Dialetto arianese

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Arianese
Parlato inItalia Italia
RegioniCampania Campania
Locutori
Totale~25.000
Tassonomia
FilogenesiLingue indoeuropee
 Lingue italiche
  Lingue romanze
   Lingue italo-romanze
    Dialetti italo-meridionali
     Dialetti campani
      Dialetto irpino
       Dialetto arianese
Codici di classificazione
ISO 639-2nap
ISO 639-3nap (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1
Tutti li cristiàni nàscinu libbri e ttal' e qquali pi ndinità e ddiritti. Tutti quanti tiéninu cap' e ccusciénzia e ss'avéssra trattà l'unu cu l'ato cumi si fussru frati.
"Ariano" (22287878791).jpg
La città di Ariano nel 1703

Il dialetto arianese, tipico del territorio comunale di Ariano Irpino, è una forma peculiare del vernacolo irpino, appartenente a sua volta alla grande famiglia dei dialetti italiani meridionali.

Cenni geografici[modifica | modifica wikitesto]

Le caratteristiche della parlata arianese appaiono piuttosto atipiche rispetto alle tipologie dialettali del resto dell'Irpinia[1] per via della posizione geografica del comune, collocato in prossimità del margine settentrionale del Sannio irpino a ridosso dei territorio dauno-pugliese[2]. Di conseguenza, se da un lato la parlata arianese ha potuto così resistere relativamente meglio alla contaminazione campana in generale e napoletana in particolare[3] (Napoli divenne capitale del Regno fin dal secolo XIII), dall'altro lato è rimasta esposta in qualche misura alle influenze dialettali pugliesi (e più precisamente daune), piuttosto evidenti soprattutto a livello fonetico[4]. Per motivi analoghi si osserva un certo influsso dei dialetti irpini (e dell'arianese in particolare) sui vernacoli parlati nelle aree pugliesi dei monti della Daunia, i cosiddetti dialetti dauno-irpini[5]. Si rimarca infine la presenza di un qualche contatto con l'area beneventana[6], determinato principalmente dalla vicinanza geografica oltre che dalle vicende storiche alto-medievali.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Cospicuo fu il rilievo storico della contea di Ariano che, in epoca medievale, si estendeva su ambo i lati degli Appennini[7], tanto che sotto i Normanni assurse a grancontea e si espanse fino alle porte di Benevento e alle soglie del Tavoliere[8]. Fondamentale fu anche il ruolo svolto dalle grandi direttrici di traffico, quali la medievale via Francigena, la moderna strada Nazionale delle Puglie oltre agli antichi percorsi della transumanza: il tratturo Pescasseroli-Candela e il tratturello Camporeale-Foggia.

La via Francigena in direzione Puglia sul pianoro della Sprinia, a mezza costa tra la valle del Miscano e la fortezza di Crepacuore.

Pertanto i contatti e gli interscambi con la vicina Puglia furono sempre assai frequenti; in particolare, nel 1421 si verificò un intenso afflusso di profughi provenienti da Trani, i quali si insediarono nel quartiere rupestre che da essi prese il nome ("Tranisi", ossia "Tranesi"[9]) per esercitarvi l'arte ceramica, apportando peraltro anche un notevole contributo all'evoluzione stilistica della maiolica arianese. È inoltre significativo che la città fosse nota fino al 1930 con il nome di Ariano di Puglia, denominazione che era divenuta ufficiale a partire dal 1868[10] ma che risultava già in uso nei secoli precedenti[11], benché nel vernacolo locale sia stata sempre prevalente la forma abbreviata Ariano.

Fonologia[modifica | modifica wikitesto]

Fra i tratti salienti della parlata locale c'è la pronuncia delle vocali "e" ed "o" che sono tendenzialmente chiuse (per effetto di un parziale isocronismo sillabico)[12], mentre nel resto dell'Irpinia prevale ovunque il timbro aperto[13]. Diverso anche il modo di pronunciare la vocale "a" che ad Ariano tende parzialmente verso la "e" mentre altrove in Campania tende piuttosto verso la "o".[1] Si consideri poi l'anomala alternanza tra gli ausiliari "avere" ed "essere" nei tempi composti:

  • à ritto: hai detto;
  • è dditto: ha detto.

In realtà quest'ultimo costrutto potrebbe essere derivato da un più antico "à dditto" ove il successivo passaggio da "à" a "è" sarebbe dovuto a un influsso pugliese; infatti nel resto dell'Irpinia si dice ovunque "à ddittë".[1]

Del resto sono ben evidenti le differenze che contraddistinguono la parlata arianese dai dialetti dei piccoli paesi limitrofi, ove si tende spesso a conservare le tipiche cadenze irpine in modo ancora più genuino (ne è un esempio il vernacolo montecalvese), sebbene anche questi appaiano più o meno diversi gli uni dagli altri, talora perfino con differenze radicali (nonostante i frequenti interscambi)[14] nel caso delle minoranze linguistiche quali gli albanesi di Greci, i francoprovenzali della Valmaggiore nonché gli antichi schiavoni; questi ultimi, a differenza degli affini croati del Molise, hanno perso la loro individualità linguistica dopo aver però influito in modo determinante sulla storia e sulla cultura di Ginestra degli Schiavoni e di Villanova del Battista (l'antica Polcarino degli Schiavoni)[15].

