Dialetto arianese

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Arianese
Parlato inItalia Italia
Parlato inAriano Irpino
Tassonomia
FilogenesiLingue indoeuropee
 Lingue italiche
  Lingue romanze
   Lingue italo-romanze
    Dialetti italo-meridionali
     Dialetti campani
      Dialetti irpini
       Dialetto arianese
Estratto in lingua
Tutti li cristiani nàscinu libbr'e ttal'e qquali pi ndinità e ddiritti. Tutti quanti tiéninu li siénz'e la cusciénzia e ss'avéssira trattà l'unu cu l'ato a usu di frati.
Arianese dialect map.jpeg
L'area di diffusione del dialetto arianese (in rosso) all'interno del territorio italiano

Il dialetto arianese, tipico dell'area territoriale di Ariano Irpino, è una particolare varietà del vernacolo irpino, appartenente a sua volta al gruppo campano dei dialetti italiani meridionali. Come tutti gli idiomi romanzi discende direttamente dal latino volgare, una lingua di ceppo indoeuropeo diffusa sul territorio fin dall'epoca romana.

Cenni geografici[modifica | modifica wikitesto]

Le caratteristiche del dialetto arianese appaiono piuttosto atipiche rispetto ai consueti canoni vernacolari irpini in virtù della posizione geografica della cittadina, situata lungo il margine settentrionale dell'Irpinia all'altezza del principale valico dell'Appennino campano (la cosiddetta sella di Ariano), dunque nell'estremo entroterra della Campania e immediatamente a ridosso del versante dauno-pugliese[1]. Di conseguenza, se da un lato la parlata arianese ha potuto resistere relativamente meglio alla contaminazione basso-campana in generale e napoletana in particolare[2] (Napoli divenne capitale del Regno fin dal secolo XIII), dall'altro lato è rimasta esposta in qualche misura alle influenze dialettali pugliesi (e più precisamente daune)[1], piuttosto evidenti soprattutto a livello fonetico[3]. Per motivi analoghi si osserva anche un certo influsso dei dialetti irpini, e dell'arianese in particolare, sui vernacoli parlati lungo il versante pugliese dei monti della Daunia (i cosiddetti dialetti dauno-irpini)[4] e finanche, sia pur solo superficialmente, sulle isole linguistiche ivi presenti[5][6]. Si rimarca inoltre la presenza di un certo contatto con l'ampia area dialettale beneventana[7], attribuibile principalmente alla vicinanza geografica oltre che alle vicende storiche alto-medievali[8]. Fin dalla prima metà dell'Ottocento l'arianese è comunque considerato come uno dei principali dialetti dell'intero gruppo campano[9].

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Cospicuo fu il rilievo storico della contea di Ariano che, in epoca medievale, si estendeva su ambo i lati degli Appennini, tanto che sotto il dominio normanno assurse a grancontea (nell'ambito del vasto ducato di Puglia e Calabria) e si espanse fino alle porte di Benevento da un lato e fino alle soglie del Tavoliere dall'altro[10]. Fondamentale fu anche il ruolo svolto dalle grandi direttrici di traffico, quali la medievale via Francigena e la moderna strada regia delle Puglie oltre agli antichi percorsi della transumanza: il tratturo Pescasseroli-Candela (cui è imputabile anche un modesto influsso lessicale abruzzese[11]) e il tratturello Camporeale-Foggia.[12]

La via Francigena in direzione Puglia sul pianoro della Sprinia, presso l'omonima masserìa nell'alta valle del Miscano.

Assai frequenti furono soprattutto i contatti e gli interscambi con la vicina Puglia: in particolare, nel 1421 si verificò un intenso afflusso di profughi provenienti da Trani[13], i quali si insediarono nel quartiere rupestre che da essi prese il nome ("Tranisi", ossia "tranesi") per esercitarvi l'arte ceramica, apportando peraltro anche un significativo contributo all'evoluzione stilistica della maiolica arianese; ed è proprio su alcune mattonelle in ceramica smaltata di produzione locale (datate 1772 e raffiguranti scene di caccia grossa) che si riscontrano le prime attestazioni scritte del dialetto arianese, consistenti in una complessa serie di locuzioni gergali velatamente licenziose o allusive e come tali non sempre agevolmente interpretabili[14]. Tuttavia inflessioni dialettali, peraltro già compenetrate da elementi di provenienza pugliese, emergono fin da epoche ben più antiche e perfino in documenti di epoca alto-medievale scritti nel locale latino volgare.[15]

Si consideri inoltre che la diocesi di Ariano, dal momento della sua istituzione e fino al grande scisma, seguiva il rito bizantino analogamente alle diocesi pugliesi, nonostante dipendesse da un arcivescovato longobardo quale quello beneventano[16]. Ed è altresì significativo che fino al 1930 la città fosse nota con l'eloquente denominazione di Ariano di Puglia[17], resa ufficiale a decorrere dal 1868[18] ma già in uso da diversi secoli presso gli scrittori[19], benché il vernacolo locale abbia sempre privilegiato la semplice forma originaria Ariano, attestata fin dal lontano 797.[20]

Fonologia[modifica | modifica wikitesto]

Fra i tratti salienti della parlata locale vi è la pronuncia delle vocali toniche "e" / "o" che, per effetto di un parziale isocronismo sillabico di chiara matrice adriatica[21], si presentano preferenzialmente chiuse nelle parole tronche e ancor più in sillaba libera[22], a differenza che nel resto dell'Irpinia ove prevale nettamente il timbro aperto[23]. Pertanto in Ariano si dirà: "la mugliéra téne nóve sóre" (="sua moglie ha nove sorelle"), laddove nell'irpino standard si ha invece "(l)a muglièra tène nòve sòre". Viceversa in sillaba implicata e soprattutto nelle parole sdrucciole la pronuncia locale delle vocali toniche tende spesso a riaprirsi, come ben si evidenzia nel caso dei sostantivi abbinati a possessivi enclitici: "muglièrima" (="mia moglie"), "sòreta" (="tua sorella").[24]

Peculiare è anche il modo di pronunciare la vocale tonica "a" che in Ariano[25] tende verso la "e"[26] mentre altrove in Irpinia tende piuttosto verso la "o"[21], specialmente in sillaba libera o finale; così ad esempio la parola "fare" si pronuncia /fæ:/ in arianese, /fɑː/ nell'irpino standard.

Si consideri altresì l'apparente, anomala alternanza tra gli ausiliari "avere" ed "essere" nei tempi composti:

  • à ritto (="hai detto")
  • è dditto (="ha detto");

in realtà, mentre il primo costrutto potrebbe essere derivato dal banale troncamento di un primitivo *ài ritto, il secondo potrebbe invece essersi originato da un antico *à dditto, laddove il successivo passaggio "" > "è" sarebbe riconducibile a un influsso pugliese[22]; infatti nel resto dell'Irpinia si dice ovunque à dditto[27]. In altri casi l'uso locale delle vocali toniche "a" / "e" nella pronuncia di un verbo ausiliare è invece liberamente intercambiabile e indipendente da fattori esterni: così ad esempio si potrà dire "àggiu capito" oppure "èggiu capito" (="ho capito"), senza che vi sia alcuna differenza di significato tra le due espressioni[28].

A livello puramente ortografico, oltre alla sistematica omissione della "h" etimologica nelle forme coniugate del verbo ausiliare "avere", si rimarca il frequente uso della lettera "j" (e talvolta anche della "w") per indicare una semiconsonante in posizione iniziale o intervocalica, mentre i grafemi "š" e "ẓ" (o altri consimili) vengono sovente adoperati per segnalare rispettivamente l'eventuale palatalizzazione della "s" (in posizione preconsonantica) e l'alquanto infrequente sonorizzazione della "z"[29]. Si noti ad esempio la differenza di pronuncia tra scasà (="traslocare") e šcascià (="sfasciare"), ove il monogramma "š-" ha in effetti lo stesso suono del successivo trigramma "-sci-"; oppure tra spizzà (="spezzare") e smiẓẓà (="dimezzare"), in questo caso analogamente all'italiano. Sono inoltre costantemente trascritti i raddoppiamenti consonantici, anche a inizio parola (ad esempio ssuppilà, "stappare")[30].

Nel complesso sono comunque piuttosto evidenti (sebbene non eccessivamente profonde) le divergenze tra il dialetto arianese e i vari vernacoli diffusi nei piccoli paesi limitrofi, ove non di rado si tende a conservare le tipiche cadenze irpine in modo ancora più genuino[27], sebbene anche questi appaiano più o meno dissimili gli uni dagli altri, talvolta alterati da una componente gergale di solito poco appariscente ma in qualche caso assai ben marcata (un esempio è dato dal gergo ciaschino, parlato un tempo nella vicina Baronia)[31].

Radicalmente diversi, nonostante i continui e frequenti interscambi[32][6], sono invece gli idiomi in uso presso le comunità appartenenti alle minoranze linguistiche territoriali, quali gli albanesi di Greci (un tempo presenti anche in Ariano[33][34]), i francoprovenzali della Valmaggiore (anch'essi infiltratisi fin nella città di Ariano[35], ove permangono tracce della loro presenza[36][37]) nonché gli antichi schiavoni[34]; questi ultimi, a differenza degli affini croati del Molise, hanno perso la loro individualità linguistica dopo aver però influito in modo determinante sulla storia e sulla cultura di Ginestra degli Schiavoni, Sant'Arcangelo Trimonte (in passato nota come Montemale o Montemalo) e Villanova del Battista (l'antica Polcarino degli Schiavoni)[38], tre comunità legate fin dagli albori alla diocesi di Ariano (benché dal 1997 la parrocchia di Sant'Arcangelo Trimonte sia stata ceduta all'arcidiocesi di Benevento in cambio di Savignano Irpino e della già citata Greci)[39].

