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Dialetti della Puglia

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Puglia.

Dialetti pugliesi
Parlato inItalia
RegioniPuglia
Locutori
Totale2.800.000 (2006)
Tassonomia
FilogenesiIndoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italoromanze
    Dialetti italiani meridionali
     Dialetti pugliesi
Statuto ufficiale
Regolato danessuna regolazione ufficiale

I dialetti della Puglia[1], storicamente parlati nell'attuale regione amministrativa, non formano una compagine omogenea. I dialetti della Puglia centro-settentrionale sono alto-meridionali, e costituiscono un sottogruppo della lingua napoletana. Nella parte meridionale della Puglia, il gruppo dei dialetti salentini sono una varietà della lingua siciliana. Il tratto principale che separa i due gruppi pugliesi è il trattamento delle vocali àtone, ossia non accentate, soprattutto in posizione post-tonica: in molti dei dialetti alto-meridionali queste subiscono il noto mutamento in /ə/ (vocale popolarmente definita “indistinta” e trascritta solitamente come "ë" oppure "ə"), mentre ciò non accade nel gruppo salentino né negli altri dialetti della lingua calabro-siciliana. Si tratta della stessa divisione che intercorre fra Calabria settentrionale e Calabria centro-meridionale, e dunque – nell'insieme – fra lingua napoletana/pugliese e lingua calabro-siciliana: molto più a nord, la diversità sistematica forma anche il confine con i dialetti italiani mediani. Tale affievolimento delle vocali non accentate comporta delle ripercussioni sui fatti morfologici, ad esempio sulle variazioni di genere o di numero dei sostantivi (mediante il fenomeno della metafonesi) nonché sulla coniugazione dei verbi.

Lungo la linea di demarcazione fra napoletano e siciliano potrebbero sussistere dialetti di transizione come il tarantino, ma è più probabile che questi (come altri "ibridi" distribuiti qua e là nella penisola italiana) rientrino nell'una o nell'altra lingua.

Infine esistono in Puglia isole linguistiche arbëreshë, grecaniche e francoprovenzali, che sono però da considerarsi alloglotte (ossia parlate non-italiche).

Gruppo dei dialetti alto-meridionali[modifica | modifica wikitesto]

I dialetti pugliesi (III) nel sistema dei meridionali intermedi

Nella classificazione ISO 639-3, i dialetti italiani meridionali compaiono raggruppati nella denominazione lingua napoletana. La tradizione letteraria italiana riconosce l'unità culturale e linguistica di queste parlate, chiamate anche pugliese[2] finché con Apulia si intese l'Italia meridionale, prima dell'Unità d'Italia.

Secondo una classificazione ormai consolidata sin dagli ultimi decenni del XIX secolo[3], il territorio dei dialetti alto-meridionali si estende dall'Adriatico al Tirreno e allo Jonio, e più precisamente dal corso del fiume Aso, a nord (nelle Marche meridionali, fra le provincie di Ascoli Piceno e Fermo)[4], fino a quello del fiume Coscile, a sud (nella Calabria settentrionale, provincia di Cosenza), e da una linea che unisce, approssimativamente, il Circeo ad Accumoli a nord-ovest, fino alla strada Taranto-Ostuni a sud-est.

A questo gruppo appartengono i dialetti della Puglia centro-settentrionale i quali, da un punto di vista storico-geografico, possono suddividersi in dialetti della Capitanata (corrispondente grosso modo all'antica Daunia) e dialetti della Terra di Bari (approssimativamente l'antica Peucezia), cui vanno aggiunti quelli dell'area di transizione verso il dialetto salentino.

Nei dialetti della Puglia centro-settentrionale il vocalismo appare piuttosto ampio e variegato: se in sillaba atona compare assai spesso la vocale centrale media ("shwa") /ə/, in sillaba tonica compare talora la vocale centrale chiusa /ɨ/; tuttavia, poiché la differenza tra le due vocali centralizzate non ha valore distintivo (dipende unicamente dalla presenza o meno dell'accento tonico), entrambe vengono solitamente trascritte "ë" oppure "ə".

Le vocali atone che seguono la sillaba accentata (ma spesso anche quelle che la precedono) assumono normalmente il suono breve e indistinto dello "schwa": felìscene [fəlìšənə] "fuliggine", mènele [mènələ] "mandorla". Si conserva solo la a in protonìa (la figghia iròsse "la figlia grande") e in genere la u e la i finali nei soli aggettivi dimostrativi (cuddu cavaddw "quel cavallo", quissi stracurse "questi discorsi"). Le vocali toniche, se le parole latine d'origine terminano in -U, vanno incontro a chiusura (metafonia) o a dittongazione. Per cui la O diventa u (feleture FULTORIU "turacciolo") o úə (fúche FOCU "fuoco") e la E diventa i (acite ACETU) o íə (víerne (HI)BERNU 'inverno'). Lo stesso accade se la parola latina o postlatina termina in -I: solə "sola -e" ma sule SOLI, bbonə "buona -e" ma bbúənə BONI, freddə "fredda -e" ma friddə FRIG(I)DI "freddi", pede "piede" ma píede PEDES "piedi". Sarà la metafonia che – dato l'affievolirsi delle finali – permetterà di distinguere il genere (bbone - bbúene, fredde - fridde) e il numero (pede - píede, mese - mise) di molti nomi e aggettivi, così come le persone dei verbi (corre "corro", curre "corri").

L'affievolirsi delle vocali atone finirà per accentuare ulteriormente le vocali toniche che andranno incontro ad allungamento e al cosiddetto frangimento vocalico, con la produzione di dittonghi caratteristici dei singoli centri, come (Mattinata) pèipe "pepe", (Peschici) sàire "sera", (Cerignola) scòupe "scopa", (Molfetta) sàete "seta", (Bitonto) rèupe "rapa", meddòiche "mollica", nàuce "noce", lìuce "luce".

I dialetti di Capitanata e quelli centrali, diversamente dai dialetti salentini, prepongono una i, detta prostetica, alla vocale iniziale: (Carlantino) iéve mórte e (Casamassima) iére muérte "era morto". Costante è poi l'inserimento (anaptissi) di una ə tra consonante e semiconsonante: cumbassione "compassione".

