Sbarco in Sicilia

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Sbarco in Sicilia
Soldati britannici in marcia durante la campagna in Sicilia
Soldati britannici in marcia durante la campagna in Sicilia
Data 10 luglio - 17 agosto 1943
Luogo Sicilia
Esito vittoria degli Alleati
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
170.000/200.000 italiani[N 1]
~ 60.000 tedeschi[1]
265 carri armati[2]
1.500 aerei[3]
Tra il 10 e il 13 luglio: 160.000 uomini[4]
600 carri armati[2]
4.900 velivoli[5]
A fine campagna: 250.000 britannici e 228.000 statunitensi[6]
Perdite
173.939
(9.139 morti, 40.370 feriti, 124.430 prigionieri)[7]:
  • Germania Germania[7]:
    4.561 morti
    7.870 feriti
    7.569 prigionieri
  • Italia Italia[8]:
    4.578 morti
    32.500 feriti
    116.861 prigionieri
~ 22.800[1]:
  • Stati Uniti USA[1]:
    2.811 morti
    686 dispersi
    6.471 feriti
  • Regno Unito Regno Unito[1]:
    2.721 morti
    7.939 feriti
    2.183 prigionieri
  • Canada Canada:
    562 morti
    1.664 feriti
    84 prigionieri
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Lo sbarco in Sicilia (nome in codice operazione Husky) fu un'operazione militare di sbarco sulle coste siciliane avvenuta il 10 luglio 1943, durante la seconda guerra mondiale, e attuata dagli Alleati con l'obiettivo di aprire un fronte di combattimento nell'Europa continentale e mettere fuori combattimento l'Italia fascista, in modo tale da poter concentrare in un secondo momento i propri sforzi contro la Germania. Fu la prima operazione delle truppe alleate sul suolo italiano durante il conflitto, e costituì l'inizio della campagna d'Italia.

Lo sbarco in Sicilia costituì una delle più grandi operazione anfibie della seconda guerra mondiale, a cui presero parte due grandi unità alleate, la 7ª Armata statunitense al comando del generale George Smith Patton, e l'8ª Armata britannica al comando del generale Bernard Law Montgomery, riunite nel 15º Gruppo d'armate, sotto la responsabilità del generale britannico Harold Alexander. Le due armate sbarcarono nella zona sud-orientale della Sicilia con il compito di avanzare contemporaneamente all'interno dell'isola, dove la 7ª Armata di Patton sarebbe dovuta avanzare verso Palermo e liberare la parte occidentale dell'isola, e l'8ª Armata di Montgomery sarebbe dovuta avanzare lungo la parte centro-orientale della Sicilia verso Messina, compiendo in linea teorica un'azione a tenaglia che avrebbe dovuto imprigionare le forze dell'Asse, raggruppate nella 6ª Armata italiana comandata dal generale Alfredo Guzzoni.

Dal punto di vista strategico la campagna ebbe un esito deludente per gli Alleati che non riuscirono ad impedire la ritirata delle truppe italo-tedesche del generale Hans-Valentin Hube (che ai primi di agosto subentrò a Guzzoni assumendo il comando delle forze dell'Asse), che erano state impegnate nella difesa nell'isola. Mentre dal punto di vista politico, l'invasione della Sicilia ebbe decisiva influenza in Italia: favorì la destituzione di Benito Mussolini, la caduta del fascismo e il successivo armistizio di Cassibile, con cui le forze armate italiane cessarono le ostilità contro gli anglo-statunitensi.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Secondo fronte e conferenza di Casablanca.

Sin dalla fine del 1941, soprattutto sotto la spinta del leader sovietico Iosif Stalin, il cui esercito era allora duramente impegnato a contrastare l'avanzata della Wehrmacht sul fronte orientale, gli Alleati tennero una serie di conferenze con l'obiettivo di pianificare l'apertura di un secondo fronte in Europa per alleggerire la pressione tedesca a est. In una prima conferenza a Washington (cui presero parte il primo ministro britannico Winston Churchill, il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt e ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Michajlovič Molotov) fu stabilito che un attraversamento in forze della Manica sarebbe stato impossibile nel 1942. Solo con una seconda conferenza nel giugno 1942 i massimi vertici politico-militari alleati decisero di affrontare la questione del "secondo fronte"[9]. La delegazione britannica si scontrò subito con quella statunitense, che aveva nel suo capo di stato maggiore, generale George Marshall, un convinto assertore della teoria che l'attacco all'Europa doveva passare dalla via più breve e diretta: uno sbarco sulle coste settentrionali francesi. La discussione fu subito aspra e alla fine prevalsero i britannici che convinsero Marshall e Roosevelt a organizzare un massiccio attacco contro le forze collaborazioniste francesi in Algeria e Marocco e, quindi, chiudere in una morsa (con l'8ª Armata del generale Bernard Law Montgomery proveniente da est) tutte le forze dell'Asse schierate in Nord-Africa, compreso il famoso Deutsches Afrikakorps del feldmaresciallo Erwin Rommel[10].

