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Dialetti italiani meridionali

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Dialetti italiani meridionali intermedi
italiano meridionale, napoletano-calabrese
Parlato in Italia Italia
Regioni Abruzzo Abruzzo Basilicata Basilicata
Calabria Calabria Campania Campania
Lazio Lazio Marche Marche
Molise Molise Puglia Puglia
Locutori
Totale 12.000.000 ca
Classifica non in top 100
Altre informazioni
Scrittura alfabeto latino
Tipo regionale
Tassonomia
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-romanze
    Italiano meridionale
Codici di classificazione
ISO 639-2 nap
ISO 639-3 nap (EN)
Neapolitan language.jpg
Dialetti italiani meridionali

I dialetti italiani meridionali (o meridionali intermedi, o ancora alto-meridionali) costituiscono, nella classificazione dei dialetti d'Italia elaborata da Giovan Battista Pellegrini, una sezione del più ampio raggruppamento dei dialetti centro-meridionali[1]. Il termine "dialetto" va inteso nella sua accezione di "lingua contrapposta a quella nazionale" e non come "varietà di una lingua". La classificazione ISO 639-3 individua il diasistema attraverso il codice nap definito napoletano-calabrese da Ethnologue[2] e italiano meridionale (South Italian) o, più semplicemente, napoletano dall'Atlante delle lingue del mondo in pericolo dell'UNESCO[3].

Secondo una classificazione ormai consolidata sin dagli ultimi decenni del XIX secolo[4], il territorio dei dialetti alto-meridionali si estende dunque dall'Adriatico al Tirreno e allo Jonio, e più precisamente dal corso del fiume Aso, a nord (nelle Marche meridionali, al confine fra le province di Ascoli Piceno e Fermo)[5], fino a quello del fiume Coscile, a sud (nella Calabria settentrionale, provincia di Cosenza), e da una linea che unisce, approssimativamente, il Circeo ad Accumoli a nord-ovest, fino alla strada Taranto-Ostuni a sud-est. Questo territorio arriva ad includere otto regioni italiane, tre delle quali (Campania, Molise, Basilicata) per intero.

Si tratta, ad eccezione delle Marche meridionali, di terre appartenenti al Regno di Napoli. Per contro, nel territorio del Regno erano presenti anche alcuni dei dialetti oggi classificati come italiani mediani[6]. Questo gruppo comprende due aree dell'Abruzzo aquilano non contigue: la prima a nord e ovest dell'Aquila (inclusa); la seconda ad ovest di Avezzano (esclusa).

Il tratto principale che separa i dialetti alto-meridionali dai dialetti meridionali estremi è il trattamento delle vocali non-accentate (“atone”) finali: nei primi, queste subiscono un mutamento in /ə/ (vocale popolarmente definita “indistinta”), mentre questo non avviene nel dialetti del Salento né in quelli della Calabria meridionale, che costituiscono così i territori peninsulari del diasistema linguistico a vocalismo siciliano. A nord, questo stesso fattore forma anche il confine (sfumato e graduale in alcune aree limitrofe) coi dialetti mediani, che hanno sette vocali fonemiche accentate, e solo cinque non-accentate.

La presenza di un'ulteriore vocale (/ə/) nell'Alto Meridione implica un sistema fonemico diverso da quello calabrese e siciliano (in cui /ə/ è asistematica, o del tutto assente, e comunque di natura puramente fonetica).

Nei dialetti alto-meridionali il mutamento in /ə/ ("affievolimento"/"indebolimento") delle vocali non-accentate comporta ripercussioni sui fatti morfologici, ad esempio sulla formazione del plurale dei sostantivi, con l'innesco di una complessa metafonesi.

I principali sottogruppi dei dialetti italiani alto-meridionali sono i seguenti:

Caratteristiche comuni[modifica | modifica wikitesto]

La principale caratteristica fonologica che separa i dialetti alto-meridionali da quelli mediani e meridionali estremi è il mutamento in schwa /ə/ delle vocali non-accentate ("atone"). A nord della linea Circeo-Sora-Avezzano-L'Aquila-Campotosto-Accumoli-Aso, le vocali atone (non-accentate) sono periferiche, ossia pronunciate chiaramente; a sud di questa linea compare il fonema /ə/, che si ritrova poi fino ai confini con le aree basso-meridionali i cui i dialetti appartengono alla lingua siciliana, ossia alla linea Cetraro-Bisignano-Melissa. Solitamente però nelle aree più settentrionali immediatamente a ridosso della prima linea di confine la /-a/ finale di regola rimane: tale fenomeno si verifica ad esempio nelle Marche meridionali, come nel grosso della provincia dell'Aquila e nella Ciociaria.

Esistono altri fattori alla base della separazione tra dialetti alto-meridionali e dialetto mediani (Avolio). Infatti alcuni dialetti della parte meridionale della provincia di Latina (Lenola, Minturno, Castelforte, Santi Cosma e Damiano) e della provincia di Frosinone (Coreno Ausonio, Ausonia, Sant'Apollinare, Sant'Ambrogio sul Garigliano), pur appartenendo al dominio meridionale, hanno caratteristiche peculiari sia nelle vocali accentate che in quelle non-accentate. Sono da considerarsi, dunque, meridionali i dialetti che presentino contemporaneamente i seguenti fenomeni.

Fonologia e fonetica[modifica | modifica wikitesto]

  • Sistema vocalico romanzo comune, condiviso dalla quasi totalità dei dialetti romanzi, fatta eccezione per l'area meridionale estrema, la Sardegna e la Romania.
  • Metafonesi, un fenomeno che distingue nettamente i dialetti mediani e alto-meridionali da quelli toscani. È il fenomeno per cui le vocali toniche é ed ó si chiudono in presenza di una -i od una -u finale, così come le vocali è ed ò si chiudono o dittongano. Casi di metafonesi sono, ad esempio, nérə 'nera', rispetto a nìrə 'nero', oppure buónə 'buono', rispetto a bònə 'buona'.
  • Indebolimento delle vocali atone che confluiscono nel suono indistinto ə (simile alla e del francese de, ie e chiamato dai linguisti schwa).
  • Tendenza a pronunciare in modo simile i suoni b e v in posizione iniziale, caratteristica comune mediano-meridionale che esclude la Toscana (ad esempio, vàrche 'barca' < BARCA, vàse 'bacio < BASJU, come vìne 'vino' < VINU).
  • Sonorizzazione delle consonanti sorde dopo nasale e dopo l, caratteristica comune mediano-meridionale che esclude la Toscana (ad esempio, càmbe 'campo' < CAMPU, pónde 'ponte' < PONTE).
  • Assimilazione progressiva dei nessi consonantici ND > nn, MB > mm, caratteristica comune mediano-meridionale, ma presente anche nell'area meridionale estrema (ad esempio, tùnne 'tondo' < TUNDU, palùmme 'colomba' < PALUMBA).
  • Palatalizzazione dei nessi latini di consonante + L, caratteristica comune anche alla lingua italiana (ad esempio, chiàve ' chiave' < CLAVE, fiòre 'fiore' < FLORE).
  • Tendenza ad alterare la L nei nessi latini LT, LK, LD, LS, LZ (ad esempio, curtídde 'coltello', fàveze 'falso', dòce 'dolce).

