Marco Polo

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Ritratto di Marco Polo del XVI secolo

Marco Polo (Venezia, 15 settembre 1254Venezia, 8 gennaio 1324) è stato un viaggiatore, scrittore, ambasciatore e mercante italiano.

La relazione dei suoi viaggi in Estremo Oriente è raccolta nell'opera Il Milione, vera e propria enciclopedia geografica che riunisce le conoscenze essenziali disponibili in Europa alla fine del XIII secolo sull'Asia[1].

Membro del patriziato veneziano, con il padre Niccolò e lo zio paterno Matteo, viaggiò attraverso l'Asia lungo la Via della seta fino alla Cina (allora Catai) dal 1271 al 1295.; Consigliere e ambasciatore alla corte del Gran Khan Kubilai, tornò a Venezia nel 1295 con una discreta fortuna che investì nell'impresa commerciale di famiglia. Prigioniero dei genovesi dal 1296 al 1299, dettò le memorie dei suoi viaggi a Rustichello da Pisa (forse suo compagno di cella) che le scrisse in francese antico con il titolo "Divisiment dou monde"[2]. Ormai ricco e famoso, sposò la patrizia Donata Badoer che gli diede tre figlie[3]. Morì nel 1324 e venne sepolto nella chiesa di San Lorenzo a Venezia.

Seppur non fosse stato il primo europeo a raggiungere la Cina, fu il primo a redigere un dettagliato resoconto del viaggio, Il Milione, che fu ispirazione per generazioni di viaggiatori europei (non ultimo Cristoforo Colombo[4]) e fornì spunti e materiali alla cartografia occidentale (in primis al Mappamondo di Fra Mauro[5][6]).

L'asteroide "29457 Marcopolo" gli è stato titolato nel 1997.

Mappa dei viaggi di Marco Polo, con le città attraversate di Acri, Trebisonda, Bagdad, Tabriz, Hormuz, Balkh, Samarcanda, Kashgar, Lanzhou, Karakorum, Pechino, Xanadu, Pagan, Hangzhou, Costantinopoli.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Venezia il 15 settembre 1254, Marco Polo è considerato uno dei più grandi viaggiatori ed esploratori di tutti i tempi.

Origine del soprannome "Milione"[modifica | modifica wikitesto]

Corte Seconda del Milion a Venezia.

Marco Polo è menzionato negli Archivi della Repubblica di Venezia come «Marco Paulo de confinio Sancti Iohannis Grisostomi»[7], cioè Marco Polo della contrada di San Giovanni Grisostomo.

Il titolo dell'opera "Il libro di Marco Polo detto il Milione" però era ambiguo: secondo alcuni studiosi "Il Milione" non era il soprannome del libro bensì dello stesso Marco Polo.

Infatti l'umanista del XV secolo Ramusio scrive che:

«nel continuo raccontare ch'egli faceva più e più volte della grandezza del Gran Cane, dicendo l'entrata di quello essere da 10 in 15 milioni d'oro, e così di molte altre ricchezze di quei paesi riferiva tutto a milioni, lo cognominarono "messer Marco Milioni".[8]»

Il letterato del XIX secolo Luigi Foscolo Benedetto, "persuaso che 'Milione' sia il nomiglio dell'autore" lo considera un'apocope del diminutivo "Emilione".[9][10] Fra Iacopo d'Acqui parla di "dominus Marcus Venetus (...) qui dictus est Milionus". "In ogni caso, il nomigliolo ricorre negli atti pubblici della Repubblica; dove invero, almeno una volta, viene impiegato anche per il padre di Marco."[11] Non è chiaro se tutti i membri della famiglia Polo del ramo detto Milion appartenessero al patriziato veneziano, certamente lo furono i mercanti Marco "il vecchio", i suoi fratelli e i suoi discendenti.[12]

La Corte Seconda del Milion a Venezia si trova accanto alla casa di Niccolò e Matteo Polo, su cui è stato costruito poi l'attuale Teatro Malibran.

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Stemma della famiglia Polo

Il primo avo di cui si abbia notizia è l'omonimo prozio che prese del denaro in prestito e comandò una nave a Costantinopoli[13][14]. Il nonno di Marco, Andrea, abitava in contrada San Felice ed ebbe tre figli: Marco "il Vecchio", Matteo e Niccolò, padre di Marco[15][13].