Nonostante le proteste sovietiche per la scelta strategica, che Churchill cercò di mettere a tacere promettendo un'invasione dell'Italia (definito il «ventre molle» dell'Asse) una volta assicurato il controllo del Nord Africa, l'8 novembre 1942 si mise in moto l'Operazione Torch, lo sbarco in Algeria e Marocco. Nel giro di qualche mese le forze alleate cominciarono a capovolgere la situazione sia in Africa che sul fronte orientale, mentre i bombardieri anglo-statunitensi colpivano sempre più duramente i centri industriali della Germania e dell'Italia settentrionale[11]. Alla fine del 1942 Churchill e Roosevelt decisero di incontrarsi nuovamente, stavolta nella città di Casablanca, con l'obiettivo di pianificare la strategia globale nei mesi a venire[12]. Fin da subito si palesarono le divergenze di opinioni tra i due stati maggiori americano e britannico: l'ammiraglio Ernest King, comandante supremo della United States Navy, premeva per concentrare gli sforzi statunitensi nel Pacifico; sir Alan Brooke, capo dello stato maggiore imperiale, era invece della ferma opinione che solo sconfiggendo prima Hitler la vittoria era possibile. Ancora una volta, i britannici riuscirono a imporsi perché, a differenza degli statunitensi che mancavano di concrete alternative operative (eccettuata una generica proposta di Marshall di spostare le truppe alleate quando il fronte africano si fosse chiuso), si erano portati dietro i piani particolareggiati per l'invasione della Sicilia (nome in codice "Husky") o della Sardegna ("Brimstone"): la discussione si basò dunque su questi argomenti.[13]. Il generale Marshall non poté non riconoscere che un attacco in Sicilia - assai meglio che in Sardegna - avrebbe comportato due evidenti vantaggi: impegnare a fondo per la difesa dell'isola le numerose forze dell'Asse e, conquistandola, rendere più navigabile il Mediterraneo velocizzando le comunicazioni navali tra il Pacifico e l'Atlantico. Il 22 gennaio 1943, nella riunione conclusiva, si decise che a partire dal mese di giugno era autorizzata l'invasione anfibia della Sicilia; le forze alleate furono riunite sotto il comando unificato del generale Dwight D. Eisenhower (e del suo stato maggiore Walter Bedell Smith), che prese la guida dell'Allied Forces Headquarters - Mediterranean. Eisenhower godeva della massima stima di Marshall e si era messo bene in luce durante l'operazione Torch per le sue abilità politiche e il tatto diplomatico, qualità che furono ritenute ottime per un comandante supremo di forze multinazionali. L'apparato militare sotto il generale americano, invece, fu spartito tra ufficiali inglesi: l'esercito fu assegnato al generale Harold Alexander, la marina all'ammiraglio Andrew Cunningham, l'aeronautica al Maresciallo dell'aria sir Arthur Tedder. Questa organizzazione fu accolta con grande soddisfazione dal generale Brooke, che annotò sul suo diario: «avevamo spinto Eisenhower nella stratosfera e nella rarefatta atmosfera di un comandante supremo», condizione che egli riteneva avrebbe garantito enormi libertà ai britannici[14].

Durante la conferenza furono discussi temi anche prettamente politici, soprattutto per lenire la diffidenza di Stalin nei confronti degli Alleati. Il leader sovietico fu rassicurato dalla dichiarazione che la guerra sarebbe finita solo con la «resa incondizionata» della Germania nazista e dell'Italia fascista, scongiurando il timore di Stalin di un'"alleanza capitalistica" tra Germania e paesi occidentali in funzione antisovietica[15]. La decisione circa la resa incondizionata dell'Italia fu dettata soprattutto dalla volontà politica del gabinetto di guerra britannico, che preferiva impegnare la Germania in Italia, paese tra i più deboli all'interno dell'Asse. Churchill, infatti, prospettava la caduta del fascismo, di Benito Mussolini e un riposizionamento della monarchia sabauda, tanto che aveva condiviso con Roosevelt l'idea di escludere l'Italia dalla richiesta di resa incondizionata; il gabinetto di guerra e il capo dell'opposizione, Clement Attlee, diedero in ultimo il loro netto rifiuto[16]. Le delegazioni lasciarono Casablanca sull'onda di notizie incoraggianti: l'8ª Armata era entrata a Tripoli, a Stalingrado la 6ª Armata tedesca erano ormai prossima alla distruzione, l'Armata Rossa dilagava in Ucraina orientale. Il generale Marshall rimase tuttavia deluso dai risultati della conferenza, convinto della secondaria importanza di un fronte in Italia a dispetto di quello principale che si sarebbe dovuto aprire in Francia. Non della stessa opinione fu il ministro degli esteri italiano, Galeazzo Ciano, il quale scrisse sul suo diario: «Giunge notizia della conferenza di Casablanca. Troppo presto per dare un giudizio, ma sembra una cosa seria, molto seria. Non approvo né condivido le facili ironie della nostra stampa»[17].

