Attentato di via Rasella

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Coordinate: 41°54′09.84″N 12°29′20.41″E / 41.902734°N 12.489004°E41.902734; 12.489004

Attentato di via Rasella
Attentato di via Rasella.jpg
I resti dei militari del Polizeiregiment "Bozen" caduti nell'attentato allineati sul ciglio della strada
Stato Repubblica Sociale Italiana Repubblica Sociale Italiana
Luogo Via Rasella[1], rione Trevi, Roma
Obiettivo 11ª Compagnia del Polizeiregiment "Bozen"
Data 23 marzo 1944
15:50 circa[2]
Tipo Attentato dinamitardo con successivo lancio di 4 bombe a mano
Morti 33 soldati tedeschi e 2 civili italiani (vedi elenco)
Feriti 55 soldati tedeschi e 11 civili italiani
Responsabili 12 partigiani dei GAP al comando di Carlo Salinari "Spartaco"
Motivazione Secondo la deposizione dell'ideatore Giorgio Amendola al processo Kappler (1948), indurre i tedeschi al rispetto dello status di Roma città aperta, smilitarizzando il centro urbano[3]; secondo la Commissione storica italo-tedesca (2012), contrastare l'occupante e «scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava»[4]

L'attentato di via Rasella fu un'azione della Resistenza romana condotta il 23 marzo 1944 dai Gruppi di Azione Patriottica (GAP) contro un reparto delle truppe d'occupazione tedesche, l'11ª compagnia del III battaglione del Polizeiregiment "Bozen", appartenente alla Ordnungspolizei (polizia d'ordine). Fu il più sanguinoso e clamoroso attentato urbano antitedesco in tutta l'Europa occidentale[5].

L'azione, consistente nella detonazione da parte di alcuni militanti dei GAP (tra essi, Carlo Salinari, Franco Calamandrei, Rosario Bentivegna e Carla Capponi) di un ordigno esplosivo e nel successivo lancio di quattro bombe a mano artigianali sui superstiti, causò la morte di 33 soldati tedeschi (il numero dei decessi avvenuti nelle settimane successive a causa delle ferite non è mai stato definito con certezza) e di due civili italiani (tra cui il bambino Piero Zuccheretti, di 12 anni), mentre almeno altri quattro caddero sotto il fuoco di reazione tedesco. Il 24 marzo seguì la rappresaglia tedesca consumata con l'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui furono uccisi 335 prigionieri completamente estranei all'azione gappista, tra cui dieci civili rastrellati nelle vicinanze di via Rasella immediatamente dopo i fatti.

Dopo la sua esecuzione, l'attentato è stato oggetto di una lunga serie di controversie politiche e storiografiche, sfociate anche in vari procedimenti giudiziari, i più recenti dei quali conclusi da sentenze della Corte suprema di cassazione che lo qualificano come «legittima azione di guerra»[6].

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Achse, Mancata difesa di Roma e Resistenza romana.

In seguito all'annuncio dell'armistizio italiano dell'8 settembre 1943 e alla fuga del re e del governo, Roma divenne teatro di una battaglia contro i tedeschi che tuttavia riuscirono rapidamente a occupare militarmente la città. Il 9 settembre i partiti antifascisti costituirono a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), assumendosi il compito di dirigere il movimento di liberazione in tutta l'Italia occupata; il ruolo di dirigere la lotta nell'ambito locale della città di Roma fu assunto, a partire da ottobre, da una giunta militare in cui erano rappresentati i sei partiti antifascisti: Partito Comunista Italiano (PCI), Partito d'Azione (PdA), Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), Democrazia Cristiana (DC), Partito Liberale Italiano (PLI) e Democrazia del Lavoro (DL).

Inoltre, al di fuori del CLN e in rappresentanza del governo Badoglio operava il Fronte militare clandestino della resistenza (FMCR), guidato dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, la cui principale attività era la raccolta di informazioni sul nemico e la loro trasmissione via radio agli Alleati, non svolgendo alcun atto di resistenza armata[7]. Inoltre, notevole importanza assunse il gruppo d'ispirazione trotskista Bandiera Rossa, anch'esso indipendente dal CLN.

I Gruppi di Azione Patriottica (GAP) furono l'organizzazione attraverso cui il PCI animò la guerriglia urbana: a Roma ne furono costituiti quattro (per un totale di circa trenta militanti) dotati di autonomia operativa e coordinati da un organo apposito che fu capeggiato da Antonello Trombadori fino al suo arresto, e successivamente da Carlo Salinari[8].

I GAP furono protagonisti di numerose azioni: la prima il 18 ottobre 1943, quando attaccarono con bombe a mano un corpo di guardia della Milizia; poi, dal dicembre 1943 al marzo 1944, i GAP attaccarono pressoché ogni giorno mezzi e uomini dei nazifascisti; fra le azioni più importanti: un attacco con bombe a mano contro militari tedeschi il 18 dicembre; un attentato dinamitardo contro il Tribunale di guerra tedesco il 19 dicembre; un attentato con spezzoni esplosivi contro un corteo di volontari della Guardia Nazionale Repubblicana nel mese di marzo[9]. Secondo Alessandro Portelli, nessuna di queste azioni fu seguita da alcuna rappresaglia tedesca su ostaggi civili, benché in esse fossero morti complessivamente più di dieci uomini dell'esercito occupante[10]. Di rilievo, tra quelle sopra menzionate, l'azione del 19 dicembre 1943, quando i GAP penetrarono in zona di alta sicurezza e fecero esplodere ordigni contro l'Hotel Flora, sede del Tribunale Militare germanico.

Lo sbarco di Anzio cambiò il quadro strategico e impose all'alto comando tedesco nuove decisioni organizzative e operative; il 22 gennaio 1944, l'intera provincia di Roma fu dichiarata "zona di operazioni" della 14ª Armata tedesca e capo della Gestapo di Roma, gestore dell'ordine pubblico, divenne il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, il quale pianificò frequenti rastrellamenti, arrestò numerosi sospetti antifascisti, organizzò in via Tasso un centro di detenzione e tortura, creò nella città un clima di terrore.

I partigiani romani iniziarono allora a ricevere dagli Alleati direttive sempre più pressanti di intensificare le azioni di lotta, di non concedere tregua ai tedeschi e di preparare l'insurrezione[11].

Dopo lo sbarco di Anzio le iniziative di lotta armata si intensificarono nella capitale, allorché comunisti e azionisti, nell'illusione di un imminente arrivo degli alleati a Roma, tentarono di far scoppiare l'insurrezione[7]. L'insuccesso di tale tentativo insurrezionale fu seguito da un'efficace azione repressiva dei nazifascisti, i quali catturarono importanti esponenti del PdA (fra cui il capo dell'organizzazione militare del partito, Pilo Albertelli), parecchi militanti di Bandiera rossa, il colonnello Montezemolo assieme ai suoi più stretti collaboratori, nonché vari fra i più attivi militanti del PCI fra i quali Giorgio Labò e Gianfranco Mattei[12].

1944: Artiglieria antiaerea tedesca nei pressi di Castel Sant'Angelo, nel pieno centro di Roma

Il 31 gennaio Radio Roma annunciò che, in seguito all'uccisione – avvenuta ad opera di gappisti il 1º dicembre 1943 – del tenente colonnello Gino Gobbi, comandante del distretto militare di Firenze della RSI, erano stati fucilati per rappresaglia dieci antifascisti[13]. Commentando tale comunicato il giornalista Carlo Trabucco, residente a Roma, scrisse nel suo diario[14] che era ormai chiaro che i continui attacchi contro i tedeschi sarebbero costati la vita ai loro prigionieri[15]. Lo stesso giorno, per l'uccisione di un soldato tedesco e il ferimento di un secondo, a Forte Bravetta furono passati per le armi nove prigionieri (tra i fucilati Kappler fece figurare anche un decimo, morto invece a via Tasso per le torture[16], cosicché fu annunciata la fucilazione di cinque «comunisti» e cinque «badogliani»)[17].

Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 1944 la repressione tedesca riuscì a ostacolare fortemente la resistenza partigiana: mentre il Partito d'Azione e il gruppo di Bandiera rossa dovettero ridurre al minimo le loro attività, i GAP del centro di Roma vennero temporaneamente sciolti e i loro componenti si trasferirono nelle borgate[18]. I GAP centrali, comunque, si ricostituirono alla metà di febbraio, mentre gli Alleati intensificavano ulteriormente le loro pressioni affinché i tedeschi venissero colpiti sempre più duramente dai partigiani; secondo una testimonianza di Paolo Emilio Taviani, la presenza dei militari tedeschi nella città di Roma era un problema che preoccupava gli Alleati in vista di una ripresa dell'offensiva, cosicché si fecero sempre più pressanti le sollecitazioni ai gruppi della Resistenza romana affinché agissero[19]. A tali sollecitazioni i GAP risposero con una vera e propria escalation di azioni, che iniziò alla metà di febbraio e culminò con l'attacco di via Rasella[20].

I comunisti tentarono più volte, attraverso azioni armate, di radicalizzare il risentimento popolare contro i nazifascisti: il 3 marzo 1944, dopo che le SS ebbero abbattuto a rivoltellate Teresa Gullace (una donna facente parte del gruppo di mogli che manifestavano davanti a una caserma in cui erano rinchiusi i loro mariti rastrellati), i GAP assaltarono i militi uccidendone alcuni, e permisero così la fuga di una parte dei prigionieri[12]. Il 4 marzo un gappista uccise un soldato tedesco a Centocelle in piazza dei Mirti: tre giorni dopo a Forte Bravetta furono fucilati per rappresaglia dieci prigionieri, tra cui Giorgio Labò[21][22]; i tedeschi annunciarono l'avvenuta rappresaglia tramite un comunicato[23].

L'attacco di via Tomacelli e i progetti per il 23 marzo[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 marzo, giorno in cui la RSI commemorava l'anniversario della morte di Giuseppe Mazzini, un corteo di fascisti che marciava con alla testa gli appartenenti alla milizia "Onore e combattimento" fu colpito in via Tomacelli dall'assalto con bombe a mano di un gruppo di gappisti. Secondo Carla Capponi, che partecipò all'azione, i fascisti riportarono tre morti e vari feriti[24].

Amendola ha dichiarato che questo attacco aveva «ricevuto molte congratulazioni per l'audacia dei gappisti, e nessuna critica o riserva»[25] e che il suo successo incoraggiò i gappisti «a proseguire con più impegno» la lotta[26].

La data scelta per il successivo attacco, il 23 marzo 1944, fu scelta non casualmente onde farla coincidere con il XXV anniversario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento. Per l'occasione i fascisti - sotto la guida del segretario locale del Partito Fascista Repubblicano Giuseppe Pizzirani - avevano programmato una solenne commemorazione da tenersi presso il Teatro Adriano, in piazza Cavour. L'adunata fu annullata per ordine del comandante militare tedesco della piazza di Roma, il tenente generale della Luftwaffe Kurt Mälzer, temendo un attentato analogo a quello di via Tomacelli.

L'attacco in via Rasella avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con un'altra azione da compiersi al Teatro Adriano, in occasione della suddetta manifestazione ma, in seguito allo spostamento di quest'ultima presso il Ministero delle Corporazioni in Via Veneto, l'azione stessa fu annullata. A quest'ultimo attacco, secondo quanto dichiarato da Amendola, era prevista in base a un accordo tra lui e Pertini la partecipazione insieme ai GAP di un reparto delle Brigate Matteotti, le formazioni partigiane socialiste[25]. Nelle sue memorie, Carla Capponi ha scritto che la dinamica dell'azione sarebbe stata simile a quella di via Rasella:

« [Carlo Salinari] Mi informò che avrei dovuto fare la "mamma" con una carrozzina dentro la quale avrei sistemato la bomba gemella di via Rasella; poi, mi sarei mescolata tra la folla dei fascisti usciti dalla manifestazione, avrei acceso la miccia e l'avrei abbandonata in mezzo alla ressa dei gerarchi[27]. »

Scelta del "Bozen" come obiettivo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Polizeiregiment "Bozen".

Giorgio Amendola, rappresentante comunista presso la giunta militare del CLN, dichiarò di aver ideato l'azione partigiana[25]. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Amendola, gli altri membri della giunta non furono informati preventivamente del piano, come da consuetudine e per «ragioni di sicurezza cospirativa». Ciò avvenne nonostante, sempre secondo Amendola, «Pertini, che mordeva il freno e che, nel suo ben noto patriottismo di partito, era geloso delle prove crescenti di capacità e di audacia date dai Gap, [avesse chiesto] che si concordasse un'azione armata unitaria»[28].

Nel dopoguerra Amendola dichiarò inoltre di aver scelto personalmente il Polizeiregiment "Bozen" come obiettivo, avendo notato la quotidiana puntualità del reggimento nel passare per via Rasella di ritorno dalle esercitazioni di addestramento a piazzale Flaminio[25]. Successivamente fu dato ordine al comando dei Gruppi di Azione Patriottica, formazioni partigiane esclusivamente dipendenti dal PCI e con rapporti solo indiretti con il CLN[29], di progettare l'attentato nei particolari operativi. Anni dopo ricordò:

« L'azione di via Rasella nacque perché sostando parecchie ore in piazza di Spagna, mi accorsi che ogni giorno il plotone tedesco della formazione "Bozen" passava alla stessa ora, con precisione teutonica. Passava cantando, quasi a sottolineare la sicurezza delle forze d'occupazione. Come comandante delle Brigate Garibaldi, decisi che fosse questo plotone l'obiettivo di una azione di carattere anche politico. Diedi al comando dei GAP l'ordine di eseguire l'attacco. Non entrai nei particolari per ragioni cospirative: spettava a loro scegliere il giorno e l'ora. Mi limitai a dare le disposizioni generali e a indicare anche il punto dell'esplosione: via Rasella[30]. »

Preparazione ed esecuzione[modifica | modifica wikitesto]

Già nei giorni precedenti il 23 marzo due membri dei GAP, "Maria", nome di battaglia di Lucia Ottobrini, ventenne impiegata, e "Giovanni", il marito Mario Fiorentini, venticinquenne studente di matematica, avevano individuato la marcia della colonna tedesca dell'Ordnungspolizei che, dopo essere entrata da Porta del Popolo provenendo dal Flaminio, imboccava via del Babuino dirigendosi verso via del Tritone; i soldati marciavano armati di fucile, di ritorno dall'addestramento al poligono di tiro[31]. Qui, costeggiando l'imbocco del traforo, all'epoca occupato dagli sfollati, entrava in via Rasella e, proseguendo, giungeva al Viminale (già sede del Ministero dell'Interno, dal dicembre del 1943 trasferito a Salò) dove era acquartierata. I due militanti informarono altri due membri, "Paolo", nome di battaglia del ventiduenne studente di medicina Rosario Bentivegna, e "Elena", Carla Capponi, venticinquenne impiegata di un laboratorio chimico[31].

Rosario Bentivegna.jpg Carla Capponi 1.jpg
Rosario Bentivegna, "Paolo" Carla Capponi, "Elena"

Per alcuni giorni i quattro gappisti studiarono il percorso dai militari tedeschi. La colonna marciava in pieno assetto di guerra, cantando Hupf, mein Mädel[32] (Salta, ragazza mia), su ordine dal maggiore Dobek con dure punizioni per chi non avesse cantato (sebbene fosse intonato molto controvoglia dai militari altoatesini, che si sentivano ridicoli)[33][34]. I soldati appartenevano alla 11ª compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment "Bozen", composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, altoatesini arruolati nella polizia in seguito all'occupazione tedesca dopo il 1º ottobre 1943 delle province di Bolzano, Trento e Belluno (riunite nel cosiddetto "Alpenvorland", sul quale la sovranità della RSI era nominale)[35].

In seguito ai diversi appostamenti, si appurò che tale compagnia percorreva quotidianamente lo stesso tratto di strada alla stessa ora (verso le due del pomeriggio); in un primo tempo i quattro militanti proposero a "Spartaco", il nome di battaglia di Carlo Salinari il responsabile del GAP centrale, di lanciare alcune granate nel momento in cui i militari nemici avessero girato da via Rasella in via Quattro Fontane, ma il dirigente partigiano ritenne questo piano troppo limitato e decise invece di studiare un attacco più ambizioso con la partecipazione di molti elementi del GAP romano[36].

Si decise, riporta Fracassi, che il punto più favorevole per attaccare la colonna sarebbe stata via Rasella, una strada piuttosto stretta in salita attraversata dal solo incrocio con via Boccaccio, in cui erano presenti pochi negozi e locali; inoltre nel primo pomeriggio, quando anche le poche botteghe presenti rimaneva chiuse, appariva molto poco frequentata[37].

Nel frattempo, dopo il discorso di papa Pio XII del 12 marzo contro la guerra aerea e l'invito rivolto a entrambe le parti belligeranti a non rendere Roma un campo di battaglia, a partire dal 19 marzo iniziarono a diffondersi voci sulla fuoriuscita dei tedeschi dalla città. Il 22 marzo Bruno Spampanato, direttore de Il Messaggero, annunciò che prossimamente il comando tedesco avrebbe ritirato le sue truppe da Roma e anche evitato il loro passaggio all'esterno della città, in modo da non dare agli Alleati motivi per bombardare. La notizia suscitò grandi speranze tra la popolazione[38].