Il verbo "andare", antico italiano "gire" (*jire, dal lat. IRE), nel foggiano può essere , come in Molise, Lucania e Campania: (Torremaggiore) ce n'è iute "se n'è andato", (Vico del Gargano) ce ne jò "se n'andò"; oppure scì [šì]. La forma scì si ha soltanto nella fascia periferica orientale e meridionale della Capitanata (Vieste, Monte Sant'Angelo, Trinitapoli, Cerignola, Candela). Il barese ha solo la forma scì, che si è estesa anche a tutto il Salento. Come scì si comportano anche parole tipo scíənərə (lat. GENERU), fusce (lat. FUGERE), scetté "gettare", mascèise "maggese".

Nell'area dauna si dice auzà "alzare" (lat. *altiare), nell'area della transumanza si dice avezà, nella fascia foggiana meridionale alezà, e in Terra di Bari ialzé.[5] Il latino basiare "baciare" diventa vascià [vašà] nell'area dauna, bacé nel Tavoliere e vasà o vasé nel resto della Puglia.[6]

Il pronome dimostrativo "quello" (lat. eccum illum) suona quélle, quille, quédde, quidde in tutta la Capitanata, tranne nei dialetti garganici meridionali (cudde, códde) I dialetti centrali hanno forme del tipo cudde, meno diffusamente curre[7]

In tutta la Puglia centro-settentrionale si dice quanne "quando"[8] e la n sonorizza la consonante che la segue: angóre "ancora", penzà "pensare", lundane "lontano", ngandà "incantare", cambagne "campagna".[9] I nessi consonantici -MB- e -NV- danno origine a -mm-: jammə "gamba", cummèndə "convento.

I gruppi consonantici latini -CL-, -PL- e -TL-, come in tutto il Meridione, danno chi: acchià (lat. *oculare) "trovare", chiovə (< pluere) "piovere", sicchie, da sit(u)la, "secchia".

La -LL- si conserva nel Subappennino e nel Tavoliere (níelle "anello", vetíelle "vitello"), mentre si pronuncia -dd- nel Gargano (stadde "stalla") e nella parte meridionale della Capitanata, così come nell'apulo-barese e nelle province di Brindisi e Taranto, dove però, come nel leccese, in alcuni centri viene pronunciata con la lingua retroflessa.[10]

La G- di "grosso" si conserva in tutta la Puglia centro-settentrionale, tranne nel nord della Capitanata (ròsse), come nella vicina Campania, mentre a Monte Sant'Angelo, a Mattinata, a Crispiano, come in vari centri del materano, diventa i (irúesse).[11]

Al tratto tra Manfredonia e Bari grosso modo corrisponde buona parte della Campania e della Lucania centro-settentrionale, oltre che per la distinzione fra genere maschile e neutro, per il rafforzamento fonosintattico determinato dall’articolo femminile plurale e dall’articolo neutro, nonché da altre cogeminanti. Ma, mentre in Campania il raddoppiamento in dipendenza dei suddetti articoli è un fenomeno caratteristico e vivace, sul versante adriatico esso tende sensibilmente a regredire.

Nel Gargano, limitatamente a Monte Sant’Angelo e a Mattinata, esso è tuttora ben presente. L’articolo femminile plurale (i / li), a differenza dell’articolo maschile plurale, formalmente identico, determina rafforzamento, distinguendo il genere: i cugginə “i cugini” - i ccugginə “le cugine”, i figghiə “i figli” - i ffigghiə “le figlie”, i mulə “i muli” - i mmulə “le mule”. Allo stesso modo l’articolo neutro, formalmente identico al maschile singolare: lu rrusse “il (colore) rosso”, è diverso da lu russe “l’uomo dai capelli rossi”. Il neutro caratterizza i nomi non pluralizzabili: u mmélə “il miele”, u ffòrtə “il (gusto del) piccante”, lu mmangé “il mangiare, il cibo”. E ancora, con altre cogeminanti: ssu ppénə “questo pane”, atu ppénə “altro pane”; cché bbèlli ppaténə “che belle patate”, qualli ccarte? “quali carte?”.[12]

Man mano che si scende verso Bari il rafforzamento fonosintattico tende a recedere e i centri che lo presentano si alternano a quelli che non lo presentano. Così Manfredonia ne è sprovvisto e Trinitapoli ne è in gran parte privo. A Bari ci sono u ffíərrə “il ferro”, u ssalə “il sale”, u mmì “il mio, ciò che è mio”. Ma il fenomeno tende a scomparire. Così ormai si dice u sanghe, mentre il neutro rimane cristallizzato nella locuzione šittà u ssanghə da ngannə (‘gettare il sangue dalla gola’) “dar fondo a tutte le proprie forze”. A Minervino Murge tra le parole che sopravvivono ci sono rə llardə "il lardo" e rə ssíərə "il siero".

I dialetti della Puglia centro-settentrionale non usano il futuro romanzo CANTARE-HABEO “canterò”, ma, come in napoletano, una forma perifrastica in cui è però insito anche il senso di “dovere”. Il futuro romanzo è usato nel Gargano sud solo per indicare la probabilità di un’azione, la sua supposizione: starraddə durmènnə “starà dormendo”, ossia “forse sta dormendo”, šarraddə cré “forse andrà domani”.[13]

Il futuro perifrastico si forma con HABEO (éi, é, agge in Capitanata, agghie in Terra di Bari e aggiu, agghiu nel Salento[14]), la preposizione “da” o “a” e l’infinito: éj a purté “porterò”, à da jì “andrai, devi andare” in Capitanata; à da purtà “porterai”, av’a purtà “porterà” a Trani o ad Altamura; aggiu amare “amerò” a Lecce, dove “a” è caduto per elisione.[15]

Dialetti della Capitanata[modifica | modifica wikitesto]

Se ne distinguono due tipologie fondamentali: quella settentrionale (a nord della linea San Severo-Peschici) e quella meridionale (a sud dalla linea Lucera-Vieste). Nell'area appenninica il confine è dato dall'isola linguistica della Valmaggiore (popolata dalla minoranza francoprovenzale) che funge da cuscinetto tra i dialetti dauno-sannitici della valle del Fortore a nord da quelli dauno-irpini della valle del Cervaro a sud.

