Pirateria

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La tipica bandiera pirata del XVII-XVIII secolo con sfondo nero, teschio e tibie incrociate è chiamata Jolly Roger. Prima di un abbordaggio veniva nascosta e sostituita con una diversa, sfruttando la sorpresa.[1]

La pirateria è l'azione illegale dei pirati[2], che compiono violenza in ambito nautico. Tipicamente essi sono marinai che assaltano, saccheggiano o affondano navi in alto mare, nei porti, sui fiumi, negli estuari e nelle insenature, dopo aver abbandonato la precedente vita sui mercantili per scelta o per costrizione.

"Pirata" deriva dal latino pirata, piratæ, che ha un suo corrispettivo nel greco πειρατής (peiratès), da πειράω (peiráo) che significa “tentare" e "attaccare".

La pirateria è antica quanto la navigazione, ma nella cultura popolare rimanda soprattutto ai secoli XVI-XIX (specie 1600 e 1700) ovvero alla pirateria più documentata (segnatamente quella occidentale).

I luoghi considerati ad alto rischio di pirateria sono cambiati nel corso della storia. Tra questi ci sono stati il Mare Caraibico, la zona dello stretto di Gibilterra, il Madagascar, il Mar Rosso, il Golfo Persico, il litorale del Malabar nonché tutta l'area tra Filippine, Malaysia e Indonesia dove spadroneggiavano i pirati filippini.

Il Mar Cinese Meridionale ospitava all'inizio del XIX secolo la più temuta e numerosa comunità di pirati (si stima circa 40.000) ma la locuzione "epoca d'oro della pirateria" si riferisce soprattutto alla pirateria caraibica del '600-'700 (poi calata drasticamente nell'800).

Stereotipo piratesco tipico delle opere di fantasia: occhio bendato, pappagallo, uncino, gamba di legno, sciabola d'abbordaggio, Jolly Roger su feluca, giacca, denti marci, ghigno, orecchini e barba

[3]

In tempi moderni per pirateria si intendono situazioni diverse da quella originaria, come pirateria informatica, pirateria di contraffazione, pirateria aerea per estensione del significato di appropriazione indebita alla comunicazione in generale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra piratica di Pompeo.
Mappa generale del Bellum piraticum con i relativi comandanti, per area territoriale

Vi sono esempi di pirati nel mondo antico con i Popoli del mare (come gli Shardana) o classico tra i Greci e i Romani, quando ad esempio gli Etruschi erano conosciuti con l'epiteto greco Thyrrenoi (da cui deriva il Mar Tirreno) e avevano la fama di pirati efferati; all'inizio del primo secolo a.C. il giovane Gaio Giulio Cesare fu preso prigioniero da pirati che veleggiavano nelle acque intorno all'isola di Rodi, con grandi flotte di navi enormi, secondo un famoso aneddoto riferito da autori come Svetonio (nelle Vite dei Cesari, libro I) e Plutarco (nelle Vite parallele). Gneo Pompeo Magno condusse una vera e propria guerra contro i pirati, con il sostegno del Senato romano. I pirati erano quasi sempre condannati a morte pubblicamente.

Antichità[modifica | modifica wikitesto]

Man mano che le città-stato della Grecia crebbero in potenza, attrezzarono delle navi scorta per difendersi dalle azioni di pirateria. Fra esse Rodi, che secondo Strabone nell'VIII sec. a. C. si assunse compiti di "polizia del mare" navigando fino in Adriatico «per la salvezza delle genti».

A sua volta Atene, la maggior potenza navale ellenica, dovette spesso occuparsi di proteggere i suoi traffici dai pirati. Nel cosiddetto "decreto Tod 200" (325/24 a.C.) si progettò addirittura la fondazione di una nuova base navale perché «vi sia protezione dai Tirreni», cioè gli Etruschi della Val Padana che controllavano l'alto Adriatico e da lì partivano per le loro scorrerie.

Il Mar Mediterraneo vide sorgere e consolidarsi alcune fra le più antiche civiltà del mondo ma, nello stesso tempo, le sue acque erano percorse anche da predoni del mare. L'Egeo, un golfo orientale del Mediterraneo e culla della civiltà greca, era un luogo ideale per i pirati, che si nascondevano con facilità tra le migliaia di isole e insenature, dalle quali potevano avvistare e depredare le navi mercantili di passaggio. Le azioni di pirateria erano inoltre rese meno difficoltose dal fatto che le navi mercantili navigavano vicino alla costa e non si avventuravano mai in mare aperto. L'attesa dei pirati, su una rotta battuta da navi cariche di mercanzie, era sempre ricompensata da un bottino favoloso. I pirati attaccavano spesso anche i villaggi e ne catturavano gli abitanti per chiedere un riscatto o per rivenderli come schiavi.[4]

Questa è la descrizione che ne fa lo storico Cassio Dione Cocceiano al tempo della guerra piratica di Pompeo del 67 a.C.:

«I pirati non navigavano più a piccoli gruppi, ma in grosse schiere, e avevano i loro comandanti, che accrebbero la loro fama [per le imprese]. Depredavano e saccheggiavano prima di tutto coloro che navigavano, non lasciandoli in pace neppure d'inverno [...]; poi anche coloro che stavano nei porti. E se uno osava sfidarli in mare aperto, di solito era vinto e distrutto. Se poi riusciva a batterli, non era in grado di catturarli, a causa della velocità delle loro navi. Così i pirati tornavano subito indietro a saccheggiare e bruciare non solo villaggi e fattorie, ma intere città, mentre altre le rendevano alleate, tanto da svernarvi e creare basi per nuove operazioni, come si trattasse di un paese amico.»

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 21.1-3.)

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Nel Medioevo pirati europei furono per esempio: Maio "Matteo - Madio" di Monopoli, 1260 (pirata italiano medievale che navigava nel Mediterraneo preferibilmente tra Puglia e Grecia), Enrico "il Pescatore" di Malta, Ruggero da Fiore, Andrea Morisco, Awilda, il Duca Barnim VI di Pomerania, Gottfried Michaelsen, i Vitalienbrüder, Hennig Wichmann, Cord Widderich, Mastro Wigbold e Klaus Störtebeker pirata germano nato nel 1360 a Wismar e morto nel 1401 ad Amburgo, terrore del mar baltico.