Nel 1260, Niccolò e Matteo, a quel tempo in affari a Costantinopoli (allora parte dell'Impero latino d'Oriente e controllata dai veneziani), cambiarono i loro averi in gemme e partirono per un viaggio attraverso l'Asia. Passando per Bukhara e il Turkestan cinese, raggiunsero la Cina, arrivando alla corte del neo-nominato Khagan (Imperatore mongolo) Kubilai Khan (regno 1260-1294). L'azzardo dei fratelli Polo fu per loro provvidenziale: nel 1261 infatti Giovanni VII Paleologo riconquistò Costantinopoli, rifondando l'Impero bizantino, ed epurò la città dai veneziani[16]. Niccolò e Matteo ripartirono per l'Occidente nel 1266, arrivando a Roma nel 1269 con un'ambasciata del Gran Khan che richiedeva al Papa di missionari per la Mongolia.[17]

Infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Nulla si sa della sua infanzia tranne che quasi certamente passò a Venezia[18][14]. Restato orfano di madre (il padre si sarebbe poi risposato con Floradisa Trevisan[19]), venne cresciuto dagli zii[17]. Ricevette un'educazione consona al suo status, imparando a navigare, a far di conto (anche con valuta straniera) e a commerciare[17]. Non è chiaro se conoscesse o meno il latino.[senza fonte]

Il viaggio lungo la Via della seta[modifica | modifica wikitesto]

I fratelli Niccolò e Matteo Polo ripartirono nel 1271 portandosi dietro Marco, "di età variamente indicata da dodici a diciannove anni, secondo le fonti."[20], ma che probabilmente aveva 17 anni.

Niccolò e Matteo Polo ricevuti da Papa Gregorio X.
Tranquillo Cremona, Marco Polo alla Corte del Gran Khan, 1863
"Marco più dritto e più snello d'un fuso, fra i due parenti troppo rotti ad ogni savoir faire (uno si è messo la stola d'ermellino, l'altro un po' se ne vergogna), che scruta negli occhi il sovrano"

Durante le prime tappe del viaggio, si trattennero alcuni mesi ad Acri e poterono parlare con l'arcidiacono Tedaldo Visconti, futuro Papa Gregorio X,che Marco chiama Tedaldo da Piagenza[21]. I Polo, in quell'occasione, gli avevano espresso il loro rammarico per la lunga mancanza di un papa, poiché nel loro precedente viaggio in Cina avevano ricevuto da Kublai Khan una lettera per il Pontefice, ed erano così dovuti ripartire per la Cina delusi[22]. Durante il viaggio però ebbero notizia dopo ben 33 mesi di vacanza, finalmente il Conclave aveva eletto il nuovo papa e questi altri non era che l'arcidiacono di Acri[23]. I tre dunque si affrettarono a ritornare in Terrasanta, dove il nuovo Papa affidò loro lettere per il Gran Khan, invitandolo a mandare suoi emissari a Roma. Per dare maggior peso a questa missione, mandò con i Polo, come suoi legati, due padri domenicani, Guglielmo da Tripoli e Nicola da Piacenza[24][25].

Da quanto riportato poi nel suo resoconto di viaggio, Il Milione, i tre Polo seguirono le varie tappe di quella che solo alcuni secoli dopo sarà chiamata la "Via della seta".

A conclusione di questo viaggio, durato tre anni e mezzo, arrivarono infine a Chemeinfu[26] odierna Xanadu, città che il Khagan Kublai stava facendo costruire proprio in quegli anni. Una volta arrivato nel Catai, Marco ottenne i favori di Kubilai Khan, divenendone consigliere e in seguito anche ambasciatore, imparando a conoscere la lingua e i costumi dei tartari[27]:

«Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran città ov'era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ov'egli era con molti baroni, e inginocchiaronsi dinanzi da lui, cioè al Gran Cane, e molto si umigliarono a lui. Egli li fece levare suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi era quello giovane ch'era con loro. Disse messer Nicolò: "Egli è vostro uomo e mio figliuolo". Disse il Gran Cane: "Egli sia il ben venuto, e molto mi piace".»

