Scuola musicale napoletana

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«Napoli è la capitale musicale d'Europa, che vale a dire, del mondo intero»

(Charles de Brosses, Lettres familières écrites d’Italie en 1739 et 1740)

Il termine Scuola musicale napoletana o Opera napoletana identifica una specifica scuola di musica sviluppatasi a Napoli a partire dal XVIII secolo, la cui tradizione didattica perdurò ancora fino al primo Novecento.

La fama della scuola napoletana è legata allo sviluppo dell'opera a partire dagli anni Venti del XVIII secolo, quando lo stile dei suoi maggiori esponenti andò rapidamente affermandosi sulle scene italiane ed europee. Tale affermazione fu resa possibile anche grazie a un sistema di istituzioni, denominate conservatòri, originariamente nati come istituti di ricovero di minori orfani, abbandonati o poveri, che garantivano ai ragazzi una formazione musicale di livello professionale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I conservatori[modifica | modifica wikitesto]

Inizialmente i conservatori avevano lo scopo di accogliere i bambini orfani e/o poveri non solo della città di Napoli ma di tutto il regno. Successivamente, al finire del secolo XVII, tra le materie insegnate fu introdotta anche la musica e ci si accorse ben presto che grazie alla possibilità di avere qualificati insegnanti del calibro di Francesco Durante, si riuscirono ad ottenere risultati di qualità, che permettavano ai giovani, una volta usciti, di intraprendere una carriera, come cantanti, strumentisti e compositori, o almeno di trovare un lavoro come musicisti.

La storia della scuola napoletana ruota a quattro conservatori fondati nella seconda metà del XVI secolo e che assunsero poi dalla seconda metà del XVII secolo un ruolo fondamentale per la vita musicale della città. In ordine cronologico di fondazione, i conservatori sono:

Gli insegnamenti impartiti erano canto (essenzialmente quello ecclesiastico) composizione, violino, clavicembalo, arpa, corno ecc. I primi studenti erano gli orfani presi dalle strade napoletane. Successivamente, raggiunta una certa fama e prestigio, divennero delle vere e proprie scuole di musica con l'ammissione anche di studenti esterni provenienti dai ceti non poveri, dietro pagamento di una retta. Tra gli insegnanti più noti dei conservatori napoletani si ricorda, oltre al già citato Francesco Durante, Gaetano Greco, che ebbe tra i propri allievi Giuseppe Porsile, Nicola Porpora e Leonardo Vinci Alla scuola di Durante si formarono invece alcuni tra i più importanti compositori del periodo successivo, quali Niccolò Jommelli, Tommaso Traetta, Niccolò Piccinni, Giovanni Paisiello, Pietro Alessandro Guglielmi e Antonio Sacchini. Giovanni Battista Pergolesi fu sia allievo di Greco (e di Leonardo Vinci), prima, sia poi di Durante.

