Fuga di Vittorio Emanuele III

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La fuga da Roma del re d'Italia Vittorio Emanuele III e del maresciallo d'Italia Badoglio (genericamente nota anche come fuga di Pescara, fuga di Ortona o fuga di Brindisi), consistette nel precipitoso abbandono della capitale – all'alba del 9 settembre 1943 – alla volta di Brindisi, da parte del sovrano, del capo del Governo e di alcuni esponenti della Real Casa, del governo e dei vertici militari. La fretta con la quale la fuga fu realizzata comportò l'assenza di ogni ordine e disposizione alle truppe e agli apparati dello Stato utile a fronteggiare le conseguenze dell'Armistizio, pregiudicando gravemente l'esistenza stessa di questi nei convulsi eventi bellici delle 72 ore successive. Questo avvenimento segnò una svolta nella storia italiana durante la seconda guerra mondiale.

In seguito a questo evento – che seguì immediatamente l'annuncio, la sera dell'8 settembre, dell'armistizio siglato con gli Alleati il 3 settembre – le forze di terra italiane, abbandonate a loro stesse e senza ordini e piani precisi,[1] non furono in grado di opporre un'efficace e coordinata resistenza all'occupazione nazista dell'Italia, disintegrandosi nel volgere di poche decine di ore e finendo in larga parte preda dei tedeschi, con eccezione delle guarnigioni di Sardegna e Corsica, in Puglia e – almeno per due giorni – alla periferia sud di Roma. Fu in tal modo consentito all'ex alleato di occupare agevolmente oltre due terzi del territorio nazionale e tutti i territori in Francia, nei Balcani e in Grecia, e di catturare ingentissime quantità di bottino e quasi seicentomila militari italiani; questi furono dai tedeschi considerati non come prigionieri di guerra, soggetti quindi alla convenzione di Ginevra in materia, ma come "internati", classificazione che dava al governo tedesco, secondo un'interpretazione assolutamente unilaterale voluta da Hitler in persona, il diritto di trattare e sfruttare i prigionieri con metodi e modi del tutto al di fuori delle convenzioni internazionali.

Con la subitanea avanzata alleata in Calabria e gli sbarchi anfibi di Salerno e Taranto in concomitanza con l'Armistizio, il restante terzo del Paese fu rapidamente occupato dagli angloamericani. L'Italia fu perciò trasformata in larga parte in un campo di battaglia, usata dai due contendenti rispettivamente dal primo per la difesa del territorio e degli interessi strategici e politici del Terzo Reich, e dai secondi per attaccare l'Asse nel suo "ventre molle", attirando in Italia il maggior numero possibile di divisioni tedesche per sguarnire gli altri fronti. Il Paese fu così esposto ai rigori ed alle sciagure di ulteriori venti mesi di guerra, sottoposto alla duplice occupazione di truppe straniere spesso indifferenti alle condizioni della popolazione civile e al patrimonio artistico, industriale e infrastrutturale italiano.[2]

10 settembre 1943: soldati italiani cercano di contrastare i tedeschi presso porta San Paolo

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

« Stiamo per invadere un Paese ricco di storia, di cultura e d'arte come pochissimi altri. Ma se la distruzione di un bellissimo monumento può significare la salvezza di un solo G.I., ebbene, si distrugga quel bellissimo monumento. »
(Dwight David Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate in Europa durante la Seconda guerra mondiale, riferendosi all'Italia.[3])

L'offensiva lanciata dagli Alleati nell'estate del 1943 contro il territorio italiano, quello che Winston Churchill aveva definito "il ventre molle d'Europa", non tardò ad aver successo, rendendo chiara l'inevitabilità della sconfitta e causando la caduta del regime fascista, insediato al potere da 21 anni per iniziativa del re Vittorio Emanuele III e da egli sempre sostenuto.

Tra il 9 e il 10 luglio 1943 iniziò l'invasione della Sicilia - non contrastata dalla Regia Marina, i cui alti ufficiali erano in massima parte fedelissimi al sovrano - e Palermo cadde nelle mani degli americani già il 22 luglio 1943. Nello stesso giorno, Vittorio Emanuele III si rivolse con queste parole a Dino Grandi «Mi dia un voto del Gran Consiglio del Fascismo che mi offra un pretesto costituzionale per dimissionare Mussolini».[4]

Il 19 luglio 1943 Roma fu colpita da un devastante bombardamento aereo, più volte pubblicamente minacciato dagli Alleati sin dal 1940, malgrado gli sforzi del Pontefice e del Vaticano, le uniche autorità impegnate sin dall'inizio del conflitto in una fitta attività diplomatica volta a tentare di scongiurare il pericolo che la città eterna subisse dal cielo devastazioni simili a quelle che colpirono innumerevoli città europee.[5] Il bombardamento causò più di 2000 vittime.

Il papa Pio XII, fece allora pubblicare un vero e proprio atto di accusa contro chi non rispettava né gli altissimi valori tradizionali rappresentati da Roma, né la presenza della Chiesa, né la vita delle persone che vi si erano rifugiate.

La caduta di Mussolini[modifica | modifica wikitesto]

Di fronte all'inarrestabile avanzata alleata ed alla campagna di bombardamenti aerei e navali che investiva il resto d'Italia, prima ancora che Catania fosse occupata dagli inglesi il 5 agosto 1943 e che l'ultimo lembo di terra siciliana fosse evacuato dalle forze dell'Asse (occupazione di Messina il 17 agosto), il Re decise infine di liberarsi di colui che gli italiani ritenevano il primo responsabile del disastro, destituendo e facendo arrestare Benito Mussolini il 25 luglio 1943, appena dopo la sfiducia decretatagli a maggioranza nella notte precedente dallo stesso Gran Consiglio del fascismo, per iniziativa di Dino Grandi. Lo stesso Grandi, interpellato dal sovrano sulla situazione, già il 28 luglio 1943 lo avvisò dell'imminente e grave pericolo che versava sulla nazione qualora alla caduta di Mussolini non fossero seguiti speditamente un armistizio con gli Alleati e la rottura con i tedeschi e se contro questi non fossero state rivolte con decisione le armi:

« Se il nostro esercito non si difende e non contrattacca le forze di invasione tedesche che già stanno attraversando il Brennero, e simultaneamente il governo non prende alcun serio contatto con gli Alleati, prevedo giorni tremendi per la nazione.[6] »
(Dino Grandi)

L'incarico a Badoglio[modifica | modifica wikitesto]

Pietro Badoglio (1871-1956)

Mussolini fu speditamente sostituito alla testa del governo dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, un militare piemontese largamente compromesso con le iniziative del regime fascista e – malgrado la pessima prova da questi fornita durante la campagna di Grecia – preferito dal sovrano al parigrado Enrico Caviglia, del quale lo stesso Grandi aveva caldeggiato la candidatura, e che pare fosse sospettato a corte di essere "troppo filobritannico".

Il successivo 31 luglio il governo Badoglio comunicava di aver deciso di dichiarare Roma città aperta, chiedendo a tutti i belligeranti a quali condizioni la dichiarazione potesse essere accettata. Il 13 agosto, gli americani effettuarono sulla città una nuova, pesantissima incursione aerea.[7]

Il 14 agosto venne allora diramato un comunicato ufficiale nel quale si diceva che, «in mancanza di evasione della richiesta del 31 luglio», il governo italiano si vedeva «costretto alla proclamazione unilaterale, formale e pubblica di Roma città aperta, prendendo le necessarie misure a norma del diritto internazionale». Il 22 agosto veniva diramato un altro comunicato ufficiale, nel quale si informava che, in occasione dei sorvoli di aerei nemici sulla capitale non si sarebbe più fatto luogo a manifestazioni di difesa contraerea.

La vacuità delle parole tardivamente proferite dal governo Badoglio, che s'era deciso a dichiarare unilateralmente Roma "città aperta" non prima di trenta ore dopo il secondo bombardamento che l'aveva sconvolta,[8] è testimoniata dal fatto che gli Alleati avevano chiarito – già prima della caduta di Mussolini, e con ogni mezzo – che la dichiarazione di Roma "città aperta" del governo italiano – unilaterale e priva dei necessari requisiti di smilitarizzazione e verifica da parte di osservatori neutrali – non aveva alcun valore.[9] Non a caso la città verrà nuovamente bombardata numerose volte, sino alla liberazione, avvenuta il 4 giugno 1944.

Nel frattempo, avendo verificato l'incapacità o la mancata volontà del re e del governo Badoglio di provvedere adeguatamente al grave pericolo che incombeva sul Paese, Dino Grandi riparò nella Spagna franchista. Stando invece ad Aldo Castellani, Grandi andò in Portogallo per ordine del Re, al fine di prendere contatto con gli inglesi[10].

L'armistizio di Cassibile e l'occupazione tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.