Carta che illustra la dinamica dell'attacco partigiano e le posizioni dei gappisti

Per l'esecuzione dell'attacco furono impiegati i GAP centrali che già dal periodo successivo all'8 settembre 1943 avevano compiuto numerose azioni di guerriglia urbana nella zona del centro storico. I partigiani che avrebbero partecipato all'azione sarebbero stati numerosi: uno di essi, travestito da spazzino, al segnale convenuto avrebbe dovuto innescare un ordigno nascosto all'interno di un carrettino della nettezza urbana, mentre gli altri, ad esplosione avvenuta, avrebbero dovuto attaccare con pistole e bombe a mano la compagnia.

Salinari ha in seguito testimoniato che i partigiani erano così disposti:
Bentivegna accanto al carretto, Carla Capponi (che aveva un impermeabile nascosto, da mettere addosso allo stesso Bentivegna per coprirne la divisa da spazzino, ed una pistola sotto i vestiti), in cima alla via; Fernando Vitagliano, Francesco Curreli, Raul Falcioni, Guglielmo Blasi ed altri, vicino al Traforo; nei pressi Silvio Serra; all'angolo di via del Boccaccio si trovava Franco Calamandrei. Alcuni altri gappisti erano sistemati per coprirne la fuga. In totale, prepararono o parteciparono all'azione diciassette partigiani; oltre ai nove citati anche Giulio Cortini, Laura Garroni, Duilio Grigioni, Marisa Musu, Ernesto Borghesi, Pasquale Balsamo, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini (quest'ultima partecipò solo alla preparazione del carico di tritolo ma non all'azione, perché malata)[39].

L'edificio all'angolo di via del Boccaccio crivellato di colpi in una foto del 2005[40]

Il compito di far brillare l'esplosivo fu affidato al partigiano Rosario Bentivegna ("Paolo"), il quale il 23 marzo travestito da spazzino partì dal deposito gappista nei pressi del Colosseo verso via Rasella, con il carretto contenente un ordigno composto da, secondo il suo racconto, «uno spezzone di ghisa riempito con dodici chili di tritolo, più altri sei chili di tritolo sfusi sopra, con altri pezzi di ghisa sparsi di misura diversa»[41]. I gappisti dovettero attendere circa due ore in più rispetto alla consueta ora di transito della compagnia nella via; il giovedì 23 marzo 1944 i soldati del "Bozen" erano partiti in ritardo dopo l'esercitazione di tiro effettuata al poligono di Tor di Quinto e solo alle ore 15.45 la colonna sbucò da Largo Tritone e girò verso via Rasella; i militari marciavano con "il colpo in canna" e in questa occasione avevano ricevuto l'ordine di non cantare fino a quando non fossero giunti alla fine del percorso; secondo il Fracassi, è possibile che il comando tedesco temesse complicazioni in questa giornata di ricorrenza fascista[42].

Poiché il plotone tedesco era seguito da un piccolo gruppo di bambini, Portelli riferisce che Bentivegna e alcuni altri gappisti li fecero allontanare per evitare che fossero coinvolti nell'esplosione, e che Bentivegna fece inoltre allontanare alcuni operai e chiese ad Orfeo Ciambella, un guardiano di magazzino che era appostato all'ingresso, di rientrare (quest'ultimo però non seguì l'avvertimento e rimase seriamente ferito dall'esplosione)[43]. Alle 15:52 Bentivegna accese con il fornello di una pipa la miccia, preparata per innescare l'esplosione dopo circa 50 secondi, tempo necessario ai tedeschi per percorrere il tratto di strada compreso tra il punto a valle usato per la segnalazione ed il carretto, posizionato in alto davanti a Palazzo Tittoni.

Calamandrei si tolse il copricapo (segnale per avvisare Bentivegna che i tedeschi si stavano avvicinando e che quindi doveva accendere la miccia ed allontanarsi velocemente). L'effetto dell'esplosione fu accresciuto dalla susseguente indotta esplosione, riportata da testimonianze, delle granate che i militari del "Bozen" avevano tutti alla cintola[44]. I soldati, credendo che le bombe fossero lanciate dall'alto, risposero sparando contro i piani elevati degli edifici circostanti[45].

Subito dopo l'esplosione due squadre dei GAP, una composta da sette uomini l'altra da sei, sotto il comando di Franco Calamandrei "Cola" e Carlo Salinari "Spartaco", lanciarono quattro bombe da mortaio Brixia modificate per essere usate come bombe a mano (delle quali esplosero solo tre)[46]. Dopo il lancio delle bombe a mano, i gappisti Raoul Falcioni, Silvio Serra, Francesco Curreli e Pasquale Balsamo impegnarono i tedeschi in uno scontro a fuoco, mentre Capponi e Bentivegna si misero in salvo raggiungendo poi Carlo Salinari che li attendeva in piazza Vittorio[47].

Nell'azione rimasero uccisi due civili: il bambino Piero Zuccheretti (il quale, forse, era entrato in via Rasella dall'angolo con via del Boccaccio, quindi vicino al carretto, nell'attimo della sua esplosione, mentre Bentivegna si allontanava), e un altro civile mai identificato con sicurezza, di cui non si sa se rimase vittima dell'esplosione stessa o della successiva sparatoria[48]. Tutti e dodici i gappisti protagonisti dell'attentato restarono illesi e sfuggirono alla cattura da parte dei tedeschi.

Caduti[modifica | modifica wikitesto]

Militari del "Bozen"[modifica | modifica wikitesto]

Segue la lista dei trentatré militari del Polizeiregiment "Bozen" uccisi[49] (tutti ricoprenti il grado di Unterwachtmeister, il più basso della gerarchia della polizia d'ordine dopo quello di allievo)[50].

Nome Data di nascita Età Luogo di nascita
1 Karl Andergassen 5-1-1914 30 Kaltern / Caldaro
2 Franz Bergmeister 6-9-1906 37 Kastelruth / Castelrotto
3 Josef Dissertori 5-6-1913 30 Eppan / Appiano
4 Georg Eichner 21-4-1902 41 Sarnthein / Sarentino
5 Jakob Erlacher 12-7-1901 42 Enneberg / Marebbe
6 Friedrich Fischnaller 19-11-1902 41 ND
7 Johann Fischnaller 17-11-1904 39 Mühlbach / Rio di Pusteria
8 Eduard Frötscher 19-12-1912 31 Latzfons / Lazfons (frazione di Klausen / Chiusa)
9 Vinzenz Haller ND ND Ratschings / Racines
10 Leonhard Kaspareth 28-1-1915 29 Kaltern / Caldaro
11 Johann Kaufmann 19-10-1913 30 Welschnofen / Nova Levante
12 Anton Matscher 12-6-1912 31 Brixen / Bressanone
13 Anton Mittelberger 15-11-1907 36 Gries (frazione di Bolzano)
14 Michael Moser 29-9-1904 39 Kitzbühel (Austria)
15 Franz Niederstätter 1-6-1917 26 Aldein / Aldino
16 Eugen Oberlechner 30-4-1908 35 Mühlwald / Selva dei Molini
17 Mathias Oberrauch 15-8-1910 33 Bolzano
18 Paulinus Palla 31-12-1915 28 Buchenstein / Livinallongo del Col di Lana
19 Augustin Pescosta 9-5-1912 31 Kolfuschg / Colfosco (frazione di Corvara in Badia)
20 Daniel Profanter 22-5-1915 28 Andrian / Andriano
21 Josef Raich 14-12-1906 37 St. Martin / San Martino in Badia o San Martino in Passiria
22 Anton Rauch 5-8-1910 33 Völs / Fiè allo Sciliar
23 Engelbert Rungger 21-12-1907 36 Welschellen / Rina (frazione di Marebbe)
24 Johann Schweigl 13-8-1908 35 St. Leonhard / San Leonardo in Passiria
25 Johann Seyer 3-6-1904 39 Gais
26 Ignatz Spiess 4-7-1911 32 Schweinsteg / Sant'Orsola (frazione di San Leonardo in Passiria)
27 Eduard Spögler 11-7-1908 35 Sarnthein / Sarentino
28 Ignatz Stecher 11-5-1911 32 Schluderns / Sluderno
29 Albert Stedile 26-6-1915 28 Bolzano
30 Josef Steger 10-8-1908 35 ND
31 Hermann Tschigg 23-4-1911 32 St. Pauls / San Paolo (frazione di Appiano)
32 Fidelius Turneretscher 19-1-1914 30 Untermoi / Antermoia (frazione di San Martino in Badia)
33 Josef Wartbichler 13-11-1907 36 ND
Militare tedesco in via Rasella immediatamente dopo l'attentato

Ventisei uomini caddero nell'immediatezza dell'esplosione e altri nelle ore successive per le ferite riportate; alle ore otto del mattino del 24 marzo si contarono trentadue morti, numero in base al quale fu calcolato il numero di prigionieri da fucilare secondo la proporzione di dieci per ogni soldato ucciso. In seguito morì un trentatreesimo militare (Vinzenz Haller), cosicché Kappler aggiunse di sua iniziativa all'elenco dei condannati a morte i nomi di dieci ebrei arrestati in mattinata[51][52].

Non sono note le generalità dei deceduti nei giorni successivi e non se ne conosce il numero preciso. Kappler, negli atti del processo a suo carico, indica un totale di quarantadue caduti, cifra però non suffragata da documenti[53]. Lo stesso numero, insieme a quello di otto civili italiani caduti, è riportato nelle memorie del generale Siegfried Westphal, all'epoca capo di stato maggiore presso il comando del fronte sud-ovest, il quale afferma che i decessi successivi ai 33 iniziali non furono comunicati a Hitler per non alimentare ulteriormente la sua ira[54].

Civili italiani[modifica | modifica wikitesto]

Vittime dell'esplosione
  1. Antonio Chiaretti (anni 48, dipendente della TETI, partigiano di Bandiera Rossa[55], in seguito più volte indicato come caduto in combattimento[56])
  2. Piero Zuccheretti (anni 12)
Vittime del fuoco di reazione tedesco
  1. Annetta Baglioni (anni 66, domestica, affacciatasi alla finestra fu colpita alla testa da un proiettile)[57]
  2. Pasquale Di Marco (anni 34)
  3. Enrico Pascucci (dipendente della TETI, partigiano di Bandiera Rossa)
  4. Erminio Rossetti (autista del questore Pietro Caruso; giunto sul posto e sceso dall'auto di servizio in borghese e con la pistola in pugno, fu ucciso perché scambiato per partigiano)[58]

Tra i civili si contarono undici feriti[57]. L'Agenzia Stefani, il 26 marzo, riportò in tutto sette morti italiani, indicandoli come «quasi tutti donne e bambini» e attribuendoli interamente ai «comunisti badogliani»[59].

Il rastrellamento dopo l'attentato[modifica | modifica wikitesto]

Lapide in memoria dei rastrellati di via Rasella uccisi alle Fosse Ardeatine, affissa in via delle Quattro Fontane il 24 marzo 2010. È l'unica targa commemorativa presente sui luoghi delle vicende del 23 marzo 1944.

Immediatamente dopo la cessazione dei combattimenti in via Rasella, i superstiti del "Bozen" - coadiuvati da altre forze tedesche e fasciste affluite sul posto - iniziarono a rastrellare la popolazione della zona circostante, arrestando abitanti e passanti; i rastrellati furono allineati sotto la minaccia delle armi contro la cancellata di accesso a Palazzo Barberini e quindi condotti in parte presso l'intendenza della PAI, in parte presso il palazzo del Viminale[60]. In particolare, nelle cantine del Viminale furono ammassate circa 300 persone e trattenute per accertamenti sino alla mattina successiva; dieci di questo gruppo furono poi uccisi alle Fosse Ardeatine: Angelo e Umberto Pignotti, Antonio Prosperi, Fulvio Mastrangeli, Ettore Ronconi, Cosimo D'Amico, Guido Volponi, Celestino Frasca, Ferruccio Caputo e Romolo Gigliozzi[61]. I componenti di questo gruppo provenivano almeno in parte dall'immobile all'angolo di via del Boccaccio[62].

L'eccidio delle Fosse Ardeatine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Eccidio delle Fosse Ardeatine.
Il comunicato tedesco successivo all'eccidio delle Fosse Ardeatine riprodotto su La Stampa del 26 marzo 1944

Il giorno immediatamente successivo a quello dell'attentato, seguì l'Eccidio delle Fosse Ardeatine, rivendicato dal "Comando Tedesco" espressamente come rappresaglia per l'attentato di via Rasella[63].

La ricostruzione del processo decisionale che condusse all'eccidio presenta rilevanti margini d'incertezza, in quanto si basa principalmente sulle deposizioni difensive rese dagli uomini dell'esercito tedesco nei processi che ebbero luogo nel dopoguerra[64]. Secondo tali fonti, il colonnello Dietrich Beelitz (capo ufficio operazioni dello stato maggiore del feldmaresciallo Albert Kesselring, massima autorità militare tedesca in Italia) avrebbe dapprima ricevuto, dal comando supremo in Germania, l'ordine proveniente dallo stesso Adolf Hitler di evacuare l'intero quartiere ove si trova via Rasella, farlo saltare in aria e fucilare cinquanta civili per ogni soldato tedesco morto nell'attentato; tuttavia tale disposizione di Hitler non sarebbe stata presa in seria considerazione dallo stesso Beelitz, in quanto da lui valutata come "uno sfogo d'ira del momento"; successivamente altri ordini di Hitler, pervenuti la sera del 23 marzo, avrebbero imposto di fucilare dieci italiani per ogni tedesco morto, e di eseguire tale rappresaglia entro ventiquattr'ore. Di tali presunti ordini di Hitler non esistono peraltro né tracce scritte, né testimonianze dirette[65].

Nella tarda serata del 23, mentre già era in corso di compilazione la lista degli ostaggi da fucilare, Kappler diede ordine di cercare gli attentatori, ma senza curarsi dell'esecuzione di tale direttiva e senza attivare la polizia italiana; secondo una sentenza del dopoguerra, «La ricerca degli attentatori non costituì l'attività prima del comando di polizia tedesca, ma fu effettuata in maniera blanda come azione marginale e successiva alla preparazione degli atti di rappresaglia»[51]. Né la radio tedesca né quella repubblichina diedero notizia dell'attentato (fu anzi diramata una velina con l'ordine di non parlarne)[66].

L'eccidio delle Fosse Ardeatine ebbe luogo il 24 marzo. Soltanto il giorno dopo, a mezzogiorno del 25 marzo, i tedeschi diedero (assieme alla notizia di avere già eseguito la rappresaglia) notizia ufficiale dell'attentato, mediante la pubblicazione sui giornali del seguente comunicato, che era stato emanato dal comando tedesco di Roma alle 22:55 del 24 marzo:

« Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti.

La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano.

Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest'ordine è già stato eseguito.[67] »

Tra le vittime della strage vi furono il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e Pilo Albertelli, comandanti rispettivamente della resistenza militare e delle Brigate Giustizia e Libertà del Partito d'Azione. Il totale dei caduti fu 335: alla cifra di 320 stabilita dagli ordini superiori Kappler aggiunse di sua iniziativa altre quindici persone (dieci per il trentatreesimo soldato morto e cinque per errore), la cui uccisione non fu resa nota, cosicché tutti i comunicati e gli articoli pubblicati in quei giorni annunciarono l'uccisione di 320 prigionieri.

Le reazioni[modifica | modifica wikitesto]

Tra la popolazione[modifica | modifica wikitesto]

Subito dopo l'esplosione, Franco Calamandrei scrisse nel suo diario: «La gente commenta, alcuni, soprattutto donne, sfavorevolmente: "Ora che se ne stavano andando...", "Sono i partigiani..."»[68]. Dopo la rappresaglia, il 25 marzo, annotò: «Gli altri partiti, pare, disapprovano l'azione. L'opinione pubblica non le è troppo favorevole. Non si vede l'importanza politica internazionale, che può valere il sacrificio»[69]. Analoga è la voce popolare registrata nel diario del filosofo Enrico Castelli Gattinara di Zubiena, che l'ascoltò nel pomeriggio del 23 marzo mentre assisteva al trasporto dei feriti del "Bozen" all'ospedale di San Giacomo: «Proprio ora che se ne vanno, potevano risparmiarselo»[70].

Nel 1973 Amendola scrisse: «mentre la popolazione romana era alle prese, in una città assediata, con la fame e con le razzie, l'azione dei GAP di via Rasella aveva dimostrato che il tedesco non era, malgrado la sua tracotanza, invincibile, e che lo si poteva colpire duramente. Il sangue delle vittime innocenti fucilate alle Fosse Ardeatine sarebbe ricaduto sui responsabili della strage, sui nazisti e sui loro servi repubblichini. La popolazione romana comprese questo nostro atteggiamento e non ci fece mancare la protezione della sua solidarietà»[71].

Il Servizio speciale riservato presso la presidenza del Consiglio dei ministri, il cui ufficio era al Viminale, intercettò quarantanove conversazioni telefoniche sui fatti del 23 e 24 marzo, avvenute a Roma in quei giorni e nei successivi[72]. I commenti sull'azione gappista sono tutti molto negativi: i partigiani (talvolta definiti con epiteti ingiuriosi) sono accusati di aver provocato la rappresaglia. Nella maggior parte delle conversazioni gli intercettati esprimono pietà per i prigionieri uccisi dai tedeschi, ritenendoli vittime dell'irresponsabilità degli attentatori («oggi per il mascalzone ci va di mezzo l'innocente»). Alle ore 10:50 del 25 marzo, la "marchesa F. di C.", attivatasi per salvare il giovane ufficiale Marcello Bucchi (rinchiuso a Regina Coeli) ignorando che la strage fosse già avvenuta, afferma: «Ogni volta che succede uno di quei fatti vanno là e ne prendono 10 per ogni tedesco». Si temette che i tedeschi per rappresaglia non avrebbero più lasciato la città, ma una preoccupazione ancora maggiore era l'aumento del prezzo del pane, ritenuto una punizione disposta dai tedeschi per l'attentato (era invece dovuto alla difficoltà di approvvigionare una città vicina al fronte e con i collegamenti interrotti dai bombardamenti)[73]. Un uomo commenta: «Certamente a quella gente non va giù che i romani lascino i tedeschi agire per il loro meglio. Con questi atti, sanno di provocare arresti e fucilazioni e una conseguente tensione dei rapporti fra i tedeschi e la popolazione di Roma». Una donna manifesta compassione per i morti del "Bozen": «quei poveri ragazzi se ne andavano calmi, calmi, salutando la popolazione, e li vanno ad ammazzare così». Altri, trovandosi quel giorno nelle vicinanze di via Rasella, esprimono sgomento per lo scampato pericolo.

