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Lingua gallurese

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Gallurese

Gadduresu
Parlato in Italia Italia
Regioni Flag of Sardinia.svg Sardegna
(Gallura)
Locutori
Totale ~100.000
Altre informazioni
Tipo SVO
Tassonomia
Filogenesi Lingue indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-occidentali
    Romanze occidentali
     Toscano medievale
      Corso
       Gallurese
Statuto ufficiale
Ufficiale in Italia Italia in Sardegna Sardegna
con la Legge Regionale 26/1997
Regolato da Non ufficiale: Accademia della Lingua Gallurese La Vergine di Luogosanto
Codici di classificazione
ISO 639-1 co
ISO 639-2 cos
ISO 639-3 sdn (EN)
Glottolog gall1276 (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
Tutti l'omini nascini libbari e pari in dignitài e diritti. So' iddi dutati di rasgioni e di cuscenzia e deni operà l'unu cu' l'altu cu' ispiritu di fratiddanza.
Diffusione geografica del Gallurese
Distribuzione geografica del Gallurese in giallo.

1leftarrow.pngVoce principale: Lingua corsa.

Il gallurese[1] (gadduresu, IPA: [gaɖɖu'rezu]) è una varietà linguistica romanza parlata in Gallura; essendo classificabile come «dialetto romanzo primario»[2], in ambito accademico e nella letteratura scientifica è sovente indicato come dialetto gallurese.

La sua categorizzazione è controversa: la grande maggioranza dei linguisti lo ritiene una variante dialettale del corso oltramontano[3][4][5] influenzato dall'adiacente dominio linguistico sardo, catalano e spagnolo, mentre altri lo collocano nell'orbita schiettamente sarda piuttosto che còrsa[6].

La sua più antica documentazione letteraria risale ai primi decenni del settecento ed è costituita da componimenti poetici ma vari documenti bassomedievali inducono a datarne la formazione, almeno nei suoi tratti fondamentali, ai primi decenni del quattrocento. La sua origine è dibattuta: taluni, quali il Wagner[7] ed il geografo francese Maurice Le Lannou, l'hanno ricercata nelle migrazioni dalla Corsica alla Sardegna attraverso le bocche di Bonifacio avvenute nel corso dei secoli, e sostenuta dalla somiglianza col corso oltramontano parlato nei dintorni di Sartena e dell'Alta Rocca.

Le tracce del sardo logudorese sono ben visibili nel lessico gallurese, dove si stima ne costituiscano circa il 20%, anche se la sintassi e la grammatica sono invece tipicamente corse, così come essenzialmente anche la pronuncia, nonostante quest'ultima risenta anche di molte influenze dal sardo. Insieme al sassarese, basandosi sul suo lessico e sulla sua struttura grammaticale, può essere classificato come un dialetto geograficamente sardo ma linguisticamente corso-toscano.

Area di diffusione[modifica | modifica wikitesto]

Il gallurese è diffuso nei seguenti comuni e paesi delle province di Olbia-Tempio e Sassari: Tempio Pausania, Arzachena, Calangianus, Aggius, Bortigiadas, Santa Teresa Gallura, La Maddalena, Luogosanto, Nuchis, Palau, Aglientu, Trinità d'Agultu e Vignola, Telti, Badesi, Viddalba, Sant'Antonio di Gallura, Loiri Porto San Paolo, e San Teodoro. Fuori dai confini storici della Gallura, è inoltre parlato a Erula, e, insieme al dialetto castellanese, nei comuni di Valledoria (nel nucleo di Codaruina) e Santa Maria Coghinas, nonché in parte del territorio dei comuni logudoresofoni di Budoni, Perfugas, Tula e Oschiri.

La variante parlata nell'isola di La Maddalena (Isulanu) presenta in ogni caso maggiori elementi di affinità alle varianti meridionali del còrso, nel cui gruppo potrebbe essere classificato.

Pur compresi nella Gallura, invece, Olbia, Luras, Padru, e Monti sono centri storicamente di lingua sarda logudorese, così come parte del territorio di Golfo Aranci. Si parla comunque gallurese in alcune frazioni dei comuni di Monti (Su Canale), Padru (Biasì) e Olbia (Berchiddeddu, San Pantaleo e Murta Maria) e anche nei centri abitati di Olbia e Golfo Aranci il gallurese è ampiamente diffuso a seguito di importanti fenomeni migratori da altri centri galluresofoni.

I dialetti parlati a Castelsardo e nel nord dell'Anglona a Sedini e Tergu, La Muddizza e La Ciaccia Valledoria sono dialetti di transizione tra il gallurese e il sassarese. In particolare il dialetto parlato a Castelsardo presenta una pronuncia più pura e arcaica rispetto alle varianti di Valledoria, Tergu e Sedini che vanno a legarlo al dialetto tempiese; inoltre presenta specificità lessicali dovute all'antico ruolo urbano e mercantile del centro mantenendo invariate molte parole e costruzioni proprie dell'antica lingua corsa, arrivata nel centro nel 1200, e perse ormai anche in Corsica, mentre quello di Sedini e Valledoria presenta una fonetica maggiormente influenzata dal tipo sassarese (chj, ghj- pronunciati come cc, gg, c, g-z)

Diversi studi hanno rilevato come la comunità galluresofona manifesti un alto grado di fedeltà alla propria lingua.[8] Nel complesso in Gallura vi sarebbero 117.000 persone circa che capiscono il gallurese (il 96,3% della popolazione), dato ricavato sommando il 64.2% degli abitanti che ne ha una competenza attiva (70.000 persone circa) e il 32.1% che l'ha passiva. Nella città di Olbia, conteggiata a parte, il 39.9% della popolazione ne ha una competenza attiva e il 46,6% passiva. Le percentuali sono superiori a quelle riguardanti la diffusione del sassarese (rispettivamente 41,4% e 40,3%, totale 81,7%), dell'algherese (50% e 34,5%, totale 84,5%) e del sardo a Olbia (44,6% e 38,9%, totale 83,5%), ma inferiori a quelle riguardanti il sardo nelle altre aree (76,0% e 21,9%, totale 97,9% per il logudorese; 68,9% e 27,7%, totale 96,6% per il campidanese) e il tabarchino (85,6% e 14,4%, totale 100% degli abitanti che hanno competenza della lingua).[9]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Già in periodo romano la Gallura risultò abitata da popolazioni chiamate Corse, che alcuni identificano con gli abitanti della Corsica, pur non essendo questa attribuzione storicamente provata. In periodo medioevale, nel Giudicato di Gallura l'elemento linguistico dominante era il sardo logudorese, nella cui lingua nazionale venivano redatti gli antichi atti ufficiali del Giudicato. Di questo substrato originario sardo sono oggi rimaste tracce nelle due isole linguistiche logudoresi di Luras e Olbia e in diversi toponimi galluresi (tra cui gli stessi nomi di Gortiglata/Bortigiadas, Agios/Aggius, Nuches/Nugues/Nuchis, Luras, Calanjanos/Calangianus). Dal 1100 si aggiunsero influssi pisani (sia in Gallura che nel Sassarese) e genovesi (soprattutto a Sassari) che si affiancarono nell'amministrazione dei governi giudicali fino al 1300, anno in cui il territorio fu conquistato dai catalano-aragonesi e venne registrata una consistente presenza di immigrati corsi in tutta la Sardegna, in particolare in Gallura, a Castelgenovese (l'attuale Castelsardo) e a Sassari.

