Quattro giornate di Napoli

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Quattro giornate di Napoli
parte della Resistenza italiana nella Seconda guerra mondiale
Quattrogiornate3.jpg
Napoli, distruzioni in città; nell'immagine, le macerie delle abitazioni che si affacciavano su via Nuova Marina, nell'area portuale napoletana.
Data27 - 30 settembre 1943
LuogoNapoli
CausaInsurrezione della popolazione contro l'occupazione nazi-fascista
EsitoVittoria della popolazione civile
Schieramenti
Italia Popolazione di Napoli
Flag of Italy (1860).svg Militari fedeli al Regno del Sud
Germania Germania
Repubblica Sociale Italiana Repubblica Sociale Italiana
Comandanti
Effettivi
circa 30.000[senza fonte]circa 8.000[senza fonte]
Perdite
168 morti
162 feriti
(di cui 75 invalidi permanenti)
54 - 96 morti
140 morti civili
19 morti non identificati
[2]
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«Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana»

(Luigi Longo, Un Popolo alla macchia, Editori Riuniti, Roma, 1974, ISBN 978-88-359-0605-6, pag. 102)

Le quattro giornate di Napoli furono un'insurrezione popolare con la quale, tra il 27 e il 30 settembre 1943 durante la seconda guerra mondiale, la popolazione civile e militari fedeli al Regno del Sud riuscirono a liberare la città di Napoli dall'occupazione delle forze tedesche della Wehrmacht a loro volta appoggiate da gruppi di fascisti locali.[3]

Il moto valse alla città il conferimento della medaglia d'oro al valor militare e consentì alle forze Alleate, al loro ingresso a Napoli il 1º ottobre 1943, di trovare la città già libera dai tedeschi, grazie al coraggio e all'eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati e ridotti allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima tra le grandi città europee a insorgere contro l'occupazione tedesca, per giunta con successo.[4]

Il contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

I bombardamenti sulla città e l'occupazione tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Per tutto il primo quadriennio di guerra (1940-1943) i bombardamenti su Napoli da parte delle forze Alleate erano stati durissimi e avevano causato ingenti perdite in termini di vite umane anche tra la popolazione civile. Si calcola che oltre 25 000 furono le vittime di questi attacchi alla città; solo nel bombardamento del 4 agosto 1943 perirono oltre 3 000 persone; circa 600 morti e 3 000 feriti si ebbero per lo scoppio della nave Caterina Costa nel porto, il 28 marzo 1943.[5][6] Molto gravi anche i danni al patrimonio artistico e culturale: la Basilica di Santa Chiara ad esempio fu semi-distrutta il 4 dicembre 1942.

L'inizio della campagna d'Italia, con lo sbarco Alleato in Sicilia il 9 giugno 1943, la caduta del fascismo il 25 luglio e la successiva avanzata delle forze Alleate nell'Italia meridionale all'inizio di settembre avevano indotto esponenti dell'antifascismo partenopeo tra cui Fausto Nicolini e Adolfo Omodeo a stabilire più stretti contatti coi comandi Alleati, invocando la liberazione della città.

A partire dall'8 settembre, giorno dell'entrata in vigore dell'Armistizio di Cassibile, le forze armate italiane – a Napoli come in tutto il resto del Paese – si trovarono allo sbando per mancanza di ordini dai comandi militari. La situazione, già difficile per i bombardamenti pregressi e per lo squilibrio delle forze in campo (oltre 20 000 tedeschi a fronte di soli 5 000 italiani in tutta la Campania), ben presto si fece caotica dopo la diserzione di molti alti ufficiali, incapaci di assumere iniziative quando addirittura non conniventi con i tedeschi; significativa in tal senso la fuga in abiti borghesi dei generali Riccardo Pentimalli ed Ettore Deltetto, cui era affidata la responsabilità militare della provincia di Napoli: gli ultimi atti di Deltetto furono proprio la consegna della città all'esercito tedesco e la stesura di un manifesto che vietava gli assembramenti, autorizzando i militi a sparare sulla folla in caso di inadempienza. Al vacillare dei vertici seguì lo sbando delle truppe, a loro volta incapaci di difendere la popolazione civile dalle angherie tedesche. Sporadici tentativi di resistenza si ebbero solo alla Caserma Zanzur, alla Caserma dei Carabinieri «Pastrengo» e al 21º Centro di Avvistamento di Castel dell'Ovo.

Primi scontri[modifica | modifica wikitesto]

Sin dai giorni immediatamente seguenti l'armistizio, in città si andarono intensificando gli episodi di intolleranza e resistenza verso i tedeschi e azioni armate – più o meno organizzate[7] – fecero seguito alle manifestazioni studentesche del 1º settembre in piazza del Plebiscito e alle prime assemblee nel Liceo Classico «Sannazaro» al Vomero.

