvenimento in tempi brevi di una soluzione normativa alla questione linguistica sarda[173]. In ogni caso, si può asserire che la lingua sarda lascerà le sue tracce nell'italiano locale correntemente parlato sotto forma di sostrato.

Il sardo tra le comunità linguistiche di minoranza riconosciute ufficialmente in Italia[253]

Riconoscimento istituzionale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Toponimi della Sardegna.
Segnaletica locale bilingue italiano/sardo
Segnale di inizio centro abitato in sardo a Siniscola/Thiniscole

La lingua sarda è stata riconosciuta con legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 "Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna" come lingua della Regione autonoma della Sardegna dopo l'italiano (la legge regionale prevede la tutela e valorizzazione della lingua e della cultura, pari dignità rispetto alla lingua italiana con riferimento anche al catalano di Alghero, al tabarchino dell'isola di San Pietro, al sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale, concessione di contributi regionali ad attività culturali, programmazioni radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con verbalizzazione degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in lingua sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la denominazione bilingue).

La legge regionale applica e regolamenta alcune norme dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche.

Nessun riconoscimento è stato invece attribuito, nel 1948, alla lingua sarda dallo Statuto della Regione Autonoma, che è legge costituzionale: l'assenza di norme statutarie di tutela, a differenza degli storici Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige, fa sì che per la comunità sarda, nonostante rappresenti ex lege n. 482/1999 la più robusta minoranza linguistica in Italia, non si applichino le leggi elettorali per la rappresentanza politica delle liste in Parlamento, che pur tengono conto della specificità delle suddette minoranze[254].

Si applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero) l'art. 6 della Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche) e la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche"[255] che prevede misure di tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole materne, primarie e secondarie accanto alla lingua italiana,[256] uso da parte degli organi di Comuni, Comunità Montane, Province e Regione, pubblicazione di atti nella lingua minoritaria fermo restando l'esclusivo valore legale della versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria, convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati o di 1/3 dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale riconoscimento, che si applica alle "…popolazioni…parlanti…sardo", il che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi ma linguisticamente di tipo còrso, e sicuramente il ligure-tabarchino dell'isola di San Pietro.

Cartello bilingue nel municipio di Villasor

Il relativo Regolamento attuativo D.P.R. n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti territoriali delle minoranze linguistiche, sull'uso nelle scuole e nelle università, sull'uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione, delle Province, delle Comunità Montane e dei membri dei Consigli Comunali, sulla pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull'uso orale e scritto delle lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con istituzione di uno sportello apposito e sull'utilizzo di indicazioni scritte bilingue …con pari dignità grafica, e sulla facoltà di pubblicazione bilingue degli atti previsti dalle leggi, ferma restando l'efficacia giuridica del solo testo in lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari, sulla toponomastica (…disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti locali interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali indicatori di località anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le normative del Codice della Strada, con pari dignità grafica delle due lingue), nonché sul servizio radiotelevisivo.

La bozza di atto di ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d'Europa[257] del 5 novembre 1992 (già sottoscritta, ma mai ratificata[258][259], dalla Repubblica Italiana il 27 giugno 2000) attualmente all'esame del Senato prevede, senza escludere l'uso della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura, formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l'esibizione di documenti e prove in lingua nelle procedure civili, uso negli uffici statali da parte dei funzionari in contatto con il pubblico e possibilità di presentare domande in lingua, uso nell'amministrazione locale e regionale con possibilità di presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua, programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Si noti che l'Italia, assieme alla Francia e a Malta[260], non ha ratificato il suddetto trattato internazionale[261][262].

Le forme di tutela previste per la lingua sarda sono pressoché assimilabili a quelle riconosciute per il friulano e in generale quasi tutte le altre minoranze etnico-linguistiche d'Italia (albanesi, catalane, greche, croate, franco-provenzali e occitane, ecc.), ma di gran lunga inferiori a quelle assicurate per le comunità francofone in Valle d'Aosta, a quelle slovene in Friuli-Venezia Giulia e, infine, a quelle ladine e germanofone in Alto-Adige.

Segnaletica locale bilingue a Pula

Inoltre, le poche leggi a tutela del bilinguismo sin qui menzionate non sono applicate o applicate solo parzialmente. In tal senso il Consiglio d'Europa, che nel 2015 aveva aperto un'indagine sull'Italia per la situazione delle sue minoranze etnico-linguistiche (considerate nell'ambito della Convenzione-quadro come "minoranze nazionali"), ha denunciato l'approccio à la carte da parte dello stato nei confronti di esse, con la eccezione del già menzionato caso tedesco, francese e sloveno (lingue per la cui tutela l'Italia ha dovuto sottoscrivere accordi internazionali). Nonostante il formale riconoscimento statale, infatti, non vi è pressoché alcuna esposizione mediatica nella lingua di minoranze politicamente o numericamente più deboli come quella sarda, e le risorse allocate per progetti di rivitalizzazione linguistica quali l'insegnamento bilingue, limitato a singoli casi e per di più sperimentali, sono di gran lunga insufficienti "addirittura per rispettare le più basiche aspettative"[263][264][265][266][267]. Il sardo non è stato, infatti, ancora oggi introdotto nei programmi ufficiali rientrando perlopiù in alcuni progetti scolastici (moduli di ventiquattr'ore) senza alcuna garanzia di continuità[268].

La revisione della spesa pubblica del governo Monti avrebbe abbassato ulteriormente il livello di tutela della lingua, già di per sé piuttosto basso se non nullo[269], attuando una distinzione fra le lingue soggette a tutela in base ad accordi internazionali e considerate minoranze nazionali perché "di lingua madre straniera" (tedesco, sloveno e francese[Nota 15]) e quelle afferenti a comunità che non hanno una struttura statale straniera alle spalle, riconosciute semplicemente come minoranze linguistiche. Tale disegno di legge, nonostante abbia destato una certa reazione da più parti del mondo politico e intellettuale isolano[270][271][272][273][274][275][276], è stato impugnato dal Friuli-Venezia Giulia ma non dalla Sardegna una volta tradotto in legge, la quale non riconosce alle minoranze linguistiche "senza Stato" i benefici previsti in tema di assegnazione degli organici per le scuole[277]; con la sentenza numero 215, depositata il 18 luglio 2013, la Corte Costituzionale ha però successivamente dichiarato incostituzionale tale trattamento differenziato[278].

Il sardo è riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639 che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2: Alpha-3 code). I codici previsti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono:

  • sardo campidanese: "sro"
  • sardo logudorese: "src"
  • gallurese: "sdn"
  • sassarese: "sdc"

Per l'elenco dei comuni riconosciuti ufficialmente minoritari ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482/1999 e per i relativi toponimi ufficiali in lingua sarda ai sensi dell'art. 10 vedi Toponimi della Sardegna.

La delibera della Giunta regionale del 26 giugno 2012[279] ha introdotto l'uso delle diciture ufficiali bilingui nello stemma della Regione Autonoma della Sardegna e in tutte le produzioni grafiche che contraddistinguono le sue attività di comunicazione istituzionale. Quindi, con la stessa evidenza grafica dell'italiano, viene riportata l'iscrizione equivalente a Regione Autonoma della Sardegna in sardo ovvero «Regione Autònoma de Sardigna»[280].

Il 5 agosto 2015, la Commissione Paritetica Stato-Regione ha approvato una proposta, inoltrata dall'Assessorato della Pubblica Istruzione, che trasferirebbe alla Regione Sarda alcune competenze amministrative in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, quali sardo e catalano algherese[281]. A tale passo è seguita la definizione di una norma di attuazione, nella sua qualità di emanazione diretta dello Statuto, e attraverso una legge delle procedure attuative di tali competenze; il 27 giugno 2018, il Consiglio Regionale ha varato il TU sulla disciplina della politica linguistica regionale. La Sardegna si è così dotata per la prima volta nella sua storia regionale di uno strumento regolatore in materia linguistica, con l'intento di sopperire all'originale lacuna del testo statutario[282][283][7].

Fonetica, morfologia e sintassi[modifica | modifica wikitesto]

Fonetica[modifica | modifica wikitesto]

Vocali: /ĭ/ e /ŭ/ (brevi) latine hanno conservato i loro timbri originali [i] e [u]; ad es. il latino siccus diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec). Un'altra caratteristica è l'assenza della dittongazione delle vocali medie (/e/ e /o/). Ad es. il latino potest diventa podet (pron. [ˈpoðete]), senza dittongo a differenza dell'italiano può, spagnolo puede, francese peut.

Esclusivi — per l'area romanza attuale — dei dialetti centro-settentrionali del sardo sono inoltre il mantenimento della [k] e della [g] velari davanti alle vocali palatali /e/ e /i/ (es.: chentu per l'italiano cento e il francese cent).

Una delle caratteristiche del sardo è l'evoluzione di [ll] nel fonema cacuminale [ɖ] (es. cuaddu o caddu per cavallo, anche se questo non avviene nel caso dei prestiti successivi alla latinizzazione dell'isola - cfr. bellu per bello - ). Questo fenomeno è presente anche nella Corsica del sud, in Sicilia, in Calabria, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi Apuane.

Fonosintassi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese § Alcune regole di fonosintassi e Sardo campidanese § Alcune regole di fonosintassi.

Una delle principali complicanze, sia per chi si approcci alla lingua sia per chi, pur sapendola parlare, non la sa scrivere, è la differenza fra scritto (qualora si voglia seguire un'unica forma grafica) e parlato data da specifiche regole, fra le quali è importante menzionare almeno qualcuna nei due diasistemi e in questa voce nella generalità dei casi.

Sistema vocalico[modifica | modifica wikitesto]

Vocale paragogica[modifica | modifica wikitesto]

Nel parlato generalmente non è tollerata la consonante finale di un vocabolo, quando però lasciata isolata in pausa o in chiusura di frase, altrimenti sì può essere presente anche nella pronuncia. La lingua sarda si caratterizza pertanto per la cosiddetta vocale paragogica o epitetica, cui si appoggia la suddetta consonante; questa vocale è generalmente la stessa che precede la consonante finale, ma in campidanese non mancano esempi discostanti da questa norma, dove la vocale paragogica è la "i" pur non essendo quella che precede l'ultima consonante, come il caso di cras (crasi, domani), tres (tresi, tre), ecc. In questi casi, la vocale finale può anche essere riportata nella lingua scritta, essendo appunto diversa dall'ultima della parola. Quando invece è uguale a quella precedente di norma non va mai scritta; eccezioni possono essere rappresentate da alcuni termini di origine latina rimasti inalterati rispetto all'originale, eccettuando appunto la vocale paragogica, che però si sono diffusi nell'uso popolare anche nella loro variante sardizzata (sèmper o sèmpere, lùmen o lùmene) e, nel diasistema logudorese, dalle terminazioni dell'infinito presente della 2ª coniugazione (tènner o tènnere, pònner o pònnere). Per quanto riguarda i latinismi, nell'uso attuale si preferisce non scrivere la vocale paragogica, quindi sèmper, mentre nei verbi della seconda coniugazione è forse maggioritaria la grafia con la "e", seppur molto diffusa anche quella senza, perciò iscrìere piuttosto che iscrìer (scrivere), che peraltro è altresì corretto. I termini campidanesi vengono generalmente scritti con la "i" dai parlanti di questa variante, dunque crasi, mentre in logudorese avremo sempre e comunque cras, anche qualora nella pronuncia dovesse risultare crasa.

Così, ad esempio:

  • Si scrive sèmper ma si pronuncia generalmente sempere (log./nuo., in italiano "sempre")
  • Si scrive lùmen ma si pronuncia generalmente lumene (nuo., in italiano "nome")
  • Si scrive però e si pronuncia generalmente però o peroe (log./nug., in italiano "però")
  • Si scrive istèrrere o istèrrer e si pronuncia generalmente isterrere (log., in italiano "stendere")
  • Si scrive funt ma si pronuncia generalmente funti (camp., in italiano "essi sono")
  • Si scrive andant ma si pronuncia generalmente andanta (camp. e log. meridionale, in italiano "vanno")
Vocale pretonica[modifica | modifica wikitesto]

Le vocali e e o stanti in posizione pretonica rispetto alla vocale i, diventano mobili potendosi trasformare in quest'ultima.

Così, ad esempio, sarà corretto scrivere e dire:

  • erìttu o irìttu (log., in italiano "riccio"; log. meridionale e camp. eritzu)
  • essìre o issìre (log., in italiano "uscire"; log. meridionale bessire, camp. bessiri)
  • drumìre o dromìre (log., in italiano "dormire"; camp. dromìri)
  • godìre o gudìre (log., in italiano "godere"; in log. anche gosare, camp. gosai)

Vi sono delle rare eccezioni a questa regola, come dimostra l'esempio seguente: buddìre vuol dire "bollire", mentre boddìre vuol dire "raccogliere (frutti e fiori)".

Sistema consonantico[modifica | modifica wikitesto]

Posizione mediana intervocalica[modifica | modifica wikitesto]

Quando si trovano in posizione mediana intervocalica, o per effetto di particolari combinazioni sintattiche, le consonanti b, d, g diventano fricative; sono tali anche se si presenta, fra vocale e consonante, un'interposizione della r. In questo caso, la pronuncia della b è perfettamente uguale a quella della b/v spagnola in cabo, la d è uguale alla d spagnola in codo. Fra vocali, il dileguo della g è la norma.

Così, ad esempio:

  • baba si pronuncia ba[β]a (in italiano "bava")
  • sa baba si pronuncia sa [β]a[β]a (in italiano "la bava")
  • lardu si pronuncia lar[ð]u (in italiano "lardo")
  • gatu: in singolare la g cade (su gatu diventa su atu), mentre in plurale quando precede /s/, si mantiene come fricativa (sos gatos = so'/sor/sol [ɣ]àtoso)
Lenizione[modifica | modifica wikitesto]

Comune ai due diasistemi, cui fa eccezione la sottovariante nuorese, è il fenomeno di sonorizzazione delle consonanti sorde c, p, t, f, qualora precedute da vocale o seguite da r; le prime tre diventano anche fricative.

  • /k/ → [ɣ]
  • /p/ → [β]
  • /t/ → [ð]
  • /f/ → [v]

Così, ad esempio:

  • Si scrive su cane/-i ma si pronuncia su [ɣ]ane/-i (log./camp., in italiano "il cane")
  • Si scrive su frade/-i ma si pronuncia su [v]rari (log./camp., in italiano "il fratello")
  • Si scrive sa terra, ma si pronuncia sa [ð]erra (log./camp., in italiano "la terra")
  • Si scrive su pane/-i, ma si pronuncia su [β]ane/-i (log./camp., in italiano "il pane")
Incontro di consonanti fra due parole[modifica | modifica wikitesto]

Reindirizziamo alle voci cui pertengono i due diasistemi.

Pronuncia rafforzata di consonanti iniziali[modifica | modifica wikitesto]

Sette particelle, aventi vario valore, provocano un rafforzamento della consonante che a esse segue: ciò accade per effetto di una sparizione, solamente virtuale, delle consonanti che tali monosillabi avevano per finale nel latino (una di esse è italianismo di recente acquisizione).

  • NE ← (lat.) NEC = né (congiunzione)
  • CHE ← (lat.) QUO+ET = come (comparativo)
  • TRA ← (it.) TRA = tra (preposizione)
  • A ← (lat.) AC = (comparativo)
  • A ← (lat.) AD = a (preposizione)
  • A ← (lat.) AUT = (interrogativo)
  • E ← (lat.) ET = e (congiunzione)

Perciò, ad esempio:

  • Nos ch'andamus a Nùgoro / nosi ch'andaus a Nùoro (pron." noch'andammus a Nnugoro / nosi ch'andaus a Nnuoro") = Ce ne andiamo a Nuoro
  • Che maccu (pron. "che mmaccu") = Come un matto
  • Tra Nugoro e S'Alighera (pron. "tra Nnugoro e Ss'Alighera") = Tra Nuoro e Alghero
  • A ti nde pesas? (pron. "a tti nde pesasa?") = Ti alzi? (esortativo)

Morfologia e sintassi[modifica | modifica wikitesto]

Nel suo insieme la morfosintassi del sardo si discosta dal sistema sintetico del latino classico e mostra un uso maggiore delle costruzioni analitiche rispetto ad altre lingue neolatine[284].

  1. L'articolo determinativo caratteristico della lingua sarda è derivato dal latino ipse/ipsu(m) (mentre nelle altre lingue neolatine l'articolo è originato da ille/illu(m)) e si presenta nella forma su/sa al singolare e sos/sas al plurale (is nel campidanese). Forme di articolo con la medesima etimologia si ritrovano nel balearico (dialetto catalano delle Isole Baleari) e nel dialetto provenzale dell'occitano delle Alpi Marittime francesi (eccettuando il dialetto di Nizza): es/so/sa e es/sos/ses.
  2. Il plurale è caratterizzato dal finale in -s, come in tutta la Romània occidentale ((FROCCAESPT) ). Es.: sardu{sing.}-sardos/sardus{pl.}(sardo-sardi), puddu{sing.}/puddos/puddus{pl.}, pudda{sing.}/puddas{pl.} (pollo/polli, gallina/galline).
  3. Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es: apo a istàre, apu a abarrai o apu a atturai (io resterò). Il condizionale si forma in modo analogo: nei dialetti centro-meridionali usando il passato del verbo avere (ai) o una forma alternativa sempre di tale verbo (apia); nei dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo dovere (dia).
  4. Il "perché" interrogativo è diverso dal "perché" responsivo: poita? o proite/poite? ca…, così come avviene in altre lingue romanze (francese: pourquoi? parce que…, portoghese: por que? porque…; spagnolo ¿por qué? porque…; catalano per què? perquè… Ma anche in Italiano perché/poiché).
  5. Il pronome personale tonico di prima e seconda persona singolare, se preceduto dalla preposizione cun/chin (con), assume le forme cunmegus/chinmecus e cuntegus/chintecus (cfr. lo spagnolo conmigo e contigo e anche il portoghese comigo e contigo e il napoletano cu mmico e cu ttico), e questi dal latino cum e mecum/tecum.

Ortografia e pronuncia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Limba Sarda Unificada e Limba Sarda Comuna.

Fino al 2001 non si disponeva di una standardizzazione né scritta, né orale (quest'ultima non esiste ancor oggi).

Ai fini di consentire una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997 e dalla Legge n. 482/1999, nel quadro dell'attuale situazione in cui nella lingua persistono due gruppi dialettali distinti (logudorese-nuorese e campidanese), la Regione Sardegna ha incaricato una commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione linguistica sovradialettale (la LSU: Limba Sarda Unificada, pubblicata nel 28 di febbraio del 2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata sulla analisi delle varianti locali del sardo e sulla selezione dei modelli più rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all'uso ufficiale del sardo le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocità, e diffusione sovralocale. Questo studio, pur scientificamente valido, non è mai stato adottato a livello istituzionale per vari contrasti locali (accusata di essere una lingua "imposta" e "artificiale" e di non aver risolto il problema del rapporto tra le varianti trattandosi di una mediazione tra le varianti scritte logudoresi comuni, pertanto privilegiate, e non avendo proposto una valida grafia per la variante campidanese) ma ha comunque a distanza di anni costituito la base di partenza per la redazione della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna, pubblicata nel 2006, che pur mantenendo un impianto di base logudorese, accoglie elementi propri delle parlate (e quindi "naturali" e non "artificiali") di mediazione, nell'area grigia di transizione tra il Logudorese e il Campidanese della Sardegna centrale al fine di assicurare alla lingua "comune" il carattere di sovradialettalità e sovramunicipalità, pur lasciando la possibilità di rappresentare le particolarità di pronuncia delle varianti locali. Purtuttavia, anche a questo standard non sono mancate critiche[285].

La Regione Sardegna, con delibera di Giunta regionale n. 16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell'Amministrazione regionale ha adottato sperimentalmente la LSC come lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi dalla Regione Sardegna (fermo restando che ai sensi dell'art. 8 della Legge n. 482/99 ha valore legale il solo testo redatto in lingua italiana), dando facoltà ai cittadini di scrivere all'Ente nella propria varietà e istituendo lo sportello linguistico regionale Ufitziu de sa limba sarda.