Nelle conversazioni intercettate, la rappresaglia è generalmente giudicata con rassegnata comprensione («la legge di guerra è quella che è»), ma non mancano commenti di approvazione e uno persino di soddisfazione («320 che non torneranno più a dare fastidio»). Lo storico Aurelio Lepre, il quale nel 1996 ha pubblicato le trascrizioni delle intercettazioni in un suo istant book su via Rasella, ritiene che – contrariamente a quanto rappresentato dal celebre film Roma città aperta di Roberto Rossellini – la popolazione romana non fu favorevole alla resistenza armata. Circa la strage delle Fosse Ardeatine, Lepre scrive che, insieme ai tedeschi che materialmente la eseguirono, «gli italiani che contribuirono a trovare gli ostaggi da fucilare non possono non esserne considerati corresponsabili e lo furono anche, quanto meno sotto il profilo morale, quelli che approvarono la rappresaglia»[74]. I critici dell'opera di Lepre giudicano le intercettazioni non indicative dell'opinione pubblica, in quanto all'epoca il telefono era un oggetto di lusso posseduto da poche persone benestanti, le quali sarebbero state consapevoli di essere intercettate, dunque ben attente a non esprimere giudizi contrari alle autorità[75]. Ammettendo in via del tutto ipotetica la fondatezza di tale critica, Elisa e Alberto Benzoni scrivono che, ad ogni modo, nessun autore favorevole all'azione gappista ha mai potuto affermare che essa godette del consenso popolare[76].

Tra i fascisti[modifica | modifica wikitesto]

Benito Mussolini fu informato dell'attentato da una telefonata del prefetto di Roma del 23 marzo, ore 20:10. Alla notizia, datagli dal prefetto, che Mälzer aveva ordinato «la distruzione della città», Mussolini commentò: «Sangue chiama sangue». Esiste l'intercettazione di un'altra telefonata fra il duce e il ministro degli Interni della RSI Guido Buffarini Guidi, in cui il primo afferma l'urgente necessità, da parte del governo fascista, di assumere una posizione ufficiale sull'attentato. Secondo Aurelio Lepre, «Le frasi intercettate e trascritte non sono sufficienti a far ritenere che Mussolini abbia approvato la rappresaglia prima che avvenisse, ma appare molto improbabile che Buffarini Guidi non lo abbia informato»[77].

Qualche giorno dopo l'eccidio delle Fosse Ardeatine vi fu un'ulteriore conversazione telefonica fra Mussolini e Buffarini Guidi:

« A Roma - disse Buffarini Guidi - prevale la costernazione per l'attentato e per le sue conseguenze. La popolazione parla di "strage perpetrata dai tedeschi".
Ma alla domanda di Mussolini se avesse fatto qualcosa contro "questa propaganda psicologica", rispose:
- No, duce. A noi la maggioranza della popolazione romana non rimprovera nulla.
Mussolini allora affermò, molto decisamente:
- È falso, signor ministro. Anche ai tedeschi non si può rimproverare nulla. La rappresaglia è legale, è sanzionata dal diritto internazionale[78]. »

Tra i combattenti e gli antifascisti[modifica | modifica wikitesto]

Bandiera Rossa (che fu la formazione più colpita dalla strage delle Fosse Ardeatine, con un numero di propri militanti uccisi variabile a seconda delle fonti da cinquantadue a sessantotto) criticò l'attentato sul suo bollettino Direttive rivoluzionarie del 29 marzo: «L'atto terroristico non appartiene alla strategia marxista... la morale del proletariato, costretto dalla durissima via rivoluzionaria a non sciupare energie ma a spenderle nel modo più redditizio, afferma: che ogni atto rivoluzionario deve tener conto delle conseguenze immediate e future»; aggiungendo: «noi non possiamo sapere cosa fanno i comunisti del PCI pur di farsi riconoscere da Radio Londra»[79]. Secondo quanto riferito da Felice Chilanti, uno dei capi del movimento, Bandiera Rossa inviò inoltre un comunicato di dissociazione al comando tedesco[80].

Nel suo diario Fulvia Ripa di Meana, attiva con il figlio Carlo nella Resistenza, definisce gli attentatori «elementi irresponsabili di cui tutti, compresi i patrioti, deplorano l'inaspettata iniziativa»[81]. Il 4 aprile il giornale della resistenza militare L'Italia nuova, attribuendo l'attentato a elementi non italiani, ipotizzando che fosse stato compiuto da un gruppo di sabotatori stranieri nascosto a Roma, commentò:

« Per Roma intera la deplorazione dell'attentato di Via Rasella è stata unanime; perché assolutamente irrilevante ai fini della guerra contro i tedeschi nella quale il nostro Paese è impegnato; perché insensato dato che il maggior danno ne sarebbe inevitabilmente derivato alla popolazione italiana; per quell'ampio senso di umanità che distingue noi latini e che non si estingue neppure durante gli orrori di una guerra e per il quale ogni inutile strage non può trovare la sua giustificazione nell'odio, ma solo nella necessità. Per la prima volta dall'8 settembre, i tedeschi avevano segnato un punto, ed avuto dalla loro l'opinione pubblica della Capitale[82]. »

Il commento del ministro della Guerra del governo Badoglio Antonio Sorice, operante clandestinamente a Roma, è riportato in libro del 1945 basato sul diario della sua collaboratrice Jo' Di Benigno[83]: «La vita perduta del solo Montezemolo basta a condannare il gesto». Jo' Di Benigno scrive inoltre: «Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani venivano sacrificati. L'attentato di via Rasella non ha nulla di glorioso, non portò nessun vantaggio, non diè il segno di una insurrezione, fu una mossa infelice»; secondo l'autrice «l'attentatore aveva il dovere di consegnarsi» per tentare di salvare la vita dei prigionieri, seguendo l'esempio del carabiniere Salvo D'Acquisto[84].

L'agente segreto americano Peter Tompkins, attivo a Roma al momento dell'attentato, di cui venne a conoscenza soltanto dopo la sua esecuzione, pur essendo in contatto con vari capi della Resistenza romana (Amendola, Giuliano Vassalli, Riccardo Bauer), nella sua autobiografia pubblicata nel 1962 scrisse: «La prima cosa che pensammo fu che non c'era nessuna utilità nell'uccisione di trenta poliziotti militari tedeschi. Perché piuttosto non avevano rischiato la pelle in un assalto a via Tasso? perché non avevano scelto come bersaglio Kappler e la sua banda di macellai? Chissà quale sarebbe stata adesso la reazione dei tedeschi: di certo non era un buon auspicio per il movimento clandestino della città. Quello che ci rattristò di più fu l'ottima esecuzione e la precisione dell'attacco, la cui organizzazione appariva vicina alla perfezione!»[85].

Edgardo Sogno, partigiano monarchico di idee anticomuniste, approvò l'attacco: «la notizia di Via Rasella fu per noi [i partigiani autonomi] un momento di esultanza. E neanche la feroce repressione che seguì mi fece cambiare idea, anzi. Davo lo stesso giudizio dei comunisti: bisognava provocare i tedeschi, perché ogni loro reazione non farà che isolarli sempre più»[86].

Il giurista liberale Piero Calamandrei, padre del gappista di via Rasella Franco, a metà del 1944 riportò nel proprio diario un'opinione da lui attribuita all'amico Pietro Pancrazi secondo cui il coraggio per compiere gli attentati contro tedeschi e fascisti sarebbe stato «molto simile a quello dei criminali, non dei soldati in campo», ossia un coraggio da deboli che avrebbe rivelato «il disprezzo per l'individuo, proprio dei partiti di massa». In seguito, quando con i processi del dopoguerra iniziarono le polemiche su via Rasella, Piero Calamandrei si schierò dalla parte dei gappisti[87].

Pietro Ingrao, all'epoca partigiano comunista, informato dell'azione gappista il giorno stesso da Carlo Salinari, nel suo libro di memorie scrive: «Non ebbi mai – né allora, né dopo – dubbi sulla legittimità di quell'attacco partigiano. Non pensai mai che quei gappisti dovessero consegnarsi al nemico. Ormai era forte in noi la convinzione sulla totalità dello scontro e sulla connotazione del nemico: tale era il livello della vicenda in cui eravamo chiamati ad operare. Né c'era alcuna speranza di eludere quella prova»[88].

La posizione della Santa Sede[modifica | modifica wikitesto]

Da un documento d'archivio vaticano risulta che un non meglio identificato «Ing. Ferrero, del Governatorato di Roma», informò dell'attentato la Segreteria di Stato della Santa Sede il 24 marzo alle ore 10:15 (circa cinque ore prima dell'inizio del massacro delle Fosse Ardeatine), aggiungendo «finora sono sconosciute le contromisure: si prevede però che per ogni tedesco ucciso saranno passati per le armi 10 italiani»[89].

L'editoriale de "L'Osservatore Romano"[modifica | modifica wikitesto]

Il 26 marzo "L'Osservatore Romano" pubblicò il comunicato tedesco che annunciava l'attentato e l'avvenuta rappresaglia, facendolo seguire dal seguente commento non firmato:

« Di fronte a simili fatti ogni animo onesto rimane profondamente addolorato in nome dell'umanità, e dei sentimenti cristiani. Trentadue vittime da una parte: trecentoventi persone sacrificate per i colpevoli sfuggiti all'arresto, dall'altra. Ieri rivolgemmo un accorato appello alla serenità e alla calma; oggi ripetiamo lo stesso invito con più ardente affetto, con più commossa insistenza. Al di fuori, al di sopra delle contese, mossi soltanto da carità cristiana, da amor di patria, da equità verso tutti i "fatti a sembianza d'uomo" e "figli d'un solo riscatto"; dall'odio ovunque nutrito, dalla vendetta ovunque perpetrata, aborrendo dal sangue dovunque sparso, consci dello stato d'animo della cittadinanza, persuasi del fatto che non si può, non si deve spingere alla disperazione ch'è la più tremenda consigliera ma ancora la più tremenda delle forze, invochiamo dagli irresponsabili il rispetto per la vita umana che non hanno il diritto di sacrificare mai; il rispetto dell'innocenza che ne resta fatalmente vittima; dai responsabili la coscienza di questa loro responsabilità verso se stessi, verso le vite che vogliono salvaguardare, verso la storia e la civiltà.[90] »

Alcuni autori hanno espresso forti critiche verso il comportamento tenuto dalla Santa Sede circa i fatti del 23 e 24 marzo. Osserva Giorgio Bocca: «L'appello, per quanto non firmato da Pio XII, ne rispecchia il pensiero reazionario. Il foglio ufficiale della Santa Sede esprime la sua condanna della violenza separando – nella Roma dell'occupazione nazista! – le "vittime" (i tedeschi) dai "colpevoli" (i partigiani), gli "irresponsabili" (i capi della Resistenza) dai "responsabili" (i comandi tedeschi e fascisti); e fa sua, volendolo o meno, la tesi fascista e attesista della "strage degli innocenti": dimenticando che la legalità dei "responsabili" a cui si appella è la medesima che sta sterminando sei milioni di ebrei innocenti, fatto di cui il Santo padre, nel marzo 1944, è perfettamente al corrente. Senza dire che via Tasso e i suoi orrori sono a due passi dai sacri palazzi»[91].

Secondo Aurelio Lepre l'"Osservatore Romano", col formulare l'accusa agli attentatori di «non essersi presentati al comando tedesco per evitare la fucilazione degli ostaggi», compì una «scelta di campo»; tuttavia, commenta Lepre, tale accusa «era del tutto inconsistente (...), perché, se anche avessero voluto consegnarsi ai tedeschi, gli attentatori non ne avrebbero avuto il tempo»[92].

Alessandro Portelli ritiene che l'editoriale costituisca un "testo esemplare e fondante" di un'interpretazione dell'attentato di via Rasella destinata ad avere grande fortuna nel dopoguerra. Scrive infatti Portelli: «Di chi sia la colpa che rende necessario il sacrificio non c'è dubbio: i "colpevoli sfuggiti all'arresto". L'"Osservatore Romano" dunque lascia intendere che i nazisti cercarono i "colpevoli" prima di decidersi al massacro; né sono a conoscenza di rettifiche, precisazioni o smentite successive. Nasce qui lo spostamento della colpa sui vili partigiani che sono andati a nascondersi lasciando ("irresponsabili") al loro destino le vittime della rappresaglia. Oltre alla destra politica, saranno proprio organi e fonti vicini alla Chiesa e al mondo cattolico, a partire dai Comitati civici, a rilanciare nel corso degli anni questa versione, fino a farla penetrare nelle vene dell'immaginazione comune, contribuendo così ad avvelenare la memoria dell'evento, e con essa quella della resistenza, dell'identità e delle origini della repubblica. Che è poi il vero successo a lungo termine della rappresaglia nazista»[93].

Al contrario, secondo Enzo Forcella, essendo la condanna della violenza all'interno del centro urbano un caposaldo della politica vaticana, «non può scandalizzare» che l'editoriale definisse "colpevoli" gli attentatori e si rammaricasse per la loro mancata cattura. Forcella scrive inoltre che «per quanto infelice, non c'era nulla in quel testo che autorizzasse a leggervi una deplorazione per il fatto che non si fossero presentati spontaneamente», come notò in quei giorni anche il segretario del PSIUP Pietro Nenni (rifugiato come molti altri antifascisti nel Seminario Maggiore presso la Basilica di San Giovanni in Laterano), il quale commentò in modo sostanzialmente positivo l'intervento evidenziandone l'ammonimento ai tedeschi («non si può, non si deve spingere alla disperazione ch'è la più tremenda consigliera ma ancora la più tremenda delle forze»)[94].

Via Rasella negli ADSS[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1980 furono pubblicati, per i tipi della casa editrice ufficiale vaticana, gli "Atti e documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale" (ADSS). Nell'introduzione al decimo volume, i curatori dell'opera ribadiscono la disapprovazione verso l'attentato espressa a suo tempo da "L'Osservatore Romano": i caduti del "Bozen" sono definiti «membri non di un'unità combattente, ma riservisti di un battaglione di polizia, reclutato in Tirolo e in Alto-Adige per sorvegliare gli edifici pubblici», mentre l'attentato è ritenuto «una provocazione deliberata» e «un'azione isolata, intrapresa all'insaputa del Comitato di Liberazione Nazionale», convinto nel suo insieme come Pio XII «che non serviva a nulla gettare Roma nella mischia». In conclusione, per i curatori degli ADSS: «È sicuro che l'attentato di via Rasella era un duro colpo alla strategia diplomatica intrapresa da Pio XII per preservare Roma dalla rovina e dal caos. Nel corso dei mesi, egli aveva fatto pressioni sulle autorità tedesche affinché usassero moderazione e aveva ottenuto di calmare l'impazienza dei romani. Cosa potrebbe [fare] un emissario del Papa presso i tedeschi dopo il sangue versato in via Rasella? L'attentato di via Rasella comprometteva dunque tanto la politica del Papa quanto il prestigio delle autorità tedesche»[95].

La posizione del CLN[modifica | modifica wikitesto]

I contrasti nella giunta militare[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Amendola 1948.jpg Giuseppe Spataro 1948.jpg
Giorgio Amendola e Giuseppe Spataro, rappresentanti rispettivamente di PCI e DC nella giunta militare, protagonisti di un'«aspra discussione» sull'opportunità che il CLN rivendicasse l'attentato o al contrario se ne dissociasse

I membri della giunta militare del CLN centrale erano:

La giunta si riunì nel pomeriggio del 26 marzo, nel bel mezzo della crisi che il CLN attraversava da febbraio e che, proprio la mattina del 24 marzo, aveva spinto il suo presidente Ivanoe Bonomi a rassegnare le dimissioni, a causa delle liti intestine tra le correnti di destra e di sinistra e del sospetto che queste ultime stessero preparando un governo rivoluzionario[96][97]. Amendola ricostruì l'andamento della riunione in due occasioni: in un'intervista del 1965 per il libro di Robert Katz Morte a Roma (1967) e nel proprio libro di memorie Lettere a Milano (1973)[98]. Inoltre, Amendola aveva scritto della vicenda anche nel 1964 in una lettera privata al politico radicale Leone Cattani, per rettificare un'intervista[99] in cui quest'ultimo aveva sostenuto di aver saputo da Brosio che, durante la riunione della giunta, l'attentato era stato deprecato dallo stesso rappresentante comunista. La lettera fu rinvenuta dallo storico Renzo De Felice e pubblicata solo nel 1997[25].