Il 9 settembre, verso le ore 16, in via Foria truppe tedesche tentarono di sequestrare armi lunghe (moschetti mod. 91 e qualche MAB 38) a militari e ad agenti di pubblica sicurezza, alcuni dei quali in abiti civili; gli italiani dapprima fuggirono, quindi al sopraggiungere un autoblindo reagirono con un agguato catturando il mezzo blindato e una ventina di soldati tedeschi; questi, tuttavia, furono liberati poco dopo per ordine del Comando Militare Italiano, e i militari italiani puniti. Il giorno stesso alcuni cittadini si scontrarono con le truppe tedesche al Palazzo dei Telefoni, mettendole in fuga, e in via Santa Brigida; quest'ultimo episodio vide coinvolto un carabiniere costretto a sparare per difendere un negozio dal tentato saccheggio da parte di alcuni soldati.

Il 10 settembre, tra piazza del Plebiscito e i giardini del Molosiglio, avvenne il primo scontro cruento nel quale i militari italiani e alcuni cittadini napoletani riuscirono a impedire il transito di alcuni automezzi tedeschi; nei combattimenti perirono tre marinai e tre soldati tedeschi. Gli occupanti ottennero la liberazione di alcuni uomini fatti prigionieri dagli insorti, anche grazie a un ufficiale italiano che intimò ai suoi compatrioti la riconsegna degli ostaggi e di tutte le armi. La rappresaglia per gli scontri di piazza del Plebiscito non tardò ad arrivare: i tedeschi infatti appiccarono un incendio alla Biblioteca Nazionale e successivamente aprirono il fuoco sulla folla intervenuta.

L'11 settembre alla Riviera di Chiaia un piccolo reparto tedesco assaltò un distaccamento di Pubblica Sicurezza ospitato in un albergo, bersagliandolo a colpi di mitragliatrice. Gli agenti reagirono con i moschetti mod. 91 in dotazione, scesero in strada e costrinsero i tedeschi alla resa.[8]

Nel frattempo, i tedeschi catturarono e/o affondarono numerose navi italiane nelle acque e nel Porto di Napoli:[9]

Data Tipologia Denominazione Classe Dislocamento Accadimento
11/09/1943 Rimorchiatore di salvataggio d'alto mare Ciclope 1.070 t Auto-affondato in porto
11/09/1943 Rimorchiatore d'uso locale Gigante "Vigoroso" 506 t In riparazione, catturato e affondato in porto
11/09/1943 Rimorchiatore d'uso locale Porto Tricase "Porto Pisano" serie 2ª 268 t In riparazione, catturato e affondato in porto
17-??/09/1943 Rimorchiatore d'Alto Mare Atleta "Vigoroso" 506 t Catturato e affondato nelle acque di Napoli
17-??/09/1943 Rimorchiatore d'uso locale Cefalù ex mercantile francese Brandale 132 t Catturato e affondato nelle acque di Napoli
17-??/09/1943 Rimorchiatore d'uso locale Tino "Tino" 268 t Catturato e affondato nelle acque di Napoli
17-??/09/1943 Rimorchiatore d'uso locale Liscanera ex mercantile olandese Gertruda 222 t Catturato e affondato nelle acque di Napoli
17-??/09/1943 Rimorchiatore d'uso locale Portorose "Spartivento"
ex mercantile austriaco T 103
101 t Catturato e affondato nelle acque di Napoli
11/09/1943 Cacciatorpediniere G. La Masa "Rosolino Pilo" - serie "La Masa" 875 t In riparazione, affondato in porto
11/09/1943 Torpediniera Partenope "Spica" - serie "Alcione" 1.050 t In riparazione al bacino di carenaggio, catturata e danneggiata nel porto di Castellammare di Stabia
11-23/09/1943 Posamine Vieste "Crotone"

ex dragamine tedesco M119

606 t Catturato e affondato in porto
11-28/09/1943 Vedetta antisommergibile VAS 205 "Baglietto 68t"

serie 1ª

69,1 t In riparazione a Mergellina, catturata e affondata al largo di Ischia
11-29/09/1943 Vedetta antisommergibile VAS 218 "Baglietto 68t"

serie 1ª

69,1 t In riparazione, catturata, abbandonata e recuperata in cantiere.
10-29/09/1943 Vedetta antisommergibile VAS 226 "Baglietto 68t"

serie 1ª

69,1 t Catturata, danneggiata e recuperata nel porto di Ischia
11-??/09/1943 Nave idrografica (servizio fari) Scilla ex rimorchiatore italiano Panaria 481 t Catturata e affondata in porto
11-??/09/1943 Nave cisterna acqua Brenta "Arno" 657 t In riparazione, catturata e affondata in porto

Lo stato d'assedio[modifica | modifica wikitesto]

Proclama del comando tedesco di Napoli del 12 settembre 1943.

