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Lingua napoletana

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Napoletano
Napulitan
Parlato inItalia Italia
Bandera de Nápoles - Trastámara.svg Regno di Napoli
RegioniAbruzzo Abruzzo
Basilicata Basilicata
Calabria Calabria
Campania Campania
Lazio Lazio
Marche Marche
Molise Molise
Puglia Puglia
Umbria Umbria[1]
Locutori
Totale5 700 000 (2002)[2] - 7 500 000[3]
Altre informazioni
Scritturaalfabeto latino
Tiporegionale
Tassonomia
FilogenesiIndoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-occidentali
    Italo-dalmate
     Italo-romanze
      Napoletano
Statuto ufficiale
Ufficiale inItalia Italia
Codici di classificazione
ISO 639-2nap
ISO 639-3nap (EN)
Glottologneap1235 (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1
Tutte ll'uommene nascene libbere e cu eguale dignità e deritte; tenene raggione e cuscienza e hann'a uperà ll'uno cu ll'ate cu nu spirite 'e fratellanza.
Neapolitan languages-it.svg

La lingua napoletana è un idioma romanzo attestato fin dal medioevo nei territori dell'Italia meridionale. La classificazione ISO 639-3 individua tale lingua attraverso il codice nap definito napoletano-calabrese da Ethnologue[4]. Inoltre nell'Atlante delle lingue del mondo vulnerabili dell'UNESCO[5] sono riportate tutte le sue denominazioni.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Nell'alto medioevo la lingua era definita volgare pugliese[6], con probabile derivazione dal ducato di Puglia e Calabria che in epoca normanna gravitava su Salerno. Tuttavia a partire dal XII secolo la lingua napoletana ebbe quale centro propulsore la città di Napoli (capitale dell'omonimo Regno fino al XIX secolo), pur senza fregiarsi dello status di lingua ufficiale. Ad ogni modo la lingua napoletana si caratterizza principalmente per il suo prestigio storico-letterario e non deve essere confusa con il moderno dialetto napoletano, parlato in un'area assai più ristretta (corrispondente grosso modo all'attuale città metropolitana di Napoli), né tantomeno con gli altri dialetti meridionali, diffusi in epoca contemporanea su di un territorio più ampio e non del tutto coincidente con quello dell'antico Regno di Napoli.

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Placiti cassinesi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Placiti cassinesi.

«Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.»

(Capua, marzo 960)

«Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette.»

(Sessa, marzo 963)
Evangelizzazione dei cassinati per opera di San Benedetto

«Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset parte sancte Marie.»

(Teano, ottobre 963)

«Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le possette parte sancte Marie.»

(Teano, ottobre 963)

Montecassino[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Montecassino.

Alle esperienze letterarie dell'Italia meridionale furono sensibili i monaci di Montecassino, centro di un'importante comunità di intellettuali nel Medioevo italiano. L'interesse letterario dei cassinensi, indirizzato prevalentemente a rafforzare l'esperienza della fede e della conoscenza di Dio, fu sollecitato da sempre secondo l'insegnamento lasciato da San Benedetto nella regola da lui redatta. Risalgono all'XI e al XII secolo dei manoscritti in volgare, di cui restano pochi frammenti, conservati nella biblioteca del monastero. È possibile distinguere in questa produzione una varietà di genere e stile insolita rispetto al contesto napolitano, che fu eguagliata solo con poeti toscani del XIII-XIV secolo e i successivi, tra cui Dante, in cui un complesso simbolismo religioso è sostenuto da gradevoli forme liriche, in Eo, sinjuri, s'eo fabello, o anzi in rime di gran pregio stilistico riesce a trapassare un realismo, di chiara ispirazione cristiana, che nella poesia medievale, ma anche nei classici, raramente fu espresso[7][8]:

(NAP)

«...te portai nullu meu ventre
quando te beio [mo]ro presente
nillu teu regnu agi me a mmente.»