La versione più dettagliata è quella del 1973:

« io chiesi che il CLN approvasse l'azione di via Rasella e proclamasse il suo sdegno per la vigliacca rappresaglia, invitando i patrioti a continuare con maggiore decisione la lotta. Spataro si oppose all'accoglimento di questa richiesta, e anzi propose che si votasse un ordine del giorno che separasse le responsabilità del CLN, affermando che l'azione si era svolta a sua insaputa. Nacque un'aspra discussione. Io contestai le affermazioni di Spataro. La direttiva di colpire il nemico con ogni mezzo e dovunque era stata data più volte dal CLN. Noi non avevamo fatto altro che eseguire queste direttive. Spettava poi ad ogni formazione scegliere gli obiettivi e preparare il piano delle operazioni, e queste dovevano essere circondate, per necessità cospirativa, dal massimo silenzio. Pretendere la comunicazione preventiva dei piani operativi voleva dire stroncare ogni possibilità di azione. In questo caso noi comunisti – dichiarai fermamente – saremmo costretti a prendere la nostra libertà d'azione, anche a costo di uscire dal CLN. Nessuno aveva mai richiesto che fossero comunicate alla giunta le date e le modalità delle azioni. Quello che dovevamo fare era constatare se l'azione rientrava o no nelle linee indicate dalla giunta e nessuno poteva affermare che l'azione di via Rasella fosse fuori dalla linea del CLN. Pertini, pur borbottando perché ancora furioso per non essere stato messo al corrente del progetto dell'azione di riserva, concordava sulla impossibilità di informare la giunta dei piani operativi delle singole formazioni. Bauer sostenne senz'altro le mie posizioni. Ma l'aiuto più efficace e meno atteso mi venne, in quella occasione, dal rappresentante del partito liberale, Manlio Brosio, che disse di comprendere il travaglio di chi aveva assunto la responsabilità di quell'azione per le conseguenze che aveva determinato, e di volere rispettare questo travaglio e non aggravarlo con critiche inopportune. Perciò respingeva la proposta di Spataro di votare un ordine del giorno di separazione delle responsabilità. Respinta, quindi, quella proposta, io non insistetti per ottenere l'approvazione di un ordine del giorno di assunzione di responsabilità nell'azione di via Rasella da parte del CLN. Dichiarai, con una certa indignazione: "Se non volete prendere questa responsabilità, ce la prenderemo noi comunisti con fierezza, come del resto ci spetta"[98]. »

La versione resa precedentemente a Robert Katz è sensibilmente diversa: la richiesta di una sconfessione da parte del CLN è attribuita a «un elemento dell'ala destra», mentre Spataro si sarebbe limitato a proporre che ogni futura azione avrebbe dovuto essere approvata dalla giunta. Brosio, intervistato anch'esso da Katz, che gli chiese di confermare la versione di Amendola, rispose: «Ricordo che questi argomenti furono discussi nella nostra riunione della Giunta militare del Cln. Ma non posso ricordare quale fu la mia posizione su questo punto. Con Giorgio Amendola talvolta eravamo d'accordo e talvolta no»[100]. Nella sua autobiografia pubblicata postuma nel 1987, il rappresentante del Partito d'Azione Riccardo Bauer scrisse: «Nella giunta altissime furono da parte dei democristiani e dei liberali le voci di riprovazione per un'azione che aveva avuto come conseguenza le Fosse Ardeatine [...] Con difficoltà io, coi rappresentanti socialisti, riuscii a impedire che uscisse una sconfessione di quell'azione e anzi a strappare il riconoscimento della legittimità dell'azione stessa quale episodio di guerra»[101]. Non si conosce la versione dei fatti di Spataro, il quale nel suo libro sull'attività della DC nella Resistenza[102] omise ogni accenno al suo ruolo nei fatti di via Rasella e, pur interrogato in proposito, mantenne sempre il più stretto riserbo sulla vicenda[103].

La rivendicazione del PCI[modifica | modifica wikitesto]

Non ottenuta l'assunzione di responsabilità da parte del CLN, il PCI rivendicò autonomamente l'attentato tramite l'Unità clandestina del 30 marzo, con in prima pagina un articolo dal titolo Colonna di carnefici tedeschi attaccata in via Rasella e all'interno un comunicato dei GAP scritto da Mario Alicata:

L'Unità clandestina del 30 marzo 1944 con l'annuncio dell'eccidio delle Fosse Ardeatine e la rivendicazione dell'attentato di via Rasella da parte dei GAP
« 
  1. Contro il nemico che occupa il nostro suolo, saccheggia i nostri beni, provoca la distruzione delle nostre città e delle nostre contrade, affama i nostri bambini, razzia i nostri lavoratori, tortura, uccide, massacra, uno solo è il dovere di tutti gli italiani: colpirlo, senza esitazione, in ogni momento, dove si trovi, negli uomini e nelle cose. A questo dovere si sono consacrati i Gruppi di azione patriottica.
  2. Tutte le azioni dei GAP sono dei veri e propri atti di guerra, che colpiscono esclusivamente obiettivi militari tedeschi e fascisti, contribuendo a risparmiare così altri bombardamenti aerei sulla capitale, distruzioni e vittime.
  3. L'attacco del 23 marzo contro la colonna della polizia tedesca, che sfilava in pieno assetto di guerra per le strade di Roma, è stato compiuto da due gruppi di GAP, usando la tattica della guerriglia partigiana: sorpresa, rapidità, audacia.
  4. I tedeschi, sconfitti nel combattimento di via Rasella hanno sfogato il loro odio per gli italiani e la loro ira impotente uccidendo donne e bambini e fucilando 320 innocenti. Nessun componente dei GAP è caduto nelle loro mani, né in quelle della polizia italiana. I 320 italiani, massacrati dalle mitragliatrici tedesche, sfigurati e gettati nella fossa comune, gridano vendetta. E sarà spietata e terribile! Lo giuriamo!
  5. In risposta all'odierno comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando tedesco, il comando dei GAP dichiara che le azioni di guerra partigiana e patriottica in Roma non cesseranno fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi.
  6. Le azioni dei GAP saranno sviluppate sino all'insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall'Italia, la distruzione del fascismo, la conquista dell'indipendenza e della libertà[104]. »

Il comunicato del CLN[modifica | modifica wikitesto]

Ivanoe Bonomi, presidente del CLN centrale

Nel suo diario, alla data del 31 marzo, il presidente dimissionario del CLN centrale Ivanoe Bonomi, tra gli antifascisti rifugiati al Laterano, commentò la notizia di «una atrocità tedesca senza precedenti», datandola per errore «un paio di giorni dopo lo scoppio di una bomba in Via Rasella». Riferendo di aver appreso i particolari dell'attentato da Pietro Nenni, lo attribuì ad «alcuni elementi estremisti». Poi scrisse di aver acconsentito, su richiesta di Nenni, a scrivere «una nota di indignazione e di protesta» verso la strage delle Fosse Ardeatine, da diffondere tramite la stampa clandestina[105]. Secondo la testimonianza del cardinale Pietro Palazzini, allora giovane monsignore che assisteva i rifugiati politici al Laterano, appena ricevuta la notizia dell'eccidio i componenti del CLN discussero sul tipo di operazioni antitedesche da organizzare in futuro. La maggioranza decise per le sole azioni di sabotaggio, escludendo gli attacchi alle truppe «che costavano poi, per reazione, tanto sangue italiano». Osservando che Nenni aveva riportato sul suo diario i particolari dell'attentato già il 26 marzo, lo storico Enzo Forcella ritiene incredibile che, ancora il 31 marzo (data dell'annotazione di Bonomi), al Laterano non si sapesse che a compiere l'attentato non erano stati «alcuni elementi estremisti», bensì una formazione del PCI che l'aveva già rivendicato; ipotizza quindi che il presidente del CLN avesse ostentatamente mentito «a futura memoria storica, per prendere le distanze dall'attentato e, allo stesso tempo, per rendere più problematica la ricostruzione di un contrasto che tutti i protagonisti, per ragioni diverse e contrapposte, hanno interesse a far dimenticare»[106].

Il testo del comunicato era il risultato di un compromesso trovato dopo una serie di riunioni, discussioni e proposte di mediazioni, delle quali in mancanza di documentazione non è mai stato possibile ricostruire l'andamento. Sebbene comparve sulla stampa clandestina a metà aprile (l'Unità lo pubblicò il 13 aprile[107]), per nascondere l'esitazione e il dissenso interni[108] e farlo risultare anteriore al comunicato del PCI, era retrodatato al 28 marzo[109]. Il testo era il seguente:

« Italiani e italiane, un delitto senza nome è stato commesso nella vostra capitale. Sotto il pretesto di una rappresaglia per un atto di guerra di patrioti italiani, in cui esso aveva perso trentadue dei suoi SS, il nemico ha massacrato trecentoventi innocenti, strappandoli dal carcere dove languivano da mesi. Uomini di non altro colpevoli che di amare la patria – ma nessuno dei quali aveva parte alcuna né diretta né indiretta in quell'atto – sono stati uccisi il 24 marzo 1944 senza forma alcuna di processo, senza assistenza religiosa né conforto di familiari: non giustiziati ma assassinati.

Roma è inorridita per questa strage senza esempio. Essa insorge in nome dell'umanità e condanna all'esecrazione gli assassini come i loro complici e alleati. Ma Roma sarà vendicata. L'eccidio che si è consumato nelle sue mura è l'estrema reazione della belva ferita che si sente vicina a cadere. Le forze armate di tutti i popoli liberi sono in marcia da tutti i continenti per darle l'ultimo colpo. Quando il mostro sarà abbattuto e Roma sarà al sicuro da ogni ritorno barbarico essa celebrerà sulle tombe dei suoi martiri la sua liberazione.

Italiani e italiane, il sangue dei martiri non può scorrere invano. Dalla fossa ove i corpi di trecentoventi – di ogni classe sociale, di ogni credo politico – giacciono affratellati per sempre nel sacrificio si leva un incitamento solenne a ciascuno di voi.

Tutto per la liberazione della patria dall'invasione nazista!

Tutto per la ricostruzione di un'Italia degna dei suoi figli caduti![108] »

Mentre il comunicato del PCI annunciava che le azioni partigiane non sarebbero cessate «fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi», quello del CLN proclamava che a Roma l'«ultimo colpo» alla «belva ferita» sarebbe stato assestato dalle «forze armate di tutti i popoli liberi», ossia dagli eserciti alleati avanzanti, senza riferimenti alla prosecuzione della lotta partigiana. Secondo Enzo Forcella, il CLN avallò a posteriori l'attentato «per un senso di responsabilità politica» e per non «rendere insanabile una crisi che avrebbe avuto incalcolabili conseguenze su tutti gli sviluppi della lotta di liberazione», ma non confermando il proclama del PCI sulla guerriglia a oltranza avrebbe fatto capire che azioni analoghe all'interno della città non sarebbero più state sottoscritte. La mancata insurrezione della popolazione romana all'arrivo degli Alleati, cercata dalle forze di sinistra, avrebbe poi segnato il successo della linea dell'ala moderata del CLN e dell'azione diplomatica del Vaticano[109].

Dichiarazioni successive[modifica | modifica wikitesto]

Al processo Kappler del 1948 Amendola, Pertini e Bauer, sentiti come testimoni, dichiararono che l'attentato era stato «effettuato da una organizzazione militare a seguito di direttive di carattere generale date ad essa da uno dei componenti della Giunta Militare, direttive che traducevano l'indirizzo della Giunta medesima»[51]. Nei giorni del processo l'Unità attribuì alla giunta la decisione dell'attentato in un articolo di Pasquale Balsamo (la cui partecipazione all'azione all'epoca non era nota), recante come sottotitolo «Per ordine del Comando CVL[110] i distaccamenti GAP "Pisacane" e "Garibaldi" condussero a termine la loro missione di guerra», nel quale si legge che il 19 marzo 1944 «la Giunta militare del CLN romano ordinò al Comando dei GAP [...] di studiare un attacco a fondo contro una colonna di S.S. della Divisione "Bozen"», specificando che avrebbero dovuto parteciparvi solo due dei quattro GAP disponibili[111]. La stessa versione fu fornita anche da Bentivegna durante il suo interrogatorio:

« Dal lato operativo, posso dire che la nostra organizzazione militare [...] ricevette l'ordine dalla Giunta di attaccare una colonna di S.S. che ogni giorno transitava per il centro di Roma. [...] Noi, ripeto, dipendevamo dal C.L.N. e quindi, militarmente, dal Comando del Corpo Volontari della Libertà[110], i cui massimi esponenti erano Cadorna, Parri e Longo[112]. »

La difesa di Kappler chiese ai giudici di accertare in via incidentale se la decisione dell'attentato era stata presa collegialmente dalla giunta militare del CLN. Dopo essersi riuniti in camera di consiglio, i giudici deliberarono che tale accertamento non era necessario ai fini del processo[3].

Nel 1949, mentre era in corso un processo civile per danni intentato dai parenti di alcune vittime delle Fosse Ardeatine contro i membri della giunta e i gappisti[113] (conclusosi nel 1957 con l'esclusione della responsabilità civile dei partigiani verso i congiunti delle vittime della rappresaglia, essendo l'attentato riconosciuto come atto di guerra[114]), Bauer scrisse un "promemoria" su via Rasella – poi reso pubblico molti anni dopo da uno degli avvocati difensori, Carlo Galante Garrone – in cui si afferma che la «linea di condotta» stabilita dalla giunta era quella di «rendere impossibile la vita ai tedeschi e fascisti dentro e fuori la città di Roma», cosicché in tale quadro «il fatto di via Rasella appare come episodio organico», ma fu «preparato e attuato dai comunisti senza specifico accordo con la Giunta Militare» e una volta eseguito tutti i rappresentanti del CLN furono concordi nel considerarlo «legittima azione di guerra»[115].

Durante una celebrazione della Resistenza romana, Giorgio Amendola denunciò «la campagna indegna che ora viene condotta per quella azione», menzionando un «ignobile manifesto firmato anche da un partito che fece parte del CLN e non ardì allora pronunciarsi contro quell'azione, decisa dal CLN»[116]. Bentivegna nel 1965 dichiarò che l'azione era stata proposta dai GAP e «approvata dalla giunta militare del Comitato di liberazione nazionale, composta da Giorgio Amendola, Riccardo Bauer e Sandro Pertini»[117]. Tale versione fu ribadita nell'Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza (edita nel 1968 a cura del dirigente del PCI Pietro Secchia[118]) e ripresa da Bentivegna ancora nel 1993[41].

Nelle sue memorie edite nel 1983 Bentivegna accenna rapidamente allo scontro nella giunta militare, scrivendo che a mettere in discussione l'azione gappista furono «alcuni settori» del CLN «che si erano lasciati intimidire dalla ritorsione nazista e che avevano colto in essa l'occasione per resipiscenze attendiste». In particolare «Spataro, per conto della DC, allora prona ai diktat antidemocratici di Pio XII, cercò di delegittimare i GAP e quell'attacco, ma fu battuto dai suoi colleghi, e il CLN, invece, il 28 marzo emise una dura condanna della strage perpetrata dai nazisti»[119].

La posizione di Sandro Pertini[modifica | modifica wikitesto]

Sandro Pertini, rappresentante socialista nella giunta militare

Nel 1983, mentre ricopriva la carica di presidente della Repubblica, Pertini dichiarò: «Le azioni contro i tedeschi erano coperte dal segreto cospirativo. L'azione di via Rasella fu fatta dai Gap comunisti. Naturalmente io non ne ero al corrente. L'ho però totalmente approvata quando ne venni a conoscenza. Il nemico doveva essere colpito dovunque si trovava. Questa era la legge della guerra partigiana. Perciò fui d'accordo, a posteriori, con la decisione che era partita da Giorgio Amendola»[120].

Tuttavia, vari ex partigiani socialisti, tra cui Matteo Matteotti e Leo Solari, negli anni novanta hanno sostenuto che all'epoca Pertini, in due riunioni con altri dirigenti del suo partito alla fine di marzo e alla fine di aprile (poco prima della sua partenza per il nord), avrebbe duramente criticato l'azione come espressione di avventurismo irresponsabile. In particolare, Matteotti ha dichiarato che Pertini, contrario ad attaccare un reparto militare temendo «che ci fossero delle rappresaglie sproporzionate rispetto all'efficacia dell'azione», aveva proposto una manifestazione di protesta davanti alla sede de Il Messaggero per il rispetto della città aperta[121][122]. Tali testimonianze sembrano trovare riscontro in una lettera di un anonimo comunista, datata 30 marzo 1944 e riprodotta in un volume del dirigente del PCI Luigi Longo[123], in cui si legge: «Chi ha assunto un atteggiamento inqualificabile di protesta e di disapprovazione è stato il delegato socialista». Sulla base di queste fonti, i Benzoni ritengono che la condotta successiva di Pertini, non diversamente da quella degli altri membri della giunta militare, «derivasse dall'esigenza di difendere l'unità antifascista in una vicenda marcata dall'ombra terribile delle Ardeatine»[124].

L'infondata attribuzione a Pertini di un coinvolgimento nella decisione dell'azione gappista è stata ricorrente nel corso delle polemiche politiche sull'argomento: nel 1982, in seguito alla consegna di una medaglia d'argento e una di bronzo al valor militare a Bentivegna (conferitegli nel 1950), la stampa di destra accusò Pertini di aver ordinato l'attentato[125] (riprendendo tale versione da un libro di Attilio Tamaro del 1950); durante un dibattito parlamentare sul processo penale contro gli ex gappisti nel 1997, il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick dichiarò: «L'azione di via Rasella fu decisa dal Comando dei gruppi di azione patriottica di Roma, che aveva come dirigenti persone della statura di Sandro Pertini e di Giorgio Amendola, tra i padri della patria»[126].