Si indicano di seguito alcune delle differenze più rilevanti per la lingua scritta rispetto all'italiano:

  • [a], [ɛ/e], [i], [ɔ/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-, -u-, come in italiano e spagnolo, senza segnare la differenza tra vocali aperte e chiuse; le vocali paragogiche o epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo terminante in consonante e corrispondono alla vocale che precede la consonante finale) non si scrivono mai (feminasa>feminas, animasa>animas, bolede>bolet, cantanta>cantant, vrorese>frores).
  • [j] semiconsonante come -j- all'interno di parola (maju, raju, ruju) o di un nome geografico (Jugoslavia); nella sola variante nuorese come -j- (corju, frearju) corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e all'LSC -gi- (corgiu, freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in posizione iniziale (jughere, jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (giughere, giana, gianna);
  • [p], come -p- (apo, troppu, pane, petza);
  • [β], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu, boe) e intervocalica (abile); quando p>b si trascrive come p- a inizio parola (pane, petza) e -b- all'interno (abe, cabu, saba);
  • [b], come -bb- in posizione intervocalica (abba, ebba);
  • [t], come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando th>t nella sola variante logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu); Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu);
  • [d], come -d- in posizione iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda, seda); quando t>d si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d- all'interno (roda, bidru, pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo può, a seconda della varietà, essere pronunciata d ma si trascrive t (narada>narat).
  • [ɖɖ] cacuminale, come -dd- (sedda); La d può avere suono cacuminale anche nel gruppo [nɖ] (cando).
  • [f], come -f- (femina, unfrare);
  • [v], come -f- in posizione iniziale (femina) e come -v- intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu);
  • [k] velare, come -ca- (cane), -co- (coa), -cu- (coddu, cuadru), -che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non si usa mai la -q-, sostituita dalla -c- (cuadru, camp.acua)
  • [g] velare, come -ga- (gana), -go- (gosu), -gu- (agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe- (lughe, aghedu, arghentu, pranghende), -ghi- (àghina, inghiriare), -g- (gloria, ingresu);
  • [ʧ], nella sola varietà campidanese come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu, aici);
  • [ʤ], come -gia-, -gio-, -giu-. Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese [ʣ] della LSU e il [ɣ] del nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu, zaganu/jaganu>giaganu, binza>bingia, anzone>angione, còrzu/còrju>còrgiu, frearzu/frearju>freargiu). Il suono [ʤ] come in bingia è proprio delle varietà centrali e campidanesi.
  • [ʦ] sorda o aspra (ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu). Nella LSC e nella LSU sostituisce il gruppo nuorese [θ] e il corrispondente logudorese [t] (thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre nei termini di influenza e derivazione italiana (ad es. tzitade da cittade) di cui sostituisce la c /ʧ/ sonora (suono non presente nel sardo originario, ma già da tempo proprio di alcune varietà centrali e campidanesi) al posto del suono velare nativo /k/ ormai scomparso (ant.kitade). Anche il suono tz è proprio delle varietà centrali e campidanesi.
  • [ʣ], come -z- (zeru, ordiminzare). Nella variante logudorese/nuorese e nella LSU come -z- (fizu, azu, zogu, binza, frearzu); nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (figiu, agiu, giogu, bingia, freargiu), come nelle varietà centro-meridionali.
  • [s] e [ss], come -s- e -ss- (essire);
  • [z], come -s- (rosa, pesare);
  • [θ], nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha, puthu). Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu);
  • [ʒ] (franc. jour), nella sola variante campidanese, sempre come c- a inizio parola (celu, centu, cidru) e come -x- all'interno (luxi, nuraxi, Biddexidru);
  • [r], come -r- (caru, carru).

Grammatica[modifica | modifica wikitesto]

«Il più caratteristico degli idiomi neolatini, di gran lunga più caratteristico del ladino o del franco-provenzale.»

(Matteo Bartoli, «Un po' di sardo"» in Archeografo triestino, vol. I, serie III, Trieste, 1903)

La grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente da quella italiana e delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme verbali.

Plurale[modifica | modifica wikitesto]

ll plurale viene ottenuto, come nelle lingue romanze occidentali, aggiungendo -s alla forma singolare.

Ad es.: [log.]òmine/òmines, [camp.]òmini/òminis (uomo/uomini).

Nel caso di parole terminanti in -u, il plurale viene formato nel logudorese in -os e nel camp. in -us.

Ad es.: [log.]caddu/caddos, [camp.]cuaddu/cuaddus (cavallo/cavalli).

Articoli[modifica | modifica wikitesto]

Determinativi[modifica | modifica wikitesto]

Log. Camp.
Sing. su / sa su / sa
Plur. sos / sas is

Gli articoli determinativi presentano la forma "salata" derivata dal latino IPSE/IPSUM/IPSA attraverso la fase intermedia issu (isse)/issa, issos/issas (per il log./nuor.) e issu/issa, issus/issas (per il camp.). Sono anche usati col pronome relativo chi (che) nelle espressioni sos chi / is chi… (quelli che…), su chi… (quello che…) similmente alle lingue romanze occidentali (cfr. lo spagnolo los que…, las que…, ecc.), ma anche come in sassarese e gallurese; un altro uso li vede in combinazione con la preposizione de (di) in espressioni quali sos de Nugoro (quelli di Nuoro) / is de Casteddu (quelli di Cagliari), ecc.

Indeterminativi[modifica | modifica wikitesto]

Masch. Femm.
sing. unu una
pl. unos unas

Pronomi[modifica | modifica wikitesto]

Pronomi personali soggetto (nominativo)[modifica | modifica wikitesto]

Singolare Plurale
(d)eo/jeo/deu/nuor. (d)ego = io nois/nos/nosu = noi
tue/tui = tu
vosté/fostei o fusteti (uso formale, richiede la 3° persona sing., derivato dal vosté catalano,

cfr. usted spagnolo, da vuestra merced) = lei

bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras = voi

(nelle varianti centrali e meridionali si hanno in sardo due forme, maschile e

femminile, per il voi plurale, come nello spagnolo peninsulare vosotros / vosotras)

bos (uso formale, persona grammaticale singolare ma da coniugare

con un verbo nella 2ª persona plurale, come il vous francese; cfr. antico vos spagnolo,

ancora in uso in Sudamerica per ) = voi (come tuttora in uso nell'italiano meridionale)

issu (isse) - issa = lui/lei issos/issus - issas = loro (essi/esse)

Nel complemento diretto riferito a persona, esiste il cosiddetto accusativo personale con l'uso della preposizione a: ad es. apu biu a Juanni (ho visto Giovanni) analogamente allo spagnolo (he visto a Juan).

Pronomi atoni indiretti e diretti (dativo e accusativo)[modifica | modifica wikitesto]

I pronomi atoni indiretti (in dativo) e diretti (in accusativo) si distinguono in sardo, come nelle altre lingue romanze, solo nella terza persona singolare e plurale. Nelle tabelle compare sempre prima la variante logudorese e poi quella campidanese. Per quanto riguarda la prima e la seconda persona plurale, le varianti nos e bos sono usate in logudorese, mentre quelle nosi e bosi nei dialetti centrali di transizione (Ghilarza, Seneghe, Paulilatino, Busachi, Sorgono, Milis, Samugheo, ecc.) e la forma si nel campidanese classico.

I pronomi atoni diretti e indiretti possono essere combinati tra loro in frasi dove è presente sia un complemento oggetto sia un complemento di termine dando origine ai pronomi doppi. In questo caso, il sardo segue la regola generale delle lingue romanze, dove il complemento di termine precede quello oggetto.

pronomi atoni indiretti pronomi atoni diretti pronomi atoni doppi

(indiretti + diretti)

mi mi mi lu/ddu, mi la/dda,

mi los/ddos, mi las/ddas

ti ti ti lu/ddu, ti la/dda,

ti los/ddos, ti las/ddas

li/ddi lu/ddu (m.) - la/dda (f.) bi lu (la, los, las) / si ddu (dda, ddos, ddas) /

nuor. liu (lia,lios, lias)

nos/nosi/si nos/nosi/si nos lu (la, los, las) / nosi ddu (dda, ddos, ddas)
bos/bosi/si bos/bosi/si bos lu (la, los, las) / bosi ddu (dda, ddos, ddas)
lis/ddis los/ddos (m.) - las/ddas (f.) bi lu (la, los, las) / si ddu (dda, ddos, ddas) /

nuor. liu (lia, lios, lias)

Se i pronomi doppi precedono il verbo (come è il caso con tutti i modi fatta eccezione per il gerundio e per la seconda persona sing. e plur. dell'imperativo, dove lo seguono sempre) in sardo vengono scritti sempre separatamente, come in spagnolo, in catalano e in italiano (fatta eccezione in questo caso per la terza persona sing. e plur. "glielo"):

  • nella prima e seconda persona singolare, a differenza dell'italiano, in sardo il pronome dativo non muta: mi lu das / mi ddu jas/donas = me lo dai; ti lu dao / ti ddu jao/donu = te lo do;
  • nella terza persona sing. il dativo li/ddi viene invece sostituito dalla forma bi in logudorese o da quella si in campidanese, similmente a quanto avviene in spagnolo con se: bi lu dao / si ddu jao/donu (a issu / a issa) = glielo do (a lui / a lei). A differenza dell'italiano, in sardo i due pronomi non possono essere uniti in un'unica parola, eccetto in nuorese, dove invece si usano le forme specifiche liu/lia/lios/lias[286];
  • per ciò che riguarda la prima e seconda persona plurale abbiamo: nos lu das / nosi/si ddu jas/donas = ce lo dai; bos lu dao / bosi/si ddu jao/donu = ve lo do. Nella pronuncia la "s" di nos e bos normalmente cade (nolu, bolu, ecc.)
  • la terza persona plur. è uguale alla terza sing., come in spagnolo, italiano, portoghese e catalano: bi lu dao / bosi/si ddu jao/donu (a issos / a issas) = glielo do (a loro).

Se seguono il verbo, quindi dopo un gerundio o alla seconda persona sing. e plur. dell'imperativo, i pronomi doppi possono essere scritti in sardo in tre modi:

  1. direttamente uniti al verbo, come in spagnolo e in italiano: dandemilu / jandemiddu/donendimiddu (dandomelo / dándomelo), damilu / jamiddu/donamiddu (dammelo / dámelo);
  2. separati mediante un trattino: dande-mi-lu / jande-mi-ddu, da-mi-lu / ja-mi-ddu. La forma con il trattino viene usata in catalano, portoghese e francese, ed è per questa ragione di facile apprendimento anche per molte persone non di madrelingua italiana che volessero studiare il sardo;
  3. nella LSC è stato invece proposto di separarli mediante un puntino intermedio collocato alla stessa altezza del trattino. Questo sistema non riscontra paralleli in nessun'altra lingua ed è di difficile realizzazione per il semplice motivo che in una tastiera comune tale puntino non è presente. In altre lingue troviamo il puntino intermedio unicamente in catalano, per separare le due l della ela geminada (elle doppia). Ciò vuol dire che chi desidera scrivere al computer i pronomi doppi in sardo usando il puntino intermedio deve quantomeno scaricarsi la tastiera catalana, data l'assenza di una tastiera sarda.

Si noti che in sardo i pronomi personali atoni indiretti e diretti precedono anche l'infinito; tra le lingue romanze ritroviamo questa costruzione in francese e nel portoghese brasiliano: seo bènniu po ti bìere (sono venuto per vederti; franc. je suis venu pour te voir; port. bras. vim para lhe ver (o para ver a você), t'apo tzerriau po ti nàrrer una cosa (ti ho chiamato per dirti una cosa; franc. j'ai appelé pour te dire quelque chose; port. bras. liguei para lhe dizer uma coisa).

Il pronome atono dativo in sardo viene usato anche per costruire la frase relativa.[287] Nella lingua parlata la costruzione più frequente è infatti sa pitzoca chi ddi cherzo fàer s'arregalu est una cumpanza de Frantziscu (la ragazza a cui/alla quale (lett. che gli) voglio fare il regalo è una compagna di Francesco). Ci sono comunque altre due opzioni, meno frequenti ma altrettanto valide: sa pitzoca a chie/a sa cale (a chi/alla quale) cherzo fàer s'arregalu est un'amiga mea.

In sardo, come in spagnolo, portoghese, catalano e anche in italiano (in alcuni esempi anche nella lingua scritta, in altri in quella parlata), è possibile raddoppiare sia il dativo sia l'accusativo; in questo modo otteniamo una costruzione con un pronome e un sostantivo oppure con due pronomi, uno atono e l'altro tonico. La particolarità nel sardo è che il raddoppiamento è sempre possibile, anche in frasi relative e, per quanto riguarda il doppio accusativo, anche se il sostantivo viene posposto. Per via dell'influsso del sardo, questo uso è particolarmente frequente nell'italiano regionale della Sardegna. Esempi di doppio dativo sono dd'apo iau su libru a Mario (a Mario gli ho dato il libro), a mie mi praghet su licore 'e murta (a me mi piace il liquore di mirto), sa pitzoca chi dd'apo presentau a Juanni est un'istranza (la ragazza che gli ho presentato a Giovanni è straniera); il doppio accusativo lo troviamo in frasi come su libru dd'apo giai leau (il libro l'ho già comprato), non d'apo 'idu a Bustianu (non l'ho visto a Sebastiano; quest'ultimo uso, con il sostantivo posposto, oltre al sardo è riscontrabile anche nello spagnolo d'Argentina, no lo vi a Sebastián; in altre lingue e nello spagnolo di Spagna si preferisce l'anteposizione del sostantivo, costruzione questa possibile anche in sardo: a Bustianu non d'apo 'idu, Sebastiano non l'ho visto, a Sebastián no lo he visto, ecc.).

Pronomi tonici[modifica | modifica wikitesto]

I pronomi tonici in sardo nella prima e seconda persona singolare hanno una forma speciale se preceduti dalla preposizione a, caso singolare tra le lingue romanze, e cun/chin (con), caratteristica che il sardo condivide con lo spagnolo, il portoghese e il napoletano. Anche in queste tabelle viene riportata per prima la forma logudorese e poi quella campidanese. Le forme della terza persona singolare e delle tre persone del plurale coincidono e non vengono per questo ripetute. Inoltre, tali forme sono anche uguali a quelle dei corrispondenti pronomi soggetto, come succede anche in spagnolo, catalano, portoghese, italiano e, con l'eccezione di lui al posto di il, anche in francese.

dopo le preposizioni pro/po, dae/de, intra/tra, segundu, ecc. dopo la preposizione a dopo la preposizione con/chin

(la variante chin è propria del nuorese)

mene (a mie)/mei mie/mimi (nuor. mime) cunmegus (nuor. chinmecus)
tene (a tie)/tei tie/tui (nuor. tibe) cuntegus (nuor. chintecus)
issu (isse) - issa
nois/nos/nosu
bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras
issos/issus - issas

La preposizione segundu può essere apostrofata se seguita da vocale: segund'issu o segundu issu.

Avverbi pronominali[modifica | modifica wikitesto]

Il sardo fa un uso molto abbondante di particelle pronominali in numerosi contesti: in alcuni casi questo uso è condiviso con il catalano, l'italiano e il francese, in altri casi è proprio del sardo, non ritrovandosi in queste lingue né, ovviamente, nello spagnolo o nel portoghese, visto che entrambe non fanno uso di avverbi pronominali. Come succede specularmente in italiano, francese e catalano, la particella nde (in campidanese ndi) viene usata con verbi che, pur non essendo in sé riflessivi bensì transitivi, ammettono l'uso dei pronomi riflessivi in presenza di un complemento oggetto, come nell'esempio mi compro un paio di pantaloni. Se l'oggetto non viene menzionato esplicitamente ecco che vengono usati gli avverbi pronominali. Tipici esempi di questo uso sono "prendere" e appunto "comprare", ma anche "vedere", "guardare", "leggere", "mangiare", "bere" e tanti altri: mi nde pigo/mi nde leo, me ne prendo, je m'en prend, me n'agafo. Abbiamo quindi questa costruzione con tutti i pronomi riflessivi: mi nde pigo/leo, ti nde pigas/leas, si nde pigat/leat, nos nde pigamus/leamus, bos nde pigàis/leàis, si nde pigant/leant. Il verbo pigare viene usato in gran parte della Sardegna con il significato di "prendere", però in Logudoro si preferisce leare (in quanto nel settentrione dell'isola pigare significa anche salire), verosimilmente dallo spagnolo llevar, verbo che viceversa in altre parti significa "comprare". Ecco che quindi mi nde leo può essere "me ne prendo" o "me ne compro", ti nde leas "te ne prendi/compri", ecc. La combinazione pronome-avverbio pronominale va sempre scritta separata (eccetto se segue il verbo, caso possibile solo con gerundio e imperativo), anche nella prima e seconda persona plurale, nonostante in queste persone nella maggior parte delle varianti centro-settentrionali la "s" non si pronunci e risulti perciò "no'nde", "bo'nde". Nei dialetti centrali si pronuncia, e si può anche scrivere, nosi nde, bosi nde, mentre in quelli meridionali la differenza tra prima e seconda persona plurale può venire a cadere, risultando di conseguenza entrambi uguali alla terza singolare e plurale: si nde.

Anche l'uso degli avverbi pronominali con verbi intransitivi che denotano separazione da un luogo e che ammettono i pronomi riflessivi, come andare, partire, ecc., viene dal sardo condiviso con catalano, francese e italiano: mi nde ando, apostrofato in mi nd'ando (m'en vaig, je m'en vais, me ne vado), ti nd'andas, si nd'andat, nos nd'andamus, bos nd'andàis, si nd'andant. In questo caso, oltre a nde/ndi, in logudorese possiamo avere anche che (di cui è diffusa anche la grafia ke): mi k'ando (mi ke ando), ti k'andas, ecc.

Altrettanto frequente in queste quattro lingue è l'uso di queste particelle con verbi intransitivi che reggono il complemento di termine. Qui i pronomi con cui vengono combinati gli avverbi pronominali sono quelli atoni indiretti, in dativo, e in sardo alla terza persona singolare e plurale viene invertito il loro ordine, perciò l'avverbio pronominale precede il pronome dativo: nde ddi jao/nde li jao (gliene do). Le forme possibili sono: mi nde jas (me ne dai), ti nde jao, nde ddi/nde li jao, nos nde jas, bos nde jao, nde ddis/nde lis jao.

Il sardo usa però gli avverbi pronominali anche in altre due situazioni dove essi nelle maggiori lingue romanze non sono presenti:

  1. con verbi riflessivi veri e propri. In questo caso i verbi che indicano separazione o distacco da un luogo usano nde: mi nde peso (me ne alzo = mi alzo), ti nde pesas, si nde pesat, ecc. La forma con ne è inoltre frequente nell'italiano regionale della Sardegna. I verbi che invece indicano avvicinamento a un certo luogo usano che (o ke): mi ke corco (me ne = mi corico), ti ke corcas, si ke corcat, ecc.
  2. con verbi transitivi, che reggono il complemento oggetto. In questo caso i pronomi di accompagnamento agli avverbi pronominali sono quelli atoni diretti, cioè in accusativo. Il verbo pigare può essere usato anche qui: mi nde pigas (me ne = mi prendi), ti nde pigo. Nella terza persona sing. e plur. l'ordine viene invertito esattamente come per i verbi intransitivi, e l'avverbio pronominale va prima del pronome: nde ddu o nde lu pigo, nde dda o nde la pigo; questa forma è particolarmente difficile da usare per persone che non abbiano una buona conoscenza della lingua ed è anche difficile da tradurre letteralmente in altre lingue, volendo significare "lo prendo da lì (dove si trova)". Le forme del plurale sono nos nde (nosi nde) pigas (ce ne = ci prendi), bos nde (bosi nde) pigo e, esattamente come nella terza sing., nde ddos (nde los) pigo, nde ddas (nde las) pigo.

In tutte queste combinazioni, sia con la particella nde/ndi sia con quella che, gli avverbi pronominali appaiono sempre prima del nome, eccezion fatta quando sono con il gerundio e l'imperativo, dove appaiono dopo. In quest'ultimo caso, come per i pronomi indiretti e diretti, possiamo scrivere la combinazione verbo-pronome dativo-avverbio pronominale in tre modi: separati da un trattino, jande-nde-ddi (dandogliene), da un puntino, oppure uniti, jandendeddi.

Altri avverbi pronominali usati in sardo sono quelli che sostituiscono l'indicazione di un determinato luogo, come in italiano ci per "qui" o "lì", in francese y e in catalano hi con gli stessi usi. Nelle varianti logudoresi e campidanesi classiche viene usata la stessa particella sia che il luogo in questione sia distante, sia che sia vicino, rispettivamente bi e ci, dove bi può essere apostrofata, mentre ci no: b'ando/ci andu (ci vado), b''enis (bi benis)/ci 'enis (ci vieni). Nelle varianti centrali o di mesania si usano però due forme, ddue per indicare un luogo lontano da chi parla, che (o ke) per indicarne uno vicino, ed entrambe possono essere apostrofate: ddu'ando, k''enis (ke benis). Ddue non deve essere confusa con il pronome atono diretto ddu (lo).

Relativi[modifica | modifica wikitesto]

chi (che)
chie/chini (chi, colui che)

Interrogativi[modifica | modifica wikitesto]

cale?/cali? (quale?)
cantu? (quanto?)
ite?/ita? (che?, che cosa?)
chie?/chini? (chi?)

Pronomi e aggettivi possessivi[modifica | modifica wikitesto]

meu/miu - mea o mia/mia
tuo o tou/tuu - tua
suo o sou/suu - sua; de vosté/fostei; bostru/bostu (de bos)
nostru/nostu
bostru (nuor. brostu)/de bosàteros/bosatrus - de bosàteras/bosatras,
issoro/insoru
I pronomi possessivi vengono collocati sempre dopo il sostantivo di riferimento, caso questo piuttosto singolare nel panorama delle lingue romanze, slave o germaniche: sa màchina mia, sa busça tua, su traballu nostu (la mia macchina, la tua borsa, il nostro lavoro).
I nomi di parentela e altri sono usati senza l'articolo: babu tuo (tuo babbo/papà), tziu sou (suo zio), troga mea (mia suocera), ghermanu nostu (nostro cugino di secondo grado), ghermanitu 'e 'osàteros (vosto cugino in terzo grado), ma anche domo sua (casa sua), bidda nosta (il nostro paese), ecc. In sardo questo succede anche se tali sostantivi sono al plurale, uso che, in particolare se al femminile, è stato trasferito anche all'italiano regionale della Sardegna, fatta eccezione per il pronome loro, visto che questo è l'unico che in italiano va sempre con l'articolo: sorres tuas ( (le) tue sorelle), fradiles meos ( (i) miei cugini), tzias issoro (le loro zie).
In sardo, dopo alcune preposizioni, vengono normalmente usati i pronomi possessivi: denanti meu, de fatu meu, innantis meu, apustis meu (davanti a me, dietro a me, prima di me, dopo di me; cfr. lo spagnolo delante mío, detrás mío). Le forme denanti de mene/a mie/mei, ecc., sono pure comuni, benché possano anche essere dovute a un calco dall'italiano.