A causa dell'avanzata degli Alleati dal sud Italia, il governo italiano, messo sotto pressione dal generale Eisenhower,[11] il 3 settembre del 1943, aveva firmato a Cassibile la prima versione di un armistizio con gli inglesi e gli americani (il così detto armistizio corto), abbandonando di fatto l’alleanza con i tedeschi. L'accordo era stato firmato dal generale Giuseppe Castellano.[12]

L'armistizio era stato tenuto segreto per alcuni giorni nella vana speranza di tenerne all'oscuro i tedeschi, che invece stavano preparando l'operazione Alarico, mirante a prendere il completo controllo dell'Italia; questa in realtà era articolata in Achse ("Asse"), con l'obiettivo di catturare la flotta militare italiana, Schwartz, volta a disarmare l'esercito italiano, Eiche, per la liberazione di Mussolini e Student che doveva prendere il controllo di tutto il territorio italiano ancora non invaso dagli Alleati, instaurando un nuovo governo fascista (che non prevedeva una presenza monarchica). Si voleva infatti dare all'esercito italiano il tempo di organizzarsi contro la reazione dei nazisti, temendo la reazione tedesca. Le operazioni a tal fine erano state affidate al generale Badoglio che, come capo del governo, aveva preso il posto di Mussolini il 27 luglio.

Il volantino lanciato sulle città italiane dagli Alleati all'indomani dell'armistizio.

Gli Alleati, al fine di aiutare l'Italia nella difesa di Roma, erano anche pronti a mettere in campo una divisione aviotrasportata, la 82ª statunitense, che sarebbe dovuta atterrare in uno o più aeroporti vicini a Roma, posto che il Comando Supremo italiano avesse assicurato la difesa dell'aeroporto stesso. A tale scopo, già durante l'incontro di Cassibile, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, era stata evidenziata alla delegazione italiana la necessità di verificare la difendibilità da parte italiana di Centocelle e Guidonia, non scartando altre opzioni; il piano era denominato Giant 2; Castellano suggerì alternative come Cerveteri e la frazione Furbara, lontane dagli acquartieramenti tedeschi.[13] A tale scopo venne inviata una missione militare a Roma, nella notte tra il 6 e il 7 settembre, con il generale Taylor, vicecomandante della 82ª. Di fronte alla disorganizzazione italiana (il generale Carboni, comandante del corpo d'armata motocorazzato, introvabile, era convinto che l'armistizio dovesse essere proclamato il 12), Taylor chiese di vedere Badoglio, il quale in piena notte lo scongiurò di rimandare l'armistizio e di spostare i luoghi dell'aviosbarco.[14] Con questi presupposti, il generale Taylor inviò il radiomessaggio Situation innocuous, che cancellava l'operazione.[15]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Giant 2.

Informalmente, alla firma dell'armistizio gli Alleati avevano avvertito il governo italiano che gli sbarchi sulla penisola sarebbero avvenuti entro due settimane, e la previsione italiana era che l'armistizio sarebbe stato comunicato il 12 settembre o successivamente; visti i tentennamenti italiani, Eisenhower, dopo aver scritto una lettera a Badoglio che diceva fra l'altro «Il rifiuto da parte vostra di adempiere a tutti gli obblighi dell'accordo firmato avrà le più serie conseguenze per il vostro paese…», anticipava di alcune ore la diffusione della notizia e la radio alleata,[16] captata in Italia, diede la notizia della firma della resa alle ore 16.30 dell'8 settembre,[17] sorprendendo un «consiglio della Corona» convocato dal re al Quirinale (poi trasferitosi nel vicino Palazzo Baracchini, sede del ministero della Guerra), il quale ancora la mattina aveva rassicurato l'ambasciatore tedesco della fedeltà ai patti stipulati.[18]

La prima pagina del Corriere della Sera con l'annuncio dell'armistizio

Dopo frenetiche discussioni, durante le quali si era perfino ipotizzato di rigettare la firma della resa, Badoglio alle ore 19:42 diede disposizione di annunciare per radio la firma dell'armistizio alla popolazione italiana, ordinando ai reparti di «cessare le ostilità contro le forze angloamericane e di reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Era tutto interesse di Hitler quello di contrastare l’operato di Badoglio occupando l’Italia, in quanto la penisola era di enorme importanza strategica nel confronto militare con le forze degli inglesi e degli americani. In Italia erano già stanziate delle truppe tedesche il cui compito principale era quello di tenere lontani gli angloamericani dalla Germania: infatti in quei giorni le truppe alleate, sbarcate in Sicilia circa due mesi prima (il 10 luglio) avevano già completato l’occupazione dell’isola e tenevano sotto controllo diverse zone meridionali della penisola, spostando gradualmente il fronte verso nord; più precisamente, il piano definitivo di ritirata tedesca prevedeva un ritiro lento dalla Calabria verso la Campania in modo da consentire la realizzazione delle opere difensive che poi – su impulso di Albert Kesselring – diedero forma alla linea Gustav. Erwin Rommel, al contrario, avrebbe voluto una rapida evacuazione dell'intera Penisola sino all'Appennino settentrionale.

I compiti della corona e del governo nel settembre del 1943[modifica | modifica wikitesto]

« Nell'ora solenne che incombe sui destini della patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione essere consentita. »
(Vittorio Emanuele III, annunciando agli italiani via radio di aver ripreso il comando delle Forze armate, 25 luglio 1943, ore 22:45)

In questa situazione di emergenza, i compiti di assoluta necessità cui dovevano adempiere il governo e la monarchia erano molteplici. Tra l'altro si ricordano i seguenti:

  • Il Re aveva sin dalla tarda serata del 25 luglio 1943 annunciato al popolo italiano in un radiomessaggio di aver ripreso nelle proprie mani il comando delle Forze Armate. Sovrano e Governo avevano il compito di garantire, per quanto possibile, il coordinamento delle azioni dell’esercito per fronteggiare l’incombente occupazione nazista. Questo riguardava tanto le truppe in Patria, quanto quelle dislocate in altri Paesi. Si calcola che un milione di soldati italiani fosse a quell'epoca stanziato in Italia, mentre un altro milione si trovava all'estero, in massima parte nei Balcani e in Francia;[19]
  • Intrattenere i difficili rapporti con gli Alleati;
  • Salvaguardare la propria sicurezza per continuare le operazioni, scopo che in sé sarebbe stato legittimo.[20]

È peraltro chiaro che questi obiettivi si trovavano in parziale contraddizione tra loro. Vittorio Emanuele III ed il generale Badoglio diedero la priorità soprattutto alla propria sicurezza, optando per la fuga. Vollero scegliere una destinazione che garantisse una certa sicurezza dagli attacchi tedeschi. L'Italia meridionale, in parte già abbandonata dai nazisti, pareva offrire le migliori premesse in questo senso.

Secondo Paolo Puntoni, aiutante di campo del re, Vittorio Emanuele aveva già discusso di un suo allontanamento da Roma chiedendogli già il 28 luglio, (tre giorni dopo l'arresto di Mussolini) di organizzare il necessario nel caso si presentasse questa evenienza.[21] Commentando: «Non voglio correre il rischio di fare la fine del re dei Belgi. […] Non ho alcuna intenzione di cadere nelle mani di Hitler e di diventare una marionetta di cui il Führer possa muovere i fili a seconda dei suoi capricci».

Questa evenienza si sarebbe tuttavia presentata molto presto, ossia dopo gli avvenimenti dell'8 settembre 1943: dopo la diffusione della notizia della firma dell'armistizio, re e Badoglio, con parte della corte e la quasi totalità dei ministri fuggirono dalla capitale verso la costa adriatica. È opinione prevalente tra gli studiosi che la decisione di cercare scampo nella fuga sia stato un gesto irresponsabile. Abbandonando la capitale, le massime personalità politiche di un Paese all'orlo del collasso non lasciarono dietro di sé un vero e proprio governo ad interim, ma il caos più completo.[20]

Va tuttavia aggiunto che il Re era ormai anziano (aveva quasi 74 anni) e che erano ben lontani gli anni della prima guerra mondiale, quando Vittorio Emanuele, sovente in visita al fronte, s'era guadagnato l'appellativo di "Re soldato". In effetti il sovrano non aveva più esercitato alcun ruolo militare durante il ventennio fascista, ed aveva interamente ceduto a Mussolini il ruolo di comandante supremo. Durante la seconda guerra mondiale il Re non aveva mai esercitato il comando, al punto da non visitare mai le truppe presso alcun fronte.

La fuga verso Brindisi[modifica | modifica wikitesto]

« Sono appena passate le sei, qualche soldato, fermo sui marciapiedi davanti agli edifici del Ministero della Guerra e dello Stato Maggiore, saluta; ma gli altri, i più, restano come sono, berretto di traverso, viso torvo, mani in tasca. Annusano la fuga dei capi. »
(Testimonianza del Generale Giacomo Zanussi, ufficiale addetto del Capo di Stato Maggiore Mario Roatta, in fuga assieme al suo superiore, riportata in Arrigo Petacco, La seconda Guerra Mondiale, Armando Curcio Editore, Roma, p. 1171)

La sera dell'8 settembre 1943, in coincidenza con l'annuncio dell'armistizio siglato cinque giorni prima, vari comandi e presidi italiani in Patria e all'estero venivano attaccati o sopraffatti dai tedeschi, sicché il Re e il governo Badoglio temevano un colpo di mano nazista per impadronirsi della capitale (intervento che poi puntualmente avvenne e fu completato il 10 settembre). Anziché organizzare la difesa della capitale - ciò che pure era militarmente possibile, come poi attestato dagli stessi tedeschi - decisero di allontanarsi precipitosamente da Roma. Cadute rapidamente le ipotesi di raggiungere per nave la Sardegna (da dove le forze germaniche presenti, la 90a Divisione PanzerGrenadier, stavano già muovendo verso la Corsica per consolidarne il controllo), per via della rapida occupazione da parte tedesca delle basi navali di Gaeta e Civitavecchia, si delineò l'ipotesi di rivolgersi al fronte adriatico, particolarmente sguarnito di forze germaniche, finendo per scegliere la via Tiburtina quale via di fuga per raggiungere il porto di Pescara.