La posizione di Alcide De Gasperi[modifica | modifica wikitesto]

Alcide De Gasperi, membro del CLN centrale per la DC

Esistono diverse versioni anche sulla posizione tenuta verso l'attentato dal futuro presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, capo degli esecutivi che negli anni 1950-51 concessero diverse ricompense al valor militare ad alcuni dei gappisti di via Rasella.

Giorgio Amendola ha riferito, con marginali differenze nelle diverse ricostruzioni, di un suo incontro con De Gasperi e l'azionista Sergio Fenoaltea avvenuto nel pomeriggio del 23 marzo subito dopo l'esplosione, per discutere della crisi del CLN. I tre si riunirono presso il Palazzo di Propaganda Fide dov'era rifugiato De Gasperi, il quale una volta ricevuto Amendola gli chiese spiegazioni circa la causa del fragore udito. Appreso dal dirigente comunista che si trattava di un'azione gappista, il futuro capo del governo – con un tono di ammirazione – avrebbe affermato: «Voi [comunisti] una ne pensate e mille ne fate»[127]. Enzo Forcella scrive che «non c'è motivo di dubitare» della versione di Amendola, ma la considera «maliziosa e fuorviante», inducendo a pensare che De Gasperi approvò l'attentato ed espresse la sua ammirazione agli organizzatori, mentre va considerata solo come una reazione avuta senza conoscere cos'era effettivamente accaduto, dal momento che, una volta note le dimensioni dell'attentato e della rappresaglia, la posizione della Democrazia Cristiana fu quella poi assunta da Spataro[128].

Nell'Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, edita nel 1968 a cura di Pietro Secchia, in contrasto con la versione di Amendola, si afferma che quest'ultimo informò personalmente De Gasperi dell'attentato prima della sua esecuzione[118]. Sulla base di questa versione, il fondatore della Südtiroler Volkspartei Friedl Volgger ha contestato la beatificazione dello statista democristiano[129]. Viceversa secondo Giulio Andreotti, allora collaboratore di De Gasperi, il giudizio del politico trentino sull'attentato fu negativo[130].

Valutazioni storiografiche[modifica | modifica wikitesto]

Enzo Forcella spiega le incongruenze tra le ricostruzioni rese dai protagonisti nell'immediato dopoguerra (che attribuiscono al CLN un ruolo attivo nella decisione dell'attacco e tacciono il disaccordo interno sorto in seguito alla sua esecuzione) e quelle contenute negli scritti di Amendola e Bauer pubblicati successivamente (in cui invece emerge che l'iniziativa era stata dei soli comunisti e vengono ammessi i contrasti) con l'esigenza di difendere il «paradigma antifascista»: «Gli uomini e i partiti interessati, a varie riprese e in vari modi, hanno sempre cercato di stendere una coltre di silenzio sul profondo dissenso che i fatti di via Rasella e delle Fosse Ardeatine avevano provocato tra i partiti del Cln. Alcuni di loro, anche di fronte alla magistratura, non hanno esitato a giurare il falso per nascondere che contrasto vi fosse stato»[109]. Commentando tali parole di Forcella, Portelli ha osservato: «a parte la diversa rappresentatività dei due schieramenti nella resistenza, è significativo che sebbene questa non fosse la prima azione partigiana in città, il contrasto si apra solo dopo la rappresaglia, e non prima. Sono le Fosse Ardeatine, cioè, che fanno diventare retroattivamente condannabile via Rasella agli occhi dei moderati. Non sopravvaluterei comunque l'importanza di queste incertezze romane: nonostante i massacri, il Cln non diede certo la direttiva di cessare gli attacchi contro i tedeschi in tutta l'Italia occupata»[131].

I Benzoni scrivono che i successivi contrasti interni al CLN (sui quali secondo loro è stata applicata «la cosmesi del "politically correct"»), confermerebbero la contrarietà degli altri partiti antifascisti alla radicalizzazione della lotta voluta dal PCI, della quale sarebbe indice la stessa mancata comunicazione del progetto dell'attentato ai loro massimi rappresentanti militari (laddove Pertini era stato informato e invitato a collaborare all'attacco contro la manifestazione fascista). L'attentato di via Rasella avrebbe rappresentato un innalzamento del livello dello scontro «che non poteva assolutamente essere comunicato agli altri perché non poteva in alcun modo essere da loro condiviso». Considerata la successiva linea "attendista" adottata dal CLN e la drastica diminuzione delle azioni dei GAP a Roma, gli autori ipotizzano inoltre che, contrariamente a quanto affermato da Amendola, nella riunione della giunta militare fu quest'ultimo (il quale avrebbe voluto «continuare con maggiore decisione la lotta») e non Spataro a essere in minoranza relativamente alla condotta da adottare in futuro[132].

Secondo Giovanni Sabbatucci, pur avendo all'epoca contestato l'attentato nel CLN, nel dopoguerra le forze moderate (la cui partecipazione alla Resistenza era svalutata dai comunisti tramite l'accusa di "attendismo" o "attesismo", concetto connotato negativamente) non avviarono un dibattito sull'argomento in quanto, impegnate nel governo del Paese, si disinteressarono alla costruzione della memoria resistenziale, lasciata ai comunisti in una sorta di «tacita divisione dei compiti»[133].

Effetti sulla guerra antipartigiana[modifica | modifica wikitesto]

Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia

Secondo quanto riferito nel 1949 dal diplomatico Eugen Dollmann, insieme alla rappresaglia fu prevista un'ulteriore misura punitiva: il comandante supremo delle SS Heinrich Himmler ordinò al suo luogotenente in Italia, generale Karl Wolff, di organizzare «l'esodo forzoso dalla capitale della popolazione maschile dei quartieri più pericolosi, famiglie comprese, rastrellando le persone fra i diciotto e i quarantacinque anni»[134]. Per eseguire l'operazione, Wolff giunse a Roma la sera del 24 marzo (poche settimane prima aveva represso con delle deportazioni lo sciopero generale nel Nord Italia)[135]. Tuttavia Kesselring fece presente che la deportazione di circa un milione di persone avrebbe reso necessario un dispiegamento di truppe tale da sguarnire il fronte di Anzio, cosicché il progetto venne accantonato[136].

L'azione partigiana indusse inoltre i tedeschi a intensificare le misure per la sicurezza delle truppe. Lo stesso 23 marzo, alle truppe dipendenti dal comandante supremo del sud-ovest fu ordinato: «In futuro nelle località maggiori si dovrà marciare soltanto in ordine sparso, con adeguata protezione alla testa, alle spalle e ai fianchi. Durante la marcia le armi devono essere costantemente pronte a sparare. Bisogna rispondere immediatamente qualora dalle case venga fatto fuoco o si verifichino analoghi fatti ostili». In aggiunta, il 7 aprile Kesselring dispose: «Contro le bande si agirà con azioni pianificate. Bisogna inoltre garantire la continua sicurezza della truppa contro attentati e attacchi. [...] In caso di attacco, aprire immediatamente il fuoco senza curarsi di eventuali passanti. Il primo comandamento è l'azione vigorosa, decisa e rapida. Chiamerò a rendere conto i comandanti deboli e indecisi, perché mettono in pericolo la sicurezza delle truppe loro affidate e il prestigio della Wehrmacht tedesca. Data la situazione attuale, un intervento troppo deciso non sarà mai causa di punizione»[137].

L'impatto dell'attentato sull'evoluzione della guerra antipartigiana è stato molto discusso: Lutz Klinkhammer ritiene che segnò una «cesura mentale per i comandi tedeschi in Italia», mentre Carlo Gentile, non riscontrando cambiamenti significativi nell'evoluzione della "guerra ai civili", la quale già dall'autunno 1943 aveva conosciuto episodi di estrema violenza al Sud, scrive che risulta «difficile ritenere che le sue immediate conseguenze fossero davvero determinanti» e che le fonti non permettono di «affermare sulla base di prove concrete che la politica di repressione abbia subito trasformazioni decisive o si sia inasprita, almeno in un primo tempo», proseguendo nelle forme che aveva già assunto. Secondo Gentile, le offensive antipartigiane nelle retrovie della 14ª Armata iniziate alla fine di marzo non furono una conseguenza dell'impressione dell'attentato, ma del fatto che la momentanea sospensione dei combattimenti sul fronte di Cassino, a partire dal 23 marzo, rese possibile la destinazione di forze alla lotta antipartigiana[138].

La Resistenza romana dopo via Rasella[modifica | modifica wikitesto]

Franco Calamandrei scrisse sul suo diario che dopo l'attentato vi furono discussioni all'interno del PCI romano sull'opportunità di intensificare la lotta o fermarla: inizialmente sembrò prevalere la prima alternativa, tuttavia infine si optò per un'interruzione, «ma purché si diffondano nella sosta manifestini alla popolazione e ai tedeschi, i quali minaccino una ripresa terroristica se entro un termine certo l'evacuazione non sarà effettiva»[139].

Sul punto le memorie di Rosario Bentivegna sono parzialmente divergenti: la notizia del massacro delle Fosse Ardeatine, appresa il 25 marzo a mezzogiorno, spinse lui e i suoi compagni, in accordo con il comando dei GAP, a voler vendicare i trucidati con un attacco simile a quello di via Rasella. Bentivegna ricorda così lo stato d'animo dei gappisti: «Non ci sentivamo in nessuna misura responsabili dei metodi e delle ritorsioni naziste. Ma quei metodi e quella rappresaglia e la morte dei nostri compagni e la presenza di quei nemici erano ormai diventati più forti della voglia di vivere o della paura di morire». Si decise quindi di effettuare un attentato, già messo a punto, contro un camion che trasportava il corpo di guardia della Gestapo da Regina Coeli alla caserma, programmando di colpirlo in largo Tassoni a mezzogiorno del 28 marzo. Alle ore 11:45 del giorno stabilito, mentre i gappisti erano già tutti ai loro posti, una «trafelata» staffetta portò l'ordine perentorio di sospendere l'attacco. Bentivegna ritiene tale decisione una conseguenza del disaccordo su via Rasella sorto nel CLN, che avrebbe determinato il momentaneo imporsi di un «neo-attendismo», rimosso «in seguito a una dura battaglia politica» alcuni giorni più tardi, quando era ormai sfumato «l'effetto politico e militare che avrebbe potuto avere un'immediata durissima reazione alla rappresaglia nemica»[140].

Il rapporto tra l'attentato e la rappresaglia[modifica | modifica wikitesto]

L'attentato di via Rasella rappresenta con l'eccidio delle Fosse Ardeatine uno dei principali argomenti di riflessione sul tema del rapporto tra gli attentati partigiani e le rappresaglie tedesche o fasciste[139].

Il problema delle rappresaglie[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'inizio della guerra partigiana e il ricorso alla pratica della rappresaglia da parte degli occupanti, varie furono le posizioni assunte dai diversi gruppi di resistenti di fronte alla prospettiva di provocare ritorsioni sui compagni di lotta prigionieri o sui civili: in particolare tra i partiti moderati del CLN e le formazioni militari era diffusa una posizione generalmente sfavorevole alla lotta armata, volendo evitare le rappresaglie; posizione criticata come "attendista" o "attesista" da quelle forze, soprattutto il PCI, che al contrario sostenevano la necessità di attaccare ugualmente gli occupanti.

Il 30 ottobre, in risposta all'eccidio di Pietralata, "Italia Libera" (il giornale organo del Partito d'Azione) pubblicò un comunicato nel quale si diceva fra l'altro: «A ogni crocicchio, dietro ogni albero, in ogni angolo del paese i nazisti attendano di vedere sorgere il profilo d'un vendicatore... Il popolo italiano non deve temere le rappresaglie. Rappresaglia chiama rappresaglia e l'arma dell'intimidazione si ritorce su chi l'usa»[141]. Tuttavia Eugenio Colorni, uno dei principali capi partigiani socialisti a Roma, in un documento del novembre 1943, in merito alla linea di condotta dei tre partiti di sinistra (socialista, comunista e d'Azione), scrisse: «Per il momento vengono eseguite e raccomandate solo azioni contro i fascisti (in particolare contro le spie). Le azioni contro i tedeschi sono permesse solo quando sia possibile eliminarne ogni traccia, perché altrimenti darebbero luogo a troppo gravi rappresaglie. E principalmente quello a cui si mira sono le azioni di sabotaggio. Moltissime ne vengono progettate e preparate, molto meno eseguite»[142].

Il colonnello Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino

Il 10 dicembre 1943 il colonnello Montezemolo, comandante del Fronte militare clandestino, diramò l'Ordine 333 Op., il cui punto 9 ("organizzazione ed azione delle bande") recitava: «Nelle grandi città la gravità delle conseguenti possibili rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia», comandando quindi l'adozione di forme di resistenza basate sulla propaganda e l'ostruzionismo[143]. Quattro giorni dopo, il Comando supremo dell'Esercito Cobelligerante Italiano rivolse alle formazioni partigiane dipendenti una direttiva (scritta da Montezemolo e firmata dal capo di Stato maggiore Giovanni Messe) che, ribadita l'esclusione di «atti aggressivi» nelle grandi città, raccomandava di valutare il rischio di ogni azione armata, da effettuare «contro singoli elementi tedeschi [...] in base a situazione e possibilità ed a un giusto esame del tedesco e delle possibili rappresaglie in relazione all'obbiettivo da conseguire»[144]. Analoghe direttive provenivano dai generali Quirino Armellini (dal 24 gennaio 1944 comandante del Fronte militare) e Roberto Bencivenga (successore del primo nella stessa carica a partire dal 22 marzo), i quali invitarono la popolazione a non compiere attentati in città, ritenendo «inopportuni gli atti di guerriglia urbana perché potevano provocare la rabbiosa reazione dei tedeschi»[145].

Luigi Longo, dirigente del PCI e comandante delle Brigate Garibaldi

Luigi Longo, comandante generale delle Brigate Garibaldi, da Milano delineò la strategia del PCI in una lettera al CLN di Roma dell'8 gennaio 1944:

« Il criterio se il nemico con le sue rappresaglie e la sua reazione ci potrà portare colpi ancora più duri, non può essere preso in considerazione: è l'argomento di cui si servono gli attendisti, ed è sbagliato, non perché, caso per caso, il loro calcolo non possa corrispondere a verità, anzi in astratto, caso per caso, il loro calcolo è sempre giusto, perché è evidente che se il nemico vuole, caso per caso ci può sempre infliggere più perdite di quante noi ne possiamo infliggere a lui. Ma il fatto è che la convenienza o meno della lotta non si può misurare col metro del caso per caso; [...] si deve valutare sempre e solo nel quadro generale politico e militare della lotta contro il nazismo e il fascismo: il morto tedesco non si può contrapporre ai dieci ostaggi fucilati, ma si devono considerare tutte le misure di sicurezza che il nemico deve prendere, tutta l'atmosfera di diffidenza e di paura che questo crea nelle file nemiche, lo spirito di lotta che queste azioni partigiane esaltano nelle masse nazionali[146]. »

Viceversa Bandiera Rossa espresse dei dubbi sull'opportunità di attacchi che avrebbero potuto provocare rappresaglie verso i prigionieri: «Che cosa abbiamo guadagnato con l'azione? Centinaia di compagni, i migliori... si trovano oggi nelle mani dei nostri carnefici. Ma due tedeschi morti valgono forse 100 uomini maturati nella lotta...?»[147].

I gappisti e il "ricatto delle rappresaglie"[modifica | modifica wikitesto]

Le rappresaglie dieci a uno

In un'opera sui crimini di guerra tedeschi in Italia edita nel 1995, Friedrich Andrae ha scritto che la pratica di fucilare dieci prigionieri per ogni soldato tedesco caduto «corrisponde all'uso nei territori di competenza del comandante in capo del fronte sud-ovest»[148]. In un volume sullo stesso argomento pubblicato nel 2015, Carlo Gentile scrive che, contrariamente a quanto ritenuto da molti, nell'Italia occupata non esistevano disposizioni che imponessero un numero preciso di ostaggi da fucilare e che il «ricorrente» rapporto di dieci a uno, a cui spesso ci si ispirava, fu soggetto a numerose eccezioni, venendo alterato sia per eccesso che per difetto in base alle disposizioni dei comandi locali[149].