L'opera a Napoli nel Sei e Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Le prime rappresentazioni d'opera a Napoli risalgono alla metà del Seicento: a parte il caso de La Galatea di Loreto Vittori, andata in scena al Palazzo Spinelli di Cariati di nel 1644, la regolare produzione di spettacoli operistici fu avviata dalle compagnie itineranti di musicisti, dette dei "Febi armonici", che avevano in repertorio le opere di maggior successo date nei teatri di Venezia, come Didone (1650), Egisto (1651), Giasone (1651) di Francesco Cavalli, Il Nerone (1651), più nota col titolo originario L'incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi, e La finta pazza di Francesco Sacrati. Dal 1654 queste compagnie, grazie a una sovvenzione quasi sempre offerta dal viceré in carica, poterono allestire delle opere al San Bartolomeo, un teatro solitamente utilizzato per le commedie recitate, che tra alterne fortune e un incendio nel 1681, rimase il principale spazio per le rappresentazioni d'opera della città di Napoli fino al 1737, quando fu inuaugurato il teatro San Carlo. Il repertorio del teatro San Bartolomeo, fino agli anni Ottanta del Seicento, fu costituito prevalentemente da riprese di opere veneziane di Francesco Cavalli o di altri compositori non napoletani. Solo nel 1655 fu messa in scena la prima opera di un compositore locale, La fedeltà trionfante di Giuseppe Alfiero, e nel 1658 vi fu rappresentato Theseo di Francesco Provenzale, compositore napoletano, attivo come maestro di cappella in varie chiese e insegnante al conservatorio della Pietà dei Turchini.
Per elevare il livello delle rappresentazioni teatrali a Napoli, i viceré offrirono il posto di maestro di cappella della ceppella reale ad affermati compositori provenienti dai maggiori centri di produzione operistica, quali il veneziano Pietro Andrea Ziani nel 1680, e Alessandro Scarlatti nel 1683. Benché nato a Palermo, quest'ultimo si era formato a Roma, dove era arrivato ancora dodicenne; qui aveva poi avviato una rapida quanto brillante carriera a partire dal 1678. A Napoli Scarlatti, chiamato dal viceré marchese del Carpio, già ambasciatore spagnolo a Roma, visse in due distinti periodi: dalla fine del 1683 al 1702, e dal 1709 al 1725, quando morì. Fu senza dubbio l'operista più affermato del suo tempo: le numerosissime sue opere gli vennero commissionate per i teatri pubblici e privati delle principali città italiane: Roma, Firenze, Venezia, Napoli, ma circolarono anche nelle stagioni teatrali di altri centri. La sua vastissima produzione teatrale (delle oltre cento opere che compose, se ne conoscono circa 70, composte tra il 1679 e il 1721), abbraccia quasi tutti i generi praticati al tempo: dramma, commedia, pastorale, dramma sacro ecc. Scarlatti fu tra i primi a utilizzare particolari soluzioni drammaturgico-musicali, come la sinfonia d'apertura in forma tripartita, il recitativo accompagnato dall'orchestra invece che dai soli strumenti del basso continuo; i concertati a fine d'atto, che divennero abituali nel Settecento, anche se non può esserne definito l'inventore.
Scarlatti fu maestro della cappella reale di Napoli, ma non ebbe mai incarichi di insegnamento nei conservatori napoletani, né sembra avere avuto veri e propri allievi, ad eccezione del figlio Domenico, e di musicisti non napoletani, come Domenico Zipoli, e i tedeschi Johann Adolph Hasse e Johann Joachim Quantz, i cui fugaci contatti col maestro sono riferiti soltanto da fonti indirette e posteriori di decenni ai fatti. Lo stile operistico di Scarlatti, da taluni giudicato, già ai primi del Settecento, "malinconico", "difficile", "più da stanza [camera] che da teatro",[1] perché particolarmente complesso, fondato essenzialmente sul contrappunto e su uno stretto ed equilibrato rapporto tra musica e testo, fu dunque avvicendato dal nuovo stile che comparve nell'opera italiana dagli anni Venti del Settecento; abbandonata la scrittura contrappuntistica paritaria tra voce e basso continuo, con o senza strumenti concertanti, tipica dell'opera secentesca, il nuovo stile privilegiò una distinzione di compiti tra la parte vocale e l'accompagnamento orchestrale, preferendo una scrittura armonica di ampio respiro e semplificata nelle modulazioni, per dare maggiore risalto ai virtuosismi dei cantanti.[2] Tale stile caratterizza l'opera cosiddetta napoletana, ma non solo essa, del XVIII secolo, che fece di Napoli uno dei principali centri operistici europei, grazie anche alla costruzione nel 1737 del teatro di San Carlo, sulle cui scene vennero rappresentate le opere dei più grandi compositori del XVIII e XIX secolo. Fino ai primi dell'Ottocento, Napoli, con 300.000 abitanti, la più popolosa città della penisola, si impose come uno dei massimi centri operistici europei, divenendo anche sede di importanti scuole musicali. La qualità e la quantità della musica prodotta a Napoli durante nella seconda metà del Settecento è testimoniata anche da una lettera datata 23 febbraio 1778, che Leopold Mozart scrisse al figlio Wolfgang.[3]

«Adesso la questione è solo: dove posso avere più speranza di emergere? forse in Italia, dove solo a Napoli ci sono sicuramente 300 maestri [...] o a Parigi, dove circa due o tre persone scrivono per il teatro e gli altri compositori si possono contare sulle punte delle dita?»