Nel Mediterraneo all'Alto Medioevo risalgono le attività piratesche di Vandali, Vichinghi e Danesi, mentre al Basso Medioevo quelle di Slavi e Saraceni con relativi prodromi nei secoli precedenti.

Assieme a questi si aggiungono anche i corsari di Malta.

I pirati più conosciuti nel Medioevo furono i Vichinghi, che dalla Scandinavia attaccarono e depredarono principalmente tra l'VIII e il XII secolo le coste e l'entroterra di tutta l'Europa occidentale e successivamente le coste del Nord Africa e dell'Italia. La mancanza di poteri centralizzati nell'Europa nel Medioevo vi favorì la pirateria.

I Vichinghi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vichinghi.
Vichinghi imbarcati in una miniatura del XII secolo

Navigatori esperti, i guerrieri norreni originari della Scandinavia pianificavano i loro attacchi in anticipo e di solito riuscivano a sorprendere le loro prede grazie alla velocità e alla mobilità, elementi chiave delle incursioni norvegesi che le rendeva difficili da prevenire.

Il primo attacco registrato da parte dei vichinghi si ha nel 793, testimoniato da Simone di Durham. Esso racconta del saccheggio della chiesa di Lindisfarne, dove sono stati rubati tutti i tesori.[5] Incursioni di questo tipo erano comuni fra i norvegesi. Questi pirati erano provvisti di grandi navi che usavano per scontri in mare oltre che per saccheggiare le città e i monasteri, i drakkar. Tra i tesori più ricercati vi erano le copertine dei codici miniati, crocifissi d'oro e calici d'argento. I monasteri erano preferiti ad altri obbiettivi a causa della loro lontananza dalle città, la vicinanza all'acqua e l'assenza di eserciti o guardie a difenderli. Potevano essere fatti prigionieri più facilmente.

Nel 795 i pirati nordici fecero irruzione per la prima volta a Iona[6], un'isola al largo della Scozia. Venne attaccata nuovamente nel 802 e 806 dove si riporta l'uccisione di sessantotto persone fra monaci e laici. Valfridio Strabone, un abate di Reichenau, riporta in un manoscritto contenente molte delle sue opere, racconti dettagliati di un guerriero irlandese aristocratico che donò la sua vita a Dio. Costui era Blathmac e durante un attacco al suo monastero da parte dei pirati nel 825, venne lasciato in vita per ricavare informazioni riguardanti i prossimi obbiettivi da depredare. Al rifiuto di fornire tali informazioni, i pirati lo assassinarono brutalmente.[7]

Le isole britanniche non erano gli unici obiettivi di caccia da parte dei pirati norvegesi. Durante l'impero dei Franchi, il flusso di Vichinghi non cessò di aumentare. Ovunque ci furono cristiani vittime di massacri, incendi, saccheggi e i Vichinghi continuarono nella conquista di tutto il loro percorso, senza trovare resistenza. Presero Bordeaux, Périgueux, Limoges, Angoulême e Tolosa. Le città di Angers, Tours e Orléans vennero annientate e una flotta imponente di navi pirata che risaliva su per la Senna portò la paura in tutta la regione. Rouen fu rasa al suolo; Parigi, Beauvais e Meaux furono prese e ogni città fu assediata.

Entro la fine del IX secolo, i Franchi avevano pagato l'equivalente di dodici tonnellate di argento, grano, bestiame, vino, sidro e cavalli per evitare il saccheggio delle loro città e dei monasteri.

I pirati norvegesi si svilupparono nei primi anni dell'epoca vichinga. Dopo un primo periodo di nomadismo, stabilirono basi stabili sulle coste, insediandosi con le loro famiglie in posti come Jorvik (York), Islanda, Novgorod (Russia) e Normandia. La pirateria mise le basi per l'esplorazione finché la civiltà norvegese raggiunse il Nord America. Famosi per la loro abilità di navigatori e per le lunghe barche, i vichinghi in pochi secoli colonizzarono le coste e i fiumi di gran parte d'Europa, le isole Shetland, Orcadi, Fær Øer, l'Islanda, la Groenlandia e Terranova; si spinsero a sud fino alle coste del Nordafrica e a est fino alla Russia e a Costantinopoli, sia per commerciare sia per compiere saccheggi.

Il loro declino avvenne in coincidenza con la diffusione del Cristianesimo in Scandinavia; a causa della crescita di un forte potere centralizzato e al rinforzarsi delle difese nelle zone costiere dove erano soliti compiere saccheggi, le spedizioni predatorie divennero sempre più rischiose, cessando completamente nell'XI secolo, con l'ascesa di re e grandi famiglie nobili e di un sistema semi feudale.

I Vichinghi, nell'immaginario moderno, sono associati a falsi miti, tra i quali che fossero molto alti (secondo studi moderni erano solo di media statura), che indossassero elmi con le corna, che vivessero solo per depredare (anzi erano anche commercianti o semplici esploratori), usassero i teschi come tazze nonché fossero selvaggi e sporchi. Il cuore della società vichinga era in realtà basato sulla reciprocità, sia a livello personale e sociale sia a livello politico. Riguardo all'igiene, erano in realtà considerati "eccessivamente puliti" dalle popolazioni britanniche per la loro abitudine di fare almeno un bagno a settimana e usavano pettini e sapone. Storicamente inesatto invece il fatto che portassero elmi dotati di corna. Ciò non toglie che effettivamente i Vichinghi terrorizzassero chiunque fosse da loro assalito; spesso trucidavano la popolazione locale, depredando tutti i beni e il bestiame, schiavizzavano i bambini e le donne, talvolta arrivando a commettere infanticidio, secondo le loro usanze belliche.