Inoltre talune differenze dialettali, sia pure piccole, si avvertono perfino tra una zona e l'altra dello stesso comune; così ad esempio la parola "dietro" viene tradotta in dialetto come "addréto" nel settore Nord del territorio di Ariano, mentre "arréto" lungo il versante Sud della medesima città (da notare però come entrambe le forme presentino la tipica "e" tonica chiusa). Una tale varietà di sfumature è favorita dall'ampia diffusione degli insediamenti rurali sparsi[16] su di un agro assai vasto (186,74 k, il più esteso della Campania[17]) e alquanto impervio. Non di rado le sottili divergenze lessicali e fonetiche fra le varie località del contado hanno offerto facili spunti alla satira politica locale.[18][19]

(AI)

«Tutti abbràzzano lu cafone:
"Tu si lu meglio cumparone;
T'aggia rà la libertà,
ma porta sàrcine sempe qua".»

(IT)

«Tutti abbracciano il contadino:
"Tu sei il miglior compare mio;
Voglio darti la libertà,
ma porta sempre roba qua".»

("Otantonio Lappazzo", pseudonimo di Nicola Di Gruttola, Puvisia sciolda a pere di ranogna, 1946)

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Condiviso almeno da tutti i comuni del comprensorio arianese (ma non dal resto dell'Irpinia)[1] e con analogie anche in talune altre aree appenniniche[20] è il modo d'uso degli articoli determinativi. Infatti gli articoli "il", "lo" vengono tradotti "lu"; tuttavia quando si tratta di cose non numerabili ne consegue il raddoppiamento della consonante successiva. Esempi:

  • Lu cuccio: il coniglio;
  • Lu viccio: il tacchino;
  • Lu razzo: il braccio;
  • Lu zuóppo: lo zoppo;
  • Lu zinno: l'angolo;
  • Lu squiccio: lo schizzo;
  • Lu ffierro: il ferro;
  • Lu llardo: il lardo;
  • Lu fforte: il piccante.

. Gli articoli "i", "gli", "le" vengono tradotti tutti li; tuttavia quando "li" deriva da "le" ne consegue il raddoppiamento della consonante successiva. Esempi:

  • Li ciucci: i somari;
  • Li zappielli: i sarchielli;
  • Li ualani: i villani;
  • Li mbriachi: gli ubriaconi;
  • Li strazzati: gli straccioni;
  • Li zuócculi: gli zoccoli;
  • Li ccàsire: le case;
  • Li ccosse: le gambe;
  • Li qquatrare: le ragazze.

Un'altra caratteristica tipica del comprensorio, condivisa in realtà con la vicina Puglia ma del tutto sconosciuta nel resto della Campania e nella lingua italiana, consiste nell'uso della congiunzione "ancora" in senso predittivo, come nel caso nella frase: Accòrt'a lu zurro, ancora ti tózza (="Attento al caprone, potrebbe incornarti")[21].

Altri elementi accomunano invece il dialetto arianese non solo a tutta l'Irpinia[1] ma anche a diverse regioni circostanti, come ad esempio il troncamento dell'ultima sillaba dell'infinito verbale, fenomeno questo diffuso dall'Abruzzo alla Lucania[20]. Alcuni esempi sono:

  • fatià (lavorare), sparagnà (risparmiare), rancicà (graffiare), struppià (massacrare);
  • tiné (possedere), caré (cadere), ascì (uscire), mpaccì (impazzire);
  • accìre (uccidere), strùre (distruggere), sàglie (salire), fùje (fuggire).
Esempi di ridondanza terminologica: "muscillo" (in alto) e "caccione" (in basso). Mentre la lingua italiana fa largo uso dei diminutivi (gattino, cagnolino), nel dialetto arianese prevale l'utilizzo di termini specifici per indicare i cuccioli degli animali domestici. Anche le interiezioni sono differenziate: "frustellà" per mandar via il gatto, "passellà" per scacciare il cane.