La fuga parallela dei diplomatici tedeschi

  A seguito della caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, l'ambasciatore tedesco in Italia, von Mackensen, fu richiamato in Patria, accusato da Hitler di non esser stato in grado di preavvertire Berlino del "colpo di Stato" ai danni del duce del fascismo. A Villa Wolkonsky, allora sede dell'ambasciata tedesca a Roma, giunse a sostituirlo come incaricato d'affari Rudolf Rahn. Nonostante il precedente del 25 luglio, tuttavia, né Rahn, né il console tedesco a Roma, Eitel Moellhausen furono in grado di anticipare la notizia dell'armistizio italiano dell'8 settembre. L'attonito Rahn ricevette la notizia direttamente dal ministro degli esteri di Badoglio, Raffaele Guariglia, che gliela comunicò personalmente solo attorno alle 19:45 dell'8, quasi in coincidenza con la diffusione via radio dell'annuncio della fine delle ostilità verso gli angloamericani. Guariglia illustrò personalmente e francamente la situazione ai suoi interlocutori tedeschi i quali, avendo di conseguenza un chiaro quadro della portata dell'evento, senza indugi trassero drastiche conclusioni e, informata Berlino dello straordinario evento, chiesero ed ottennero il permesso di lasciare al più presto la capitale italiana. Fu pertanto avviata in gran fretta la distruzione di pratiche e documenti segreti e sensibili dell'ambasciata; quindi il personale, grazie anche all'aiuto di amici italiani e di colleghi di altre legazioni, provvide nel giro di poche ore a liquidare ogni pendenza, dalla chiusura dei conti correnti bancari alla risoluzione di contratti d'affitto. Il ministero degli Esteri italiano, dando prova di quell'organizzazione e freddezza che la sera dell'8 settembre parvero del tutto mancare al Quirinale e a Palazzo Baracchini (sede del Ministero della Guerra), fece preparare alla stazione Termini un treno speciale per rimpatriare i diplomatici tedeschi.

Rahn e Moellhausen non ebbero dubbi sul da farsi, né si attendevano che la capitale italiana potesse cadere subito in mani tedesche e pertanto accettarono, assieme al personale dell'ambasciata, di servirsi senz'altro del treno per lasciare al più presto Roma, smentendo quanti ex post hanno sostenuto che la prospettiva di una rapida occupazione nazista fosse scontata ed inevitabile. Il treno dei diplomatici tedeschi lasciò la stazione in piena notte, poco prima che il piccolo corteo di auto con a bordo i reali d'Italia lasciasse furtivamente (fu utilizzato un ingresso secondario in via Napoli) il Ministero della guerra verso la via Tiburtina. Secondo Moellhausen, il treno viaggiò verso Terni, dove fu deviato verso la linea della costa adriatica, senza che nessuno sapesse sin dove sarebbe potuto arrivare. Il treno, a bordo del quale erano anche diversi italiani, rimase fermo presso una piccola stazione, durante quasi tutta la giornata del 9, senza che i diplomatici tedeschi riuscissero a contattare i propri superiori, sinché un capostazione convinse un conduttore a far ripartire il treno in direzione nord. Il convoglio giunse infine a Verona, che i passeggeri fuggiaschi trovarono già caduta in mani tedesche: Moellhausen e Rahn poterono così contattare i loro superiori a Berlino. Stupefatti ricevettero l'ordine di tornare immediatamente a Roma, assieme con tutto il personale: la capitale italiana, appresero, era stata abbandonata dal Re e dal governo e, lasciata senza una coerente difesa, era ormai controllata dai soldati tedeschi.[22]

Alcuni degli incarichi più importanti furono delegati a chi doveva restare: la presidenza del Governo fu frettolosamente affidata ad Umberto Ricci, allora ministro degli Interni. Mario Roatta, vice Capo di Stato Maggiore (anche lui in fuga), diede sommarie istruzioni sul da farsi al generale Giacomo Carboni, ordinandogli in particolare di disporre affinché due tra le più potenti formazioni militari italiane (la divisione corazzata Ariete e la divisione motorizzata Piave) poste a difesa della capitale abbandonassero la difesa di Roma e fossero invece disposte, di fatto, a difesa della via di fuga scelta dal Re, la via Tiburtina, uscendo da Roma e schierandosi a cavallo della strada verso Tivoli (nella quale avrebbe dovuto anche essere spostato il comando corpo d'armata), sì da impedire eventuali puntate germaniche in quella direzione.

« Roatta: Tu puoi muovere subito le tue divisioni?

Carboni: Perché?
Roatta: Non possiamo difenderci a Roma, siamo in una trappola. Stavo scrivendo l’ordine di spostare il tuo Corpo d’Armata a Tivoli.
Carboni: Posso muovere subito la divisione ‘Piave’ e quasi tutta l’’Ariete’; anche la parte di questa divisione che non può muovere subito ritengo che potrà disimpegnarsi presto senza difficoltà. Per la ‘Centauro’ bisogna tener presente che sarà più un’insidia che un vantaggio averla con noi......... »

(da G. Carboni, “L’armistizio e la difesa di Roma - Verità e menzogne”)

Nella discussione tra Roatta e Carboni, bisogna tener presente che quest'ultimo rivestiva inoltre il grado di commissario del Servizio Informazioni Militare, e comunque non esiste analoga ricostruzione di Roatta.[23] Dal dialogo si evince anche che, della fedeltà della divisione corazzata Centauro II, denominata fino a poche settimane prima 1ª Divisione Corazzata di Camicie Nere "M" (formata da diversi Battaglioni M oltre che da un'aliquota della disciolta Centauro), il Comando Supremo non era sicuro[24][25] e preferì quindi allontanarla dalla direttrice di fuga. Tra il 9 e il 10 settembre, nella battaglia che i militari italiani, abbandonati a se stessi, ed i cittadini combatterono per opporsi all'occupazione nazista, mentre re e governo erano in fuga, caddero – nei combattimenti a sud della Capitale, alla Montagnola, a Porta San Paolo e lungo la via Cassia – circa mille e trecento tra militari e civili.

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Mancata difesa di Roma.


All'alba del 9 settembre Vittorio Emanuele III salì insieme alla regina Elena, al generale Puntoni e al tenente colonnello De Buzzacarini sulla Fiat 2800 grigioverde di quest'ultimo. Badoglio con il duca Pietro d'Acquarone e Valenzano nella seconda vettura, mentre il principe Umberto prese posto su una terza vettura. Il piccolo convoglio lasciò Roma sulla via Tiburtina.

Erano assenti tutti gli altri membri della Famiglia Reale, alcuni dei quali furono poi arrestati dai tedeschi e internati in Germania (la principessa ereditaria e i figli riuscirono però a riparare in Svizzera). La principessa Mafalda di Savoia, sposata al principe d'Assia e che in quei giorni si trovava in Bulgaria, non fu avvisata della partenza dei Reali da Roma e dell'armistizio (ne venne avvisata durante il viaggio di rientro in Italia, ma volle proseguire[senza fonte]). Cadde quindi facilmente prigioniera dai nazisti e fu deportata nel campo di concentramento di Buchenwald ove, duramente provata dalla prigionia, morì per le ferite riportate durante un bombardamento alleato.

A seguire il piccolo corteo di auto con a bordo reali, ad intervalli regolari, si mossero gli altri generali mentre due autoblindo sulle quali era trasportato il generale Zanussi facevano da scorta al convoglio in fuga.

L'auto su cui viaggiava Badoglio si guastò cammin facendo e questi passò perciò nell'auto del principe Umberto il quale, vedendolo infreddolito, gli prestò il suo cappotto. Badoglio si premunì di rimboccarsi le maniche per evitare che fossero visibili i gradi.

Durante il tragitto, il principe Umberto espresse ripetutamente delle remore, manifestando il desiderio di rientrare a Roma e porsi alla guida delle truppe italiane a sua difesa. Tuttavia, Badoglio lo indusse bruscamente a desistere dai suoi propositi, facendo valere il fatto di essere un suo superiore nella gerarchia militare. Inoltre, l'auto fu fermata da tre posti di blocco tedeschi, che comunque vennero superati facilmente con il semplice avvertimento che a bordo vi erano "ufficiali generali".