I Mori[modifica | modifica wikitesto]

Monumento dei quattro Mori

Verso la fine del IX secolo, i Mori si erano instaurati lungo le coste della Francia meridionale e l'Italia settentrionale. Nell'846 i Mori saccheggiarono Roma e danneggiarono il Vaticano. Nel 911, il Vescovo di Narbona fu impossibilitato al ritorno in Francia per via del controllo che i Mori esercitavano su tutti i passi delle Alpi[8]. Dall'824 al 916 i pirati Arabi razziarono per l'intero Mediterraneo. Nel XIV secolo gli assalti dei pirati Mori e Arabi costrinsero il Ducato Veneziano di Creta a chiedere al Gran Duca di tenere costantemente in allerta la sua flotta navale.[9]

I Narentani[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le invasioni compiute dagli Slavi della ex provincia romana della Dalmazia nel V e VI secolo, una tribù chiamata Narentani prese il comando, a partire dal VII secolo, sul mare Adriatico. Le loro incursioni aumentarono al punto che viaggiare e commerciare attraverso l'Adriatico non era più sicuro.[10]

I Narentani furono liberi di attaccare e saccheggiare nel periodo in cui la Marina Veneziana era impegnata in campagne militari fuori dai propri mari, ma al momento del suo ritorno nell'Adriatico, i Narentani abbandonarono i loro assalti, e furono costretti a firmare un trattato con i Veneziani e a riconoscere il Cristianesimo. Negli anni 834-835, rotto il trattato precedentemente stipulato, attaccarono nuovamente ai danni di commercianti Veneziani di ritorno da Benevento. Seguirono quindi, negli anni 839 e 840, dei tentativi di punirli da parte dei militari Veneziani che andarono completamente falliti.

Successivamente gli attacchi ai danni dei Veneziani si fecero più frequenti e videro anche la partecipazione degli Arabi. Nell'anno 846, i Narentani saccheggiarono la laguna di Caorle passando alle porte di Venezia. I Narentani rapirono degli emissari del vescovo di Roma, che facevano ritorno dal Consiglio Ecclesiastico di Costantinopoli. Questo causò delle azioni militari da parte dei Bizantini che riuscirono a sconfiggerli e convertirli al Cristianesimo. Dopo le incursioni da parte degli Arabi, sulla costa adriatica nell'872 e il ritiro della Marina Imperiale, i Narentani hanno continuato le loro scorrerie nelle acque Veneziane, provocando nuovi conflitti con gli italiani nell'887-888.

I Veneziani inutilmente continuarono a combattere contro di loro nel corso dei secoli X e XI.

Corsari Catalani[modifica | modifica wikitesto]

Il programma di espansione dell'Aragona era incentrato prevalentemente sulle attività marinare di pirateria e di corsa. Molte furono le lamentele da parte di diverse regioni vicine e lontane, attestando così l'efficacia di tali attività.

Nel 1314 due ambasciatori marsigliesi accusarono i pirati Catalani di aver venduto alcuni commercianti e marinai provenzali, dopo averli privati di beni e imbarcazioni. Attorno al 1360, sempre da parte dei marsigliesi, si ha notizia dell'invio alla Regina Giovanna di Napoli di ambasciatori per la richiesta di risarcimento di danni conseguenti a razzie catalane, che ammontavano a ben 40.000 fiorini d'oro.[11] I Re Aragonesi non sempre mantenevano un atteggiamento chiaro nei confronti degli alleati, ai quali da un lato promettevano amicizia, mentre permettevano che i propri sudditi si volgessero contro di loro per saccheggi e attacchi ai mercantili. Il controllo sul movimento dei porti aragonesi era rigido e veniva precisato da speciali norme che stabilivano le regole e le precauzioni secondo le quali si doveva navigare. L'editto reale del 1354 prevedeva infatti che nessuna imbarcazione potesse salpare dalla spiaggia di Barcellona o da altri porti del Regno, senza una licenza o un lasciapassare e che soltanto le navi armate potessero trasportare merci pregiate.[12]

Una organizzazione così minuziosa dell'attività mercantile sottolinea la volontà di programmare anche il commercio in funzione dei problemi dell'offesa e della difesa e quindi della pirateria e della guerra di corsa.

Museo della Pirateria di Lanzarote

Rappresaglie ufficiali[modifica | modifica wikitesto]

Fu il Re Enrico III (1216-1272) a emettere le prime lettere di marca conosciute.

Ve ne erano di 2 tipi: in tempo di guerra il re emetteva lettere di corsa che autorizzavano i corsari ad attaccare le navi nemiche, e in periodo di pace i mercanti che avevano perso le navi o il carico per colpa di pirati potevano richiedere una lettera di marca speciale che permettesse di attaccare navi appartenenti allo Stato d'origine del pirata, per recuperare le perdite.

La gravità di questo fenomeno è testimoniata da provvedimenti cruenti ed esemplari come quello preso dal Re Enrico III nei confronti di William Maurice, condannato per pirateria nel 1241, il primo ad essere impiccato e squartato per atti di pirateria.[13]

Imbarco per la Terra Santa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Saraceni e Ordine di San Giovanni.

L'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, detti anche Cavalieri del Santo Sepolcro, fu fondato nell'XI secolo durante le Crociate con l'intento di difendere Gerusalemme, in mano ai Cristiani, dagli attacchi delle forze dell'Islam (tra i cui attacchi vi era anche la "Corsa barbaresca" alle coste corrispondenti all'attuale area di Israele). Esiste una miniatura che mostra i crociati che caricano le navi per il viaggio in Terra Santa. I Cavalieri costruirono anche ospedali dove ricoverare i crociati feriti.

I pirati barbareschi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Corsari barbareschi.

Nel Mar Mediterraneo operò la pirateria barbaresca, ad opera dei corsari barbareschi, provenienti dalle regioni "barbaresche" (cioè a maggioranza berbera che si affacciano sul Mediterraneo), che cominciarono a operare dal 1400.