Fenomeni generali[modifica | modifica wikitesto]

  • Apocope degli infiniti, caratteristica comune mediano-meridionale (ad esempio, candà 'cantare', vedé 'vedere', accìde 'uccidere', còlche 'dormire')
  • Metatesi di r (ad esempio, cràpe 'capra', prévete 'prete').
  • Raddoppiamento fonosintattico, fenomeno che consiste nella pronuncia raddoppiata della consonante iniziale provocata da un monosillabo precedente, detto 'forte' (ad esempio, tu vuò 'tu vuoi', ma che vvuò 'che vuoi').

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

  • Neutro di materia, fenomeno comune mediano-meridionale, che consiste nella presenza di un terzo genere accanto al maschile e al femminile, per i sostantivi che denotano sostanze ed il relativo articolo (ad esempio, lë sàlë 'il sale', distinto da glië rìtë 'il dito').
  • Ènclisi dell'aggettivo possessivo, fenomeno comune mediano-meridionale (ad esempio, attàneme (dal gr. αττα - 'padre'; dial. "attàne") 'mio padre', sòrete 'tua sorella').
  • Tripartizione dei dimostrativi, fenomeno comune anche alla lingua italiana, per cui si trovano, ad esempio, chiste/"cusse" 'questo', chìlle/"quílle"/"cùdde"/"quiglie" 'quello' e chìsse/"cusse ddò - proppete cusse" (fenomeno presente nella zona del barese) 'codesto'.
  • Tipo più diffuso di condizionale presente in -ìa (ad esempio, mangiarrìa 'mangerei'; nella zona del barese tale è sostituito dalla formula "avésse a").

Sintassi[modifica | modifica wikitesto]

  • Accusativo preposizionale, uso della preposizione a prima del complemento oggetto (ad esempio, salùteme à sòrete 'salutami tua sorella').
  • Impopolarità del futuro, sostituito dal presente indicativo.
  • Costruzione "andare + gerundio" per enfatizzare l'aspetto durativo dell'azione (ad esempio, che vvànne facènne? 'che stanno facendo (così in giro)?).

Lessico[modifica | modifica wikitesto]

Il prospetto che segue (Avolio, 1995) mette a confronto vocaboli napoletani, lucani centro-settentrionali e abruzzesi adriatici e centro meridionali, con l'intento di mostrare la sostanziale unità lessicale della lingua alto-meridionale. Come si vedrà, molte delle seguenti radici lessicali possono ricorrere anche in siciliano come peraltro in toscano/italiano.

Ital. Nap. Luc. Abr. Adriatico Abr. Centro merid. Barese
accendere appiccià appeccià appiccià appiccià "appeccià"
adesso mo "mò"
albero arvulo-arbero chiànde piànde piànde "gràste"
anche púro pùre pùre pùre "ppùre"
andare ire-ì-gghì ggì "sscì"
avere tené tené tené tené "avé/tené"
bene buono bbùone bòne bbuóne "buéne"
cieco cecato cecàte cecàte cecàte
cimitero campusanto cambesànde cambesànde cambesànde "quatte tùmele"
comprare accattà accattà accattà accattà
donna fémmënä fémmënë fémmënë fémmënë
dove addove-addó addovë duà addò - 'ndò
dovere (verbo) avé a avé a tëné a tëné a
duro tuóstö tùstë tòštë tuòštë
fabbro fërràrö fërràrë fërràrë fërràrë
gamba gamma-cossa "gamme còsse còsse "iàmme"
gregge mórrë mórrë mòrrë mòrrë
impiccato mpìsö mbìsë mbìsë mbìsë
lavorare faticà fatigà fatià fatià
maggiore chiù ggruóssö chiù ggrànnë chiù ggròssë chiù ggruòssë
magro sìccö sìcchë sécche sìcchë "màzze/smazzàte"
meglio cchiù mmegliö chiù mmèglië chiù mmèjë chiù mmèjë
mio fratello fràtëmö fràtëmë fràtëmë fràtëmë
neanche màncö-mangö mànghë mànghë mànghe" "ammànghe/nemmanghe"
nessuno nisciúnö nisciùnë niçiùnë niçiùnë
nonno tatone (arc.) tattarànnë (arc.) tatónë (arc.) tatónë - tatà (arc.)
patate patànë patànë patànë patànë
prendere piglià piglià piià piià "pegghià"
quest'anno auànne aquànne" uannë auànne "cusse anne"
risparmiare sparagnà sparagnà sparagnà sparagnà
sabbia arena-rena réne réne réne "sagghie"
saltare zompà-zumpà zumbà zumbà zumbà
scherzare pazzià pazzià/pazzié pazzià pazzià
scotta còcë cocë cócë cócë
seduto assettato assettòte assettàte" assettàte "assíse"
so (verbo) sàccio sàccë sàccë sàccë
topo sorece sòrece sòrege sùrege "sùreche"
voglia vulìo vulìe vuglie vulìe "ngulìsce"

Sviluppi specifici regionali[modifica | modifica wikitesto]

Fonologia[modifica | modifica wikitesto]

Sistemi vocalici particolari[modifica | modifica wikitesto]