Pronomi e aggettivi dimostrativi[modifica | modifica wikitesto]

custu,custos/custus - custa,custas (questo,questi - questa,queste)
cussu,cussos/cussus - cussa,cussas (codesto,codesti - codesta,codeste)
cuddu,cuddos/cuddus - cudda,cuddas (quello,quelli - quella,quelle)

Avverbi interrogativi[modifica | modifica wikitesto]

cando/candu? (quando?)
comente/comenti? (come?)
ue? o ube? in ue? o in ube?; a in ue o a in ube? (direzione)/aundi?,innui? (dove?; la forma sarda varia se si tratta di una direzione, cfr. lo spagnolo ¿adónde?)

Preposizioni[modifica | modifica wikitesto]

Semplici[modifica | modifica wikitesto]

a (a,in; direzione)
cun o chin (con)
dae/de (da)
de (di)
in (in,a; situazione)
pro/po (per)
intra o tra (tra)
segundu (secondo)
denanti (de) (davanti (a))
dae segus/de fatu (de) (dietro (a))
innantis (de) (prima (di))
apustis (de), a coa (dopo (di))
Il sardo, come lo spagnolo e il portoghese, distingue tra moto a luogo e stato in luogo: so'andande a Casteddu / a Ispagna; soe in Bartzelona / in Sardigna

Articolate[modifica | modifica wikitesto]

Sing. Plur.
a su (al) - a sa (alla) a sos/a is (ai) - a sas/a is (alle)
cun o chin su (con il) - cun o chin sa (con la) cun o chin sos/cun is (con i) - cun o chin sas/cun is (con le)
de su (del) - de sa (della) de sos/de is (dei) - de sas/de is (delle)
in su (nel) - in sa (nella) in sos/in is (nei) - in sas/in is (nelle)
pro/po su (per il) - pro/po sa (per la) pro sos/po is (per i) - pro sas/po is (per le)

Nel parlato, quando in o cun si legano all'articolo indeterminativo unu / -a, si aggiunge per eufonia una -d epentetica. Così, ad esempio:

cantende ind unu tzilleri.

Verbi[modifica | modifica wikitesto]

I verbi hanno tre coniugazioni (-are, -ere / -i(ri), -ire / -i(ri)).

La morfologia verbale differisce notevolmente da quella italiana e conserva caratteristiche del tardo latino o delle lingue neolatine occidentali. I verbi sardi nel presente indicativo hanno le seguenti peculiarità: la prima persona singolare termina in -o nel logudorese (terminazione comune nell'italiano, nello spagnolo e nel portoghese; entrambe queste ultime due lingue hanno ciascuna quattro soli verbi con un'altra terminazione alla 1ª persona sing.) e in -u nel campidanese; la seconda persona sing. termina sempre in -s, come in spagnolo, catalano e portoghese, terminazione derivata dal latino; la terza persona singolare e plurale ha le caratteristiche terminazioni in -t, proprie del sardo tra le lingue romanze e provenienti direttamente dal latino; la prima persona plurale ha nel logudorese le terminazioni -amus, -imus, -imus, simili a quelle dello spagnolo e del portoghese -amos, -emos, -imos, che a loro volta sono uguali a quelle del latino; per quanto riguarda la seconda persona plurale, la variante logudorese ha nella seconda e terza declinazione la terminazione -ides (latino -itis), mentre le varianti centrali e meridionali hanno nelle tre declinazioni rispettivamente -àis, -èis, -is, terminazioni del tutto uguali a quelle spagnole -áis, -éis, -ís e a quelle portoghesi, lingua in cui la 2a persona pl. è però ormai in disuso.

L'interrogativa si forma generalmente in due modi:

  1. con l'inversione dell'ausiliare: Juanni tucau est? (è partito Giovanni?), papau as? (hai mangiato?)
  2. con l'inversione del verbo: un'aranzu lu cheres/un'arangiu ddu bolis? oppure con la particella interrogativa a: ad es. a lu cheres un'aranzu? (un arancio, lo vuoi?). La forma con la particella interrogativa è tipica dei dialetti centro-settentrionali.

Prendendo in considerazione i diversi tempi e modi, l'indicativo passato remoto è quasi del tutto scomparso dall'uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali della Gallia e del Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta attestato nei documenti medioevali e ancor'oggi nelle forme colte e letterarie in alternanza con l'imperfetto; la sua evoluzione storica nel tempo dal Medioevo alle forme colte attuali è stata rispettivamente per la terza persona singolare e plurale: ipsu cant-avit>-ait/-ayt>-isit/-esit>issu cant-esi/-eit; ipsos cant-arunt/-erunt>-aynt>-isin/-esin>issos cant-esi/-ein. In campidanese è stato completamente sostituito dal passato prossimo. Un uso ancora attuale del passato remoto si ha però nei dialetti centrali di transizione o "Mesanía", dove viene usato per il verbo èssere.

L'indicativo futuro semplice si forma mediante il verbo àere/ài(ri) (avere) al presente più la preposizione a e l'infinito del verbo in questione: es. deo apo a nàrrere/deu apu a na(rr)i(ri) (io dirò), tui as a na(rr)i(ri) (tu dirai) (cfr. tardo latino habere ad + infinito), ecc. Nella lingua parlata la prima persona apo/apu può essere apostrofata: "ap'a nàrrere".

Nei dialetti centro-settentrionali, il condizionale presente si forma utilizzando una forma modificata del verbo dèpere (dovere) più la preposizione a e l'infinito: ad es. deo dia nàrrere (io direi), tue dias nàrrere (tu diresti), ecc. Nei dialetti di transizione e in quelli centro-meridionali, anziché dèpere si usa invece la forma dell'imperfetto del verbo ài(ri) (avere) più la preposizione a e l'infinito: deu emu o apia a na(rr)i(ri), tui apias o íast a na(rr)i(ri), ecc.

L'imperativo negativo si forma usando la negazione no/non e il congiuntivo: ad es. no andis (non andare), non compores (non comprare), analogamente alle lingue romanze iberiche.

Il gerundio ha in sardo numerose funzioni e diverse sfumature non presenti in italiano né in alcune altre lingue romanze; alcuni usi si rinvengono in spagnolo, catalano o portoghese, altri in inglese, altri ancora sono propri solo del sardo e si ritrovano anche nell'italiano regionale. Le sue funzioni principali sono:[288]

  • condizionale: fininde oe, ando deretu a igue (lett. finendo oggi, vado diretto lì = se finisco oggi vado lì direttamente);
  • temporale: ghirande a Nùgoro apo bidu su fogu (tornando a Nuoro ho visto il fuoco = ho visto il fuoco mentre stavo tornando a Nuoro; cf. spagnolo regresando a Nuoro vi el fuego, inglese i saw the fire (as I was) coming back to Nuoro); quest'uso è possibile anche nel passato, seppure nella lingua parlata molto raro: essende essia dae 'omo, Maria est andada a bidda (essendo uscita da casa, Maria è andata in paese = dopo essere uscita da casa Maria è andata in paese);
  • concessiva: fintzas traballande meda non mi bastat (anche lavorando molto non mi basta = se pure lavoro tanto (i soldi) non mi bastano);
  • causale: sende tardu, non b'est chèrfiu andare (essendo tardi, non ci è voluto andare);
  • modale: at fatu tantu dinare traballande meda (ha fatto tanti soldi lavorando molto)
  • gerundio usato dopo i verbi di percezione sensoriale: apo bidu sa zente ballande (ho visto la gente ballare; lo stesso succede in inglese, I saw the people dancing, in spagnolo e in portoghese, vi la gente bailando/vi a gente dançando);
  • poiché il sardo non usa il participio presente, il gerundio può svolgere le sue funzioni. Ad esempio abba buddinde può significare sia "acqua bollendo" sia "acqua bollente", come in spagnolo: dd'apo 'etau a s'abba 'uddinde (l'ho gettato nell'acqua bollente; spagn. lo eché al agua hirviendo).

La forma progressiva si forma con l'ausilare èssere più il gerundio: ad es. so'andande/seu andendi (sto andando), fipo faghende/fui faende/femu faendi (stavo facendo), caratteristica comune alla lingua inglese, nonché al sassarese e al gallurese.

Il sardo ha però in aggiunta un uso del tutto particolare di questa forma, infatti la estende anche ad azioni che non sono state ancora cominciate, ma che (si suppone che) verranno portate a termine in breve. Questo uso è del tutto comune anche nell'italiano regionale della Sardegna, dove è molto diffuso in tutti gli strati sociali della popolazione sarda. In questo caso l'ausiliare che regge il gerundio, èssere in sardo, stare in italiano, può anche essere omesso: ma tando, andas a mi lu fàchere su cumandu o nono? (seo) andande (ma allora, vai a farmi la commissione oppure no? (sto) andando [italiano regionale della Sardegna ] / ora vado [italiano standard]). Nell'italiano regionale sardo è anche possibile usare giai (già) con funzione di futuro: già sto andando/già vado, quale calco del sardo giai seo andande; questo uso esiste anche in spagnolo e portoghese (ya voy/já vou). L'uso del gerundio riferito a un'azione futura trova corrispondenza nell'inglese, ma non in altre lingue romanze né nel tedesco (ingl. I'm going now/I'm gonna go now; spagn. ya voy/ahora voy/voy a ir ahora (mismo); port. já vou/vou mesmo/vou ir agora; cat. ara vaig; fran. je vais maintenant; ted. ich gehe jetzt). Anche in sardo è possibile aggiungere un avverbio che rafforzi l'idea dell'immediatezza dell'azione, come in spagn. mismo o in port. mesmo (stesso), per esempio etotu o matessi, lasciandosi forse nell'uso comune preferire il primo giacché in sardo è specificamente "stesso" come avverbio, mentre il secondo lo è anche come aggettivo La frase risultante è difficilmente traducibile in italiano, quanto meno alla lettera: seo andande como etotu ("sto andando adesso stesso").

Verbo èssere/èssi(ri) (essere)[modifica | modifica wikitesto]

  • Indicativo presente: deo/deu so(e)/seo/seu ; tue/tui ses; issu/isse est ; nos/nois/nosu semus/seus ; bois o bosàteros/bosàtrus sezis/seis ; issos/issus sunt o funt .
  • Indicativo imperfetto: deo/deu fi(p)o/fia o femu; tue/tui fis/fìas(t); issu/isse fìat/fit; nos/nois/nosu fimus/fia(m)us o femus ; bois o bosàteros/bosàtrus fizis/fia(z)is o festis ; issos/issus fint/fìant .
  • Indicativo passato prossimo: deo/deu so(e)/seo ista(d)u o stètiu ; tue/tui ses ista(d)u o stètiu ; issu/isse est ista(d)u o stètiu ; nos/nois/nosu semus/seus ista(d)os o stètius ; bois/bosàteros/bosàtrus sezis/seis ista(d)os o stètius ; issos/issus sunt o funt ista(d)os o stètius .
  • Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo/deu fi(p)o/fia ista(d)u o femu stètiu ; tue fis/fìas ista(d)u o stètiu ; issu/isse fìat/fit ista(d)u o stètiu ; nos/nois/nosu fimus/fìa(m)us o femus ista(d)os o stètius ; bois o bosàteros/bosàtrus fizis/fia(z)is ista(d)os o stètius ; issos/issus fint/fìant ista(d)os o stètius .
  • Indicativo passato remoto: il passato remoto, escludendo gli usi colti, è generalmente in disuso; ciononostante, le forme del verbo essere sono usate normalmente, al posto di quelle dell'imperfetto, nel Montiferru, Guilcier, Barigadu e in alcune zone del campidanese rustico (Trexenta) e dell'Ogliastra: jeo/deu fui ; tue/tui fustis ; issu fuit/fut ; nos/nosu fimis o fustiaus ; bosàteros/bosatrus fust(ia)is ; issos/issus fuint o funtiant .
  • Indicativo futuro: deo/deu apo/apu a èssere/essi ; tue/tui as a èssere/essi ; issu/isse at a èssere/essi ; nos/nois/nosu a(m)us/eus a èssere/essi ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is/eis a èssere/essi ; issos/issus ant a èssere/essi .
  • Indicativo futuro anteriore: deo/deu apo/apu a èssere/essi ista(d)u o stètiu ; tue/tui as a èssere/essi ista(d)u o stètiu ; issu/isse at a èssere/essi ista(d)u o stètiu ; nos/nois a(m)us/eus a èssere/essi ista(d)os o stètius ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a èssere/essi ista(d)os o stètius ; issos/issus ant a èssere/essi ista(d)os o stètius .
  • Congiuntivo presente: chi deo/deu sia; chi tue/tui sias ; chi issu/isse siat ; chi nos/nois sia(m)us ; chi bois o bosàteros/bosàtrus sia(z)is ; chi issos/issus sìant .
  • Congiuntivo passato: chi deo/deu sia ista(d)u o stètiu ; chi tue/tui sias ista(d)u o stètiu ; chi issu/isse siat ista(d)u o stètiu ; chi nos/nois sia(m)us ista(d)os o stètius ; chi bois o bosàteros/bosàtrus sia(z)is ista(d)os o stètius ; chi issos/issus siant ista(d)os o stètius .
  • Condizionale presente: deo/deu dia o apia o emu a èssere/essi ; tue/tui dias o apias a èssere/essi ; issu/isse diat o apiat a èssere/essi ; nos/nois diamus o apiàus a èssere/essi ; bos o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a èssere/essi ; issos/issus diant o apiant a èssere/essi .
  • Condizionale passato: deo/jeo dia o apia o emu a èssere/essi ista(d)u o stètiu ; tue dias o apias a èssere/essi ista(d)u o stètiu ; issu/isse diat o apiat a èssere/essi ista(d)u o stètiu ; nos/nois diamus o apiàus a èssere/essi ista(d)os o stètius ; bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a èssere/essi ista(d)os o stètius ; issos/issus diant o apiant a èssere ista(d)os o stètius .
  • Gerundio presente: (es)sende/(es)sendi .
  • Gerundio passato: (es)sende ista(d)u o (es)sendi stètiu.

Verbo àere/ài(ri) (avere).[modifica | modifica wikitesto]

Il verbo àere/ài(ri) viene usato da solo unicamente nelle varianti centro-settentrionali; nelle varianti centro-meridionali è usato esclusivamente come ausiliare per formare i tempi composti, mentre con il significato dell'italiano avere viene sempre sostituito dal verbo tènnere/tènni(ri), esattamente come accade in spagnolo, catalano, portoghese (dove il verbo haver è quasi del tutto scomparso) e napoletano. Per questo motivo in questo schema vengono indicate unicamente le forme del presente e dell'imperfetto dei dialetti centro-meridionali, che sono le sole dove nei tempi composti appare il verbo àere/ài(ri).

  • Indicativo presente: deo/deu apo/apu ; tue/tui as ; issu/isse at ; nos/nois/nosu a(m)us/eus ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is ; issos/issus ant ;
  • Indicativo imperfetto: deo/deu aìa o emu; tue/tui aìas ; issu/isse aìat ; nos/nois/nosu aia(m)us o abamus ; bois o bosàteros/bosàtrus aia(z)is o abazes ; issos/issus aiant ;
  • Indicativo passato prossimo: deo/deu apo/apu api(d)u; tue/tui as api(d)u; issu/isse at api(d)u; nos/nois/nosu a(m)us/eus api(d)u; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is api(d)u; issos/issus ant api(d)u ;
  • Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo/deu aìa o emu api(d)u; tue/tui aìas api(d)u; issu/isse aìat api(d)u; nos/nois/nosu aiamus api(d)u; bois o bosàteros/bosàtrus aia(z)is api(d)u; issos/issus aiant api(d)u;
  • Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata e ormai presente solo nelle forme arcaiche e colte logudoresi): deo apesi; tue apestis; issu/isse apesit; nois apemus; bois apezis; issos apesint;
  • Indicativo futuro: deo/deu apo/apu a àere/ài(ri); tue/tui as a àere/ài(ri); issu/isse at a àere/ài(ri); nos/nois/nosu a(m)us/eus a àere/ài(ri); bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a àere/ài(ri); issos/issus ant a àere/ài(ri);
  • Indicativo futuro anteriore: deo/deu apo/apu a àere/ài(ri) àpi(d)u; tue/tui as a àere/ài(ri) àpi(d)u; issu/isse at a àere/ài(ri) àpi(d)u; nos/nois/nosu a(m)us/eus a àere/ài(ri) àpi(d)u; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a àere/ài(ri) àpi(d)u; issos/issus ant a àere/ài(ri) àpi(d)u;
  • Congiuntivo presente: chi deo/deu apa; chi tue/tui apas; chi issu/isse apat; chi nos/nois/nosu apa(m)us; chi bois o bosàteros/bosàtrus apa(z)is; chi issos/issus apant;
  • Congiuntivo passato: chi deo/deu apa àpi(d)u; chi tue/tui apas àpi(d)u; chi issu/isse apat àpi(d)u; chi nos/nois/nosu apa(m)us àpi(d)u; chi bois o bosàteros/bosàtrus apa(z)is àpi(d)u; chi issos/issus apant àpi(d)u;
  • Condizionale presente: deo/deu dia o apia o emu a àere/ài(ri); tue/tui dias o apias a àere/ài(ri); issu/isse diat o apiat a àere/ài(ri); nos/nois/nosu diamus o apiàus a àere/ài(ri); bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a àere; issos/issus diant o apiant a àere;
  • Condizionale passato: deo/deu dia o apia o emu a àere/ài(ri) àpi(d)u; tue dias o apias a àere/ài(ri) àpi(d)u; issu/isse diat o apiat a àere/ài(ri) àpi(d)u; nos/nois/nosu diamus o apiàus a àere/ài(ri) àpi(d)u; bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a aère/ài(ri) àpi(d)u; issos/issus diant o apiant a àere/ài(ri) àpi(d)u;
  • Gerundio presente: aende/aendi;
  • Gerundio passato: aende/aendi àpi(d)u.

Coniugazione in -are/-a(r)i : Verbo cantare/canta(r)i (cantare)[modifica | modifica wikitesto]

  • Indicativo presente: deo/deu canto/cantu; tue/tui cantas; issu/isse cantat; nos/nois/nosu canta(m)us; bois o bosàteros/bosàtrus canta(z)is; issos/issus cantant;
  • Indicativo imperfetto: deo/deu cantaìa/cantamu; tue/tui cantaias; issu/isse cantaiat; nos/nois/nosu cantaia(m)us; bois o bosàteros/bosàtrus cantaia(z)is; issos/issus cantaiant;
  • Indicativo passato prossimo: deo/deu apo/apu canta(d)u; tue/tui as canta(d)u; issu/isse at canta(d)u; nos/nois/nosu a(m)us/eus canta(d)u; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is canta(d)u; issos/issus ant canta(d)u;
  • Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo/deu aia o emu canta(d)u; tue/tui aias canta(d)u; issu/isse aiat canta(d)u; nos/nois/nosu aia(m)us canta(d)u; bois o bosàteros/bosàtrus aia(z)is canta(d)u; issos/issus aiant canta(d)u;
  • Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo cante(s)i; tue cantestis; issu/isse cante(s)it; nois cantèsimus; bois cantezis; issos cantesint o canterunt;
  • Indicativo futuro: deo/deu apo/apu a cantare/cantai; tue/tui as a cantare/canta(r)i; issu/isse at a cantare/canta(r)i; nos/nois/nosu a(m)us/eus a cantare/canta(r)i; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a cantare/canta(r)i; issos/issus ant a cantare/canta(r)i;
  • Indicativo futuro anteriore: deo/deu apo/apu a àere/ài(ri) canta(d)u; tue/tui as a àere/ài(ri) canta(d)u; issu/isse at a àere/ài(ri) canta(d)u; nos/nois/nosu a(m)us/eus a àere/ài(ri) canta(d)u; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a àere/ài(ri) canta(d)u; issos/issus ant a àere/ài(ri) canta(d)u;
  • Congiuntivo presente: chi deo/deu cante/canti; chi tue/tui cantes/cantis; chi issu/isse cantet/cantit; chi nos/nois/nosu cante(m)us; chi bois o bosàteros/bosàtrus cante(z)is; chi issos/issus cantent/cantint;
  • Congiuntivo passato: chi deo/deu apa canta(d)u; chi tue/tui apas canta(d)u; chi issu/isse apat canta(d)u; chi nos/nois/nosu apa(m)us canta(d)u; chi bois o bosàteros/bosàtrus apa(z)is canta(d)u; chi issos/issus apant canta(d)u;
  • Condizionale presente: deo/deu dia o apia o emu a cantare/canta(r)i; tue/tui dias o apias a cantare/canta(r)i; issu/isse diat o apiat a cantare/canta(r)i; nos/nois/nosu diamus o apiàus a cantare/canta(r)i; bois/bosàteros dia(z)is o apiàis a cantare/canta(r)i; issos/issus diant o apiant a cantare/canta(r)i;
  • Condizionale passato: deo/deu dia o apia o emu a àere/ài(ri) canta(d)u; tue/tui dias o apias a àere/ài(ri) canta(d)u; issu/isse diat o apiat a àere/ài(ri) canta(d)u; nos/nois/nosu diamus o apiàus a àere/ài(ri) canta(d)u; bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a àere/ài(ri) canta(d)u; issos/issus diant o apiant a àere canta(d)u;
  • Gerundio presente: cantande/cantende/cantendi;
  • Gerundio passato: aende/aendi canta(d)u.