Peraltro talune differenze vernacolari, sia pure piccole, si avvertono perfino tra una zona e l'altra dello stesso comune; così ad esempio la parola "dietro" viene tradotta in dialetto come addréto in taluni settori del territorio arianese, mentre arréto in altri (da notare però come entrambe le forme presentino la tipica "e" tonica chiusa). Una tale varietà di sfumature è imputabile all'ampia diffusione degli insediamenti rurali sparsi su di un agro assai vasto (il più esteso della Campania[40]) e alquanto impervio[41]. Non di rado le sottili divergenze lessicali e fonetiche (oltre che socio-economiche) tra le varie località del contado hanno offerto facili spunti alla satira politica locale.[42][43]

(AI)

«Tutti abbràzzano lu cafone:
"Tu si lu meglio cumparone;
T'aggia rà la libertà,
ma porta sàrcine sempe qua"»

(IT)

«Tutti abbracciano il contadino:
"Tu sei il miglior compare mio;
Ti darò la libertà,
ma porta sempre roba qua"»

(N. Di Gruttola, 1946.[44])

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

La linea Salerno-Lucera nel mezzo del dominio linguistico italo-meridionale

Per quanto attiene all'ambito morfologico, le divergenze più marcate si manifestano non tanto tra il versante occidentale (tirrenico) e quello orientale (adriatico) della catena appenninica, quanto piuttosto tra il settore nord e il settore sud dell'intera area linguistica meridionale. Uno dei principali elementi di demarcazione tra i due settori è dato dalla cosiddetta "linea Salerno-Lucera"[45], ossia da un fascio trasversale di isoglosse che dal golfo di Salerno punta verso il Tavoliere delle Puglie, giungendo così a separare non soltanto il dominio sannitico (a nord) da quello irpino (a sud) ma, più in generale, le aree ove ancora penetrano influssi del ceppo italo-mediano da quelle influenzate piuttosto dal sistema estremo-meridionale. Poiché il territorio arianese è situato geograficamente lungo tale linea, ne consegue che il dialetto locale mostra, anche sotto questo profilo, un carattere di transizione, a volte evidenziando un'impronta marcatamente meridionale e irpina, altre volte discostandosene invece più o meno vistosamente. Ad esempio, sono prettamente meridionali (e dunque irpini):

  • il passaggio -cj- > -zz- (fazzo, ="faccio"; strazzà, ="stracciare"), analogo ai tipi siciliani fazzu, strazzari e ben diverso invece dalle forme napoletano-abruzzesi facciə e straccià (Napoli e l'Abruzzo sono situati infatti a nord della linea Salerno-Lucera);
  • la conservazione del nesso -ngj- (cangià, ="cambiare"; mangià, ="mangiare"), anche in questo caso similmente al siciliano (canciari, manciari) e diversamente dalle tipologie napoletano-abruzzesi cagnà e magnà; da notare che, sotto questo aspetto, il dialetto arianese è l'ultimo a mostrare quel nesso, poiché già a partire dalla limitrofa Montecalvo (pochi chilometri più a nord) si hanno forme del tipo cagnà e magnà.[46][27]

Sono invece tipicamente mediano-sannitici, e dunque differiscono dal tipo irpino-meridionale:

  • l'imperfetto indicativo delle coniugazioni superiori strutturato in modo simile all'italiano (putévo, ="potevo"; vulévo, ="volevo"), ben diverso dalle forme sud-irpine ed estremo-meridionali potìa, volìa;
  • la particella pronominale di prima persona plurale, la quale assume la forma "ci" come in italiano e non "ngi" (o "ni") come nell'Irpinia meridionale e nell'estremo sud. Ciò comporta notevoli conseguenze anche in campo sintattico, poiché ad esempio la frase sud-irpina "n(g)i vuléa pròpio!" è solo apparentemente simile all'espressione arianese "n'ci vuléva pròpio!"; in realtà il senso è esattamente opposto: la prima asserzione significa infatti "ci voleva proprio!", la seconda invece "non ci voleva proprio!".[46][27]

Sintassi[modifica | modifica wikitesto]

Una caratteristica tipica del comprensorio, ossia di un'area corrispondente grosso modo al territorio dell'ex circondario di Ariano di Puglia, consiste nell'uso della congiunzione "ancora" in senso predittivo, come ad esempio nella frase: "accòrt'a lu tauro, ancora ti tózza" (="attento al toro, potrebbe incornarti"). In realtà tale tipo di costrutto si ritrova, in forme più o meno analoghe, anche in molte tipologie dialettali della vicina Puglia, ma non ha praticamente riscontri nel resto della Campania né tantomeno nella lingua italiana.[47]

Comune a tutto il comprensorio è anche l'insieme di modalità in cui può configurarsi l'imperativo negativo alla seconda persona singolare: in alternativa al costrutto ordinario del tipo <negazione + infinito>, ove peraltro gli elementi clitici precedono il verbo[48] (ad esempio "nun ti ni ncarricà!, ="non occupartene!"), può aversi infatti una proposizione esclusiva con verbo all'indicativo (ad esempio "senza ca trimiénti!", ="non guardare!") o perfino un costrutto del tipo <negazione + gerundio>, come ad esempio nella frase "nun šcantanno!" (="non spaventarti!"); anche quest'ultima modalità, pressoché inesistente nelle restanti parlate della Campania e nell'italiano, è invece predominante in gran parte della Puglia ed è ampiamente diffusa anche nella Lucania.[49]

Caratteristico di gran parte dell'entroterra irpino è inoltre l'uso del termine mica in funzione di articolo partitivo o di aggettivo indefinito (con valore di "alcuni", "qualche"), come ad esempio nella frase "tiéni mica salisicchj?" (="hai qualche salsiccia?"), con riferimento a un quantitativo di salumi imprecisato, ma comunque molto piccolo; ben diversa sarebbe un'espressione del tipo: "mica tiéni li salisicchj?" (="per caso hai le salsicce?"), ove manca qualsiasi riferimento alla quantità di insaccati, che dunque potrebbe essere anche ingente. Quest'ultimo costrutto, a differenza del precedente, è invece comune a tutta l'area italoromanza.[50]

Ad ogni modo sono assai numerosi i fenomeni sintattici che, almeno a grandi linee, sono condivisi non soltanto da tutti gli altri vernacoli irpini, ma anche dalla generalità dei dialetti meridionali[51]; a puro titolo di esempio si citano il possessivo enclitico (ad es. "fràtito", ="tuo fratello"), l'uso sistematico dell'indicativo in luogo del congiuntivo presente (ad es. "chi sa ca v'annàsula!", ="chissà che vi ascolti!"), l'accusativo alla greca (ad es. "lu faccistuórto", ="colui che ha il viso torvo") e l'accusativo con preposizione (ad es. "à vist'a Ppašcale?", ="hai visto Pasquale?")[52], quest'ultimo diffuso, in forme più o meno analoghe, anche in diversi altri idiomi romanzi.[53]

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

La téglia (="il tiglio", dal latino tĭlia), maestoso albero monumentale presso l'antico santuario della Madonna di Valleluogo. Si noti la conservazione del genere femminile latino in arianese, ma non in italiano.

Condivisa da tutto il contado (ma non dal resto dell'Irpinia)[27] e con frequenti analogie in altre aree appenniniche[51] è la declinazione dell'articolo determinativo. In particolare la forma singolare maschile, salvo casi di elisione, è sempre "lu", a differenza dell'italiano che distingue tra "il" e "lo"; tuttavia, così come in altri dialetti meridionali, quando si tratta di cose non numerabili ne consegue il frequente raddoppiamento fonosintattico della consonante iniziale del sostantivo[54]:

  • lu cuccio: il coniglio
  • lu viccio: il tacchino
  • lu razzo: il braccio
  • lu muto: l'imbuto
  • lu zinno: l'angolo
  • lu frišco: il fischio
  • lu ffrišco: il fresco (con raddoppiamento)
  • lu ggranurìnio: il mais (con raddoppiamento)
  • lu fforte: il piccante (con raddoppiamento)
  • l'ùsimo: l'olfatto, il fiuto (con elisione);

l'articolo singolo femminile, salvo casi di elisione, è sempre "la", esattamente come in italiano:

  • la jatta: la gatta
  • la cèrza: la quercia
  • la frónna: la foglia
  • la ristóccia: la stoppia, le stoppie
  • l'acquariccia: la rugiada (con elisione);

l'articolo plurale, maschile o femminile che sia e salvo casi di elisione, è sempre "li" , a differenza dell'italiano che distingue tra "i", "gli" e "le"; tuttavia, così come in altri dialetti meridionali, quando l'articolo è femminile ne consegue il raddoppiamento fonosintattico della consonante iniziale del sostantivo e, in qualche caso, anche l'infissione di una particella "-ir-" nella terminazione[54]:

  • li chiuppi: i pioppi
  • li piparùli: i peperoni
  • li raciuóppuli: i grappoli
  • li pitazzi: i frammenti
  • li spinapùlici: i biancospini
  • li spulicariélli: i fagiolini
  • li ccòsse: le gambe (con raddoppiamento)
  • li qquatrare: le ragazze (con raddoppiamento)
  • li ccàsire: le case (con raddoppiamento e infissione)
  • l'aulive: le olive, gli olivi (con elisione);

Altri elementi accomunano invece il dialetto arianese non soltanto a tutta l'Irpinia ma anche a diverse regioni circostanti, come ad esempio l'impiego degli articoli indeterminativi "nu" (maschile) e "na" (femminile), il cui uso si estende dal Molise alla Calabria[55]:

  • nu ràncico: un graffio
  • nu surdillino: un ceffone
  • nu zìnzulo: uno straccio
  • nu squiccio: uno schizzo
  • n'allucco: un urlo (con elisione)
  • na stizza: una goccia
  • na ciampata: una pedata
  • na pircóca: una pesca
  • na ciammarruca: una chiocciola
  • n'anca: una branca, un ramo (con elisione).

Analoghe considerazioni valgono per il sistematico troncamento dell'ultima sillaba dell'infinito verbale, fenomeno questo diffuso dall'Umbria al Cosentino[56] (seppur non in modo uniforme: nel dialetto napoletano, ad esempio, la sillaba finale in taluni casi si conserva[57]). Alcuni esempi:

  • juscià (soffiare), pajà (pagare), fraccà (frantumare), accunzà (aggiustare), fatià (lavorare, letteralmente "faticare")
  • viré (vedere), puté (potere), caré (cadere), sapé (sapere), paré (sembrare, letteralmente "parere")
  • vénce (vincere), strure (distruggere), accòglie (raccogliere), vatte (percuotere), nfónne (bagnare, letteralmente "infondere")
  • ascì (uscire), raprì (aprire), mpaccì (impazzire), ammupì (ammutolire), (andare, letteralmente "ire").

Il troncamento dell'infinito si consocia inoltre, come in molti altri dialetti meridionali[58], al frequente trapasso dalla 4ª alla 3ª coniugazione latina con conseguente arretramento dell'accento tonico:

  • sàglie (salire), sènte (sentire), spàrte (spartire), vèste (vestire), vólle (bollire), énchie (riempire), fùje (fuggire), questi due ultimi derivati dalle forme latine volgari *implīre e *fugīre e non dai lemmi classici implēre e fŭgere[59].

Notevole è poi lo sviluppo della metafonesi, comune, oltre che a svariati altri dialetti centro-meridionali, anche a quelli di talune aree interne della Sicilia[60]. Tale fenomeno si esplica nel mutamento della vocale tonica di una parola (a causa dell'influsso di altra vocale successiva) nel passaggio dal singolare al plurale, dal maschile al femminile oppure tra le varie persone dei verbi. Di seguito alcuni esempi:

  • quéra (quella) <> quiro (quello)
  • nòsta (nostra) <> nuósto (nostro)
  • vaglióne (ragazzo) <> vagliuni (ragazzi)
  • prèvete (prete) <> priéviti (preti)
  • róssa (rossa) <> russo (rosso)
  • ròssa (grossa) <> ruósso (grosso)
  • stènno (stendo) <> stiénni (stendi)
  • avéssa (dovrei / dovrebbe) <> avissa (dovresti).

Nella generalità dei casi la metafonesi di tutte le vocali originariamente brevi (eccetto la ă) e delle vocali lunghe ē / ō (nonché del dittongo ae)[61] è stata innescata dalle vocali finali latine -i- / -u-, a prescindere da eventuali terminazioni consonantiche.[51]

Evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Carpino nero con frutti.jpg Ariano Irpino - SantAntonio fountain.jpg
Esempio di evoluzione semantica: la parola "càrpino", che dappertutto indica una specie arborea (a sinistra, un comune esemplare di càrpino, dal latino cărpinus), nel dialetto arianese è invece sinonimo di abbeveratoio (a destra, il càrpino della Tetta, in località Sant'Antonio). La trasmigrazione del significato del termine potrebbe essersi indotta a partire da una qualche fontana locale detta "del càrpino".