Sono comunque numerosi i fenomeni linguistici che, almeno a grandi linee, sono condivisi dalla generalità dei dialetti meridionali[20]; a puro titolo di esempio si citano l'accusativo alla greca (ad es. "lu faccistuorto": "chi ha il viso torvo") e l'accusativo con preposizione (ad es. "mica avissi vist'a Ppashcale?": "per caso hai visto Pasquale?")[22] quest'ultimo diffuso anche nel siciliano.[23]

A livello sintattico è notevole lo sviluppo della metafonesi, comune, oltre che a gran parte dei dialetti centro-meridionali, anche a quelli di talune aree interne della Sicilia[20]. Tale fenomeno si esplica nel mutamento della vocale tonica di una parola (a causa dell'influsso di altra vocale successiva) nel passaggio dal singolare al plurale, dal maschile al femminile oppure tra le varie persone dei verbi. Di seguito alcuni esempi:

  • quiro (quello) opposto a quéra (quella)
  • vaglione (ragazzo) opposto a vagliuni (ragazzi);
  • prèvete (prete) opposto a priéviti (preti);
  • róssa (rossa) opposto a russo (rosso).
  • ròssa (grande, al femminile) opposto ruósso (grande, al maschile)
  • accòglio (raccolgo) opposto a accuógli (raccogli)
  • vulésse (vorrei / vorrebbe) opposto a vulìssi (vorresti).

Nella grande maggioranza dei casi la metafonia è stata innescata dalle vocali finali latine -i- / -u-, a prescidere da eventuali terminazioni consonantiche.[20]

Evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Analogamente agli altri dialetti meridionali intermedi, anche il dialetto arianese trae origine dalla sovrapposizione del latino volgare parlato dagli antichi Romani sui dialetti oschi in uso presso le popolazioni sannitiche stanziate nel territorio; tuttavia la completa latinizzazione, benché precoce, dovette essere preceduta da una breve fase di bilinguismo come attestato dall'esistenza di toponimi perfettamente bilingui, il cui esempio più notevole è dato da Aequum Tuticum (citato per la prima volta nel 50 a.C.[24]) composto da una parola latina ("Aequum" = "campo") e da un termine osco ("Tuticum" = "pubblico")[25].

Numerosi tra i fenomeni linguistici che caratterizzano la parlata dialettale costituiscono in effetti dei tratti assai antichi (un esempio è dato dalla già citata metafonesi), mentre altri mutamenti fonetici sopravvennero in epoche successive. Ne è una dimostrazione la parola "vosco" (="bosco d'alto fusto"), di probabile origine ostrogota (bôsk nell`antico germanico)[26], la quale mostra sì il passaggio da "b" a "v" (tipico dei dialetti meridionali e del siciliano)[20] ma non la metafonesi, il che garantisce che a quell'epoca tale fenomeno si era già interamente compiuto e dunque non poteva produrre più alcun effetto sulle parole sopraggiunte tardivamente. Una conferma in tal senso ci è data dalla contrapposizione fra "sant'Antuono" (="sant'Antonio Abate", morto nel IV secolo e venerato fin dalla tarda antichità) e "sant'Antonio" (="sant'Antonio di Padova", morto e canonizzato nel XIII secolo).

Naturalmente anche il passaggio da "b"a "v" deve essere avvenuto in una determinata fase storica oltre la quale ha cessato di produrre ogni effetto. Ad esempio possiamo certamente affermare che tale trasformazione è avvenuta dopo che nel dialetto arianese era penetrata la parola "vrénna" (significante "crusca" e derivante dall'antico-francese bren, a sua volta di origine celtica ossia pre-latina)[27] ma prima che vi si introducesse la parola "buttéglia" (la quale, parallalamente all'italiano "bottiglia", deriva dal francese moderno bouteille che a sua volta trae origine dal latino butticula ossia "piccola bótte").[26]

Altre trasformazioni fonetiche sono poi avvenute in epoca moderna. Ne è prova il fatto che ad esempio la parola "nnóglia" (derivata dal francese andouille alla fine del medioevo e indicante il "salame pezzente")[28] ha subìto l'assimilazione da <nd> a <nn>, segno che tale fenomeno si è compiuto non prima che il termine entrasse a far parte del lessico dialettale; del resto ancora nel secolo XV il toponimo de "La Manna" era attestato come "Amando" o "Amandi" (lo stesso accadeva per Il vicino comune di Panni, citato come "Pandi" o "Panda"[29]). Ciò significa che ad esempio il termine dialettale "tanno" (che significa "allora", dal latino "tam") in origine non doveva rimare con "quanno" (="quando", dal latino quando)[30] poiché quest'ultima parola deve essere stata pronunciata [quando] o [quand] fino al momento dell'avvenuta assimilazione del gruppo consonantico <nd>. Si sottolinea però che ormai anche tale fenomeno ha già cessato di produrre effetti, tanto che i termini penetrati nel dialetto in epoche ancora posteriori non ne hanno più risentito (ad es. "nduvinà" dall'italiano "indovinare").

Tuttavia proprio nell'epoca attuale si stanno verificando alcune altre modifiche fonetiche[4], le quali perdipiù non sono ancora giunte a compimento: un esempio è costituito dal passaggio da <nt> a <nd>, tant`è vero che la frase italiana "quanti ne siete?" può essere trascritta in dialetto sia "quanti ni site?" sia "quandi ni site?". Ad oggi la pronuncia fluttua liberamente fra le due forme in quanto l'innovazione "quandi" non si è ancora definitivamente affermata mentre la vecchia forma "quanti" è considerata ancora accettabile (in alternativa si potrebbe congetturare che nel dialetto esiste una consonante del tutto particolare, la quale avrebbe un suono intermedio tra la "t" e la "d").