(Il Milione di Marco Polo Vol. I, p. 6, Baldelli Boni, Firenze, 1827[28])

Onorati e investiti di cariche governative, Marco in particolare "per le sue missioni ufficiali si spinse in India[29], nel Yunnan, nel Tibet, in Birmania, lungo tragitti che ancora oggi presentano difficoltà per nulla lievi, anche prescindendo dalle condizioni politiche."[30]

Ritorno a Venezia e prigionia genovese[modifica | modifica wikitesto]

Marco Polo fece ritorno a Venezia solo 24 anni dopo essere partito, il 9 novembre 1295[31]. Secondo Ramusio, a convincere i parenti increduli dell'identità dei tre, furono i preziosi nascosti tra gli abiti[32].

Veduta del porto di Laiazzo visitata da Marco Polo nel 1271 da Le Livre des Merveilles

Secondo una diffusa leggenda, nel 5 settembre 1298 Marco Polo si trovava su una delle novanta navi veneziane sconfitte dai genovesi nella battaglia di Curzola. Di sicuro fu catturato dai Genovesi, anche se non nei pressi di Curzola, come sostenuto da alcuni studiosi influenzati dal Ramusio[33], ma più probabilmente a Laiazzo in Cilicia, dopo uno scontro navale nel Golfo di Alessandretta. Durante la prigionia incontra Rustichello da Pisa, fosse "in prigione da quattordici anni o vi venisse come libero frequentatore, fu quasi sicuramente lui a dare forma scritta alle memorie del veneziano"[34][35] che ebbero rapida fortuna in tutta Europa.

Polo fu finalmente rilasciato dalla prigionia nell'agosto 1299 e ritornò nuovamente a casa a Venezia, dove, nel frattempo, il padre e lo zio avevano acquistato un grande palazzo in Contrada San Giovanni Crisostomo (sestiere di Cannaregio), nota come "Corte del Milion", acquisto reso probabilmente possibile con i proventi del commercio e della vendita delle gemme portate dall'Oriente. La Compagnia Polo continuò le sue attività commerciali e Marco divenne presto un ricco commerciante. Marco e lo zio Matteo finanziarono altre spedizioni ma probabilmente non abbandonarono mai le province veneziane né tornarono sulla via della seta o in Asia. Qualche tempo prima del 1300 morì lo zio Niccolò[senza fonte].

Matrimonio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1300 sposò la patrizia Donata Badoer, figlia di Vitale Badoèr, commerciante, dalla quale ebbe tre figlie: Fantina (sposò Marco Bragadin[36]), Belella (sposò Bertuccio Querini[36]) e Moreta.[3]

Pietro d'Abano, filosofo e astronomo padovano

Testimonianze[modifica | modifica wikitesto]

Pietro d'Abano filosofo, medico e astrologo padovano, riferisce di avere parlato con Marco Polo di quello che aveva osservato nella volta celeste durante i suoi viaggi. Marco raccontò che durante il suo viaggio di ritorno nel Mar Cinese Meridionale, aveva avvistato quella che descrive in un disegno come una stella "a forma di sacco" (ut sacco) con una grande coda (magna habet caudam). Pietro d'Abano interpretò questa informazione come una conferma che nell'emisfero sud si potesse osservare una stella analoga alla stella polare[37][38], ma si trattava con ogni probabilità di una cometa. Gli astronomi sono concordi nell'affermare che non ci furono comete avvistate in Europa alla fine del 1200, ma ci sono testimonianze che una cometa venne avvistata in Cina e in Indonesia nel 1293[39]. Questa circostanza non compare nel Milione. Pietro D'Abano conservò il disegno nel suo volume Conciliator Differentiarum, quæ inter Philosophos et Medicos Versantur. Sempre nello stesso documento, si riporta la descrizione di un animale di grossa stazza con un corno sul muso, identificato oggi con il rinoceronte di Sumatra; Pietro d'Albano non riferisce un nome particolare assegnato da Marco a questo animale; si pensa invece che fu Rustichello a identificarlo con l'unicorno nel Milione[40].