Analogamente agli altri dialetti meridionali, anche l'arianese trae origine dalla sovrapposizione del volgare latino (parlato dagli antichi Romani) sui dialetti oschi in uso presso le popolazioni di stirpe sannitica stanziate nel territorio. Tuttavia la completa latinizzazione fu preceduta da una fase di diglossia, la cui durata dovette estendersi dalla conclusione delle guerre sannitiche fino almeno al termine della guerra sociale (se non oltre), come attestato localmente da taluni reperti[62] nonché da toponimi perfettamente bilingui; tra questi ultimi è notevole l'esempio di Aequum Tuticum (un vicus romano citato in svariate forme a partire dal 50 a.C.[63]), la cui denominazione è composta dalla parola latina aequum (="pianura", "campo aperto"[64], spesso significativamente confusa con ĕquuus, ="cavallo"[61]) e dal termine osco *tūticum (="pubblico", "appartenente al touto", ossia al popolo)[65].

Le variazioni linguistiche non cessarono, però, con l'estinzione del primitivo idioma osco. Numerosi tra i fenomeni glottologici che caratterizzano la parlata dialettale costituiscono in effetti dei tratti assai antichi (un esempio è dato dalla già citata metafonesi), ma altri mutamenti fonetici sopravvennero in epoche successive[66]. Una prova è fornita dalla parola dialettale vòsco (="bosco d'alto fusto"[67], dal germanico bosk[68]), attestata nel latino medievale (boscus) del II millennio[69], la quale infatti mostra il passaggio b > v (tipico dei dialetti meridionali e del siciliano)[51] ma non la metafonesi (altrimenti si sarebbe dovuto avere *vuósco), il che garantisce che entro l'alto medioevo quest'ultimo fenomeno si era già compiuto e dunque, salvo casi di analogia[70], non poteva produrre più alcun effetto sulle parole sopraggiunte tardivamente. Una conferma in tal senso è data dalla netta contrapposizione tra l'agionimo metafonetico sant'Antuóno (="sant'Antonio Abate", morto nel IV secolo e venerato fin dalla tarda antichità) e il suo corrispettivo non-metafonetico sant'Antònio (="sant'Antonio di Padova", morto e canonizzato nel XIII secolo)[71].

Naturalmente anche il passaggio b > v deve essere avvenuto in una ben determinata fase storica (corrispondente, nel caso specifico, al basso medioevo[72]), trascorsa la quale ha cessato definitivamente di produrre effetti. Si può infatti certamente affermare che ciò è accaduto dopo che nel dialetto arianese era penetrata la parola vrénna (significante "crusca" e derivante dall'antico-francese bren)[73] ma prima che vi si introducesse la parola buttéglia (la quale, parallelamente all'italiano "bottiglia", deriva dal medio francese bouteille)[74].

In epoca moderna si sono poi verificate le assimilazioni -mb- > -mm- (ad esempio mmuccà, ="inclinare", da un volgare *imbuccare) e -nd- > -nn-, quest'ultima riscontrabile infatti anche nella parola nnóglia (="salame pezzente") derivata dal francese andouille non prima della fine del medioevo[74]. Del resto fino al Quattrocento il toponimo La Manna era attestato come Amando o Amandi[75] (lo stesso accadeva per il vicino borgo di Panni, citato come Pandi ancora al principio del Seicento[76]). Ne consegue che, ad esempio, il termine dialettale tanno (="allora", dal latino tam) in origine non doveva rimare con quanno (="quando", dal latino quando) poiché quest'ultima parola deve essere stata pronunciata *quando fino al momento dell'avvenuta assimilazione del gruppo consonantico -nd-. Situazioni più o meno analoghe si registrano anche nel resto del Mezzogiorno, benché alcune aree dell'estremo sud peninsulare e della Sicilia nord-orientale (le stesse ove era stanziata la minoranza greca[77]) non sono state affatto raggiunte dal fenomeno[78]; tuttavia anche nel dialetto arianese (così come negli altri vernacoli alto-meridionali) esso ha già cessato di produrre effetti, tanto che i termini penetrati successivamente non ne hanno più risentito (ad esempio nduvinà dall'italiano "indovinare").[79]

Altre modifiche fonetiche, peraltro non ancora giunte a compimento, si stanno invece verificando in epoca contemporanea[3]: in particolare si tratta delle sonorizzazioni -mp- > -mb- (ad es. "simu sempe nui" > "simu sembe nui", ="siamo sempre noi") e -nt- > -nd- (ad es. "quanti ni site?" > "quandi ni site?", ="in quanti siete?"). Di fatto la pronuncia locale fluttua liberamente, poiché le innovazioni sembe / quandi non si sono ancora definitivamente affermate mentre le vecchie forme sempe / quanti sono considerate tuttora accettabili[30]. È comunque pacifico che le sonorizzazioni -mp- > -mb- / -nt- > -nd- siano da ritenersi tardivi e logicamente consequenziali rispetto alle già citate assimilazioni -mb- > -mm- / -nd- > -nn-, tanto che lo stesso areale di diffusione nell'ambito dei dialetti centro-meridionali è, seppur di poco, più ristretto[80].

In ogni caso l'evoluzione della parlata è sempre avvenuta in modo progressivo e senza salti bruschi; è sufficiente infatti un confronto con la traduzione in dialetto (operata nel 1875 dall'arianese Giovanni Vincenzo Albanese) della sesta novella della prima giornata del Decamerone di Giovanni Boccaccio per accorgersi che le parole e le locuzioni vernacolari ottocentesche risultino ancora perfettamente intelligibili, benché alcune di esse appaiano ormai piuttosto desuete.[41]

Lessico[modifica | modifica wikitesto]

La ravece, antica e rinomata varietà italiana di olivo, conserva il proprio nome dialettale arianese.

In quanto alla componente lessicale, è opportuno chiarire che le parole derivanti dal sostrato osco, ossia dalla lingua pre-latina parlata dalle antiche popolazioni italiche (Sanniti, Irpini, ecc.), sono relativamente poco numerose[52]. Alcune di esse hanno però radici estremamente arcaiche, in quanto riconducibili a un primordiale strato linguistico pre-italico e dunque pre-indoeuropeo (del resto una lingua non indoeuropea, l'etrusco, è attestata nel vicino Agro campano fino al V secolo a.C.). Hanno remotissime origini, ad esempio, alcuni termini associati fin dall'antichità alla tecnica agro-pastorale, quali mórra (="gregge"), ràlito (="avena selvatica") e témpa (="zolla")[81]. In particolare, la parola mórra appare indissolubilmente legata all'ancestrale tradizione della transumanza, benché il suo significato originario dovesse essere "mucchio" (e in special modo "mucchio di pietre"[82][83]; tale ultima accezione, piuttosto frequente in area mediterranea[84][85], si conserva localmente nel derivato murrécina[86]). In quanto al fitonimo ràlito, corrispettivo metatetico del tipo calabro-lucano gàlatru / gàlatra e lontanamente affine al basco garagar (="orzo")[87], esso deriva da una primitiva radice *gar (="cereale", "graminacea")[88]. Infine témpa, che in origine doveva significare "rupe"[89], nelle sue varie forme è ampiamente diffusa nella toponomastica (uno degli ambiti lessicali più stabili) dall'Abruzzo fino alla Sicilia, ma con sporadiche sopravvivenze anche nella penisola iberica e isolatamente nei Carpazi[90].

In effetti diversi altri termini pre-latini (ma non pre-indoeuropei) sono sopravvissuti fino all'epoca contemporanea proprio perché frequentemente usati nella toponomastica: un esempio è dato dalla parola pišcóne (="macigno") derivato dal vocabolo osco pestlúm[51] (pesclum nel locale latino medievale[91]) che si ritrova in numerosi toponimi dell'Appennino centro-meridionale quali ad esempio Pescolamazza (poi divenuto Pesco Sannita), Pescopagano, Pescolanciano, Pescorocchiano e svariati altri[92]. Origini pre-romane hanno anche il geonimo muféta (ovvero moféta, dall'osco mefitis, dal quale ultimo derivano anche il latino mephītis e, indirettamente, l'italiano mefite)[93], l'idronimo Ùfita (originatosi dalla stessa radice di Aufidēna, l'attuale Alfedena, e Aufidus, l'odierno Òfanto[94]) nonché il comune termine popolaresco cafóne (="campagnolo", ma etimologicamente "zappatore", "scavatore")[95], quest'ultimo adoperato nell'antichità anche a mo' di antroponimo[96] e penetrato infine nella stessa lingua italiana, ove però ha assunto il significato puramente spregiativo di "zotico", "screanzato".[97]

Esempi di zoonimi vernacolari: muscillo (in alto) e caccione (in basso). Mentre la lingua italiana fa largo uso dei diminutivi ("gattino" , "cagnolino"), nel dialetto arianese prevale l'utilizzo di termini specifici per indicare i cuccioli degli animali domestici. Anche le interiezioni sono differenziate: frustellà per mandar via il gatto, passellà per scacciare il cane.

Ad ogni modo la componente maggioritaria del patrimonio lessicale vernacolare è costituita da latinismi, il che è normale per un idioma romanzo. Alcuni di essi sono andati perduti nel corso dei secoli, ma tantissimi si conservano, specialmente negli ambiti più tradizionalisti come quello contadino. Eccone alcuni esempi:[98][30][79]

  • caso (="formaggio") da cāseus
  • làina (="sfoglia") da lăgana[99]
  • ària (="aia") da ārea
  • méta (="fienile") da mēta, il cui significato letterale era "cono"
  • réglia (="pagliaio"[100]) da rēgula, letteralmente "stollo"
  • lama (="smottamento") da lāma, in origine "terra acquitrinosa"
  • lavìna (="pozzanghera") da labīna, da cui deriva anche l'italiano "slavina"
  • lóta (="fango") da lŭta[99]
  • jilàma (="brina") da gelāmen, in correlazione al verbo gelāre
  • rólla (="porcile") da una forma volgare *harul(l)a, diminutivo di hăra (="ricovero per animali domestici")[101]
  • caggióla (="gabbia" o "voliera") da caveola, diminutivo di cavea
  • siróla (="anfora") da seriola, diminutivo di seria (="giara")
  • àmmula (="brocca") da ămmula, antica variante di hămula, a sua volta diminutivo di hăma (="recipiente per acqua")[102]
  • stila (="asta" di attrezzo) da hastīle, derivato di hasta (="asta")
  • sirràcchio (="saracco") da serrāculum, derivato di serra (="sega")
  • pitaturo (="roncola") da putatōrium, dalla stessa radice di putāre (="potare")
  • nuzzo (="nòcciolo") da nŭc(l)eus
  • ciglio (="germoglio" o "pungiglione") da *acīleus, variante popolare di acūleus[103]
  • nzito (="innesto") da una forma volgare *insētum, parallela al classico ĭnsitum[104]
  • supàla (="siepe") da *saepālis, forma aggettivale di saepes[105]
  • fungi (="funghi") da fungi
  • ciraso (="ciliegio") da *cerăseus, variante popolare di cěrasus[106]
  • àccio (="sedano") da ăpium
  • cucózza (="zucca") da cucŭtia, variante tarda di cucŭrbita[107]
  • jéta (="bietola") da b(l)ēta
  • làssina (="senape selvatica") da lāpsana
  • fràscino (="frassino") da frāxinus (da cui anche il toponimo Frascineta)
  • cuórno (="corniolo") da cо̆rnus (da cui anche il toponimo Curneta, erroneamente trascritto Orneta)[108]
  • saùco (="sambuco") da sabūcus, esso stesso toponimo
  • sórice (="topo") da sōrex
  • milògna (="tasso") da una forma volgare *melonia, variante di mēles[109]
  • pica (="gazza") da pīca
  • tàuro (="toro") da taurus
  • àino (="agnello") da agnus (si noti che in latino classico la ge la n erano pronunciate separatamente[110], non essendosi ancora realizzata la palatalizzazione che si ritrova invece nella parola italiana "agnello")[111];

inoltre, tra i verbi di diretta derivazione latina è opportuno menzionare séglie (="selezionare le parti mangerecce" degli ortaggi, da sēligere) e šcamà (="emettere un verso", riferito a un qualsiasi animale, da exclamāre), mentre tra gli aggettivi si cita suózzo (="uguale", da sŏcius); notevole anche l'avverbio ntrimènte (="nel frattempo", da ĭnterim)[30].