In ogni caso l'evoluzione della parlata è sempre avvenuta in modo progressivo e senza salti bruschi, tanto che le espressioni dialettali locali riportate incidentalmente dalle fonti settecentesche[31] e ottocentesche[9] risultano ancora perfettamente intelligibili, pur apparendo talvolta datate.

Lessico[modifica | modifica wikitesto]

La Ravece, antica e rinomata varietà italiana di olivo, conserva il proprio nome dialettale arianese.

In quanto alla componente lessicale, occorre innanzitutto chiarire che le parole derivanti dal sostrato osco, ossia dalla lingua pre-latina parlata dalle antiche popolazioni italiche (Sanniti, Irpini, ecc.), sono relativamente poco numerose[22]. Vi sono comunque alcuni vocaboli associati fin dalla più remota antichità alla tecnica agro-pastorale, come ad esempio la parola "stiero" (="letame"), che non può essere derivata dal latino stĕrcus altrimenti si sarebbe dovuto avere [stierco] (così come da pŏrcus è derivato "puorco"); ciò fa presupporre l'esistenza di una forma osca (pre-latina) sterux da cui forse anche il latino "stercus" ha tratto origine (in alternativa si potrebbe ipotizzare una comune matrice indoeuropea). Taluni altri nomi di origine pre-latina sono rimasti in uso perché adoperati principalmente dal volgo nel linguaggio osceno; in effetti un discreto numero di parole dialettali indicanti le parti anatomiche dell'apparato genitale femminile o maschile sono di derivazione osca. Altri termini ancora sono sopravvissuti perché utilizzati spesso come toponimi: un esempio è dato dalla parola "pishcóne" (="macigno") derivato da una radice osca peskl che si ritrova in numerosissimi toponimi in area sannitica come ad esempio Pescolamazza (oggi Pesco Sannita), Pescocostanzo, Pescopagano, Pescosolido, Pescolanciano, Pescorocchiano e svariati altri[32]. Di origine pre-romana sono anche i nomi dei fiumi Cervaro (citato da Plinio il Vecchio nella forma osca "Cerbalus"[33] e non in quella latina "Cervārius") e Ufita (derivante dalla stessa radice italica di "Aufidena", l'attuale Alfedena, e "Aufidus", l'attuale Ofanto).

"La téglia" (=il tiglio, dal latino Tĭlia), maestoso albero monumentale presso l'antico santuario della Madonna di Valleluogo. Si noti la conservazione del genere femminile latino in arianese, ma non in italiano.

In effetti la stragrande maggioranza del lessico dialettale attuale è costituito da latinismi, il che è normale per un idioma romanzo. Alcuni di essi sono andati perduti nel corso dei secoli, ma tantissimi si conservano, specialmente negli ambiti più tradizionalisti come quello contadino. Eccone alcuni esempi:[34][26][30][35]

  • «caso» (formaggio) da cāseus;
  • «lóta» (fango) da lŭtum;
  • «stila» (asta di attrezzo) da hastile;
  • «pitaturo» (roncola) da putatōrium;
  • «fungi» (funghi) da fungi;
  • «accio» (sedano) da ăpium;
  • «ciraso» (ciliegio) da cerasus;
  • «cucózza» (zucca) da cucutia;
  • «jéta» (bietola) da blēta;
  • «làssina» (senape selvatica) da lăpsana;
  • «fràscino» (frassino) da frāxinus (da cui il toponimo "Frascineta");
  • «cuorno» (corniolo) da cornus (da cui il toponimo "Curneta", erroneamente trascritto "Orneta")[36];
  • «saúco» (sambuco) da sabūcus, esso stesso toponimo;
  • «milogna» (tasso) da mēles;
  • «sórice» (topo) da sōrex;
  • «pica» (gazza) da pīca;
  • «tàuro» (toro) da taurus;
  • «àino» (agnello) da agnus (evidentemente in latino la "g" e la "n" venivano pronunciate separatamente, non essendosi ancora realizzata l'assimilazione che si ritrova invece nella parola italiana "agnello"[37]).

Sporadici e remoti sono invece i termini di origine greca, peraltro non tutti pervenuti contemporaneamente: la fonologia consente infatti di distinguere tra parole greco-antiche (ad esempio "cìcino" che significa "orcio", nonostante che derivi dalla stessa radice del termine italiano "cigno", in greco kŷknos) e parole greco-bizantine (ad esempio "chìchilo" che significa "fusillo elicoidale", dalla cui radice greca kŷklos è stata poi coniata la parola italiana moderna "ciclo")[34]. In effetti alla fine del secolo IX i Bizantini, partiti dalla Puglia, erano riusciti a occupare Benevento che poi tennero per diversi anni[38]; dovette essere proprio allora che si affermò il toponimo "Sant'Eleuterio", chiaramente bizantino e sinonimo di "San Liberatore" (toponimo anch`esso ma appioppato a tutt'altra parte dell'agro comunale).[9]

Esempio di sinonimia etimologica nell'ambito della toponomastica: contrada San Liberatore (in alto) e contrada Sant'Eleuterio (in basso); le due località distano circa 15 km l'una dall'altra.