In una zona a cavallo del Massiccio del Pollino, fra i fiumi Agri e Crati detta Mittelzone o area Lausberg dai linguisti[7] (l'area include, ad esempio, Maratea, Valsinni, Lauria o Rotonda in Lucania e Trebisacce o Cerchiara di Calabria in Calabria) il sistema vocalico è equivalente a quello della Sardegna. Sempre all'interno dell'area Lausberg, alcuni studiosi fanno menzione di un'area intermedia fra vocalismo siciliano e vocalismo sardo, da collocarsi subito dopo il confine centro-occidentale fra Lucania e Calabria, in comuni quali Mormanno, Morano Calabro, Scalea o Castrovillari in provincia di Cosenza, con alcune propaggini nei comuni di Lauria e Maratea in provincia di Potenza. Immediatamente a nord, nella Basilicata centrale, si estende un'area, detta Vorposten, con vocalismo equivalente a quello rumeno, evidente compromesso fra il sistema "sardo" a sud e quello "romanzo comune" a nord. A ovest e nord del Vorposten, si trova un sistema vocalico ancora diverso nell'area detta Randgebiet (ad esempio a Teggiano). Nel Cilento meridionale (ad esempio a Sala Consilina) si ritrova il sistema vocalico siciliano che caratterizza tutta la Calabria a sud del Crati.

Frangimenti vocalici[modifica | modifica wikitesto]

Questo fenomeno consiste nell'alterazione delle vocali toniche tanto nell'apertura quanto nel timbro, dando luogo a svariati esiti, dittonghi, palatalizzazioni, ecc. I frangimenti sono fenomeni guizzanti che interessano l'Abruzzo adriatico e meridionale, il Molise, la Puglia centro-settentrionale e le contigue aree della Basilicata, nonché alcuni dialetti ad ovest di Napoli, fra cui quelli di Pozzuoli ed alcuni dell'isola d'Ischia. I frangimenti riguardano tutte le vocali toniche, ad esempio:

Casi particolari di metafonesi[modifica | modifica wikitesto]

In diverse aree meridionali (ed anche mediane) si hanno casi particolari di metafonesi:

  • La metafonesi è provocata anche dalla desinenza originale latina -UNT- in un territorio mediano-meridionale che comprende l'Umbria meridionale (Norcia), il Lazio orientale, la zona aquilana, l'Abruzzo occidentale e buona parte del Molise (eccetto la parte orientale), la Campania nord-orientale (alta Irpinia). In questa area si ha, ad esempio, crìdënë 'credono', piérdënë 'perdono'.
  • La metafonesi è provocata anche dalle desinenze originali latine della 4ª e 5ª persona -MUS e -TIS in un territorio che comprende buona parte della Campania e della Basilicata. In questa area si ha, ad esempio, sapìmmë 'sappiamo', sapìtë 'sapete'.
  • La metafonesi è provocata solo dalla -I finale in un compatto territorio adriatico che va dalla zona di Teramo (escludendo quella di Ascoli) al basso Molise (ivi inclusi alcuni comuni dell'estrema Puglia settentrionale).
  • La metafonesi di a è presente in un territorio che di nuovo comprende l'Abruzzo adriatico (e parte di quello occidentale) e parte del Molise. Secondo il Rohlfs[8], tale fenomeno si estende anche ad alcune zone del Basso Lazio e della Ciociaria.

Isocronismo sillabico[modifica | modifica wikitesto]

In quasi tutta l'Italia meridionale orientale (Abruzzo peligno e della Val Pescara, Molise orientale, Puglia centro-settentrionale (tra Foggia e Taranto) e Basilicata nord-orientale), buona parte del sistema vocalico romanzo comune è stato successivamente alterato da una corrente linguistica che ha provocato l'apertura in è, ò delle vocali chiuse é, ó in sillaba complicata, ovvero nelle sillabe che terminano con una consonante, e la contemporanea chiusura in é, ó delle vocali aperte è, ò in sillaba libera, ovvero nelle sillabe che terminano con la vocale stessa. Questo fenomeno può essere anche parziale, limitato alla sola chiusura delle toniche aperte in sillaba libera, e presenta numerosi casi particolari, sovrapponendosi spesso ai frangimenti vocalici. Da qui la battuta (Avolio, 1995) per cui la frase italiana 'un poco di pollo', pronunciata da un napoletano un pòco di póllo in modo identico alla pronuncia standard italiana, suonerebbe in bocca, ad esempio, ad un foggiano, un póco di pòllo. In realtà in napoletano "un poco di pollo" non suonerebbe come in italiano standard, poiché, come accade in gran parte del meridione, le vocali finali atone tendono ad essere aperte ("un pòcò di póllò").

Propagginazione[modifica | modifica wikitesto]

Un fenomeno guizzante in Abruzzo, Molise, Campania nord-orientale, Basso Lazio, Basilicata e Calabria consiste nell'inserimento nella sillaba tonica, immediatamente prima della vocale accentata, della u (talvolta anche della i) della sillaba precedente (ad esempio, cuànë 'cane', nuàsë 'naso').

Casi particolari di vocalismo atono finale[modifica | modifica wikitesto]

L'esito in schwa delle vocali atone finali non è generale: in una fascia che parte dal Basso Lazio (ad esempio a Minturno) e dalla provincia di Caserta (ad esempio a Prata Sannita) e, attraverso l'Irpinia arriva al Cilento ed alla Basilicata sud-occidentale, si ha spesso -o e talvolta -u. Nel Cilento meridionale l'uso di -u è generalizzato, tanto che questo dialetto è classificato spesso come meridionale estremo piuttosto che come (alto)-meridionale. Analogamente nella parte sudoccidentale della Basilicata si trovano termini come cirviddu per "cervello" e aggiu dittu per "ho detto".

Esiti della labiovelare secondaria[modifica | modifica wikitesto]

La labiovelare derivante dall'incontro di -CU e vocale latini (ad esempio it. questo < *(EC)CU(M) ISTU(M)) presenta tre esiti differenti:

Esiti di L, LL[modifica | modifica wikitesto]

Davanti ad -i, -u, le liquide l e ll palatalizzano in un'ampia area tirrenico-appenninica che comprende aree mediane e alto-meridionali nel Lazio meridionale, Abruzzo e Molise occidentali, Campania settentrionale (ad esempio, a L'Aquila béjju 'bello' ma bèlla 'bella', a Mondragone cappiéglië 'cappello'). Gli stessi fonemi l e ll si sviluppano in suoni cacuminali (dd pronunciata con la punta della lingua leggermente retroflessa) in diversi dialetti del Beneventano, dell'Irpinia, della Capitanata, del Salernitano e del Cilento meridionale (ad esempio, auciéddë 'uccello'), oltreché nell'area meridionale estrema. Il suono ll diventa dd anche in buona parte della Basilicata, dove la parola "gallo" sarà pronunciata gadd o localmente gàddu.