Più sporadici sono invece i termini di origine greca, peraltro non tutti pervenuti contemporaneamente[112]: la fonologia consente infatti non soltanto di riconoscere agevolmente le parole di schietta derivazione greca (ad esempio, vasinicóla discende direttamente dal greco basilicón e non dal derivato latino basĭlicum, che è invece all'origine dell'equivalente italiano "basìlico"[113]), ma anche di distinguere tra vocaboli greco-antichi di probabile irradiazione magno-greca (ad esempio cìcino, significante "orcio" pur derivando dalla stessa radice del termine italiano "cigno", in greco kŷknos) e parole greco-bizantine sopraggiunte tardivamente (ad esempio chìchilo, ossia "fusillo elicoidale", dalla cui radice greca kŷklos è stata poi coniata la parola italiana moderna "ciclo"')[30]. In effetti alla fine del IX secolo i Bizantini, partiti dalla Puglia, riuscirono a occupare per diversi anni il principato di Benevento[114]; dovette essere proprio allora che si affermò l'agiotoponimo Sant'Eleuterio, chiaramente bizantino e sinonimo di San Liberatore (agiotoponimo anch`esso, ma di origine latina e appioppato a tutt'altra parte dell'agro cittadino)[13].

Esempio di sinonimia etimologica nell'ambito della toponomastica: contrada San Liberatore (in alto) e contrada Sant'Eleuterio (in basso); le due località distano qualche decina di chilometri l'una dall'altra.

Di antica derivazione ellenica sono, ad esempio, i termini àpulo (=uovo "dal guscio molle", da hapalòs), campa (="bruco", da kámpē), rasta (="coccio", da gástra, attraverso una forma metatetica *grasta) e tallo (="scapo fiorale" della cicoria, da thallòs), mentre dal greco bizantino discendono còchila (="galla di quercia", da un derivato di kókkos), cuccuwàja (="civetta", da koukouváyia), faóne (="falò", da phanós) e tumpagno (="spianatoia per la pasta", da tympánion).[30]

Abbastanza frequenti (ma meno numerose che in italiano) sono le parole di origine germanica, apportate dapprima dagli Ostrogoti e poi dai Longobardi; un esempio significativo è rappresentato da la Uardia (="la Guardia", dal gotico wardja[115]), nome del più antico quartiere cittadino situato proprio ai piedi del Castello; un altro toponimo è costituito da Gaudiciello, derivante dalla parola longobarda waud avente il significato di "bosco" con l'aggiunta però di un diminutivo tipicamente latino (dunque gaudiciello ="boschetto")[108]. Di origine germanica sono anche i nomi comuni šchino (="groppa", dal longobardo *skina che ha originato anche l'italiano schiena), uffo (="anca", ricollegabile all'alto-tedesco huf) e zéppa (="cuneo", dal longobardo zeppa) nonché diversi verbi tra cui stampià ("pestare", dal gotico stampjan), sparagnà (="risparmiare", da sparanjan) e zumpà (="saltare", connesso all'antico tedesco gumpen e dunque affine – sia pur indirettamente – al danese gumpe e all'inglese jump, tutti di identico significato)[116]. Rari sono invece i termini di diretta derivazione anglosassone, sopraggiunti peraltro soltanto in epoca contemporanea, quali ad esempio bòsso (="genitore", da boss), gingómma (="gomma da masticare", da chewing-gum) e fenza (="recinzione"), quest'ultimo originatosi dall'inglese (the) fence, a sua volta risalente al latino tardo defensa (="difesa") attraverso il francese défence[117].

Non manca qualche termine derivato dall'arabo (una lingua semitica, dunque non indoeuropea) pervenuto principalmente dall'ex-Sicilia islamica (Palermo fu la capitale del Regno nei secoli XII-XIII) oltreché dal vicino insediamento musulmano di Lucera (i Saraceni lucerini compivano frequenti incursioni, tra cui quella del 1255 che devastò Ariano[118]). Ecco alcuni esempi di parole di origine araba: cupéta (="torrone", da kubbaita)[119], rumàno (="contrappeso della stadera", da rummāna)[120], sciarre (="bisticcio", da šarra)[121], taùto (="bara", da tabút)[122], tùmmulo (="tomolo", un'unità di misura per aridi e per superfici, da tumn)[123], zirro ("barile per olio", da zir)[79].

Numerosi sono poi i prestiti lessicali da altri idiomi romanzi. In particolare, le dominazioni normanna, angioina e aragonese hanno contribuito ad apportare non poche parole di origine rispettivamente normanda, provenzale (o, talvolta, francoprovenzale[36]) e catalana; ad esempio accattà (="comprare", dal normando acataïr[124]), ualàno (="bovaro", "bifolco", dal sostantivo provenzale galan, letteralmente "giovane garzone"[125]), addunà (="accorgersi", dal catalano adonarse di identico significato[126]). In conseguenza del lungo assoggettamento del regno di Napoli alla corona di Spagna, nel corso dei secoli XVI-XVII divenne però preponderante l'influenza spagnola, riscontrabile non soltanto in alcune strutture sintattiche, quali l'uso dei verbi stà (="stare", "essere“) e tiné (="tenere", "avere") che ricalcano rispettivamente quelli di estar e tener[52], ma anche nel lessico; sono comuni, infatti, termini come piléa (="pretesto", da pelea), sicàrio (="sigaro", da cigarro), siérro (="collina", da cerro, forse con influsso di sierra), nzirrà (="chiudere", da encerrar), palià (="bastonare", da palear), abbušcà (="ricevere percosse", "incassare", da buscar)[127].

Si potrà notare come la parola abbuš mostri un'inflessione fonetica prettamente napoletana[45]. In effetti molte delle parole derivate da idiomi stranieri sono pervenute non direttamente dalle rispettive lingue madri, ma per tramite di altre parlate regionali di più alto rango: soprattutto il napoletano[51], ma anche il beneventano, il capuano e il salernitano (Ariano è stata soggetta per tre secoli al ducato di Benevento e per ben cinque secoli al regno di Napoli, tuttavia in una fase intermedia si imposero anche i principati di Capua e Salerno). Del resto le stesse considerazioni valgono anche per i termini di derivazione latina pervenuti indirettamente e a posteriori: si noti ad esempio la differenza tra scopa nel significato di "arnese per spazzare" (discendente naturale del latino scōpa) e šcopa nel senso di "gioco di carte", il quale ultimo mostra nella fonetica la chiara provenienza napoletana. Allo stesso modo, in base a semplici considerazioni fonologiche è possibile affermare che pàccio (="pazzo") è un termine dialettale genuino, ossia non derivato dal basso-campano pazzə né tantomeno dall'italiano pazzo; diverso è invece il caso di pazzià (="scherzare") riconducibile, questo sì, alla parlata napoletana[128].

Peraltro, in ambiti più specifici, non sono mancate infiltrazioni lessicali da altri idiomi dialettali di minor prestigio culturale ma più strettamente legati a determinati campi di attività; ad esempio la parola zurro (="caprone"), tipico termine vernacolare molisano legato al gergo della transumanza[12], si è sovrapposta al suo sinonimo zìmmaro che costituiva invece un prestito dal latino regionale della Magna Grecia[129] (chímaros, dalla cui forma femminile chímaira è stata tratta la parola italiana chimera). Parimenti legato al mondo della pastorizia, ma di ambito essenzialmente pugliese[130], è inoltre il termine jazzo (="ricovero per il bestiame"). E ancora dalla Puglia è sopraggiunta la parola quarata, un astruso termine idiomatico che compare nelle locuzioni jì a quarata (="andare alla malora") e "mannà a quarata" (="mandare a quel paese"); in realtà Quarata era l'antico nome vernacolare di Corato, una cittadina legata fin dai tempi remoti alla provincia e diocesi di Trani[131], il territorio da cui, agli inizi del Quattrocento, si sviluppò un intenso flusso migratorio diretto verso il borgo extramurario di Ariano che dei Tranesi stessi avrebbe preso il nome[13].

Uno scorcio del quartiere rupestre Tranesi (in dialetto Tranisi), popolato fin dal Quattrocento da gruppi di famiglie provenienti da Trani nelle Puglie. A detta dello storico Nicola Flammia, almeno fino all'Ottocento il vernacolo parlato in tale rione risultava ancora distinguibile dall'arianese standard.

Non pochi vocaboli dialettali provengono invece dal linguaggio letterario dotto, aulico, latineggiante o comunque infarcito di latinismi (e, non di rado, perfino di grecismi), ben distinguendosi però dalle parole vernacolari di diretta derivazione latina: all'uopo si confrontino i verbi scapulà (="terminare il turno", "smontare", prestito dal latino rinascimentale excapulare) e scacchià (="squarciare", "schiantare", risalente invece all'antico latino volgare *excapulāre)[30]. Sovente molti termini eruditi, specie se di ambito artistico, medico, religioso o forense, hanno comunque subìto nel corso del tempo una cospicua evoluzione semantica (oltre che fonetica) fino ad acquisire significati del tutto peculiari e dunque innovativi; esemplari sono i casi di cummèddia (="litigio", non "commedia"), musichià (="brontolare", non "comporre musica"), artètica (="irrequietezza", non "artrite"), culéra (="fetore", non "colera"), riscìbbulo (="apprendista", non "discepolo"), scummùnica (="malasorte", non "scomunica"), liggìttimo (="genuino", non "legittimo"), sintènzia (="imprecazione", non "sentenza")[132][133].