Le scorrerie degli arabi nel Mediterraneo iniziarono con l'occupazione del cantiere navale di Alessandria d'Egitto (642) e la successiva costruzione del cantiere navale di Qayrawan, presso Tunisi (690 circa).[14][15]

Gli Stati barbareschi (Algeri, Tripoli e Tunisi) erano città-Stato musulmane situate sulle coste del Mediterraneo, la cui principale attività era rappresentata dalla guerra marittima di corsa, soprattutto ai tempi delle crociate, guerre religiose che videro scontrarsi, a partire dalla fine dell'XI secolo, cristiani e musulmani.

Fino a circa il 1440, il commercio marittimo nel Mare del Nord e nel Mar Baltico era seriamente in pericolo di attacchi pirati.

Pirateria moderna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Pirateria nei Caraibi, Corsaro, Bucaniere e Filibustiere.
Lettera di marca del capitano Kidd, XVII secolo
La vecchia Port Royal, centro della pirateria nei Caraibi nel XVII secolo. Fu distrutta da un terremoto nel 1692.
Lo spagnolo Amaro Pargo è stato uno dei più famosi corsari del periodo d'oro della pirateria

I musulmani continuarono anche nel Rinascimento a depredare navi, e finirono progressivamente solo nel XIX secolo, partendo sempre e solo dalle coste marocchine, algerine, tunisine o libiche, ma senza essere pirati; ciò è dimostrato dal fatto che i corsari barbareschi non aggredivano navigli musulmani ma rapinavano esclusivamente imbarcazioni cristiane.

La pirateria moderna iniziò realmente solo nel XVII secolo nel Mare Caraibico e in meno di mezzo secolo si estese a tutti i continenti; il Mare delle Antille fu il centro della pirateria perché là i pirati godevano di una serie di appoggi e favori sulla terraferma, perché le numerose isole presenti erano ricche di cibo e i fondali bassi impedivano inseguimenti da parte delle già lente navi da guerra.

Tra le cause dello sviluppo della moderna pirateria vi fu l'azione della Francia e dell'Inghilterra che, per contrastare la Spagna nel Mare dei Caraibi, finanziarono vascelli corsari che saccheggiassero i mercantili spagnoli. Successivamente, sia per il venir meno dell'appoggio anglo-francese, sia per una acquisita abitudine allo stile di vita libero e indipendente, molti corsari divennero pirati.[16]

Un pirata del 1700 in un dipinto di Howard Pyle (1905)

Nel 1717 e 1718 Re Giorgio I di Gran Bretagna offrì il perdono ai pirati nella speranza di indurli ad abbandonare la pirateria, senza effetto. Si organizzò allora una sistematica "caccia ai pirati" da parte di navi corsare, specificamente autorizzate dai governi per combattere i pirati. Infatti, sebbene nel momento della massima espansione, attorno al 1720, i pirati dell'Atlantico non superassero il numero di 4 000, essi furono in grado di porre una pesante minaccia sullo sviluppo capitalistico dei commerci tra Inghilterra e colonie.

Ciò fu reso possibile, oltre che dalla oggettiva difficoltà di opporsi alla pirateria, da alcune cause più generali. Con il trattato di Utrecht, la fine della guerra di successione spagnola e il nuovo equilibrio tra potenze che si creò a partire dal 1714, le marinerie militari di Francia, Spagna e Inghilterra furono molto ridotte e fino al 1730 circa vi fu anche una certa diminuzione dei commerci internazionali. La disoccupazione che colpì i marinai, la drastica diminuzione dei salari, e il contemporaneo peggioramento delle condizioni di vita sui vascelli, spinse un gran numero di marinai verso la pirateria che prometteva guadagni più facili e condizioni di vita più umane.

Pirateria nelle isole Canarie[modifica | modifica wikitesto]

Murale che rappresenta l'attacco di Charles Windon a San Sebastián de La Gomera (1743).

A causa della situazione strategica di questo arcipelago spagnolo come crocevia di rotte marittime e ponti commerciali tra Europa, Africa e America,[17] questo era uno dei luoghi del pianeta con la più grande presenza di pirati.

Nelle isole Canarie videro attacchi e saccheggio continuo di corsari berberi, inglesi, francesi e olandesi;[17] e pirati e corsari che da questo arcipelago lanciavano incursioni nei Caraibi. Pirati e corsari come François Le Clerc, Jacques de Sores, Francis Drake, Pieter van der Does, Morato Arráez e Horatio Nelson hanno attaccato le isole. Tra i nati nell'arcipelago spicca soprattutto Amaro Pargo, che il monarca Filippo V di Spagna spesso beneficiò nelle sue incursioni commerciali/corsare.[18][19]

Pirateria in Estremo Oriente[modifica | modifica wikitesto]

Nei mari della Malaysia e dell'Indonesia imperversavano gli Orang Laut, pirati- pescatori, "nomadi del mare" le cui origini furono nelle lussureggianti Isole Riau, indonesiane. Questi pirati nel Medioevo furono assoldati dai signori locali per la difesa dei propri territori in cambio di benefici commerciali, come accadde durante l'epoca Srivijaya, regno malese formato da città-stato che fra il VII e il XIII secolo esercitò una talassocrazia basata sull'appoggio degli Orang Laut a bordo di imbarcazioni agili e veloci (prahos) per assalire i mercantili. Il Mar Cinese meridionale dal Medioevo al XIX secolo fu infestato da gruppi di pirati che in particolare imperversavano nell'odierna Taiwan. Dal XIV al XVII secolo i wakō, banditi-pirati giapponesi, colpirono l'arcipelago nipponico, le coste della Cina e la penisola di Corea.[20]. Tra i pirati dell'Estremo Oriente si ricorda la figura della "piratessa" Ching Shih che riunì una flotta poderosa.[21].