Nel periodo compreso tra il 1347-48 e il 1400, la Gallura si spopolò a seguito di un'epidemia e di incursioni piratesche ed ebbe inizio l'insediamento di massa di numerose famiglie provenienti dal sud della Corsica (allora dominio genovese) che importarono nella Gallura interna i propri dialetti orali (già in Corsica fortemente influenzati dal pisano e dal genovese) assimilando contestualmente diversi vocaboli e toponimi dalle parlate logudoresi, (circa il 18-20% del lessico odierno ma con percentuali maggiori riguardo al lessico tradizionale), nonché alcuni termini catalani. Questa immigrazione fu, tra l'altro, sostenuta dal governo aragonese al fine di ripopolare le deserte terre galluresi. Al periodo tra 1445 e 1470 risale l'epigrafe della chiesa di Santa Vittoria del Sassu, nelle campagne tra Erula e Perfugas (area al di fuori della Gallura storica ma ai confini tra l'area di diffusione del gallurese e quella del logudorese), primo testo scritto ascrivibile al corso-gallurese ("OPerAIU | MALU E FO | rA / LErIMITA").

A metà del XVI secolo, la Gallura venne documentata come ormai chiaramente abitata da corsi, insediati per cellule isolate nelle aree marginali delle campagne, in quella tipologia ancora oggi caratteristica della Gallura e della Corsica (stazzi). Dalle aree marginali, durante il '600 le popolazioni corsofone si spostarono gradatamente verso i centri abitati della Gallura (con l'esclusione di Luras e Terranova) originariamente di lingua sarda. Al 1683 risalgono le prime attestazioni letterarie ascrivibile all'area gallurese-sassarese, trascritte in un canzoniere ispano-sardo durante i festeggiamenti della Vergine di Luogosanto e conservate nel canzoniere Ispano-Sardo della Biblioteca di Brera a Milano, che, sia pure nell'incertezza della trascrizione ortografica, presenta caratteristiche intermedie tra le due varietà, attestandone la comune origine nonché lo stretto legame con la poesia còrsa dell'Alto Taravo e dell'Alta Rocca (Suta un arboru fioriddu/ si dormia la donna mia/ et tant'era addormentada/ que isvillar no si podia/ et yo li tocay lu pedi/ et issa mi disse a'a'/ et amuri si mi uoy bene/ un altru pocu piu en goba tua).

Grazie agli studi del Le Lannou, sappiamo che nel 1700 la Gallura venne ripopolata per tre quarti da corsi e che tale fenomeno alimentò gli scambi ed il contrabbando con la vicina isola; l'immigrazione portò così al ripopolamento dell'Alta Gallura, sia nei suoi centri (in particolare Tempio che gradatamente assunse configurazione urbana), che nelle campagne con popolazioni sparse di pastori abitanti in stazzi, talvolta raggruppati in piccoli agglomerati (cussogghji). La costa gallurese, in quanto maggiormente esposta alle incursioni arabe, restò sostanzialmente esclusa da ciò.

Nel 1706 venne a cessare l'utilizzo nei documenti religiosi del sardo logudorese (sostituito dallo spagnolo, da secoli già utilizzato nei documenti amministrativi). Alla guerra di successione spagnola risale il detto Pa' noi non v'ha middori, non impolta lu ch'ha vintu, o sia Filippu Quintu o Càrralu imperadori!. Ancora ai primi decenni del settecento risalgono numerosi componimenti poetici in gallurese (raccolti dal dott. Giacomo Pala).

All'epoca la Gallura - nonostante la notevole estensione - conta solo 7 comuni (Tempio, Terranova, Bortigiadas, Aggius, Nuchis, Luras, Calangianus) di cui 6 con centro nella Gallura interna. In questo periodo il gallurese raggiunse maturità, quanto a forma e ambito di diffusione, e dignità letteraria con forme degne di nota con i componimenti di Gavino Pes (1724-1795).

Con l'800 si assisté al freno dell'immigrazione e degli scambi con la Corsica (anche per effetto della più restrittiva politica doganale sabauda), allo sviluppo delle cussorge in villaggi ed alla diffusione del gallurese anche nella fascia costiera. Nell'isola di La Maddalena il dialetto "isulanu" venne invece portato direttamente da pescatori e pastori corsi dell'entroterra di Bonifacio. L'area di diffusione del gallurese si presenta da allora in fase di continua espansione, accogliendo alcuni comuni più aree del territorio di altri in cui è tuttora tradizionalmente parlato il sardo nella varietà logudorese (nel corso del '900 Bortigiadas e parte degli agri di Perfugas, Erula, Monti, Berchidda, Padru e Budoni). Inoltre, il logudorese ha mantenuto le due enclavi linguistiche di Luras e Olbia, centri dalle spiccate economie mercantili e legate agli scambi, nelle quali il gallurese è comunque compreso e spesso anche parlato.

Sono in gallurese due canzoni di Fabrizio De André: Zirichiltaggia (Zirichiltagghja) e Monti di Mola. Nel 2011 è stato inoltre realizzato da un gruppo di giovani ricercatori, coordinato dal Dott. Sesto Giuseppe Santoli, un software predittivo in lingua gallurese per la scrittura di sms chiamato "Abà si scrì'", scaricabile gratuitamente da internet[10].

Dialetti còrsi (incluso il gallurese).

Elementi costitutivi tipici[modifica | modifica wikitesto]

Il gallurese si presenta con caratteri di relativa omogeneità (a differenza del sardo che, però, si sviluppa su un'area di gran lunga più estesa), che ne marcano le notevoli differenze rispetto alle adiacenti parlate sarde del Logudoro (sardu logudoresu) e la stretta similitudine con quelle della Corsica meridionale (corsu suttanacciu). Anche le norme di scrittura differiscono in alcune caratteristiche da quelle della lingua sarda e ricalcano grosso modo quelle in uso nel còrso.