Nel 1954 durante una celebrazione Giorgio Amendola disse (secondo la sintesi de l'Unità):

« Sorse il problema delle rappresaglie, qualcuno osservò: "pagheranno gli innocenti". Ma questo era un prezzo inevitabile, che i popoli debbono pagare per conquistare la propria libertà. Un duro prezzo; ma rinunciare all'azione per questo significa pagare un prezzo ancora più alto, ancora più caro per tutti. Se il nemico reagisce, come reagì, versando il sangue degli innocenti, questo sangue ricade su di esso[116]. »

Nel 1964 Amendola scrisse:

« La più grossa responsabilità morale che abbiamo dovuto assumere nella guerra partigiana è quella dei sacrifici che si provocano, non soltanto i compagni di lotta che si inviano incontro alla morte – essi hanno scelto liberamente quella strada – ma gli ignari che possono essere colpiti dalle rappresaglie. Se non si supera questo tremendo problema non si può condurre la lotta partigiana. Noi del C.L.N., tutti, anche se nella pratica con maggiore o minore convinzione, sapemmo superare questo problema, e prenderci le necessarie responsabilità. Soltanto dei pavidi o degli ipocriti potevano fare finta di non comprendere le conseguenze che derivavano dalla posizione assunta. Affrontammo il rischio nell'unico modo possibile: non farci arrestare dal ricatto delle rappresaglie e, in ogni caso, rispondere al nemico colpo su colpo e continuare la lotta[25]. »

Concetti analoghi sono espressi nelle memorie di Carla Capponi:

« Noi non avevamo previsto rappresaglie né potevamo piegarci a quel ricatto. Quale reparto di un esercito combattente, consegnarci al nemico sarebbe stato un tradimento: avrebbe significato non solo rinunciare alla lotta, ma anche consegnare con noi notizie preziose di cui eravamo custodi. Nelle "lezioni" che Amendola, Gesmundo, Pellegrini e Lusana avevano tenuto in casa mia, ci era stato detto con chiarezza che alle azioni repressive tedesche si doveva reagire colpo su colpo, che il nemico avrebbe usato tutti i mezzi leciti e illeciti per indurci a desistere, a consegnarci, a rinunciare; che rappresaglie erano state compiute in ogni parte d'Europa e che prima ancora, nella guerra di Spagna, questo drammatico dilemma era stato definitivamente risolto con la scelta di lotta a oltranza. "Chi si consegna al nemico è un traditore" avevano deciso le rappresentanze della Resistenza francese, olandese, italiana. Chi non se la sentiva di stare alle severe, dure regole della lotta clandestina aveva il dovere di rinunciare subito ritirandosi dall'impegno di combattere.

A noi non era stata neppure proposta un'alternativa dai nazisti: "Consegnatevi e le vittime designate saranno salve". Se avessero posta questa condizione, avrebbero certamente messo in crisi la nostra coscienza, ma non avrebbero incrinato le leggi che regolavano il comportamento di fronte al nemico. La nostra sfida era: cercateci, impegnatevi nello scontro con noi ma non infierite con chi non è in grado di difendersi, di combattere. Per noi quell'"ordine" assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione[150]. »

Nelle sue memorie Rosario Bentivegna scrive che i gappisti avevano previsto che attaccare truppe tedesche sarebbe stato diverso dal colpire i fascisti: per gli attacchi a questi ultimi sembrava che i tedeschi «non se la fossero presa troppo» limitandosi a proibire le manifestazioni fasciste, ma «[c]ertamente diversa, pensavamo, sarebbe stata la loro reazione se avessimo cominciato a colpire anche loro»[151]. Nel 1996 Bentivegna affermò: «Noi sapevamo che i nazisti avevano fatto rappresaglie mostruose. Questo problema l'avevamo affrontato da tempo. Ma se non spariamo ai tedeschi, ci dicemmo, che razza di guerra facciamo? Decidemmo di correre il rischio della rappresaglia per salvare l'onore del paese»[152].

Nel 1964 Giorgio Amendola scrisse: «non avevo preveduto le conseguenze dell'azione compiuta: le precedenti azioni dei GAP non erano state seguite da rappresaglie immediate. Invece questa volta s'era scatenato l'inferno»[25]. Successivamente lo stesso Amendola scrisse che, fino al momento dell'attentato, «i tedeschi avevano reagito di fronte ai colpi dei GAP, accelerando il ritmo dei processi romani e della esecuzione delle condanne, con le fucilazioni eseguite a Forte Bravetta»[153].

Alcuni gappisti partecipanti all'attentato hanno affermato di non aver previsto modi ed entità della rappresaglia nazista. Afferma Marisa Musu: «Quello è stato realmente un grosso, un grosso trauma; perché nessuno se l'aspettava. Noi abbiamo fatto anche delle azioni abbastanza consistenti: poi non abbiamo mai saputo quanti morti ci sono stati perché i tedeschi non l'hanno mai detto. Certo, non ne avevamo mai ammazzati trenta tutti insieme; però, in realtà rappresaglie non ce n'erano state. Cioè, si era ucciso, si era fucilato eccetera; però in realtà non si era mai collegato. Quindi per noi direi che è stato indubbiamente, un grande, un grande choc, eravamo sconvolti perché era una cosa... certamente non l'avevamo previsto». Secondo la testimonianza di Mario Fiorentini: «Quando noi abbiamo iniziato sapevamo che potevamo andare incontro alla rappresaglia. Come ci saremmo comportati? (...) Ma noi pensavamo a una trattativa, pensavamo a una fase negoziata». Sulla questione si pronuncia anche l'ordinanza del giudice delle indagini preliminari di Roma, Maurizio Pacioni, del 16 aprile 1998: «Se era certamente prevedibile una dura reazione tedesca all'attentato, non erano, però, prevedibili le forme e i modi in cui questa si sarebbe realizzata, essendo quella della rappresaglia (e in particolare della rappresaglia su persone detenute) solo una delle possibilità preventivabili»[154].

L'accusa della mancata presentazione[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni hanno sostenuto che la rappresaglia si sarebbe potuta evitare[155]. Lo storico Paolo Simoncelli ha riportato in un suo articolo la testimonianza del medico Vittorio Claudi (m. 2006) che avrebbe visto un manifesto in Piazza Verdi (Roma) nel quale vi sarebbe stata una richiesta di consegna da parte del comando tedesco[156] prima di effettuare il massacro. Tuttavia i tedeschi non attesero le 24 ore prima di dare inizio al massacro[157].

Lo storico Roberto Roggero, in Oneri e onori, fa peraltro notare come «nulla garantisce che se gli autori dell'attentato si fossero presentati all'autorità tedesca, la rappresaglia non sarebbe comunque stata messa in atto»[158]. Mentre, ad esempio, la rappresaglia è stata evitata nel caso di Salvo D'Acquisto, che pur innocente si era accusato responsabile della morte di alcuni soldati tedeschi; in un altro caso, quello di Vincenzo Giudice, nonostante egli si fosse consegnato, la rappresaglia era stata effettuata causando la morte di 71 persone, fra le quali molti bambini.

Tali questioni si posero fin dal processo per le Fosse Ardeatine a carico del tenente colonnello Kappler presso il Tribunale Militare di Roma, il 20 luglio 1948. Kappler, in tale occasione, dichiarò che «se i responsabili si fossero presentati entro 24 ore dall'accaduto, la rappresaglia sarebbe stata evitata». Rosario Bentivegna, presente in aula in qualità di testimone, fu contestato da alcuni familiari dei fucilati delle Fosse Ardeatine, i quali lo accusarono di non aver evitato la rappresaglia consegnandosi ai tedeschi. Bentivegna si difese immediatamente affermando che i tedeschi non richiesero la consegna degli autori dell'attacco, e che non era certo che la sua consegna avrebbe evitato la rappresaglia»[158].

In precedenza, tuttavia, il feldmaresciallo tedesco Albert Kesselring, in data 15 novembre 1946, sentito come testimone al processo contro i generali Mackensen e Mältzer, a domanda rispose:

« "Ma voi avreste potuto dire: Se la popolazione romana non consegnerà entro un dato termine il responsabile dell'attentato io fucilerò dieci romani per ogni tedesco ucciso?"

Kesselring: "Ora in tempi tranquilli, dopo tre anni passati, devo dire che l'idea sarebbe stata molto buona".
"Ma non lo faceste".
Kesselring: "No, non lo feci"[159]. »

La sentenza della Cassazione del 2007 ha confermato il fatto che nessuna richiesta di consegna degli autori dell'attacco per evitare la rappresaglia fosse stata affissa dalle autorità di occupazione: nonostante ciò Simoncelli ha comunque continuato a sostenere la tesi della pubblicazione del manifesto in due articoli, intitolati Via Rasella, partigiani avvisati? Ecco la prova e Il manifesto «scomparso», usciti sull'Avvenire rispettivamente il 17 e 18 marzo 2009[160].

Secondo Alessandro Portelli, la falsa notizia secondo cui i partigiani, presentandosi alle autorità nazifasciste subito dopo l'attentato, avrebbero potuto evitare l'eccidio delle Fosse Ardeatine, sarebbe stata inventata a scopi propagandistici dal federale Giuseppe Pizzirani, durante una riunione del Partito Fascista Repubblicano in data 30 marzo 1944[161].

Luca Baiada sostiene di aver individuato l'origine di quella che egli definisce una «leggenda (...) demistificata dai migliori studi e dichiarata falsa dalle sentenze»: un volantino senza data, firmato "I fascisti repubblicani dell'Urbe", in cui appunto si afferma falsamente che «i banditi comunisti dei gap avrebbero potuto evitare questa rappresaglia, pur prevista dalle leggi di guerra, se si fossero presentati alle autorità germaniche che avevano proclamato, via radio e con manifesti su tutti i muri di Roma, che la fucilazione degli ostaggi non sarebbe avvenuta se i colpevoli si fossero presentati per la giusta punizione». In base a una serie di indizi testuali, Baiada ritiene di poter collocare questo volantino in una data compresa fra il 30 marzo e il 18 aprile 1944. Secondo Baiada, è possibile che questo volantino sia stato affisso ai muri e che abbia potuto ingenerare, in molti di coloro che lo videro, il falso ricordo di aver visto il «documento mai esistito (l'invito a presentarsi)» evocato nel volantino stesso[162].

Storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Aurelio Lepre, nel suo saggio pubblicato nel 1996, ha dedicato alcune complesse riflessioni a quello che egli ha definito il «problema della prevedibilità della rappresaglia»[163]. Secondo Lepre, la «facilità dell'esecuzione dell'attentato in via Tomacelli e la mancanza di reazioni diedero [ai gappisti] la falsa impressione di una guerriglia che poteva portare i suoi colpi senza coinvolgere la popolazione civile nelle rappresaglie»; si trattava però di un «calcolo errato», giacché i gappisti praticavano un terrorismo «fondato sull'improvvisazione, sull'intuito, che guardava al gesto da compiere più che alle sue possibili conseguenze»[164]. Nella ricostruzione di Lepre, dopo il successo dell'attentato di via Tomacelli, i Gap ebbero l'idea di un nuovo attentato programmato per il 23 marzo, che «avrebbe dovuto essere diretto, in un primo momento, contro i fascisti»[165]. Fino a tutto il 22 marzo «i gappisti pensavano ancora di attaccare il corteo fascista, se si fosse formato dopo la manifestazione all'Adriano, mentre i socialisti avrebbero attaccato altrove. L'attentato a via Rasella era preparato solo in alternativa»[166]. Solo a mezzogiorno del 23 i Gap seppero che il corteo fascista non ci sarebbe stato e si decisero ad attaccare i tedeschi in via Rasella; ma – commenta Lepre - «non era la stessa cosa, e l'esempio di via Tomacelli non valeva più», perché questa volta si attaccavano direttamente i soldati tedeschi e non più i fascisti italiani. «Se i gappisti avessero esaminato le possibili conseguenze dell'attentato, avrebbero dovuto prevedere una dura rappresaglia»[167]. Dopo aver parlato della riunione del Cln del 26 marzo, Lepre riconosce che i comunisti (e Amendola in particolare), di fronte al rifiuto da parte del Cln di assumersi la responsabilità collettiva dell'attentato, se ne assunsero loro la responsabilità col comunicato del 30 marzo, e però commenta: «I gappisti, che prima di via Rasella non immaginavano che vi sarebbero potute essere rappresaglie così spietate e che all'uccisione dei soldati tedeschi si sarebbe risposto con una strage, continuarono anche in seguito a progettare attentati di eguale portata e che avrebbero potuto avere conseguenze analoghe»[168]. Lepre menziona alcuni altri progetti di attentati da parte dei gappisti successivi a via Rasella (progetti che Lepre ricostruisce in base alle successive testimonianze – in parte divergenti - di Bentivegna e di Franco Calamandrei), e in particolare di un attacco fissato per il 28 marzo che saltò all'ultimo momento allorché «una staffetta portò l'ordine di rientrare alla base: le forze moderate presenti nel Cln avevano avuto la meglio sulla sinistra, composta da Giorgio Amendola, Sandro Pertini e Riccardo Bauer»[169]. Secondo Lepre, la posizione delle componenti moderate del Cln rifletteva in realtà l'atteggiamento della maggior parte della popolazione di Roma, mentre il «tentativo degli attentatori di spingere a ogni costo i romani alla lotta era una forzatura degli avvenimenti, perché a Roma la resistenza era ancora molto debole e tale rimase»[170]. Lepre conclude che i «gappisti non raggiunsero gli obiettivi che si erano prefissi: l'attentato [di via Rasella] servì soltanto a mostrare la ferocia del nemico. Un risultato pagato a prezzo troppo elevato di morti, quelli italiani delle Fosse Ardeatine, ma anche quelli tedeschi»[171].

Nella valutazione di Gabriele Ranzato, l'attentato «ha conseguito per le finalità della Resistenza un grande risultato di portata simbolica e pratica: ha potuto rappresentare, con tutta la risonanza internazionale che il fatto di essere avvenuto nella capitale implicava, la decisa volontà degli italiani di lottare contro il fascismo e i tedeschi; ha mostrato la vulnerabilità di questi ultimi, incoraggiando a imprese più audaci coloro che già si battevano contro di essi; con la sua esaltante esemplarità ha spinto molti uomini in tutta Italia a combattere gli occupanti e i loro collaboratori. La responsabilità della rappresaglia, imprevedibile nella criminalità della sua portata [...], appartiene solo a chi l'ha compiuta; soggiacere al ricatto delle rappresaglie implicava la fine di ogni resistenza armata. La legittimità dell'atto di guerra compiuto non fu tanto di natura giuridica quanto di natura morale, come lo è quella di qualsiasi azione violenta diretta ad abbattere una tirannide che abbia il monopolio della legittimità giuridica. Il fatto che la decisione di compiere l'attentato fu del solo Pci non ne limita la legittimità poiché quell'atto non contraddiceva alcuna disposizione, né del Cln né del governo Badoglio, ed era anzi assolutamente coerente con le esortazioni dell'uno e dell'altro a colpire il nemico comunque e dovunque si presentasse l'occasione»[172]. Tuttavia, sempre secondo Ranzato, nell'ambito locale romano la rappresaglia delle Ardeatine riuscì nell'intento di intimidire la popolazione, privò le organizzazioni della Resistenza di numerosi esponenti anche importanti, e complessivamente segnò una battuta d'arresto per la Resistenza romana, compresa quella comunista, che dopo via Rasella non riuscì più a portare a segno operazioni di tale portata. Lo sciopero generale indetto dal CLN per il 3 maggio 1944 fu un sostanziale fallimento, e, diversamente da molte altre città italiane, la liberazione da parte degli Alleati non fu preceduta da alcuna insurrezione[173].

Circa le affermazioni di Ranzato sul «ricatto delle rappresaglie» e la legittimità morale ancor più che giuridica dell'attentato, Paolo Pezzino scrive: «Si tratta, a mio avviso, di giudizi prodotti da una contaminazione fra il livello della ricerca storiografica e il livello etico-politico, che non condivido. Sul piano analitico non si può considerare la resistenza armata una guerra come tutte le altre: la continua rivendicazione da parte partigiana del proprio carattere combattente può nascondere la stessa pretesa di irresponsabilità dei soldati regolari nelle azioni di guerra, con la medesima semplificazione di chi, riducendo gli individui ad automi irresponsabili delle proprie azioni, sostiene che gli ufficiali e i soldati tedeschi che si macchiavano di azioni inumane non avevano alternativa al loro comportamento a causa degli ordini draconiani che ricevevano»[174].

Lo storico statunitense Richard Raiber afferma che, «come molte azioni partigiane, via Rasella non ottenne alcun risultato tangibile», poiché il reparto colpito non era delle SS, provocò non un'insurrezione ma un'atroce rappresaglia e spinse i tedeschi, timorosi che l'azione fosse collegata a un'offensiva alleata dalla testa di ponte di Anzio e Nettuno, a inasprire ulteriormente le misure repressive contro la già sofferente popolazione romana[175]. Il libro di Raiber è stato criticato per il suo atteggiamento alquanto giustificatorio nei confronti dei crimini di guerra della Wehrmacht, e per avere a volte attribuito la responsabilità delle rappresaglie naziste, più che ai nazisti stessi, alle popolazioni che ne furono vittima[vedi talk][176].

La Commissione storica italo-tedesca definisce quella di via Rasella la più nota e «la più gravida di conseguenze» delle azioni dei GAP, consistenti in «attentati politici» che «avevano anche lo scopo di scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava», ossia «di dimostrare la forza della Resistenza e di mobilitare strati sempre più ampi della popolazione contro il regime d'occupazione»; obiettivo generalmente non conseguito:

« Le reazioni in cui i gruppi di resistenza avevano sperato tuttavia non arrivarono. Al contrario, da lettere e petizioni emerge addirittura che a volte il risentimento della popolazione si dirigeva piuttosto contro coloro che con i loro attentati provocavano le rappresaglie tedesche, anziché contro gli autori delle rappresaglie stesse. Anche a Roma, in alcuni settori della popolazione la deprecazione nei confronti dell'attentato sopravanzò l'avversione prodotta dalle esecuzioni. »

Sebbene sia storicamente accertato che questo genere di attentati abbia suscitato critiche in parte della popolazione italiana, la gran parte di essa (fatta eccezione per una minoranza di fascisti che collaboravano attivamente all'occupazione) condivise comunque un atteggiamento di avversione nei confronti dei tedeschi occupanti, considerando questi ultimi responsabili del persistere della guerra[4].