Nell'area settentrionale, come in Abruzzo e Molise, la "testa" è detta còccia o còccə < lat. COCHLEA "chiocciola", nella meridionale invece si chiama capə, képə < lat. CAPUT come nel barese.[16]

Il lessico dei dialetti pugliesi, e della Capitanata in particolare, presenta svariate parole di origine araba, che in parte si diffusero dalla Sicilia durante la dominazione araba (VIII-XI secolo), in parte giunsero attraverso la Spagna e in parte sono da attribuire ai musulmani di Federico II: arracamà ar. raqama "ricamare", arrassà ar. arrada "allontanare", bbardascə ar. bardag' "ragazzo", (Gargano sud) chémə ar. hama "pula", (Manfredonia) màzzərə ar. ma'sara "mazzera" e sciàbbəchə ar. sciabaca "tipo di rete da pesca", tamarrə ar. tammar ('venditore di datteri') "persona rozza", vardə ar. barda'a ('sella da carico') "barda". Quest'ultimo termine si riscontra in tutta la Capitanata, mentre in Terra di Bari è nettamente prevalente la parola mmastə / mbastə "basto", derivante dal lat. BASTU(M).[17]

Dialetti dei Monti Dauni[modifica | modifica wikitesto]

Il dialetto dauno-sannitico si parla nei comuni della Capitanata situati nel settore settentrionale del Subappennino dauno. Esso mostra alcune affinità con i dialetti dell'area nord-garganica, ma è stato significativamente influenzato dal dialetto lucerino che conserva talune peculiarità[18] dovute alla presenza nel Medioevo dell'insediamento arabo di Lucera.

Questo dialetto, in cui rientrano, tra gli altri, Castelnuovo della Daunia, San Marco La Catola, Celenza Valfortore, Pietramontecorvino, Alberona, Roseto Valfortore, è caratterizzato da:

  • conservazione della vocale tonica A (casə "casa", panə, salə, fratə lat. FRATE(R) "fratello"), tranne nelle zone limitrofe.
  • assenza di metafonia per la E e la O brevi latine (pédə "piede" e "piedi", bbónə "buona, buone" e "buono, buoni"), che è presente invece in centri come Motta Montecorvino (púorcə "porci", píədə "piedi"[19]) e Castelluccio Valmaggiore (púorkə "porci", aniéllə "anello"[19]).

Il dialetto dauno settentrionale conserva in genere la geminata latina -LL- (gallə GALLU "gallo"), mentre gli affini dialetti del Gargano settentrionale, tranne Peschici (jallə), Apricena e Lesina, presentano l'esito -dd-: (Rodi Garganico) gaddə.

Il dialetto di Volturino – come di San Marco in Lamis nel Gargano – presenta condizioni che richiamano quelle dell'alto beneventano o del molisano, con la tipica metafonia «sabina»: mésə - misə "mese, -i", pèdə - pédə "piede, -i", nòuə - nóuə "nuova, -o", cóndə - cundə "io conto, tu conti".[20]

Il dialetto di Alberona ha staḍḍə con -ḍḍ- che suona come a Lecce. Potrebbe essere questa una spia dell'arrivo fin qui dei Bizantini. E in effetti ad Alberona, così come nella parte più meridionale della provincia, la "culla" si chiama nakə, parola di origine greca del tutto assente nel resto della Capitanata.[21]

Il dialetto dauno-irpino è parlato invece più a sud, ai confini con l'Irpinia, nei paesi dei monti Dauni interessati dall'antica via Appia Traiana e dalla medievale via Francigena. Già in epoca pre-romana tali territori costituivano la fascia di confine tra Sannio e Apulia mentre nell'alto medioevo essi furono lungamente contesi fra il ducato di Benevento e l'impero bizantino[22]. Questa particolare parlata mostra pertanto evidenti caratteri di transizione con il dialetto irpino e, più specificatamente, con il vernacolo arianese.

Il dauno-irpino, stando ai centri investigati dal Melillo,[19] sembra caratterizzato da:

  • palatalizzazione della vocale tonica A: (Castelluccio dei Sauri) fämə – con ä (=/æ/) suono di a che tende a e –, (Bovino) sfacciätə, (Stornarella) attänə "padre". Questa è assente al confine con la Campania: (Candela) famə.
  • metafonia di Ĕ ed Ŏ: (Castelluccio dei Sauri) puórkə "porci", aniéllə, múortə, (Bovino) grúossə, vetíeddə, (Stornarella) grúəssə, aníəllə, (Candela) puórcə, nguóllə "addosso", vuvətiéllə "vitello".

Nel Gargano settentrionale, al confine con il Molise, nel Subappennino al di sopra di Lucera, e nel dauno-irpino al di sotto della linea immaginaria che unisce Bovino a Candela la "culla" deriva il suo nome dal latino: (Sant'Agata di Puglia) cònnela CUNULA dim. di CUNA.

Dialetti del Tavoliere[modifica | modifica wikitesto]

I dialetti del medio-Tavoliere (ivi compreso il foggiano) sono caratterizzati da:

  • palatalizzazione della vocale tonica A in sillaba libera di parola piana: (Foggia) cäne, kene "cane", (San Severo) frète "fratello". Ma non sempre: ci sono centri come Lucera che la conservano in ogni posizione (grane, stalle, candà[23]). Nel basso tavoliere, per esempio a Cerignola, si può avere palatalizzazione (ammettesiè "viziare") e frangimento della vocale (kòine "cane"), che però persiste in sillaba chiusa (stadde "stalla").[24]
  • metafonia (o dittongazione) anche per Ĕ e Ŏ: péde "piede" ma píede "piedi", bbóne "buona, buone" ma bbúənə "buono, buoni". I dittonghi discendenti íe e úe tendono a diventare monottonghi: píde "piedi" e fúche "fuoco". Nell'alto Tavoliere, per esempio a San Severo, dove pure c'è péde - píde "piede - piedi", in genere manca la metafonesi della Ŏ: mòrte "morto" e "morti" (o persiste solo in qualche espressione cristallizzata: iastemà i múrte "bestemmiare i morti"[25]).
  • frequente presenza di turbamento vocalico. A Lucera, per esempio, già nel 1925 il linguista Gerhard Rohlfs notava delle differenze particolarmente profonde nel vocalismo, fra la pronuncia di un anziano e quella di una ragazza di diciotto anni (in parentesi): meile (möle) "miele", noure (nere) "nuora", fúoche (fuche) "fuoco", seire (sörə) "sera", sive (söve) "sebo", scroufe (scréufe) "scrofa", avulive (avulöve) "oliva".[26] Attualmente, se si eccettuano i monottonghi í e ú e la vocale A, tutte le altre vocali in sillaba libera di parola piana suonano /ö/: söre "sera", Luciöre "Lucera", vöte "volta", cöre "cuore", tenöme "teniamo", vöne "vino", löce "luce", chiöse "chiusa".