  • Il plurale dei nomi finisce per vocale e si forma aggiungendo la -i (ghjanni o polti [porte]) come in corso ed in italiano, e non la -s come in sardo (jannas), latino, spagnolo, catalano, etc;
  • Il plurale non varia nel genere maschile e femminile (la tarra / li tarri, la femina / li femini, lu campu / li campi), esattamente come nel corso meridionale (a tarra / i tarri, a donna / i donni, u campu / i campi), a differenza del corso settentrionale (a terra / e terre, a donna / e donne, u campu / i campi), del sardo (sa terra / sas terras, sa femina/ sas feminas, su campu / sos campos) e dell'italiano;
  • Assenza totale di consonanti finali, presenti invece in sardo nei plurali e in alcune forme verbali;
  • Futuro non perifrastico, come in corso: lu faraghju, "lo farò" ( mentre in sardo è perifrastico: lu apo a fàghere / ddu apu a fà[ghir]i ); a differenza del sassarese, dove invece l'unico futuro di tipo non perifrastico è quello del verbo abè (avere). abaraggiu, mentre in tutti gli altri verbi si forma in modo perifrastico come in sardo, giustamente col futuro di abè + a + l'infinito del verbo in questione (abaraggiu a fà, abarè a andà, abaremmu a vidè, etc.);
  • La presenza del fenomeno fonetico della metafonia (cambio vocalico), comune al còrso e al sassarese: pinsà / eu pensu, faiddà / eu faeddu, steddu / stidducciu, etc;
  • La conservazione del finale in -u atona, caratteristica comune al còrso, al sassarese e al sardo;
  • Gli articoli determinativi in lu, la, li, li, come in sassarese, in corso antico, nell'odierno capocorsino e nella parlata di Porto Vecchio (nella restante Corsica oggi sono "u", "a", "i", "i") originati dal latino ille; in sardo sono invece derivati dal latino ipse, in comune col catalano balearico, dando luogo a "su", "sa", "sos", "sas" (o l'ambigenere "is");
  • La presenza della doppia -dd- cacuminale /ɖ:/ al posto dei gruppi -gli- e -ll- o (come piddà, casteddu, beddu, nieddu, stedda [prendere/pigliare, castello, bello, nero, stella]), come in corso meridionale (mentre è piglià, castellu, bellu, neru / niellu, stella in corso settentrionale); lo stesso fenomeno è abbondantemente presente nel còrso del sud, nel siciliano, in alcuni paesi delle Alpi Apuane e, sia pure in misura minore rispetto a questi ultimi casi, anche in sardo (cfr. sardo pigare, casteddu, bellu, nieddu, isteddu);
  • La qu- modificata in c- velare /k/ all'inizio di diverse parole (cattru, chinci, chiddu, candu, cantu per il corso quattru, quici, quiddu / quellu, quandu, quantu e l'italiano quattro, qui, quello, quando, quanto), sul modello del sardo (bàttor, inòghe e cussu sono molto diverse ma si veda cando, cando, etc.) ma talvolta presente anche al sud della Corsica (corso, gallurese e logudorese calchi, qualche);
  • L'esito dell'iniziale in c- palatale /ʧ/: centu (cento), cincu (cinque), centru (centro), citài (città) come in còrso e toscano, a differenza del sardo logudorese che mantiene la /k/ velare o -nelle innovazioni- la trasforma in /ts/ (chentu, chimbe, tzentru / ant. chentru, tzitade / ant. chitade), mentre in campidanese troviamo anche centu, cincu, centru, cittadi, etc;
  • I trattamenti di -r- in -rt-, -rd-, -rc-, -rg-, -rp- e -rb- modificati in -l- e -lt-, -ld-, -lc-, -lg-, -lp- e -lb- (poltu [porto], impultanti [importante], palchì [perché], cialbeddu [cervello] mentre in còrso meridionale è portu, impurtanti, parchì, ciarbeddu / ciarbellu); Il fenomeno è analogo a quello presente nel sardo logudorese (Pozzomaggiore, Bonorva, etc.);
  • La -b- al posto della -v- (abà, abàli [adesso], per il corso avà, avàli / avàle);
  • L'elisione della -v- a seconda di ciò che la precede (lu 'entu, iddu è (v)echjiu per il corso u ventu, iddu è vechjiu), fenomeno tipico anche del sardo (su 'entu, issu est (b)etzu), e, seppur meno diffusamente, presente anche nel còrso;
  • L'elisione della -v- e della -g- intervocaliche (nii [neve], ghjoanu [giovane], Ghjuanni [Giovanni], chjai [chiave], taula [tavola], teula [tegola], [avere]) ugualmente presente nel sardo, eccettuando il nuorese (nie / nii, zoanu, Juanne / Juanni, crae, taula (tavola di legno; tavola per mangiare si dice in sardo mesa), teula, àere) e in alcune variètà del còrso;
  • La presenza dei suoni occlusivo-palatali ("intricciati") -chj- /c/ e -ghj- /ɟ/ (ghjesgia [chiesa], occhji [occhi], aricchji [orecchie], ghjnocchji [ginocchia]), ghjattu [gatto], figghjulà [guardare], chjamà [chiamare], chjodu [chiodo] come in corso, a differenza dal sardo in cui non sono presenti (cresia, ogros, origras, gattu, bìdere, abboghinare, tzogu) come pure nei dialetti sassaresi e di transizione; Il gruppo ghj- in posizione iniziale viene talvolta eliso e pronunciato come "i" semiconsonantica (/je:ʒa/, /jat:u/ per ghjesgia, ghjattu ma ugualmente trascritto nel testo), come nel corso meridionale;
  • La presenza di suoni in -sgi- /ʒ/ (casgiu [formaggio], ghjesgia [chiesa], basgiu [bacio]) come in corso e in sassarese, e diversamente dal sardo (casu, cresia, basu);
  • Il passaggio a -rr- del gruppo -rn- (turrà [tornare], carri [carne]) come nel corso meridionale e nel sardo (torrare, carre [carne umana]);
  • Il passaggio a -ss- del gruppo -rs- (cossu [corso], vidèssi [vedersi]); il fenomeno è assente in corso (cfr. corsu), mentre è presente in sassarese e in sardo (cfr. cossu);
  • Il trattamento di -gn- e -ng- come nei dialetti corsi e toscani: castagna (castagna), Saldigna (Sardegna), tigna (tigna), linga (lingua); Il fenomeno -gn- si presenta sporadicamente anche in sardo (ad es. Sardigna / Sardinnia, mentre castanza / castangia, tinza e limba, voce tipica e comune con il rumeno);
  • La conservazione della distinzione latina tra vocali toniche e atone -i-/-e- e -u-/-o- come presente sia nel còrso meridionale che nel sardo: pilu (pelo) rispetto a tela (tela), gula (gola) rispetto a soli (sole);
  • L'assenza del fenomeno della lenizione per le consonanti -t- e -c-, (andatu [andato]), (locu [luogo]) come nel corso meridionale e nel sardo nuorese, presente invece nel sardo logudorese e in alcune varietà di corso settentrionale (andadu, logu).
  • Il terminale di vocaboli in -ai (citài [città], trinitài [trinità]), come in sassarese e in corso antico ma ancora in uso in alcune varietà (sartinese), in sardo tzitade/tzitadi e trinidade/trinidadi;
  • La pronuncia di -dor- al posto della -tor- imperadori [imperatore], cacciadori per il corso imperadori / imperatore, cacciadori / cacciatore, analogamente anche alla pronuncia sarda imperadore, catzadore;
  • La terminazione del gerundio presente in -endi, mentre in corso è -endu/-andu, come in sassarese e similmente a quanto avviene con -ende nel sardo logudorese e con -endi nel campidanese, ma non nel sardo centrale, dove abbiamo -ande, -ende, -inde;

Lessico gallurese[modifica | modifica wikitesto]

Il gallurese si caratterizza per la presenza di elementi còrsi, sardi e di origine iberica.