Innovazioni della scuola napoletana nel Settecento: l'opera buffa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Opera buffa.
Frontespizio del libretto de La serva padrona, nell'edizione messa in scena nel 1739 a San Giovanni in Persiceto come intermezzo dell'opera seria L'odio vinto dalla costanza

Tra le più importanti sperimentazioni avviate a Napoli la "commedeja pe' museca", operina comica o sentimentale, in dialetto napoletano. Il primo esempio del genere è La Cilia (1706) di Michelangelo Faggioli, a cui seguirni numerose altre date con regolarità al teatro dei Fiorentini, a partire da Patrò Calienno della Costa, (1709) di Antonio Orefice a Lo frate 'nnamorato (1732) di Pergolesi e Li zite 'ngalera (1722) di Leonardo Vinci. Fa eccezione la commedia Il trionfo dell'onore (1718) di Scarlatti, il cui libretto è in italiano. La commedia per musica, basata su trame amorosi e divertenti, dal lieto fine, con personaggi borghesi e popolari, conobbe dal Settecento un'evoluzione separata e diversificata per luoghi teatrali e cast vocali dal dramma per musica, poi definito opera seria in contrapposizione con l'opera comica. Dalla metà del XVIII secolo, la commedia per musica, trasformata dal grande commediografo Carlo Goldoni in dramma giocoso, caratterizzato da vicende sentimentali, punteggiate da momenti comici, conquistò un successo su scala europea, grazie anche al contributo di compositori napoletani; basterà ricordare capolavori come La Cecchina ossia la buona figliola di Piccinni (1760), Nina di Paisiello (1789), Il matrimonio segreto di Cimarosa (1792), e le grandi opere comiche di Mozart, Le nozze di Figaro, Così fan tutte e Don Giovanni, e, più tardi, di Rossini e Donizetti. Con questi grandi compositori il genere dell'opera buffa raggiungerà l'apice per poi declinare verso la metà del XIX secolo.

Esponenti[modifica | modifica wikitesto]

Per secoli la scuola napoletana attrasse musicisti da tutta Italia ed Europa. Gli importanti conservatori cittadini furono inoltre importanti strumenti di sviluppo della musica operistica locale determinando nei secoli il cambio generazionale che ha potuto permettere alla città di mantenere un livello qualitativo particolarmente elevato per circa quattro secoli.

Tra i napoletani e i campani che più di tutti hanno dato il contributo alla scuola si annoverano Domenico Cimarosa, Domenico Scarlatti, Nicola Porpora, Niccolò Jommelli, Francesco Durante, Francesco Mancini, Francesco Feo, Gennaro Manna, Gian Francesco de Majo, Francesco Araja (che ebbe il merito di portare l'opera italiana in Russia), Davide Perez, Nicola Antonio Zingarelli, Gaetano Andreozzi ed altri meno noti.

Altri grandi compositori non nativi di Napoli e dintorni, ma formatisi nella città sono il marchigiano Giovanni Battista Pergolesi, il ligure Pasquale Anfossi, il maltese Girolamo Abos, i toscani Pietro Alessandro Guglielmi e Antonio Sacchini, l'abruzzese Fedele Fenaroli, il siciliano Andrea Perrucci, il calabrese Leonardo Vinci e i pugliesi Giovanni Paisiello, Niccolò Piccinni, Leonardo Leo, Tommaso Traetta, Domenico Sarro, Nicola Fago, Pasquale Cafaro, Gaetano Latilla e Giacomo Tritto.
Il sistema dell'opera napoletana produsse anche una lunga serie di celebri di castrati, formatisi nei conservatori o presso i maestri della città, che furono tra i più grandi virtuosi nei teatri italiani ed europei. Si ricordano tra i tanti Matteo Sassano, detto Matteuccio, Carlo Broschi, detto Farinelli, che studiò canto con Porpora; Domenico Conti detto Gizziello, Nicolò Grimaldi detto Nicolino, e Gaetano Majorano detto Caffarelli.