Non manca qualche termine derivato dall'arabo (una lingua semitica, dunque non indoeuropea) pervenuto attraverso le incursioni dei Saraceni provenienti soprattutto dall'insediamento musulmano di Lucera; ad esempio "taùto" che vuol dire "bara" (dall'arabo tabút) oppure "zirro" che significa "barile per olio" (dall'arabo zir).[26][35]

Frequenti invece le parole germaniche, apportate dapprima dagli Ostrogoti e poi anche dai Longobardi; un esempio significativo è rappresentato da "La Wardia" (="la Guardia", dal gotico Vardia[39]), nome del più antico quartiere cittadino situato proprio ai piedi del Castello; un altro toponimo è costituito da "Gaudiciello"[36], derivante dalla parola longobarda waud avente il significato di "bosco"[40] con l'aggiunta però di un diminutivo tipicamente latino (dunque Gaudiciello = "boschetto"). Rare e posteriori invece le parole di origine anglosassone, come "fenza" (="recinzione"), dall'inglese (the) fence, risalente a sua volta al latino defensa (="difesa") attraverso il francese défence[41][42].

Sono presenti inoltre molte influenze dirette della lingua francese, compresi diversi vocaboli come ad esempio "ciambata" ("calcio", da jambe che a sua volta deriva dal latino gamba) o "sciarabballo" ("calesse", da char-à-bancs ossia "carro a banchi")[43]. Notevole è stato poi l'influsso spagnolo, che si può riscontrare non solo in alcune strutture sintattiche, quali l'uso del verbo "stà" (=stare) che ricalca quello di estar[22], ma anche nel lessico. Sono comuni, infatti, termini come "rubbricà" (=seppellire, dal verbo lobregar a sua volta risalente al termine latino lugubris) oppure "abbushcà", che può significare secondo i casi “guadagnare” o “prendere schiaffi” e che deriva dallo spagnolo buscar.[44]

Si sarà notato come la parola "abbushcà" mostri un'inflessione fonetica chiaramente napoletana. In effetti quasi tutte le parole derivate da idiomi stranieri sono pervenute non direttamente dalle rispettive lingue madri, ma per tramite di altre parlate regionali di più alto rango, soprattutto il napoletano, ma anche il beneventano, il capuano e il salernitano[20] (Ariano è stata soggetta per tre secoli al Ducato di Benevento e per ben cinque secoli al Regno di Napoli, tuttavia in una fase intermedia si imposero anche i Principati di Capua e Salerno).

Del resto le stesse considerazioni valgono anche per i termini latini pervenuti a posteriori: si noti ad esempio la differenza tra "scopa" nel significato di "arnese per spazzare" e "shcopa" nel senso di "gioco di carte", il quale ultimo mostra nella fonetica la chiara derivazione napoletana[35]. Tuttavia, nei periodi storici caratterizzati da maggiore accentramento (e in particolare all'epoca della dominazione normanna[45]), è anche accaduto che talune parole penetrassero nel dialetto arianese direttamente dalla lingua d'origine; è il caso di "pàccio" (="pazzo") che deriva non dal salernitano pazzë (che è invece all'origine della parola italiana "pazzo"), ma direttamente dall'antico-francese page ossia "paggio" (i paggi avevano una pessima nomea, da cui il detto "être effronté comme un page")[43]. Diverso è invece il caso di "pazzià" (=scherzare) che deriva, questo sì, dalla parlata napoletana.[35]

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, il dialetto è stato poi contaminato (ma al tempo stesso arricchito) da moltissime parole di origine italiana, le quali comunque sono anch'esse banalmente distinguibili da quelle derivate direttamente dal latino (ad es. "lu cerchio", che significa "il cerchione", rispetto a "lu circhio" che invece significa "il cerchio"). D'altra parte vi è anche un influsso inverso, ossia del dialetto sull'italiano parlato localmente, il quale pertanto mostra caratteri differenziati rispetto all'italiano standard.

Numerisissimi sono infine i termini dialettali caduti in disuso nel corso dei secoli; di alcuni di essi rimangono tracce nella toponomastica (ad esempio Monte de l'Asino, unica sopravvivenza vernacolare della parola "asino"), nei cognomi (ad esempio Franza, ossia "Francia", dal faetano Fransa), negli scritti antichi; notevole tra questi ultimi è l'esempio di quatraro (="ragazzo") attestato da Dante Alighieri[46] di cui, come già si è detto, si conserva la sola forma femminile[47].