  • Netta prevalenza di vocaboli e strutture grammaticali di origine còrsa e/o di influenza toscana; ad esempio "abà/abali" (adesso) da "avà/avali", "acciagghju" (acciaio), "aceddu" (uccello), "addisperu" (disperazione), "agghju" (ho), "alzu" (ontano), "aricchji" (orecchie), "arimani" (ieri), "avvidecci" (arrivederci) da "a videcci/avvedeci", "balconi" (finestra; cfr. sardo logudorese "balcone", sass. "balchoni"), "barabattula" (farfalla, falena) da "sbarabattula", "battaddolu" (batacchio), "beddula" (donnola), "brandali" (treppiede per cucinare), "brusta" (brace), "butiru" (burro; cfr. sardo "bùttidu), "capiddi" (capelli), "casgiu" (formaggio; cfr. sardo "casu"), "chici/chinci" (qui) da "quici/quinci", "chistu" (questo; cfr. sardo "custu") da "quistu", "chissu/chiddu" (quello; cfr. sardo "cussu/cuddu") da "quissu/quiddu", "chjappuzzu" (pasticcio, pateracchio), "carrasciali" (carnevale) dal tosc. "carnasciale", "cagghjina" (contenitore in legno per liquidi), "cenciu" (panno di cotone, foulard) dal tosc. "cencio", "chjai" (chiave) da "chjavi", "chjostru" (recinto per animali), "cialbeddu" (cervello; cfr. sardo campidanese "cerbeddu") da "ciarbeddu", "cincucentucattru" (cinquecentoquattro) da "cinquecentuquattru", "ciudda" (cipolla, cfr. sc "chibudda/xibudda"), "colciu" (meschino) da "corciu", "criasgia/ant.chjirasgia" (ciliegia; cfr. sardo logudorese "cariasa") da "chjarasgia/chjirasgia", "cruci" (croce), "cunniscì" (conoscere), "dapoi" (dopo), "dugna" (ogni; cfr. sardo "dogna"), "dumani" (domani), "èmu" (abbiamo), "fiddolu" (figlio), "figghjulà" (osservare), "fola" (favola, racconto; cfr. sardo "fàula", sass. "fàura"), "frateddu" (fratello), "ghjacaru" (cane; sc. "jagaru"), "ghjacia" (ginepro maschio), "ghjastìma" (bestemmia), "ghjesgia" (chiesa), "ghjinnagghju" (gennaio, cfr. sc. "ghennaggiu"), "ghjoi" (giovedì) da "ghjovi", "ciurrata" (giornata) da "ghjurnata", "grendi/gren" (grande), "fumaccia" (nebbia), "iddi" (essi) da "iddi/eddi", "inghjò" (giù) da "in ghjò" (cfr. sc. "in giosso"), "innantu" (sopra) da "nantu/annantu", "lacà" (lasciare), "lampà" (gettare), "lèparu" (lepre; cfr. sc. "lèpere/lèpore"), "liccia" (leccio), "liceru" (leggero) da "ligeru", "Lisandru" (Alessandro), "listessu" (lo stesso), "mani" (mattino), "mintuà" (menzionare, mentovare) da "mintuvà", "minnanna" (nonna), "muccichili" (muso), "occhji" (occhi), "ogghji" (oggi) da "oghji/oghje", "padulu" (palude; cfr. sardo "paule/pauli"), "paesi" (paese), "pagghjolu" (paiolo), "palchì" (perché) da "parchì", "pastricciali" (piazzale intorno alla casa), "pecura" (pecora), "pessicu" (pesca) da "persicu" (cfr. sardo "pèssighe", portoghese "pêssego"), "piddà" (prendere), "salconi" (recinto dei capretti) da "sarconi", "scopa" (erica), "s'iddu" (se) da "s'iddu/s'ellu", "sirintina" (pomeriggio), "stazzu/stazzoni" (stazzo, dimora di campagna), "steddu/stiddoni" (ragazzo) da "ziteddu/ziteddoni", "sùaru" (sughero) da "suvaru", "suredda" (sorella), "tafoni" (roccia forata), "tamantu" (cotanto; crf. spagnolo "tamaño"), "tarra" (terra), "undi" (dove) da "undi/induve", "vagghjimu" (autunno), "vecchjiu" (vecchio), "vennari" (venerdì), "vel di" (verso) da "ver di", "'iculu" (culla) da "viculu"; è soprattutto notevole la similitudine del gallurese con antichi documenti còrsi e toscani di area pisana del periodo basso medioevale;
  • Vocaboli con radici presenti sia nella lingua còrsa che in quella sarda in quanto neolatine: ad esempio "ajò!" (suvvia, dai!), "alburu/alburi" (albero; co. "alburu", sc. "àlvure"), ant."albu" (bianco), "ammintà" (ricordare; co. "ammintà", sc. "ammentare"), "barracocca" (albicocca), "beddu" (bello; co. "beddu", sardo "bellu", sass. "beddu"), "criatura" (bambino; sc. "criadura"), "bonu" (buono), "branu" (primavera; co. "branu", sc. "beranu"), "busciaccara/busciacca" (borsa, tasca; sardo "busciacca/butzacca", sassarese "busciaccara"), "calchi" (qualche), "carri" (carne; co. "carri", sc. "carre" ma riferito esclusivamente alla carne umana), "cuddà" (salire o montare; co. "cuddà", sardo "coddare"), "intindì" (sentire; co. "intindì", sc. "intèndere"), "falà" (scendere; co. "falà", sc. "falare"), "faldetta" (gonna), "fora" (fuori), "listincu" (lentischio), "malu" (cattivo), "magghjori/maiori/maiò" (maggiore, grande, anziano; co. "magghjori/maiò", sc. "majore"), "minori" (minore, piccolo, giovane; co. "minori", sc. "minore"), "multa" (mirto; sc. "murta"), "nieddu" (nero), polcu" (porco), "rena" (sabbia), "rumasinu" (rosmarino; sc. "romasinu" o "tzìppiri"), "strintu" (stretto; sc. "istrintu"), "tandu" (allora; sardo "tando"), "taula" (tavola), "trabaddu" (lavoro; sc. "traballu/trabagliu/tribagliu"), "zinzula" (zanzara; sc. "tzintzula"), "zuccaru" (zucchero; sc. "tzucaru");
  • Mancanza significativa di alcuni vocaboli della lingua sarda attinenti al lessico tradizionale ("vennari" e non "chenabura" per venerdì, "casa" e non "domo", "pecura" e non "berbeghe" per pecora, "chici" e non "inoghe" per qui, "carri" e non "petza" per carne).
  • Presenza di un patrimonio lessicale di origine sarda pari a circa il 20% (comprendente il nome di alcuni mesi, diversi colori, etc.) spesso adattato alle regole di pronuncia del corso-gallurese e spesso in presenza di un sinonimo corsofono; Termini, nomi e toponimi di origine sarda presentano inoltre talvolta caratteristiche fonetiche che erano presenti nel logudorese antico fino alla metà del quattrocento;