Mentre Pietro d'Abano era entusiasta delle parole di Marco Polo che apparentemente confermavano le sue teorie[41], il racconto del viaggio di Marco Polo non venne sempre accolto con favore, ma suscitò anche molta incredulità. Il frate domenicano Francesco Pipino, l'autore della prima traduzione latina già nel 1302[42], si sentì evidentemente in dovere di affermare che il racconto era degno di fede:

«affermò solennemente la veridicità del suo libro e lo disse "prudente, onorato, fedelissimo uomo"»

(Rinaldo Fulin)

La stessa cosa fece il frate Jacopo d'Acqui[43]

«dopo di aver chiarito le ragioni dell'incredulità di cui i contemporanei circondavano i suoi racconti, narra che il Polo prima di morire assicurò “ di non aver detto che metà delle cose che “ aveva visto »»

(Rinaldo Fulin)

Il suo rapporto molto stretto con i frati domenicani hanno fatto supporre che essi [44]

«forse collaborarono alla revisione dell’opera da parte di Marco, quasi come dei moderni editori»

(Antonio Montefusco)

Nel 1305, Marco Polo viene menzionato in un documento veneziano tra i capitani di mare locali in merito al pagamento delle tasse. I dati relativi a questo periodo sono comunque oscuri: non è chiara la relazione tra Marco e un omonimo coinvolto nei moti anti-aristocratici del 1300, data in cui rischiò la pena capitale, e del 1310 (la Congiura del Tiepolo alla quale parteciparono effettivamente dei Polo ma di un ramo secondario: Jacobello e Francesco). Nel 1309-1310 Marco partecipa alla spartizione dei beni del defunto zio Maffeo. Nel 1319 entrò in possesso di alcune tenute del padre defunto e nel 1321 acquistò parte della proprietà di famiglia della moglie Donata.[19] Nel 1323 figura come testimone per l’accettazione di alcuni lasciti testamentari di Giovanni dalle Boccole da parte dei frati domenicani del convento veneziano di SS. Giovanni e Paolo [45].

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Targa commemorativa della casa di Marco Polo sulla facciata posteriore del Teatro Malibran

Nel 1323 era malato e inabilitato a muoversi dal letto[46]. L'8 gennaio 1324, in punto di morte, dettò le sue ultime volontà al sacerdote Giovanni Giustiniani di San Procolo, convocato dalle donne di casa[47]. Marco divise i suoi averi tra la famiglia, diversi istituti religiosi (tra cui la Chiesa di San Procolo e la Chiesa di San Lorenzo presso la quale sarebbe stato sepolto) nonché gilde e confraternite a cui apparteneva. Tra le altre cose, compensò con 200 soldi il notaio Giustiniani e affrancò e dotò di 100 lire veneziane un servo tartaro che si era portato dall'Asia, tale Pietro[48]. La data della morte non è certa: la Biblioteca Marciana, presso la quale è conservato il suo testamento (non firmato autografo dall'interessato ma semplicemente confermato dai testimoni in accordo alla prassi del signum manus), data al 9 giugno il documento e post 9 giugno il decesso; secondo alcuni, invece, morì il giorno stesso in cui il testamento venne redatto[49].

Le spoglie andarono perdute durante la ricostruzione della Chiesa di San Lorenzo alla fine del XVI secolo.

La casa dei Polo andò distrutta durante un incendio nel 1598. Al suo posto, circa un secolo dopo, vi fu costruito il Teatro San Giovanni Grisostomo, noto oggi come Teatro Malibran[50]. Gli scavi archeologici condotti nel 1998 dalla soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto hanno riportato alla luce diversi materiali, fra cui un eccezionale reperto di vetro viola di Murano[51][52].

Il Milione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Il Milione.
Livre des merveilles (BNF Fr2810) fr. 2810, Tav. 84r"Qui hae sì gran caldo che a pena vi si puote sofferire (...). Questa gente sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignudi, se non se tanto ch'egliono ricuoprono loro natura con un panno molto bianco. Costoro non hanno per peccato veruna lussuria"[53]

Più volte trascritto e tradotto, sono almeno centocinquanta i manoscritti documentati prima della diffusione della stampa e in seguito le edizioni non si contano. Codici del Milione sono conservati in tutto il mondo. Celebre per le squisite miniature è il 2810 "Libro delle meraviglie" conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia.[54] L'esemplare in latino all'Alcázar di Siviglia[55] esibisce le presunte postille di Cristoforo Colombo.

La fortuna del testo negli ambienti scientifici ebbe inizio nel XV secolo.[56]

Il testo traccia dettagliatamente l'itinerario che i tre Polo seguirono attraverso la Via della seta. Procedettero verso l'interno del continente eurasiatico, attraversando l'Anatolia e l'Armenia,[57]. Scesero quindi verso il fiume Tigri, toccando probabilmente Mosul[58][59] e Baghdad[60].