Conservazione di L dopo consonante[modifica | modifica wikitesto]

Questo fenomeno guizzante interessa l'Abruzzo centro-orientale (ad esempio, flòrë 'fiore', blànghë 'bianco', ma anche pràttë 'piatto').

Esiti di consonanti davanti a I semivocalico[modifica | modifica wikitesto]

  • il nesso BJ si continua come j (ad esempio, ajë < *HABJO < HABEO 'ho') nell'area mediana ed in quella alto-meridionale nord-orientale comprendente Abruzzo, parte del Basso Lazio, Molise e buona parte della Puglia; a sud ed ovest di quest'area si ha gg (ad esempio, aggë 'ho');
  • il nesso SJ passa a -sc- a nord della linea approssimativa Cassino-Gargano (ad esempio, càscë < *CASJU < CASEUM 'formaggio'), a sud della quale si ha s (ad esempio, casë 'formaggio');
  • il nesso CJ si presenta come cc (ad esempio faccë 'faccio') oltre che nella lingua italiana anche in buona parte di Abruzzo, Basso Lazio, Molise fino al Gargano e Campania, mentre ad est e a sud si ha l'esito zz (ad esempio, fàzzë 'faccio');
  • i nessi LJ, MJ e RJ passano a ll, mm e rr in diversi dialetti dell'area Lausberg (ad esempio, fillë 'figlio');
  • il nesso NG ha avuto lo stesso esito di MJ e MBJ in gn in una vasta parte dell'Italia centro-meridionale fino alle province di Salerno ed Avellino (ad esempio, magnà 'mangiare'), a partire dalle quali si ha invece conservazione del nesso (ad esempio, mangià 'mangiare').

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Tripartizione dell'avverbio di modo 'così'[modifica | modifica wikitesto]

In area mediana, nel Lazio meridionale costiero e nell'Abruzzo occidentale (Marsica) si ha la tripartizione dell'avverbio di modo parallela a quella dei dimostrativi (ad esempio, ccoscì < (EC)CU(M) SIC 'così, in questo modo', ssoscì < (IP)SU(M) SIC 'in codesto modo', lloscì < (IL)LU(M) SIC 'in quel modo').

Mantenimento di -S e -T finali preromanze[modifica | modifica wikitesto]

Diversi dialetti dell'area Lausberg mantengono -S e -T finali nella coniugazione verbale, attraverso lo sviluppo di una vocale paragogica (ad esempio, ad Oriolo càntësë '(tu) canti', càntëdë (egli) canta', cantàtësë '(voi) cantate', a Maratea dàvati 'dava', a Lauria tìnisi 'tieni', mangiàit' 'mangiò' ).

Irregolarità del presente indicativo[modifica | modifica wikitesto]

Nell'area mediani nei pressi dell'Aquila (esclusa) i verbi alla 6ª persona dell'indicativo escono in -au (ad esempio, fau 'fanno', vau 'vanno').

Tipi arcaici del condizionale presente[modifica | modifica wikitesto]

In tutto il Meridione sono presenti tipi arcaici del condizionale derivati dal piuccheperfetto indicativo latino (ad esempio, cantèra 'canterei', avèra 'avrei').

Conservazione del perfetto latino[modifica | modifica wikitesto]

Nella Basilicata sudoccidentale, attorno ai comuni di Lauria e Maratea, si conserva, specialmente nel linguaggio degli anziani, l'uso del perfetto con forma identica a quella del passato remoto, simile all'uso calabrese meridionale e siciliano: disìra pu mi mangiai sulu nu pocu i pane, ca quiddu mali i panza mi fici passà a fame 'ieri sera poi ho mangiato solo un po' di pane , che quel mal di pancia mi ha fatto passare la fame', ngi jsti pu dijìri a casa i Maria? N'gia truvasti? 'sei andato poi ieri a casa di Maria? L'hai trovata a casa?', dijìri pu cchì facìstivi? Ssìstivi nu poco a'fora 'ieri poi che avete fatto? siete usciti un po' fuori?'

Oscillazione tra le coniugazioni[modifica | modifica wikitesto]

In diversi dialetti di Campania, Abruzzo Meridionale, Basso Lazio e Calabria settentrionale, alcuni verbi mostrano un'oscillazione nell'infinito fra la 4a coniugazione in I e la 3a in E (ad esempio, in napoletano rurmì/ròrmërë 'dormire', saglì/sàgliërë 'salire', trasì/tràsërë 'entrare'). Parallelamente, il participio in -uto proprio della 3ª coniugazione è esteso a molti verbi della 4ª (ad esempio, asciùtë 'uscito', fërnùtë 'finito', jùtë 'andato').

Sintassi[modifica | modifica wikitesto]

Essere come ausiliare dei verbi transitivi[modifica | modifica wikitesto]

Molti dialetti di Abruzzo, Molise, con estensioni in Campania e nella zona di Bari presentano essere come ausiliare dei verbi transitivi, con l'eccezione della 3ª e della 6ª persona (ad esempio, a Crecchio sémë cërcàtë 'abbiamo cercato', sétë cërcàtë 'avete cercato', a Bari só vvìstë 'ho visto', sì ffàttë 'hai fatto').

Rapporto durativo[modifica | modifica wikitesto]

Il rapporto durativo è espresso nei dialetti mediani, di Abruzzo, Basso Lazio e parte del Molise e dell'Alto Casertano da stare a ed infinito (ad esempio, chë stà a ddìcë? 'che sta dicendo?'); più a sud, si ricorre a stare e gerundio (ad esempio, chë stà facènnë? 'che sta facendo?').