Sono termini derivati dal sardo ad esempio (dove non indicato diversamente, la forma sarda è identica): "agnoni" (agnello) da "anzone/angione", "àinu" (asino), "biaìttu" (blu), "burricu" (asino), "Capidannu" (Settembre) da "Capidanne", "casiddu (di abbi)" (alveare) da "casiddu de abes", "catréa" (sedia) da "cadrèa", "chèna" (senza), "chèlcu" (quercia) da "chèrcu", "chessa" (lentischio), "chisgìna" (cenere) da "chighìna/chisìna", "chizzu" (presto, di buon'ora) da "chitto/chitzo", "cioga" (aggese, lumaca) da "gioga", "dì" (giorno) da "die", "èbba" (cavalla), "faiddà" (parlare) da "faeddare", "fratili" (cugino, da "fradile"), "ghjanna" (porta) da "janna" (ma anticamente presente anche nel corso "ghjanna", oggi in disuso), "Làmpata" (Giugno) da "Làmpadas", "Lùrisi" (Luras) ant. "Luris"/od. "Lùras", "luscia" (granaio) da "lussia", "maccu" (scemo), "mannu" (grande), "manzana" (aggese, mattina) da "manzanu", "miriacu" (luogo di riposo) da "miriagu", "Natali" (Dicembre) da "Nadale", "Nùcchisi" (Nuchis) da "ant.Nuches"/od."Nughes", "petralana" (muschio) da "lana 'e pedra", "polcavru" (cinghiale) da "polcabru/porcabru", "puddichinu" (pulcino, da "puddighinu"), "ruju" (rosso), "Santandrìa" (novembre) da "Sant'Andría", "Santigaìni" (Ottobre) da "Santu (G)Aíne", "statiali" (estate) da "istadiale", "trau" (toro), "ziribriccu/zilibriccu" (cavalletta) da "thilipirche", "ziraccu" (servo) da "thiraccu/tzeraccu", "zirichelta" (lucertola) da "thilicherta/thiligherta/tziligherta".

  • Presenza di qualche decina di vocaboli di origine catalana, normalmente presenti anche in sardo: "agabbà" (smettere, sardo "agabbare") da "acabar", "banduleri" (vagabondo, sardo "banduleri") da "bandoler", "barberi" (barbiere, sardo "barberi") da "barber", "caglià" (tacere, sardo "cagliare") da "callar", "cara" (viso, sardo "cara") da "cara", "carrera" (via, sardo "carrela") da "carrer", "chescia" (Temp.: lamento, sardo "chescia") da "queixa", "distempu" (Temp.:tempo inopportuno, sardo "distempu") da "destemps", "dismaià" (Temp.: svenire, sardo "(si) dismajare") da "desmaiar", "gana" (voglia, appetito, sardo "gana") da "gana", "grogu" (Temp.: giallo, sardo "grogu") da "groc", "matessi" (stesso, sardo "matessi") da "mateix", "miccalori" (fazzoletto, sardo "mucadore/mucalore") da "mocador", "pressa" (fretta, sardo "presse") da "pressa" (questo termine è però presente anche in corso, in italiano e in altre lingue neolatine), "pricuntà" (chiedere, sardo "pregontare") da "preguntar", "sindria" (anguria, sardo "síndria") da "síndria", "tinteri" (calamaio,sardo "tinteri") da "tinter".

Molti di questi vocaboli si trovano comunque anche in spagnolo, mentre sono ovviamente totalmente assenti in corso; sono invece molto rari (a differenza che nel logudorese) vocaboli inequivocabilmente ascrivibili alla sola lingua spagnola, ad es. "appusentu" (camera da letto, sardo "apposentu")] da "aposento", "caracolu" (chiocciola) da "caracol", "elmosu" (bello, sardo "ermosu") da "hermoso", "feu" (brutto, sardo "feu") da "feo", "prizosu" (pigro, sardo "preitzosu") da "perezoso", "tricu" (grano, sardo "trigu") da "trigo".

  • Presenza di alcuni vocaboli di dubbia origine, forse ligure/settentrionale, ma non presenti nel corso (e senza analogie in sardo, catalano o spagnolo): "ea" (acqua, prob. ant. "eva", cfr. sass. "eba", lig. "egua", piem. "eva", lad. "ega"), "micà/mecala" (smettere/smettila, cfr. lomb. "mucà/mucala").

Grammatica[modifica | modifica wikitesto]

Articoli determinativi (sing./plur.): lu/li, la/li

Articoli indeterminativi: unu, una

Pronomi personali: eu, tu, iddu/idda, noi, voi, iddi

Pronomi e aggettivi possessivi: mèu/mè, tòiu/tò, sòiu/sò, nostru, vostru, sòiu/sò

Pronomi e aggettivi dimostrativi: chistu-chisti (questo-questi), chissu-chissi, chiddu-chiddi (quello-quelli)

Verbi: I verbi hanno tre coniugazioni (, , ). La struttura dei verbi ricalca quella corsa, con qualche differenza minore su parte della terza coniugazione. Similmente al còrso e a differenza del sardo il gallurese conserva l'uso parlato del passato remoto anche se ne modifica la struttura avvicinandola a quella dell'antico tempo sardo logudorese oggi generalmente in disuso nella lingua parlata.

Verbo esse (essere):

  • Indicativo presente: eu socu, tu sei, iddu è, noi semu, voi seti, iddi sò;
  • Indicativo imperfetto: eu era/eru, tu eri, iddu era, noi erami, voi érati, iddi erani;
  • Indicativo passato remoto: eu fusi, tu fusti, iddu fusi, noi fusimi, voi fusiti, iddi fusini;
  • Indicativo futuro: eu saragghju, tu sarai/saré, iddu sarà, noi saremu, voi sareti, iddi sarani;
  • Congiuntivo presente: chi eu sia, chi tu sii, chi iddu sia, chi noi sìami, chi voi sìati, chi iddi sìani;
  • Congiuntivo imperfetto: chi eu fussi, chi tu fussi, chi iddu fussi, chi noi fussimi, chi voi fussiti, chi iddi fussini;
  • Condizionale: eu sarìa, tu sarìsti, iddu sarìa, noi sarìami, voi sarìati, iddi sarìani;
  • Gerundio presente: essendi/sendi;
  • Gerundio passato: essendi/sendi statu;

Verbo (avere):

  • Indicativo presente: eu agghju, tu hai, iddu ha, noi aèmu/èmu, voi aèti/éti, iddi ani;
  • Indicativo imperfetto: eu aìa/aìu, tu aìi, iddu aìa, noi aìami, voi aìati, iddi aìani;
  • Indicativo passato remoto: eu aìsi, tu aìsti, iddu aìsi, noi aìsimi, voi aìsiti, iddi aìsini;
  • Indicativo futuro: eu aragghju, tu arài/arè, iddu arà, noi aarèmu, voi aaréti, iddi aaràni;
  • Congiuntivo presente: chi eu agghjia, chi tu agghji, chi iddu agghja, chi noi àgghjimi, chi voi àgghjiti, chi iddi àgghjini;
  • Congiuntivo imperfetto: chi eu aissi, chi tu aissi, chi iddu aissi, chi noi aissimu, chi voi aissiti, chi iddi aissini;
  • Condizionale: eu aarìa, tu aarìsti/aarii, iddu aarìa, noi aarìami, voi aarìati, iddi aarìani;
  • Gerundio presente: aèndi;
  • Gerundio passato: aendi aùtu;