Dopo avere attraversato la città di Tabriz in Iraq[61], poi la città di Yazd in Persia[62] giunsero fino al porto di Ormuz[63], forse con l'intenzione di proseguire il viaggio via mare. Continuarono invece a seguire la via terrestre entrando nel deserto del Gobi[64] per giungere poi nel Khorasan[65]. In questa regione entra in contatto con la setta islamica degli "ismailiyyah" seguaci di Ḥasan-i Ṣabbāḥ, che Marco chiama il Veglio della Montagna[66].

Nell'odierno Afghanistan, descrive la città di Supunga, identificata come l'attuale Sheberghan, poi Tahican, forse l'attuale Taluqan, poi Balkh e il "Balasciam" (Badakhshan)[67][68]. Attraversarono il Kashmir[69], quindi il Wakhan[70] superando con questo il Pamir, si diressero verso Samarcanda[71] in Uzbekistan ed entrarono nella "Gran Turchia" (Turkestan)[72]. Discesero quindi verso il bacino del Tarim e giunsero nel Tangut[73], ai confini con il Catai.

Qui arrivarono nella provincia di "Chingitalas " dove assistettero alla lavorazione di materiale ignifugo[74]. Arrivarono quindi a Zhangye[75], poi a Caracorum[76] Quindi proseguirono lungo la parte settentrionale dell'ansa del Fiume Giallo e raggiunsero Xanadu[77], città che il Gran Khan Kubilai aveva fondato da poco.

Controversie[modifica | modifica wikitesto]

Luogo di nascita[modifica | modifica wikitesto]

La finta casa di Marco Polo a Curzola, è una delle principali attrazioni turistiche dell'isola. Fu in realtà costruita due secoli dopo la sua morte.

Si afferma talvolta che Marco Polo sarebbe nato nell'isola di Curzola (oggi in Croazia), all'epoca possedimento della Serenissima[78]; tale tesi non è mai stata comprovata da nessuna ricerca storica[78] e risulta quindi priva di fondamento[78]. Nel 2013 uno studio scientifico ha analizzato l'affermazione e ne ha respinto l'autenticità, descrivendola come un caso di tradizione inventata e affermando che essa «può essere vista come una falsificazione pura, o anche come un furto di patrimonio culturale».[78] Tale tradizione è stata sostenuta anche per la sua efficacia nel pubblicizzare l'isola di Curzola come località turistica[78]. Analoghe considerazioni valgono per eventuali origini della famiglia di Polo nell'isola.[78]

La rivendicazione croata ha suscitato molte polemiche[78][79][80][81][82][83][84]; fra gli altri il giornalista e scrittore Gian Antonio Stella, in un articolo del 2011, aveva fortemente criticato l'atteggiamento croato, rimarcando che la rivendicazione della nascita di Polo a Curzola non è altro che una "leggenda" e che da parte croata vi sono varie "appropriazioni indebite" del patrimonio culturale italiano.[85][83]

Il viaggio in Cina[modifica | modifica wikitesto]