Nel pomeriggio le auto raggiunsero l'aeroporto di Pescara comandato dal principe Carlo Ruspoli che, avuta notizia delle intenzioni dei Reali, espresse stupore e sdegno per quella fuga; Vittorio Emanuele III si trincerò dietro gli obblighi costituzionali "Devo essere ossequente alle decisioni del mio governo". A quel punto, però, l'uso dell'aeroplano fu escluso nel timore di possibili ribellioni: anche i piloti operanti in zona non erano d'accordo a partecipare ad un'azione che consideravano indecorosa,[26] un'altra possibile spiegazione (addotta da Badoglio nella sua opera L'Italia nella seconda guerra mondiale) fu il fatto che «la regina sofferente di cuore, non avrebbe potuto sopportare il volo».[27][28]

La corvetta Baionetta, in una foto post bellica, con il suo nuovo identificativo NATO F578 della Marina Militare Italiana

Si decise così di continuare il viaggio in nave partendo dal porto di Ortona. Il Re pernottò presso il castello di Crecchio, di proprietà dei Duchi di Bovino. Lo Stato Maggiore e la nobiltà al seguito riparò a Chieti, a palazzo Mezzanotte, di fronte la cattedrale.

Era stata chiamata al porto di Pescara da Zara la corvetta Baionetta, da Taranto l'incrociatore Scipione l'Africano e la corvetta Scimitarra. La popolazione della città però, venuta a sapere della fuga, si mostrò indignata e, per evitare problemi, la comitiva di fuggiaschi e le navi destinate ad essi furono deviate verso il porto di Ortona. Badoglio, sceso da Chieti in piena notte, fu l'unico che riuscì ad imbarcarsi a Pescara.

La mattina successiva il Re ed il suo seguito si imbarcarono da Ortona sulla corvetta Baionetta che li condusse a Brindisi, che al momento non si trovava sotto il controllo degli alleati, né dei tedeschi.[29] L'imbarco verso la salvezza fu drammatico: una folla vociante di 250 ufficiali con tanto di famiglia e conoscenti, già in attesa del Re, aveva infatti cercato (per lo più inutilmente) di aggiungersi alla comitiva. La nave non attraccò, nella lancia inviata al molo comunque fu stipata più gente che si poteva. Molti, militari e non, a seguito del Re non riuscirono ad imbarcarsi, tornarono a Chieti da dove, abbandonati gli averi e procurati abiti civili ed anonimi, si diedero alla macchia.

Durante la navigazione la compagnia fu seguita da un ricognitore tedesco che documentò con fotografie la fuga dei Reali, ma nulla seguì a tale controllo. Al loro arrivo a destinazione i reali furono accolti dall’ammiraglio Rubartelli, che aveva pieno controllo della zona e che rimase sbalordito dall’improvvisa comparsa di Vittorio Emanuele.

Vi sono fondati sospetti che Badoglio avesse già da tempo fatto trasferire consistenti ricchezze in Puglia.[28] Inoltre, pare che già dai primi di settembre la moglie e la figlia di Badoglio si fossero trasferite al sicuro in Svizzera.[senza fonte] Anche sulla figura del Re sono stati sollevati dubbi riguardo alla lealtà verso il Paese, dal punto di vista economico; in un suo libro Indro Montanelli[30] sostiene come il Re mantenesse cospicui depositi di denaro in Gran Bretagna.

Dopo la fuga[modifica | modifica wikitesto]

Dopo essersi sistemato a Brindisi, il gruppo riprese le trattative con gli alleati. Questi ultimi considerarono come confermata la loro immagine dell’Italia: quella di un interlocutore volubile ed inaffidabile: inviati da Eisenhower per le trattative, il generale Mason MacFarlane ed i suoi consiglieri arrivarono in Puglia sorpresi dal fatto di trovare uno staff politico totalmente impreparato alle trattative ed addirittura ignaro del testo dell’armistizio corto (ossia quello firmato da Castellano il 3 settembre).[31] Paradossalmente, la diffidenza degli alleati verso Badoglio finì per somigliare a quella che i tedeschi nutrivano verso il governo italiano.

Il 27 settembre giunsero a Brindisi due rappresentanti degli alleati: Macmillan e Murphy consegnarono a Badoglio il testo ultimativo della “resa incondizionata” che sarà firmato da Badoglio a Malta il successivo 29 settembre. Questo testo, articolato in 44 articoli, verrà chiamato armistizio lungo e definirà le severe condizioni della resa italiana. Tra l'altro, il 13 ottobre l'Italia formalmente dichiarerà guerra alla Germania, condizione richiesta nelle clausole della resa per acquisire lo status di parte cobelligerante.[32]

A nord del fronte dei combattimenti, nel frattempo, la divisione dell'Italia si era formalizzata: la quasi totalità del territorio italiano a nord del fronte fu affidata al controllo di Mussolini, liberato dai tedeschi il 12 settembre e subito tradotto in Germania per un incontro con Hitler).[33] Si stabiliva così al nord la Repubblica Sociale Italiana: i tedeschi avevano occupato il nord riuscendo a mettere in atto buona parte dei punti della Operazione Alarico, eccezion fatta per la cattura della flotta italiana che, a parte un comunque consistente numero di unità minori, era partita verso porti Alleati.

Nella parte meridionale, invece, muoveva i primi passi quello che viene talvolta chiamato Regno del Sud.

Le due Italie[modifica | modifica wikitesto]

Il nord Italia, organizzato come Stato fantoccio fu soggetto ad un governo di fatto con dirigenza politica fascista e organizzato sulla struttura burocratica dello Stato italiano preesistente, anche se sottoposto ad un rigido e pervasivo controllo germanico, i cui diversi emissari (militari, politici, economici, diplomatici, polizieschi) sovrapponevano le proprie competenze tra loro e su quelle italiane.

A Brindisi, Vittorio Emanuele III e Badoglio ripresero gradualmente le loro funzioni sotto il vincolo del controllo da parte del comando alleato, mantenendo la continuità istituzionale ma di fatto regnando su sole quattro province pugliesi (la Sardegna pur essendo de jure sottoposta alla sovranità brindisina, di fatto era tagliata fuori da ogni collegamento con il governo regio). Si addivenne così a quello che fu definito impropriamente "Regno del Sud", di fatto del tutto subordinato all'amministrazione militare alleata (Allied Military Government of Occupied Territories, AMGOT). Da Brindisi Vittorio Emanuele III nominò Raffaele de Courten capo di Stato Maggiore della Regia Marina, preferito dagli Alleati al principe Aimone di Savoia-Aosta, che venne nominato comandante italiano della base navale di Taranto.[34]

Radio Bari il 10 settembre diffuse un proclama del Re:

« Per il supremo bene della Patria, che è sempre stato il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell'intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le autorità militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale »

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

La scelta di abbandonare Roma, condannata dalla maggioranza degli studiosi, ebbe enormi conseguenze negative nel breve e nel medio periodo:

  • L'occupazione da parte dei tedeschi fu facilitata. L'esercito regio, al momento dell'annuncio dell'armistizio aveva dislocati sul suolo italiano oltre un milione di uomini in armi cui si trovavano contrapposti circa 400.000 soldati tedeschi. In Provenza e Corsica erano dislocati 230.000 uomini, in Jugoslavia 300.000, altrettanti in Albania e Grecia, 53.000 uomini nelle isole dell'Egeo per un totale di circa 900.000 uomini impegnati nei teatri esteri ed oltremare.
    Approssimativamente si trovavano sotto le armi due milioni di uomini che erano minacciati dalle forze tedesche, che a loro volta li potevano minacciare: costoro rimasero senza alcun ordine in attesa che da Palazzo Baracchini (ministero della Guerra a Roma) giungesse qualche disposizione, ma ciò non avvenne mai. Le truppe furono lasciate allo sbando con il solo ed enigmatico ordine "ad atti di guerra rispondete con atti di guerra". In Jugoslavia molti soldati vennero deportati nei campi di concentramento; altrove, come a Cefalonia, Spalato e Leros decisero generosamente di combattere e difendersi dai tedeschi, ma queste iniziative isolate furono in genere destinate ad un esito catastrofico; in ogni caso gran parte delle truppe smise di combattere animata dal desiderio di tornare alle proprie case, sperando che il peggio fosse ormai passato. L'esercito era comunque allo sbando: il generale Jodl nel suo rapporto sulla situazione strategica in Italia a seguito dell'8 settembre ad Hitler rese note le cifre in questo comunicato del 7 novembre 1943[35]:
« […] Le Forze Armate Italiane in seguito all'armistizio dell'8 settembre abbandonate a sé stesse dagli alti comandi sono state completamente neutralizzate con un'operazione di polizia contrassegnata da isolati episodi di resistenza. 80 divisioni disarmate, 547.000 prigionieri di cui 34.744 ufficiali, un bottino di 1.255.000 fucili, 38.000 mitragliatrici, 10.000 cannoni, 15.500 automezzi, 970 mezzi corazzati, 67.000 cavalli e muli, 2.800 aerei di prima linea 600 di altro tipo, 10 torpediniere e cacciatorpediniere e 51 unità minori della Regia Marina. Sono state reperite materie prime in quantità molto superiori a quelle che ci si aspettava alla luce delle incessanti richieste economiche italiane […] »
  • L'8 settembre venne annullato dal generale Eisenhower il previsto lancio di truppe americane aviotrasportate da impiegare per la cattura di Roma e la sua difesa dai tedeschi. Le sei divisioni italiane a presidio di Roma (la Divisione di fanteria Sassari, Granatieri di Sardegna, Corazzata Ariete, Divisione motorizzata Piave[36], Corazzata Centauro), completamente prive di ordini, o soggette ad ordini altalenanti, non poterono opporsi efficacemente a Kesselring, malgrado disponessero di circa 60.000 uomini e qualche centinaio di carri armati e semoventi, poi abbondantemente utilizzati dai tedeschi sul fronte sud. Lo stesso Kesselring ammise in un suo memoriale che una difesa organizzata degli italiani in concomitanza con uno sbarco aereo alleato avrebbe segnato la sconfitta inevitabile delle truppe tedesche a Roma.[37]
  • Il comportamento del re nella circostanza, attirando discredito sulla sua figura e sull'istituzione, contribuì alla caduta della monarchia. Una testimonianza dell'ostilità nei confronti del re si trova anche oggi, presso il porto di Ortona dove venne posta nel 1945 una lapide a testimonianza dell'evento (si noti la sibillina previsione della caduta della monarchia):
« Da questo porto