Il dialetto dell'alto tavoliere presenta alcuni caratteri di transizione con il dialetto molisano e in particolare con il vernacolo termolese.[senza fonte]

Il dialetto foggiano è ascrivibile non oltre la città di Foggia (capoluogo della provincia omonima dal 1806). Questo vernacolo deriva dalla contaminazione di varie parlate anche non regionali, in quanto la città era sede della regia dogana nonché capolinea di una vasta rete di tratturi e tratturelli, le antiche vie della transumanza che giungevano fino in Abruzzo.

Il dialetto del basso Tavoliere si parla nella città di Cerignola[27] e nei centri limitrofi. Presenta alcuni caratteri di transizione con i dialetti dell'area apulo-lucana.

Dialetti del Gargano[modifica | modifica wikitesto]

L'area garganica

Nel promontorio del Gargano si possono distinguere un tipo settentrionale caratterizzato da assenza di metafonesi delle vocali latine Ĕ e Ŏ (péde "piede -i"; bbóne "buona -o"), e uno meridionale[28] caratterizzato da presenza di metafonesi (o dittongazione) delle vocali medio-basse (péte "piede" ma píete "piedi"; bbóne "buona -e" ma bbúene "buono -i"). Il tipo settentrionale presenta notevoli affinità con il dialetto parlato nel Subappennino dauno situato a nord-ovest di Foggia (tra l'altro, il fonema [ç] < FL di parole come [çjorə] "fiore", anticamente presente a Peschici[29] e in epoca contemporanea a San Marco in Lamis e soprattutto a Rignano Garganico,[30] si ritrova in una decina di centri a ridosso del settore nord dei monti Dauni, da Celenza Valfortore a Volturino fino a Roseto Valfortore),[31] mentre la varietà garganica meridionale ha da una parte i tratti tipici della parlata del vicino Tavoliere (a Manfredonia "andare" suona ) e dall'altra una fonetica che risente molto dell'influsso dei dialetti centrali (a Monte Sant'Angelo lo stesso verbo suona šì), al punto, per esempio, che un paese come Mattinata presenta un vocalismo sostanzialmente sovrapponibile a quello della maggior parte dei centri apulo-baresi.[12][32]

Dialetti garganico-meridionali sono parlati a Monte Sant'Angelo, Mattinata, Manfredonia e Vieste, accomunati anche dalla palatalizzazione della A (péne "pane", Vieste chese "casa"); tipici dialetti garganico-settentrionali sono invece parlati a Peschici, Rodi Garganico, Ischitella, Cagnano Varano, San Nicandro Garganico, Apricena e Lesina, dove la A è invece conservata (mare, attane "padre"), se si eccettuano Apricena e Rodi Garganico (pène).[33] Peschici, ultimo centro in cui è diffusa la variante settentrionale, in un contesto di gadde, uadde, 'iadde, iadde "gallo" è inoltre l'unico centro garganico (a parte Lesina e Apricena) a conservare l'esito -ll- < -LL- (jallə). La distinzione non è tuttavia così netta, avendo la transumanza abruzzese lasciato tracce considerevoli in paesi, ad esempio, come San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo. Tra l'area settentrionale e quella meridionale si può riconoscere una zona di transizione che assume una qualche fisionomia per il tratto caratteristico della metafonesi cosiddetta "sabina", presente a Vico del Gargano per il plurale, verosimilmente a San Giovanni Rotondo per la Ŏ, sicuramente a San Marco in Lamis e forse anche a Rignano Garganico.[30] A San Marco in Lamis si dice infatti: bbòna "buona" e bbòne "buone" ma bbóne "buono -i"; pède "piede" ma péde "piedi". La palatalizzazione della A in questa zona è assente o relativamente recente (San Giovanni Rotondo e Vico del Gargano päne). I paesi interni (San Marco in Lamis, San Nicandro Garganico, Cagnano Varano e San Giovanni Rotondo), contrariamente a tutti gli altri centri del Promontorio, conservano ancora la -a finale.[30] Va detto poi che Poggio Imperiale è caratterizzato da una fenomenologia tipologicamente campana, essendo stata fondata nel XVIII secolo dal principe napoletano Placido Imperiale, che vi insediò coloni provenienti soprattutto dal Sannio dall'Irpinia: a differenza dei centri vicini, infatti, è presente la metafonesi "sabina" per il maschile singolare, ed inoltre le vocali toniche sono pronunciate in maniera molto simile a quanto accade in gran parte della Campania, cioè senza isocronismo sillabico. Infine Peschici e Vico del Gargano sono due antiche colonie slave,[34] dove, oltre a una cinquantina di voci di chiara origine serbo-croata, persiste una cadenza (parlando cantano) assai vicina alla prosodia slava.[35][36]

Dialetti della Puglia centrale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dialetti della Puglia centrale.
Zona dei dialetti centrali

Sono caratterizzati da una varietà linguistica che si è costruita gradualmente, modificata dai vari insediamenti di popolazioni straniere susseguitesi nell'area geografica interessata, a partire da quelle spagnole per finire a quelle balcaniche, che ne hanno donato un'inflessione per molti incomprensibile, soprattutto in relazione al livello fonologico dell'analisi linguistica.