Pirateria contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

La pirateria è un fenomeno presente anche nel mondo contemporaneo. I pirati d'oggi hanno armi sofisticate, ma usano le stesse antiche tecniche di abbordaggio. Attaccano navi mercantili o da crociera; in alcuni casi uccidono i marinai e s'impossessano del carico, o prendono in ostaggio l'equipaggio e chiedono un riscatto. Si calcola che le perdite annue ammontino tuttora tra 13 e 16 miliardi di dollari[22][23], in particolare a causa degli abbordaggi nelle acque degli Oceani Pacifico e Indiano e negli stretti di Malacca e di Singapore, dove transitano annualmente più di 50 000 cargo commerciali.

Mentre il problema si presenta saltuariamente anche sulle coste del Mediterraneo e del Sud America, la pirateria nei Caraibi e in America del Nord è stata debellata dalla Guardia costiera degli Stati Uniti. Nel Golfo di Aden e Corno d'Africa è presente la pirateria somala. Anche il Golfo di Guinea è soggetto ad attacchi di pirateria.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

[24]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Pirateria nei Caraibi, Corsaro, Bucaniere e Filibustiere.

Spesso si tendono a confondere pirati, corsari, bucanieri e filibustieri (soprattutto nel linguaggio comune). La differenza è sottile, perché si tratta sempre di razzie, furti e rapine sul mare.

"Pirata" è il più generico: letteralmente è "assalitore" (come da etimo), ma in senso stretto è chi agisce per sé o il proprio equipaggio. Anche "corsaro" è "predone" (uno dei significati di "corsa" dal latino è "saccheggio", tanto che già in latino cursarius è sinonimo di "pirata", e tuttora "correre il mare" è "far pirateria"), però nella storia è chi non agisce solo per sé bensì anche per un governo (di cui si batte bandiera, con cui si condivide bottini e da cui si ha autorizzazione mediante "lettera di corsa"). In altre parole, i corsari sono pirati legalizzati.

“Bucaniere” e “filibustiere” sono vocaboli che si riferiscono all'epoca d'oro della pirateria (fra '500 e '800, la caraibica fra '600 e '700). I bucanieri sono i coloni anglo-francesi delle Antille di inizio secolo XVII, che dagli indigeni imparano a boucanier (termine di origine indigena, con stessa radice da cui "barbecue", passato in Europa dal francese), cioè "friggere carni su graticola (boucan)", finché le rivendicazioni coloniali spagnole li spinsero a diventare pirati sempre più organizzati, la "Fratellanza della Costa" con capitale Tortuga (decaduta dopo il 1685, espugnata nel 1720). Il filibustiere è intermedio fra pirata e corsaro: come il secondo è tollerato (ma senza lettera di corsa), come il primo è "libero saccheggiatore" (inglese freebooter, olandese vrijbuitier; francese flibustier, italiano "filibustiere") cioè dipende solo da se stesso e non da governi legittimanti. Anche i filibustieri si danno un'organizzazione, la Filibusta, per la protezione della pirateria antispagnola internazionale (ma questa 'libertà' è tale che a differenza dei bucanieri non hanno una Tortuga, pur condividendone azioni e idee).

Pirati, corsari, bucanieri e filibustieri etimologicamente sono rispettivamente assalitori, saccheggiatori, friggitori e liberi saccheggiatori.

Stile di vita[25][modifica | modifica wikitesto]

Pirati combattono per un tesoro in un dipinto del 1911 tratto da Howard Pyle's Book of Pirates (1921) di Howard Pyle

[26]

Stando al libro del capitano Charles Johnson, la Storia generale dei pirati del 1724, la vita a bordo di una nave pirata era piena di contrasti.[27] Sulle navi non mancava il lavoro per l'equipaggio impegnato in una costante manutenzione della nave. Le regole che l'equipaggio doveva rispettare erano poche ma molto dure: [28]

  • ogni pirata ha il diritto di voto e sia a provviste fresche che a una razione di liquore;
  • nessuno deve giocare a carte o a dadi per denaro;
  • le candele devono essere spente alle otto di sera;
  • ogni pirata deve tenere sempre le proprie armi pronte e pulite;
  • ognuno deve lavare la propria biancheria;
  • donne e fanciulle non possono salire a bordo; se un uomo viene colto a copulare con una donna, o la porta sulla nave travestita da uomo, sarà ucciso;
  • chi diserta in battaglia viene punito con la morte o con l'abbandono in luogo deserto;
  • a bordo non sono ammessi duelli, ma le dispute devono essere terminate a terra con la spada o la pistola;
  • nessuno deve parlare di abbandonare la pirateria finché non avrà 1000 sterline. Se si dovesse perdere un braccio o diventare storpi in servizio, si riceveranno 800 dollari dalla cassa comune, e una somma adeguata per le ferite minori;
  • i musicisti devono riposare la domenica, ma negli altri sei giorni e notti nessuno gode di favori speciali.}

I pirati prendevano decisioni in maniera collettiva. Non esisteva un leader assoluto, a parte in combattimento; il comandante veniva eletto dalla ciurma riunita (dall'ultimo mozzo al timoniere) per effettuare le scelte relative alla conduzione della nave.[29] Il bottino era diviso in quote uguali assegnando in certi casi due quote al capitano e al quartiermastro; una e mezzo al primo ufficiale, al nostromo e al cannoniere; una e un quarto agli altri ufficiali.[30]

Oltre al capitano e gli ufficiali, figure chiave erano il carpentiere e il bottaio. Il primo, generalmente un operaio molto qualificato con esperienza in cantiere, era responsabile di tutte le parti lignee della nave. Si occupava di manutenzione, calafataggio (nel qual caso si chiamava più propriamente calafato) e carenaggio, riparava le falle nello scafo e sostituiva i pennoni spezzati. Il bottaio, ruolo meno cruciale, aveva tuttavia una sua importanza: doveva costruire e riparare botti, nelle quali erano conservati cibo e bevande. Bottai e carpentieri erano difficili da reclutare, a differenza dei marinai semplici. Per questo molto spesso durante un assalto a una nave, oltre a impossessarsi del bottino, i pirati costringevano carpentieri e bottai (e in generale chiunque avesse una qualche qualifica, timonieri inclusi) a unirsi all'equipaggio.[31]