Coniugazione in -ere/-i(ri) : Verbo tìmere/tìmi(ri) (temere)[modifica | modifica wikitesto]

  • Indicativo presente: deo/deu timo/timu ; tue/tui times/timis ; issu/isse timet/timit ; nos/nois/nosu timimus o timèus ; bois o bosàteros/bosàtrus timideso timèis ; issos/issus timent/timint ;
  • Indicativo imperfetto: deo/deu timia ; tue/tui timias ; issu/isse timiat ; nos/nois/nosu timia(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus timia(z)is ; issos/issus timiant ;
  • Indicativo passato prossimo: deo/deu apo/apu tìmi(d)u ; tue/tui as tìmi(d)u ; issu/isse at tìmi(d)u ; nos/nois/nosu a(m)us/eus tìmi(d)u ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is/ais tìmi(d)u ; issos/issus ant tìmi(d)u ;
  • Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo/deu aiao emu tìmi(d)u ; tue/tui aias tìmi(d)u ; issu/isse aiat tìmi(d)u ; nois/nos aia(m)us tìmi(d)u ; bois o bosàteros/bosàtrus aia(z)is tìmi(d)u ; issos/issus aiant tìmi(d)u ;
  • Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo time(s)i ; tue timestis ; issu/isse time(s)it ; nois timè(si)mus ; bois timezis ; issos timèsint o timèrunt ;
  • Indicativo futuro: deo/deu apo/apu a tìmere/tìmi(ri) ; tue/tui as a tìmere/timi(ri) ; issu/isse at a tìmere/timi(ri) ; nos/nois/nosu a(m)us/eus a tìmere/timi(ri) ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a tìmere/timi(ri) ; issos/issus ant a tìmere/timi(ri) ;
  • Indicativo futuro anteriore: deo/deu apo/apu a àere/ài(ri) tìmi(d)u ; tue/tui as a àere/ài(ri) tìmi(d)u ; issu/isse at a àere/ài(ri) tìmi(d)u ; nos/nois/nosu a(m)us/eus a àere/ài(ri) tìmi(d)u ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a àere/ài(ri) tìmi(d)u ; issos/issus ant a àere/ài(ri) tìmi(d)u ;
  • Congiuntivo presente: chi deo/deu tima ; chi tue/tui timas ; chi issu/isse timat ; chi nos/nois/nosu tima(m)us ; chi bois o bosàteros/bosàtrus tima(z)is ; chi issos/issus timant ;
  • Congiuntivo passato: chi deo/deu apa tìmi(d)u ; chi tue/tui apas tìmi(d)u ; chi issu/isse apat tìmi(d)u ; chi nos/nois/nosu apa(m)us tìmi(d)u ; chi bois o bosàteros/bosàtrus apa(z)is tìmi(d)u ; chi issos/issus apant tìmi(d)u ;
  • Condizionale presente: deo/deu dia o apia o emu a tìmere/tìmi(ri) ; tue dias o apias a tìmere/timi(ri) ; issu/isse diat o apiat a tìmere/timi(ri) ; nos/nois/nosu diamus o apiàus a tìmere/timi(ri) ; bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a tìmere/timi(ri) ; issos/issus diant o apiant a tìmere/timi(ri) ;
  • Condizionale passato: deo/deu dia o apia o emu a àere/ài(ri) timi(d)u ; tue dias o apias a àere/ài(ri) timi(d)u ; issu/isse diat o apiat a àere/ài(ri) timi(d)u ; nos/nois/nosu diamus o apiàus a àere/ài(ri) timi(d)u ; bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a àere/ài(ri) timi(d)u ; issos/issus diant o apiant a àere/ài(ri) timi(d)u ;
  • Gerundio presente: timende/timendi ;
  • Gerundio passato: aende/aendi tìmi(d)u;

Coniugazione in -ire/-i(ri) : Verbo finire/fini(ri) (finire)[modifica | modifica wikitesto]

  • Indicativo presente: deo/deu fino/finu ; tue/tui finis ; issu/isse finit ; nos/nois/nosu fini(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus finides o fineis ; issos/issus finint ;
  • Indicativo imperfetto: deo/deu finia ; tue/tui finias ; issu/isse finiat ; nos/nois/nosu finia(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus finia(z)is ; issos/issus finiant ;
  • Indicativo passato prossimo: deo/deu apo/apu fini(d)u ; tue/tui as fini(d)u ; issu/isse at fini(d)u ; nos/nois/nosu a(m)us/eus fini(d)u ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is fini(d)u ; issos/issus ant fini(d)u ;
  • Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo/deu aia o emu fini(d)u ; tue/tui aias fini(d)u ; issu/isse aiat fini(d)u ; nos/nois/nosu aia(m)us fini(d)u ; bois o bosàteros/bosàtrus aia(z)is fini(d)u ; issos/issus aiant fini(d)u ;
  • Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo/deu fine(s)i ; tue/tui finestis ; issu/isse fine(s)it ; nois finè(si)mus ; bois o bosàteros/bosàtrus finezis ; issos finesint o finerunt ;
  • Indicativo futuro: deo/deu apo/apu a finire/fini(ri) ; tue/tui as a finire/fini(ri) ; issu/isse at a finire/fini(ri) ; nos/nois/nosu a(m)us/eus a finire/fini(ri) ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a finire/fini(ri) ; issos/issus ant a finire/fini(ri) ;
  • Indicativo futuro anteriore: deo/deu apo/apu a àere/ài(ri) fini(d)u ; tue/tui as a àere/ài(ri) fini(d)u ; issu/isse at a àere/ài(ri) fini(d)u ; nos/nois/nosu a(m)us/eus a àere/ài(ri) fini(d)u ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a àere/ài(ri) fini(d)u ; issos/issus ant a àere/ài(ri) fini(d)u ;
  • Congiuntivo presente: chi deo/deu fina ; chi tue/tui finas ; chi issu/isse finat ; chi nos/nois/nosu fina(m)us ; chi bois o bosàteros/bosàtrus fina(z)is ; chi issos/issus finant ;
  • Congiuntivo passato: chi deo/deu apa fini(d)u ; chi tue/tui apas fini(d)u ; chi issu/isse apat fini(d)u ; chi nos/nois/nosu apa(m)us fini(d)u ; chi bois o bosàteros/bosàtrus apa(z)is fini(d)u ; chi issos/issus apant fini(d)u ;
  • Condizionale presente: deo/deu dia o apia o emu a finire/fini(ri) ; tue/tui dias o apias a finire/fini(ri) ; issu/isse diat o apiat a finire/fini(ri) ; nos/nois/nosu diamus o apiàus a finire/fini(ri) ; bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o bosàteros/bosàtrus apiàis a finire/fini(ri) ; issos/issus diant o apiant a finire/fini(ri) ;
  • Condizionale passato: deo/deu dia o apia o emu a àere/ài(ri) fini(d)u ; tue/tui dias o apias a àere/ài(ri) fini(d)u ; issu/isse diat o apiat a àere/ài(ri) fini(d)u ; nos/nois/nosu dia(m)us o apiàus a àere/ài(ri) fini(d)u ; issos/issus diant o apiant a àere/ài(ri) fini(d)u ;
  • Gerundio presente: fininde/finende/finendi ;
  • Gerundio passato: aende/aendi fini(d)u ;

Verbi irregolari : Verbo fà(gh)ere/fà(ghir)i (fare)[modifica | modifica wikitesto]

  • Indicativo presente: deo/deu fago o fatzu ; tue/tui fa(gh)es/fa(gh)is ; issu/isse fa(gh)et/fa(gh)it ; nos/nois/nosu faghimus o f(agh)eus ; bois o bosàteros/bosàtrus faghides o f(agh)èis ; issos/issus fa(gh)ent/fa(gh)int ;
  • Indicativo imperfetto: deo/deu fa(gh)ia ; tue/tui fa(gh)ias ; issu/isse fa(gh)iat ; nos/nois/nosu fa(gh)ia(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus fa(gh)ia(z)is ; issos/issus fa(gh)iant ;
  • Indicativo passato prossimo: deo/deu apo/apu fatu ; tue/tui as fatu ; issu/isse at fatu ; nos/nois/nosu a(m)us/eus fatu ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is fatu ; issos/issus ant fatu ;
  • Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo/deu aia o emu fatu ; tue/tui aias fatu ; issu/isse aiat fatu ; nos/nois/nosu aia(m)us fatu ; bois o bosàteros/bosàtrus aia(z)is fatu ; issos/issus aiant fatu ;
  • Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo faghe(s)i ; tue faghèstis ; issu/isse faghe(s)it ; nois faghè(si)mus ; bois faghezis ; issos faghesint o fagherunt ;
  • Indicativo futuro: deo/deu apo/apu a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; tue/tui as a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; issu/isse at a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; nos/nois/nosu a(m)us/eus a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; issos/issus ant a fà(gh)ere/fa(ghir)i ;
  • Indicativo futuro anteriore: deo/deu apo/apu a àere/ài(ri) fatu ; tue/tui as a àere/ài(ri) fatu ; issu/isse at a àere/ài(ri) fatu ; nos/nois/nosu a(m)us/eus a àere/ài(ri) fatu ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is a àere/ài(ri) fatu ; issos/issus ant a àere/ài(ri) fatu ;
  • Congiuntivo presente: chi deo/deu faga o fatza; chi tue/tui fagas o fatzas; chi issu/isse fagat o fatzat; chi nos/nois/nosu fagamus o fatza(m)us; chi bois o bosàteros/bosàtrus fagazis o fatzàis; chi issos fagant o fatzant;
  • Congiuntivo passato: chi deo/deu apa fatu; chi tue/tui apas fatu ; chi issu/isse apat fatu ; chi nos/nois/nosu apa(m)us fatu ; chi bois o bosàteros/bosàtrus apa(z)is fatu ; chi issos/issus apant fatu ;
  • Condizionale presente: deo/deu dia o apia o emu a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; tue/tui dias o apias a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; issu/isse diat o apiat a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; nos/nois/nosu diamus o apiàus a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a fà(gh)ere/fa(ghir)i ; issos/issus diant o apiant a fà(gh)ere/fa(ghir)i ;
  • Condizionale passato: deo/deu dia o apia o emu a àere/ài(ri) fatu ; tue/tui dias o apias a àere/ài(ri) fatu ; issu/isse diat o apiat a àere/ài(ri) fatu ; nos/nois/nosu diamus o apiàus a àere/ài(ri) fatu ; bois o bosàteros/bosàtrus dia(z)is o apiàis a àere/ài(ri) fatu ; issos/issus diant o apiant a àere/ài(ri) fatu ;
  • Gerundio presente: fa(gh)ende/fendi;
  • Gerundio passato: aende/aendi fatu;
Particolarità[modifica | modifica wikitesto]

È presente una categoria particolare di verbi che in logudorese e nuorese hanno l'infinito proprio della seconda coniugazione in -ere, e che però secondo la loro origine appartengono alla terza, di cui hanno conservato alcune terminazioni nel presente indicativo. Appartiene a tale gruppo ad esempio bènnere (venire), la cui coniugazione in presente è: benzo/bengio, benis, benit, benimus/benius, benies/benìs, benint; oppure apèrrere (aprire): aperjo/aperzo/apegio, aperis, aperit, aperimus/aperius, aperies/aperìs, aperint. Vengono coniugati allo stesso modo cumbènnere (convenire; 1a persona cumbenzo/cumbengio), cobèrrere/nuor. copèrrere (coprire un oggetto, montare un animale a un altro, volg. fornicare; coberjo/coberzo/crobegio), fèrrere (colpire; ferire; ferjo/ferzo/fegio), mòrrere (morire; morjo/morzo/mogio), iscobèrrere/iscrobèrrere/nuor. iscopèrrere (scroprire; iscoberjo/iscoberzo/iscrobegio).

Verbi irregolari alla prima persona singolare del presente[modifica | modifica wikitesto]

Numerosi verbi hanno una coniugazione generalmente regolare, mantenendo però irregolare la prima persona sing. del presente: bàlere (valere; bazo/bagio), chèrrere (volere; cherjo/cherzo/chegio), dòlere (fare male, dolere; dozo/dogio), pàrrere (sembrare, parere; parjo/parzo/pagio), cumpàrrere (comparire; cumparjo/cumparzo/cumpagio), pòdere (potere; potho/potzo), pònnere (mettere; ponzo/pongio), tènnere (avere; tenzo/tengio), mantènnere (mantenere; mantenzo/mantengio).[289]

Lessico[modifica | modifica wikitesto]

Tabella di comparazione delle lingue neolatine[modifica | modifica wikitesto]

Latino Francese Italiano Spagnolo Occitano Catalano Aragonese Portoghese Romeno Sardo Sassarese Gallurese Còrso Friulano
clave(m) clé chiave llave clau clau clau chave cheie crae/-i ciabi chiaj/ciai chjave/chjavi clâf
nocte(m) nuit notte noche nuèit/nuèch nit nueit noite noapte note/-i notti notti notte/notti gnot
cantare chanter cantare cantar cantar cantar cantar cantar cânta cantare/-ai cantà cantà cantà cjantâ
capra(m) chèvre capra cabra cabra cabra craba cabra capra cabra/craba crabba capra/crabba(castellanese) capra cjavre
lingua(m) langue lingua lengua lenga llengua luenga língua limbă limba/lìngua linga linga lingua lenghe
platea(m) place piazza plaza plaça plaça plaza praça piață pratza piazza piazza piazza place
ponte(m) pont ponte puente pònt pont puent ponte pod' ponte/-i ponti ponti ponte/ponti puint
ecclesia(m) église chiesa iglesia glèisa església ilesia igreja biserică crèsia/eccresia gesgia ghjesgia ghjesgia glesie
hospitale(m) hôpital ospedale hospital espital hospital hespital hospital spital ispidale/spidali ippidari spidali/uspidali spedale/uspidali ospedâl
caseu(m)
lat.volg.formaticu(m)
fromage formaggio/cacio queso formatge formatge formache/queso queijo brânză/caș casu casgiu casgiu casgiu formadi

Alcuni vocaboli nella lingua sarda ed in quelle alloglotte della Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

Italiano Sardo[290] Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino
la terra sa terra la tarra la terra la terra a têra
il cielo su chélu/célu lu celu lu tzelu lu zeru lo cel
l'acqua s'àbba/àcua l'ea l'eba l'aigua l'aegua
il fuoco su fogu lu focu lu foggu lo foc u fogu
l'uomo s'ómine/ómini l'omu l'ommu l'home l'omu
la donna sa fémina la fèmina la fémmina la dona a dona
mangiare mandigare o papare/papai manghjà magnà menjar mangiâ
bere buffare/buffai o bíbere beure beive
grande mannu mannu/grandi mannu gran grande
piccolo minore o pitícu minori/picculu minori petit piccin
il burro su botírru lu butirru lu butirru la mantega buru
il mare su mare/mari lu mari lu mari lo mar u mô
il giorno sa die/dii la dì la dì lo dia u giurnu
la notte su note/noti la notti la notti la nit a néùtte
la scimmia sa monínca/martiníca la scìmia la scimmia la muninca a scimia
il cavallo su càdhu/cuàdhu lu cabaddu lu cabaddu lo cavall u cavallu
la pecora sa berbèghe/brebèi la pècura la péggura l'ovella a pëgua
il fiore su frore/frori lu fiori lu fiori la flor a sciùa
la macchia sa màcula o sa mantza/mancia la tacca la mancia/maccia la taca a maccia
la testa sa conca lu capu lu cabbu lo cap a tésta
la finestra sa bentana o su balcone lu balconi lu balchoni la finestra u barcùn
la porta sa janna/ghenna/genna la ghjanna/gianna la gianna (pron. janna) la porta a porta
il tavolo sa mesa o taula la banca la banca/mesa la mesa/taula a tòa
il piatto su pratu lu piattu lu piattu lo plat u tundu
lo stagno s'istànniu/stangiu o staini lu stagnu l'isthagnu l'estany u stagnu
il lago su lagu lu lagu lu lagu lo llac u lagu/lògu
un arancio un'arantzu/arangiu un aranciu un aranzu, cast. aranciu una taronja un çetrùn
la scarpa sa bota o su botínu o sa crapíta la botta la botta la bota a scarpa/scòrpa
la zanzara sa t(h)íntula/tzíntzula la zinzula la zinzura la tíntula a sinsòa
la mosca sa musca la musca la moscha, cast. muscha la mosca a musca
la luce sa lughe/luxi la luci la luzi, cast. lugi la llumera a lüxe
il buio s'iscuridade/iscuridadi o su buju o s'iscurigore lu bughju lu buggiu, cast. lu bughju la obscuritat scuur
un'unghia un'ungra/unga un'ugna un'ugna una ungla un'ùngia
la lepre su lèpere/lèpori lu lèparu lu lèpparu la llebre a léve
la volpe su matzòne o su mariàne/margiàni o su gròdhe/gròdhi lu maccioni lu mazzoni, cast. maccioni lo guineot/matxoni a vurpe
il ghiaccio s'astragu o sa titía o su ghiaciu lu ghjacciu lu ghiacciu lo gel u ghiacciu
il cioccolato su tziculate/ciculati lu cioccolatu lu ciucculaddu la xocolata a ciculata
la valle sa badhe/badhi la vaddi la baddi la vall a valle
il monte su monte/monti lu monti lu monti lo mont u munte
il fiume su ríu o frùmene/frùmini lu riu lu riu lo riu u riu
il bambino su pitzínnu/picínnu o pisedhu o pipíu lu steddu la criaddura/lu pizzinnu lo minyó u figgeu
il neonato sa criadura la criatura/stiducciu la criaddura/lu piccinneddu la criatura u piccin
il sindaco su síndigu[291] lu sindacu lu sindagu lo síndic u scindegu
l'auto sa màchina o sa vetura la vittura/la macchina la macchina/la vettura la màquina/l'automòbil a vétüa/a machina
la nave sa nae o navi/su vapore la nai lu vapori/la nabi la nau a nòve/vapùre
la casa sa domo/domu la casa la casa la casa a câ
il palazzo su palàt(h)u/palàtzu lu palazzu lu parazzu lo palau u palàssiu
lo spavento s'assustu o assùconu o atzìchidu l'assustu/scalmentu l'assusthu/assucconu/ippasimu, cast. assucunadda l'assusto u resôtu
il lamento sa mìmula o sa chescia lu lamentu/tunchju lu lamentu/mimmura, cast. mimula la llamenta u lamentu
ragionare arresonare/arrexonai rasghjunà rasgiunà arraonar rajiunò
parlare fa(v)edhare/fuedhai faiddà fabiddà parlar parlà
correre cùrrere/curri currì currì corrir caminò a gambe
il cinghiale su sirbone/sirboni o su porcrabu lu polcarvu lu purchabru lo porc-crabo u cinghiole
il serpente sa terpe/terpente o sa colora/su coloru su tzerpenti/colovru la salpi lu saipenti lo serpent
adesso/ora como o imoe/imoi abà abà ara aùa
io (d)e(g)o/deu eu eu/eiu jo
camminare ambulare o caminare/caminai caminà caminà caminar camminò
la nostalgia sa nostalghía/nostalgía o sa saudade/saudadi la nostalghja la nostalgia la nostàlgia a nustalgia

I numeri - Sos nùmeros - Is nùmerus[modifica | modifica wikitesto]

Tra i numeri sardi troviamo due forme, maschile e femminile, per tutti i numeri che terminano con il numero uno, escludendo l'undici, il centoundici e così via, per il numero due e per tutte le centinaia escludendo i numeri cento, millecento, ecc. Questa caratteristica è presente tale quale sia nello spagnolo sia nel portoghese. Abbiamo quindi in sardo ad esempio (gli esempi sono nel sardo centrale o di mesania) unu pipiu / una pipia (un bambino/una bambina), duos pitzinnos / duas pitzinnas (due bambini, ragazzini/due bambine, ragazzine), bintunu cuaddos (ventuno cavalli) / bintuna crabas (ventuno capre), barantunu libros (quarantuno libri) / barantuna cadiras (quanrantuno sedie), chent'e unu rios (centouno fiumi), chent'e una biddas (centouno paesi), dughentos òmines (duecento uomini) / dughentas domos (duecento case).

In sardo abbiamo, come in italiano, due diverse forme per mille, milli, e duemila, duamiza/duamìgia/duamilla.

Tabella dei numeri basata sulle varianti logudoresi del Marghine e del Guilcer e del nuorese[292], su quelle di transizione del Barigadu e su quelle campidanesi della Marmilla

I numeri duecento, trecento e, unicamente in campidanese, seicento hanno una forma propria, dughentos e treghentos in logudorese, duxentus, trexentus e sexentus in campidanese, dove il due, il tre e il numero cento sono modificati; questo fenomeno è presente anche in portoghese (duzentos, trezentos); le altre centinaia invece vengono scritte senza modificare né il numero di base né chentu/centu, perciò bator(o) chentos/cuatrucentus, otochentos/otucentus, ecc. Il fonema "ch" di chentos in logudorese viene comunque sempre pronunciato g, ad eccezione del numero seschentos, e la "c" del campidanese centus sempre come x (j francese di journal). In nuorese "ch" viene invece pronunciato sempre k, perciò tutti i numeri sono scritti con "ch" in questa variante.

I numeri 101, 102, così come 1001, 1002, ecc., vanno scritti separatamente chentu e unu, chentu e duos, milli e unu, milli e duos, ecc. Anche in questo caso, questa caratteristica è condivisa con il portoghese. Chentu viene normalmente apostrofato, chent'e unu, chent'e duos, più raramente anche milli, mill'e unu, mill'e duos, ecc.

I numeri che terminano con uno, ad eccezione di undici, centoundici, ecc., vanno sempre apostrofati, sia nella loro forma maschile sia in quella femminile, se la parola seguente inizia per vocale o per h: bintun'òmines (ventuno uomini), bintun'amigas (ventuno amiche), ecc.