Proverbi[modifica | modifica wikitesto]

"Si tutti l'auciélli canuscèssro lu ggrano, a la Puglia nun si mitesse" (="Se tutti gli uccelli conoscessero il frumento, nemmeno in Puglia si potrebbe mietere") è un antico detto contadino sotto forma di periodo ipotetico dell'irrealtà. La morale della massima è un invito a non sopravvalutare le capacità dei propri avversari.

Il vasto patrimonio di proverbi dialettali costituisce un significativo retaggio della cultura popolare, di matrice essenzialmente contadina e ricca di tradizione (il villaggio agro-pastorale de La Starza, il più antico della Campania[48], risale al neolitico medio), ma povera di risorse materiali (Da rint'a nu vosco nun s'acchia na frasca = "Dal sottobosco non si colgono fronde") e soggetta alle stravaganze della natura (L'èriva ca nun vuó, a l'uortu nasce = "L'erbaccia che non gradisci, spunta proprio nel tuo orto") e ai capricci del clima (Natale cu lu sole, Pasqua cu lu cippone = "Se a Natale fa caldo, a Pasqua farà freddo"). Al riguardo, la cronica carenza di vestiario adeguato, legna da ardere e scorte di viveri (Saccu vacante, nun si manténe mpalato = "Quando il sacco è vuoto non si regge in piedi") rendeva assai difficile affrontare la stagione invernale (Roppu Natale, fridd'e ffame = "Dopo il Natale soggiungono il freddo e la fame"); in particolare, erano temute le ondate di freddo, specie se precoci (Aùsto, capu di viérno = "Agosto è l'inizio dell'inverno") o tardive, queste ultime peraltro assai deleterie anche per l'agricoltura (Tannu la virnata è sciuta fóre, quann'éia Santu Libbratore = "Allora l'inverno è davvero finito, quando è la ricorrenza di San Liberatore", ovvero il 15 Maggio). Viceversa, nonostante l'intenso lavoro manuale (La zappa téne la pónta d'óro = "La zappa ha la lama d'oro", ossia pesante ma preziosa), le fasi di calura erano tollerate senza patemi e anzi il soleggiamento era considerato benefico sotto ogni aspetto (Andó trase lu sole, nun trase lu miérico = "Dove penetra il sole, non entra il medico"). D'altra parte le condizioni meteorologiche influivano direttamente sullo svolgimento della giornata lavorativa, che poteva essere preclusa dalla pioggia (Quannu lu tiempu chiove, statti rint'e nun ti move = "Quando c'è la pioggia, resta dentro e non muoverti"), ma non dalla bruma (Negli'a la matina, accónzit'e ccammina = "Nebbia al mattino, preparati e vai al lavoro").[49][50]

Tuttavia, più ancora degli eccessi climatici, ad incutere davvero paura erano le possibili carestie, le quali a loro volta potevano essere foriere di conflitti (La fame caccia lu lupo da lu vosco = "La fame induce il lupo a uscir dal bosco") specialmente quando le disparità sociali erano troppo marcate (Lu sazzio nun crér'a lu rijùno = "Chi è già sazio non crede a chi è digiuno"). Non essendo concepibile affrontare una fase critica contando sul supporto degli amici (Li megli'amici li ttiéni nda la sacca = "I migliori amici sono i soldi che hai in tasca") né sull'acquisto di merce a buon mercato (Lu sparagno nun porta waragno = "Il risparmio non si tramuta in un guadagno"), si tentava piuttosto di accumulare provviste nei periodi di abbondanza (Stipa ca truóvi = "Metti da parte se vorrai trovare") per poi evitare ogni forma di sperpero (Quannu staj la ràscia, mitti la chiàv'a la càscia = "Quando c'è abbondanza, chiudi a chiave la credenza"); fondamentale era anche la prevenzione dei furti (Chi si warda li puórci suj, nunn'éia chiamato purcaro = "Chi sorveglia i propri maiali, non è considerato un porcaio") per mezzo di un cauto riserbo nei confronti degli estranei (Chi ti sape, ti rapre = "Chi troppo ti conosce, accede alle tue ricchezze") e con l'ausilio di sistemi di difesa passiva predisposti per tempo, prima che fosse troppo tardi (Ropp'arrubbato, li pporte di fierro = "Dopo il furto, le porte blindate"). Regole ferree imponevano inoltre l'equa distribuzione del lavoro (Nu póc'a ppiruno nun sap'a ffort'a nnisciuno = "Un pò per ciascuno non dispiace a nessuno") e delle poche risorse disponibili (Chi mangia sulo, si strafóca = "Chi mangia da solo finisce per strozzarsi"). I pochi ricchi erano comprensibilmente invidiati per i loro facili sperperi (Andó staj la munnezza, staj la ricchezza = "Dove c'è immondizia, c'è ricchezza"), così come i potenti di turno erano temuti per le loro angherie (Só ccangiati li sunaturi, ma la musica éia sempe la stessa = "Cambiano gli orchestranti, ma la musica è sempre la stessa"); del resto le classi più indigenti, pur essendo al riparo da qualsiasi rischio di confisca o esazione fiscale (Tre só li putiénti: lu papa, lu rré e chi nun téne niénte = "Tre sono i potenti: il papa, il re e i nullatenenti"), rimanevano pur sempre le più vulnerabili ai soprusi (Lu cane mózzic'a lu strazzato = "Il cane morde proprio gli straccioni").[49][50]