Ogni comandante aveva un proprio regolamento che modificava in alcuni punti quello generale. I pirati si riunivano in basi. La base dei pirati più famosa fu un'isola a forma di tartaruga detta appunto la Tortuga, nei pressi dell'isola di Hispaniola.[32]

Tesori[modifica | modifica wikitesto]

È più leggenda che realtà il fatto che i pirati nascondessero tesori in isole disabitate, anche se non lo si può escludere, in attesa di poterli smerciare senza rischio. I tesori dei pirati più ricercati del mondo sono il tesoro degli Inca, il tesoro sepolto nell'Isola del Cocco (al largo della costa pacifica costaricana) e il tesoro del pirata William Kidd.[33]

Nella cultura di massa[34][modifica | modifica wikitesto]

La pirateria nell'immaginario collettivo si associa soprattutto al colonialismo e all'esotico, ed è piena di luoghi comuni falsi. In linea di massima è tutto vero per gli attributi, ovvero ciò che i pirati possedevano (bende, bandane, fasce, uncini, gambe di legno, simboli macabri, armi fino ai denti anche in senso letterale) e tutto falso per azioni e caratteristiche, ovvero ciò che i pirati facevano (epiche imprese d'armi bianche, azioni romantiche, galanterie, 'passeggiate' su passerelle per far cadere in mare, sepolture di tesori, eroismi...). Spesso ogni capitano pirata aveva un proprio vessillo.

Nella storia sono quasi zero i casi del leggendario trampolino che nutre gli squali; si tratta prevalentemente di un luogo comune cinematografico/letterario/disneyano. Lo stesso vale per i galeoni e altre navi grandi: il galeone subiva la pirateria piuttosto che compierla. Imbarcazioni enormi sono un mito hollywoodiano, in quanto epiche su grande schermo (scontri più emozionanti, maggior visibilità, maggior spazio per gli attori) ma le navi pirata erano piccole: la tattica era "mordi e fuggi", favorita dalla navigazione su bassi fondali (inagibili a mezzi più grandi); più grandi erano invece le prede, più veloci ma impacciate, vulnerabili e meno manovrabili. I tesori non erano il bottino tipico (lo erano invece provviste, attrezzature, armi, qualche schiavo di colore, tessuti, elementi che non aveva senso seppellire), perché al tempo dell'impero spagnolo (1492 – primi anni del 1700 circa, anche se formalmente terminò nel 1976) la flotta spagnola del tesoro era quasi incontrastata nonostante le incursioni piratesche, e le riserve caraibiche di metalli preziosi andarono in progressivo calo una volta annientati gli Indios (nelle cui zone erano in gioco non solo oro e argento, ma anche zucchero di canna, tuberi, mais, carne, frutti tropicali, tabacco, cotone). Decisamente pochi i casi di sepoltura di tesori per nasconderli in attesa di smaltirli (tipico lo scialacquo) o di farci una vita da sultano (raro, perché spesso si moriva prima di averne il tempo). Sugli arrembaggi la realtà storica ha poco a che spartire con cinema e letteratura: scopi dell'assalto erano saccheggio e rapina, mentre uccisioni e distruzioni non erano mai fini a sé; si puntava sul minacciare e incutere paura (armi sempre in mostra, sparare per avvertimento, mostrarsi animaleschi, sfruttare la deterrenza della bandiera pirata), non a fare i gentiluomini o ad essere esibizionisti con acrobazie e duelli.

Non è vero che i pirati portassero sempre pappagalli sulla spalla: erano sì ricercati come souvenir esotici, ma non era l'animale più diffuso a bordo (a volte scimmie ma più spesso gatti contro i topi). Il pappagallo è quindi una mezza verità.

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

L'isola del tesoro di Robert Louis Stevenson (frontespizio di un'edizione del 1911)

Il libro più celebre sul tema è L'isola del tesoro (Treasure Island) del 1881-1883 di Robert Louis Stevenson, che ha avuto numerose trasposizioni filmiche e ha dato origine ai principali stereotipi di questo filone, tra i quali il "tesoro nascosto".

In lingua italiana il successo dei romanzi di Emilio Salgari, pubblicati anch'essi a partire dal 1883, determinò una grande attenzione sia sui pirati della Malesia sia sui corsari delle Antille - i protagonisti dei due suoi cicli più letti - e influenzò notevolmente la successiva filmografia nazionale.

Elementi pirateschi scaturiscono anche da Peter Pan di James Matthew Barrie, soprattutto per l'antagonista Capitan Uncino che segna lo stereotipo del pirata con protesi uncinata al posto di una mano.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Locandina del film L'isola del tesoro (Treasure Island) di Victor Fleming (1934)

Un gran numero di pellicole ha avuto per protagonisti e antagonisti pirati, corsari, bucanieri e filibustieri, tanto che i "film sui pirati" sono considerati un vero e proprio sottogenere dei film avventurosi soprattutto di tipo "cappa e spada", che ha goduto, specialmente tra gli anni trenta e cinquanta del Novecento, di grande popolarità. Alcuni film possono avere riferimenti pirateschi senza che i pirati siano personaggi. Segue un elenco parziale.