Coniugazione in -à - Verbo amà (amare):

  • Indicativo presente: eu amu, tu ami, iddu ama, noi amemu, voi ameti, iddi amani;
  • Indicativo imperfetto: eu amàa/amaia, tu amai/amaìi, iddu amaa/amaìa, noi amaami/amaìami, voi amaati/amaìati, iddi amaani/amaìani;
  • Indicativo passato remoto: eu amesi, tu amesti, iddu amesi, noi amesimi, voi amesiti, iddi amesini;
  • Indicativo futuro: eu amaragghju, tu amarè, iddu amarà, noi amarèmu, voi amaréti, iddi amarani;
  • Congiuntivo presente: chi eu àmia, chi tu ami, chi iddu àmia, chi noi àmiami, chi voi àmiati, chi iddi àmiani;
  • Congiuntivo imperfetto: chi eu amàssia, chi tu amàssi, chi iddu amàssia, chi noi amàssimi, chi voi amàssiti, chi iddi amàssini;
  • Condizionale: eu amarìa, tu amarìsti, iddu amarìa, noi amarìami, voi amarìati, iddi amarìani;
  • Gerundio presente: amèndi;
  • Gerundio passato: aendi amatu;

Coniugazione in -é - Verbo vidé (vedere):

  • Indicativo presente: eu vicu, tu vidi, iddu vidi, noi vidimu, voi viditi, iddi vidini;
  • Indicativo imperfetto: eu vidìa, tu vidìi, iddu vidìa, noi vidìami, voi vidìati, iddi vidìani;
  • Indicativo passato remoto: eu vidìsi, tu vidisti, iddu vidisi, noi vidìsimi, voi vidìstiti, iddi vidìsini;
  • Indicativo futuro: eu vidaràgghju, tu vidaré, iddu vidarà, noi vidarèmu, voi vidaréti, iddi vidaràni;
  • Congiuntivo presente: chi eu vidìa, chi tu vidìi, chi iddu vidìa, chi noi vidìami, chi voi vidìati, chi iddi vidìani;
  • Congiuntivo imperfetto: chi eu vidìssia, chi tu vidìssia, chi iddu vidìssia, chi noi vidìssiami, chi voi vidìssiati, chi iddi vidìssiani;
  • Condizionale: eu vidarìa, tu vidarìsti, iddu vidarìa, noi vidarìami, voi vidarìati, iddi vidarìani;
  • Gerundio presente: vidèndi;
  • Gerundio passato: aendi vidùtu;

I rari verbi di questa coniugazione ("aé", "cunviné", "cridé", "esse", "intindé","priidé", "sapé", "tiné", "vidé", "viné", "vulé") sono tutti irregolari.

Coniugazione in -ì - Verbo timì (temere): Questa coniugazione raccoglie in realtà due coniugazioni continuatrici di parte dei verbi in -ere (corrispondenti al differente esito -e/-a in corso): "timì" (temere), "biì" (bere), "cridì" (credere), "currì" (correre), "muì" (muovere), "nascì" (nascere), "punì" (porre), "ridì" (ridere), "vindì" (vendere); comprende inoltre gli esiti di -ire (il cui esito nel còrso meridionale è il medesimo del gallurese): "finì" (finire), "apparì" (apparire), "costruì" (costruire), "cuprì" (coprire), "dì" (dire), "drummì" (dormire), "fugghjì" (fuggire), "murì" (morire), "riscì" (riuscire), "suffrì" (soffrire);

  • Indicativo presente: eu timu, tu timi, iddu timi, noi timimu, voi timiti, iddi timini;
  • Indicativo imperfetto: eu timia, tu timìi, iddu timìa, noi timìami, voi timìati, iddi timìani;
  • Indicativo passato remoto: eu timìsi, tu timìsti, iddu timisi, noi timìsimi, voi timìstiti, iddi timìsini;
  • Indicativo futuro: eu timaragghju, tu timaré, iddu timarà, noi timarèmu, voi timaréti, iddi timaràni;
  • Congiuntivo presente: chi eu timia, chi tu timii, chi iddu timia, chi noi timiami, chi voi timiati, chi iddi timiani;
  • Congiuntivo imperfetto: chi eu timissi, chi tu timissi, chi iddu timissi, chi noi timissimu, chi voi timissiti, chi iddi timissini;
  • Condizionale: eu timarìa, tu timarìsti/aarii, iddu timarìa, noi timarìami, voi timarìati, iddi timarìani;
  • Gerundio presente: timèndi;
  • Gerundio passato: aendi timùtu;

Un'interessante curiosità del gallurese, riscontrabile anche nel corso meridionale e in alcune varietà del sardo, è dovuta al fatto che esistono due modi, entrambi storicamente corretti di coniugare l'indicativo imperfetto di alcuni verbi, per esempio:

Verbo andà (andare):

  • Indicativo imperfetto standard: eu andàa, tu andài, iddu andàa, noi andàami, voi andaàti, iddi andàani;
  • Indicativo imperfetto alternativo: eu andaìa, tu andaìi, iddu andaìa, noi andaìami, voi andaìati, iddi andaìani.

I due modi riflettono le forme maggiormente in uso rispettivamente nella Corsica settentrionale (e in Toscana) e in quella meridionale. Nel secondo tipo di coniugazione e in alcune località, il suono semiconsonantico -i- viene spesso sostituito da -gghjì- (andaìami -> andagghjìami). Il fenomeno è presente in maniera speculare anche nel sardo: geo/deo andào/andaìa, tue andàs/andaìas, issu/isse/issa andàt/andaìat, etc.

Numeri: unu, dui, tre, cattru, cincu, sei, setti, ottu, noi, deci, undici, dodici, tredici, cattoldici, chindici, sedici, dicessetti, diciottu, dicennoi, vinti, ..., trinta, caranta, cincanta, ..., centu, duicentu, ..., middi, duimilia, ...;

Giorni: luni, malti, màlcuri, ghjoi, vènnari, sabbatu, duminica. I nomi dei giorni sono molto simili a quelli del sassarese e, fatta eccezione vènnari, dove in sardo si ha chenàbara, rispecchiano i nomi sardi lunis, martis, mercuris, zobia/giobia, sàbadu, domìniga/domìnigu.