Lessico[modifica | modifica wikitesto]

  • Termini tipici abruzzesi, ma anche mediani, molisani, laziali e campani: abballo 'giù', arrizzà 'alzare', còccia 'testa', cutturo 'caldaio, paiolo', ecco 'qui', èssë 'costì', maddemane 'stamattina', massera 'stasera', ràchënë 'ramarro'
  • Termini molisani, ma anche campani, del Basso Lazio e lucani: chianghiérë 'macellaio', lieggio 'leggero', mantesino 'grembiule', mesale 'tovaglia', encoppa 'sopra', palomma 'colomba', pertuso 'buco', stujà 'pulire', tanne 'allora, in quel tempo', vacante 'vuoto', vuotto 'rospo', zita 'fidanzato, -a', crisòmmola 'albicocca'
  • Termini tipici campani, ma anche presenti nelle regioni confinanti: arrassà 'scostarsi', cannaruto 'goloso', ranavòttëlë 'rana', schizzechéa 'pioviccia', scazzìmmë 'cispa', scuorno 'vergogna', scetà 'svegliare', sòsere 'alzarsi'
  • Termini tipici pugliesi e lucani: acchià 'trovare', attànë 'padre', 'che', cràjë (dal Latino : Cras, poi evolutosi in "crai") 'domani', mìere 'vino', ne 'ci, a noi', mùedde 'bagnato', nu pìcco 'un poco', schìtto 'solo'
  • Termini tipici dell'Area Lausberg lucano-calabra: talià 'distinguere bene con gli occhi', aggiu 'ho', vìnisi 'vieni', ciutu 'sciocco', iùmu 'fiume', zimma du purcu 'porcile' (questi termini sono tipici esclusivamente della zona di Lauria, e non hanno assolutamente nulla a che vedere con gli altri paesi dell'Area Lausberg).
  • Termini diffusi tipici dell'Appennino: àino 'agnello', appianà 'salire', cuccuvàja 'civetta', ziane 'zio'
  • Grecismi: càcchevo 'recipiente' < gr. kakkabos, campe 'bruco' < gr. kampe, nache 'culla' < gr. nake

Il volgare pugliese[9][10], altro nome con cui sono storicamente conosciuti il napoletano e i dialetti àusoni[11], sostituì il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall'unificazione delle Due Sicilie, per decreto di Alfonso I, nel 1442. Nel XVI secolo re Ferdinando il Cattolico aggiunse alla suddetta variante italoromanza-meridionale autoctona già presente, anche il castigliano, però come nuova lingua solo di corte, mentre il napoletano veniva parlato dalla popolazione, usato nelle udienze regie, negli uffici della diplomazia e dei funzionari pubblici. Poco dopo il cardinale Girolamo Seripando, nel 1554, stabilì che in questi settori venisse sostituito dal volgare toscano[10], ossia dall'italiano standard, che dal XVI secolo è usato come lingua ufficiale di tutti i regni e gli stati preunitari italiani, fino ai giorni nostri. Per secoli la letteratura in volgare napoletano ha fatto da ponte fra il mondo classico e quello moderno, fra le culture orientali e quelle dell'Europa settentrionale, dall'«amor cortese», che con la scuola siciliana diffuse il platonismo nella poesia occidentale, al tragicomico (Vaiasseide, Pulcinella), alla tradizione popolare; in lingua napoletana sono state raccolte per la prima volta le fiabe più celebri della cultura europea moderna e pre-moderna, da Cenerentola alla Bella addormentata, nonché storie in cui compare la figura del Gatto Mammone. Oggi la lingua napolitana vive nella «canzone napoletana», conosciuta in tutto il mondo.

Presso il consiglio regionale della Campania è stato depositato un disegno di legge che ne propone la rivalutazione sociale e civile[12].

Le origini e la storia[modifica | modifica wikitesto]

Il napoletano, come l'italiano, è una lingua derivata dal latino. Sono state ipotizzate anche tracce della lingua parlata in Italia centro-meridionale prima della conquista romana, l'osco (ma anche successivamente, iscrizioni osche si rinvengono a Pompei, ancora nel 79 d.C., per esempio), che è lingua italica (quindi imparentata al latino, ma da questo distinto e contemporanea ad esso), e del greco, parlato a Napoli fino al II-IV secolo[senza fonte].

Il napoletano ha inoltre subìto nella sua storia, come molte altre lingue, influenze e "prestiti" dai vari popoli che hanno abitato o dominato la Campania e l'Italia centro-meridionale, i coloni greci ed i mercanti bizantini nell'epoca del Ducato di Napoli fino al IX secolo, quindi i normanni, i francesi gli spagnoli; perfino gli americani, durante la seconda guerra mondiale e la conseguente occupazione di Napoli, hanno contribuito con alcuni vocaboli. Sicuramente però lo spagnolo e soprattutto il francese hanno lasciato tracce profonde nella lingua e nella cultura napoletana.

Tuttavia, soprattutto per quanto riguarda lo spagnolo, è errato attribuire esclusivamente all'influenza spagnola (Napoli fu sotto diretto dominio spagnolo per oltre due secoli, dal 1503 al 1707) qualsiasi somiglianza tra il napoletano e quest'idioma: trattandosi di lingue ambedue romanze o neolatine, la maggior parte degli elementi comuni vanno infatti risalire al latino volgare (in particolare la costruzione dell'accusativo personale indiretto e l'uso di tenere e di stare in luogo di avere e essere, e così via).

Sotto gli Aragona si propose il napoletano come lingua dell'amministrazione, senza mai imporre l'aragonese o il catalano, ma il tentativo abortì con la deposizione di Federico e l'inizio del viceregno. Nella prima metà dell'Ottocento il Regno delle Due Sicilie usava di fatto come lingua amministrativa e letteraria l'italiano e quindi il napoletano non ha mai avuto condizione di lingua ufficiale.

Mappa delle lingue in Italia

Il napoletano nella letteratura e negli studi linguistici[modifica | modifica wikitesto]

Prime testimonianze[modifica | modifica wikitesto]

Il napoletano (come il siciliano e altre varietà italoromanze) possiede una ricchissima tradizione letteraria. Si hanno testimonianze scritte di napoletano già nel 960 con il famoso Placito di Capua (considerato il primo documento in lingua italiana, ma di fatto si tratta della lingua utilizzata in Campania, conosciuta come volgare pugliese) e poi all'inizio del Trecento, con una volgarizzazione dal latino della Storia della distruzione di Troia di Guido delle Colonne. La prima opera in prosa è considerata comunemente quella dei Diurnali, un cronicon degli avvenimenti più importanti del Regno di Sicilia dell'XI secolo, che si arresta al 1268, probabilmente opera di Matteo Spinelli di Giovinazzo.