Svariati toponimi derivano poi dal gergo notarile, amministrativo o tecnico-commerciale; ad esempio le Cesìne consistevano in terreni incolti sottoposti a disboscamento (in latino caesum significava "taglio a raso"), le Difése rappresentavano aree vincolate e adibite a pascolo o a usi civici (da difesa nel senso di "tutela"), le Fèstole erano i condotti di alimentazione delle fontane (detti fĭstulae nei vecchi manuali di idraulica), i Pàsteni costituivano degli appezzamenti dissodati manualmente e destinati a ospitare vigneti di nuovo impianto (il păstinum degli antichi Romani era una sorta di zappa bidente)[108], le Starze erano fattorie adeguatamente attrezzate e recintate (nel medioevo note come starciae, dal latino sitărchiae, "provviste")[134]; inoltre, dal mestiere dei pignatari (fabbricanti di pignate, ossia pentole di terracotta) ha preso il nome la contrada Pignatale, così come da un prediale (o personale) Terentiānus si è avuto "Tranzano", da un etnonimo (o cognome) Palazzesi è scaturito Palazzisi e dal soprannome di un tavernaio è venuto fuori Turco (vi sorge infatti un'antica taverna)[108], mentre dal francese trésor è derivato Trisóre, generalmente trascritto nella forma italianizzata Tesoro[74].

Notevoli furono infatti gli influssi (non soltanto lessicali) del francese, per lunghi secoli lingua di cultura per eccellenza nell'intera Europa; tra i tanti vocaboli di provenienza transalpina, penetrati a più riprese dalla conquista normanna fino all'epoca napoleonica, si citano càscia (="cassa", dall'antico francese caisse, da cui trae origine anche l'inglese cash che però ha acquisito il significato di "denaro"), rua (="vicolo", da rue, discendente dal latino rūga), sciarabballo (="calesse", da char-à-bancs, letteralmente "carro a banchi"), turtiéra (nome di una pietanza tipica locale, da tourtière), café (="caffè", da café, con conservazione anche del timbro vocalico), ncriccà (="sollevare", da cric), ammasunà (="rientrare nel pollaio", dal richiamo à la maison!, ossia "a casa!"), ntamà (="inaugurare", da entamer, a sua volta risalente al verbo occitano entaminar parallelo del latino contamināre), puliẓẓà ("pulire", ricavato dal tema poliss- presente in molte forme coniugate del verbo polir), nciarmà (="congegnare", da charme, le cui origini risalgono al latino carmen, ossia "sortilegio")[135][74]. Di derivazione gallo-romanza è anche il suffisso -iére (corrispondente al francese -ier e alternativo al più tradizionale -àro; comunque dal latino -ārius) indicante professione o mestiere, come nel caso di chianchiére (="macellaio") ove peraltro la base chianc(a) (="lastra di pietra", "macelleria") discende invece direttamente dal latino volgare planca[136].

A partire dall'Ottocento il dialetto è stato poi pervaso (ma al tempo stesso arricchito) da moltissimi vocaboli di derivazione italiana, anch'essi comunque banalmente distinguibili da quelli di schietta origine latina (ad esempio lu cerchio, ossia "il cerchione", rispetto a lu circhio che invece significa "il cerchio" e che discende direttamente dal latino cĭrculum). Non mancano, inoltre, differenze più o meno marcate tra i termini dialettali arianesi di derivazione italiana e quelli con analoga origine penetrati (sovente con un certo anticipo) in altri vernacoli irpini maggiormente soggetti ai vivaci influssi napoletani: ad esempio, quale alternativa all'antico lemma craj (="domani", dal latino cras) in arianese si ha dumàni (derivante dall'italiano contemporaneo), laddove nel resto d'Irpinia e nella stessa area partenopea si ha generalmente rimánə[137], risalente invece all'italiano arcaico dimane[98][138]. Ecco comunque alcuni esempi di parole dialettali arianesi derivate dall'italiano: acchiètta (="asola", da occhietto), addata (="appuntamento", da data), cifro (="indiavolato", da lucifero), còrla (="risentimento", da collera), cunzèriva (="salsa di pomodoro", da conserva), liggistro (="cerchio in ghisa" della stufa, da registro[139]), ncimintà (="infastidire", da cimentare), ntimmiatura (="solaio", da intempiatura), sigge (="riscuotere", da esigere)[30]. Importato dall'italiano è inoltre il diminutivo-vezzeggiativo -uccio (alternativo all'originario -uzzo), come ad esempio nel sostantivo ualluccio (="galletto") e, al plurale, nel più generico animalucci (="animali da cortile").[140]

Numerisissimi sono infine i termini dialettali caduti in disuso nel corso dei secoli; di alcuni di essi rimangono tracce nelle radici di certi vocaboli (ad esempio il verbo acciuncà, ="azzoppare", presuppone un antico lemma *ciunco il cui significato doveva essere "zoppo")[141], nella toponomastica (ad esempio Monte de l'Àsino, unica sopravvivenza vernacolare della parola "asino")[142], nei cognomi (ad esempio Franza, ossia "Francia", dal faetano Fransa)[143] e negli scritti antichi; notevole tra questi ultimi è l'esempio di quatraro (="fanciullo"[144]), un vocabolo prettamente meridionale attestato da Dante Alighieri[145] di cui, come già si è visto, si conserva la sola forma femminile[146].

Proverbi[modifica | modifica wikitesto]

"Si tutti l'auciélli canuscèssiro lu ggrano, a la Puglia nun si mitesse" (="Se tutti gli uccelli conoscessero il frumento, nemmeno in Puglia si potrebbe mietere") è un antico detto contadino sotto forma di periodo ipotetico dell'irrealtà. La morale della massima è un invito a non sopravvalutare le capacità dei propri avversari.

Il vasto patrimonio di proverbi dialettali costituisce un significativo retaggio della cultura popolare, di matrice essenzialmente contadina e ricca di tradizione (il villaggio agro-pastorale de La Starza, il più antico della Campania[147], risale al neolitico medio), ma povera di risorse materiali (Da rint'a nu vosco nun s'acchia na frasca = "Dal sottobosco non si colgono fronde") e soggetta alle stravaganze della natura (L'èriva ca nun vuó, a l'uortu nasce = "L'erbaccia che non gradisci, spunta proprio nel tuo orto") e ai capricci del clima (Natale cu lu sole, Pasqua cu lu cippone = "A Natale splende il sole, a Pasqua il ceppo nel focolare"). Al riguardo, la cronica carenza di vestiario adeguato, legna da ardere e scorte di viveri (Saccu vacante, nun si manténe mpalato = "Quando il sacco è vuoto non si regge in piedi") rendeva assai difficile affrontare la stagione invernale (Affin'a Nnatale nné ffridd'e nné fame, roppu Natale fuóch'e strafuóco = "Fino a Natale né freddo né fame, dopo il Natale occorrono fuoco e cibo"); in particolare, erano temute le ondate di freddo, specie se precoci (Aùsto, capu di viérno = "Agosto è l'inizio dell'inverno") o tardive, queste ultime peraltro assai deleterie anche per l'agricoltura (Tannu la virnata è sciuta fóre, quann'éia Santu Libbratore = "Allora l'inverno è davvero finito, quando è la ricorrenza di San Liberatore", ovvero il 15 maggio). La neve, invece, non causava disagi, ma era anzi ritenuta provvidenziale per le campagne e per i raccolti (Sott'a l'acqua fame, e sott'a la neve pane = "Sotto la pioggia fame, sotto la neve pane"); allo stesso modo, nonostante l'intenso lavoro manuale (La zappa téne la pónta d'óro = "La zappa ha la lama d'oro", ossia pesante ma preziosa), le fasi di calura erano tollerate senza patemi giacché il soleggiamento era considerato benefico per la salute (Andó trase lu sole, nun trase lu miérico = "Dove penetra il sole, non entra il medico"). D'altra parte le condizioni meteorologiche influivano direttamente sullo svolgimento della giornata lavorativa, che poteva essere impedita dalla pioggia (Quannu lu tiempu chiove, statti rint'e nun ti move = "Quando c'è la pioggia, resta dentro e non muoverti"), ma non dalla bruma (Negli'a la matina, accónzit'e ccammina = "Nebbia al mattino, preparati e va' al lavoro").[148][149] [150]

Tuttavia, più ancora degli eccessi climatici, ad incutere davvero paura erano le possibili carestie, le quali a loro volta potevano essere foriere di conflitti (La fame caccia lu lupo da lu vosco = "La fame induce il lupo a uscir dal bosco") specialmente quando le disparità sociali erano troppo marcate (Lu sazzio nun crér'a lu rijùno = "Chi è sazio non crede a chi è digiuno"). Non essendo concepibile affrontare una fase critica contando sul supporto degli amici (Li megli'amici li ttiéni nda la sacca = "I migliori amici sono i denari che hai in tasca") né sull'acquisto di merce a buon mercato (Lu sparagno nun porta uaragno = "Il risparmio non si tramuta in guadagno"), si tentava piuttosto di accumulare provviste nei periodi di abbondanza (Stipa ca truóvi = "Metti da parte se vorrai trovare") per poi evitare ogni forma di sperpero (Quannu staj la ràscia, mitti la chiàv'a la càscia = "Quando c'è abbondanza, chiudi a chiave la credenza"); fondamentale era anche la prevenzione dei furti (Chi si uarda li puórci suj, nunn'éia chiamato purcaro = "Chi sorveglia i propri maiali, non è reputato un porcaio") per mezzo di un cauto riserbo nei confronti degli estranei (Chi ti sape, ti rapre = "Chi troppo ti conosce, accede alle tue ricchezze"), ma non meno importante era l'ausilio di sistemi di difesa passiva predisposti per tempo, prima che fosse troppo tardi (Ropp'arrubbato, li pporte di fierro = "Dopo il furto, le porte blindate", ovviamente in senso ironico). Regole ferree imponevano inoltre l'equa distribuzione del lavoro (Nu póc'a ppiruno nun sap'a ffort'a nnisciuno = "Un po' per ciascuno non dispiace a nessuno") e delle poche risorse disponibili (Chi mangia sulo, si strafóca = "Chi mangia da solo finisce per strozzarsi"). I pochi ricchi erano comprensibilmente invidiati per i loro facili sperperi (Andó staj la munnezza, staj la ricchezza = "Dove c'è immondizia, c'è ricchezza"), così come i potenti di turno erano temuti per le loro angherie (Só ccangiati li sunaturi, ma la musica éia sempe la stessa = "Son cambiati gli orchestranti, ma la musica è sempre uguale"); dal canto loro i poveri, spesso denigrati per il loro modo di vivere alla giornata tramandato di generazione in generazione (Figliu di jatta, sùrici piglia = "Figlio di gatta, i topi acchiappa"), facevano di necessità virtù (Sparagni e cumparisci = "Risparmia e fa' bella figura") ingegnandosi in ogni modo per camuffare almeno esteticamente la propria miseria (Viésti cippone, ca pare barone = "Vesti bene un ceppo, e sembrerà un barone"). In effetti le classi più indigenti, seppur al riparo da qualsiasi rischio di confisca o esazione fiscale (Tre só li putiénti: lu papa, lu rré e chi nun téne niénte = "Tre sono i potenti: il papa, il re e i nullatenenti"), rimanevano pur sempre le più vulnerabili ai soprusi (Lu cane mózzic'a lu strazzato = "Il cane morde gli straccioni").[148][149][150]

Immagine d'epoca raffigurante un asino da soma mentre arranca lungo l'antico tracciato della strada nazionale delle Puglie, nel rione San Rocco; uno scenario desueto ma rievocato dal proverbio La ciuccia bbóna si ver'a la nchianata (="Una brava somarella la si riconosce in salita").