Mesi: ghjinnagghju, friagghju, malzu, abrili, magghju, lampata, agliola, aùstu, capidannu, Santigaini, Sant'Andria, Natali. (le forme tipiche del gallurese lampata, agliola, capidannu, Santigaini, Sant'Andria e Natali, totalmente assenti nel corso ma presenti nel sassarese e in parte addirittura nell'algherese, derivano dai corrispettivi sardi lampadas, argiolas, cabudanni/cabidanne, Santu Aine, Sant'Andria e Nadale, e sono sostanzialmente legate alla cultura agricola; oggigiorno, nel linguaggio comune, tendono spesso ad essere sostituite rispettivamente da ghjugnu, luddu, sittembri, uttobri, nuembri, dicembri);

Stagioni: branu (dal sardo beranu)/primmaèra, statiali/istiu (sardo istadiale/istiu), vagghjimu/ottùgnu, invarru/arru (sardo ierru);

Colori: biancu/canu/ant.albu [bianco], nieddu [nero], ruiu/ant.russu [rosso], giallu/grogu [giallo], biaittu/blu [blu], tulchinu [celeste], veldi [verde], grisgiu/canu/murru [grigio], biaittògnu/purpurinu [viola], aranciu/aranciò [arancione], marrò/castagnu [marrone]. I nomi tipici del gallurese canu, nieddu, ruiu, grogu, biaittu e purpurinu sono del tutto uguali a quelli sardi.

Varianti locali[modifica | modifica wikitesto]

Il gallurese si presenta relativamente omogeneo nel territorio con alcune differenze sostanzialmente riconducibili alla pronuncia e alla grafia.

  • La sua variante base, maggiormente diffusa e standardizzata è quella tempiese ("timpiésu"), diffusasi dal '600 in ampia parte del territorio gallurese; gode di particolare prestigio a Tempio dove è abitualmente parlata anche negli uffici e negli ambienti più prestigiosi; la parlata della città ha storicamente risentito di maggiori influssi catalani rispetto a quella delle campagne;
Varianti del gallurese in arancione. In verde il sardo logudorese, in grigio il sassarese.

È parlata altresì nella Gallura Costiera da San Teodoro a Vignola con minime differenze osservabili particolarmente nella pronuncia e in qualche decina di vocaboli specie tra Alta e Bassa Gallura per cui i cittadini di Tempio e Calangianus spesso non esitano a far notare ai galluresi della bassa Gallura (anticamente detti pasturini) il modo - alle loro orecchie - grossolano di parlare, per pronuncia ed espressioni;

  • La variante calangianese ("caragnanesu") si differenzia dal tempiese per alcuni aspetti di pronuncia (/ɟː̩/>/cː̩̩/, ad es. "friacchju" per "friagghju"/febbraio, "pucchju" per "bugghju"/buio, "spucchjià" per "sbucchjià"/sbucciare) e per il caratteristico accento, certamente il più originale tra le parlate cittadine.
  • A Nuchis, l'uso più diffuso nella maggior parte della Gallura del "-gn-" nasale palatale per pronunciare p.es. "vigna" viene trascurato a favore di un tipico suono nasale velare "-nghj-" per cui si pronuncia "vinghja" e non "vigna", "conghju" e non "cognu", "Caranghjani" e non "Caragnani"; al medesimo modo, questa dissezione di suono è ordinariamente utilizzata anche per "gli", per cui "aglióla" (trebbiatura, luglio) suona "alghjióla", "puntogliu" (frusta usata per attivare il giogo dei buoi) si pronuncia "puntolghjiu", "spianteglia" (sottopiede realizzato con una sottilissima sfoglia di sughero) diventa "spiantelghjia", ecc. Questa caratteristica la si può riscontrare anche nel sardo, dove però il suono è "ng" o "nz".
  • Il dialetto teresino delle Bocche di Bonifacio ("lungunesu") ha subito più recenti influenze lessicali dal corso moderno ma a parte qualche vocabolo caratteristico non registra differenze strutturali dal gallurese comune.
  • Il maddalenino ("isulanu") parlato nell'isola di La Maddalena, essendo frutto di una immigrazione sette-ottocentesca e quindi più recente di popolazioni corse provenienti dall'entroterra di Bonifacio, pur influenzato dal gallurese comune, per la limitata presenza di un substrato linguistico sardo e per la vicinanza geografica ha mantenuto invece caratteristiche originarie che lo farebbero rientrare a pieno titolo tra i dialetti del sud della Corsica (es. articoli in "u", "i" per "lu", "li", "quiddu" per "chiddu", "avà" per "abà", "acqua" per "ea", "durci" per "dulci", "nosciu" per "nostru"). Presenta inoltre numerosi vocaboli di origine genovese e ponzese.
  • La variante aggese ("agghjesu"), parlata nei territori dell'ex Comune di Aggius (Aggius, Badesi, Trinità, Viddalba e Valledoria Centro), se ne discosta per alcune forme lessicali, per la frequente sostituzione della C velare /kː̩/ con la G velare /gː̩/ (tempiese "pecura", aggese "pegura"; tempiese "focu", aggese "fogu"; tempiese "eu socu", aggese "eu sogu", ecc.) e per l'utilizzo fonetico della Z al posto della C palatale (it. "cielo", gall. "celu", agg. "zelu"; it. "cento", gall. "centu", agg. "zentu"), similmente a quanto avviene nel sassarese e nei dialetti di transizione (Tergu, La Muddizza di Valledoria, Sedini); inoltre, mentre nel tempiese si usano entrambi i suoni occlusivo-palatali o mediopalatali -chj- /c/ -ghj- /ɟ/ in parole come "ghjesgia" [chiesa], "occhji" [occhi], "aricchji" [orecchie], "ghjnocchji" [ginocchia]), "ghjattu" [gatto], "figghjulà" [guardare], "chjamà" [chiamare], "chjodu" [chiodo], "vecchja" [vecchia], in aggese il suono -chj- è sostituito dalla C palatale (la C dell'italiano "cieco"; quindi, si dice: "occi", "aricci", "ciodu", "veccia", ecc.), essendo anche questo un tratto distintivo comune con il sassarese.
  • la variante di Bortigiadas, simile all'aggese, se ne discosta solo per i seguenti elementi di diversità: la G palatale (quella dell'italiano "gelo") sostituisce il suono -ghj- (perciò si dice "figgiulà" [guardare], "aggesu" [aggese], caratteristica che lo avvicina ancora di più al sassarese) e la N nasale velare (quella dell'italiano "mangio") sostituisce il suono nasale palatale -gn- (per es., in aggese si dice "magnà" [mangiare], mentre in bortigiadese si dice "mangià"; questo elemento lo allontana invece dal sassarese e lo avvicina al sardo, cfr. vigna (gallurese comune) e bingia (sardo campidanese);
  • Il subdialetto coghinese, ("cuzinesu") di stampo aggese, molto simile nei trattamenti fonetici al particolare dialetto bortigiadese si discosta da quest'ultimo per la più frequente lenizione della "C" velare, per il consueto raddoppiamento fonetico di "t" e "m" (prittindimmu, gall.com. pritindimu, ita. pretendiamo) e per la più marcata influenza lessicale subita dal Castellanese e Logudorese. Questa variante locale di gallurese è parlata nel Comune di S. Maria Coghinas e da alcune famiglie di Valledoria.

Ci sono inoltre differenze di accento in particolar modo tra Alta e Bassa Gallura, mentre le varianti del gallurese di quest'ultima tendono a essere più uniformi tra loro, tanto che per un esperto parlante gallurese sarebbe possibile comprendere dall'accento o da alcune forme lessicali la provenienza di un suo interlocutore di Tempio, Nuchis, Calangianus e a maggior ragione di Aggius, ma gli sarebbe molto più difficile se l'interlocutore provenisse da Santa Teresa o S.Teodoro.