Sardo logudorese Sardo campidanese
1 unu, -a unu, -a
2 duos/duas duus/duas
3 tres tres
4 bàtor(o) cuatru
5 chimbe cincu
6 ses ses/sexi
7 sete seti
8 oto otu
9 noe/nuor. nobe noi
10 deghe/nuor. deche dexi
11 ùndighi/nuor.ùndichi ùndixi
12 doighi/nuor. doichi doxi/doixi
13 treighi/nuor. treichi trexi
14 batòrdighi/nuor. batòrdichi catòdixi
15 bìndighi/nuor. bìndichi cuìndixi
16 seighi/nuor. seichi seixi
17 deghessete/nuor. dechessete dexasseti
18 degheoto/nuor. decheoto dexotu
19 deghenoe/nuor. dechenobe dexanoi
20 binti/vinti binti
21 bintunu, -a bintunu, -a
30 trinta trinta
40 baranta coranta
50 chimbanta cincuanta
60 sessanta sessanta
70 setanta setanta
80 otanta otanta
90 noranta/nuor. nobanta noranta
100 chentu centu
101 chentu e unu, -a centu e unu, -a
200 dughentos, -as/nuor. duchentos, -as duxentus, -as
300 treghentos, -as/nuor. trechentos, -as trexentus, -as
400 bator(o)chentos, -as/nuor. batochentos, -as cuatrucentus, -as
500 chimbichentos, -as, chimbechentos, -as/ cincucentus, -as
600 seschentos, -as sexentus, -as
700 setichentos, -as, setechentos, -as seticentus, -as
800 otichentos, -as, otochentos, -as otucentus, -as
900 noichentos, -as, noechentos, -as/nuor. nobichentos, -as noicentus, -as
1000 milli milli
1001 milli e unu, -a milli e unu, -a
2000 duamiza duamilla
3000 tremiza tremilla
4000 bator(o)miza/nuor. batomiza cuatrumilla
5000 chimbemiza cincumilla
6000 semiza semilla
7000 setemiza setemilla
8000 otomiza otumilla
9000 noemiza/nuor. nobemiza noimilla
10000 deghemiza/nuor. dechemiza deximilla
100000 chentumiza centumilla
1000000 unu milione unu milioni

Le stagioni - Sas istazones - Is istajonis[modifica | modifica wikitesto]

Sardo logudorese Sardo campidanese
la primavera su beranu su beranu
l'estate s'istiu/nuor.s'estiu, s'istadiale (s.m.) s'istadiali (s.m.), s'istadi (s.f.)
l'autunno s'atunzu/s'atonzu s'atongiu
l'inverno s'ierru/nuor. s'iberru s'ierru

I mesi - Sos meses - Is mesis[modifica | modifica wikitesto]

Italiano Sardo logudorese Sardo campidanese Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino
Gennaio Bennarzu/Bennalzu/Jannarzu/Jannarju

Ghennarzu/Ghennargiu

Gennaxu/Gennargiu Ghjnnagghju Ginnaggiu Gener ("giané") Zenò
Febbraio Frearzu/Frealzu/Frearju Friarxu/Freargiu Friagghju Fribaggiu Febrer ("frabé") Frevò
Marzo Marthu/Malthu/Martzu Martzu/Mratzu Malzu Mazzu Març ("malts") Mòrsu/Marsu
Aprile Abrile/Aprile Abrili Abrili Abriri Abril Arvì
Maggio Màju Màju Magghju Maggiu Maig ("mač") Mazu
Giugno Làmpadas Làmpadas Làmpata/Ghjugnu Lampada Juny ("jun") Zugnu
Luglio Trìulas/Trìbulas Argiolas Agliola/Trìula/Luddu Triura Juliol ("juriòl") Luggiu
Agosto Austu/Agustu Austu Austu Aosthu Agost Austu
Settembre Cabidanni/Cabidanne/Capidanne Cabudanni Capidannu/Sittembri Cabidannu Cavidani ("cavirani)/

Setembre ("setembra")

Settembre
Ottobre Santu 'Aìne/Santu Gabine/Santu Gabinu Ledàmini Santu Aìni/Uttobri Santu Aìni Santuaìni/

Octubre ("utobra")

Ottobri
Novembre Sant'Andria Donniasantu Sant'Andrìa/Nùembri Sant'Andrìa Santandria/

Novembre ("nuvembra")

Nuvembre
Dicembre (Mese de) Nadale (Mesi de) Idas/(Mesi de) Paschixedda Natali/Dicembri Naddari Nadal ("naràl")/

Desembre ("desémbra")

Dejèmbre

I giorni - Sas dies - Is diis - Li dì[modifica | modifica wikitesto]

Sardo logudorese Sardo campidanese Sassarese Gallurese
lunedì lunis lunis luni luni
martedì martis martis marthi malti
mercoledì mércuris/mérculis mércuris/mrécuris marchuri malculi
giovedì jòbia/zòbia jòbia giobi ghjovi
venerdì chenàbara/chenàpura cenàbara/cenàpura vennari vennari
sabato sàbadu/sàpadu sàbudu sabaddu sabatu
domenica dumìniga/domìniga/domìnica domìniga/domìnigu dumenigga dumenica

I colori - Sos colores - Is coloris[modifica | modifica wikitesto]

biancu/ant.arbu [bianco], nieddu [nero], ruju/arrùbiu [rosso], grogu [giallo], biaitu/asulu [blu], birde/birdi/bildi [verde], aranzu/colori de aranju [arancione], biola [Viola], castanzu/castàngiu/baju [marrone].

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Nel presente paragrafo si elenca, senza alcuna pretesa di esaustività in merito, parte di quella mèsse lessicale facente parte sia del substrato, che dei vari superstrati. Nei nomi con due o più varianti viene prima riportato il logudorese, quindi il campidanese. Varie ricerche hanno messo in luce il fatto che la competenza dei parlanti adulti del sardo non ammette un numero di prestiti, provenienti dalle varie lingue dominanti nei secoli, superiore al 15,5% del lessico posseduto[293].

Substrato paleosardo o nuragico[modifica | modifica wikitesto]

CUC → cùcuru, cucurinu (cima di un monte, cocuzzolo; punta sporgente, come Cùcuru 'e Portu a Oristano; cfr. basco kukurr, cresta del gallo)[294]
GON- → Gonone, Gologone, Goni, Gonnesa, Gonnosnò (altura, collina, montagna, cfr. greco eolico gonnos, colle)
NUR-/'UR- → ant. nurake → nuraghe/nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo, ammasso), Noragugume
NUG: Nug-or; Nug-ulvi (cfr. slavo noga, piede o gamba; sia Nuoro sia Nulvi sono località ai piedi di un monte)
ASU-, BON-,

GAL → Gallura ant. Gallula, Garteddì (Galtellì), Galilenses, Galile

GEN-, GES- → Gesturi
GOL-/'OL → Gollei, Ollollai, Parti Olla (Parteolla), golostri/golostru/golóstiche/ golóstise/golóstiu/golosti/'olosti (agrifoglio, si confronti lo slavo ostrь, "spinoso"; il basco gorosti, a cui si associa, è d'origine oscura e probabilmente paleoeuropea, cfr. infatti greco kélastros, agrifoglio)
EKA-, KI-, KUR-,

KAL/KAR- → Karalis → ant. Calaris (Cagliari), Carale, Calallai

ENI → ogl. eni (albero del tasso, cfr. albanese enjë, albero del tasso);
MAS-, TUR-, MERRE (luogo sacro) → Macumere (Macomer);
GUS → Gusana (cfr. serbo guša, gola)

muvara/muvrone (muflone), toneri (tacco, torrione), garroppu (canyon), chessa (lentischio)

THA-/THE-/THI-/TZI (articolo) → thilipirche (cavalletta), thilicugu (geco), thiligherta (lucertola), tzinibiri (ginepro), thinniga/tzinniga [1](stipa tenacissima), thirulia (nibbio);

Origine punica[modifica | modifica wikitesto]

CHOURMÁ → kurma ‘ruta di Aleppo’[295]
CUSMIN → guspinu, óspinu ‘nasturzio’[295]
MS' → mitza/mintza ‘sorgente’[296]
SIKKÍRIA → camp. tsikkirìa ‘aneto’[296]
YAʿAR ‘bosca’ → camp. giara ‘altopiano’[295]
ZERAʿ ‘seme’ → *zerula → camp. tseúrra ‘germoglio, piumetta embrionale del seme del grano’[295]
ZIBBIR → camp. tsíppiri ‘rosmarino’[296]
ZUNZUR ‘corregiola’ → camp. síntsiri ‘coda cavallina’[295]
MAQOM-HADAS → Magomadas ‘luogo nuovo’
MAQOM-EL? ("luogo di dio")/MERRE? → Macumere (Macomer)
TAM-EL → Tumoele, Tamuli (luogo sacro);

Origine latina[modifica | modifica wikitesto]

ACCITUS → ant.kita → chida/cida (settimana, derivata dai turni settimanali delle guardie giudicali)
ACETU(M) → ant. aketu>aghedu/achetu/axedu (aceto)
ACIARIU(M) → atharzu/atzarzu/atzargiu/atzarju (acciaio)
ACINA → ant. àkina, àghina/àxina (uva)
ACRU(M) → agru, argu (aspro, acido)
ACUS → agu (ago)
AERA → aèra/àiri
AGNONE → anzone/angioni (agnello)
AGRESTIS → areste/aresti (selvatico)
ALBU(M) → ant. albu>arbu (bianco)
ALGA → arga/àliga (spazzatura; alga)
ALTU(M) → artu (alto)
AMICU(M) → ant.amicu → amigu (amico)
ANGELU(M) → anghelu/ànjulu (angelo)
AQUA(M) → abba/àcua (acqua)
AQUILA(M) → ave/àbbile/àchili (aquila)
ARBORE(M) → arbore/arvore/àrburi (albero)
ASINUS → àinu (asino)
ASPARAGUS → camp. sparau (asparago)
AUGUSTUS → austu (agosto)
BABBUS → babbu (padre, babbo)
BASIUM → basu, bàsidu (bacio)
BERBECE → berbeke/berbeghe/prebeghe/brebei (pecora)
BONUS → bonu (buono)
BOVE(M) → boe/boi (bue)
BUCCA → buca (bocca)
BURRICUS → burricu (asino)
CABALLUS → ant. cavallu/caballu → caddu/cuaddu/nuor. cabaddu (cavallo)
CANE(M) → cane/cani (cane)
CAPPELLUS → cappeddu, capeddu (cappello)
CAPRA(M) → cabra/craba (capra)
CARNE → carre/carri (carne umana, viva)
CARNEM SECARE → carrasegare/ nuor. carrasecare (carnevale; "tagliare la carne" nel senso di buttarla via, in quanto ormai prossimo l'inizio della Quaresima; l'etimologia del termie italiano carnevale ha lo stesso significato di origine, seppur una forma differente (da carnem levare); la forma latina è a sua volta un calco del greco apokreos)[297][298]
CARRU(M) → carru (carro)
CASEUS → casu (formaggio)
CASTANEA → castanza/castanja (castagna)
CATTU(M) → gattu (gatto)
CENA PURA → chenàbura/chenàbara/cenàbara/nuor. chenàpura (venerdì; questo nome era originariamente una definizione diffusa tra gli ebrei dell'Africa settentrionale per indicare il venerdì sera, momento in cui veniva preparato il cibo per il sabato. Numerosi giudei nordafricani si insediarono in Sardegna dopo essere stati espulsi dalle loro terre da parte dei Romani. A loro si deve probabilmente la parola sarda per venerdì)[299]
CENTUM → chentu/centu (cento)
CIBARIUS → civràxiu, civraxu (tipico pane sardo)
CINQUE → chimbe/cincu (cinque)
CIPULLA → chibudda/cibudda (cipolla)
CIRCARE → chircare/circai (cercare)
CLARU(M) → craru (chiaro)
COCINA → ant.cokina → coghina/coxina (cucina)
COELU(M) → chelu/celu (cielo)
COLUBER → colovra/colora/coloru (biscia)
CONCHA → conca (testa)
CONIUGARE → cojuare/coyai (sposare)
CONSILIU(M) → ant.consiliu → cunsizzucunsigiu/cunsillu (consiglio)
COOPERCULU(M) → cropettore/cobercu (coperchio)
CORIU(M) → corzu/corju/corgiu (cuoio)
CORTEX → ant. gortike/borticlu → ortighe/ortiju/ortigu (corteccia del sughero)
COXA(M) → cossa/cosça (coscia)
CRAS → cras/crasi (domani)
CREATIONE(M) → criatura/criathone/criadura (creatura)
CRUCE(M) → ant. cruke/ruke → rughe/(g)ruxi (croce)
CULPA(M) → curpa (colpa)
DECE → ant.deke → deghe/dexi (dieci)
DEORSUM → josso/jossu (giù)
DIANA → jana (fata)
DIE → die/dii (giorno)
DOMO/DOMUS → domo/domu (casa)
ECCLESIA → ant. clesia → cheja/crèsia (chiesa)
ECCU MODO/QUOMO(DO) → còmo/imoi (adesso)
ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE → comente/comenti (come)
EGO → ant.ego → deo/eo/jeo/deu (io)
EPISCOPUS → ant. piscopu → pìscamu (vescovo)
EQUA(M) → ebba/ègua (giumenta)
ERICIUS → eritu (riccio)
ETIAM → eja ()
EX-CITARE → ischidare/scidai (svegliare)
FABA(M) → ava/faa (fava)
FABULARI → faeddare/foeddare/fueddai (parlare)
FACERE → ant. fakere → fàghere/fai (fare)
FALCE(M) → ant.falke → farche/farci (falce)
FEBRUARIU(M) → ant. frearju → frearzu/frearju/friarju (febbraio)
FEMINA → fèmina (donna)
FILIU(M) → ant. filiu/fiju/figiu → fizu/figiu/fillu (figlio)
FLORE(M) → frore/frori (fiore)
FLUMEN → ant.flume → frùmene/frùmini (fiume)
FOCU(M) → ant. focu → fogu (fuoco)
FOENICULU(M) → ant.fenuclu → fenugru/fenugu (finocchio)
FOLIA → fozza/folla (foglia)
FRATER → frade/fradi (fratello)
FUNE(M) → fune/funi
GELICIDIU(M) → ghilighia/chilighia/cilixia (gelo, brina)
GENERU(M)→ ghèneru/ènneru/gèneru (genero)
GENUCULUM → inucru/benugu/genugu (ginocchio)
GLAREA → giarra (ghiaia)
GRAVIS → grae/grai (pesante)
GUADU → ant.badu/vadu → badu/bau (guado)
HABERE → àere/ai (avere)
HOC ANNO → ocannu (quest'anno)
HODIE → oe/oje/oi (oggi)
HOMINE(M) → òmine/òmini (uomo)
HORTU(M) → ortu (orto)
IANUARIUS, IENARIU(M) → ant. jannarju> bennarzu/ghennarzu/jennarju/ghennargiu/gennarju (gennaio)
IANUA → janna/genna (porta)
ILEX → ant.elike → elighe/ìlixi (leccio)
IMMO → emmo ()
IN HOC → ant. inòke → inoghe/innoi (qui)
INFERNU(M) → inferru/ifferru (inferno)
I(N)SULA → ìsula/iscra (isola)
INIBI → inie/innia ()
IOHANNES → Juanne/Zuanne/Juanni (Giovanni)
IOVIA → jòvia/jòbia (giovedì)
IPSU(M) → su (il)
IUDICE(M) → ant. iudike → juighe/zuighe (giudice)
IUNCU(M) → ant. juncu → zuncu/juncu (giunco)
IUNIPERUS → ghinìperu/inìbaru/tzinnìbiri (ginepro)
IUSTITIA → ant. justithia/justizia → justìtzia/zustìssia (giustizia)
LABRA → lavra/lara (labbra)
LACERTA → thiligherta/calixerta/caluxèrtula (lucertola)
LARGU(M) → largu (largo)
LATER → camp. làdiri (mattone crudo)
LIGNA → linna (legna)
LINGERE → lìnghere/lingi (leccare)
LINGUA(M) → limba/lìngua (lingua)
LOCU(M) → ant. locu → logu (luogo)
LUTU(M) → ludu (fango)
LUX → lughe/luxi (luce)
MACCUS → macu (matto)
MAGISTRU(M) → maìstu (maestro)
MAGNUS → mannu (grande)
MALUS → malu (cattivo)
MANUS → manu (mano)
MARTELLUS → martheddu/mateddu/martzeddu (martello)
MERIDIES → merie/merì (pomeriggio)
META → meda (molto)
MULIER → muzere/cmulleri (moglie)
NARRARE → nàrrere/nai (dire)
NEMO → nemos (nessuno)
NIX → nie/nii/nuor. nibe (neve)
NUBE(M) → nue/nui (nuvola)
NUCE → ant. nuke → nughe/nuxi (noce)
OCCIDERE → ochidere, bochire/bociri (uccidere)
OC(U)LU(M) → ogru/oju/ogu/nuor. ocru (occhio)
OLEASTER → ozzastru/ogiastru/ollastu (olivastro)
OLEUM → oliu → ozu/ogiu/ollu (olio)
OLIVA → olia (oliva)
ORIC(U)LA(M) → ant.oricla → origra/orija/origa/nuor. oricra (orecchio)
OVU(M) → ou(uovo)
PACE → ant.pake →paghe/paxi/nuor. pake (pace)
PALATIUM → palathu/palàtziu/palatzu (palazzo)
PALEA → paza/pagia/palla (paglia)
PANE(M) → pane/pani
PAPPARE → camp. papai (mangiare)
PARABOLA → paraula (parola)
PAUCUS → pagu (poco)
PECUS → pegus (capo di bestiame)
PEDIS → pe/pei/nuor. pede (piede)
PEIUS → pejus/peus (peggio)
PELLE(M) → pedde/peddi (pelle)
PERSICUS → pèrsighe/pèssighe (pesca)
PETRA(M) → pedra/perda/nuor. preda (pietra)
PETTIA(M) → petha/petza (carne)
PILUS → pilu (pelo), pilos/pius (capelli)
PIPER → pìbere/pìbiri (pepe)
PISCARE → piscare/piscai (pescare)
PISCE(M) → pische/pisci (pesce)
PISINNUS → pitzinnu (bambino, giovane, ragazzo)
PISUS → pisu (seme)
PLATEA → pratha/pratza (piazza)
PLACERE → piàghere/pràghere/praxi (piacere)
PLANGERE → prànghere/prangi (piangere)
PLENU(M) → prenu (pieno)
PLUS → prus (più)
POLYPUS → purpu/prupu (polpo)
POPULUS → pòpulu/pòbulu (popolo)
PORCU(M) → porcu/procu (maiale)
POST → pustis (dopo)
PULLUS → puddu (pollo)
PUPILLA → pobidda/pubidda (moglie)
PUTEUS → puthu/putzu (pozzo)
QUANDO → cando/candu (quando)
QUATTUOR → battor(o)/cuatru (quattro)
QUERCUS → chercu (quercia)
QUID DEUS? → ite/ita? (che/che cosa?)
RADIUS → raju (raggio)
RAMU(M) → ramu/arramu (ramo)
REGNU → rennu/urrennu (regno)
RIVUS → ant. ribu → riu/erriu/arriu (fiume)
ROSMARINUS → ramasinu/arromasinu (rosmarino)
RUBEU(M) → ant. rubiu → ruju/arrùbiu (rosso)
SALIX → salighe/sàlixi (salice)
SANGUEN → sàmbene/sànguni (sangue)
SAPA(M) → saba (sapa, vino cotto)
SCALA → iscala/scala (scala)
SCHOLA(M) → iscola/scola (scuola)
SCIRE → ischire/sciri (sapere)
SCRIBERE → iscrìere/scriri (scrivere)
SECARE → segare/segai (tagliare)
SECUS → dae segus/a-i segus (dopo)
SERO → sero/ant.camp. seru (sera)
SINE CUM → kene/kena/kentza/sena/setza (senza)
SOLE(M) → sole/soli (sole)
SOROR → sorre/sorri (sorella)
SPICA(M) → ispiga/spiga (spiga)
STARE → istare/stai (stare)
STRINCTU(M) → strintu (stretto)
SUBERU → suerzu/suerju (quercia da sughero)
SULPHUR → tùrfuru/tzùrfuru/tzrùfuru (zolfo)
SURDU(M) → surdu (sordo)
TEGULA → teula (tegola)
TEMPUS → tempus (tempo)
THIUS → thiu/tziu (zio)
TRITICUM → trigu/nuor. trìdicu (grano)
UMBRA → umbra (ombra)
UNDA → unda (onda)
UNG(U)LA(M) → unja/ungra/unga (unghia)
VACCA → baca (vacca)
VALLIS → badde/baddi (valle)
VENTU(M) → bentu (vento)
VERBU(M) → berbu (verbo, parola)
VESPA(M) → ghespe/bespe/ghespu/espi (vespa)
VECLUS(AGG.) → betzu/becciu (vecchio)
VECLUS(S) → ant. veclu → begru/begu (legno vecchio)
VIA → bia (via)
VICINUS → ant. ikinu → bighinu/bixinu (vicino)
VIDERE → bìdere/bìere/biri (vedere)
VILLA → ant. villa → billa → bidda (paese)
VINEA(M) → binza/bingia (vigna)
VINU(M) → binu (vino)
VOCE → ant. voke/boke → boghe/boxi (voce)
ZINZALA → thìnthula/tzìntzula/sìntzulu (zanzara);

Origine greca bizantina[modifica | modifica wikitesto]