Tra i librettisti che operarono nei teatri napoletani invece spicca Metastasio, che a Napoli ebbe l'occasione di scrivere i suoi primi libretti negli anni Venti del XVIII secolo, che in seguito segnarono la storia dell'opera settecentesca. Nel XIX secolo si ricordano Andrea Leone Tottola, che collaborò con Rossini, Donizetti e Mercadante, Salvadore Cammarano, uno dei maggiori del periodo romantico che collaborò con Donizetti e Verdi, e Vincenzo Torelli.

La nascita del Conservatorio di San Pietro a Majella[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1794, il conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo venne soppresso e dalla fine del Settecento i tre conservatori laici furono progressivamente accorpati: nel 1805 il Conservatorio della Pietà dei Turchini fu unito con quello di Santa Maria di Loreto a Capuana - nato dalla precedente fusione di Santa Maria di Loreto e Sant'Onofrio a Capuana nel 1797 - per confluire, nel 1807, prima nel Reale Collegio di Musica, con sede nel convento di San Sebastiano (attuale convitto Vittorio Emanuele II), luogo di studio tra gli altri di Saverio Mercadante e Vincenzo Bellini, e poi nel 1862 presso l'attuale sede, l'ex convento dei Padri Celestini di San Pietro a Majella, oggi Conservatorio statale di musica di San Pietro a Maiella, ultima tappa della politica di accorpamento dei conservatori napoletani. In questa istituzione si formarono altri importanti compositori e operisti, tra cui Francesco Cilea, Ruggero Leoncavallo, Umberto Giordano e Giuseppe Martucci in linea di continuità con la tradizione degli antichi conservatori.

Compositori di scuola napoletana[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I giudizi, per quanto di parte, vennero formulati dal principe Ferdinando de' Medici e dal conte bolognese Francesco Maria Zambeccari, entrambi intenditori d'opera. Cfr. Roberto Pagano - Lino Bianchi, Alessandro Scarlatti, Torino ERI, 1972, p. 205.
  2. ^ Lorenzo Bianconi, Il teatro d'opera in Italia, Bologna, Il mulino, 1993, p. 59.
  3. ^ Pasquale Scialò, Mozart a Napoli, Napoli, Alfredo Guida, 1991, p. 14.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pasquale Scialò (a cura di), Mozart a Napoli, Napoli, Alfredo Guida Editore, 1995, ISBN 88-7188-092-7.
  • Don Michael Randel, The Harvard Dictionary of Music, 4ª ed., Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 2003, ISBN 978-0-674-01163-2.
  • Alberto Basso, Storia della Musica dalle origini al XIX secolo, Torino, UTET, 2006, ISBN 88-02-07267-1.
  • Mario Carrozzo e Cristina Cimagalli, Storia della musica occidentale, Roma, Armando Editore, 2008, ISBN 978-88-6081-106-6.
  • Pierfranco Moliterni, A proposito di Sacre. Paisiello e Napoleone Bonaparte imperatore, in Stella Castellaneta e Francesco Minervini (a cura di), Sacro e/o profano nel teatro fra Rinascimento ed Età dei Lumi, Bari, Cacucci, 2009, ISBN 978-88-8422-840-6.
  • Elvidio Surian, Manuale di storia della musica, vol. 2, 5ª ed., Milano, Rugginenti, 2010 [1988], ISBN 978-88-7665-582-1.
  • Enzo Amato, La musica del Sole, prefazione di Vincenzo De Gregorio, Napoli, Controcorrente Edizioni, 2012, ISBN 978-88-89015-95-7.
  • Michael F. Robinson, L'opera napoletana. Storia e geografia di un'idea musicale settecentesca, ed. it. a cura di Giovanni Morelli, Venezia, Marsilio, 1984.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]