La fascia dei dialetti comprende la città metropolitana di Bari, la provincia di Barletta-Andria-Trani, alcuni paesi del brindisino (Fasano e Cisternino) e del tarantino (Martina Franca, Mottola, Castellaneta, Ginosa e Laterza) confinanti con la provincia barese. A nord ha zone d'influenza nella provincia di Foggia, dove però si parlano i dialetti dauno-appenninici e garganici. A ovest si diffonde anche nella provincia di Matera, il cui dialetto non presenta evidentissime differenze con quelli della fascia centrale, soprattutto nella cadenza melodica; a sud arriva in prossimità della soglia messapica (una linea ideale che va da Taranto ad Ostuni passando per Villa Castelli e Ceglie Messapica), al di sotto della quale si parla il salentino. Alcune caratteristiche sono riscontrabili anche nella zona settentrionale della provincia di Potenza, precisamente in alcuni comuni del Vulture (Venosa, Rionero in Vulture, Atella, Melfi) e in quelli della zona ofantina (Lavello, Montemilone). Da precisare che riferendosi al dialetto barese si indica il dialetto specifico della città di Bari.

Un fenomeno fonetico distintivo dei dialetti centrali è il frangimento vocalico, da cui deriva una straordinaria varietà di esiti, di cui vengono riportati solo alcuni esempi a titolo esemplificativo: (Trani) améiche "amico", patrèune "padrone, zappatàure, (Ruvo di Puglia) fòuse "fuso", vestéite "vestiti", uagnìune "ragazzi". Fenomeno che è però diffuso anche in Capitanata: (San Giovanni Rotondo) vermenàuse "verminosa", (Vico del Gargano) stasciàune "stagione", Våiche "Vico" – con å (=/ɒ/) suono di a che tende a o –; e nell'Abruzzo-Molise: (Agnone) crèuce "croce", sespòire "sospiro"; ma che è del tutto assente in Terra d'Otranto.

Partendo dalle sette vocali protoromanze, in relazione alla posizione della sillaba nella parola (e della parola nel sintagma) nel dialetto di Bitonto[37] , per esempio, in conseguenza del frangimento vocalico si arriva a un numero quasi doppio tra vocali e nessi vocalici. Per Bitonto, aggiornando la e atona (= e) del lessico utilizzato[38] dal dialettologo Clemente Merlo, si hanno:

òi, ì < Ī′ in zòite "zita, ragazza da marito" (ma zite dəll'ùcchie "pupilla", ossia "bambina dell'occhio", perché l'accento principale cade su ùcchie), spòiche "spiga, veddòiche "ombelico", sciòiə [šòie] "andare", fòiche "fico" (ma fiche-d-ìnie "fico d'India"), stigghie *(TE)STILIA "attrezzi", scete "dito".

ìu, ù < Ū′ in pìupə PUPA "bambola", chiìuə "più" (ma chiù bruttə "più brutto"), angùdənə "incudine".

èu, à < A′ in chèupə "testa", frèutə "fratello", fèufə "fava", dèuə "dare", gàvətə GABATA "trogolo".

ài, è < Ē′ Ĭ′ in cràitə "creta", facètuə FICEDULA "beccafico" – òi, ì in metafonesi: pòilə "pelo", tittə "tetto.

àu, ò < Ō′ Ŭ′ in làupə LUPA, naucə NUCE, vòttə "botte", còtəchə "cotica" – ìu, ù in metafonesi: nìutə "nodo", gùvətə CUBITU "gomito".

èi, è < Ĕ′ in pèitə "piede", scəmmèndə [šə-] "giumenta" – ìi in metafonesi: mìirə MERU "vino", scìilə "gèlo", lìittə "letto".

òu, ò < Ǒ′ in ròute ROTA, tòrce TORCERE, mòuə MO(DO) "ora" – ùu in metafonesi: stùule "stuolo", cùuttə "cotto".[39]

Gruppo di transizione apulo-salentino[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene la distinzione tra dialetti pugliesi settentrionali e dialetti salentini segua una linea piuttosto netta che corre al di sotto delle città di Taranto, Villa Castelli, Ceglie Messapica e Ostuni, le varietà dialettali parlate lungo questa demarcazione (indicata spesso con il termine soglia messapica) presentano nel lessico o nei costrutti caratteristiche di transizione tra il dialetto barese e il salentino. Per cui l'ipotesi di classificarli all'interno dei dialetti pugliesi settentrionali, sebbene abbastanza diffusa, non è universalmente accettata.

Fanno parte di questo gruppo di transizione i seguenti dialetti:

Dialetto tarantino[modifica | modifica wikitesto]

Dove è parlato il tarantino

Il dialetto tarantino ha la particolarità di essere un idioma comunale, ossia la sua variante più pura è parlata esclusivamente entro i confini della città di Taranto. Esso, tuttavia, influenza significativamente la parte settentrionale dell'omonima provincia formando le varianti delle città di Crispiano, Palagiano, Massafra e Statte. A est del capoluogo, già a San Giorgio Ionico, viene parlato un dialetto salentino di variante brindisina, comune a tutta la zona settentrionale del Salento. A sud, invece, il tarantino influenza significativamente il dialetto della frazione di Talsano, e infine fa sentire i suoi ultimi influssi a Leporano, che risulta essere il centro più meridionale di tutta la Puglia in cui è attestata la vocale indistinta schwa /ə/, ed in cui comunque la pronuncia vocalica assume già caratteristiche salentine.

La colonizzazione dei Greci ha lasciato una notevole eredità linguistica, sia lessicale che morfo-sintattica, ancora oggi evidente in parole come celónə < χελώνη "tartaruga", cèndrə < κέντρον "chiodo", cerasə < κεράσιον "ciliegia", mesale < μεσάλον "tovaglia", àpulə < απαλός "molle", tràscənə < δράκαινα "tipo di pesce".[40] Poi la città diventò romana, introducendo vocaboli di origine latina: dìləchə < DELICUS "mingherlino", dəscətare < OSCITARE "svegliarsi", gramarə < CLAMARE "lamentarsi", mbisə < IMPENSU "cattivo, malvagio", ndramə < INT(E)RAMEN "interiora", sdəvacarə < DEVACARE "svuotare", alarə < HALARE "sbadigliare". Notevole la perifrasi pleonastica, in comune con l'apulo-barese, del verbo scére / scì con il suo gerundio (lat. IRE IENDO) per indicare semplicemente il verbo "andare". Successivamente il lessico tarantino si arricchì di termini di origine longobarda (sckifə < skif "piccola barca", ualanə < wald "bifolco"). Con l'arrivo dei Normanni nel 1071 e degli Angioini fino al 1400, la lingua si arricchì di parole francesi come fəscjuddə < fichu "coprispalle" o accattarə < achater "comprare", con affievolimento della i atona nella cosiddetta "e muta".