Frequenti erano poi i dissapori all'interno delle famiglie, con i genitori che accusavano i figli di sprecare troppe risorse (Crisci figli, crisci puorci = "Allevare figli equivale ad allevare maiali"), senza peraltro ricevere ricompensa alcuna per tutto l'affetto dimostrato (La figlia mupa la capisce la mamma = "La fanciulla taciturna è ben compresa da sua madre") e per i tanti sacrifici patiti (Nu patr'e na mamma càmpan'a cciéntu figli, ciéntu figli nun càmpan'a nu patr`e na mamma = "Un padre e una madre accudiscono cento figli, mentre cento figli non riescono ad accudire un padre e una madre"); d'altro canto i modelli educativi erano improntati alla massima severità (Mazz'e ppanelle fanno li figli belli = "Pane e bastonate rendono i figli disciplinati"), così come la struttura patriarcale della famiglia e la stessa configurazione gerarchica della società erano ritenute imprescindibili (Andó tanta walli càntano, nun faci mai juorno = "Laddove ci son troppi galli a cantare non si fa mai giorno"). Proverbiali erano anche i dissidi nell'ambito del vicinato (Megli`a ttiné nu mal'amico, ca nu malu vicino = "Meglio avere un cattivo amico che un cattivo vicino di casa"), sebbene il ricorso alla violenza fosse vivamente deprecato (Chi vóle la morte di l'ati, la sója staj addrét'a la porta = "Chi desidera la morte altrui ha la sua dietro l'angolo"). Nei rapporti interpersonali era invece ritenuta assai efficace la forza di volontà (Chi téne faccia tosta si mmarita, e cchi no rumane vecchia zita = "Chi ha faccia tosta si marita, chi non ce l'ha rimane zitella"), che per di più doveva essere espressa direttamente e non per interposta persona (Chi vóle vaje e chi nun vóle manna = "Chi vuole va di persona, chi non vuole manda altri"), ma senza troppo affrettarsi (Mal'a cchi si ferma nta la prima taverna = "Mai alloggiare nella prima taverna"), senza tentare scorciatoie improbabili (Allonga la vija e vatténn'a ccàsita = "Allunga pure la strada ma torna sicuro a casa") e senza rincorrere desideri irrealizzabili (A cchiange lu muórto só llàcrime perse = "Piangere per i defunti è solo uno spreco di lacrime"). Infine, proprio in virtù della caducità dell'esistenza terrena (La vita éia n'affacciata di finesta = "La vita è fugace come uno sguardo dalla finestra"), ci si aspettava che una volta intrapreso un determinato percorso di vita lo si portasse a termine senza ripensamenti (Chi lassa la via vecchia pi la nóva, sape quero ca lassa ma nun sape quero ca tróva = Chi abbandona la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova") anche dinanzi alle prevedibili difficoltà (Li rróse càruno e li spine rumànuno = "Le rose sfioriscono ma le spine persistono").[49][50]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Aniello Russo, Grammatica del dialetto irpino, Avellino, International Printing Editore, 2004
  2. ^ Dialetto arianese: fra i più importanti d'Italia, su Ropi.
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  4. ^ a b Portale della cultura arianese, su Cultura Ariano (archiviato il 1º novembre 2018).
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  6. ^ Mappa delle lingue e dei dialetti parlati in Campania, su Napoli Today. URL consultato il 1º novembre 2018 (archiviato il 1º novembre 2018).
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  8. ^ Centro europeo di studi normanni, Gli statuti di Ariano, a cura di Gianfranco Stanco, Grottaminarda, 2012.
  9. ^ a b c Nicola Flammia, Storia della città di Ariano, Ariano Irpino, Tipografia Marino, 1893.
  10. ^ Variazioni amministrative dall'Unità d'Italia, su Elesh.
  11. ^ Francesco Antonio Vitale, Memorie istoriche degli uomini illustri della regia città di Ariano, Roma, 1788.
  12. ^ Interpretabile anche come esito di frangimento vocalico; si veda: Società di linguistica italiana, Dati empirici e teorie linguistiche, Bulzoni, 2001, p. 268, ISBN 978-88-8319-609-6.
  13. ^ Nicolino Polcino, Dizionario del dialetto - Tra l'ubere chioma della Dormiente del Sannio e il bacino del Basso Calore, Ariano Irpino, 1992.