AGROIKÓS → gr. biz. agrikó → gregori ‘terreno incolto’[300]
FLASTIMAO → frastimare/frastimai ‘bestemmiare’
KAVURAS ‘granchio’ → camp. kavuru
KASKO → cascare ‘sbadigliare’
*KEROPÓLIDA → kera/cera óbida ‘cera che sigilla il favo’[300]
KHÓNDROS ‘fiocchi d’avena; cartilagine’ → gr. biz. kontra → log. iskontryare[300]
KLEISOÛRA ‘chiusa’ → krisura (krisayu, krisayone) ‘chiusa di un podere’[300]
KONTAKION → ant. condakecondaghe/cundaxi ‘raccolta di atti’
KYÁNE(OS) ‘blu scuro’ → camp. ghyani ‘manto morello di cavallo (o di bue)’[300]
LEPÍDA ‘lama di coltello’ → leppa ‘coltello’[300]
Λουχὶα → ant. Lukìa → Lughìa/Luxia (Lucia)
MERDOUKOÚS, MERDEKOÚSE ‘maggiorana’ → centr. mathrikúsya, camp. martsigusa ‘ginestra’[300]
NAKE → annaccare (cullare)
PSARÓS ‘grigio’ → *zaru → log. medioevale arzu[300]
σαραχηνός → theraccu/tzeracu ‘servo’
Στέφανε → Istevane/Stèvini ‘Stefano’

Origine catalana[modifica | modifica wikitesto]

ACABAR → acabare/acabai (finire, smettere; cf. spa. acabar)[301]
AIXÌ → camp.aici (così)
AIXETA → log. isceta (cannella della botte; rubinetto)[301]
ALÈ → alenu (alito)[301]
ARRACADA → arrecada (orecchino)
ARREU → arreu (di continuo)
AVALOT → avollotu (trambusto; cf. spa. alboroto (ant. alborote))[301]
BANDA → banda (lato)[301]
BANDOLER → banduleri (vagabondo; originariamente bandito; cf. spa. bandolero)
BARBER → barberi (barbiere; cf. spa. barbero)
BARRA → barra (mandibola; insolenza, testardaggine)
BARRAR → abbarrare (nell'odierno catalano significa però sbarrare, in sardo camp. rimanere)
BELLESA → bellesa (bellezza)
(AL)BERCOC → luog. barracoca (albicocca; da una termine balearico passato poi anche all'algherese barracoc)[301]
BLAU → camp.brau (blu)
BRUT, -A → brutu, -a (sporco)
BURRO → burricu (asino; cf, spa. burro e borrico)[301]
BURUMBALLA → burrumballa (segatura, truciolame, per est. cianfrusaglia)
BUTXACA → busciaca/buciaca (tasca, borsa)[301]
CADIRA / CARIA (vocabolo ancor presente in algherese) → camp. cadira (sedia); Caría (cognome sardo)
CALAIX → camp. calaxu/calasciu (cassetto)
CALENT → caente/callenti (caldo; cf. spa. caliente)[301]
CARRER → carrera/carrela (via)[301]
CULLERA → cullera (cucchiaio)
CUITAR → coitare/coitai (sbrigarsi)[301]
DESCLAVAMENT → iscravamentu (deposizione di Cristo dalla croce)
DESITJAR → disigiare/disigiai (desiderare)[301]
ESTIU → istiu (estate; cf. spa. estío, lat. aestivum (tempus))
FALDILLA → faldeta (gonna)[301]
FERRER → ferreri (fabbro)
GARRÓ → garrone, -i (garretto)[301]
GOIGS → camp. gocius (composizioni poetiche sacre; cf. gosos)
GRIFÓ → grifone, -i (rubinetto)[301]
GROC → grogo, -u (giallo)[301]
ENHORABONA! → innorabona! (in buon'ora!; cf. spa. enhorabuena)
ENHORAMALA! → innoramala! (in mal'ora!)
ESMORZAR → ismurzare/ismurgiare/irmugiare/imrugiare (fare colazione)[301]
ESTIMAR → istimare/stimai (amare, stimare)
FEINA → faina (lavoro, occupazione, daffare; già da una forma catalana medievale, da cui si è poi anche originato lo spagnolo faena)[301]
FLASSADA → frassada (coperta; cf. spa. frazada)[301]
GÍNJOL → gínjalu (giuggiola, giuggiolo)
IAIO, -A → jaju, -a (nonno, -a; cf. spa. yayo, -a)
JUTGE → camp. jugi/log. zuzze (giudice)
LLEIG → camp. léggiu/log. lezzu (brutto)
MANDRÓ → mandrone, -i (pigro, nullafacente)[301]
MATEIX → matessi (stesso)
MITJA → mìgia, log. miza (calza)
MOCADOR → mucadore, -i (fazzoletto)
ORELLETA → orilletas (dolci fritti)
PAPER → paperi (carta)[301]
PARAULA → paraula (parola)
PLANXA → prància (ferro da stiro; prestito di origine francese, anteriore allo spagnolo plancha)[301]
PREMSA → prentza (torchio)[302]
PRESÓ → presone, -i (prigione)
PRESSA → presse, -i (fretta)[301]
PRÉSSEC → prèssiu (pesca)[301]
PUNXA → camp. punça/log. puntza (chiodo)
QUIN, -A → camp. chini (in catalano significa "quale", in sardo "chi")
QUEIXAL → sardo centrale e camp. caxale/casciale, -i (dente molare)
RATAPINYADA → camp. ratapignata (pipistrello)
RETAULE → arretàulu (retablo, tavola dipinta)
ROMÀS → nuor. arrumasu (magro; originariamente in catalano "rimasto" → rimasto a letto → indebolito→ dimagrito, magro)[301]
SABATA → camp.sabata (scarpa)
SABATER → sabateri (calzolaio)
SAFATA → safata (vassoio)[70]
SEU → camp. seu (cattedrale, "sede del vescovo")
SÍNDIC → sìndigu (sindaco)[301]
SíNDRIA → sìndria (anguria)
TANCAR → tancare/tancai (chiudere)
TINTER → tinteri (calamaio)
ULLERES → camp. ulleras (occhiali)
VOSTÈ → log. bostè/camp .fostei o fustei (lei, pronome di cortesia; da vostra merced, vostra mercede; cf. spa. usted)[303]

Origine spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Le voci di cui non viene indicata l'etimologia sono voci di origine latina di cui lo spagnolo ha modificato il significato originario che avevano in latino e il sardo ha preso il loro significato spagnolo; per le voci che lo spagnolo ha preso da altre lingue viene indicata la loro etimologia come riportata dalla Real Academia Española.

ADIÓS → adiosu (addio)[301]
ANCHOA → ancioa (alice)[301]
APOSENTO → aposentu (camera da letto)
APRETAR, APRIETO → apretare, apretu (mettere in difficoltà, costringere, opprimere; difficoltà, problema)
ARENA → arena (sabbia; cf. cat. arena)[301]
ARRIENDO → arrendu (affitto)[301]
ASCO → ascu (schifo)[301]
ASUSTAR → assustare/assustai (spaventare; in camp. è più diffuso atziccai, che a sua volta viene dallo spagnolo ACHICAR)[301]
ATOLONDRADO, TOLONDRO → istolondrau (stordito, confuso, sconcertato)
AZUL → camp. asulu (azzurro; parola arrivata allo spagnolo dall'arabo)[304]
BARATO → baratu (economico)
BARRACHEL → barratzellu/barracellu (guardia campestre; parola questa che anche passata all'italiano regionale della Sardegna, dove la parola barracello indica appunto una guardia campestre facente parte della compagnia barracellare)
BÓVEDA → bòveda, bòvida (volta (nell'ambito della costruzione) )[305]
BRAGUETA → bragheta (cerniera dei pantaloni; il termine "braghetta" o "brachetta" è presente anche in italiano, ma con altri significati; con questo significato è diffuso anche nell'italiano regionale della Sardegna: cf. cat. bragueta)
BRINCAR, BRINCO → brincare, brincu (saltare, salto; termine arrivato in spagnolo dal latino vinculum,[306] legame, parola che è poi stata modificata e ha assunto un significato completamente differente in castigliano e che poi con questo è passata al sardo, fenomeno condiviso da molti altri spagnolismi)
BUSCAR → buscare/buscai (cercare, prendere; cf. cat. buscar)
CACHORRO → caciorru (cucciolo)[301]
CALENTURA → calentura, callentura (febbre)
CALLAR → cagliare/chelare (tacere; cf. cat. callar)[301]
CARA → cara (faccia; cf. cat. cara)[301]
CARIÑO → carignu (manifestazione di affetto, carezza; affetto)[301]
CERRAR → serrare/serrai (chiudere)
CHASCO → ciascu (burla)[301]
CHE (esclamazione di sorpresa di origine onomatopeica usata in Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e in Spagna nella zona di Valencia)[307] → cé (esclamazione di sorpresa usata in tutta la Sardegna)
CONTAR → contare/contai (raccontare; cf. cat. contar)[301]
CUCHARA → log. cocciari (cucchiaio) / camp. coccerinu (cucchiaino), cocciaroni (cucchiaio grande)[301]
DE BALDE → de badas (inutilmente; cf. cat. debades)
DÉBIL → dèbile, -i (debole; cf. cat. dèbil)[301]
DENGOSO, -A, DENGUE → dengosu, -a, dengu (persona che si lamenta eccessivamente senza necessità, lamento esagerato e fittizio; voce di origine onomatopeica)[308]
DESCANSAR, DESCANSO → discansare/discantzare, discansu/discantzu (riposare, riposo; cf. cat. descansar)[301]
DESDICHA → disdìcia (sfortuna)[301]
DESPEDIR → dispidire/dispidì (accomiatare, congedare)[301]
DICHOSO, -A → diciosu, -a (felice, beato)[301]
HERMOSO, -A → ermosu, -a / elmosu, -a (bello)[301]
EMPLEO → impleu (carica, impiego)[301]
ENFADAR, ENFADO → infadare/irfadare/iffadare, infadu/irfadu/iffadu (molestia, fastidio, rabbia; cf. cat. enfadar)[309]
ENTERRAR, ENTIERRO → interrare, interru (seppellire, seppellimento; cf. cat. enterrar)[301]
ESCARMENTAR → iscalmentare/iscrammentare/scramentai (apprendere dall'esperienza propria o altrui per evitare di commettere gli stessi errori; parola di etimologia originaria sconosciuta)[310]
ESPANTAR → ispantare/spantai (spaventare; in campidanese, e in algherese, significa meravigliare; cf. cat. espantar)
FEO → log. feu (brutto)[301]
GANA → gana (voglia; cf. cat. gana; parola di etimologia originaria incerta)[311]
GARAPIÑA → carapigna (bibita rinfrescante)[312]
GASTO → gastu (spesa, consumo)[301]
GOZOS → log. gosos/gotzos (composizioni poetiche sacre; cf. gocius)
GREMIO → grèmiu (corporazione di diversi mestieri; anche questa parola fa parte dell'italiano parlato in Sardegna, dove i gremi sono per esempio le corporazioni di mestieri dei Candelieri di Sassari o della Sartiglia di Oristano; oltre che in Sardegna e in spagnolo, la parola si usa anche in portoghese, gremio, catalano, gremi, tedesco, Gremium, e nell'italiano parlato in Svizzera, nel Canton Ticino)
GUISAR → ghisare (cucinare; cf.cat. guisar)[301]
HACIENDA → sienda (proprietà)[297]
HÓRREO → òrreu (granaio)
JÍCARA → cìchera, cìcara (tazza; parola originariamente proveniente dal náhuatl)[313]
LÁSTIMA → làstima (peccato, danno, pena; qué lástima → ite làstima (che peccato), me da lástima → mi faet làstima (mi fa pena) )[301]
LUEGO → luegus (subito, fra poco)
MANCHA → log. e camp. mància, nuor. mantza (macchia)
MANTA → manta (coperta; cf. cat. manta)
MARIPOSA → mariposa (farfalla)[301]
MESA → mesa (tavolo)
MIENTRAS → camp. mentras (cf. cat. mentres)
MONTÓN → muntone (mucchio; cf. cat. munt)[314]
OLVIDAR → olvidare (dimenticare)[301]
PEDIR → pedire (chiedere, richiedere)
PELEA → pelea (lotta, lite)[301]
PLATA → prata (argento)
PORFÍA → porfia (ostinazione, caparbietà, insistenza)[315]
POSADA → posada (locanda, luogo di ristoro)
PREGUNTAR, PREGUNTA → preguntare/pregontare, pregunta/pregonta (domandare, domanda; cf. cat. preguntar, pregunta)
PUNTAPIÉ (s.m.) → puntepé/puntepei (s.f.) (calcio, colpo dato con la punta del piede)
PUNTERA → puntera (parte della calza o della scarpa che copre la punta del piede; colpo dato con la punta del piede)
QUERER → chèrrer(e) (volere)
RECREO → recreu (pausa, ricreazione; divertimento)[301]
RESFRIARSE, RESFRÍO → s'arrefriare, arrefriu (raffreddarsi, raffreddore)[301]
SEGUIR → sighire (continuare; seguire; cf. cat. seguir)[297]
TAJA → tacca (pezzo)
TIRRIA, TIRRIOSO → tirria, tirriosu (cattivo sentimento; cf. cat. tírria)[316]
TOMATE (s.m.) → nuor. e centrale tamata/camp. e gall. tumata (s.f.) (pomodoro; parola originariamente proveniente dal náhuatl)[317]
TOPAR → atopare/atopai (incontrare, anche per caso, qualcuno; imbattersi in qualcosa; voce onomatopeica; cf. cat. topar)[318]
VENTANA → log. e camp. ventana/log. bentana (finestra)
VERANO → log. beranu (estate)

Origine toscana/italiana[modifica | modifica wikitesto]

ARANCIO → aranzu/arangiu
AUTUNNO → atonzu/atongiu
BELLO/-A → bellu/-a
BIANCO → biancu
CERTO/-A → tzertu/-a
CINTA → tzinta
CITTADE → ant. kittade → tzitade/citade/tzitadi/citadi (città)
GENTE → zente/genti
INVECE → imbètzes/imbecis
MILLE → milli
OCCHIALI → otzales
SBAGLIO → irballu/isbàlliu/sbàlliu
VERUNO/-A → perunu/-a (alcuno/-a)
ZUCCHERO → thùccaru/tzùccaru/tzùcuru

Prenomi e cognomi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Prenomi sardi e Cognomi sardi.

Dalla lingua sarda derivano tanto i nomi storici di persona (nomen / nomini-e / numene / lumene o lomini) e i soprannomi (nominzu / nomingiu o paralumene / paranomen / paranomine-i), che i sardi avrebbero conferito l'un l'altro fino all'epoca contemporanea, quanto buona parte dei cognomi (sambenadu / sangunau) tuttora diffusi nell'isola.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Occorre notare che Wagner scrisse questo libro nel 1951: il sardo avrebbe dovuto aspettare almeno altri quarant'anni perché fosse riconosciuto anche a livello politico in Italia, almeno formalmente, come una delle sue dodici minoranze etnico-linguistiche storiche.
  2. ^ Un passaggio: In nomine de Pater et Filiu et Sanctu Ispiritu. Ego iudigi Salusi de Lacunu cun muiere mea donna (Ad)elasia, uoluntate de Donnu Deu potestando parte de KKaralis, assolbu llu Arresmundu, priori de sanctu Saturru, a fagiri si carta in co bolit. Et ego Arresmundu, l(eba)nd(u) ass(o)ltura daba (su) donnu miu iudegi Salusi de Lacunu, ki mi illu castigit Donnu Deu balaus (a)nnus rt bonus et a issi et a (muiere) sua, fazzu mi carta pro kertu ki fegi cun isus de Maara pro su saltu ubi si (…. ….)ari zizimi (..) Maara, ki est de sanctu Saturru. Intrei in kertu cun isus de Maara ca mi machelaa(nt) in issu saltu miu (et canpa)niarunt si megu, c'auea cun istimonius bonus ki furunt armadus a iurari, pro cantu kertàà cun, ca fuit totu de sanctu Sat(ur)ru su saltu. Et derunt mi in issu canpaniu daa petra de mama et filia derectu a ssu runcu terra de Gosantini de Baniu et derectu a bruncu d'argillas e derectu a piskina d'arenas e leuat cabizali derectu a sa bia de carru de su mudeglu et clonpit a su cabizali de uentu dextru de ssa doméstia de donnigellu Cumitayet leuet tuduy su cabizali et essit a ssas zinnigas de moori de silba, lassandu a manca serriu et clonpit deretu a ssu pizariu de sellas, ubi posirus sa dìì su tremini et leuat sa bia maiori de genna (de sa) terra al(ba et) lebat su moori (…) a sa terra de sanctu Saturru, lassandu lla issa a manca et lebat su moori lassandu a (manca) sas cortis d'oriinas de(….)si. Et apirus cummentu in su campaniu, ki fegir(us), d'arari issus sas terras ipsoru ki sunt in su saltu miu et (ll)u castiari s(u) saltu et issus hominis mius de Sinnay arari sas terras mias et issas terras issoru ki sunt in saltu de ssus et issus castiari su saltu(u i)ssoru. Custu fegirus plagendu mi a mimi et a issus homi(nis) mius de Sinnay et de totu billa de Maara. Istimonius ki furunt a ssegari su saltu de pari (et) a poniri sus treminis, donnu Cumita de Lacun, ki fut curatori de Canpitanu, Cumita d'Orrù (…….)du, A. Sufreri et Iohanni de Serra, filiu de su curatori, Petru Soriga et Gosantini Toccu Mullina, M(……..)gi Calcaniu de Pirri, C. de Solanas, C. Pullu de Dergei, Iorgi Cabra de Kerarius, Iorgi Sartoris, Laurenz(…..)ius, G. Toccu de Kerarius et P. Marzu de Quartu iossu et prebiteru Albuki de Kibullas et P. de zZippari et M. Gregu, M. de Sogus de Palma et G. Corsu de sancta Ilia et A. Carena, G. Artea de Palma et Oliueri de Kkarda (….) pisanu et issu gonpanioni. Et sunt istimonius de logu Arzzoccu de Maroniu et Gonnari de Laco(n) mancosu et Trogotori Dezzori de Dolia. Et est facta custa carta abendu si lla iudegi a manu sua sa curatoria de Canpitanu pro logu salbadori (et) ki ll'(aet) deuertere, apat anathema (daba) Pater et Filiu et Sanctu Ispiritu, daba XII Appostolos et IIII Euangelistas, XVI Prophetas, XXIV Seniores, CCC(XVIII) Sanctus Patris et sorti apat cun Iuda in ifernum inferiori. Siat et F. I. A. T.
  3. ^ E inper(a)tor(e) ki l ati kastikari ista delegantzia e fagere kantu narat ista carta siat benedittu…
  4. ^ Un passaggio: Ego Benedictus operaius de Santa Maria de Pisas Ki la fatho custa carta cum voluntate di Domino e de Santa Maria e de Santa Simplichi e de indice Barusone de Gallul e de sa muliere donna Elene de Laccu Reina appit kertu piscupu Bernardu de Kivita, cum Iovanne operariu e mecum e cum Previtero Monte Magno Kercate nocus pro Santa Maria de vignolas… et pro sa doma de VillaAlba e de Gisalle cum omnia pertinentia is soro…. essende facta custa campania cun sii Piscupu a boluntate de pare torraremus su Piscupu sa domo de Gisalle pro omnia sua e de sos clericos suos, e issa domo de Villa Alba, pro precu Kindoli mandarun sos consolos, e nois demus illi duas ankillas, ki farmi cojuvatas, suna cun servo suo in loco de rnola, e sattera in templo cun servii de malu sennu: a suna naran Maria Trivillo, a sattera jorgia Furchille, suna fuit de sa domo de Villa Alba, e sattera fuit de Santu Petru de Surake ……. Testes Judike Barusone, Episcopu Jovanni de Galtellì, e Prite Petru I upu e Gosantine Troppis e prite Marchu e prite Natale e prite Gosantino Gulpio e prite Gomita Gatta e prite Comita Prias e Gerardu de Conettu …….. e atteros rneta testes. Anno dom.milles.centes.septuag.tertio
  5. ^ Un passaggio: Vois messer N. electu potestate assu regimentu dessa terra de Sassari daue su altu Cumone de Janna azes jurare a sancta dei evangelia, qui fina assu termen a bois ordinatu bene et lejalmente azes facher su offitiu potestaria in sa dicta terra de Sassari…
  6. ^ Qui, ad esempio, è riportato un passaggio sulla pena assegnata al reato di stupro: XXI CAPIDULU - De chi levarit per forza mygeri coyada. - Volemus ed ordinamus chi si alcun homini levarit per forza mugeri coyada, over alcun'attera femina, chi esserit jurada, o isponxellarit alcuna virgini per forza, e dessas dittas causas esserit legittimamenti binchidu, siat iuygadu chi paghit pro sa coyada liras chimbicentas; e si non pagat infra dies bindighi, de chi hat a esser juygadu, siat illi segad'uno pee pro moda ch'illu perdat. E pro sa bagadìa siat juygadu chi paghit liras ducentas, e siat ancu tenudu pro levarilla pro mugeri, si est senza maridu, e placchiat assa femina; e si nolla levat pro mugeri, siat ancu tentu pro coyarilla secundu sa condicioni dessa femina, ed issa qualidadi dess'homini. E si cussas caussas issu non podit fagheri a dies bindighi de chi hat a esser juygadu, seghintilli unu pee per modu ch'illu perdat. E pro sa virgini paghit sa simili pena; e si non hadi dae hui pagari, seghintilli unu pee, ut supra. (trad. di Francesco Cesare Casula ne La Carta de Logu del Regno di Arborea: XXI - CAPITOLO VENTUNESIMO. Di chi violentasse una donna sposata. Vogliamo ed ordiniamo che se un uomo violenta una donna maritata, o una qualsiasi sposa promessa, o una vergine, ed è dichiarato legittimamente colpevole, sia condannato a pagare per la donna sposata lire cinquecento; e se non paga entro quindici giorni dal giudizio gli sia amputato un piede. Per la nubile, sia condannato a pagare duecento lire e sia tenuto a sposarla, se è senza marito (=promesso sposo) e se piace alla donna. Se non la sposa (perché lei non è consenziente), sia tenuto a farla accasare (munendola di dote) secondo la condizione (sociale) della donna e la qualità (= il rango) dell'uomo. E se non è in grado di assolvere ai suddetti òneri entro quindici giorni dal giudizio, gli sia amputato un piede. Per la vergine, sia condannato a pagare la stessa cifra sennò gli sia amputato un piede come detto sopra.)
  7. ^ È da notare che Cagliari, come d'altronde Alghero, subì un processo di ripopolamento ad opera degli aragonesi (Francesco C. Casula, La storia di Sardegna, 1994, p.424).
  8. ^ …L'Alguer castillo fuerte bien murado / con frutales por tierra muy divinos / y por la mar coral fino eltremado / es ciudad de mas de mil vezinos…
  9. ^ Un passaggio: Jn Dei nomine Amen, noverint comente sende personalmente constituidos in presensia mia notariu et de sos testimongios infrascrittos sa viuda Caterina Casada et Coco mugere fuit de su Nigola Casada jàganu, Franziscu Casada et Joanne Casada Frades, filios de su dittu Nigola et Caterina Casada de sa presente cittade faguinde custas cosas gratis e de certa sciensia insoro, non per forza fraudu, malìssia nen ingannu nen pro nexuna attera sinistra macchinassione cun tottu su megius modu chi de derettu poden et deven, attesu et cunsideradu chi su dittu Nigola Casada esseret siguida dae algunos corpos chi li dein de notte, pro sa quale morte fettin querella et reclamo contra sa persona de Pedru Najtana, pro paura de sa justissia, si ausentait, in sa quale aussensia est dae unu annu pattinde multos dannos, dispesas, traballos e disusios.
  10. ^ La dinastia regnante sarebbe invece rimasta francofona per lungo tempo. È noto che ancora nel 1943, all'allora principe Umberto che chiedeva di tornare a Roma invece di partecipare alla fuga verso Brindisi, la regina rispose in francese «Non, Beppo, tu n'iras pas, on va te tuer»: Luciano Regolo, Il re Signore, Simonelli, p. 432, mentre il re gli parlò in piemontese.
  11. ^ Nella Dedica alla moglie di Carlo Alberto, finanche per sfuggire alle maglie della censura, si possono scorgere diversi passaggi in cui omaggiava le politiche di acculturazione perseguite in Sardegna, quali "Era destino che la dolcissima Italiana favella, sebbene nata sulle amene sponde dell'Arno, divenuta sarebbe un dì anche ricco patrimonio degli Abitanti del Tirso" (p. 5) e, formulando un voto di fedeltà alla nuova dinastia di reggenti in luogo della spagnola, "Di tanto bene la Sardegna è debitrice alla Augustissima CASA SABAUDA, la quale, cessata l'ispanica dominazione, con tante savie istituzioni promosse in ogni tempo le scienze, statuendo fin dalla metà del secolo trascorso, che nei Dicasteri e nel pubblico insegnamento delle Scuole Inferiori si facesse uso di quel Toscano che fu poscia la lingua di quante persone ebbero voce di bennate e di colte." (p. 6). Nella Prefazione, più specificamente intitolata Al giovanetto alunno, si dichiara l'intenzione già comune al Porru di pubblicare un lavoro dedicato alla didattica dell'italiano, partendo dalle differenze e similitudini fornite dalla grammatica di un'altra lingua più familiare, il sardo.
  12. ^ In realtà, relativamente recenti in quanto databili intorno alla seconda metà dell'Ottocento, in seguito alla già menzionata Perfetta Fusione; difatti, neanche nella trattazione settecentesca di autori quali il Cetti si rinvengono giudizi di valore circa la dignità del sardo, sulla cui indipendenza linguistica convenivano generalmente anche gli autori italiani (vedi nota 114, E.Blasco Ferrer).
  13. ^ "O sardu, si ses sardu e si ses bonu, / Semper sa limba tua apas presente: / No sias che isciau ubbidiente / Faeddende sa limba 'e su padronu. / Sa nassione chi peldet su donu / De sa limba iscumparit lentamente, / Massimu si che l'essit dae mente / In iscritura che in arrejonu. / Sa limba 'e babbos e de jajos nostros / No l'usades pius nemmancu in domo / Prite pobera e ruza la creides. / Si a iscola no che la jughides / Po la difunder menzus, dae como / Sezis dissardizende a fizos bostros." ("O sardo, se sei sardo e sei bravo / abbi sempre presente la tua lingua: / non essere come uno schiavo ubbidiente / che parla la lingua del padrone. / La nazione che perde il dono / della lingua scompare lentamente, / soprattutto se le esce dalla mente / scrivendo e discorrendo. / La lingua dei nostri padri e dei nostri nonni / non la usate più neanche a casa / dal momento che la ritenete povera e rozza. / Se non la portate a scuola / ora, per diffonderla meglio, / starete de-sardizzando i vostri figli.") in Piras, Raimondo. No sias isciau (RTF), su poesias.it.
  14. ^ È interessante notare come nella questione linguistica sarda possa, per certi versi, sussistere un parallelismo con l'Irlanda, in cui un similare fenomeno ha assunto il nome di circolo vizioso dell'Irish Gaeltacht (Cfr. Edwards 1985). Difatti in Irlanda, all'abbassamento di prestigio del gaelico verificatosi quando esso risultò parlato in aree socialmente ed economicamente depresse, si aggiunse l'emigrazione da tali aree verso quelle urbane e ritenute economicamente più avanzate, nelle quali l'idioma maggioritario (l'inglese) sarebbe stato destinato a sopraffare e prevalere su quello minoritario degli emigranti.
  15. ^ Non è un caso che queste tre lingue, protette da accordi internazionali, siano le uniche minoranze linguistiche ritenute da Gaetano Berruto (Lingue minoritarie, in XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, pp. 335-346., 2009) come non minacciate.