Nel Medioevo, la città passò sotto il dominio saraceno con la conseguente introduzione di vocaboli arabi, tra cui ghiaùtə < tabut "bara" e mašcaratə < mascharat "risata". Nel 1502 Taranto cadde sotto il dominio degli Aragonesi e lo spagnolo fu per tre secoli la lingua ufficiale della città, lasciando anch'esso il suo contributo di parole (marangə < naranja "arancia", sustə < susto "tedio, uggia").

Particolare – ma non esclusivo del tarantino – è il dittongo ue < Ŏ (scjuéchə [šuékə] "gioco", fuéchə "fuoco", muèddə "molle", muèrtə "morto"), già presente nell'antico romanesco popolare del XIV e XV secolo (lueco, fuego, cuerpi) e nel napoletano letterario, per esempio nel «Pentamerone» di G. Basile (uerco "orco", cuerpo, uecchie "occhi"), e oggi diffuso da Lecce (puèrcu, muèrtu, cuèru "cuoio") fino a nord di Bari (puétə "puoi", puèrcə "porci", kuèrnə "corni"), dialetti in cui ue tende a ridursi a e quando si trova vicino a determinati suoni: (Lecce) sèni "tu suoni", lèku "luogo", sènnu "sonno", (Bari) sènnə "sonno", nèstə "nostro", grèssə "grosso", lékə "luogo".[41]

Dialetto cegliese[modifica | modifica wikitesto]

Dove è parlato il dialetto cegliese

Il dialetto parlato a Ceglie Messapica è «un idioma irto e arcaico, chiuso in un'enclave, o meglio al discrimine tra diverse aree linguistiche [...] sicché ha goduto nel tempo di una propria insularità che l'ha preservato da contaminazioni massificanti e imbastardimenti consumistici»[42]. I vocaboli usati sono nella maggioranza tarantini, ma la sua cadenza rimanda molto spesso al dialetto barese. Nonostante una quasi coincidenza col vocabolario tarantino, si trovano anche vocaboli baresi, ne sono un esempio i pronomi dimostrativi, cusse (questo) e cudde (quello), a differenza del tarantino che li indica con quiste (questo) e quidde (quello). I dialetti dei piccoli centri limitrofi di San Michele Salentino e Villa Castelli [43] derivano direttamente dal cegliese, per cui ne conservano moltissime assonanze e similitudini (le due cittadine furono infatti fondate da contadini e coloni cegliesi ivi trapiantatisi secoli or sono) soprattutto quello castellano.

Autori in dialetto cegliese[modifica | modifica wikitesto]

«A terra mea bbone, / come se disce a lle muèrte de case, / c'angore vìvene atturne: / le rape forte i ambunne / d'a grameggne, ca na ppué scappà tutte sane, / scapuzzate a ffatìe, i ppo sobbe a lle mascere / da ppeccià u tiembe de fiche, / a sera tarde: i sccattarizze de cardune / i vvambe sembe cchjù jerte a sserpiende de fueche / i jùcchele i zzumbe de le peccinne, / ca u core te rite chjine de priésce / scurdànnese pe nnu picche. / [...] »

«La terra mia buona, / come si dice ai morti di casa, / che ancora vivono attorno; le radici tenaci e profonde / della gramigna, che non puoi svellere intere, / strappate a fatica, e poi sui cumuli / di stoppia da incendiare al tempo dei fichi / a sera tarda: e scoppiettii di cardi / e vampe sempre più alte a serpenti di fuoco / e strilli e salti dei ragazzi, / che il cuore ti ride colmo di allegrezza / dimenticandosi per un poco. [...]»

(Pietro Gatti, «A terra meje / La terra mia» (Grafischena, Fasano, 1976, p. 19 sgg.), in «Le parole di legno. Poesia in dialetto nel '900 italiano», a cura di Mario Chiesa e Giovanni Tesio, Milano, Mondadori, vol. II, pp. 250-260)

Dialetto ostunese[modifica | modifica wikitesto]

Per molti aspetti il dialetto ostunese è simile al cegliese, pur conservando delle differenze nella pronunzia e nei vocaboli. L'ostunese è caratteristico dell'area del comune di Ostuni, con le dovute influenze nei territori dei comuni limitrofi, come ad esempio Cisternino, ma non a Carovigno, in cui la parlata assume caratteristiche nettamente salentine. L'ostunese tuttavia, a differenza del cegliese e del tarantino, presenta analogie più forti con il salentino, soprattutto nei vocaboli, ed inoltre le vocali finali tendono a mantenersi più salde, specie la -a e i termini in -lu. La pronuncia delle vocali toniche segue ancora il modello isocronico pugliese centro-settentrionale, ed Ostuni è in particolare l'ultimo centro della Puglia adriatica in cui ciò accade, in quanto a Carovigno le vocali sono pronunciate già tutte aperte.[senza fonte]

Gruppo dei dialetti meridionali estremi[modifica | modifica wikitesto]

I dialetti pugliesi (I) nel sistema dei dialetti italiani meridionali estremi

Il gruppo dei dialetti meridionali estremi (anche chiamato gruppo siciliano) è un insieme di parlate romanze dell'Italia Meridionale con caratteristiche fonetiche e sintattiche comuni, e con esperienze letterarie di prestigio legate agli sviluppi della lingua siciliana.

Tradizionalmente sono ascritti al gruppo siciliano i dialetti del Salento (l'intera province di Lecce, e le parti della provincia di Brindisi e Taranto a sud della soglia messapica), della Sicilia intera e della Calabria meridionale (a sud della Sila).

Occupano grossomodo l'area in cui la colonizzazione greca si è imposta stabilmente sulle popolazioni osco-italiche o messapiche (Velia, Calabria antica, Italia antica), e ha costituito la maggioranza etnica fino alla conquista romana.