  14. ^ Alessandro Bitonti, Luoghi, lingue, contatto - Italiano, dialetti e francoprovenzale in Puglia, 2012, ISBN 978-88-8086-982-5.
  15. ^ Archeoclub d'Italia (sede di Casalbore), Progetto itinerari turistici Campania interna - La Valle del Miscano, Regione Campania (Centro di Servizi Culturali - Ariano Irpino), Avellino, 1995.
  16. ^ Statuto comunale, su Comune di Ariano Irpino., art. 2, commi 2 e 3.
  17. ^ Comuni campani per superficie, su Tuttitalia.
  18. ^ Nicola Di Gruttola, Lu llorgio di tatone, Lioni, Melito, 1982.
  19. ^ Associazione circoli culturali - Ariano Irpino, "Poeti a la scuria e... poeti alluttrinati" - La satira politica ad Ariano dal 1889 al 1989, a cura di Ottaviano D'Antuono e Raffaele Guardabascio, Lioni, Poligrafica irpina, 1989.
  20. ^ a b c d e f g Francesco Avolio, Dialetti meridionali, in Raffaele Simone (a cura di), Enciclopedia dell'Italiano, Roma, Treccani, 2011, pp. 873-878, ISBN 978-88-12-00048-7.
  21. ^ (EN) Luigi Andriani, The modal value of '"ancora/angórë in Barese and northern Apulian varieties (PDF), in Cambridge occasional papers in Linguistics, Università di Cambridge, ISSN 2050-5949 (WC · ACNP).
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  23. ^ Giovan Battista Pellegrini, XLV, in Osservazioni di sociolinguistica italiana, Italia dialettale, Roma, 1982, pp. 1-36.
  24. ^ Cicerone, VI, 1, 1, in Epistulae ad Atticum.
  25. ^ Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, p. 257.
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  28. ^ Alessia Mignone, Francesismi nel dialetto napoletano, a cura di Marcello Marinucci, Trieste, 2005.
  29. ^ Autori vari, I Dauni-Irpini - la mia gente - la mia terra, Napoli, Generoso Procaccini Editore, 1990.
  30. ^ a b Luigi Castiglioni e Scevola Mariotti, Vocabolario della Lingua Latina, Torino, 1966.
  31. ^ Tommaso Vitale, Storia della Regia città di Ariano e sua Diocesi, Roma, Salomoni, 1794.
  32. ^ Pescocostanzo, su Abruzzo Vivo.
  33. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis Historia (3, 103).
  34. ^ a b Ricerca, su Garzanti Linguistica.
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  36. ^ a b Nicola D'Antuono, Locorum nomina - Ariano et contorni - Cenni di toponomastica rurale, Ariano Irpino, 2002.
  37. ^ La mancata assimilazione del gruppo consinantico g-n è attestata anche in altri dialetti meridionali; si consideri ad esempio la forma «àvunu» (="agnello") della Calabria settentrionale. Giovanni Alessio, I dialetti della Calabria, 1963-1964, p. 48.
  38. ^ Firenze University Press, Vivere "secundum Langobardorum legem" ad Ariano Irpino tra X e XII secolo, a cura di Paola Massa.
  39. ^ Guardia, su Etimo.
  40. ^ Toponimi, su Enciclopedia Treccani.
  41. ^ Mario Sicuranza, Prima Lingua - Piccolo Dizionario del Dialetto Arianese, Foggia, 1988.
  42. ^ Dizionari dei linguaggi della Campania, su Istituto linguistico campano (archiviato il 30 dicembre 2018).
  43. ^ a b Raoul Boch, Dizionario Francese-Italiano/Italiano-Francese, 2ª ed., Zanichelli editore, 1988.
  44. ^ Enrico.Miglioli, Dizionario Spagnolo-Italiano/Italiano-Spagnolo, Giunti Editore.
  45. ^ Ripercussioni linguistiche della dominazione normanna nel nostro Mezzogiorno, in Archivio Storico Pugliese, 12ª ed., 1959, pp. 197-232.
  46. ^ «Apuli quoque, vel a sui acerbitate, vel finitimorum suorum contiguitate, qui Romani et Marchiani sunt, turpiter barbarizant. Dicunt enim Volzera che chiangesse lo quatraro». Dante Alighieri, I, XII 7-8, in De vulgari eloquentia.
  47. ^ Scuola normale superiore, L'Italia dialettale, vol. 40, Pisa, Arti grafiche Pacini-Mariotti, 1977, p. 154.
  48. ^ L'abitato neolitico de La Starza, su Archemail (archiviato dall'url originale il 19 settembre 2015).
  49. ^ a b c Tonino Alterio, Raccolta di Proverbi Arianesi, Ariano Irpino, 1981.
  50. ^ a b c Tradizione orale arianese, su Proverbi Arianesi (archiviato il 31 dicembre 2018).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]