La notte del 9 settembre 1943
L'ultimo Re d’Italia fuggì
Con la Corte e con Badoglio
Consegnando la martoriata patria
alla tedesca rabbia.
Ortona Repubblicana
dalle sue macerie e dalle sue ferite
grida eterna maledizione
alla monarchia dei tradimenti
del fascismo e della rovina d'Italia
anelando giustizia
dal Popolo e dalla Storia
nel nome santo di Repubblica.
9-9-1945 »

Dato il risultato abbastanza equilibrato del referendum istituzionale che si sarebbe svolto nel 1946 (monarchia 45,7%; repubblica 54,3%), è lecito domandarsi se, senza l'episodio della fuga da Roma, la corona avrebbe potuto salvare il suo ruolo. Tuttavia i risultati referendari in provincia di Chieti, di cui Ortona fa parte, diedero una netta vittoria alla Monarchia, 119 610 voti a fronte dei 71 995 della Repubblica.

Controversie sulla valutazione dell'operato del Re[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio Emanuele III a Brindisi passa in rassegna una formazione del Regio Esercito

La complessità degli avvenimenti susseguitisi alle dimissioni di Mussolini fino allo stabilimento della sede del governo a Brindisi è stata fonte di interpretazioni discordanti sulle effettive intenzioni e azione del Re e dei suoi ministri. La tesi della fuga del Re, sopra riportata, resta prevalente, ma una ricca storiografia respinge, in tutto o in parte, una simile ricostruzione[38].

Tesi[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni storici, tra i quali Lucio Villari, Massimo de Leonardis, Luciano Garibaldi, Giorgio Rumi, Aldo Mola, Francesco Perfetti e altri uomini di cultura, giornalisti o giuristi, quali Lucio Lami, Franco Malnati, Gigi Speroni, Antonio Spinosa, hanno formulato una loro tesi sulla fuga del Re. In generale preferiscono parlare del fatto come di un "trasferimento del Re", ma la percezione dell'avvenimento come una fuga e l'iniziale senso di smarrimento anche all'interno dell'esercito (di cui è un esempio il diario dell'ufficiale Giovannino Guareschi) non sono taciuti. In particolare, vengono sottolineate le responsabilità di parte dei vertici militari, collocando la vicenda nel complicato contesto bellico che indusse Badoglio ad optare per una strategia "temporeggiatrice", come la definisce lo storico Mola. Questa parte della storiografia accentua inoltre il ruolo della propaganda nazi-fascista nell'alimentare l'idea della fuga del Re in modo da legittimare agli occhi degli italiani la costituzione dello Stato fantoccio guidato da Mussolini.

L'elemento chiave che accomuna questi storici è quello della continuità dello Stato. In questo modo si respinge la tesi della fuga come mezzo per garantire la mera incolumità privata di Vittorio Emanuele III e dei suoi familiari. Infatti, per motivi della massima gravità, il trasferimento del Capo dello Stato e dei suoi principali collaboratori è ritenuto necessario per assicurarne lo svolgimento delle funzioni[39]. La gravità del momento era dovuta dal fatto che l'Italia, che aveva perso la guerra e si ritrovava occupata a Sud dagli anglo-americani e al Centro-Nord dai tedeschi, con un esercito ormai male equipaggiato e dislocato fuori dei confini, rischiava di perdere la sua guida, il capo dello Stato e delle forze armate in quanto Hitler aveva diramato l'ordine di arrestare il Re e i membri della famiglia reale[40].

Spesso si aggiunge alla motivazione principale - quella della continuità dello Stato - la necessità di allontanarsi da Roma, dichiarata unilateralmente città aperta, per evitare la strage della popolazione civile e gravi danni ai monumenti.

Sempre secondo questa tesi la mancata diramazione iniziale di un piano deciso di attacco contro i tedeschi deriverebbero dalla necessità di evitare l'inasprimento dell'azione dell'ex alleato sia contro la popolazione civile sia contro gli obiettivi militari, in una situazione in cui le forze armate italiane si trovavano in netta inferiorità per dotazione di armamenti.

Vengono portati a giustificazione del trasferimento del Re altri casi in cui personalità politiche, nell'imminenza dell'invasione tedesca, si allontanarono dalle rispettive capitali o fuggirono all'estero: in Francia, nel giugno 1940, il presidente della repubblica Albert Lebrun si trasferì a Bordeaux con tutto il governo e Stalin ordinò il trasferimento del governo a Kujbyšev, 800 chilometri da Mosca, anche se in ultimo restò nella capitale,[41] mentre altri progettavano di farlo (il re Giorgio VI aveva programmato di trasferirsi in Canada nel caso in cui i tedeschi fossero riusciti ad attraversare la Manica). Vittorio Emanuele III e Badoglio si recarono a Brindisi, già evacuata dai tedeschi e ancora non occupata dagli alleati. Questi ultimi, tuttavia, sbarcarono a Taranto il giorno dopo la proclamazione dell'armistizio. Inoltre, i monarchi italiani si sarebbero comportati come quasi tutti i monarchi dei Paesi europei, che si misero sotto la protezione delle truppe alleate per poter continuare a dirigere la lotta contro i nazisti (Guglielmina dei Paesi Bassi fuggì in Gran Bretagna, Giorgio II di Grecia e Haakon VII di Norvegia si trasferirono a Londra con tutto il governo).

Tale preteso parallelismo tra le azioni di alcuni monarchi europei e quelle del re d'Italia non sembrano tenere in conto né il fatto che esse avvennero durante la fase della guerra nella quale l'esercito tedesco era all'attacco su tutti i fronti (mentre nel settembre del 1943 era ormai ovunque sulla difensiva), né del fatto che le deboli forze armate dei Paesi dei sovrani citati non erano – al contrario di quelle italiane – assolutamente in condizione di opporre alcuna resistenza significativa a quelle tedesche, senza parlare del fatto che il sostegno che gli inglesi potevano offrire a norvegesi, olandesi e greci era ben poca cosa rispetto a quello che gli Stati Uniti erano in grado di porre in essere in Italia.[42]

Le modalità del trasferimento a Brindisi, pur effettuato velocemente per via del rapido precipitare degli eventi, non assomiglierebbero, secondo alcune opinioni, a quelle di una fuga. La storia della "fuga" sarebbe nata secondo una tesi in ambienti della Repubblica Sociale Italiana e successivamente, adottata in chiave anti-monarchica da larghi settori della politica italiana.[43] Si aggiunge inoltre che molte ricostruzioni degli storici sostenitori della tesi della fuga, tra i quali Zangrandi[44], si basano su mere supposizioni non confortate da prove accademiche.

Dibattito sulla continuità dello Stato italiano[modifica | modifica wikitesto]

Da parte di alcuni testimoni e studiosi si avanza la tesi secondo la quale la continuità dello Stato si sarebbe interrotta nel caso in cui il Re ed il governo fossero stati catturati e che ciò permise all'Italia di non subire condizioni di resa ancora peggiori. L'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi su questo punto si è espresso con le seguenti parole:

« Non perdonai la fuga del re, anche se riconobbi che, andando al Sud, aveva in qualche maniera garantito la continuità dello Stato». (intervista a Marzio Breda sul Corriere della Sera del 18 aprile 2006) »

E lo storico Lucio Villari:

« Sono, in proposito, assolutamente convinto che fu la salvezza dell'Italia che il Re, il governo e parte dello Stato Maggiore abbiano evitato di essere "afferrati" dalla gendarmeria tedesca, e che il trasferimento (il termine "fuga" è, com'è noto, di matrice fascista, però riscuote grande successo a Sinistra) a Brindisi gettò, con il Regno del Sud, il primo seme dello Stato democratico e antifascista, ed evitò la terra bruciata prevista, come avverrà in Germania, dagli alleati (Corriere della Sera del 9 settembre 2001[45] »

Nelle sue memorie, il colonnello delle SS Eugen Dollmann dichiarò che:

« La famiglia reale e Badoglio nel frattempo erano partiti, con somma delusione del cosiddetto gruppo estremista del quartier generale di Kesselring […] Ma non trovarono che il genero del Re, il generale Calvi di Bergolo, il cui sacrificio morale ha un valore che gl'italiani non dovrebbero dimenticare. […] Secondo il maresciallo ed i suoi più intimi collaboratori, la monarchia aveva salvato l'unità d'Italia abbandonando Roma, e salvato Roma lasciandovi un membro di casa Savoia.[46] »

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Le critiche che vengono mosse a queste tesi di revisione storica sul comportamento di Vittorio Emanuele III si fondano su considerazioni per lo più strategiche e militari.