Il 12 settembre decine di militari furono uccisi per le strade della città, mentre circa 4 000 persone tra militari e civili furono deportate per il "lavoro obbligatorio". Il colonnello Walter Scholl, assunto il comando delle forze armate occupanti in città, proclamò il coprifuoco e dichiarò lo stato d'assedio con l'ordine di passare per le armi tutti coloro che si fossero resi responsabili di azioni ostili alle truppe tedesche, in ragione di cento napoletani per ogni tedesco eventualmente ucciso.

Palazzo della Borsa con la lapide che ricorda l'eccidio ivi causato dai tedeschi il 12 settembre 1943.

La giornata vide fra l'altro la fucilazione di sette militari italiani (quattro mari­nai, un soldato, un sergente maggiore, un aviere) in via Cesario Console[10] e il fuoco di carro armato contro studenti che stavano iniziando a riunirsi nella vicina Università[11] e contro alcuni marinai e finanzieri italiani in piazza Bovio, davanti al palazzo della Borsa.[12]

Un episodio scosse particolarmente il sentimento popolare: sulle scale dell'Università le truppe tedesche fucilarono un ignoto marinaio e, a scopo esemplare, costrinsero ad assistere all'esecuzione sommaria migliaia di cittadini (tra cui il futuro giornalista e scrittore Antonio Ghirelli) radunati con la forza sul Rettifilo antistante.[13]

Lo stesso giorno cinquecento persone furono parimenti condotte a forza a Teverola nel Casertano e costrette ad assistere alla fucilazione di 14 carabinieri "rei" di aver impedito ai guastatori tedeschi il sabotaggio degli impianti presso il palazzo dei Telefoni e di aver poi resistito con le armi agli assalti di rappresaglia nella loro caserma in via Marchese Campodisola, prima di arrendersi per esaurimento delle munizioni.

La mattina del giorno seguente, lunedì 13 settembre, sui muri della città apparve un secondo proclama:

«1. Con provvedimento immediato ho assunto da oggi il Comando assoluto con pieni poteri della città di Napoli e dintorni.
2. Ogni singolo cittadino che si comporta calmo e disciplinato avrà la mia protezione. Chiunque però agisca apertamente o subdolamente contro le forze armate germaniche sarà passato per le armi. Inoltre il luogo del fatto e i dintorni immediati del nascondiglio dell'autore verranno distrutti e ridotti a rovine. Ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte.
3. Ordino il coprifuoco dalle ore 20 alle ore 6. Solo in caso di allarme si potrà fare uso della strada per recarsi al ricovero vicino.
4. Esiste lo stato d'assedio.
5. Entro 24 ore dovranno essere consegnate tutte le armi e munizioni di qualsiasi genere, ivi compresi i fucili da caccia, le granate a mano, ecc. Chiunque, trascorso tale termine, verrà trovato in possesso di un'arma, verrà immediatamente passato per le armi. La consegna delle armi e munizioni si effettuerà alle ronde militari germaniche nei seguenti luoghi:

a) Piazza Plebiscito (di fronte alla Prefettura)
b) Piazza Garibaldi (Albergo Nuova Bella Napoli)
c) Caserma di Cavalleria Conte di Torino (Bagnoli)
d) Albergo Bellavista (Corso Vittorio Emanuele)

6. Cittadini mantenetevi calmi e siate ragionevoli. Questi ordini e le già eseguite rappresaglie si rendono necessarie perché un gran numero di soldati e ufficiali germanici che non facevano altro che adempiere ai propri doveri furono vilmente assassinati o gravemente feriti, anzi in alcuni casi i feriti anche vilipesi e maltrattati in modo indegno da parte di un popolo civile.
Napoli, 12 settembre 1943
Scholl - Colonnello»

Le premesse dell'insurrezione[modifica | modifica wikitesto]

Ormai la rabbia e l'esasperazione dei napoletani per le esecuzioni indiscriminate, i saccheggi, i rastrellamenti della popolazione civile, la miseria e la distruzione della guerra che mettevano in ginocchio l'intera città stavano montando spontanee, senza fattori organizzativi esterni se non il desiderio di liberarsi dell'invasore. Iniziò l'approvvigionamento delle armi: il 22 settembre gli abitanti del Vomero riuscirono a impadronirsi di quelle che erano appartenute ai soldati della 107ª Batteria; il 25 settembre 250 moschetti furono prelevati da una scuola militare; il 27 settembre alcuni depositi di armi e munizioni caddero nelle mani degli insorti.

Intanto, il 23 settembre, una nuova misura repressiva adottata dal colonnello Scholl aveva previsto lo sgombero entro le ore 20 di tutta la fascia costiera cittadina sino a una distanza di 300 metri dal mare; in pratica circa 240 000 cittadini furono costretti ad abbandonare in poche ore le proprie case per consentire la creazione di una "zona militare di sicurezza" che sembrava preludere alla distruzione del porto.