Gli scettici si sono a lungo chiesti se Marco Polo abbia scritto il suo libro sulla base di dicerie, e hanno argomentato il loro scetticismo sulla base di alcune omissioni su pratiche e strutture degne di nota della Cina, così come la mancanza di dettagli su alcuni luoghi importanti. Per esempio, mentre Polo descrive la carta moneta e la combustione del carbone, non menziona la Grande Muraglia. Questa omissione è stata notata per la prima volta a metà del XVII secolo, e a metà del XVIII secolo, è stato suggerito che potrebbe non aver mai raggiunto la Cina[86]. Più tardi studiosi come John W. Haeger ha sostenuto che Marco Polo potrebbe non aver visitato la Cina meridionale a causa della mancanza di dettagli nella sua descrizione delle città cinesi meridionali rispetto a quelle settentrionali, mentre il tedesco Herbert Franke ha ipotizzato che Marco Polo potesse non essere stato in Cina affatto e si è chiesto se potesse avere basato il suo racconto su fonti persiane[87]. Fra gli scettici, primeggiano Frances Wood[88] (curatrice della sezione cinese della British Library) e David Selbourne (filosofo politico britannico, commentatore sociale e storico). In particolare Frances Wood fa notare che Marco dichiara di avere avuto una funzione governativa, ma i Polo non vengano menzionati da nessuna fonte documentale cinese; che nel Milione oltre alla Muraglia cinese manchino le usanze cinesi più comuni : la tradizione del , il sistema di scrittura verticale, l’invenzione della stampa, la porcellana, l’uso delle bacchette per mangiare o i piedi fasciati delle donne. Inoltre, poiché i nomi delle località non sarebbero quelli utilizzati in cinese o mongolo, come ci si aspetterebbe, ma in persiano. Questo indicherebbe che Marco Polo non aveva mai imparato il cinese. Questo argomento sarebbe avallato dal sinologo tedesco Wolfgang Franke[senza fonte] e Daniele Petrella[senza fonte], archeologo dell’università di Napoli, Polo avrebbe utilizzato fonti persiane per redigere il suo testo trascorrendo alcuni anni all'interno delle comunità turche e persiane presenti nella zona. Infine, Frances Wood sottolinea alcuni particolari del Milione in cui i dettagli storici non corrispondono: le arcate del ponte oggi denominato "Marco Polo" erano 11 e non, come ricordava Marco Polo, 24; il viaggio di ritorno in Persia menziona una principessa mongola di nome Kökechin, di cui però non c'è traccia nei documenti della dinastia Yuan.

Fra gli interventi scientifici più rilevanti per ristabilire la genuinità della storia di Marco Polo vanno citati: lo studio dei cinesi Yang Chih-chiu e Ho Yung-Chi[89]; quello del danese Jørgen Jensen[90] ; la recensione al libro di Frances Wood di Igor de Rachewiltz (Università di Canberra),[91][92], nonché gli interventi di Ugo Tucci (professore emerito a Venezia),[93]; e Lionello Lanciotti,[94]. A questi esperti si è associato un grande studioso poliano quale Philippe Ménard (Università di Parigi-Sorbonne Paris IV), che in più occasioni è intervenuto a sottolineare come le occorrenze geopolitiche espresse in Marco Polo siano troppo peculiari per risultare menzognere. E infine di recente lo studioso tedesco Hans Ulrich Vogel[95].

In particolare Chih-chiu e Yung-Chi nel loro articolo del 1945 riferiscono di avere scoperto alcuni documenti storici dell'epoca in cui si riferisce di una ambasceria mongola in Persia che includeva tre ambasciatori. Si tratterebbe della stessa ambasceria menzionata dallo studioso persiano coevo di Marco Polo Rashid al-Din Hamadani che parla di una principessa mongola fra i viaggiatori[96]. Secondo gli studiosi cinesi, il fatto che Marco Polo non sia menzionato nella fonte cinese né in quella persiana non è strano, dato che nella fonte cinese non è citata nemmeno la principessa. Questa omissione secondo loro si giustifica con la relativa poca importanza attribuita a Marco Polo, che verosimilmente faceva parte della scorta, e con la delicatezza della missione diplomatica che riguardava una principessa reale. Quello che conta veramente, secondo gli storici cinesi, è che la versione di Marco Polo permette di riconciliare le due fonti, fornendo un'informazione che non avrebbe potuto conoscere altrimenti che trovandosi sul luogo di persona.

Un altro particolare interessante è menzionato dal danese Jørgen Jensen[97] : il fisico e astrologo padovano Pietro D'Abano (1250-1316) riporta nel suo "Conciliator Differentiarum " una conversazione da lui avuta con Marco Polo, in cui questo aveva disegnato una stella "a forma di sacco" (ut sacco) da lui vista durante uno dei suoi viaggi nel mare d'Indonesia. Gli astronomi sono concordi che in Europa non c'era stato nessun avvistamento particolare di stelle alla fine del 1300, e che però una cometa era stata avvistata in Cina e in Indonesia nel 1293. Altri diversi dettagli astronomici forniti da Marco a D'Abano si possono spiegare secondo Jensen solo ammettendo che Marco sia stato effettivamente in Cina. Cosa più interessante, né la cometa né i dettagli astronomici sono menzionati nel Milione.