Bibliografiche e sitografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ AA. VV. Calendario Atlante De Agostini 2017, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 2016, p. 230
  2. ^ The World Atlas of Language Structures Online, Sardinian
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  4. ^ Maurizio Virdis Plasticità costruttiva della frase sarda (e la posizione del soggetto), Rivista de filologia romanica, 2000 https://www.academia.edu/1500200/Plasticit%C3%A0_costruttiva_della_frase_sarda_e_la_posizione_del_Soggetto_
  5. ^ a b Legge 482, su www.camera.it. URL consultato il 25 novembre 2015.
  6. ^ a b Legge Regionale 15 ottobre 1997, n. 26-Regione Autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su www.regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015.
  7. ^ a b Legge Regionale 3 luglio 2018, n. 22-Regione autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su www.regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015.
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  9. ^ Regione Autonoma della Sardegna, LIMBA SARDA COMUNA - Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell’Amministrazione regionale (PDF), pp. 6, 7, 55.
    «in altri casi, per salvaguardare la distintività del sardo, si è preferita la soluzione centro-settentrionale, come nel caso di limba, chena, iscola, ecc..».
  10. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  11. ^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis Archiviato il 26 gennaio 2016 in Internet Archive. - Ilisso
  12. ^ Manuale di linguistica sarda, 2017, A cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, pp.209.
  13. ^ «Il sardo rappresenta un insieme dialettale fortemente originale nel contesto delle varietà neolatine e nettamente differenziato rispetto alla tipologia italoromanza, e la sua originalità come gruppo a sé stante nell’ambito romanzo è fuori discussione.» Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it.
  14. ^ Perché il sardo è una lingua - Alexandra Porcu
  15. ^ Contini & Tuttle, 1982: 171; Blasco Ferrer, 1989: 14
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  18. ^ Sardegna, isola del silenzio, Manlio Brigaglia
  19. ^ a b c Heinz Jürgen Wolf, p.20.
  20. ^ «Nel 1948 la Sardegna diventa, anche per le sue peculiarità linguistiche, Regione Autonoma a statuto speciale. Tuttavia a livello politico, ufficiale, non cambia molto per la minoranza linguistica sarda, che, con circa 1,2 milioni di parlanti, è la più numerosa tra tutte le comunità alloglotte esistenti sul territorio italiano…». De Concini, Wolftraud (2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana: Comune, p.196.
  21. ^ Lingue di Minoranza e Scuola, Sardo, su minoranze-linguistiche-scuola.it. URL consultato il 15 aprile 2019 (archiviato dall'url originale il 16 ottobre 2018).
  22. ^ a b Inchiesta ISTAT 2000, pg.105-107 (PDF), su portal-lem.com.
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  26. ^ Koryakov Y.B. Atlas of Romance languages. Mosca, 2001
  27. ^ a b Una lingua unitaria che non ha bisogno di standardizzazioni, Roberto Bolognesi
  28. ^ a b Sardinian intonational phonology: Logudorese and Campidanese varieties, Maria Del Mar Vanrell, Francesc Ballone, Carlo Schirru, Pilar Prieto
  29. ^ Marinella Lőrinczi, Confini e confini. Il valore delle isoglosse (a proposito del sardo)
  30. ^ Bolognesi, Roberto. Le identità linguistiche dei sardi, Condaghes, 2013, pg.137
  31. ^ Bolognesi, Roberto. Le identità linguistiche dei sardi, Condaghes, 2013, pg.138
  32. ^ «In altre parole, queste divisioni del sardo in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla necessità - chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della Sardegna in due "capi". […] La grande omogeneità grammaticale del sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per mancanza di cultura linguistica, ma soprattutto per la volontà, riscontrata esplicitamente in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in varietà "pure" e "spurie". In altri termini, la divisione del sardo in due varietà nettamente distinte è frutto di un approccio ideologico alla variazione dialettale in Sardegna.» Bolognesi, Roberto. Le identità linguistiche dei sardi, Condaghes, 2013, pg.141
  33. ^ Bolognesi, Roberto (2013). Le identità linguistiche dei sardi, Condaghes, pg.93
  34. ^ Contini, Michel (1987). Ètude de géographie phonétique et de phonétique instrumentale du sarde, Edizioni dell'Orso, Cagliari
  35. ^ Bolognesi R. & Heeringa W., 2005, Sardegna fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi, Condaghes, Cagliari
  36. ^ «Queste pretese barriere sono costituite da una manciata di fenomeni lessicali e fonetico-morfologici che, comunque, non impediscono la mutua comprensibilità tra parlanti di diverse varietà del sardo. Detto questo, bisogna ripetere che le varie operazioni di divisione del sardo in due varietà sono tutte basate quasi esclusivamente sull'esistenza di pronunce diverse di lessemi (parole e morfemi) per il resto uguali. […] Come si è visto, non solo la sintassi di tutte le varietà del sardo è praticamente identica, ma la quasi totalità delle differenze morfologiche è costituita da differenze, in effetti, lessicali e la percentuale di parole realmente differenti si aggira intorno al 10% del totale.» Bolognesi, Roberto. Le identità linguistiche dei sardi, Condaghes, 2013, pg.141
  37. ^ Stima su un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei sardi
  38. ^ Perché si parla catalano ad Alghero? - Corpus Oral de l'Alguerès
  39. ^ La minoranza negata: i Tabarchini, Fiorenzo Toso - Treccani
  40. ^ Meyer Lübke, Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti toscani, 1927, riduzione e traduzione di M. Bartoli, Torino, Loesher, 1972, p. 216. Sta in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562
  41. ^ Floris, Giovanni (1998). L'uomo in Sardegna: aspetti di antropobiologia ed ecologia umana, Sestu, Zonza, p.207
  42. ^ Mauro Maxia, Studi sardo-corsi, 2010, p.69
  43. ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996. p. 562
  44. ^ Sito della Regione Autonoma della Sardegna, Anna Oppo (curatrice del rapporto finale) e AA. Vari (Giovanni Lupinu, Alessandro Mongili, Anna Oppo, Riccardo Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes), Le lingue dei Sardi, Cagliari, 2007, p. 69
  45. ^ Eduardo Blasco Ferrer (2010), p.137-152.
  46. ^ Mary Carmen Iribarren Argaiz, Los vocablos en -rr- de la lengua sarda, su dialnet.unirioja.es, 16 aprile 2017.
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  49. ^ F.C.Casùla(1994), p.110.
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  51. ^ M. Wescher e M. Blancard, Charte sarde de l’abbaye de Saint-Victor de Marseille écrite en caractères grecs, in "Bibliothèque de l’ École des chartes", 35 (1874), pp. 255–265
  52. ^ Un’inedita carta sardo-greca del XII secolo nell’Archivio Capitolare di Pisa, di Alessandro Soddu – Paola Crasta – Giovanni Strinna
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  54. ^ "La lingua sarda acquisì dignità di lingua nazionale già dall'ultimo scorcio del secolo XI quando, grazie a favorevoli circostanze storico-politiche e sociali, sfuggì alla limitazione dell'uso orale per giungere alla forma scritta, trasformandosi in volgare sardo." Cecilia Tasca (a cura di), 2003. Manoscritti e lingua sarda, La memoria storica, p.15
  55. ^ "I Sardi inoltre sono i primi fra tutti i popoli di lingua romanza a fare della lingua comune della gente, la lingua ufficiale dello Stato, del Governo…" Puddu, Mario (2002). Istoria de sa limba sarda, Ed. Domus de Janas, Selargius, pg.14
  56. ^ Gian Giacomo Ortu, La Sardegna dei Giudici p.264, Il Maestrale 2005
  57. ^ Maurizio Virdis, Le prime manifestazioni della scrittura nel cagliaritano, in Judicalia, Atti del Seminario di Studi Cagliari 14 dicembre 2003, a cura di B. Fois, Cagliari, Cuec, 2004, pp. 45-54.
  58. ^ Come rileva, fra l'altro, il Muratori, «Potissimum vero ad usurpandum in scriptis Italicum idioma gentem nostram fuisse adductam puto finitimarum exemplo, Provincialium, Corsorum atque Sardorum» ("In verità ritengo anzitutto che la nostra gente [italiana] sia stata indotta a usare nello scritto l'idioma italico, seguendo l'esempio dei vicini Provenzali, Corsi e Sardi") e, più in là, «Sardorum quoque et Corsorum exemplum memoravi Vulgari sua Lingua utentium, utpote qui Italis preivisse in hoc eodem studio videntur» ("Ho ricordato, fra l'altro, l'esempio dei Sardi e dei Corsi, che hanno impiegato la propria lingua volgare, come quelli che in ciò hanno preceduto gli Italiani"). Antonio, Ludovico Antonio (1739). Antiquitates Italicae Moedii Evi, Mediolani, t. 2, col.1049
  59. ^ De Vulgari Eloquentia, parafrasi e note a cura di Sergio Cecchin. Edizione di riferimento: Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986: «…Eliminiamo anche i Sardi (che non sono Italiani, ma sembrano accomunabili agli Italiani) perché essi soli appaiono privi di un volgare loro proprio e imitano la "gramatica" come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti "domus nova" e "dominus meus".»
  60. ^ Dantis Alagherii De Vulgari Eloquentia Liber Primus, The Latin Library: Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur. (Lib. I, XI, 7)»
  61. ^ a b Marinella Lőrinczi, La casa del signore. La lingua sarda nel De vulgari eloquentia
  62. ^ Domna, tant vos ai preiada (BdT 392.7), vv. 74-75
  63. ^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis Archiviato il 26 gennaio 2016 in Internet Archive. - Ilisso, pp.78
  64. ^ Le sarde, una langue normale - Jean-Pierre Cavaillé
  65. ^ Dittamondo III XII 56 ss.
  66. ^ Archivio Cassinense Perg. Caps. XI, n. 11 " e "TOLA P., Codice Diplomatico della Sardegna, I, Sassari, 1984, p. 153
  67. ^ Giovanni Strinna, La carta di Nicita e la clausula defensionis
  68. ^ Corrado Zedda, Raimondo Pinna, (2009) La Carta del giudice cagliaritano Orzocco Torchitorio, prova dell'attuazione del progetto gregoriano di riorganizzazione della giurisdizione ecclesiastica della Sardegna. Collana dell'Archivio storico e giuridico sardo di Sassari. Nuova serie, 10 . Todini, Sassari. (PDF), su archiviogiuridico.it. URL consultato il 2 ottobre 2017 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
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  73. ^ Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol. II, p. 582
  74. ^ Antonietta Orunesu, Valentino Pusceddu (a cura di). Cronaca medioevale sarda: i sovrani di Torres, 1993, Astra, Quartu S.Elena, p. 11
  75. ^ Tale indirizzo politico, poi palesatosi con la lunga guerra sardo-catalana, era già manifesto nel 1164 sotto la reggenza di Barisone I de Lacon-Serra, il cui sigillo recava le iscrizioni, di tipo decisamente "sardista" (Casula, Francesco Cesare. La scrittura in Sardegna dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino Editore, p.91) Baresonus Dei Gratia Rei Sardiniee ("Barisone, per grazia di Dio Re di Sardegna") e Est vis Sardorum pariter regnum Populorum ("È la forza dei Sardi pari al regno dei Popoli").
  76. ^ a b "I sardi di Arborea si allearono ai catalani per cacciare gli italiani. I pisani, battuti, lasciarono l'isola nel 1326. I genovesi seguirono la stessa sorte nel 1348. La nuova dominazione innesca però una sorta di rudimentale sentimento nazionale isolano. I sardi, cacciati finalmente i vecchi dominatori (gli italiani) intendono cacciare anche i catalani. Mariano IV di Arborea vuole infatti unificare l'isola sotto il suo scettro e impegna a tal punto le forze catalane che Pietro IV di Aragona è costretto a venire di persona nell'isola al comando di un nuovo esercito per consolidare la sua conquista." Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.179
  77. ^ «…È evidente», scrive Francesco Cesare Casula, «…che la diversità di lingua e forse un atteggiamento di superiorità nei confronti dei Sardi da parte degli Aragonesi mal accetto in generale e in particolare in un Paese che si considerava sovrano fece si che l'Arborea si mantenesse fedele alla tradizione italiana ormai recepita da secoli e adattata alle esigenze locali.» Francesco Cesare Casula, Cultura e e scrittura nell'Arborea al tempo della Carta de Logu, sta in Il mondo della Carta de Logu, Cagliari, 1979, 3 tomi, p. 71-109. La citazione si trova in: Francesco Bruni (direttore), AA.VV. Storia della lingua italiana, vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, 1992 e 1996, Garzanti, Milano, 1996, p. 581, ISBN 88-11-20472-0
  78. ^ Lo studio delle fonti documentarie di Arborea effettuato da Francesco Cesare Casula rileverebbe, a detta dell'autore, non solo il perdurare della cultura toscana, ma persino «un'affermazione di italianità». Francesco Cesare Casula, op. cit., 1979, p. 87; sta in Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol II 1992 e 1996, p. 584
  79. ^ Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol. II, 1992 e 1996, p. 584-585
  80. ^ Ferrer, Eduardo Blasco (1984). Storia linguistica della Sardegna, Niemeyer, Tübingen, p.132.
  81. ^ a b «[I Sardi] parlano una loro lingua peculiare, il sardo, sia in versi che in prosa, e questo in particolare nel Capo del Logudoro ove è più pura, più ricca ed elegante. E giacché sono immigrati qui, ed ogni giorno ve ne giungono altri per praticarvi il commercio, molti spagnoli (tarragonesi o catalani) ed italiani, si parlano anche le lingue spagnola (tarragonese o catalana) e quella italiana, sicché in un medesimo popolo si dialoga in tutti questi idiomi. I Cagliaritani e gli Algheresi si esprimono però, in genere, nella lingua dei loro maggiori, cioè il catalano, mentre gli altri conservano quella autentica dei Sardi.» Testo originale: «[Sardi] Loquuntur lingua propria sardoa, tum ritmice, tum soluta oratione, praesertim in Capite Logudorii, ubi purior copiosior, et splendidior est. Et quia Hispani plures Aragonenses et Cathalani et Itali migrarunt in eam, et commerciorum caussa quotidie adventant, loquuntur etiam lingua hispanica et cathalana et italica; hisque omnibus linguis concionatur in uno eodemque populo. Caralitani tamen et Algharenses utuntur suorum maiorum lingua cathalana; alii vero genuinam retinent Sardorum linguam.» Fara, Francesco Giovanni (1580). De Rebus Sardois, De natura et moribus Sardorum, 1835-1580, Torino, p.51. Traduzione di Giovanni Lupinu da Ioannis Francisci Farae (1992-1580), In Sardiniae Chorographiam, v.1, "Sulla natura e usi dei Sardi", Gallizzi, Sassari.
  82. ^ Gessner, Conrad (1555). De differentiis linguarum tum veterum tum quae hodie apud diversas nationes in toto orbe terraru in usu sunt, Sardorum lingua: pp. 66-67
  83. ^ Sigismondo Arquer (a cura di Maria Teresa Laneri, 2008). Sardiniae brevis historia et descriptio, CUEC, pg.30-31, De Sardorum Lingua.. «certamente i sardi ebbero un tempo una lingua propria, ma poiché diversi popoli immigrarono nell'isola e il suo governo fu assunto da sovrani stranieri (vale a dire da Latini, pisani, genovesi, spagnoli e africani), la loro lingua fu pesantemente corrotta, pur rimanendo un gran numero di vocaboli che non si ritrovano in alcun idioma. Ancor oggi essa conserva molti vocaboli della parlata latina. […] È per questo che i sardi, a seconda delle zone, parlano in maniera tanto diversa: appunto perché ebbero una dominazione così varia; ciò nonostante, fra loro si comprendono perfettamente. In questa isola vi sono comunque due lingue principali, una che si usa nelle città e un'altra che si usa al di fuori delle città: i cittadini parlano comunemente la lingua spagnola, tarragonese o catalana, che appresero dagli ispanici, i quali ricoprono in quelle città la gran parte delle magistrature; gli altri, invece, conservano la lingua genuina dei sardi.» Testo originale: «Habuerunt quidem Sardi linguam propriam, sed quum diversi populi immigraverint in eam atque ab exteris principibus eius imperium usurpatum fuerit, nempe Latinis, Pisanis, Genuensibus, Hispanis et Afris, corrupta fuit multum lingua eorum, relictis tamen plurimis vocabulis, quae in nullo inveniuntur idiomate. […] Hinc est quod Sardi in diversis locis tam diverse loquuntur, iuxta quod tam varium habuerunt imperium, etiamsi ipsi mutuo sese recte intelligant. Sunt autem duae praecipuae in ea insula linguae, una qua utuntur in civitatibus, et altera qua extra civitates. Oppidani loquuntur fere lingua Hispanica, Tarraconensi seu Catalana, quam didicerunt ab Hispanis, qui plerumque magistratum in eisdem gerunt civitatibus: alii vero genuinam retinent Sardorum Linguam.» Sigismondo Arquer (a cura di Maria Teresa Laneri, 2008). Sardiniae brevis historia et descriptio, CUEC, pg.30-31, De Sardorum Lingua
  84. ^ Max Leopold Wagner, op. cit., 1951, p. 391 e Antonio Sanna, Il dialetto di Sassari, Cagliari, Trois, 1975, p. 18 e seg. Entrambi sono in Frandesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562
  85. ^ a b Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (PDF), su http://www.filologiasarda.eu. URL consultato il 30 giugno 2018.
  86. ^ Incipit di Lettera al Maestro in "La Sardegna e la Corsica", a cura di Ines Loi Corvetto, Torino, UTET Libreria, 1993: Semper happisi desiggiu, Illustrissimu Segnore, de magnificare, & arrichire sa limba nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas naciones dessu mundu hant magnificadu & arrichidu; comente est de vider per isos curiosos de cuddas.
  87. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Berna, Francke Verlag, 1951. p. 185. Sta in Francesco Bruni, op. cit.. 1992 e 1996. p. 584
  88. ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 584
  89. ^ Ci si riferisce allo statuto della Confraternita del SS. Sacramento, fondata nel 1639 e della costituzione di quella dei Servi di Maria. Francesco Bruni, op. cit., 1882 e 1996, p. 591
  90. ^ Vicenç Bacallar, el sard botifler als orígens de la Real Academia Española - VilaWeb
  91. ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 591
  92. ^ a b Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda: dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p.92
  93. ^ «Il brano qui riportato non è soltanto illustrativo di una chiara evoluzione di diglossia con bilinguismo dei ceti medio-alti (il cavaliere sa lo spagnolo e il sardo), ma anche di un rapporto gerarchico, tra lingua dominante (o "egèmone", come direbbe Gramsci) e subordinata, che tuttavia concede spazio al codice etnico, rispettato e persino appreso dai conquistatori.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p.99
  94. ^ (ES) Vicente G. Olaya, La segunda vida de los tercios, in El País, 6 gennaio 2019. URL consultato il 4 giugno 2019.
  95. ^ Matheu Garipa, Ioan (1627). Legendariu de santas virgines, et martires de Iesu Crhistu, 1627, Per Lodouicu Grignanu, Roma
  96. ^ «Totu sas naziones iscrient e imprentant sos libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa Sardigna – sigomente est una natzione – depet iscriere e imprentare sos libros in limba sarda. Una limba chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de afinicamentos, ma non est de contu prus pagu de sas ateras limbas neolatinas.» ("Tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella propria lingua natale, e dunque anche la Sardegna - dal momento che è una nazione - deve scrivere e stampare libri in lingua sarda. Una lingua - segue il Garipa - che senza dubbio necessita di arricchimenti e limature, ma non è meno importante rispetto alle altre lingue neolatine."). Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e oe