Placiti cassinesi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Placiti cassinesi.
« Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti. »
(Capua, marzo 960)
« Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette. »
(Sessa, marzo 963)
Evangelizzazione dei cassinati per opera di San Benedetto
« Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset parte sancte Marie. »
(Teano, ottobre 963)
« Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le possette parte sancte Marie. »
(Teano, ottobre 963)

Montecassino[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Montecassino.

Alle esperienze letterarie dell'Italia meridionale furono sensibili i monaci di Montecassino, centro di un'importante comunità di intellettuali nel Medioevo italiano. L'interesse letterario dei cassinensi, indirizzato prevalentemente a rafforzare l'esperienza della fede e della conoscenza di Dio, fu sollecitato da sempre secondo l'insegnamento lasciato da San Benedetto nella regola da lui redatta. Risalgono all'XI e al XII secolo dei manoscritti in volgare, di cui restano pochi frammenti, conservati nella biblioteca del monastero. È possibile distinguere in questa produzione una varietà di genere e stile insolita rispetto al contesto napolitano, che fu eguagliata solo con poeti toscani del XIII-XIV secolo e i successivi, tra cui Dante, in cui un complesso simbolismo religioso è sostenuto da gradevoli forme liriche, in Eo, sinjuri, s'eo fabello, o anzi in rime di gran pregio stilistico riesce a trapassare un realismo, di chiara ispirazione cristiana, che nella poesia medievale, ma anche nei classici, raramente fu espresso[13][14]:

(NAP)

« ...te portai nullu meu ventre
quando te beio [mo]ro presente
nillu teu regnu agi me a mmente. »

(IT)

« [me che] nel mio ventre ti portai
perciò così ti vedo e muoio
or Tu ricordami nel tuo Regno »

(«Il pianto della Vergine Maria»[15])

La «scuola siciliana»[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Scuola siciliana.

Un'interpretazione[Chi?] vuole che alcune opere prodotte da un gruppo di poeti del Mezzogiorno, nel XIII secolo, siano l'inizio della letteratura volgare italiana. I loro testi sono assemblati per le tematiche simili, nonché per il sublime lirismo che li caratterizza, e vengono definiti espressione di una corrente letteraria detta «scuola siciliana». Storicamente però furono trattati sempre come versi in lingua napoletana (volgare pugliese), dai grammatici coevi e dallo stesso Dante.[senza fonte] Sono le poesie di Giacomo da Lentini, Rinaldo d'Aquino, Pier delle Vigne, Giacomino Pugliese e Guido delle Colonne. Dalla Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis però, che inizia con un'analisi sulla produzione degli scrittori federiciani, costoro sono trattati come il prodotto di un terreno artistico italiano uniforme su cui sarebbe maturata poi la letteratura italiana vera e propria. Inoltre, tanto coloro che adottarono il volgare pugliese quanto quelli che adottarono il volgare siciliano sono chiamati siciliani, perché con tale accezione si connotavano nel duecento, secondo il De Sanctis, coloro che provenivano dal Regno di Sicilia. La denominazione, a cui la maggior parte della critica italiana moderna rimane fedele, che non tiene conto delle differenze specifiche fra i vari gruppi di poeti, riduce l'importante patrimonio letterario meridionale ad un indistinta produzione letteraria che avrebbe poi aperto la strada allo «stilnovismo», attraverso la «transizione toscana», in un'interpretazione costruita sull'impronta dei modelli dialettici dell'idealismo e dello storicismo di stampo hegelista.[senza fonte]

Federico ritratto con il falco (dal De arte venandi cum avibus).
« Per la vertute de la calamita

como lo ferro at[i]ra no si vede,
ma sì lo tira signorevolmente;

e questa cosa a credere mi 'nvita
ch'amore sia; e dàmi grande fede
che tuttor sia creduto fra la gente
 »

(Pier della Vigna)

I siciliani costituirono un'importante svolta poetica rispetto alla tradizione provenzale, a cui si ispirarono, per aver sublimato ulteriormente le strutture simboliche dei trobadori, estraniando le tematiche cortesi dai motivi politici e religiosi che invece colorivano la poesia occitana. I toscani però, che spesso copiarono i modelli siciliani, poterono evolvere ulteriormente l'esperienza meridionale, privilegiati dalla familiarità con la realtà cittadina e comunale, dove l'identità culturale era fortemente condizionata dall'appartenenza a fazioni politiche o dalla connivenza con corporazioni economiche: così la poesia italiana si arricchì di tutte le innovazioni tematiche e spirituali proprie dei primi ambienti borghesi. D'altra parte la poesia meridionale finì con il cristallizzarsi entro alcuni stereotipi, perché i letterati del Regno di Sicilia erano fortemente condizionati dal sistema centralista e burocratico dello stato unitario, secondo la critica idealista.

Più recentemente alcuni autori[16][17] stanno mettendo in luce differenze specifiche, rifiutando di considerare lo «stilnovismo» come l'esito o un superamento della poesia meridionale: i rimatori in volgare pugliese sarebbero infatti ispirati da una weltanschauung diversa da quella degli artisti toscani, dei liberi comuni, e non riducibile ad una sorta di fase primitiva della poetica toscana, caratterizzata principalmente da tematiche cortigiane interpretate secondo i modelli culturali ghibellini, come l'idea di un'unità della Chiesa, indipendente dalle nazionalità, che sostiene l'unità dell'impero; come la propaganda per la centralità del potere laico, da cui deve dipendere quello religioso, le politiche sociali e finanziarie; come la volgarizzazione del progetto di ricostruzione di un unico stato cristiano sotto un diritto e un sovrano comune; così coloro che scrissero in siciliano invece fecero propria la tradizione popolare della Sicilia che esprimeva in contrasti amorosi le continue lotte fra fazioni e gruppi politici che per secoli hanno spaccato l'isola, ora araba, ora normanna, ora ortodossa, ora cattolica, con il trionfo finale della civiltà e della tradizione locale contro usurai, feudatari e latifondisti.

L'età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giulio Cesare Cortese.