Quasi contemporaneamente, un manifesto del prefetto intimava la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio di tutti i maschi di età compresa fra i diciotto e i trentatré anni, in pratica una deportazione forzata nei campi di lavoro in Germania. Il risultato sperato dai tedeschi non fu però ottenuto e alla chiamata risposero soltanto 150 napoletani sui previsti 30 000, il che indusse Scholl a inviare ronde militari per la città, per il rastrellamento e la fucilazione immediata degli inadempienti.

In città il Comando Militare Germanico fece affiggere un nuovo proclama:

«Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno risposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 persone.
Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni Italiano.
Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati.
Il Comandante di Napoli, Scholl»

L'insurrezione popolare divenne a quel punto inevitabile poiché i cittadini furono chiamati a scegliere tra la sopravvivenza e la morte o la deportazione forzata in Germania e ormai, spontaneamente in ogni punto della città, persone di entrambi i sessi e di ogni ceto sociale e occupazione andavano riversandosi nelle strade per organizzarsi e imbracciare le armi. Si unirono a loro anche moltissimi dei soldati italiani che solo pochi giorni prima si erano dovuti dare alla macchia. Già dal 26 settembre una folla disarmata e urlante, a maggioranza femminile, si scatenò contro i rastrellamenti tedeschi, liberando i giovani destinati alla deportazione.

Le quattro giornate di lotta[modifica | modifica wikitesto]

27 settembre[modifica | modifica wikitesto]

Mappa della città con indicati i luoghi dell'insurrezione

Il 27 settembre, dopo un'ampia retata dei tedeschi che catturarono circa 8 000 uomini in vari punti della città, 400-500 uomini armati aprirono i combattimenti.

Una delle prime scintille della lotta scoppiò al quartiere Vomero dove, in località Pagliarone, un gruppo di persone armate fermò un'automobile tedesca uccidendo il maresciallo che era alla guida.

Durante l'intera giornata, aspri combattimenti si susseguirono in diverse zone della città tra gli insorti e i soldati tedeschi che ormai stavano per iniziare le operazioni di sgombero, anche per la notizia – poi rivelatasi falsa – di un imminente sbarco Alleato a Bagnoli.

Enzo Stimolo, a capo di un gruppo di duecento insorti, si distinse particolarmente nell'operazione di assalto all'armeria del Castel Sant'Elmo, la quale cadde soltanto in serata, non senza spargimento di sangue; i tedeschi infatti, asserragliati tra l'altro sia all'interno della Villa Floridiana sia al Campo Sportivo del Littorio (oggi Stadio "Collana" nel cuore del Vomero), intervennero in forze a dar battaglia.[14]

Un gruppo di cittadini si diresse nelle stesse ore verso il Bosco di Capodimonte dove, secondo alcune voci che giravano in città, i tedeschi stavano conducendo a morte alcuni prigionieri. Fu messo a punto un piano per impedire a un gruppo di guastatori tedeschi di minare il ponte della Sanità per l'interruzione dei collegamenti con il centro della città, cosa che fu realizzata con successo il giorno successivo ad opera di un drappello di marinai.

In serata venivano assaltati e depredati i depositi d'armi delle caserme di via Foria e di via Carbonara.

28 settembre[modifica | modifica wikitesto]

Il giorno seguente, aumentando con il passare delle ore il numero dei cittadini e cittadine napoletani che si univano ai primi combattenti, gli scontri si intensificarono; nel quartiere Materdei una pattuglia tedesca rifugiatasi in un'abitazione civile fu circondata e tenuta sotto assedio per ore, sino all'arrivo dei rinforzi: tre napoletani persero la vita.

A Porta Capuana un gruppo di 40 uomini si insediò, con fucili e mitragliatori, in una sorta di posto di blocco, uccidendo sei soldati nemici e catturandone altri quattro, mentre diversi combattimenti si avviarono in altri punti della città come al Maschio Angioino, al Vasto e a Monteoliveto.

I tedeschi procedettero ad altre retate, questa volta al Vomero, ammassando numerosi prigionieri all'interno del Campo Sportivo del Littorio, il che scatenò la reazione degli uomini di Enzo Stimolo, che diedero l'assalto al campo sportivo determinando, dopo aver fronteggiato un'iniziale reazione armata, la liberazione dei prigionieri il giorno successivo.

29 settembre[modifica | modifica wikitesto]

Distruzioni in città

Al terzo giorno di feroci scontri per le vie di Napoli, l'organizzazione dell'insurrezione rimaneva ancora lasciata ai singoli capipopolo di quartiere, mancando del tutto i contatti con le ancora embrionali forze strutturate dell'antifascismo come il Fronte Nazionale (diretta emanazione del CLN) costituitosi a Roma solo quindici giorni prima e ancora privo di qualsiasi contatto significativo.