  • Lo status di città aperta di Roma era di fatto inapplicabile, in quanto Roma era al centro di un piano di aviosbarco alleato, che si sarebbe dovuto svolgere in accordo e coordinamento con i comandi militari italiani congiuntamente alla proclamazione dell'armistizio e, quindi, era un obiettivo militare, né sarebbe stata considerata tale dai tedeschi che già da giorni avevano ammassato truppe in zona.
  • Gli ordini lasciati alle truppe italiane, prima dell'allontanamento dalla capitale furono in ogni caso ambigui, non espliciti, mancanti di un qualunque tentativo di organizzare una reazione organica e coordinata sul territorio italiano del regio esercito contro le forze tedesche, gli stessi contatti con gli alleati e gli accordi con esse furono svolti goffamente senza permettere un rapido dispiego delle forze alleate nella penisola italiana, che avrebbe permesso di contrastare più efficacemente le forze naziste e ridotto l'ampiezza dell'area nazionale controllata dai tedeschi. Tale situazione, per altro, era in aperta violazione di alcuni articoli dell'armistizio di Cassibile, firmato pochi giorni prima, il 3 settembre 1943 ed in particolare degli articoli 2 ("L'Italia farà ogni sforzo per negare ai Tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite"), 7 ("Garanzia immediata del libero uso da parte degli Alleati di tutti gli aeroporti e porti navali in territorio italiano, senza tener conto dello sviluppo dell'evacuazione del territorio italiano da parte delle Forze tedesche. Questi porti e aeroporti dovranno essere protetti dalle Forze Armate italiane finché questo compito non sarà assunto dagli Alleati", 8 ("Immediato richiamo in Italia delle Forze Armate italiane da ogni partecipazione in guerra in qualsiasi zona si trovino attualmente impegnate"), 9 ("Garanzia da parte del Governo italiano che, se necessario, impiegherà tutte le sue forze disponibili per assicurare la sollecita e precisa esecuzione di tutte le condizioni di armistizio"). Il mancato rispetto di tali articoli è comprovato dalla reiterazione delle richieste di diversi dei provvedimenti citati nel testo dell'armistizio "lungo" firmato il 29 settembre 1943.
  • Il carattere di fuga fu accentuato dal fatto che nessuno, nella fretta e confusione di lasciare la capitale, avvertì la principessa Mafalda di Savoia che in quei giorni si trovava in Bulgaria, di non tornare a Roma rientrando in Italia, ma di dirigersi senza indugio verso una città del sud. A causa di ciò la secondogenita del Re venne, come spiegato, catturata dai tedeschi e deportata a Buchenwald ove morì in seguito alle ferite riportate durante un bombardamento americano.
  • Durante il viaggio da Roma a Ortona e, quindi, Brindisi, il Re, comandante in capo dell'Esercito, non organizzò alcun comando militare mobile e neppure vennero tenuti i contatti con i comandi militari dei vari fronti di guerra. Per cui, durante il giorno dell'armistizio e quelli immediatamente successivi, i più critici, i comandi militari si trovarono senza uno Stato Maggiore Generale a cui fare riferimento.
  • La posizione della monarchia italiana era diversa rispetto a quella degli altri sovrani europei poiché capo di una nazione precedentemente alleata e solo successivamente avversaria (come cobelligerante) dell'Asse.
  • Il peso del governo del Regno del sud fu nullo o molto scarso in quanto aveva solo un potere amministrativo e solo in 4 province meridionali, in quanto il resto del paese era sotto occupazione anglo-americana o tedesca.
  • Lo storico Denis Mack Smith evidenzia una serie di errori commessi dal Re, che accentuarono la diffidenza inglese verso la monarchia italiana. Tra cui: il non aver condotto prigioniero Mussolini al sud, lasciandolo in un luogo non difendibile dai tedeschi,[frase ambigua] l'aver tenuto Badoglio (per 20 anni ben integrato nel regime fascista) come capo del governo, evitando di sostituirlo con Caviglia (anch'esso maresciallo d'Italia) troppo anglofilo ai suoi occhi, allo scopo di avere una posizione equidistante fra le parti in lotta. A Brindisi il re si fregiava ancora del titolo di imperatore di Etiopia e di re d'Albania ed alla richiesta alleata di abbandonare questi titoli rispose che questa decisione necessitava di un atto del Parlamento. Venne pesantemente valutata la sua ritrosia nel proclamare la dichiarazione di guerra alla Germania, nonostante gli attacchi che le forze armate tedesche infliggevano alle truppe italiane sparse nello scacchiere mediterraneo, la dichiarazione venne fatta solamente dopo un mese dall'arrivo a Brindisi, dopo pressanti richieste alleate, alle quali si era opposto sostenendo che abbisognava anche in questo caso di un voto del Parlamento, (parlamento che, allo stato delle cose, era inesistente), voto che non era stato richiesto per l'intervento in guerra a fianco di Hitler. Un altro fatto che gli alleati, soprattutto gli inglesi, non capirono fu il motivo per cui non ripercorse le orme del suo antenato Carlo Alberto, che abdicò per il bene delle nazioni e della sua dinastia.
  • Denis Mack Smith riporta anche il giudizio che diede Benedetto Croce, liberale e monarchico convinto (nel referendum del 1946 votò per la monarchia):
« […] Il re, dopo Mussolini, rimane il vero ed il maggiore rappresentante del fascismo. Pretendere che l'Italia conservi il presente re è come pretendere che un redivivo resti abbracciato con un cadavere. Lui doveva andare via come atto di sensibi­lità morale. Il re si è congiunto corpo ed anima al fasci­smo ed ha assunto una responsabilità maggiore di Mussolini. Mussolini era un povero diavolo ignorante, corto di intelligenza, ubriacato da facili successi demagogici, laddove il re era stato accuratamente educato ed aveva governato un'Italia libera e civi­le. Il re sta tentando di ricostituire in Italia, nel Regno del Sud, un regime fascistico per proteggere la dinastia »
  • A Brindisi il governo di Badoglio non tentò di riprendere il controllo delle armate italiane rimaste intrappolate in Grecia ed Albania, né alla flotta furono dati ordini precisi. Addirittura, in un primo tempo, per convincere l'ammiraglio Bergamini a prendere il mare verso Bona, de Courten lasciò credere che la flotta, di stanza alla Spezia, dovesse semplicemente dirigersi alla base della Maddalena al solo fine di sottrarsi a possibili offese tedesche:[47] solo dopo che essa fu in mare venne comunicata la vera destinazione, il porto tunisino controllato dagli Alleati). Bergamini venuto a sapere che La Maddalena era già stata occupata dai tedeschi fece rotta verso l'Asinara. Solo molte ore dopo l'affondamento della corazzata Roma, occorso poco dopo il cambio di rotta, l'ammiraglio Romeo Oliva, subentrato a Bergamini, che era perito sulla Roma, la mattina del 10 settembre fece rotta su Capo Bon e dispose di inalberare i pennelli neri in ottemperanza alle clausole armistiziali.[48][49] Invero un tentativo di inviare soccorsi alla divisione Acqui impegnata a Cefalonia in combattimento con i tedeschi fu impedito per espresso ordine alleato, che impose il rientro di unità navali già salpate dai porti pugliesi, distanti solo poche ore dalle Isole Ionie,[50] ma non fu un ordine impartito dallo Stato Maggiore o dal Re, bensì dall'ammiraglio Giovanni Galati, comandante la piazza di Brindisi che dispose l'invio di due torpediniere, Clio e Sirio; le due torpediniere erano in servizio per trasporti tra i porti della Puglia e come tali avevano dagli Alleati il carburante; quando gli Alleati (l'ammiraglio Peters, comandante la piazza di Taranto) ne vennero a conoscenza, imposero il rientro immediato, pena l'affondamento tramite un attacco aereo.[51][52]
  • Unità della nazione e rappresentatività del governo italiano: il 30 ottobre 1943 alla terza Conferenza alleata di Mosca fu approvata una mozione in base alla quale al popolo italiano dovrà essere possibile organizzare la nazione secondo i principi democratici includendo nel governo i rappresentanti dell'opposizione al fascismo. Di conseguenza, gli alleati non riconoscono al governo Badoglio la funzione di rappresentanza nazionale fino a quando nella composizione del governo italiano non saranno inclusi i gruppi politici antifascisti.