Dialetto salentino[modifica | modifica wikitesto]

Il dialetto salentino è parlato nel Salento, e in particolare nell'intera provincia di Lecce, nella provincia di Brindisi e nella parte orientale della provincia di Taranto. Appartiene, assieme al dialetto calabrese ed alla lingua siciliana, al gruppo meridionale estremo e si presenta carico di influenze provenienti dalle dominazioni dei popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: greci, bizantini, longobardi, francesi, spagnoli, albanesi, arabi. In particolare numerosi sono i prestiti dalle altre lingue romanze (spagnolo e francese), mentre importante (ma non decisivo) è l'influsso esercitato dai dialetti ellenofoni che per tutto il Medioevo furono altrettanto diffusi nella regione. Tali parlate diedero vita per secoli ad una sorta di area bilingue, di cui oggi abbiamo ancora testimonianza nell'area della Grecìa salentina.[40]

Dove è parlato il dialetto salentino

La distinzione tra il dialetto barese e il salentino si ritrova soprattutto nella fonetica: il dialetto pugliese tende a rendere sonori i gruppi latini come nt, nc, mp in nd, ng, mb come le s in z, mentre il dialetto salentino li conserva intatti.

Il salentino si divide in tre zone linguistiche principali:

Il vocalismo salentino si basa, come il siciliano, su un sistema pentavocalico a tre gradi, mancando in esso le vocali protoromanze chiuse é e ó. Nel Salento infatti Ī, Ĭ, Ē dànno sempre i e Ō, Ŭ, Ū sempre u, mentre Ĕ e Ŏ, possono, per esempio a Cellino San Marco, andare incontro a dittongazione metafonetica (da Franco Fanciullo, semplificando la grafia):

Ī, Ĭ, Ē: figghiu / figghia “figlio -a”, chiantime “semenza”, nie “neve”, pipe “pepe”, cišta “cesta”, ricchia “orecchia”, mbiu “bevo”.

Ĕ: pète “piede” (pièti “piedi”), pèrdu / pèrde “perdo -e” (pièrdi “perdi”), rèšta “selvatica” (rièštu *AGRESTU “selvatico”).

Ŏ: nòa “nuova” (nuèu “nuovo”), òsse “ossa” (uèssu “osso”), pòrtu / pòrta “porto -a” (puèrti “porti”), nòtte “notte” (nuètti “notti”).

Ō, Ŭ, Ū: sulu / sula “solo -a”, sule “sole”, utte “botte”, mmundu -i -a “mondo -i -a”, subbra “sopra”, luna “luna”.[44]

Minoranze linguistiche in Puglia[modifica | modifica wikitesto]

Lingua francoprovenzale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Minoranza francoprovenzale in Puglia.

Nei comuni subappenninici di Celle di San Vito e Faeto resiste una piccola minoranza francoprovenzale, attestata almeno dal 1566: sebbene la sua origine non sia stata accertata, secondo alcune ipotesi potrebbe essere correlata al mancato ritorno in Francia delle truppe chiamate da Carlo I d'Angiò nel 1266 e 1274 per rafforzare la sua guarnigione nella fortezza di Lucera. Secondo un'altra ricostruzione, si tratterebbe invece dei discendenti di una piccola comunità valdese emigrata nel XV secolo per sfuggire alle persecuzioni. Un esempio di idioma francoprovenzale è dato dal dialetto faetano.

Lingua Arbëresh[modifica | modifica wikitesto]

L'Arbëresh è parlato a San Marzano di San Giuseppe, comune al confine tra le province di Taranto e Brindisi, dove si affianca al locale dialetto, ed a Casalvecchio ed a Chieuti nella provincia di Foggia al confine con quella di Campobasso; ha affinità con la lingua albanese del ceppo tosco. È stato importato dai profughi albanesi minacciati dai Turchi Ottomani che avevano invaso e occupato l'Albania. In passato l'Arbëreshë era parlato anche in altri comuni della Provincia di Taranto come Faggiano, Carosino, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata, San Crispieri (frazione di Faggiano) e San Giorgio Ionico.

Lingua grika[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Griko.

Il griko è parlato nei comuni a sud di Lecce e dagli antichi insediamenti Greci nella Grecia salentina.