Andavano intanto emergendo figure locali che si distinsero nelle operazioni nei vari quartieri della città, tra le donne (le prime a insorgere già dal 23 settembre) si ricorda Maddalena Cerasuolo. Nel quartiere San Giovanni invece diedero coraggiosamente battaglia i cosiddetti "femminielli". Tra coloro che presero il comando, il professore Antonio Tarsia in Curia (Vomero), il tenente colonnello Ermete Bonomi (Materdei), in collaborazione con il comandante di distaccamento Carlo Cerasuolo, padre di Maddalena, il capitano Carmine Musella (Avvocata), Carlo Bianco, il medico Aurelio Spoto (Capodimonte), il capitano Stefano Fadda (Chiaia), il capitano Francesco Cibarelli, Amedeo Manzo, Francesco Bilardo (Duomo), Gennaro Zenga (Corso Garibaldi), il maggiore Francesco Amicarelli (piazza Mazzini), il capitano Mario Orbitello (Montecalvario), il maggiore Salvatore Amato (Museo), il tenente Alberto Agresti (via Caracciolo, Posillipo), Raffaele Viglione (via Sant'Anastasio) e l'impiegato Tito Murolo (Vasto); mentre tra i giovani si distinse Adolfo Pansini[15], studente del liceo vomerese Sannazaro.

Nella piazza Giuseppe Mazzini, presso l'edificio Scolastico «Vincenzo Cuoco», i tedeschi attaccarono in forze con i carri armati Tiger e non più di 50 ribelli tentarono strenuamente di opporsi ma dovettero subire il pesante bilancio di 12 morti e oltre 15 feriti.

Anche il quartiere operaio di Ponticelli subì un pesante cannoneggiamento, in seguito al quale le truppe tedesche procedettero a eccidi indiscriminati della popolazione penetrando sin dentro le abitazioni civili. Altri combattimenti si ebbero nei pressi dell'aeroporto di Capodichino e di piazza Ottocalli, dove caddero tre avieri italiani.

Nelle stesse ore, presso il quartier generale tedesco in corso Vittorio Emanuele già ripetutamente attaccato dagli insorti, avvenne la trattativa tra il colonnello Scholl ed Enzo Stimolo per la riconsegna dei prigionieri del Campo Sportivo del Littorio; Scholl ottenne di aver libero il passaggio per uscire da Napoli, in cambio del rilascio degli ostaggi che ancora erano prigionieri al campo sportivo. Per la prima volta in Europa i tedeschi trattavano alla pari con degli insorti.

30 settembre[modifica | modifica wikitesto]

Mentre le truppe tedesche avevano già iniziato lo sgombero della città a causa del sopraggiungere delle forze anglo-americane provenienti da Nocera Inferiore, presso il Liceo «Jacopo Sannazaro» il professor Antonio Tarsia in Curia si autoproclamò capo dei ribelli assumendo pieni poteri civili e militari e impartendo tra l'altro precise disposizioni circa l'orario di apertura degli esercizi commerciali e la disciplina. I combattimenti tuttavia non cessarono e i cannoni tedeschi che presidiavano le alture di Capodimonte colpirono per tutta la giornata la zona tra Port'Alba e Materdei. Altri combattimenti si ebbero ancora nella zona di Porta Capuana. Gli invasori in rotta lasciarono dietro di loro incendi e stragi; clamoroso il caso dei fondi dell'Archivio di Stato di Napoli, dati alle fiamme per ritorsione nella villa Montesano di San Paolo Belsito dove erano stati nascosti, con incalcolabili danni al patrimonio storico e artistico e la perdita delle pergamene originali della Cancelleria Angioina[16].

La liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Festeggiamenti dopo la liberazione della città

Il 1º ottobre 1943 alle 9:30 i primi carri armati Alleati entrarono in città mentre alla fine della stessa giornata, il comando tedesco in Italia, per bocca del feldmaresciallo Albert Kesselring, dichiarò la ritirata conclusa con successo.

Il bilancio degli scontri durante le "quattro giornate" non è concorde nelle cifre; secondo alcuni autori, nelle settantasei ore di combattimenti morirono 168 militari e partigiani e 159 cittadini; secondo la Commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano le vittime furono 155 ma dai registri del Cimitero di Poggioreale risulterebbero 562 morti.

È da notare che la gran parte dei combattimenti si ebbero esclusivamente tra italiani e tedeschi. A differenza di altri episodi della Resistenza furono infatti relativamente rari gli scontri con fascisti italiani, che probabilmente non avevano avuto il tempo di riorganizzarsi efficacemente dopo l'8 settembre (la Repubblica Sociale Italiana era stata proclamata il giorno 23, ovvero solo quattro giorni prima dello scoppio della rivolta).