Frequenti erano poi i dissapori all'interno delle famiglie, benché almeno i bambini suscitassero simpatia per la loro schiettezza (Quannu lu pìcculo parla, lu ruóss'è pparlato = "Quando un piccino parla, il grande ha già parlato"). Sovente però i genitori tendevano ad accusare i figli per l'eccessivo spreco di risorse (Crisci figli, crisci puorci = "Allevare figli equivale ad allevare porci"), senza peraltro ricevere ricompensa alcuna per tutto l'affetto dimostrato (La figlia mupa la capisce la mamma = "La fanciulla taciturna è ben compresa da sua madre") e per i tanti sacrifici patiti (Nu patr'e na mamma càmpan'a cciéntu figli, ciéntu figli nun càmpan'a nu patr`e na mamma = "Un padre e una madre accudiscono cento figli, mentre cento figli non riescono ad accudire un padre e una madre"); d'altro canto i modelli educativi erano improntati alla massima severità (Mazz'e ppanelle fanno li figli belli = "Pane e bastonate rendono i figli disciplinati"), così come la struttura patriarcale della famiglia e la stessa configurazione gerarchica della società erano ritenute imprescindibili (Andó tanta ualli càntano, nun face mai juorno = "Laddove ci son troppi galli a cantare non si fa mai giorno"). Proverbiali erano anche i dissidi nell'ambito del vicinato (Megli`a ttiné nu mal'amico, ca nu malu vicino = "Meglio avere un cattivo amico che un cattivo vicino di casa"), sebbene il ricorso alla violenza fosse vivamente deprecato (Chi vóle la morte di l'ati, la sója staj addrét'a la porta = "Chi desidera la morte altrui ha la sua dietro l'angolo"). Nei rapporti interpersonali era invece ritenuta assai efficace la forza di volontà (Chi téne faccia tosta si mmarita, e cchi no rumane vecchia zita = "Chi ha faccia tosta si marita, chi non ce l'ha rimane zitella"), che per di più doveva essere espressa direttamente e non per interposta persona (Chi vóle vaje e chi nun vóle manna = "Chi vuole va di persona, chi non vuole manda altri"), ma senza troppo affrettarsi (Mal'a cchi si ferma nta la prima taverna = "Guai a chi alloggia nella prima taverna che incontra"), senza tentare scorciatoie improbabili (Allonga la vija e vatténn'a ccàsita = "Allunga pure la strada ma torna sicuro a casa") e soprattutto senza rincorrere desideri irrealizzabili (A cchiange lu muórto só llàcrime perse = "Piangere per i defunti è uno spreco di lacrime"). Infine, proprio in virtù della caducità dell'esistenza terrena (La vita éia n'affacciata di finesta = "La vita è come uno sguardo dalla finestra"), ci si aspettava che una volta intrapreso un determinato percorso di vita lo si portasse a termine senza ripensamenti (Chi lassa la via vecchia pi la nóva, sape quero ca lassa ma nun sape quero ca tróva = Chi abbandona la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova") anche dinanzi alle prevedibili difficoltà (Li rróse càruno e li spine rumànuno = "Le rose sfioriscono ma le spine persistono").[148][149][150]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Studi glottologici italiani, vol. 4, Loescher, 1907, p. 172.
  2. ^ (EN) Italian language & Latin, su Italics Magazine (archiviato il 24 agosto 2019).
  3. ^ a b Portale della cultura arianese, su Cultura Ariano (archiviato il 1º novembre 2018).
  4. ^ Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Schmitt Walter de Gruyter, Italienisch, Korsisch, Sardisch, in Lexikon der Romanistischen Linguistik, vol. 4, Tübingen, 1988, p. 703, ISBN 978-3-11-096610-7.
  5. ^ (DE) Dieter Kattenbusch, Das Frankoprovenzalische in Süditalien, Tübingen, Gunter Narr, 1982, ISBN 978-3-87808-997-1.
  6. ^ a b Dipartimento di Linguistica – Università di Firenze, Analisi della realtà sociolinguistica della comunità albanofona di Greci in provincia di Avellino, a cura di Giuseppe Vitolo, 2011-2012, pp. 165-191 (archiviato il 5 giugno 2020).
  7. ^ Mappa delle lingue e dei dialetti parlati in Campania, su Napoli Today. URL consultato il 1º novembre 2018 (archiviato il 1º novembre 2018).
  8. ^ A suggestioni provenienti dal territorio beneventano è attribuibile, ad esempio, la larghissima diffusione del mito della janara, una sorta di strega malvagia che, a differenza del mazzamauriello (un folletto benevolo) incuteva terrore tra le popolazioni.
    Nicolino Polcino, Dizionario del dialetto, Ariano Irpino, Lucarelli, 1992.
  9. ^ Università La Sapienza di Roma, Nuova Enciclopedia Popolare – Dizionario generale di scienze, lettere, arti, storia, geografia, vol. 7, Giuseppe Pomba & comp., 1846, p. 863.
  10. ^ Gaetana Cantone, Laura Marcucci, Elena Manzo, Architettura nella storia: scritti in onore di Alfonso Gambardella, vol. 1, Skira, 2007, pp. 41-42, ISBN 9788876248504.
  11. ^ Gianna Marcato, La pratica della transumanza nella formazione dello spazio linguistico centro-meridionale: problemi e ipotesi di ricerca, in Giovanni Abete (a cura di), Il dialetto nel tempo e nella storia, 2016, p. 380, ISBN 978-88-6787-527-6.
  12. ^ a b Natalino Paone, La transumanza, immagini di una civiltà, Cosmo Iannone, giugno 1987, pp. 129-135, ISBN 88-516-0013-9.
  13. ^ a b c Nicola Flammia, Storia della città di Ariano, Ariano di Puglia, Tipografia Marino, 1893, pp. 129-131.
  14. ^ Guido Donatone, La Maiolica di Ariano Irpino, Cava dé Tirreni, Edizione Del Delfino, Adriano Gallina, 1980, p. 202 (tavola 42-b). Le piastrelle sono custodite nel museo Sigismondo Castromediano di Lecce.
  15. ^ Si consideri ad esempio il seguente atto (sottoscritto in Ariano nell'anno 1062) "Declaro me abere undecim trophe de olibe in loco Balle", laddove la parola trophe (="giovani piante") è un antico vocabolo di origine greca ormai ovunque scomparso, ma assai comune negli scritti medievali seppur in ambito esclusivamente pugliese.
    Mariafrancesca Giuliani, Saggi di stratigrafia linguistica dell'Italia meridionale, vol. 2, Pisa University Press, 2007, p. 38, ISBN 978-88-8492-469-8.
  16. ^ Gruppi archeologici d'Italia, Gruppo archeologico romano, Archeologia, vol. 8, 2000, p. II.
  17. ^ Ariano di Puglia, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  18. ^ Variazioni amministrative dall'Unità d'Italia, su Elesh. URL consultato il 14 febbraio 2018 (archiviato il 30 ottobre 2017).
  19. ^ Domenico Maria Manni, Cronichette antiche di varj scrittori del buon secolo della lingua toscana, 1733, p. 143.
  20. ^ Leone Marsicano Ostiense, Chronica sacri monasterii casinensis.
    Giuseppe Muollo e Paola Mele, Ariano Irpino: città dei Normanni, Viterbo, BetaGamma, 1998, p. 8, ISSN 11248947 (WC · ACNP).
  21. ^ a b Fenomeno interpretabile anche come possibile esito di primitivi frangimenti vocalici.
    Società di linguistica italiana, Dati empirici e teorie linguistiche, Bulzoni, 2001, p. 268, ISBN 978-88-8319-609-6.
  22. ^ a b Giovanni Abete, Parole e cose della pastorizia in Alta Irpinia, Giannini, 2017, pp. 43-44, ISBN 978-88-7431-888-9.
  23. ^ Salvatore Nittoli, Osservazioni sulla pronunzia, in Vocabolario di varî dialetti del Sannio in rapporto con la lingua d'Italia, V. Basile, 1873.
  24. ^ Un fenomeno più o meno analogo si osserva anche a Vallata, un altro centro irpino non immune da influssi pugliesi.
    Michela Russo, Metafonesi opaca e differenziazione vocalica nei dialetti della Campania, 2002, pp. 195-202 (archiviato il 15 ottobre 2020).
    Vedi anche G. Grhober, infra, pp. 195-207.
  25. ^ Tale fenomeno si riscontra anche a Lacedonia, altro comune irpino situato ai confini con la Puglia.
    Manfredi Del Donno, Idiomi dialettali della Campania, Montemurro, 1965, p. 19.
  26. ^ Edgar Radtke e Paolo Di Giovine, I dialetti della Campania, Il calamo, 1997, p. 55.
  27. ^ a b c d e Aniello Russo, Grammatica del dialetto irpino, Avellino, International Printing Editore, 2004.
  28. ^ (EN) Klaus Mattheier, Dialect and Migration in a Changing Europe, 2001, pp. 19-20, ISBN 978-3-631-36738-4.
  29. ^ Così come in diversi altri dialetti centro-meridionali e siciliani, la palatalizzazione della "s" deriva da antichi nessi -squ- / -scl- / -spl- / -stl- (con contestuale caduta dei fonemi "u" / "l"), oppure da prestiti dal napoletano. La sonorizzazione della "z" si riscontra invece soltanto in prestiti dal provenzale, dal francese o dall'italiano.
    Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti: fonologia, vol. 1, Einaudi, 1966-1968, pp. 232-261.
  30. ^ a b c d e f g h Mario Sicuranza, Prima Lingua - Piccolo Dizionario del Dialetto Arianese, Foggia, 1988.
  31. ^ Le origini della lingua ciaschina, su L'Irpinia (archiviato il 30 giugno 2019).
  32. ^ Alessandro Bitonti, Luoghi, lingue, contatto - Italiano, dialetti e francoprovenzale in Puglia, 2012, ISBN 978-88-8086-982-5.
  33. ^ Enrico Bacco Alemanno, Il Regno di Napoli diviso in dodici provincie (PDF), a cura di Cesare d'Engenio, Napoli, 1622, p. 86. URL consultato il 5 giugno 2020 (archiviato dall'url originale il 2 giugno 2020). Tale informazione è riportata inoltre nel 1788 dall'abate Francesco Antonio Vitale, infra, pp. 27-28.
  34. ^ a b Intorno al 1500 i feudatari di Ariano solevano tenere al proprio servizio vignaioli albanesi e schiavoni.
    Atti della Accademia pontaniana (1825), Giannini, 1920, p. 60. All'uopo vedi anche T. Vitale, infra, p. 112.
  35. ^ Puglia, Touring club italiano, 1978, p. 62, ISBN 978-88-365-0020-8.
  36. ^ a b Ferruccio Gemmellaro, Vocabolario etimologico comparativo (PDF), su Literary, p. 184 (archiviato il 14 ottobre 2020).