Igor de Rachewiltz[98][99] critica aspramente il volume di Frances Wood e risponde a vario titolo su molti punti. Argomenta fra le altre cose che la mancanza di riscontri scritti sul nome dei Polo negli archivi cinesi è molto probabilmente dovuta al fatto che i tre europei erano considerati come del tutto insignificanti dal governo locale, anche se loro tendevano a pensare il contrario. Analogamente, Marco Polo era molto probabilmente indifferente alle particolarità della cultura cinese in quanto all'epoca del suo viaggio, i Cinesi erano dominati dai Mongoli e quindi componevano uno degli strati sociali più bassi, per cui non valeva la pena né di informarsi sulla loro cultura, né sulla loro lingua. Quindi non è affatto strano che Marco comunicasse in persiano, la "lingua franca" della zona all'epoca. Più in generale, secondo Rachewiltz, le omissioni che Wood imputa a Marco Polo sono dovute al fatto che determinate località oppure usi e costumi non erano così importanti all'epoca di Marco quanto lo siano state dopo: la Grande Muraglia per esempio non era ancora stata completata.

Di recente lo studioso tedesco Hans Ulrich Vogel[100] ha pubblicato un volume in cui esamina dettagliatamente le descrizioni che Marco Polo fornisce delle valute, della produzione di sale, della circolazione della moneta. Vogel ha osservato che nessun'altra fonte occidentale, araba o persiana ha fornito dettagli così accurati e unici sulle valute cinesi, ad esempio, la forma e le dimensioni della carta, l'uso dei sigilli, i vari tagli di carta moneta e le variazioni nell'uso della moneta nelle diverse regioni della Cina, come l'uso di conchiglie di mucche nello Yunnan, dettagli supportati da prove archeologiche e fonti cinesi raccolte molto tempo dopo che Polo aveva lasciato la Cina.Anche i suoi resoconti sulla produzione del sale e sui ricavi del monopolio del sale sono accurati, e sono in accordo con i documenti cinesi dell'era Yuan. Lo storico dell'economia Mark Elvin, nella prefazione alla monografia di Vogel del 2013, conclude che Vogel "dimostra con esempi specifici, la probabilità, in ultima analisi, di un'ampia autenticità" del resoconto di Polo. Mark Elvin conclude che il libro è, "in sostanza, autentico e, se usato con cura, in termini generali da considerare come un testimone serio anche se ovviamente non sempre definitivo"[101].

In sintesi è ormai definitivamente certo che sia stato nei luoghi da lui descritti[102].

Marco Polo in costume tartaro (XVIII. sec.)

Ruolo di Marco Polo in Cina[modifica | modifica wikitesto]

Lo storico britannico David Morgan pensava che Marco Polo fosse con ogni probabilità vissuto in Cina, ma che avesse esagerato o mentito sul suo status in Cina[103], mentre Ronald Latham credeva che tali esagerazioni fossero abbellimenti inseriti da Rustichello da Pisa[104]. Nel "Libro delle meraviglie", Polo sosteneva di essere stato un amico intimo e consigliere di Kublai Khan e di essere stato per tre anni il governatore della città di Yangzhou - eppure nessuna fonte cinese lo menziona come amico dell'imperatore o come governatore di Yangzhou - anzi nessuna fonte cinese menziona affatto Marco Polo[105]. Il tedesco Herbert Franke notò che tutte le occorrenze di Po-lo o Bolod (parola altaica che significa "acciaio") nei testi yuan erano nomi di persone di estrazione mongola o turca[106]. Il sinologo francese Paul Pelliot ipotizzò che Polo avrebbe potuto servire come ufficiale del monopolio governativo del sale a Yangzhou, che era una posizione di una certa importanza che poteva spiegare l'esagerazione. Polo sosteneva anche di aver fornito ai mongoli consigli tecnici sulla costruzione di manganelli durante l'assedio di Xiangyang, un'affermazione che non può essere vera perché l'assedio era finito prima che Polo fosse arrivato in Cina. L'esercito mongolo che assediò Xiangyang aveva ingegneri militari stranieri, ma sono stati menzionati in fonti cinesi come provenienti da Baghdad e avevano nomi arabi[107].

Sempre Igor de Rachewiltz[108][109] ricorda che la "smargiassata" secondo cui i tre Polo erano presenti all'assedio di Xiang-yang e avrebbero fornito istruzioni ai mongoli per vincere l'assedio NON è presente in tutti i manoscritti, e quindi sembra un'aggiunta successiva per dare più credibilità al racconto del Milione.