L'area salentina di lingua grecanica comprende nove comuni: Calimera, Castrignano de' Greci, Corigliano d'Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino. Gli abitanti di questi nove comuni sono poco più di 40.000.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ In tal senso Dante: «Apuli quoque, vel a sui acerbitate, vel finitimorum suorum contiguitate, qui Romani et Marchiani sunt, turpiter barbarizant. Dicunt enim Volzera che chiangesse lo quatraro». Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, I, XII 7-8.
  3. ^ G. Bertoni (1916), Italia dialettale, Milano, Hoepli, p. 152.
  4. ^ G. I. Ascoli (1882-85), L'Italia dialettale, in "Archivio glottologico italiano", 8, pp. 98-128.
  5. ^ M. Melillo, Semiconsonanti e consonanti dei dialetti di Puglia, in "Lingua e storia in Puglia", n.ri 37-38, pp. 74-86..
  6. ^ M. Melillo, Op. cit., pp. 124-129.
  7. ^ M. Melillo, Op. cit., pp. 176-186.
  8. ^ M. Melillo, Op. cit., pp. 239-244.
  9. ^ M. Melillo, Op. cit., pp. 205-222.
  10. ^ M. Melillo, Op. cit., pp. 245-254.
  11. ^ M. Melillo, Op. cit., pp. 279-286.
  12. ^ a b F. Granatiero, Grammatica del dialetto di Mattinata, Foggia, Tipolito "Edigraf", 1987.
  13. ^ F. Granatiero, Op. cit., pp. 63-64.
  14. ^ M. Melillo, Op. cit., pp. 89-104.
  15. ^ G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Morfologia, Torino, Einaudi, 1968, pp. 335-336.
  16. ^ L. Massobrio e altri, a cura di, Atlante Linguistico Italiano, Roma, Ist. Poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 1955-, carta 8.
  17. ^ F. Granatiero, La memoria delle parole. Apulia: Storia Lingua e Poesia, Foggia, Grenzi, 2004, p. 30 e p. 51.
  18. ^ F. Piccolo, Il dialetto di Lucera (Foggia), in L'Italia dialettale. Rivista di dialettologia italiana, vol. XIV-XV, Pisa, G. Cursi e F., 1939.
  19. ^ a b c M. Melillo, a cura di, La parabola del figliuol prodigo nei dialetti italiani. I dialetti di Puglia, Roma, Archivio Etnico Linguistico Musicale, 1970.
  20. ^ G. Melillo, Il dialetto di Volturino (Fg). Saggio fonetico-morfologico, Perugia, Unione tipografica cooperativa, 1920.
  21. ^ K. Jaberg - J. Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, Zofingen, 1928-’40.
  22. ^ AA.VV., I Dauni-Irpini, Napoli, Generoso Procaccini, 1990.
  23. ^ D. Morlacco, Dizionario del dialetto di Lucera, Foggia, Grenzi, 2015.
  24. ^ L. Antonellis, Dizionario dialettale cerignolano, Cerignola, CRSEC, 1994.
  25. ^ C. Pistillo-A. Littera, Dizionario del dialetto di San Severo, Arti grafiche Malatesta, 2006, s. v. «mòrte».
  26. ^ G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Fonetica, Torino, Einaudi, 1966, § 11, p. 28.
  27. ^ Dizionario del Dialetto cerignolano
  28. ^ V. Valente, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, in "Lingua e storia in Puglia", 10, 1980, pp. 25-30.
  29. ^ G. Melillo, I dialetti del Gargano (Saggio fonetico), Pisa, Simoncini, 1926, p. 76.
  30. ^ a b c F. Granatiero, Vocabolario dei dialetti garganici, Foggia, Grenzi, 2012, pp. 9-12.
  31. ^ M. Melillo, Nuovo atlante fonetico pugliese. I dialetti di Puglia, Università degli Studi di Bari, 1972-'83.
  32. ^ F. Granatiero, La memoria delle parole, cit., p. 61.
  33. ^ G. Melillo, Op, cit., pp. 14-18.
  34. ^ G. Rohlfs, Ignote colonie slave sulle coste del Gargano, in Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia, Biblioteca Universale Sansoni, 1990 [1958], p. 349-356.
  35. ^ F. Granatiero, Vestigia slave nel dialetto di Peschici, in L. Bertoldi Lenoci, T. M. Rauzino (a cura di), Chiesa e religiosità popolare a Peschici, Foggia, Centro Grafico Francescano, 2008.
  36. ^ J. Hoffmann, Die Perzeption eines markierten Stadtdialekts im dialectalen Kontinuum: Peschici (Gargano), tesi di laurea, Ludwig-Maximilians-Universität München, Institut für Italienische Philologie, Sommersemester 2008.
  37. ^ C. Merlo, Note fonetiche sul parlare di Bitonto (Bari), Torino, V. Bona, 1912.
  38. ^ G. Saracino, Lessico dialettale bitontino-italiano, Molfetta 1901.
  39. ^ C. Merlo, Op. cit., pp. 3-15.
  40. ^ a b Cfr. G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d'Otranto), München, Verlag der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, 1956-1961; ristampa anastatica: Galatina, Congedo, 1976, 3 voll.
  41. ^ G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Fonetica, Torino, Einaudi, § 123, pp. 153-54.
  42. ^ Albarosa Macrí Tronci.
  43. ^ A. G. Chirulli, Vocabolario del dialetto di Villa Castelli, Martina Franca, Edizioni Pugliesi, 2005.
  44. ^ F. Fanciullo at alii, in "Puglia", I dialetti italiani. Storia Struttura Uso, a cura di Manlio Cortelazzo et alii, Torino, UTET, 2002, p. 681.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Clemente Merlo, Note fonetiche sul parlare di Bitonto (Bari), "Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino", XLVII, 1912.
  • Giacomo Melillo, I dialetti del Gargano (Saggio fonetico), Pisa, Simoncini, 1926.
  • Michele Melillo, Atlante fonetico pugliese, Roma, San Marcello, 1955.
  • Gerhard Rohlfs, Ignote colonie slave sulle coste del Gargano, "Cercetari di linguistica", III, 1958.
  • Gerhard Rohlfs. Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d'Otranto), München, Verlag der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, 1956-1961; ristampa anastatica: Galatina, Congedo, 1976, 3 voll.
  • Michele Melillo, La parabola del figliuol prodigo nei dialetti italiani. I dialetti di Puglia, Roma, Archivio Etn. Linguistico Musicale, 1970.
  • Michele Melillo, Nuovo atlante fonetico pugliese. I dialetti di Puglia, Bari, 1972-'83.
  • Vincenzo Valente, Puglia, Pisa, Pacini, 1975.
  • Francesco Granatiero, Grammatica storica del dialetto di Mattinata, Foggia, Edigraf, 1987.
  • Nicola Gigante, Dizionario critico etimologico del dialetto tarantino, Manduria, Lacaita, 1986.
  • Michele Loporcaro, Grammatica storica del dialetto di Altamura, Pisa, Giardini, 1988.
  • Francesco Granatiero, Dizionario del dialetto di Mattinata - Monte Sant'Angelo, Foggia, Studio Stampa, 1993.
  • Rosario Coluccia et alii, La Puglia, in M. Cortelazzo et alii, I dialetti italiani. Storia, struttura, uso, Torino, UTET, 2002.
  • Francesco Granatiero, La memoria delle parole. Apulia: storia, lingua e poesia, Foggia, Grenzi, 2004.
  • Pasquale Caratù - Matteo Rinaldi, Vocabolario di Manfredonia, Nuovo Centro di Documentazione Storica di Manfredonia, 2006.
  • Francesco Granatiero, Vestigia slave nel dialetto di Peschici, in L. Bertoldi Lenoci - T. M. Rauzino (a cura di), Chiesa e religiosità popolare a Peschici, Centro Studi "G. Martella", Foggia, Centro Grafico Francescano, 2008.
  • Francesco Granatiero, Vocabolario dei dialetti garganici, Foggia, Grenzi, 2012.
  • Francesco Granatiero, Altro volgare. Per una grafia unitaria della poesia nei dialetti alto-meridionali, Milano, La Vita Felice, 2015.

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