Giochi e videogiochi[modifica | modifica wikitesto]

Il tema e i personaggi della pirateria hanno ispirato molti giochi da tavolo e videogiochi; eccone alcuni:

Pirati celebri[modifica | modifica wikitesto]

Uomini
Donne

Immaginari[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Focus Storia 87, gennaio 2014, p. 80
  2. ^ Pirata, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 20 febbraio 2017.
    «pirata (ant. pirato) s. m. [dal lat. pirata, gr. πειρατής, der. di πειράω «tentare, assaltare»] (pl. -i, ant. -e).».
  3. ^ https://usandculture.wordpress.com/2013/12/07/non-esistevano-i-pirati-come-tu-li-conosci/
  4. ^ Godevano della peggior fama i pirati cretesi. Essi erano individui che a Creta non godevano di pieni diritti, non avevano la cittadinanza o non erano liberi, così cercavano fortuna nella pirateria. Attaccavano le navi anche d'inverno, le assalivano in mare e nei porti. Se erano respinti, tornavano a saccheggiare città e villaggi. ("Alla larga da Creta", Focus storia, n. 131, settembre 2017, pag. 29-33).
  5. ^ anglo saxon chronicle, 793.
  6. ^ BBC history of Vikings, su bbc.co.uk.
  7. ^ Valfridio Strabone, Manoscritto poetico contenente le opere dell'abate ed erudito di Reichenau, seconda metà del sec. IX.
  8. ^ Stephen Batchelor, Medieval History for dummies, John Wiley & Sons, 2010, p. 95.
  9. ^ Creta News, su cretanews.com (archiviato dall'url originale il 28 agosto 2011).
  10. ^ Sonia G. Benson, Laurie Edwards, Elizabeth Shostak, Pirates Through the Ages Reference Library, Jennifer Stock, 2011.
  11. ^ Anna Unali, Marina pirati e corsari Catalani nel Basso Medioevo, Cappelli Editore, 1983, p. 22.
  12. ^ A. De Capmany, Ordenanzas navales, pp. 56-57.
  13. ^ H. Thomas Milhorn, Crime: Computer Viruses to Twin Towers, Universal Publishers, 2004, ISBN 1-58112-489-9.
  14. ^ Pietro Martini, Storia delle invasioni degli arabi e delle piraterie dei barbareschi in Sardegna, Fratelli Frilli editori, 2009; prima edizione 1861.
  15. ^ Rinaldo Panetta, I Saraceni in Italia, Mursia 1973.
  16. ^ Pirati e bucanieri scampati alla caccia delle potenze europee, ripararono in Madagascar sull'Île Sainte-Marie dove s'insediò una comunità di stampo socialista, detta Libertalia, nella quale erano banditi la proprietà privata, la schiavitù, la tortura, e ogni discriminazione etnica, religiosa e sessuale. ("Il paradiso dei fuorilegge" in Focus storia, settembre 2017, n.131, pag. 53-57)
  17. ^ a b La piratería. Enciclopedia Virtual de Canarias
  18. ^ (ES) Manuel Fariña González, La evolución de una fortuna indiana: D. Amaro Rodríguez Felipe (Amaro Pargo). URL consultato il 10 giugno 2016.
  19. ^ (ES) Amaro Pargo: documentos de una vida, I. Héroe y forrajido (PDF), Ediciones Idea, novembre 2017, p. 520, ISBN 978-84-16759-81-1. URL consultato il 20 marzo 2018.
  20. ^ http://www.sapere.it/enciclopedia/wak%C5%8D.html
  21. ^ "La mappa delle canaglie", Focus storia, n. 131, settembre 2017, pag. 66-67
  22. ^ (EN) Foreign Affairs - Terrorism Goes to Sea, su foreignaffairs.org. URL consultato l'8 dicembre 2007 (archiviato dall'url originale il 14 dicembre 2007).
  23. ^ (EN) Piracy in Asia: A Growing Barrier to Maritime Trade, su heritage.org. URL consultato il 18 dicembre 2007.
  24. ^ Marco Manzoni-Francesca Occhipinti, I territori della Storia volume 1, p. 583; Atlante Storico le garzantine, p. 287; Giardina-Sabbatucci-Vidotto, Profili Storico volume 2, p. 58; Cavarretta-Revelli, Pirati, p. 147; "MEDITERRANEO. GUERRA AI PIRATI" in Focus Storia Wars 18, settembre 2015, pp. 18-19 ("COMBATTERLI RICHIEDEVA RISORSE E UNA MARINA EFFICIENTE. ACCADEVA, PERÒ, CHE I PREDONI FOSSERO GLI STATI STESSI"); STORICA National Geographic 140, Ottobre 2020, p. 94
  25. ^ STORICA National Geographic 140, Ottobre 2020, p. 96
  26. ^ Focus Storia 68, giugno 2012, p. 25
  27. ^ Charles Johnson, Storie di pirati. Dal capitano Barbanera alle donne corsaro, a cura di Mario Carpitella, Torino 2004, ISBN 8804529407, pp. 3-36
  28. ^ Philip Gosse, Storia della pirateria, introduzione di Valerio Evangelisti, Bologna, Odoya, 2008, ISBN 978-88-6288-009-1., pp. 203-204; Ignazio Cavarretta-Eletta Revelli, Pirati, ISBN 978-88-95842-27-1, pp. 148-149
  29. ^ Markus Rediker, Canaglie di tutto il mondo, ISBN 88-89490-03-9, pp. 76-77; Ignazio Cavarretta-Eletta Revelli, Pirati, ISBN 978-88-95842-27-1, p. 149
  30. ^ David Cordingly, I pirati dei Caraibi, ISBN 978-88-04-62821-7, pp. 25, 42
  31. ^ Storia della pirateria di David Cordingly ISBN 978-88-04-68706-1, pp. 127-128; https://usandculture.wordpress.com/2013/12/07/non-esistevano-i-pirati-come-tu-li-conosci/("a bordo delle navi erano ben pochi i marinai davvero capaci di governare l’imbarcazione. Non veniva fatta molta selezione tra chi veniva reclutato, l’importante era avere più braccia possibile a disposizione, ma così facendo salivano a bordo anche taglialegna e cacciatori, che non avevano di certo esperienza di marina e che si limitavano a seguire rotte dirette. Se avevano bisogno di viaggi complicati, erano spesso costretti a rapire dei veri piloti")
  32. ^ Alexandre Olivier Exquemelin, Bucanieri nei Caraibi, 1684, Effemme Edizioni, Milano 2005, ISBN 88-87321-12-4, pp. 17, 28; David Cordingly, Storia della pirateria ISBN 978-88-04-68706-1, pp. 147-164
  33. ^ Storia della pirateria di David Cordingly ISBN 978-88-04-68706-1, pp. IX, XVIII, 3, 8-9, 112, 137, 178, 186-187, 194-195, 198-200, 202, 256; https://usandculture.wordpress.com/2013/12/07/non-esistevano-i-pirati-come-tu-li-conosci/ ("perché seppellire un tesoro? Sarebbe stato controproducente e faticoso, anche perché i pirati sarebbero dovuti tornare in seguito per recuperarlo, e infatti non era abitudine diffusa. Esistono solo casi isolati, come quello del capitano Kidd: un altro esempio è la leggenda del tesoro dell’Isola del Cocco")
  34. ^ Exquemelin, Bucanieri nei Caraibi, pp. 5-14 (confronti tra Romanticismo e Storia pirateschi); Cavarretta-Revelli, Pirati, p. 71 ("Siamo distanti anni luce dalla romantica figura del filibustiere di cinema e libri", pirateria mediterranea); David Cordingly, Storia della pirateria, pp. IX-XVIII, 3-26, 108-129,165-185, 253-256; Philip Gosse, Storia della pirateria, pp. 315-317 (tecniche di attacco pirata nell'antichità); "Chi vive sulla terra ha paura di chi arriva dall'acqua. Ne ha motivo: dall'alba della Storia, quando i misteriosi Popoli del mare razziavano le coste dell'Egitto, fino alle incursioni dei pirati barbareschi del XVIII secolo, il profilarsi all'orizzonte di una snella nave armata portava con sé una minaccia di morte, saccheggio e schiavitù. Ma le incursioni sulla terraferma costituivano il più impegnativo e spettacolare tra gli atti di pirateria: di norma, i predoni del mare si limitavano all'impresa assai meno rischiosa di assalire le navi mercantili sorprese nel loro raggio d'azione, incapaci di difendersi efficacemente [...]. Se la letteratura e il cinema ci hanno abituato a spettacolari abbordaggi in alto mare, la realtà era invece completamente diversa: una vedetta appostata su un promontorio, che segnalava ai compagni in attesa l'avvicinarsi di una preda; qualche decina di uomini armati che mettevano in acqua un'imbarcazione veloce - spesso spinta a forza di remi - per uscire all'improvviso da un'insenatura ben protetta e lanciarsi verso la più lenta nave da carico, ormai incapace di fuggire; un breve inseguimento, l'abbordaggio, la cattura, spesso l'assassinio dell'equipaggio... [...] La pirateria [...] è efficace quando possiede basi sicure sulla costa: per questo la si deve combattere più per terra che per mare. Carattere soltanto apparentemente paradossale" ("MEDITERRANEO. GUERRA AI PIRATI" in Focus Storia Wars 18, settembre 2015, pp. 17-18); https://usandculture.wordpress.com/2013/12/07/non-esistevano-i-pirati-come-tu-li-conosci/( ; https://www.linkiesta.it/2015/11/la-vera-storia-dei-pappagalli-e-dei-pirati/