Lo storico dell'economia Mark Elvin, nella prefazione alla monografia di Vogel del 2013, sottolinea come molti problemi sono stati causati dal proliferare di manoscritti copiati a mano significativamente diversi: per esempio si può esitare sul fatto che Marco Polo abbia esercitato una "autorità politica" (seignora) a Yangzhou o abbia semplicemente fatto un "soggiorno" (sejourna)[110].

Uno dei sinologi più accreditati, Stephen G. Haw, contesta l'idea che Polo abbia esagerato la propria importanza, scrivendo che, "contrariamente a quanto è stato spesso detto .... Marco non rivendica alcuna posizione molto altolocata nell'impero Yuan". Egli sottolinea che Marco non ha mai affermato di essere un ministro di alto rango, un darughachi, il capo di un tumen (cioè 10.000 uomini), nemmeno il capo di 1.000 uomini, ma solo che era un emissario per il khan e aveva ricoperto una posizione d'onore. Haw vede questo come una ragionevole pretesa se Marco era un kheshig: all'epoca i kheshig erano circa quattordicimila uomini. Haw spiega come i primi manoscritti del Milione forniscano informazioni contraddittorie sul suo ruolo a Yangzhou, alcuni affermando che era solo un semplice residente, altri affermando che era un governatore, mentre il manoscritto di Ramusio afferma che stava semplicemente tenendo quella carica come sostituto temporaneo per qualcun altro, ma tutti i manoscritti concordano sul fatto che egli ha lavorato come stimato emissario per il khan. Haw si oppose anche all'approccio impiegato da molti studiosi per trovare la menzione di Marco Polo nei testi cinesi, sostenendo che gli europei contemporanei avevano poca considerazione per l'uso dei cognomi, e una trascrizione cinese diretta del nome "Marco" ignora la possibilità che egli assuma un nome cinese o addirittura mongolo che non ha alcuna attinenza o somiglianza con il suo nome latino[111].

Moglie cinese[modifica | modifica wikitesto]

Una leggenda parla di un matrimonio che Marco Polo avrebbe contratto in Cina con una delle figlie dell'Imperatore, Hao Dong, la quale lo avrebbe seguito nel suo primo rientro a Venezia, nel 1295. Hao Dong avrebbe vissuto a Venezia fino alla notizia della cattura di Marco da parte dei genovesi nel 1298, fatto questo che l'avrebbe spinta al suicidio[112][113]. Di questa figura però non c'è traccia scritta, né alcun reperto archeologico.

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Marco Polo, opera di Augusto Gamba (1862-1863)
la banconota italiana di 1000 lire, rilasciata dalla Zecca di Stato nel 1982.

Astronomia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1997 gli venne dedicato l'asteroide 29457 Marcopolo. Autore della scoperta e della intitolazione fu l'astronomo Vittorio Goretti.

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Videogiochi[modifica | modifica wikitesto]

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1982 Marco Polo è stato raffigurato sulla banconota da 1.000 lire italiane che hanno avuto corso legale fino al 1995.[117]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  10. ^ ... volendosi ravvisare nella parola "Milione" la forma ridotta di un diminutivo arcaico "Emilione" che pare sia servito a meglio identificare il nostro Marco distinguendolo per tal modo da tutti i numerosi Marchi della sua famiglia. (Ranieri Allulli, MARCO POLO E IL LIBRO DELLE MERAVIGLIE - Dialogo in tre tempi del giornalista Qualunquelli Junior e dell'astrologo Barbaverde, Milano, Mondadori, 1954, p.26)
  11. ^ Marco Polo, Il Milione, Istituto Geografico DeAgostini, 1965, p.22
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  16. ^ Zorzi (2000), p. ...
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  117. ^ Corriere della Sera, 2.7.1995, pag. 18 Articolo on line

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Studi[modifica | modifica wikitesto]

  • Bergreen L (2007), Marco Polo: From Venice to Xanadu, Knopf Doubleday Publishing Group, ISBN 978-0-307-26769-6.
  • Marco Polo, Millennio, Scrittori d'Italia 30, Bari, Laterza, 1928. URL consultato il 9 aprile 2015.
  • Landström B (1967), Columbus: the story of Don Cristóbal Colón, Admiral of the Ocean, New York City, Macmillan.
  • Zorzi A (2000), Vita di Marco Polo veneziano, Bompiani.

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