(IT)

«[me che] nel mio ventre ti portai
perciò così ti vedo e muoio
or Tu ricordami nel tuo Regno»

(«Il pianto della Vergine Maria»[9])

La «scuola siciliana»[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Scuola siciliana.

Le opere prodotte da un gruppo di poeti del Mezzogiorno, nel XIII secolo, rappresentano l'inizio della letteratura volgare italiana. I loro testi sono assemblati per le tematiche simili, nonché per il sublime lirismo che li caratterizza, e vengono definiti espressione di una corrente letteraria detta «scuola siciliana». Sono le poesie di Giacomo da Lentini, Rinaldo d'Aquino, Pier della Vigna, Giacomino Pugliese e Guido delle Colonne. Dalla Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis però, che inizia con un'analisi sulla produzione degli scrittori federiciani, costoro sono trattati come il prodotto di un terreno artistico italiano uniforme su cui sarebbe maturata poi la letteratura italiana vera e propria. Inoltre, tanto coloro che adottarono il volgare pugliese quanto quelli che adottarono il volgare siciliano sono chiamati siciliani, perché con tale accezione si connotavano nel duecento, secondo il De Sanctis, coloro che provenivano dal Regno di Sicilia.

Federico ritratto con il falco (dal De arte venandi cum avibus).

«Per la vertute de la calamita
como lo ferro at[i]ra no si vede,
ma sì lo tira signorevolmente;

e questa cosa a credere mi 'nvita
ch'amore sia; e dàmi grande fede
che tuttor sia creduto fra la gente»

(Pier della Vigna)

I siciliani costituirono un'importante svolta poetica rispetto alla tradizione provenzale, a cui si ispirarono, per aver sublimato ulteriormente le strutture simboliche dei trobadori, estraniando le tematiche cortesi dai motivi politici e religiosi che invece colorivano la poesia occitana. I toscani però, che spesso copiarono i modelli siciliani, poterono evolvere ulteriormente l'esperienza meridionale, privilegiati dalla familiarità con la realtà cittadina e comunale, dove l'identità culturale era fortemente condizionata dall'appartenenza a fazioni politiche o dalla connivenza con corporazioni economiche: così la poesia italiana si arricchì di tutte le innovazioni tematiche e spirituali proprie dei primi ambienti borghesi. D'altra parte la poesia meridionale finì con il cristallizzarsi entro alcuni stereotipi, perché i letterati del Regno di Sicilia erano fortemente condizionati dal sistema centralista e burocratico dello stato unitario, secondo la critica idealista.

Più recentemente alcuni autori[10][11] stanno mettendo in luce differenze specifiche, rifiutando di considerare lo «stilnovismo» come l'esito o un superamento della poesia meridionale: i rimatori in volgare pugliese sarebbero infatti ispirati da una weltanschauung diversa da quella degli artisti toscani, dei liberi comuni, e non riducibile ad una sorta di fase primitiva della poetica toscana, caratterizzata principalmente da tematiche cortigiane interpretate secondo i modelli culturali ghibellini, come l'idea di un'unità della Chiesa, indipendente dalle nazionalità, che sostiene l'unità dell'impero; come la propaganda per la centralità del potere laico, da cui deve dipendere quello religioso, le politiche sociali e finanziarie; come la volgarizzazione del progetto di ricostruzione di un unico stato cristiano sotto un diritto e un sovrano comune; così coloro che scrissero in siciliano invece fecero propria la tradizione popolare della Sicilia che esprimeva in contrasti amorosi le continue lotte fra fazioni e gruppi politici che per secoli hanno spaccato l'isola, ora araba, ora normanna, ora ortodossa, ora cattolica, con il trionfo finale della civiltà e della tradizione locale contro usurai, feudatari e latifondisti.