Esempio di gallurese in tutte le sue varianti locali di un augurio agli sposi con in grassetto le differenze rispetto al gallurese comune:

Gallurese comune Maddalenino Aggiese Bortigiadese/Coghinese

L'aguriu chi focciu a chisti sposi
primma di tuttu è di campa' alt'e cent'anni
poi d'aé fiddoli boni e primurosi
cu li cumpagni, cu li steddi e cu li manni.
Lu chi t'agghju dittu, però, è pa un dumani;
par abà àgghjiti alti pinsamenti:
ogghj no pinseti a trabaddani
ma a diviltivvi…cu l'amichi e li parenti

L'aguriu chi facciu a quisti sposi
primma di tuttu è di campa' antri cent'anni
poi d'avé fiddoli boni e primmurosi
cu i cumpagni, cu i ziteddi e cu i grandi.
Lu ch'agghju dittu, però, è pè un dumani;
per avà àgghjiti antri pinzamenti:
ogghj nun pinzeti a travaddani
ma a diirtivvi…cu l'amichi e i parenti

L'aguriu chi fozzu a chisti sposi
primma di tuttu è di campa' alt'e zent'anni
poi d'aì fiddoli boni e primmurosi
cu li cumpagni, cu li steddi e cu li manni.
Lu gh'agghju dittu, però, è pa un dumani;
par abà àgghjiti alti pinsamenti:
ogghj no pinseti a trabaddani
ma a diiltivvi…cu l'ammighi e li parenti

L'aguriu chi fozzu a chisti sposi
primma di tuttu è di campa' alt'e zent'anni
poi d'aì fiddoli boni e primmurosi
cu li cumpangi, cu li steddi e cu li manni.
Lu gh'aggiu dittu, però, è pa un dumani;
par abà àggiti alti pinsamenti:
oggi no pinseti a trabaddani
ma a diiltivvi…cu l'ammighi e li parenti.

Esempio di testo in Gallurese[modifica | modifica wikitesto]

Aiuto
La più bedda di Gaddura (info file)
Ascoltalo in gallurese

La più bedda di Gaddura (Nostra Signora di Locusantu, Regina di Gaddura) di Ciccheddu Mannoni.[11]

Italiano Còrso Gallurese Sassarese Sardo logudorese Sardo centrale (de mesania)

Tu sei nata per incanto
deliziosa bellezza
la migliore di Luogosanto
la piu bella di Gallura.

Sei (tanto) bella che ogni cuore
s'innamora di te
Per i miei occhi (sei) un fiore
sei la migliore che c'è.

Sono vecchio canuto
e il mio tempo sta passando
però sto sempre scherzando
come (quando) m'avete conosciuto.

Per quanto campo devo fare
sempre onore a Luogosanto
perché è la terra dell'incanto
per chi la viene a visitare.

La Patrona di Gallura
l'abbiamo noi a Luogosanto
incoronata dal canto
così bella creatura.

Tu sè nata par incantu
diliziosa biddezza
a meddu di Locusantu
a più bedda di Gaddura.

Sè bedda chi ugna cori
s'innamurighja di te
pa' l'occhj mei un fiori
ed è a meddu chi c'è.

E socu vecchju canutu
e socu a tempu passendu
parò sempri burlendu
comu m'eti cunisciutu

Quantu campu devu fà
sempri onori a Locusantu
ch'è a tarra di l'incantu
di qua' veni a sughjurnà.

A Patrona di Gaddura
l'emu noi in Locusantu
incurunata da u cantu
cusì bedda criatura.

Tu sei nata par incantu
diliziosa elmosùra
la meddu di Locusantu
la più bedda di Gaddura.

Sei bedda chi dugna cori
s'innammurigghja di te
pa l'occhj mei un fiori
ed è la meddu chi c'è.

E socu vecchju canutu
e socu a tempu passendi
parò sempri burrulendi
comu m'eti cunnisciutu

Cantu campu decu fà
sempri onori a Locusantu
ch'è la tarra di l'incantu
di ca' veni a istragnà.

La Patrona di Gaddura
l'emu noi in Locusantu
incurunata da lu cantu
cussì bedda criatura.

Tu sei nadda pà incantu
diriziosa ermosura
la megliu di Loggusantu
la più bedda di Gaddura.

Sei bedda chi dugna cori
s'innamureggia di te
pà l'occi mei un fiori
e sei la megliu chi v'è.

E soggu vecciu canuddu
e soggu a tempu passendi
parò sempri buffunendi
cumenti m'abeddi cunnisciddu.

Cantu campu aggiu da fà
sempri onori a Loggusantu
chi è la terra di l'incantu
di ca veni a visità.

La Patrona di Gaddura
l'abemmu noi in Loggusantu
incurunadda da lu cantu
cussì bedda criaddura.

Tue ses naschida pro incantu
delitziosa elmosura
sa menzus de Logusantu
sa pius bella de Gallura.

Ses bella gai chi donzi coro
s'innamorat de tene
pro sos ojos meos unu fiore
e ses sa menzus chi b'est.

E soe betzu e pili canu
e su tempus meu est colende
però soe semper brullende
comente m'azes connotu.

Pro cantu bivo apo a fàghere
semper onore a Logusantu
chi est sa terra de s'incantu
de chie benit a istranzare.

Sa Patrona de Gallura
l'amus nois in Logusantu
coronada dae su cantu
gai bella criadura.

Tue ses naschida po incantu

delitziosa ermosura

sa menzus de Logusantu

sa prus bella de Gallura.

Ses bella gasi chi donzi coro

s'innamorat de a tie

po sos ogros meos unu frore

e ses sa menzus chi ch'est.

E seo betzu e pili canu

e su tempus meus est colande

però seo semper brullande

comente m'ais connotu

Po cantu bivo apo a fàere

semper onore a Logusanto

chi est sa terra de s'incantu

de chie benit a istranzare.

Sa Patrona de Gallura

dda tenimus nos in Logusantu

coronada dae su cantu

gasi bella criadura.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ cfr. Loporcaro, 2013, 5
  3. ^ Blasco Ferrer 1984: 180-186, 200
  4. ^ Contini 1987: 1°, 500-503
  5. ^ Dettori 2002
  6. ^ Loporcaro 2009: 159-67
  7. ^ Wagner, 1943
  8. ^ La situazione sociolinguistica della Sardegna settentrionale, di Mauro Maxia
  9. ^ Stima su un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei sardi
  10. ^ Ti mando un sms, anzi un missagghju - La Nuova Sardegna
  11. ^ Dal sito dell'Accademia della Lingua Gallurese

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • MAXIA Mauro, "Studi sardo-corsi. Dialettologia e storia della lingua tra le due isole", Olbia, Taphros 2008, 2ª edizione 2010; consultabile sul sito http://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/fullsize/2010072310445600012.pdf,
  • MAXIA Mauro, "Fonetica storica del gallurese e delle altre varietà sardocorse", Olbia, Taphros 2010.

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