Santo Peli, dopo aver affermato che la vicenda di via Rasella e delle fosse Ardeatine è ormai ricostruita in modo esauriente dalla storiografia, osserva come tale vicenda sia tuttavia oggetto di polemiche ricorrenti, basate su quelle che definisce due «pseudo-verità» entrate nel senso comune nonostante siano state «smentite in sede storica come in sede giudiziaria[177]»: il presupposto secondo cui «qualora i gappisti (...) si fossero presentati agli occupanti, avrebbero evitato la strage delle Fosse Ardeatine[178]»; e l'altra asserzione, secondo Peli altrettanto falsa, secondo cui «il rapporto di 10 a 1 tra prigionieri da trucidare e tedeschi uccisi (...) fosse del tutto prevedibile, in quanto derivante da una presunta "legge di guerra", o da una prassi consolidata al punto da essere da tutti conosciuta. In realtà, in Italia come nel resto d'Europa, il rapporto 10:1 viene utilizzato in modo sporadico, a seconda di un insieme di mutevoli circostanze, e gli esempi di mancate rappresaglie, o di rappresaglie dove la proporzione è di 50, o di 100 a 1, sono abbondanti[179]». Continua Peli: «Fino al 23 marzo 1944, una risposta di quell'entità non è prevedibile: si tratta di un dato di fatto ampiamente documentato e non è necessario insistervi ulteriormente. Ciò che colpisce è l'inossidabile pervasività dell'opinione contraria, che non può essere liquidata come semplice frutto d'ignoranza. Come nel caso dell'invenzione dei manifesti invitanti i "colpevoli" a presentarsi, anche la pretesa esistenza di una legge del 10 a 1 ha una sua precisa funzionalità in un discorso antiresistenziale, perché permette di contrapporre a un "ordine" implacabile, duro, però garantito da un esercito regolare, la "irresponsabilità" di chi, conoscendo perfettamente quest'"ordine", lo sfida, costringendo le "autorità", che pure avevano preavvertito delle conseguenze, a compiere una rappresaglia. Da una parte "l'ordine costituito", dall'altra dei "fuorilegge". "Banditen", appunto, come li chiamano i tedeschi[180]».

Secondo Giovanni De Luna, «Via Rasella non va giudicata sul piano morale, ma come testimonianza della necessità che anche a Roma ci fosse una lotta armata in grado di spezzare la ragnatela di attendismo e complicità che era stata tessuta»; trovando l'azione la sua ragion d'essere nel fatto che «si trattava di elaborare la frustrazione seguita al fatto che c'era stato lo sbarco degli Alleati ad Anzio, nel gennaio del '44, senza che Roma desse un segnale di vita, come tutti si aspettavano. È un atto che si inserisce in una logica militare di guerra in città, e in quel contesto è totalmente plausibile»[181].

La tesi del complotto contro gruppi rivali del PCI[modifica | modifica wikitesto]

È nota l'ostilità del PCI verso i gruppi trotskisti, descritti nel numero 7 del gennaio 1944 dell'Unità come quinta colonna del nazismo e del fascismo[182]. Secondo una variante della tesi della rappresaglia cercata - sostenuta da Pierangelo Maurizio[183], Giorgio Pisanò (ex combattente della RSI e parlamentare del MSI), Roberto Guzzo (partigiano di Bandiera Rossa) e Massimo Caprara (segretario personale di Palmiro Togliatti e deputato del PCI poi diventato anticomunista)[184] - il PCI, ben conoscendo le modalità con cui i tedeschi selezionavano i fucilandi per le rappresaglie, attraverso una ben orchestrata campagna di delazioni avrebbe fatto arrestare progressivamente la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o comuniste dissidenti, tra cui molti appartenenti al movimento trotskista Bandiera Rossa, per poi effettuare l'attacco affinché costoro fossero fucilati per rappresaglia[185]. Il principale storico del movimento Bandiera Rossa, Silverio Corvisieri, reputa tale tesi del tutto priva di fondamento[80].

Anche l'atroce fine toccata al direttore di Regina Coeli, Donato Carretta, linciato brutalmente durante il processo a Pietro Caruso, sarebbe servita - per i sostenitori di questa tesi - a "tappare la bocca" all'uomo che conosceva il segreto della compilazione delle liste dei fucilandi[184].

Nessuna delle argomentazioni proposte dai sostenitori della tesi del complotto risulta, tuttavia, suffragata da prove; in particolare:

  • Non risulta che il PCI clandestino conoscesse le modalità con cui i nazisti selezionavano i fucilandi per le rappresaglie che, peraltro, nel caso di specie, sono stati scelti[186]: 154 persone a disposizione dell'Aussenkommando, sotto inchiesta di polizia; 23 in attesa di giudizio del Tribunale militare tedesco; 16 persone già condannate dallo stesso tribunale a pene varianti da 1 a 15 anni; 75 appartenenti alla comunità ebraica romana; 40 persone a disposizione della Questura romana fermate per motivi politici; 10 fermate per motivi di pubblica sicurezza, 10 arrestate nei pressi di via Rasella; una persona già assolta dal Tribunale militare tedesco, oltre a tre, tuttora non identificate.
  • Non vi sono documenti attestanti che sia stata orchestrata una campagna di delazioni, da parte del PCI, perché fossero progressivamente arrestati la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o dissidenti.
  • Non vi sono documenti che attestino che la folla inferocita che procurò la morte di Donato Carretta, a latere del "processo Caruso" sia stata abilmente pilotata e per quali fini.
  • Non è esatto che i partigiani aderenti al PCI non siano stati trucidati alle Fosse Ardeatine: nell'elenco dei caduti riportato in "Roma Ribelle", di Marisa Musu ed Ennio Polito ne risultano 28, compresi i "gappisti" Gioacchino Gesmundo, Valerio Fiorentini e Umberto Scattoni[187]. Anche Gesmundo, come Montezemolo, fu orribilmente torturato durante la prigionia. Il comandante dei G.A.P. Antonello Trombadori, recluso a Regina Coeli, si salvò dall'eccidio grazie all'azione del medico socialista Alfredo Monaco[188].

Il 27 giugno 1997, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Maurizio Pacioni, ha ritenuto del tutto insostenibile l'accusa di Roberto Guzzo nei confronti di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, secondo cui l'azione di Via Rasella non sarebbe stata diretta contro i tedeschi ma contro altri gruppi della Resistenza, e ha ritenuto che la testimonianza accusatoria di Guzzo contenesse solo «meri sospetti ed illazioni»[189]. Il giornalista Massimo Caprara, già sostenitore della tesi del complotto contro gruppi rivali del P.C.I., ha in seguito ammesso in sede giudiziaria di «non avere alcun elemento per affermare che l'attentato di via Rasella fosse strumentalizzato in direzione d'una prevedibile rappresaglia nei confronti di militanti politici di diverso colore»[190].

Riepilogo delle sentenze[modifica | modifica wikitesto]