  97. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.180
  98. ^ M. Lepori, Dalla Spagna ai Savoia. Ceti e corona della Sardegna del Settecento (Roma, 2003)
  99. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 86-87
  100. ^ Palmarocchi, Roberto (1936). Sardegna sabauda, v.I, Tip. Mercantile G. Doglio, Cagliari, p.87
  101. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p.86
  102. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p.110
  103. ^ «L'italianizzazione dell'isola fu un obiettivo fondamentale della politica sabauda, strumentale a un più ampio progetto di assimilazione della Sardegna al Piemonte.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p.92
  104. ^ «En aquest sentit, la italianització definitiva de l'illa representava per a ell l'objectiu més urgent, i va decidir de contribuir-hi tot reformant les Universitats de Càller i de Sàsser, bandejant-ne alhora els jesuïtes de la direcció per tal com mantenien encara una relació massa estreta amb la cultura espanyola. El ministre Bogino havia entès que només dins d'una Universitat reformada podia crear-se una nova generació de joves que contribuïssin a homogeneïtzar de manera absoluta Sardenya amb el Piemont.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss.XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1
  105. ^ The phonology of Campidanian Sardinian : a unitary account of a self-organizing structure, Roberto Bolognesi, The Hague: Holland Academic Graphics
  106. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 88, 91
  107. ^ S'italianu in Sardigna? Impostu a òbligu de lege cun Boginu - LimbaSarda 2.0
  108. ^ La "limba" proibita nella Sardegna del Settecento (da "Ritorneremo", una storia tramandata oralmente) - MeiloguNotizie.net
  109. ^ «Ai funzionari sabaudi, inseriti negli ingranaggi dell'assolutismo burocratico ed educati al culto della regolarità e della precisione, l'isola appariva come qualcosa di estraneo e di bizzarro, come un Paese in preda alla barbarie e all'anarchia, popolato di selvaggi tutt'altro che buoni. Era difficile che quei funzionari potessero considerare il diverso altrimenti che come puro negativo. E infatti essi presero ad applicare alla Sardegna le stesse ricette applicate al Piemonte. Dirigeva la politica per la Sardegna il ministro Bogino, ruvido e inflessibile.». Guerci, Luciano (2006). L'Europa del Settecento : permanenze e mutamenti , UTET, p.576
  110. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p.80
  111. ^ a b Bolognesi, Roberto; Heeringa, Wilbert. Sardegna fra tante lingue, pp.25, 2005, Condaghes
  112. ^ a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.181
  113. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89
  114. ^ Caria, Clemente (1981). Canto sacro-popolare in Sardegna, Oristano, S'Alvure, p.45
  115. ^ «Il sistema di controllo capillare, in ambito amministrativo e penale, che introduce il Governo sabaudo, rappresenterà, fino all'Unità, uno dei canali più diretti di contatto con la nuova lingua "egemone" (o lingua-tetto) per la stragrande maggioranza della popolazione sarda.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p.111
  116. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89, 92
  117. ^ Manuale di linguistica sarda, 2017, A cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, pp.209: «…La più diffusa, e storicamente precocissima, consapevolezza dell'isola circa lo statuto di "lingua a sé" del sardo, ragion per cui il rapporto tra il sardo e l'italiano ha teso a porsi fin dall'inizio nei termini di quello tra due lingue diverse (benché con potere e prestigio evidentemente diversi), a differenza di quanto normalmente avvenuto in altre regioni italiane, dove, tranne forse nel caso di altre minoranze storiche, la percezione dei propri "dialetti" come "lingue" diverse dall'italiano sembrerebbe essere un fatto relativamente più recente e, almeno apparentemente, meno profondamente e drammaticamente avvertito. Né prima né dopo il passaggio del Regno di Sardegna dalla Spagna ai Savoia, infatti, nessun sardo, per quanto incolto, avrebbe potuto condividere o prendere per buono il noto cliché, piuttosto diffuso in altre regioni, del proprio dialetto quale forma "corrotta" e degradata dell'italiano stesso. Ma la percezione di alterità linguistica era condivisa e avvertita da qualsiasi italiano che avesse occasione di risiedere o passare nell'isola […].
  118. ^ Manuale di linguistica sarda, 2017, A cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, pp.210
  119. ^ […]È tanto nativa per me la lingua italiana, come la latina, francese o altre forestiere che solo s'imparano in parte colla grammatica, uso e frequente lezione de' libri, ma non si possiede appieno[…] diceva infatti tale Andrea Manca Dell'Arca, agronomo sassarese della fine del Settecento ('Ricordi di Santu Lussurgiu di Francesco Maria Porcu In Santu Lussurgiu dalle Origini alla "Grande Guerra" - Grafiche editoriali Solinas - Nuoro, 2005)
  120. ^ Francesco Sabatini, Minoranze e culture regionali nella storiografia linguistica italiana, sta in I dialetti e le lingue delle minoranze di fronte all'italiano (Atti dell'XI Congresso internazionale di studi della SLI, Società di linguistica italiana, a cura di Federico Albano Leoni, Cagliari, 27-30 maggio 1977 e pubblicati da Bulzoni, Roma, 1979, p. 14)
  121. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p.127
  122. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.182-183
  123. ^ Madau, Matteo (1782). Saggio d'un'opera intitolata Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue, la greca e la latina, Bernardo Titard, Cagliari
  124. ^ Matteo Madau - Dizionario Biografico Treccani
  125. ^ Matteo Madau, Ichnussa
  126. ^ Sa limba tocare solet inue sa dente dolet - Maurizio Virdis
  127. ^ Un arxipèlag invisible: la relació impossible de Sardenya i Còrsega sota nacionalismes, segles XVIII-XX - Marcel Farinelli, Universitat Pompeu Fabra. Institut Universitari d'Història Jaume Vicens i Vives, pp.285
  128. ^ a b Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 111-112
  129. ^ Febrés, la prima grammatica sul sardo. A lezione di limba dal gesuita catalano, Sardiniapost.it.
  130. ^ Febres, Andres (1786). Prima grammatica de' tre dialetti sardi , Cagliari [consultabile nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, Collezione Baille, ms. 11.2.K., n.18]
  131. ^ «[Il Porru] In generale considera la lingua un patrimonio che deve essere tutelato e migliorato con sollecitudine. In definitiva, per il Porru possiamo ipotizzare una probabilmente sincera volontà di salvaguardia della lingua sarda che però, dato il clima di severa censura e repressione creato dal dominio sabaudo, dovette esprimersi tutta in funzione di un miglior apprendimento dell'italiano. Siamo nel 1811, ancora a breve distanza dalla stagione calda della rivolta antifeudale e repubblicana, dentro il periodo delle congiure e della repressione.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 112-113
  132. ^ Johanne Ispanu, Ortographia Sarda Nationale o siat Grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana (PDF), Kalaris, Reale Stamperia, 1840.
  133. ^ […]Ciononostante le due opere dello Spano sono di straordinaria importanza, in quanto aprirono in Sardegna la discussione sul "problema della lingua sarda", quella che sarebbe dovuta essere la lingua unificata ed unificante, che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola sulle particolarità dei singoli dialetti e suddialetti, la lingua della nazione sarda, con la quale la Sardegna intendeva inserirsi tra le altre nazioni europee, quelle che nell'Ottocento avevano già raggiunto o stavano per raggiungere la loro attuazione politica e culturale, compresa la nazione italiana. E proprio sulla falsariga di quanto era stato teorizzato ed anche attuato a favore della nazione italiana, che nell'Ottocento stava per portare a termine il processo di unificazione linguistica, elevando il dialetto fiorentino e toscano al ruolo di "lingua nazionale", chiamandolo "italiano illustre", anche in Sardegna l'auspicata "lingua nazionale sarda" fu denominata "sardo illustre". Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp. 11-12, Premessa
  134. ^ «Il presente lavoro però restringesi propriamente al solo Logudorese ossia Centrale, che questo forma la vera lingua nazionale, la più antica ed armoniosa e che soffrì alterazioni meno delle altre». Ispanu, Johanne (1840). Ortographia sarda nationale o siat grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana, pg.12
  135. ^ "Una innovazione in materia di incivilimento della Sardegna e d'istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe importantissima, si è quella di proibire severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l'uso dei dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua italiana. Attualmente in sardo si gettano i così detti pregoni o bandi; in sardo si cantano gl'inni dei Santi (Goccius), alcuni dei quali privi di dignità… È necessario inoltre scemare l'uso del dialetto sardo [sic] ed introdurre quello della lingua italiana anche per altri non men forti motivi; ossia per incivilire alquanto quella nazione, sì affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo,… sì finalmente per togliere una delle maggiori divisioni, che sono fra la Sardegna e i Regi stati di terraferma." (Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, 1848 - Carlo Baudi di Vesme)
  136. ^ a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.184
  137. ^ «Des del seu càrrec de capità general, Carles Fèlix havia lluitat amb mà rígida contra les darreres actituds antipiemonteses que encara dificultaven l'activitat del govern. Ara promulgava el Codi felicià (1827), amb el qual totes les lleis sardes eren recollides i, sovint, modificades. Pel que ara ens interessa, cal assenyalar que el nou codi abolia la Carta de Logu – la «consuetud de la nació sardesca», vigent des de l'any 1421 – i allò que restava de l'antic dret municipalista basat en el privilegi.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss.XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1
  138. ^ a b c d Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it.
  139. ^ Spanu, Gian Nicola. Il primo inno d'Italia è sardo
  140. ^ Carboni, Salvatore (1881). Sos discursos sacros in limba sarda, Bologna.
  141. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.186-187
  142. ^ "Il ventennio fascista – come ha affermato Manlio Brigaglia ‒ segnò il definitivo ingresso della Sardegna nel “sistema” nazionale. L’isola fu colonialisticamente integrata nella cultura nazionale: modi di vita, costumi, visioni generali, parole d’ordine politiche furono imposte sia attraverso la scuola, dalla quale partì un’azione repressiva nei confronti dell’uso della lingua sarda, sia attraverso le organizzazioni del partito…" Garroni, M. (2010). La Sardegna durante il ventennio fascista, art.torvergata.it
  143. ^ a b Manuale di linguistica sarda, 2017, A cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, pp.36
  144. ^ a b Remundu Piras, Sardegna Cultura
  145. ^ «Dopo pisani e genovesi si erano susseguiti aragonesi di lingua catalana, spagnoli di lingua castigliana, austriaci, piemontesi ed, infine, italiani […] Nonostante questi impatti linguistici, la "limba sarda" si mantiene relativamente intatta attraverso i secoli. […] Fino al fascismo: che vietò l'uso del sardo non solo in chiesa, ma anche in tutte le manifestazioni folkloristiche.». De Concini, Wolftraud (2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana : Comune, p.195-196.
  146. ^ L. Marroccu, Il ventennio fascista
  147. ^ M. Farinelli, The Invisible Motherland? The Catalan-Speaking Minority in Sardinia and Catalan Nationalism, pp.15
  148. ^ Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, Premessa
  149. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.191
  150. ^ Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e oe
  151. ^ Est torradu Montanaru, Francesco Masala, Messaggero, 1982
  152. ^ Poddighe, Salvatore. Sa Mundana Cummédia, p. 32, Editore Domus de Janas, 2009, ISBN 88-88569-89-8
  153. ^ Pala, Carlo (2016). Idee di Sardegna, Carocci Editore, pp.121
  154. ^ Fiorenzo Caterini, La mano destra della storia. La demolizione della memoria e il problema storiografico in Sardegna, Carlo Delfino Editore, p. 99.
  155. ^ Strumenti giuridici per la promozione della lingua sarda, Sardegna Cultura.
  156. ^ Relazione di accompagnamento al disegno di legge “Norme per la tutela, valorizzazione e promozione della lingua sarda e delle altre varietà linguistiche della Sardegna”, pp.7
  157. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.193
  158. ^ Francesco Casula, Gianfranco Contu. Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo, Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 116, 134
  159. ^ Pala, Carlo (2016). Idee di Sardegna, Carocci Editore, pp.118
  160. ^ Pintore, Gianfranco (1996). La sovrana e la cameriera: La Sardegna tra sovranità e dipendenza. Nuoro: Insula, 13
  161. ^ «Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola.» Art.13, Testo storico dello Statuto
  162. ^ Francesco Casula, Gianfranco Contu. Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo, Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 118
  163. ^ Lingua sarda: dall'interramento alla resurrezione? - Il Manifesto Sardo
  164. ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 193.
  165. ^ Pellegrini, Giovan Battista (1972). Introduzione all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF), Vol. I, p.17
  166. ^ a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.195
  167. ^ Sa limba sarda - Giovanna Tonzanu
  168. ^ The Sardinian professor fighting to save Gaelic – and all Europe's minority tongues, The Guardian
  169. ^ Conferenza di Francesco Casula sulla Lingua sarda: sfatare i più diffusi pregiudizi sulla lingua sarda
  170. ^ La lingua sarda oggi: bilinguismo, problemi di identità culturale e realtà scolastica, Maurizio Virdis (Università di Cagliari), su francopiga.it.
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Poiché esiste un popolo sardo con una propria lingua dai caratteri diversi e distinti dall'italiano, ne discende che la lingua ufficiale dello Stato, risulta in effetti una lingua straniera, per di più insegnata con metodi didatticamente errati, che non tengono in alcun conto la lingua materna dei Sardi: e ciò con grave pregiudizio per un'efficace trasmissione della cultura sarda, considerata come sub-cultura. Va dunque respinto il tentativo di considerare come unica soluzione valida per questi problemi una forzata e artificiale forma di acculturazione dall'esterno, la quale ha dimostrato (e continua a dimostrare tutti) suoi gravi limiti, in quanto incapace di risolvere i problemi dell'isola. È perciò necessario promuovere dall'interno i valori autentici della cultura isolana, primo fra tutti quello dell'autonomia, e "provocare un salto di qualità senza un'acculturazione di tipo colonialistico, e il superamento cosciente del dislivello di cultura" (Lilliu). La Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cagliari, coerentemente con queste premesse con l'istituzione di una Scuola Superiore di Studi Sardi, è pertanto invitata ad assumere l'iniziativa di proporre alle autorità politiche della Regione Autonoma e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza etnico-linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua «nazionale» della minoranza. È di conseguenza opportuno che si predispongano tutti i provvedimenti a livello scolastico per la difesa e conservazione dei valori tradizionali della lingua e della cultura sarda e, in questo contesto, di tutti i dialetti e le tradizioni culturali presenti in Sardegna (ci si intende riferire al Gallurese, al Sassarese, all'Algherese e al Ligure-Carlofortino). In ogni caso tali provvedimenti dovranno comprendere necessariamente, ai livelli minimi dell'istruzione, la partenza dell'insegnamento del sardo e dei vari dialetti parlati in Sardegna, l'insegnamento nella scuola dell'obbligo riservato ai Sardi o coloro che dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, o tutti quegli altri provvedimenti atti a garantire la conservazione dei valori tradizionali della cultura sarda. È bene osservare come, nel quadro della diffusa tendenza a livello internazionale per la difesa delle lingue delle minoranze minacciate, provvedimenti simili a quelli proposti sono presi in Svizzera per la minoranza ladina fin dal 1938 (48000 persone), in Inghilterra per il Galles, in Italia per le minoranze valdostana, slovena e ultimamente ladina (15000 persone), oltre che per quella tedesca; a proposito di queste ultime e specificamente in relazione al nuovo ordinamento scolastico alto-atesino. Il presidente del Consiglio on. Colombo, nel raccomandare ala Camera le modifiche da apportare allo Statuto della Regione Trentino-Alto Adige (il cosiddetto "pacchetto"), «modifiche che non escono dal concetto di autonomia indicato dalla Costituzione», ha ritenuto di dover sottolineare l'opportunità "che i giovani siano istruiti nella propria lingua materna da insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico"; egli inoltre aggiungeva che "solo eliminando ogni motivo di rivendicazione si crea il necessario presupposto per consentire alla scuola di svolgere la sua funzione fondamentale in un clima propizio per la migliore formazione degli allievi". Queste chiare parole del presidente del Consiglio ci consentono di credere che non si voglia compiere una discriminazione nei confronti della minoranza sarda, ma anche per essa valga il principio enunciato dall'opportunità dell'insegnamento della lingua materna ad opera di insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico, onde consentire alla scuola di svolgere anche in Sardegna la sua funzione fondamentale in un clima propizio alla migliore formazione per gli allievi. Si chiarisce che tutto ciò non è sciovinismo né rinuncia a una cultura irrinunciabile, ma una civile e motivata iniziativa per realizzare in Sardegna una vera scuola, una vera rinascita, "in un rapporto di competizione culturale con lo stato (…) che arricchisce la Nazione" (Lilliu)». Il Consiglio unanime approva le istanze proposte dal prof. Sanna e invita le competenti autorità politiche a promuovere tutte le iniziative necessarie, sul piano sia scolastico che politico-economico, a sviluppare coerentemente tali principi, nel contempo acquisendo dati atti a mettere in luce il suesposto stato. Cagliari, 19 febbraio 1971. [Farris, Priamo (2016). Problemas e aficàntzias de sa pianificatzioni linguistica in Sardigna. Limba, Istòria, Sotziedadi / Problemi e prospettive della pianificazione linguistica in Sardegna. Lingua, Storia, Società, Youcanprint]
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Varianti della lingua sarda[modifica | modifica wikitesto]

Lingue alloglotte della Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

Bilinguismo[modifica | modifica wikitesto]

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