La lingua napoletana sostituì il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall'unificazione delle Due Sicilie, per decreto di Alfonso I, nel 1442. Alla corte dei figli di Ferdinando I di Napoli però gli interessi umanistici presero un carattere molto più politico; i nuovi sovrani incentivarono l'adozione definitiva del toscano come lingua letteraria anche a Napoli: è della seconda metà del XV secolo l'antologia di rime nota come Raccolta aragonese, che Lorenzo de' Medici inviò al re di Napoli Federico I, in cui si proponeva alla corte partenopea il fiorentino come modello di volgare illustre, di pari dignità letteraria con il latino. Un lungo periodo di crisi seguì questi provvedimenti, per la lingua napoletana, finché le incertezze politiche che sorsero con la fine del dominio aragonese portarono un rinnovato interesse culturale per il volgare cittadino.

Illustrazione di un'edizione della fiaba di Cenerentola del XIX secolo. Ne Lo cunto de li cunti esiste la prima trascrizione della favola della letteratura occidentale

Il più celebre poeta in lingua napoletana dell'età moderna è Giulio Cesare Cortese. Egli è molto importante per la letteratura dialettale e barocca, in quanto, con Basile, pone le basi per la dignità letteraria ed artistica della lingua napoletana moderna. Di costui si ricorda la Vaiasseide, un'opera eroicomica in cinque canti, dove il metro lirico e la tematica eroica sono abbassati a quello che è il livello effettivo delle protagoniste: un gruppo di vaiasse, donne popolane napoletane, che s'esprimono in lingua. È scritto comico e trasgressivo, dove molta importanza ha la partecipazione corale della plebe ai meccanismi dell'azione.

Prosa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giambattista Basile.

La prosa in volgare napoletana diviene celebre grazie a Giambattista Basile, vissuto nella prima metà del Seicento. Basile è autore di un'opera famosa come Lo Cunto de li Cunti, ovvero lo trattenimiento de le piccerille, tradotta in italiano da Benedetto Croce, che ha regalato al mondo la realtà popolare e fantasiosa delle fiabe, inaugurando una tradizione ben ripresa da Perrault e dai fratelli Grimm. Altre prose sono alcune volgarizzazioni della regola di San Benedetto, attuata nel monastero di Montecassino nel XIII e nel XIV secolo e alcuni mea culpa o confessioni rituali scritte dai monaci cassinati per permettere la comprensione dei sacramenti cattolici anche a chi non conosceva la lingua latina.[18]

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi tre secoli è sorta una fiorente letteratura in napoletano, in settori anche diversissimi tra loro, che in alcuni casi è giunta anche a punte di grandissimo livello, come ad esempio nelle opere di Salvatore di Giacomo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo, Eduardo Scarpetta, Eduardo de Filippo, Antonio De Curtis.

Sarebbero inoltre da menzionare nel corpo letterario anche le canzoni napoletane, eredi di una lunga tradizione musicale, caratterizzate da grande lirismo e melodicità, i cui pezzi più famosi (come, ad esempio, 'O sole mio) sono noti in diverse zone del mondo. Esiste inoltre un fitto repertorio di canti popolari alcuni dei quali sono oggi considerati dei classici.

Va infine aggiunto che a cavallo del XVII e XVIII secolo, nel periodo di maggior fulgore della cosiddetta scuola musicale napoletana, questa lingua sia stata utilizzata per la produzione di interi libretti di opere liriche, come Lo frate 'nnammurato del Pergolesi hanno avuto una diffusione ben al di fuori dei confini partenopei.

Va segnalata infine la ripresa dell'uso del napoletano nell'ambito della musica pop, musica progressiva e dell'hip hop, almeno a partire dalla fine degli anni settanta (Pino Daniele, Nuova Compagnia di Canto Popolare poi ripresa anche negli anni novanta con 99 Posse, Almamegretta, 24 Grana, Co'Sang, La Famiglia, 13 Bastardi) in nuove modalità di ibridazione e di commistione con l'italiano, l'inglese, lo spagnolo e altre lingue. Anche nel cinema e nel teatro d'avanguardia la presenza del napoletano è andata intensificandosi negli ultimi decenni del Novecento e nei primi anni del XXI secolo.

La documentazione sul napoletano è ampia ma non sempre a un livello scientifico. Vocabolari rigorosi sono quello di Raffaele D'Ambra (un erudito ottocentesco) e quello di Antonio Altamura (studioso novecentesco). Interessante è anche la grammatica del Capozzoli (1889). Raffaele Andreoli redasse il Vocabolario napoletano-italiano, edito da G.B. Paravia (1887).

Anche negli ultimi anni sono stati pubblicati dizionari e grammatiche della lingua napoletana, ma non si è mai pervenuti a una normativa concorde dell'ortografia, della grammatica e della sintassi, sebbene si possa comunque ricavare deduttivamente, dai testi classici a noi giunti, una serie di regole convenzionali abbastanza diffuse.

Linguistica[modifica | modifica wikitesto]

Gli studi più recenti hanno dedicato al napoletano e ai dialetti campani una certa attenzione. Per il napoletano antico si segnalano i lavori di Vittorio Formentin sui Ricordi di Loise de Rosa, di Rosario Coluccia sulla Cronaca figurata del Ferraiolo, di Nicola De Blasi sulla traduzione del Libro de la destructione de Troya, di Marcello Barbato e Marcello Aprile sull'umanista Giovanni Brancati. Sui dialetti moderni, tra gli altri, si segnalano i lavori di Rosanna Sornicola, di Nicola De Blasi, di Patricia Bianchi e di Pietro Maturi dell'Università di Napoli Federico II, di Edgar Radtke dell'Università di Heidelberg, di Francesco Avolio sui confini dei dialetti campani e di Michela Russo, dell'Università di Paris VIII, su aspetti della fonetica come la metafonia. Una rivista, diretta da Rosanna Sornicola, il Bollettino Linguistico Campano, si occupa prevalentemente del napoletano. Da alcuni anni è stato attivato un insegnamento universitario di Dialettologia campana presso la facoltà di Sociologia della Federico II, affidato a Pietro Maturi.

Fonetica e sintassi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dialetti italiani meridionali, Dialetti campani, Grammatica napoletana e Dialetto casalese.

Spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l'accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che nell'Alfabeto fonetico internazionale è trascritto col simbolo /ə/ (in francese lo ritroviamo, ad esempio, nella pronuncia della e semimuta di petit).