L'età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giulio Cesare Cortese.
Illustrazione di un'edizione della fiaba di Cenerentola del XIX secolo. Ne Lo cunto de li cunti esiste la prima trascrizione della favola della letteratura occidentale

Il più celebre poeta in lingua napoletana dell'età moderna è Giulio Cesare Cortese. Egli è molto importante per la letteratura dialettale e barocca, in quanto, con Basile, pone le basi per la dignità letteraria ed artistica della lingua napoletana moderna. Di costui si ricorda la Vaiasseide, un'opera eroicomica in cinque canti, dove il metro lirico e la tematica eroica sono abbassati a quello che è il livello effettivo delle protagoniste: un gruppo di vaiasse, donne popolane napoletane, che s'esprimono in lingua. È scritto comico e trasgressivo, dove molta importanza ha la partecipazione corale della plebe ai meccanismi dell'azione.

Prosa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giambattista Basile.

La prosa in volgare napoletana diviene celebre grazie a Giambattista Basile, vissuto nella prima metà del Seicento. Basile è autore di un'opera famosa come Lo Cunto de li Cunti, ovvero lo trattenimiento de le piccerille, tradotta in italiano da Benedetto Croce, che ha regalato al mondo la realtà popolare e fantasiosa delle fiabe, inaugurando una tradizione ben ripresa da Perrault e dai fratelli Grimm. Altre prose sono alcune volgarizzazioni della regola di San Benedetto, attuata nel monastero di Montecassino nel XIII e nel XIV secolo e alcuni mea culpa o confessioni rituali scritte dai monaci cassinati per permettere la comprensione dei sacramenti cattolici anche a chi non conosceva la lingua latina.[12]

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dialetto napoletano.

Negli ultimi tre secoli è sorta una fiorente letteratura in napoletano, in settori anche diversi tra loro, che in alcuni casi è giunta anche a punte di alto livello, come ad esempio nelle opere di Salvatore di Giacomo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo, Eduardo Scarpetta, Eduardo de Filippo, Antonio De Curtis.

Sarebbero inoltre da menzionare nel corpo letterario anche le canzoni napoletane, eredi di una lunga tradizione musicale, caratterizzate da grande lirismo e melodicità, i cui pezzi più famosi (come, ad esempio, 'O sole mio) sono noti in diverse zone del mondo. Esiste inoltre un fitto repertorio di canti popolari alcuni dei quali sono oggi considerati dei classici.

Va infine aggiunto che a cavallo del XVII e XVIII secolo, nel periodo di maggior fulgore della cosiddetta scuola musicale napoletana, questa lingua sia stata utilizzata per la produzione di interi libretti di opere liriche, come Lo frate 'nnammurato del Pergolesi hanno avuto una diffusione ben al di fuori dei confini partenopei.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Unesco: South Italian, su unesco.org. URL consultato il 25 febbraio 2019.
  2. ^ Ethnologue: Napoletano-Calabrese, su ethnologue.com. URL consultato il 25 febbraio 2019.
  3. ^ Unesco: South Italian, su unesco.org. URL consultato il 25 febbraio 2019.
  4. ^ Napoletano-Calabrese, su ethnologue.com. URL consultato il 14 dicembre 2014.
  5. ^ South Italian, su unesco.org. URL consultato il 14 dicembre 2014.
  6. ^ La nascita del dialetto / idioma napoletano, su Il portale del Sud.
  7. ^ Inguanez M., Un dramma della Passione del secolo XII, Miscellanea Cassinense 18, Montecassino 1939, p. 42.
  8. ^ Contini G. (a cura di), Poeti del Duecento, I, Milano-Napoli 1960, pp. 9-13.
  9. ^ Si tratta di un testo poetico molto diffuso nella tradizione popolare italiana del Medioevo, che però solo nell'ambiente cassinate sembra esser stato raffinato con uno studio metrico e poetico. Vedi anche Sticca S., Il Planctus Mariae nella tradizione drammatica dell'alto medioevo.
  10. ^ De Barholomaeis
  11. ^ Bertolucci-Pizzorusso
  12. ^ Rabanus

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]