  37. ^ Secondo una locale leggenda popolaresca, il dialetto arianese deriverebbe addirittura da un ipotetico idioma "provenzale" (="francoprovenzale") penetrato nel territorio al seguito dei Normanni.
    Anna Maria Albanese, Iu sacciu 'na canzona di Valle e ddi Capone, Graus, 2018, ISBN 978-88-8346-619-9.
  38. ^ Archeoclub d'Italia (sede di Casalbore), Progetto itinerari turistici Campania interna - La Valle del Miscano, a cura di Luciano Disconzi, Regione Campania (Centro di Servizi Culturali - Ariano Irpino), vol. 1, Avellino, 1995, p. 165.
  39. ^ Acta Apostolicae Sedis n° 90 (PDF), 1998, pp. 58-60 e 239-240 (archiviato il 13 luglio 2020).
  40. ^ Comuni campani per superficie, su Tuttitalia. URL consultato il 21 aprile 2018 (archiviato l'11 dicembre 2017).
  41. ^ a b Gaetano Grasso, Note introduttive, in Vocabolario Arianese-Italiano, Edizioni La Ginestra, 2002.
  42. ^ Nicola Di Gruttola, Lu llorgio di tatone, Lioni, Melito, 1982.
  43. ^ Associazione circoli culturali - Ariano Irpino, "Poeti a la scuria e... poeti alluttrinati" - La satira politica ad Ariano dal 1889 al 1989, a cura di Ottaviano D'Antuono e Raffaele Guardabascio, Lioni, Poligrafica irpina, 1989.
  44. ^ "Otantonio Lappazzo", pseudonimo di Nicola di Gruttola, Puvisia sciolda a pere di ranogna, Ariano Irpino, 1946.
  45. ^ a b Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza, 2009, pp. 142-143, ISBN 978-88-420-8920-9.
  46. ^ a b Annali delle università toscane, Tipografia Nistri, 1919, pp. 252-276.
  47. ^ (EN) Luigi Andriani, The modal value of ancora/angórë in Barese and northern Apulian varieties (PDF), in Cambridge occasional papers in Linguistics, Università di Cambridge, ISSN 2050-5949 (WC · ACNP). URL consultato il 24 novembre 2020 (archiviato il 1º gennaio 2019).
  48. ^ Il costrutto proclitico è tipico di molti dialetti meridionali (ivi compreso il napoletano), ma in epoca medievale compariva regolarmente anche nel toscano.
    Nicoletta Villa e Marcel Danesi, Studi di linguistica applicata italiana, Biblioteca di Quaderni d’italianistica, 1984, p. 175, ISBN 978-0-9691979-0-4.
  49. ^ (EN) Adam Ledgeway e Martin Maiden, The Oxford Guide to the Romance Languages, Oxford University Press, 2016, p. 262, ISBN 978-0-19-967710-8.
  50. ^ Nicola De Blasi, Per la storia di mica: un uso con funzione di indefinito in area irpina, in Studi di grammatica italiana, vol. 34 (archiviato il 14 ottobre 2020).
  51. ^ a b c d e f meridionali, dialetti, in Enciclopedia dell'italiano, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010-2011.
  52. ^ a b c La nascita del dialetto/idioma napoletano, su Il portale del Sud (archiviato il 12 luglio 2019).
  53. ^ Società di linguistica italiana, L'Europa linguistica: contatti, contrasti, affinità di lingue, a cura di Antonia G. Mocciaro, Giulio Soravia, Atti del XXI Congresso internazionale di studi, Catania, 10-12 settembre 1987, vol. 30, Bulzoni, 1992, p. 140, ISBN 978-88-7119-415-8.
  54. ^ a b Tanto il raddoppiamento fonosintattico quanto l'infissione di una particella in alcuni plurali traggono origine dall'antica declinazione del genere neutro latino, salvo successive alterazioni dovute all'analogia.
    Giacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, vol. 38, 5ª ed., Sansoni, 1991, pp. 125-126, ISBN 978-88-383-1354-7.
  55. ^ Emili Casanova Herrero e Cesareo Calvo Rigual, Actas del XXVI Congreso Internacional de Lingüística y de Filología Románicas, vol. 6, Valencia, 2010, p. 278, ISBN 978-3-11-029999-1.
  56. ^ Francesco Avolio, Bommèsprë: profilo linguistico dell'Italia centro-meridionale, Gerni, 1995, p. 49, ISBN 978-88-85077-33-1.
  57. ^ Aurelio Fierro, Grammatica della lingua napoletana, Rusconi, 1989, p. 119, ISBN 978-88-18-12075-2.
  58. ^ Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti: morfologia, vol. 2, Einaudi, 1966-1968, p. 362, ISBN 978-88-06-30643-4.
  59. ^ (PT) Sílvio Elia, Preparação à lingüística românica, vol. 6, 2ª ed., Ao Livro Técnico, 1979, p. 218.
  60. ^ siciliani, calabresi e salentini, dialetti, in Enciclopedia dell'italiano, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010-2011.
  61. ^ a b Nell'area irpina (e, talvolta, nel Cilento meridionale) la e breve (ĕ) e il dittongo æ (ae) convergono sistematicamente in un suono unico.
    Gustav Grhober, Zeitschrift Für Romanische Philologie, M. Niemeyer, 2002, p. 217.
  62. ^ In lingua osca erano scritti, ad esempio, i bolli delle tegole rinvenute nell'anonimo insediamento romano di località Fioccaglie (nella valle dell'Ufita), prosperato a cavallo tra i secoli II e I a.C.
    Soprintendenza Archeologica di Roma, Studi sull'Italia dei sanniti, Electa, 2000, p. 29.
  63. ^ Cicerone, VI, 1, 1, in Epistulae ad Atticum.
  64. ^ (DE) Lucian Mueller, Satiren und Episteln des Horaz, Tempsky, 1891, p. 81.
  65. ^ Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, p. 257, ISBN 88-98672-98-5.
  66. ^ Adam Ledgeway, Grammatica diacronica del napoletano, Walter de Gruyter, 2009, p. 54, ISBN 978-3-484-97128-8.
  67. ^ Diverso da màcchia (="bosco ceduo", o comunque di medio-basso fusto). Nel Mezzogiorno d'Italia la distinzione semantica tra boscus e maccla (o macla) è attestata già nel latino medievale.
    Università di Bari – Centro di studi normanno-svevi, Uomo e ambiente nel Mezzogiorno normanno-svevo, a cura di Giosuè Musca, Atti delle ottave Giornate normanno-sveve, Bari, 20-23 ottobre 1987, vol. 8, Dedalo, 1989, pp. 33-34, ISBN 978-88-220-4138-8.
  68. ^ bosk rappresentava una variante dell'originaria radice germanica busk;
    bosco, in Sapere.it, De Agostini.
  69. ^ boscus, su Logeion (archiviato il 18 ottobre 2020).
  70. ^ Nicola De Blasi e Luigi Franco Imperatore, Il napoletano parlato e scritto: con note di grammatica storica, 2ª ed., Libreria Dante & Descartes, 2000, p. 41.
  71. ^ Vincenzo De Ritis, Vocabolario napoletano lessigrafico e storico, Napoli, Stamperia Reale, 1845, p. 122.
  72. ^ Guglielmo Cavallo, Parte 2, in Lo Spazio letterario del Medioevo, vol. 2, Salerno, 2002, p. 131, ISBN 978-88-8402-357-5.
  73. ^ Prestiti lessicali nei dialetti Sannitici (PDF), su Vesuvio Web (archiviato il 12 luglio 2019).
  74. ^ a b c d Alessia Mignone, Francesismi nel dialetto napoletano, a cura di Marcello Marinucci, Trieste, 2005, ISBN 978-88-8303-336-0.
  75. ^ Tommaso Vitale, Storia della Regia città di Ariano e sua Diocesi, Roma, Salomoni, 1794, pp. 351-354. URL consultato il 30 aprile 2020 (archiviato il 5 maggio 2016).
  76. ^ Lorenzo Giustiniani, Tomo II, in Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, vol. 1, Napoli, Vincenzo Manfredi, 1797, p. 344. Pur avendo sempre fatto parte della provincia di Capitanata e della diocesi di Bovino, Panni si contraddistingue per il suo dialetto di tipo prevalentemente irpino.
    Giovanna Procaccini e Palmira Volpe, Presentazione del dialetto di Panni, in Pasquale Caratù (a cura di), Dizionario del dialetto pannese (archiviato il 10 giugno 2020).
  77. ^ Franco Fanciullo, Prima lezione di dialettologia, Laterza, 2015, pp. 110-111, ISBN 978-88-581-2002-6.
  78. ^ Sergio Lubello, Manuale di linguistica italiana, Walter de Gruyter, 2016, p. 285, ISBN 978-3-11-036036-3.
  79. ^ a b c Raffaele Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Paravia, 1887.
  80. ^ Giovanni Ruffino, Sezione 1, in Grammatica storica delle lingue romanze, 2011, p. 375, ISBN 978-3-484-50361-8.
  81. ^ Di antichissima origine mediterranea è anche il desueto idrotoponimo sala (="canale", "palude", da non confondere con l'omonimo termine longobardo significante "camera", "vano"), di uso comune ancora nel Settecento ( Libro dei grani, Ariano, 1783, p. 114).
    Nicola D'Antuono, infra, p. 45.
  82. ^ Etimologia e lessico dialettale, Atti del XII Convegno per gli studi dialettali italiani, Pacini, 1981, p. 389.
  83. ^ Basilicata Calabria, Touring club italiano, 1980, p. 121, ISBN 978-88-365-0021-5.
  84. ^ Il termine mora (con una sola "r", ma con il medesimo significato di "mucchio di pietre") compariva anche nell'antico toscano.
    Tomo secondo: Purgatorio, Canto III / Dichiarazioni, in La Divina Commedia di Dante Alighieri, Federico Frommann, 1807, p. 198.
  85. ^ Si confronti anche il toponimo pre-latino moro / morro, frequente nella penisola iberica e riferito a luoghi rocciosi e dirupati.
    (ES) Universidad de Oviedo, Toponimia balear y asociación etimológica, a cura di Álvaro Galmés de Fuentes, 33ª ed., Oviedo, Archivum: Revista de la Facultad de Filología, 1983 (archiviato il 27 ottobre 2020).
  86. ^ Giuseppe Lorin, Dossier Isabella Morra - Poetessa del XVI secolo, Bibliotheka, nota n° 13, ISBN 978-88-6934-490-9.
  87. ^ (ES) Diccionario Etimológico Vasco, su DocPlayer (archiviato il 21 aprile 2020).
  88. ^ (EN) Juliette Blevins, 8.1.4.1 Basque garagar 'barley', in Advances in Proto-Basque Reconstruction with Evidence for the Proto-Indo-European-Euskarian Hypothesis, Routledge, 2018, ISBN 978-0-429-00026-3.
  89. ^ Timpa, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  90. ^ Istituto Geografico Militare, Toponomastica (PDF), su igmi.org. URL consultato il 30 giugno 2019 (archiviato il 30 giugno 2019).
  91. ^ Il toponimo Pesclum è attestato in Ariano fin dal 1132.
    Raccolta di varie croniche, vol. 2, Bernardo Perger, 1781, p. 253.