  • Le discussioni sul giudizio da dare all'allontanamento del Re hanno persino lasciato sospettare ad alcuni storici che la facilità con cui il corteo reale lasciò la capitale e il mancato affondamento della corvetta Baionetta, individuata ancorata in rada di Ortona e fotografata durante le operazioni di imbarco dall'aviazione tedesca[53] fosse stata addirittura concordata con Kesselring in cambio del ritardo da parte del generale Ambrosio, Capo di Stato Maggiore, nel diramare la "Memoria op. 44", che era l'unico piano formulato a fine agosto dallo Stato Maggiore italiano di resistenza ai tedeschi e ordini maldestri di spostamenti in posizioni sfavorevoli dati alle truppe italiane[54] in difesa di Roma di fronte alle forze tedesche in minoranza numerica.[55]
  • Giaime Pintor scriveva a caldo alla fine del 1943: "Le giornate che seguirono l'8 settembre furono le più gravi che l'Italia abbia attraversato da quando esiste come Paese unito. […] Roma, intorno a cui Badoglio aveva concentrato cinque divisioni, si arrese a due divisioni tedesche: […] Le responsabilità saranno discusse ancora per molto tempo. Certo il re e i capi militari ne portano il peso maggiore: la loro viltà e la loro inettitudine sono costate all'Italia quasi quanto i delitti dei fascisti."[56].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Se si esclude la "Memoria 44 OP", che conteneva disposizioni solo embrionali di difesa e contrasto da una possibile aggressione, e che avrebbe richiesto comunque ulteriori ordini e disposizioni (che spesso non giunsero mai) per essere attuata.
  2. ^ Per le strategie contrapposte di tedeschi ed alleati cfr: Albert Kesselring, Soldato fino all'ultimo giorno, LEG, 2007; Erik Morris, La guerra inutile, Longanesi, 1997
  3. ^ Giorgio Bonacina, Obiettivo: Italia - I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Mursia, Milano, (c) 1970 ISBN 88-425-3517-6, pag. 209.
  4. ^ Lo storico Paolo Nello su Dino Grandi e il re
  5. ^ Riferendosi alle trattative ed alle iniziative diplomatiche che coinvolgevano la Santa Sede, volte prima a scongiurare il conflitto e poi a porvi termine, giunto a descrivere le attività in essere nel giugno 1940, quando ormai la guerra coinvolgeva anche l'Italia, Antonio Spinosa scrive: "Nella nuova situazione il primo pensiero di Pacelli fu di chiedere agli anglofrancesi di «voler rispettare» la città di Roma. Alcuni aerei inglesi avevano nottetempo sorvolato la città lanciando manifestini, e subito il cardinale Maglione protestò con Churchill, sempre mediante il delegato apostolico a Londra, Godfrey. [...] In realtà il Papa aveva invano cercato di convincere il governo italiano e lo stesso Mussolini ad allontanarsi dalla capitale per non offrire appigli al nemico. [...] «Senza di noi fascisti», aveva detto Mussolini, «Roma tornerebbe ad essere papalina». Per di più fin dal principio si era opposto a trasferire le industrie belliche romane, a cominciare dalla più importante, la Breda." (Antonio Spinosa, Pio XII - Un papa nelle tenebre, Mondadori, Milano, 1992, pp. 195-196). Numerosi documenti declassificati che testimoniano la fitta - e mai interrotta, sino alla liberazione, il 4 giugno 1944 - attività diplomatica vaticana volta alla protezione della città di Roma sono disponibili in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, Bombardare Roma, Il Mulino, Bologna, 2007. Da essi si ricava come sino al 1942 inoltrato il Vaticano agì - per quasi due anni - in sostanziale solitudine. Successivamente, vista la piega negativa presa dalla guerra per le potenze dell'Asse, prima timidamente il governo fascista, poi quello di Badoglio e, dopo l'occupazione nazista, l'ambasciata tedesca a Roma, diedero il proprio avallo ad alcune delle iniziative vaticane, o contattarono la Santa Sede perché trasmettesse messaggi agli Alleati circa una definizione della "Città Aperta", sino a tutto il 4 giugno 1944.
  6. ^ Dino Grandi, 25 luglio. Quarant'anni dopo, a cura di Renzo De Felice, Il Mulino, Bologna, 1983, pagg. 369-370.
  7. ^ Secondo una diffusa interpretazione storiografica, i pesanti bombardamenti alleati che, in quei giorni estivi, colpivano tutte le principali città italiane, sarebbero stati ispirati dalla volontà di costringere alla resa il governo italiano, che, dopo la caduta del fascismo, continuava la guerra a fianco dei nazisti. D'altra parte, va notato che i bombardamenti successivi al 25 luglio 1943 e sino all'8 settembre successivo furono assai più intensi ed estesi di quelli posti in atto per costringere Mussolini alla resa e che, in particolare, quelli devastanti su Milano furono definiti "terroristici" dalla stessa stampa svizzera.
  8. ^ Giorgio Bonacina, Obiettivo Italia - I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Mursia, 1970, pag. 236.
  9. ^ "Roma potrebbe venire considerata una città aperta soltanto nel caso in cui l'esercito, le installazioni militari, gli armamenti e le industrie di guerra venissero rimossi […] Qualora il regime fascista decidesse di salvare Roma facendone una città aperta. Dovrebbe rilasciare una precisa dichiarazione in modo da consentire agli Alleati, agendo attraverso rappresentanti neutrali,di determinare quando la necessaria smilitarizzazione abbia avuto luogo", H. Callender, Open City Status by Rome Doubted. Washington feels. Capital is Too important for Axis to Demilitarize it. Rail Lines Called Vital. Vast Shifting of Italian War Plants Involved – Sicilian Resistence Expected in "The New York Times del 21 luglio 1943, citato (pag. 31) in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma – Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1 .
  10. ^ Aldo Castellani, Tra microbi e Re, Rusconi e Paolazzi, 1961. pagg. 156-157: "19 agosto 1946. Colazione a Lisbona. Tra gli ospiti il Conte Grandi […] Ci dice di essere venuto in Portogallo, non perché temesse per la propria vita bensì perché gliel'aveva chiesto Re Vittorio Emanuele. […] Secondo Grandi il Re gli aveva ordinato di raggiungere il Portogallo e di iniziare trattative segrete".
  11. ^ Indro Montanelli - Paolo Granzotto 1986, pag. 225.
  12. ^ Bruno Vespa, 2004, pag. 11
  13. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, Edizioni Ferni Ginevra 1974, vol. XIII pag. 74, 82, 83
  14. ^ Paolo Monelli, Roma 1943, 1945
  15. ^ Gianni Rocca, Fucilate gli Ammiragli - la tragedia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1987, ISBN 88-04-28454-4. Capitolo XXIV Situation innocuous.
  16. ^ radio New York o radio Algeri, le fonti discordano al riguardo.
  17. ^ Da tempo lo sbarco alleato di Salerno era pianificato per la notte fra 8 e 9 settembre e non sarebbe stato possibile rinviarne il suo svolgersi
  18. ^ La fuga del re e del governo.
  19. ^ Bruno Vespa, 2004, pag. 12
  20. ^ a b Indro Montanelli – Paolo Granzotto 1986 pag. 226.
  21. ^ Già il 29 luglio 1943 i servizi tedeschi intercettarono una telefonata tra Churchill e Roosevelt nella quale i due leader si scambiavano opinioni circa un possibile "armistizio", ricavandone la prova definitiva di quale fosse l'obiettivo del cambio di governo in Italia. Già il giorno prima Goebbels aveva annotato nel suo diario, riferendosi all'Italia che occorreva agire subito, «ad ogni costo, ed è meglio improvvisare alla grande, piuttosto che attardarsi a preparare nei dettagli un intervento che, proprio per questo, risulterebbe inevitabilmente tardivo e, nel frattempo, consentirebbe in Italia il definitivo assestamento della situazione».
  22. ^ Arrigo Petacco , La seconda guerra mondiale, Armando Curcio Editore, Roma, 1979, vol. 4, pag. 1172.
  23. ^ Il colloquio prosegue: Roatta (interrompe): E la ‘Granatieri’?
    Carboni: La ‘Granatieri’ è escluso che possa muovere e non lo riterrei nemmeno opportuno.
    Roatta: Tanto la ‘Granatieri’ non è tua, ti è stata data in prestito. Rimane alla difesa di Roma.
    Carboni: E da chi riceve gli ordini?
    Roatta: Non da te. Tu non ti occupi più di Roma. Tu sposti subito il tuo comando a Tivoli e porti a Tivoli la ‘Piave’ e l’’Ariete’; poi vedremo.
    Carboni: Ma questo è troppo poco per un ordine di questo genere: bisogna che io sappia qualche cosa di più, per esempio sullo schieramento che devo assumere, e soprattutto su quelli che saranno i miei compiti dopo, per potermi regolare.