Nonostante la pronuncia (e in mancanza di convenzioni ortografiche accettate da tutti) spesso queste vocali, nei solchi della tradizione letteraria in lingua, sono trascritte sulla base del modello della lingua italiana, e ciò, pur migliorando la leggibilità del testo e rendendo graficamente un suono debole ma esistente, favorisce l'insorgere di errori da parte di coloro che non conoscono la lingua e sono portati a leggere come in italiano. In altri casi si preferisce trascrivere le vocali con una dieresi. Nell'uso scritto spontaneo dei giovani (SMS, graffiti, ecc.), come ha documentato Pietro Maturi, prevale invece l'omissione completa di tale fono, con il risultato di grafie quasi-fonetiche a volte poco riconoscibili ma marcatamente distanti dalla forma italiana (p.es. tliefn per təliefənə, ovvero "telefona").

Altri errori comuni, dovuti a somiglianze solo apparenti con l'italiano, riguardano l'uso errato del rafforzamento sintattico, che segue, rispetto all'italiano, regole proprie e molto diverse, e la pronuncia di vocali chiuse invece che aperte, o viceversa, l'arbitraria interpretazione di alcuni suoni.

Alcune ulteriori differenze di pronuncia con l'italiano sono:

  • in principio di parola, e soprattutto nei gruppi gua /gwa/ e gue /gwe/, spesso la occlusiva velare sonora /g/ seguita da vocale diventa approssimante /ɤ/.
  • la fricativa alveolare non sonora /s/ in posizione iniziale seguita da consonante viene spesso pronunciata come fricativa postalveolare non sonora /ʃ/ (come in scena [ˈʃɛːna] dell'italiano) ma non quando è seguita da una occlusiva dentale /t/ o /d/ (almeno nella forma più pura della lingua, e questa tendenza viene invertita nelle parlate molisane).
  • le parole che terminano per consonante (in genere prestiti stranieri) portano l'accento sull'ultima sillaba.
  • la /i/ diacritica presente nei gruppi -cia /-ʧa/ e -gia /-ʤa/ dell'italiano, viene talvolta pronunciata: per es. na cruciéra [nɑkru'ʧierə].
  • è frequente il rotacismo della /d/, cioè il suo passaggio a /r/ (realizzata più esattamente come [ɾ]), come in Maronna.
  • la vocale aperta arrotondata a è pronunciata /ɑ/ e non come la /a/ dell'italiano. In alcune varianti la vocale /ɑ in contesto tonico subisce un innalzamento e muta in /ɛ/, come nel dialetto casalese.
  • la consonante occlusiva bilabiale sonora /b/ a inizio di parola è pronunciata come la consonante fricativa labiodentale sonora /v/: per es. "báscio" [vɑʃə].

Similitudini con altre lingue[modifica | modifica wikitesto]

Nella lingua napoletana troviamo moltissime parole simili o talvolta uguali a lingue straniere. Solitamente sono scritte in modo diverso ma spesso la pronuncia è molto simile o identica (un esempio è la parola buatta, che deriva dal francese boîte, entrambe con il significato di "lattina, scatola"). Ciò è dovuto in parte alle conservazioni greche e latine e in parte alle diverse dominazioni che il Regno di Napoli ha subito. Troviamo in essa parole derivate dalle lingue castigliana, catalana, francese, araba (attraverso lo spagnolo o, in ambito culinario, grazie ai numerosi scambi commerciali che il Regno di Napoli intratteneva con l'area afro-mediterranea). Qualche parola deriva addirittura dall'inglese (anche con l'Inghilterra il Regno intratteneva rapporti commerciali) alcune delle quali introdotte durante l'occupazione americana della seconda guerra mondiale e forse per commistione linguistica con termini usati da emigranti in nazioni anglofone.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Avolio, 2011, p. 873.
  2. ^ Napoletano-Calabrese. URL consultato il 14 dicembre 2014.
  3. ^ South Italian. URL consultato il 14 dicembre 2014.
  4. ^ G. Bertoni (1916), Italia dialettale, Milano, Hoepli, p. 152.
  5. ^ G. I. Ascoli (1882-85), L'Italia dialettale, in "Archivio glottologico italiano", 8, pp. 98-128.
  6. ^ B. Migliorini (1963), Parole Nuove. Appendice di dodicimila voci al "Dizionario moderno" di Alfredo Panzini, Milano, Hoepli, p. 177.
  7. ^ H. Lausberg (1939) Die mundarten Suedlukaniens, Halle, Niemeyer.
  8. ^ G. Rohlfs (1966-1969), Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino, Einaudi.
  9. ^ Dove per pugliese si intende tutto ciò che è relativo al Mezzogiorno.
  10. ^ a b Zuccagni-Orlandini
  11. ^ In tal senso anche Dante: «Sed quamvis terrigene Apuli loquantur obscene communiter, frelingentes eorum quidam polite locuti sunt, vocabula curialiora in suis cantionibus compilantes, ut manifeste apparet eorucm dicta perspicientibus, ut puta Madonna, die vi voglio, et Per fino amore vo sì letamente.». Dante, De vulgari eloquentia, I, XII 8-9.
  12. ^ VIII legislatura, progetto di legge regionale n. 159/I: "Tutela e valorizzazione della lingua napoletana"
  13. ^ Inguanez M., Un dramma della Passione del secolo XII, Miscellanea Cassinense 18, Montecassino 1939, p. 42.
  14. ^ Contini G. (a cura di), Poeti del Duecento, I, Milano-Napoli 1960, pp. 9-13.
  15. ^ Si tratta di un testo poetico molto diffuso nella tradizione popolare italiana del Medioevo, che però solo nell'ambiente cassinate sembra esser stato raffinato con uno studio metrico e poetico. Vedi anche Sticca S., Il Planctus Mariae nella tradizione drammatica dell'alto medioevo.
  16. ^ De Barholomaeis
  17. ^ Bertolucci-Pizzorusso
  18. ^ Rabanus

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Avolio, Bommèsprə. Profilo linguistico dell'Italia centro-meridionale, Gerni, San Severo, 1995.
  • Francesco Avolio, Dialetti meridionali in Raffaele Simone (a cura di), Enciclopedia dell'Italiano, Roma, Treccani, 2011, pp. 873-878, ISBN 978-88-12-00048-7.
  • Giuseppe Antonio Martino - Ettore Alvaro, Dizionario dei dialetti della Calabria meridionale, Qualecultura, Vibo Valentia 2010. ISBN 978-88-95270-21-0.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]