Via Rasella, dettaglio (aprile 2007)
  • All'interno della sentenza di condanna del 20 luglio 1948, emessa contro Herbert Kappler e altri coimputati per la strage delle Fosse Ardeatine, il Tribunale Territoriale Militare di Roma negava la qualifica di legittima azione di guerra dell'attentato di Via Rasella, in quanto non commesso da "legittimi belligeranti"[191]. I partigiani autori dell'attentato non avrebbero infatti rispettato tutti i requisiti previsti dalla Convenzione dell'Aja del 18 ottobre 1907 per il riconoscimento della qualifica di legittimi belligeranti anche ai civili organizzati in corpi di volontari, ossia essere comandati da una persona responsabile per i propri subordinati, indossare un segno di riconoscimento fisso riconoscibile a distanza, portare le armi apertamente e condurre le operazioni secondo le leggi ed i costumi di guerra[192].
  • La mancanza di tali requisiti veniva confermata il 25 ottobre 1952 anche dal Tribunale Supremo Militare, all'interno della sentenza di rigetto del ricorso presentato da Kappler contro la condanna[193].
  • Le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione, con sentenza n.36 del 19 dicembre 1953, ribadendo la sentenza del 1952 del Tribunale Supremo Militare di Roma, dichiararono inammissibile il ricorso di Kappler avverso alla sentenza, perché lo stesso Kappler fece arrivare comunicazione di rinuncia al ricorso[194]
  • Il Tribunale Supremo Militare di Roma con sentenza in data 25 ottobre 1960 respinse il ricorso presentato da Kappler affinché le 15 uccisioni in più delle Fosse Ardeatine fossero considerate reato almeno in parte "politico", al fine di poter rientrare nei termini dell'amnistia[195].
  • Con l'ordinanza del 16 aprile 1998, il giudice per le indagini preliminari di Roma disponeva l'archiviazione del procedimento penale a carico di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, iniziato a seguito di una denuncia presentata da alcuni parenti delle vittime civili dell'attacco. Il Giudice escludeva la qualificazione dell'atto come legittima azione di guerra, ravvisando tutti gli estremi oggettivi e soggettivi del reato di strage, altresì rilevando tuttavia l'estinzione del reato a seguito dell'amnistia prevista dal decreto 5 aprile 1944 per tutti i reati commessi "per motivi di guerra".
  • Decidendo con sentenza n.1560/99[196] sul ricorso presentato da Bentivegna, Balsamo e Capponi, la prima sezione penale della Corte di Cassazione annullava la precedente ordinanza, affermando per la prima volta in sede penale la natura di legittimo atto di guerra dell'attacco di Via Rasella. La legittimità dell'azione, per la Suprema Corte, deve essere «valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di "azione di guerra"». Tra i vari elementi a supporto della legittimità dell'azione, la Corte ha citato la sentenza emessa il 25 ottobre 1952 dal Tribunale Supremo Militare nell'ambito del processo Kappler, in una versione viziata da un refuso: dalla frase «commesso da persone che non hanno la qualità di legittimi belligeranti» era omessa la parola «non», cosicché il suo significato risultava stravolto. A causa di ciò, la Corte ha erroneamente assunto che la sentenza del 1952 avesse «rovesciato» la qualificazione dell'attentato come atto illegittimo operata dalla prima sentenza Kappler del 1948. Secondo il filosofo del diritto Vincenzo Zeno-Zencovich la vicenda, emblematica della fragilità delle ricostruzioni giudiziarie in materia storica, dimostra che «nessuna sentenza di assoluzione potrà sopire il dibattito sulla opportunità o sulla temerarietà dell'attentato del 23 marzo 1944»[197].
  • Il 7 agosto 2007 la Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento inflitta dalla Corte d'appello di Milano al quotidiano Il Giornale per diffamazione ai danni di Rosario Bentivegna[198][199]. La Corte, partendo dalla qualificazione dell'attacco come legittimo atto di guerra rivolto a colpire esclusivamente i militari occupanti, ha ritenuto che alcune affermazioni contenute in articoli pubblicati dal quotidiano milanese nel 1996, per i Supremi Giudici tendenti a parificare le responsabilità degli esecutori dell'attacco di Via Rasella e dei comandi nazisti nella causazione della strage delle Fosse Ardeatine, erano gravemente lesive dell'onorabilità personale e politica del Bentivegna. Le affermazioni del Giornale furono:
    • che il Battaglione "Bozen" fosse costituito interamente da cittadini italiani, mentre per la Cassazione facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica.
    • che i componenti del "Bozen" fossero «vecchi militari disarmati», mentre per la Cassazione essi erano «soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e "machine­pistolen"».
    • che le vittime civili fossero sette, mentre per la Cassazione nessuno mette più in discussione che furono due.
    • che dopo l'attacco erano stati affissi manifesti in cui si intimava ai responsabili dell'attacco di consegnarsi per evitare una rappresaglia ma, per la Corte l'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attacco, e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta[200].
  • Il 22 luglio 2009 la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Elena Bentivegna (figlia di Carla Capponi e Rosario Bentivegna) contro il quotidiano Il Tempo che aveva pubblicato un articolo dove gli autori dell'attacco di via Rasella venivano definiti "massacratori di civili". La sentenza ha stabilito che l'epiteto utilizzato è lesivo della dignità dei partigiani e per questo diffamatorio, in quanto quello di via Rasella fu "legittimo atto di guerra contro il nemico occupante".[201]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La via, ubicata nel pieno centro storico di Roma, congiunge via delle Quattro Fontane (adiacente a Palazzo Barberini) con via del Traforo. Prende il nome «dalla proprietà che ivi esisteva della famiglia Roselli». Cfr. Dipartimento Cultura - Servizio Commissione Consultiva di Toponomastica, Via Rasella, Comune di Roma. URL consultato il 14 luglio 2013.
  2. ^ Bentivegna 2004, p. 199.
  3. ^ a b La deposizione dell'on. Amendola in La Stampa, 19 giugno 1948.
  4. ^ a b Rapporto della Commissione storica italo-tedesca insediata dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale di Germania il 28 marzo 2009, luglio 2012, pp. 29-30 e 110-2.
  5. ^ Benzoni 1999, pp. 9 e 113.
  6. ^ Per una panoramica delle sentenze, si veda il riepilogo dedicato.
  7. ^ a b Ranzato 2000, p. 418.
  8. ^ Ranzato 2000, p. 416.
  9. ^ Ranzato 2000, pp. 416-7.
  10. ^ Portelli 2012, pp. 160-1. Circa un'azione del 18 dicembre contro soldati che uscivano da una proiezione al cinema Barberini (ove, sempre secondo Portelli, morirono otto tedeschi), Portelli (op. cit., p. 408) precisa che il dato sulle perdite tedesche è stato "ricostruito da Cesare De Simone attraverso i mattinali degli ospedali e dei commissariati ([C. De Simone], Roma città prigioniera, cit. [Mursia, Milano 1994], pp. 43-45)".
  11. ^ Portelli 2012, pp. 180-1. Portelli cita in proposito la testimonianza della partigiana Maria Teresa Regard, la quale menziona ordini ricevuti via radio; un ordine pervenuto a Montezemolo dai comandi alleati, riportato in E. Piscitelli, Storia della resistenza romana, Bari 1965, p. 259; un messaggio di Montezemolo a Giorgio Amendola riferito da quest'ultimo in Lettere a Milano, Roma 1973, p. 269; una testimonianza di Peter Tompkins secondo il quale "l'indicazione era di preparare l'insurrezione".
  12. ^ a b Ranzato 2000, p. 419.
  13. ^ In realtà i fucilati erano stati cinque, ma anche il quotidiano fiorentino La Nazione aveva annunciato l'uccisione di dieci prigionieri con un articolo dal titolo Dieci traditori giustiziati all'alba di stamane. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze, 1943-'45, Medicea, Firenze 1994, pp. 120 e 127.
  14. ^ La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell'occupazione tedesca, prima edizione S.E.L.I., Roma 1945.
  15. ^ Staron 2007, p. 42.
  16. ^ Cronologia della Resistenza romana, gennaio 1944.
  17. ^ Klinkhammer 1997, p. 10.
  18. ^ Portelli 2012, p. 184.
  19. ^ Portelli 2012, pp. 184-5.
  20. ^ Portelli 2012, p. 185.
  21. ^ Secondo Bentivegna questa sarebbe stata l'unica rappresaglia tedesca prima di via Rasella: «Rappresaglie vere e proprie fino a via Rasella non ne fecero, tranne una volta che a piazza dei Mirti un compagno dei Gap di Centocelle aveva ammazzato un tedesco e Kappler fece fucilare dieci compagni fra cui Giorgio Labò, dicendo nel comunicato che era una rappresaglia per il soldato ucciso a piazza dei Mirti». Cfr. Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Mursia, Milano 1994, p. 238.
  22. ^ Secondo Augusto Pompeo l'azione partigiana ebbe luogo il 5 marzo; Pompeo 2006, p. 69.
  23. ^ Benzoni 1999, p. 78.
  24. ^ Capponi 2009, pp. 209-210.
  25. ^ a b c d e f g Lettera di Giorgio Amendola a Leone Cattani sulle vicende di via Rasella, 12 ottobre 1964, pubblicata per la prima volta in De Felice 1997, Appendice, pp. 562-566, consultabile sul sito dell'Associazione Italiana Autori Scrittori Artisti "L'Archivio".
  26. ^ Amendola 1973, p. 290.
  27. ^ Capponi 2009, pp. 226-227.
  28. ^ Portelli 2012, p. 192.
  29. ^ Santo Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, 2004, p. 44 e 250.
  30. ^ Intervista a Giorgio Amendola, in Bisiach 1983, pp. 130-1.
  31. ^ a b Katz 2009, pp. 11 e 245.
  32. ^ Katz 2009, p. 241.
  33. ^ Baratter 2005, p. 196.
  34. ^ Uno dei militari ricorda che i comandanti "pretendevano che noi sfilassimo per le strade sempre candando a squarciagola, come tanti galli, petto in fuori, a urlare in continuazione un cadenzato chicchirichi" - si veda C. Fracassi, La battaglia di Roma, p. 380.
  35. ^ Christoph v. Hartungen, Die Südtiroler Polizeiregimenter 1943-1945, in "Der Schlern", 55, 1981, p. 494-516.
  36. ^ R. Katz, Roma città aperta, p. 245.
  37. ^ C. Fracassi, la battaglia di Roma, p. 380.
  38. ^ Lepre 1996, pp. 22-26. «I romani non si erano mai sentiti tanto sicuri come si sentirono il 22 marzo» (p. 26).
  39. ^ Marisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle, Teti editore, Milano, 1999, p. 148 n.
  40. ^ Per una galleria di immagini, si veda: Quegli squarci nei muri di via Rasella, ansa.it,. 29 aprile 2015.
  41. ^ a b Intervista a Rosario Bentivegna a cura di Giancarlo Bosetti, «Così ho vissuto dopo via Rasella» in l'Unità, 24 gennaio 1993.
  42. ^ C. Fracassi, La battaglia di Roma, p. 383.
  43. ^ Portelli 2012, pp. 194-5.
  44. ^ Testimonianza del sopravvissuto Konrad Sigmund, riportata in: Portelli 2012, p. 196.
  45. ^ Durante alcuni lavori di restauro, nel 2004 sono stati rimossi molti dei buchi lasciati sulle facciate dei palazzi dalle schegge dell'ordigno e dalle mitragliate. Cfr. Vincenzo Vasile, Via Rasella, calce bianca sulla Resistenza in l'Unità, 23 giugno 2004.
  46. ^ Adattamento ed elaborazione dall'intervista originale a Carla Capponi su larchivio.com. URL consultato il 19 giugno 2014.
  47. ^ Portelli 2012, pp. 195-6.
  48. ^ Portelli 2012, p. 195.
  49. ^ Tratta da Baratter 2005, pp. 317-318, e da Il Polizeiregiment "Bozen" su historiamilitaria.it. URL consultato il 15 giugno 2014.
  50. ^ Baratter 2005, p. 192.
  51. ^ a b c Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data 20.07.1948 su difesa.it. URL consultato il 19 giugno 2014.
  52. ^ Katz 2009, p. 283.
  53. ^ Staron 2007, p. 391, nota 24 relativa a p. 33.
  54. ^ Siegfried Westphal, Erinnerungen, v. Hase & Koehler Verlag, Mainz 1975, p. 255.
  55. ^ Su Antonio Chiaretti si veda l'intervista a suo nipote Giuseppe Chiaretti, arcivescovo emerito di Perugia: L'arcivescovo emerito di Perugia, Chiaretti ha due parenti martiri della libertà su umbrialeft.it. URL consultato il 29 giugno 2015.
  56. ^ Paolo Simoncelli, Ma a via Rasella la resistenza divenne «rossa» in Avvenire, 10 agosto 2007.
  57. ^ a b Portelli 2012, p. 196.
  58. ^ Portelli 2012, p. 198.
  59. ^ Portelli 2012, p. 417 n. L'autore aggiunge: «Questa versione viene abitualmente rilanciata nelle polemiche della stampa di destra ancora oggi».
  60. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, p. 27. Secondo le testimonianze ivi citate, gli arrestati nei locali della PAI furono trattati bene, mentre quelli concentrati al Viminale furono ammassati in una stanza in condizioni igieniche disumane e malmenati crudelmente
  61. ^ Portelli 2012, p. 201.
  62. ^ Vito Antonio Leuzzi, Fosse Ardeatine, pugliese racconta: «Così mi salvai» in Gazzetta del Mezzogiorno, 23 aprile 2010..
  63. ^ La Stampa, 26 marzo 1944, su fonte Agenzia Stefani - si veda immagine.
  64. ^ Portelli 2012, p. 209.
  65. ^ Portelli 2012, pp. 209-10.
  66. ^ Portelli 2012, pp. 211 e 421.
  67. ^ Portelli 2012, p. 9 (il testo del comunicato) e p. 421 (per l'orario di uscita dei giornali).
  68. ^ Lepre 1996, p. 37.
  69. ^ Via Rasella e le Fosse Ardeatine raccontate in tempo reale, in Liberal Bimestrale, anno III, nº 16, febbraio-marzo 2003.
  70. ^ Enrico Castelli, Pensieri e giornate. Diario intimo, Roma, Edizioni del Leonardo, 1945, p. 210.
  71. ^ Amendola 1973, p. 297.
  72. ^ Le trascrizioni sono riprodotte in Lepre 1996, pp. 55-78.
  73. ^ Lepre 1996, p. 40.
  74. ^ Lepre 1996, p. 43.
  75. ^ Portelli 2012, pp. 227 e 425 n.
  76. ^ Benzoni 1999, p. 87 n.
  77. ^ Lepre 1996, p. 31.
  78. ^ Lepre 1996, pp. 42-3.
  79. ^ Benzoni 1999, pp. 59-60 n.
  80. ^ a b Dario Fertilio, Via Rasella: perché i trotzkisti dissero no in Corriere della Sera, 17 marzo 1998.
  81. ^ Benzoni 1999, p. 52 n.
  82. ^ Enzo Piscitelli, Storia della Resistenza romana, Laterza, Bari 1965, p. 304 n. La citazione completa è tratta da Beppe Niccolai, Rosso e Nero in Secolo d'Italia, 9 aprile 1981.
  83. ^ Pseudonimo di Jolanda Carletti (1902-1983), moglie del generale Roberto Olmi, all'epoca comandante della 209ª Divisione ausiliaria dell'Esercito Cobelligerante Italiano.
  84. ^ Jo' di Benigno, Occasioni mancate. Roma in un diario segreto 1943-1944, Roma, Edizioni S.E.I., 1945, pp. 234-5. In realtà Salvo D'Acquisto non "si consegnò" ai tedeschi: era già loro prigioniero, e stava per essere fucilato assieme ad altri ostaggi, quando decise di autoaccusarsi per scagionare questi ultimi.
  85. ^ Peter Tompkins, Una spia a Roma, Milano, Il Saggiatore [1962], 2002, p. 237.
  86. ^ Edgardo Sogno, Aldo Cazzullo, Testamento di un anticomunista. Dalla Resistenza al golpe bianco, Mondadori, Milano 2000, p. 177.
  87. ^ Simonetta Fiori, Lite in casa in la Repubblica, 6 marzo 2008. L'articolo di Simonetta Fiori è una recensione della raccolta di scritti di Piero e Franco Calamandrei, Una famiglia in guerra: lettere e scritti (1939-1956), a cura di Alessandro Casellato, Laterza, Roma-Bari 2008. La recensione si riferisce a un passo dell'introduzione in cui il curatore, Alessandro Casellato, afferma che Piero Calamandrei condivise tale opinione di Pietro Pancrazi.
  88. ^ Pietro Ingrao, Volevo la luna, Einaudi, Torino 2006, pp. 139-40.
  89. ^ ADSS, doc. 115, Notes de la Secrétairerie d'Etat, Récit de l'attentat de la Via Rasella. Contremesures encore incertaines, pp. 189-190.
  90. ^ Citato in: Bocca 1996, pp. 293-4.
  91. ^ Bocca 1996, p. 294.
  92. ^ Lepre 1996, pp. 46-7.
  93. ^ Portelli 2012, p. 11.
  94. ^ Forcella 1999, p. 154.
  95. ^ ADSS, pp. 11-12.
  96. ^ Luigi Cortesi, Bonomi, Ivanoe, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12, 1971.
  97. ^ Katz 2009, p. 300.
  98. ^ a b Amendola 1973, pp. 295-6.
  99. ^ Pubblicata sul numero speciale della rivista Capitolium dedicato a "Roma città aperta", anno 39, n. 6, giugno 1964.
  100. ^ Forcella 1999, pp. 167-8 Secondo l'autore, Brosio «fece chiaramente capire di non voler rispondere».
  101. ^ Arturo Colombo, Bauer dimenticato in Corriere della Sera, 18 settembre 1996.
  102. ^ I democratici cristiani dalla dittatura alla Repubblica, Mondadori, Milano 1968.
  103. ^ Paolo Di Vincenzo, Spataro contrario all'attentato di via Rasella in il Centro, 24 settembre 2003. Nella testimonianza raccolta nell'articolo si sostiene erroneamente che l'attentato fu discusso e messo ai voti prima della sua attuazione.
  104. ^ Amendola 1973, pp. 296-297.
  105. ^ Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1944), Milano, Garzanti, 1947, ristampa Lit Edizioni 2014.
  106. ^ Forcella 1999, pp. 164-165.
  107. ^ Staron 2007, p. 57.
  108. ^ a b Katz 2009, p. 312.
  109. ^ a b c Enzo Forcella, Leggi di guerra in La Repubblica, 25 marzo 1994. Dello stesso autore, Togliatti non smentì via Rasella: c'era Amendola in Corriere della Sera, 26 ottobre 1996. "Si discute di un falso mistero" in La Repubblica, 29 giugno 1997. La storia di via Rasella. Partigiani e penne rosse in Corriere della Sera, 10 marzo 1998.
  110. ^ a b In realtà il CVL (Corpo Volontari della Libertà) fu costituito solo il 9 giugno 1944.
  111. ^ Pasquale Balsamo, Il 23 marzo in Via Rasella i GAP dettero battaglia in l'Unità, 5 giugno 1948. Nell'articolo è scritto che dopo l'esplosione «alcuni cittadini ed agenti di P.S. [Pubblica Sicurezza] entravano nella battaglia a dar spontaneamente man forte ai Volontari della Libertà». Tale affermazione non trova riscontro in nessun'altra ricostruzione della dinamica dei fatti.
  112. ^ Depone contro il boia Kappler il partigiano Rosario Bentivegna in l'Unità, 13 giugno 1948.
  113. ^ Eredi di vittime delle Ardeatine chiedono danni al C.L.N. in La Stampa, 7 giugno 1949.
  114. ^ g. g., Roma non è stata una "città aperta" in La Stampa, 10 maggio 1957.
  115. ^ Arturo Colombo, Su via Rasella in Corriere della Sera, 31 luglio 1997.
  116. ^ a b Amendola e Bentivegna insigniti ieri della medaglia d'oro dai patrioti romani in l'Unità, 25 aprile 1954.
  117. ^ AA.VV., Italia drammatica. Storia della guerra civile, Milano-Roma, Della Volpe, 1965, vol II., Il Regno del Sud, p. 281.
  118. ^ a b Pietro Secchia (a cura di), Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, La Pietra, 1968, vol. I, p. 117.
  119. ^ Bentivegna 2004, p. 208.
  120. ^ Bisiach 1983, p. 130.
  121. ^ Adattamento ed elaborazione dall'intervista originale a Matteo Matteotti realizzata nel 1994 dal regista Enzo Cicchino e andata in onda durante una puntata di Mixer.
  122. ^ Intervista a Matteo Matteotti per Storia Illustrata, gennaio 1997, cit. in Benzoni 1999, p. 25.
  123. ^ I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 389.
  124. ^ Benzoni 1999, p. 25.
  125. ^ Beppe Niccolai, Rosso e Nero in Secolo d'Italia, 20 gennaio 1982.
  126. ^ Camera dei Deputati, XIII legislatura, resoconto stenografico della seduta n. 222 del 2 luglio 1997, p. 19230.
  127. ^ Amendola 1973, pp. 291-2.
  128. ^ Forcella 1999, p. 161.
  129. ^ Gian Antonio Stella, De Gasperi, via alla beatificazione in Corriere della Sera, 15 aprile 1992.
  130. ^ Bruno Vespa, Vincitori e vinti. Le stagioni dell'odio. Dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi, Milano, Mondadori [2005], 2008, p. 244.
  131. ^ Portelli 2012, pp. 230-1; il corsivo è nel testo.
  132. ^ Benzoni 1999, pp. 22-26.
  133. ^ Intervento di Giovanni Sabbatucci alla presentazione del saggio dei Benzoni, 30 aprile 1999, min. 24:10 e ss.
  134. ^ Baratter 2005, p. 203.
  135. ^ Klinkhammer 1997, p. 9.
  136. ^ Forcella 1999, p. 152.
  137. ^ Klinkhammer 2007, p. 333.
  138. ^ Gentile 2015, p. 132.
  139. ^ a b Pavone 1991, p. 483.
  140. ^ Bentivegna 2004, pp. 206-9.
  141. ^ Portelli 2012, pp. 157-8.
  142. ^ Forcella 1999, pp. 171-2. L'autore sottolinea come Colorni fosse una figura «non certo sospettabile di "attendismo"».
  143. ^ Gabrio Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma (ottobre 1943-gennaio 1944), Le Edizioni del Lavoro, Roma 1972, p. 73.
  144. ^ Giacomo Pacini, Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991, Einaudi, Torino 2014, pp. 13-14.
  145. ^ Sentenza del Tribunale Militare di Roma, in data 01.08.1996 (processo Priebke). La corte argomenta che giuridicamente da tale invito «non poteva desumersi che il governo legittimo si fosse impegnato verso la Germania ad impedire ogni atto di ostilità contro i tedeschi. [...] Quindi è da escludere che le disposizioni dei suddetti generali potessero rendere l'attentato un atto di guerra non riferibile allo Stato italiano».
  146. ^ Luigi Longo, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. 295 ss., cit. in Klinkhammer 2007, p. 213.
  147. ^ Bandiera Rossa, 8 gennaio 1944, cit. in Benzoni 1999, p. 62.
  148. ^ Andrae 1997, p. 121.
  149. ^ Gentile 2015, pp. 70-71.
  150. ^ Capponi 2009, pp. 239-240.
  151. ^ Bentivegna 2004, p. 118.
  152. ^ Dino Messina, Mazzantini e Bentivegna: noi, nemici, con tante cose in comune in Corriere della Sera, 16 maggio 1996.
  153. ^ Amendola 1973, p. 293.
  154. ^ Portelli 2012, pp. 223-224.
  155. ^ Per alcuni riferimenti a questo tipo di critica, vedi
  156. ^ Editoriali & altro ...: Via Rasella, partigiani avvisati? «Ecco la prova»
  157. ^ La strage iniziò 21 ore dopo l'attentato gappista secondo la Sentenza della Corte di Cassazione 6 agosto 2007, n. 17172
  158. ^ a b Roberto Roggiero, Oneri e onori, Greco&Greco, p. 407
  159. ^ Testimonianza di Albert Kesselring, riportata in: Portelli 2012, p. 211.
  160. ^ Via Rasella, Mirodouro.it
  161. ^ Portelli 2012, p. 218.
  162. ^ Luca Baiada, Fosse Ardeatine, guerra psicologica dal 1944, in "Il Ponte", nº 4, aprile 2014.
  163. ^ Lepre 1996, p. 48.
  164. ^ Lepre 1996, p. 22.
  165. ^ Lepre 1996, p. 27.
  166. ^ Lepre 1996, p. 29.
  167. ^ Lepre 1996, p. 29.
  168. ^ Lepre 1996, p. 49.
  169. ^ Lepre 1996, pp. 50-1.
  170. ^ Lepre 1996, p. 51.
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  172. ^ Ranzato 2000, p. 421.
  173. ^ Ranzato 2000, pp. 421-3.
  174. ^ Pezzino 2004, pp. 43-44.
  175. ^ Raiber 2008, p. 43.
  176. ^ Waitman W. Beorn, An Edifice of Lies: Kesselring and German War Crimes in Italy, Review of: Raiber Richard, Anatomy of Perjury: Field Marshal Albert Kesselring, Via Rasella, and the Ginny Mission, H-German, H-Net Reviews, November 2009.
  177. ^ Peli 2014, pp. 256-7.
  178. ^ Peli 2014, p. 257.
  179. ^ Peli 2014, p. 258.
  180. ^ Peli 2014, pp. 259-60.
  181. ^ Maurizio Assalto, De Luna: "Atto necessario per spezzare l'attesismo" in La Stampa, 3 aprile 2012.
  182. ^ Quinta colonna trotskista in l'Unità, gennaio 1944, n. 7.
  183. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, Maurizio Edizioni, Roma 1996 et al.
  184. ^ a b Massimo Caprara, La «strage cercata» di via Rasella, in "Il Timone", anno 6 (2004) aprile, n. 32, p. 26-27.
  185. ^ Via Rasella: la storia per sentenza giudiziaria e un mistero che dura da sessant’anni di Pierangelo Maurizio - su Il Giornale del 10 agosto 2007
  186. ^ L'uso politico di via Rasella
  187. ^ Marisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle, Teti editore, Milano, 1999, pagg. 327-342
  188. ^ Portelli 2012, p. 330.
  189. ^ Portelli 2012, pp. 176 e 411 n.
  190. ^ Tribunale Penale di Roma, ordinanza di archiviazione, 16 aprile 1998, citata in: Portelli 2012, p. 411 n.
  191. ^ Sentenza del Tribunale Territoriale Militare di Roma n. 631 del 20 luglio 1948. Cfr. il testo della sentenza
  192. ^ Seconda Convenzione dell’Aia del 18 ottobre 1907, articolo IV "Leggi e costumi di guerra terrestre", annesso "Regolamenti relativi alle leggi ed ai costumi della guerra terrestre", sezione I, capitolo I, articolo 1. Cfr. testo in inglese o in francese.
  193. ^ Sentenza del Tribunale Supremo Militare di Roma n.1714, del 25 ottobre 1952, p.67. Cfr. il testo della sentenza, cit (pagina 67).
  194. ^ Sentenza delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione n.36 del 19 dicembre 1953, Cfr.[1]
  195. ^ Sentenza del Tribunale Supremo Militare di Roma in data 25 ottobre 1960. Cfr. [2]
  196. ^ Sentenza della Corte Suprema di Cassazione n.1560 del 23 febbraio 1999. Vedi: [3]
  197. ^ Vincenzo Zeno-Zencovich, Il refuso che cambia la storia in Domenica (inserto de Il Sole 24 Ore), 25 marzo 2012.
  198. ^ "Repubblica" online del 7 agosto 2007, "Cassazione: 'Via Rasella fu atto di guerra' - Il Giornale condannato per diffamazione"
  199. ^ la sentenza della Cassazione, 6 agosto 2007
  200. ^ All'interno della rivista Storia in rete del settembre 2007 fu pubblicata un'intervista all'ambasciatore Roberto Caracciolo, testimone di aver veduto un bando tedesco, affisso però solo nelle bacheche degli uffici tedeschi e non nelle pubbliche strade.
  201. ^ I partigiani di via Rasella non furono 'massacratori' - Adnkronos Cronaca

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]