    Roatta (che era già in stato di visibile orgasmo, concitandosi e mostrandosi infastidito): Questo non lo so neanche io, le divisioni le schieri una a destra e una a sinistra della strada, orientandoti a proseguire verso est, e poi vedremo.
  24. ^ anche se il suo comandante era il generale Calvi di Bergolo, ben noto come combattente nell'esercito e genero del re
  25. ^ G. Carboni, “L’armistizio e la difesa di Roma - Verità e menzogne”
  26. ^ Indro Montanelli - Paolo Granzotto 1986, p. 228.
  27. ^ I. Palermo, Storia di un armistizio, p. 284.
  28. ^ a b R. Zangrandi, L'Italia tradita. 8 settembre 1943
  29. ^ I. Montanelli, Storia d'Italia, voll. 8-9
  30. ^ da 'Arrivano i nostri – 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.79: Il 10 giugno del '40 Vittorio Emanuele III aveva sì dichiarato guerra alla Gran Bretagna, ma aveva mantenuto i depositi di famiglia presso la banca dei suoi amici ebrei e massoni. […] Così i ragazzi italiani della generazione sfortunata – i nati fra il 1912 e il 1922 – furono mandati in guerra da un re che contribuiva con i propri soldi a fabbricare e acquistare le armi con le quali sarebbero stati uccisi.
  31. ^ Indro Montanelli - Paolo Granzotto 1986 pag. 231. Il testo originale era stato portato a Brindisi dal general Zanussi, fuggito insieme al re.
  32. ^ Il governo Badoglio, l'armistizio ed il problema della “cobelligeranza”.
  33. ^ Un caso simile si ebbe in Ungheria nell'ottobre 1944, quando i tedeschi crearono il governo fantoccio del filonazista Ferenc Szàlasi.
  34. ^ Taranto venne conquistata dalle forze alleate il giorno 9 settembre 1943 con uno sbarco nell'ambito dell'Operazione Slapstick
  35. ^ "A soldier to the last day", di Albert Kesselring
  36. ^ La Piave era una divisione motorizzata di nuova costituzione, prevista nel programma di potenziamento dell'esercito come riprodotto in questo documento di Larchivio.it
  37. ^ Soldato fino all'ultimo giorno, di Albert Kesselring, LEG, 2007
  38. ^ Ad esempio tale tesi è sviluppata nel testo di Aldo Alessandro Mola, Storia della Monarchia in Italia, Edizioni Bompiani.
  39. ^ "RifletteRe" di Franco Malnati, Ed. S.E.I., 1999, Vol. 2
  40. ^ Eugen Dollmann, nel suo libro "Roma Nazista – 1937/1943", afferma che Hitler ordinò "l'arresto dell'intera Famiglia Reale, di quanti Savoia si fossero potuti rintracciare e di tutto il personale della Corte". Sempre secondo Dollmann, "la fine della Principessa Mafalda è l'indizio più chiaro e più eloquente delle intenzioni tedesche nei riguardi della famiglia reale italiana".
  41. ^ “Il 1º ottobre (1941 n.d.r.) ordinò di cominciare a spostare il governo ottocento chilometri ad est, nella città di Kujbyšev.[…] Quest'ultima versione sembra accordarsi meglio con tutto ciò che si sa sul comportamento di Stalin ai primi di ottobre: gli sforzi frenetici per organizzare la difesa e per ottenere aiuti da Stati Uniti e Gran Bretagna, e la successiva decisione, in un momento di crisi acuta, di restare nella capitale. […] Il giorno seguente (17 ottobre n.d.r) la radio annunciò […] che non si era mai pensato di abbandonare la capitale (il che naturalmente era falso) e che, soprattutto, Stalin si trovava ancora a Mosca.”, Richard Overy, Russia in guerra – 1941–1945, pagg. 110—112, trad. Pino Modola, Il Saggiatore , Milano, 2000, ISBN 88-428-0890-3 .
  42. ^ L'Italia della guerra civile – 8 settembre 1943-9 maggio 1946 di Indro Montanelli, Mario Cervi. Rizzoli editore, Milano 2001
  43. ^ Umberto II e il dramma segreto dell'ultimo Re di Gigi Speroni, Bompiani Editore
  44. ^ Centro studi della Resistenza.
  45. ^ [1])
  46. ^ "Roma nazista 1937/1943", di Eugen Dollmann, pag. 283, prefazione di Silvio Bertoldi, traduzione di Italo Zingarelli, ed. SB Saggi 20 marzo 2002, RCS Libri S.p.A., Milano, ISBN 88-17-12801-5
  47. ^ Gianni Rocca, Fucilate gli Ammiragli – la tragedia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1987, ISBN 88-04-28454-4, p. 309
  48. ^ Gianni Rocca, Fucilate gli Ammiragli – la tragedia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1987, ISBN 88-04-28454-4, p. 316
  49. ^ Le navi italiane, frantumate nella formazione dopo l'attacco alla Roma e prive di ordini chiari si dispersero in diversi gruppi: l'incrociatore Attilio Regolo con i cacciatorpediniere Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere (12ª Squadriglia), al comando del capitano di vascello Marini, diresse verso le Baleari, ove le unità furono internate assieme ad un altro gruppo reduce dall'attacco alla Roma giunto d'iniziativa sul posto, composto dalle torpediniere Orsa, Pegaso e Impetuoso (gruppo torpediniere "Pegaso"); le ultime due unità furono però tosto autoaffondate dai loro comandanti. Il resto della flotta fu intercettato in mare da una forza navale inglese al comando dell'ammiraglio Andrew Cunningham, che condusse le unità italiane verso Malta (Gianni Rocca, op. cit. pp. 315-316).
  50. ^ Massimo Filippini, Cefalonia una verità scomoda, IBN
  51. ^ AA.VV. Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, Vol. XIII, p. 168
  52. ^ Alfio Caruso, Italiani dovete morire, ISBN 88-304-1843-9
  53. ^ Nello stesso giorno al largo della Sardegna l'aviazione tedesca con una bomba guidata affondava la corazzata Roma
  54. ^ oltre all'ipotesi già sopra annotata sulla fedeltà della divisione corazzata Centauro
  55. ^ Non fu una fuga necessaria, il Re e Badoglio tagliarono la corda
  56. ^ Il sangue d'Europa, Einaudi, 1965, pp. 179-180.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV. Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, Edizioni Ferni Ginevra 1974, Vol. XIII, XIV, XV
  • Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione
  • Giuseppe Castellano, Come firmai l'armistizio di Cassibile, Mondadori, Milano, 1945
  • Albert Kesselring, Memorie di guerra, Garzanti, Milano, 1954
  • Denis Mack Smith, Il Regno del Sud: resoconto di una conferenza, Brindisi, 14 ottobre 1993 Il testo
  • Paolo Monelli, Roma 1943, Migliaresi 1946
  • Indro Montanelli, Storia d'Italia, voll. 8 e 9.
  • Indro Montanelli - Paolo Granzotto, Sommario di storia d'Italia dall'Unità ai giorni nostri, Milano, Rizzoli, 1986 ISBN 88-17-42802-7
  • Francesco Perfetti, Parola di Re. Il diario segreto di Vittorio Emanuele, Firenze, Le Lettere, : 2006, ISBN 978-88-7166-965-6.
  • Vanna Vailati, Badoglio racconta, ILTE, Torino, 1955
  • Vanna Vailati, Badoglio risponde, Rizzoli, Milano, 1958
  • Bruno Vespa, Storia d'Italia da Mussolini a Berlusconi, Rai-Eri; Mondadori, 2004 ISBN 88-04-53484-2
  • Ruggero Zangrandi - L'Italia tradita (l'8 settembre 1943), Mursia, 1995
  • Ivan Palermo, Storia di un armistizio, Le Scie, Mondadori, Milano, 1967
  • Giovanni Artieri, Il Re, intervista con Umberto II, Il Borghese editore, Milano, 1962.
  • Giovanni Artieri, Cronaca del Regno d'Italia, vol. II, Mondadori, Milano, 1978.
  • Giovanni Artieri, Umberto II e la crisi della Monarchia, Mondadori, Milano, 1983.
  • Domenico Bartoli, I Savoia, ultimo atto, De Agostini, Novara, 1986.
  • Alberto Bergamini, Il Re Vittorio Emanuele III di fronte alla storia, Superga editore, Torino, 1950.
  • Aldo Castellani, Tra microbi e Re, Rusconi e Paolazzi, 1961.
  • Francesco Cognasso, I Savoia, dall'Oglio, Milano 1971.
  • Alberto Consiglio, Vita di un re: Vittorio Emanuele III, Cappelli, Bologna 1970.
  • Carlo Delcroix, Quando c'era il Re, Rizzoli, Milano, 1959.
  • Gaetano Falzone (a cura di), Niccolò Rodolico uomo e storico, Palma editrice, Palermo, 1972
  • Pietro Gerbore, La Monarchia, Giovanni Volpe editore, Roma, 1976.
  • Piero Operti, Lettera aperta a Benedetto Croce (con la risposta di Croce), Superga editore e poi Lattes, Torino, 1946, poi in Lettere aperte, Giovanni Volpe editore, Roma, 1963.
  • Piero Operti, Storia d'Italia, II vol., Gherardo Casini editore, Roma, 1963.
  • Paolo Puntoni Diario, prima in settimanale Tempo, Milano, 1956, poi in volume Palazzi editore in Milano.
  • Pietro Silva, Io difendo la Monarchia, De Fonseca editore, Roma, 1946.
  • Mario Viana, La Monarchia e il Fascismo, L'Arco editore, Firenze 1951.
  • Giulio Vignoli, I Re e le Regine della nostra storia, UMI editore, Pisa, 2007.
  • Gioacchino Volpe, Scritti su Casa Savoia, Giovanni Volpe editore, Roma, 1983.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]