  92. ^ Stella Patitucci Uggeri, Quaderni di archeologia medievale, 2007, p. 146, ISBN 978-88-7814-372-2.
  93. ^ L'antico teonimo Mefitis è riportato in un'iscrizione di epoca romana reperita alla località San Vito, lungo la via Ariano-Montecalvo (T. Vitale, supra, p. 20), mentre il toponimo Vado (="guado") della mofeta (o mufeta) è attestato fin dal Quattrocento con riferimento a una sorgente sulfurea sita alla contrada Pignatale, lungo la direttrice Ariano-Villanova (T. Vitale, supra, p. 44 e p. 95). Il vocabolo italiano mofeta compare invece soltanto nel 1683.
    Bruno Lavagnini, Atakta: scritti minori di filologia classica, bizantina e neogreca, Palumbo, 1978, p. 82.
  94. ^ Gerhard Rohlfs, Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia, Sansoni, 1990, p. 54, ISBN 978-88-383-1243-4.
  95. ^ (EN) Rebecca Posner e John N. Green, Romance Comparative and Historical Linguistics, vol. 12, Walter de Gruyter, 2011, p. 53, ISBN 978-3-11-081410-1.
  96. ^ Si consideri ad esempio Cafo, nome personale di un centurione campano del I secolo a.C., chiaramente correlato con cafone.
    Società Colombaria fiorentina, Atti e memorie dell'Accademia toscana di scienze e lettere la Colombaria, vol. 33, L. S. Olschki, 1968, p. 128.
  97. ^ Notevole è anche la presenza, nei tre lemmi citati (muféta, Ùfita, cafóne), di f intervocalica, un carattere tipico delle lingue osco-umbre.
    Jakob Jud e Arnald Steiger, Vox romanica, vol. 29-30, Francke, 1970, p. 181.
  98. ^ a b Felice De Maria, Dizionarietto dialettale-italiano della Provincia di Avellino e paesi limitrofi, Arnaldo Forni, 1908, ISBN 978-88-271-2177-1.
  99. ^ a b In origine le forme lăgana e lŭta erano neutri plurali (collettivi), ma per via della desinenza -a sono stati assimilati come femminili singolari.
    Scuola normale superiore, L'Italia dialettale: rivista di dialettologia italiana, a cura di Clemente Merlo, vol. 38, Arti Grafiche Pacini Mariotti, 1975, pp. 198-199.
  100. ^ Invece pagliaro (da cui anche il toponimo Pagliare) significa "capanna", "baracca".
    Pasquale Caratù e Pasquale Piemontese, Studi di dialettologia italiana in onore di Michele Melillo, Università di Bari, 1988, pp. 369-374.
  101. ^ Società italiana di glottologia, Storia, problemi e metodi del comparativismo linguistico, a cura di Mario Negri, vol. 15, Bologna, Giardini, 1992, p. 142.
  102. ^ Egidio Forcellini, Totius latinitatis lexicon, vol. 2, typis Seminarii, 1828, p. 523.
  103. ^ Max Pfister, Lessico etimologico italiano, L. Reichert, 1984, pp. 549-555, ISBN 978-3-88226-177-6.
  104. ^ Graziadio Isaia Ascoli e Carlo Salvioni, Archivio glottologico italiano, vol. 2, Le Monnier, 1873, pp. 352-353.
  105. ^ (FR) Arnaldo Moroldo, Méridionalismes chez les auteurs italiens contemporains. Dictionnaire étymologique (archiviato il 10 novembre 2020).
  106. ^ Archivio glottologico italiano, vol. 4, Le Monnier, 1878, pp. 403-404.
  107. ^ Associazione italiana di cultura classica, Atene e Roma, 1985, p. 36.
  108. ^ a b c d Nicola D'Antuono, Locorum nomina - Ariano et contorni - Cenni di toponomastica rurale, Ariano Irpino, 2002.
  109. ^ Giovanni Colasuonno, Storie di parole pugliesi, 1980, p. 49.
  110. ^ Corrado Grassi, Alberto A. Sobrero, Tullio Telmon, Introduzione alla dialettologia italiana, vol. 11, Laterza, 2003, p. 74, ISBN 978-88-420-6918-8.
  111. ^ In realtà anche nel toscano/italiano la palatalizzazione del gruppo consonantico -gn- non costituisce un tratto originario, essendosi realizzata non prima del IV secolo.
    anafonesi, in Enciclopedia dell'italiano, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010-2011.
  112. ^ Pavao Tekavčić, Grammatica storica dell'italiano: Lessico, Il mulino, 1972, p. 257.
  113. ^ Luciano Pignataro, La pizza: Una storia contemporanea, Hoepli, 2. La pizza napoletana, ISBN 978-88-203-8696-2.
  114. ^ Firenze University Press, Vivere "secundum Langobardorum legem" ad Ariano Irpino tra X e XII secolo, a cura di Paola Massa, p. 4. URL consultato il 31 maggio 2020 (archiviato il 31 maggio 2020).
  115. ^ Carte dell'Archivio della Certosa di Calci, Edizioni di storia e letteratura, 1971, p. 320.
  116. ^ (EN) Anatoly Liberman, Word Origins...And How We Know Them: Etymology for Everyone, Oxford University Press, 2009, p. 27, ISBN 978-0-19-538707-0.
  117. ^ Dizionari dei linguaggi della Campania, su Istituto linguistico campano (archiviato il 30 dicembre 2018).
  118. ^ Giambattista Amelj, Storia della città di Lucera, Tipografia S. Scepi, 1861, pp. 208-209.
  119. ^ Nicola Gigante, Dizionario etimologico del dialetto tarantino, P. Lacaita, 1986, p. 169.
  120. ^ Giovanni Battista Pelegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine: Con speciale riguardo all'Italia, vol. 1, Paideia, 1972, p. 147.
  121. ^ Luigi Rinaldi, Le parole italiane derivate dall'arabo, Libreria Detken & Rocholl, 1906, p. 86.
  122. ^ Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Storia di parole tra la Sicilia e Napoli (PDF), in Giovani Ruffino (a cura di), Bollettino, Palermo, 2012, pp. 166-172, ISSN 0577-277X (WC · ACNP). URL consultato il 12 dicembre 2019 (archiviato il 12 dicembre 2019).
  123. ^ Fausta Capuano, Napoli e gli Arabi, Trimelli Editori, 2014.
  124. ^ (FR) Georges Métivier, Dictionnaire Franco-Normand, Williams and Norgate, 1870, p. 3.
  125. ^ gualano, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  126. ^ (CA) Diccionari catalá-castellá-llatí-frances-italiá, Barcellona, Joseph Torner, 1839.
  127. ^ Giovanni Bausilio, Le origini di una lingua quasi universale, Key, 2019, p. 178, ISBN 978-88-279-0333-9.
  128. ^ Accademia nazionale dei Lincei, Problemi attuali di scienza e di cultura, 1969, pp. 35-36.
  129. ^ Gerhard Rohlfs, La struttura linguistica dell'Italia, Keller, 1937, p. 20.
  130. ^ Loredana Ficarelli, Architetture rurali nei paesaggi dell’Alta Murgia, a cura di Mariangela Turchiarulo, Gangemi, pp. 23-30, ISBN 978-88-492-3030-7.
  131. ^ Matteo Fraccacreta di Sansevero di Puglia, Teatro topografico storico-poetico della Capitanata e degli altri luoghi piu memorabili e limitrofi della Puglia, vol. 3, Napoli, Coda, 1834, p. 46.
  132. ^ Nicola De Blasi, Profilo linguistico della Campania, Laterza, 2006, p. 85, ISBN 978-88-420-7794-7.
  133. ^ Manlio Cortelazzo, I dialetti italiani: storia, struttura, uso, UTET, 2002, p. 640, ISBN 978-88-02-05925-9.
  134. ^ Bollettino di filologia classica, vol. 14, Loescher, 1908, p. 199.
  135. ^ Ferdinando Galiani, Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si discostano dal dialetto toscano, Napoli, Giuseppe Maria Porcelli, 1789.
  136. ^ Manlio Cortelazzo e Carla Marcato, I dialetti italiani: dizionario etimologico, vol. 1, UTET, 1998, p. 136, ISBN 978-88-02-05211-3.
  137. ^ Fatta eccezione per le preposizioni "di" / "da" e per le parole derivanti direttamente dall'italiano, il passaggio d > r (frequente in Campania e in svariate aree interne del Mezzogiorno) è peraltro diffuso anche nel dialetto arianese.
    Rassegna pugliese di scienze, lettere ed arti, Trani, Vecchi, 1900, p. 21.
  138. ^ Studi linguistici italiani, vol. 17, Edizioni Universitarie, 1991, pp. 91-92.
  139. ^ Il nome deriva dalle antiche stufe essiccatrici dell'industria farmaceutica, nelle quali i cerchi in ghisa (detti appunto registri) svolgevano unicamente la funzione di registrare (ossia di regolare) la quantità di aria necessaria alla combustione.
    Dizionario delle droghe, vol. 5, 1831, pp. 254-255.
  140. ^ Luca Serianni, La lingua nella storia d'Italia, 2ª ed., Società Dante Alighieri, 2002, p. 409.
  141. ^ Forme analoghe, del tipo cionco / ciuncu, sono effettivamente attestate in altre regioni centro-meridionali e in Sicilia.
    Studi glottologici italiani, Loescher, 1928, pp. 305-307.
  142. ^ All'infuori dell'Abruzzo (dove si è conservato àsənə) e della provincia di Reggio Calabria (ove, peraltro, si sono imposti altri vocaboli di diversa provenienza), il termine napoletano ciuccio –strettamente affine al tipo toscano ciuco– ha finito col soppiantare l'antico lemma àsino (risalente invece al latino ăsinus) in quasi tutta l'Italia meridionale.
    Associazione linguistica salentina, Studi linguistici salentini, vol. 20, 1993, p. 17.
  143. ^ Francesco Antonio Vitale, Memorie istoriche degli uomini illustri della regia città di Ariano, Roma, 1788, pp. 179-180, ISBN 978-88-271-1038-6.
  144. ^ Francesco D'Ovidio, Versificazione romanza poetica e poesia medioevale, Napoli, Guida Editori, 1930, p. 310.
  145. ^ «Apuli quoque, vel a sui acerbitate, vel finitimorum suorum contiguitate, qui Romani et Marchiani sunt, turpiter barbarizant. Dicunt enim "Volzera che chiangesse lo quatraro"».
    Dante Alighieri, I, XII 7-8, in De vulgari eloquentia.
  146. ^ Scuola normale superiore, L'Italia dialettale, a cura di Clemente Merlo, vol. 40, Pisa, Arti grafiche Pacini-Mariotti, 1977, p. 18 (154).
  147. ^ L'abitato neolitico de La Starza, su Archemail (archiviato dall'url originale il 19 settembre 2015).
  148. ^ a b c Tonino Alterio, Raccolta di Proverbi Arianesi, Ariano Irpino, 1981.
  149. ^ a b c Associazione circoli culturali "Pasquale Ciccone", Raccolta di detti e proverbi arianesi, a cura di Gabriele Speranza, Ariano Irpino, 2005 (archiviato il 13 agosto 2013).
  150. ^ a b c Tradizione orale arianese, su Proverbi Arianesi (archiviato il 31 dicembre 2018).