Oltre l'importantissimo risultato morale e politico dell'insurrezione, le quattro giornate di Napoli ebbero senz'altro il merito di impedire che i tedeschi potessero organizzare una resistenza in città o che, come Adolf Hitler aveva chiesto, Napoli fosse ridotta «in cenere e fango» prima della ritirata.[17] Parimenti fu evitato che il piano di deportazione di massa organizzato dal colonnello Scholl avesse successo. Nel breve periodo di occupazione tedesca, ci furono circa 4 000 deportati. A ciò si giunse non soltanto grazie ai 1 589 combattenti ufficialmente riconosciuti, ma anche per la resistenza civile e non violenta di tanti napoletani, in primis le donne, operai, «femminielli», preti, «scugnizzi» (10% circa degli insorti), studenti, professori, medici e vigili del fuoco.

Circa un anno dopo, il 22 dicembre del 1944, i generali Riccardo Pentimalli ed Ettore Deltetto, accusati di aver abbandonato la città nelle mani dei tedeschi all'indomani dell'8 settembre, furono condannati dall'Alto Commissario per la punizione dei delitti fascisti a 20 anni di reclusione senza possibilità di appello;[18][19] la condanna fu annullata pochi mesi dopo dalle sezioni unite penali della Corte Suprema di Cassazione. Mentre Pentimalli venne completamente riabilitato e collocato in pensione con rivalutazione di arretrati ed emolumenti spettanti, Deltetto morì nel 1945 nel carcere di Procida per una perforazione gastrica fulminante, dopo aver minacciato di rivelare, una volta scarcerato, «molte cose, molto imbarazzanti, per molta gente». Anche l'avvocato Domenico Tilena, che aveva retto la federazione fascista provinciale durante gli scontri, fu condannato a 6 anni e 8 mesi di reclusione.

Storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Delle quattro giornate di Napoli è stata data anche un'interpretazione alternativa a quella corrente che intende sottolinearne la natura di «resistenza civile e popolare» e di concreto e nobile esempio di «difesa sociale e non violenta» (essendo state utilizzate largamente tecniche non violente come: la non-collaborazione, il boicottaggio, il sabotaggio, il rifiuto della militarizzazione della vita civile e la creazione di organismi paralleli) grazie alle quali un'intera città seppe liberarsi da sola dell'occupante tedesco.[20]

Luoghi e monumenti[modifica | modifica wikitesto]

Iscrizione commemorativa presso la masseria Pagliarone a via Belvedere.
«Scugnizzo» armato.

Alla memoria delle quattro giornate di Napoli, nel quartiere Vomero, in prossimità dello Stadio Arturo Collana, è stata dedicata l'omonima piazza Quattro Giornate, già teatro della maggior parte degli scontri dell'insurrezione e oggi sede del liceo classico intitolato ad "Adolfo Pansini", giovane combattente morto proprio durante l'assalto allo stadio del 30 settembre.

Nel quartiere Poggioreale, in via Marino Freccia, è presente la scuola "Quattro Giornate". La galleria che collega Piedigrotta a Fuorigrotta, aperta nel 1884 per sostituire l'antico percorso per la crypta Neapolitana e ampliata nel 1940 assumendo la denominazione fascista di Galleria IX Maggio (giorno della proclamazione dell'Impero), fu chiamata a partire dal 6 luglio 1945 galleria delle Quattro Giornate.[21]

Lapidi commemorative si trovano in via Belvedere (masseria Pagliarone) al Vomero; in via don Luigi Sturzo (masseria Pezzalonga) all'Arenella; all'ingresso del Palazzo della Borsa in piazza Bovio; in via Marchese Campodisola; presso il Bosco di Capodimonte; in via Santa Teresa degli Scalzi; sul ponte della Sanità (dedicato a Maddalena Cerasuolo, medaglia di bronzo al valor militare); in via Nazionale 33, accanto all'ingresso della Chiesa dell'Immacolata e Sant'Anna al Vasto.

Un monumento «allo scugnizzo», figura simbolo dell'insurrezione, sorge invece alla Riviera di Chiaia, in piazza della Repubblica. Fu progettato dallo scultore Marino Mazzacurati nel 1963, e consiste in una statua di pietra che ritrae gli scugnizzi su ognuno dei quattro lati.