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alexandre Olivier Exquemelin, Bucanieri nei Caraibi, 1684, Effemme Edizioni, Milano 2005, ISBN 88-87321-12-4.
  • Philip Gosse, Storia della pirateria, introduzione di Valerio Evangelisti, Bologna, Odoya, 2008, ISBN 978-88-6288-009-1.
  • Ignazio Cavarretta-Eletta Revelli, Pirati. Dalle origini ai giorni nostri, dai Caraibi alla Somalia, Nutrimenti, Roma 2009, ISBN 978-88-95842-27-1.
  • Massimo Carlotto, Cristiani di Allah, Edizioni e/o, 2008, ISBN 978-88-7641-818-1.
  • Fausto Biloslavo e Paolo Quercia, Il Tesoro dei Pirati. Sequestri, Riscatti, Riciclaggio. La dimensione economica della pirateria somala, in Rivista Marittima, Ministero della Difesa, marzo 2013, SBN IT\ICCU\LO1\1481008.
  • Luca G. Manenti, La squadra e il sestante. Viaggiatori, pirati e massoni fra l'Atlantico e l'Adriatico (secc. XVIII-XIX), in Quaderni Giuliani di Storia, a. XXXVIII, n. 1-2, 2017, pp. 41-68, ISSN 1124-0970.
  • Hakim Bey, Le repubbliche dei pirati. Corsari mori e rinnegati europei nel Mediterraneo, ShaKe editore, 2008, ISBN 978-88-88865-49-2.
  • Peter T. Leeson, L'economia secondo i pirati. Il fascino segreto del capitalismo, Garzanti, 2010, ISBN 978-88-11-68173-1.
  • Lorenzo Striuli, L'Insicurezza marittima nel Golfo di Guinea, in Quercia Paolo (a cura di), Mercati insicuri. Il commercio internazionale tra conflitti, pirateria e sanzioni, Aracne, 2014, ISBN 978-88-548-7320-9.
  • Gaetano Baldi, Ferdinando Pelliccia e Daniela Russo, Quel maledetto viaggio nel mare dei pirati. Tutto quello che non è stato detto sul sequestro del rimorchiatore italiano Buccaneer, LiberoReporter Ed., 2010, ISBN 978-88-905343-2-4.
  • Gaetano Baldi, Dossier pirateria. Vol. 1: Pirateria somala. Un vorticoso giro d'affari, LiberoReporter Ed., 2011, ISBN 978-88-905343-5-5.
  • Anna Unali, Marinai pirati e corsari catalani nel Basso Medioevo, Cappelli Editore, 1983, SBN IT\ICCU\CFI\0003243.
  • Laura Balletto, Mercanti, pirati e corsari nei mari della Corsica (sec. 13.), Genova, Università di Genova, 1978, SBN IT\ICCU\CFI\0468353.
  • David Cordingly, Storia della pirateria, traduzione di Adria Tissoni, Milano, A. Mondadori, 2003, ISBN 88-04-51649-6.
  • Sonia G. Benson, Laurie Edwards e Elizabeth Shostak, Pirates Through the Ages, Reference Library, 2011, ISBN 1-4144-8662-6, ISBN 978-1-4144-8662-8.

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