Le decorazioni[modifica | modifica wikitesto]

Queste le decorazioni al Valor Militare assegnate nel dopoguerra per l'eroismo della città di Napoli e dei suoi abitanti:

Medaglia d'oro al valor militare (alla città di Napoli)[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor militare alla città di Napoli - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare alla città di Napoli
«Con superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto ed alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata un'impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle "Quattro Giornate" di fine settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani, la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria[22]
— Napoli, 27 - 30 settembre 1943

Medaglie d'oro al valor militare (alla memoria)[modifica | modifica wikitesto]

Medaglie d'argento al valor militare[modifica | modifica wikitesto]

Medaglie di bronzo al valor militare[modifica | modifica wikitesto]

Croce di guerra al valor militare[modifica | modifica wikitesto]

Encomio solenne al valor militare[modifica | modifica wikitesto]

Nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

  • Quando a Napoli cadevano le bombe di Aldo De Gioia (2009)
  • Morso di luna nuova di Erri De Luca pubblicato nel 2005 e portato in scena dal 2008 da varie Compagnie teatrali.
  • Libertà: Omaggio alle Quattro Giornate di Napoli - spettacolo in prosa e musica di Giovanni D'Angelo (2003)

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

  • La città insorge: le quattro giornate di Napoli. di Aldo De Jaco.
  • Il Muro di Napoli[28] di Giovanni Calvino e Giovanni Parisi (2017)
  • Meravigliosa memoria[29] di Davide Di Finizio (2019)

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Ovviamente le musiche sulle Quattro Giornate più famose sono quelle tratte dall'omonimo film di Nanni Loy:

E poi:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Corrado Barbagallo, "Napoli contro il terrore nazista", Casa editrice Maone, Napoli, 1944
  2. ^ I combattenti nelle "Quattro Giornate di Napoli", secondo la Commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano, furono 1589, 155 i morti e alcune centinaia i feriti, mutilati e invalidi; ma in base alla relazione del sacerdote patriota Antonio Bellucci, "gli uccisi dai tedeschi - come risulta dal registro del cimitero di Poggioreale - fra militari, civili, uomini e donne di ogni età furono 562" come si evince dalla relazione del prof. A. Piergrossi pubblicata sul giornale La Barricata, n° 8, ottobre 1943. Il primo numero di detto giornale diretto dal prof. Alfredo Parente era uscito il 30 settembre quando ancora si combatteva.
  3. ^ Francesco Fatica, I franchi tiratori a Napoli, Sintesi del Convegno di studi storici Napoli nella seconda guerra mondiale, 5 marzo 2005
  4. ^ (PDF) Senato.it - Resoconto sommario della seduta del 7 marzo 1946, pag.336 Archiviato l'8 aprile 2014 in Internet Archive.
  5. ^ (EN) Air Raids on Naples in WWII Archiviato l'11 giugno 2011 in Internet Archive. - Around Naples Encyclopedia
  6. ^ Lucia Monda - Napoli durante la II guerra mondiale ovvero: i 100 bombardamenti di Napoli. - Relazione convegno I.S.S.E.S Istituto di Studi Storici Economici e Sociali del 5 marzo 2005 Napoli durante la II guerra mondiale
  7. ^ Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate. Appunti e note, Meridione. Sud e Nord del mondo, 4/2010, pp. 207-233.
  8. ^ Antonio Ghirelli, I poliziotti furono i primi, in Quelle giornate, Guida, 1973.
  9. ^ Aldo Cocchia, "La Marina italiana nella seconda guerra mondiale", Volume 2, Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Marina Militare, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1950 e 1959
  10. ^ Dal memoriale del Brigadiere CC.RR. Francesco Pavone
  11. ^ Il rettore Adolfo Omodeo, pochi giorni prima, nell'inaugurazione dell'anno accademico, aveva incitato gli studenti dicendo: «Studenti, in questo momento amaro, l'Università vi apre le braccia, i vostri maestri sono della generazione del Carso e del Piave».
  12. ^ Una lapide all'ingresso del palazzo ancora oggi ricorda l'evento.
  13. ^ Memoria, il ricercatore: "In una bobina il video inedito dell'incendio nazista alla Federico II e dell'omicidio del marinaio Mansi", su Repubblica.it, 26 gennaio 2018. URL consultato il 2 maggio 2019.
  14. ^ Banca dati dei Caduti e Dispersi della 2ª Guerra Mondiale di OnorCaduti, su difesa.it. URL consultato il 12 febbraio 2019 (archiviato il 30 dicembre 2018).
  15. ^ Adolfo Pansini non aveva ancora diciassette anni quando iniziò la pubblicazione di un giornaletto antifascista, a cui collaborarono pochi coraggiosi amici. Scoperti dopo circa un anno, i ragazzi pagarono con otto mesi di carcere. Il 30 settembre Adolfo Pansini, unitosi al gruppo di Enzo Stimolo, partecipò all'assalto allo stadio vomerese (oggi "Arturo Collana"). Adolfo e un altro partigiano tagliarono i cavi telefonici che correvano lungo la masseria Pezzalonga per impedire alle truppe naziste di chiamare rinforzi. In seguito, insieme ad altri partigiani, riuscì a liberare i prigionieri nello stadio, sacrificando la propria vita. Copia archiviata, su win.liceopansini.it. URL consultato il 27 settembre 2009 (archiviato dall'url originale il 2 novembre 2007).
  16. ^ Riccardo Filangieri di Candida, Relazione sulla distruzione del deposito di documenti di maggior pregio storico dell'Archivio di Stato di Napoli operata dai Tedeschi il 30 settembre 1943, in Hilary Jenkinson - Henry E. Bell, Italian archives during the war and its close, His Majesty's Stationery Office, Londra, 1946, pp. 44 e ss.
  17. ^ del mezzogiorno L'insurrezione di Napoli e la resistenza del Mezzogiorno
  18. ^ Romano Canosa, Storia dell'epurazione in Italia: le sanzioni contro il fascismo, 1943-1948, Baldini Castoldi Dalai, 1999 (archiviato dall'url originale il 1º maggio 2015).
  19. ^ La motivazione della sentenza di condanna dei generali Riccardo Pentimalli e Deltetto: «Per aver collaborato con i Tedeschi, prestando ad essi aiuto e assistenza, omettendo ogni preparazione difensiva, diramando ordini diretti ad impedire ogni azione delle truppe italiane e reprimendo la reazione delle truppe stesse e della popolazione agli attacchi del nemico.»
  20. ^ (V. bibliografia)
  21. ^ Gianni Infusino, Le nuove strade di Napoli: saggio di toponomastica storica, Gallina Editore, 1987
  22. ^ Motivazione ufficiale della Medaglia d'oro al valor militare alla città di Napoli, su quirinale.it. URL consultato il 6 aprile 2007 (archiviato l'11 gennaio 2008).
  23. ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria di Gennaro Capuozzo: «Appena dodicenne, durante le giornate insurrezionali di Napoli partecipò agli scontri sostenuti contro i Tedeschi, dapprima rifornendo di munizioni i patrioti e poi impugnando egli stesso le armi. In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco.»
  24. ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria di Filippo Illuminato: «Combattente tredicenne nella insurrezione di Napoli contro l'invasore tedesco, solo e con sublime ardimento, mentre gli uomini fatti cercavano riparo, muoveva incontro a un'autoblindata che dalla piazza Trieste e Trento stava per imboccare via Roma. Lanciava una prima bomba a mano, continuava ad avanzare sotto il fuoco nemico e lanciava ancora un'altra bomba prima di cadere crivellato di colpi: suprema, nobile temerarietà che solleva il ragazzo tredicenne fra gli eroi della Patria e che viene additata con fierezza al ricordo di Napoli e dell'Italia tutta.»
  25. ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria di Pasquale Formisano: «La sua mano non tremò nell'epico gesto e con la bomba lanciò anche il suo cuore contro il ferrigno strumento di guerra tedesco che seminava la morte tra il popolo insorto. Colpito da mitraglia nemica immolò in suprema dedizione alla Patria la giovane esistenza ed il suo olocausto si scolpì ad eterna memoria nell'anima di Napoli.»
  26. ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria di Mario Menechini: «Soldato non ancora ventenne, di guarnigione in una cittadina della provincia di Caserta, avendo saputo che a Napoli i suoi concittadini erano insorti contro i nazifascisti, lasciò l'ozio del reparto militare e di notte raggiunse la sua città. Giunto di sorpresa a casa, dopo aver abbracciato la madre, corse in strada per compiere il suo dovere di cittadino. Si appostò all'angolo di via Nardones, deciso ad affrontare la prima macchina bellica che fosse passata. Era armato di mitra e aveva con sé due bottiglie di benzina. Ecco comparire da via Chiaia una grossa autoblinda diretta in via Roma: spara delle raffiche, poscia, impavido, avanza sulla deserta piazza Trieste e Trento e scaraventa contro l'autoblinda le bottiglie di benzina. Il nemico apre un fuoco violentissimo, e lo atterra in una nuvola di fumo.»
  27. ^ La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare di Maddalena Cerasuolo: «Dopo aver fatto da parlamentare dei partigiani con i tedeschi al Vico delle Trone, si distinse molto nel combattimento che seguì. Nella stessa giornata coraggiosamente partecipò anche allo scontro in difesa del Ponte della Sanità, al fianco del padre, con i partigiani dei rioni Materdei e Stella.»
  28. ^ Copia archiviata, su napoli.repubblica.it. URL consultato il 27 giugno 2019 (archiviato il 27 giugno 2019).
  29. ^ DAVIDE DI FINIZIO, Premio La Quara 2019: vince Davide Di Finizio, su Corriere della Sera, 24 agosto 2019. URL consultato il 20 settembre 2020.

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