Anche in seno agli alti comandi dell'Asse ci si interrogava sul luogo in cui sarebbe stato attuato il prevedibile sbarco. In linea generale gli italiani - Mussolini per primo - pensavano che lo sbarco sarebbe stato effettuato in Sicilia, come dello stesso parere erano il generale Vittorio Ambrosio, succeduto a Ugo Cavallero come capo di stato maggiore italiano, e il generale Alfredo Guzzoni, comandante delle forze in Sicilia. I tedeschi erano invece più propensi a un'invasione della Sardegna o della Corsica, una posizione che impedì un maggiore afflusso di truppe tedesche in Sicilia; peraltro erano al corrente che le difese sull'isola erano assai modeste e ritenevano impossibile mantenerne il controllo se attaccata in forze, senza contare il concreto rischio che le forze dislocatevi potessero essere tagliate fuori. Hitler, inoltre, già cominciava a diffidare dell'alleato e preferì disporre le sue divisioni in modo che fossero pronte a intervenire o per contrastare manovre alleate o per rispondere energicamente a un'eventuale defezione italiana[18].

Pianificazione[modifica | modifica wikitesto]

I comandanti alleati di Husky: nella fila in basso (da sinistra) Eisenhower, Tedder, Alexander e Cunningham; nella fila in alto il generale Harold Macmillan, Bedell-Smith e Philip Wigglesworth
Il piano di sbarco e la dislocazione delle forze italo-tedesche in Sicilia

Durante i primi giorni di gennaio 1943 i piani d'invasione anglo-statunitensi furono assegnati a un gruppo strategico, la HQ Force 141 del generale Charles Gairdner, insediatasi nell'Ecole Normale Bouzareah nei pressi di Algeri; al contempo il generale statunitense Mark Wayne Clark fu designato a capo della nuova 5ª Armata, con il compito di preparare l'invasione di una delle due isole del mar Tirreno, la Sardegna o la Sicilia[19]. Una volta che Roosevelt fu rientrato a Washington, la preparazione all'assalto divenne sempre più spedita; i capi dello stato maggiore congiunto confidavano in tempi rapidi e Marshall indicò a Eisenhower la fine di marzo, o al massimo la prima decade di aprile, come la data limite per gli sbarchi. Il generale ordinò ai suoi di attivarsi per uno sbarco in primavera, anche se era ben consapevole che le previsioni meteorologiche indicavano quale periodo più adatto perché illune quello compreso tra il 28 giugno e il 10 luglio 1943[20].

A metà febbraio fu deciso che gli sbarchi sarebbero stati attuati da due armate; l'8ª britannica del generale Montgomery e la neocostituita 7ª statunitense al comando del vulcanico George Smith Patton. Inizialmente l'HQ 141 prevedeva molteplici sbarchi da effettuarsi nei primi tre giorni di operazioni allo scopo di catturare i porti ritenuti fondamentali (Siracusa e Palermo) e imporre all'aviazione italo-tedesca una dispersione che avrebbe nociuto all'efficacia della sua reazione, preservando in particolare la flotta come richiesto dall'ammiraglio Cunningham. Le truppe aviotrasportate a disposizione sarebbero invece state paracadutate in Calabria, negando all'Asse l'afflusso di rinforzi attraverso lo stretto di Messina[21]. Questo abbozzo fu sottoposto a severe critiche e fu perciò ampiamente rivisto: fu deciso di concentrare gli sbarchi nel sud-est dell'isola, attorno Comiso, dove peraltro esistevano parecchi aeroporti. Il generale Alexander, che diffidava della forza combattiva degli statunitensi, decise che gli sbarchi sarebbero stati eseguiti dalla sola 8ª Armata; una sola divisione statunitense avrebbe tenuto il lato sinistro della costa seleziionata per l'attacco anfibio e i lanci aviotrasportati sarebbero avvenuti in Sicilia, al fine di costituire una diversione subito dietro le zone di sbarco[22].

Dopo una prima analisi del piano, gli stati maggiori di Londra e Washington optarono per di eseguire gli sbarchi nella penisola di Pachino e vicino Sciacca: se fossero riusciti, le truppe avrebbero potuto marciare subito su Palermo. Il 6 aprile questa variante divenne operativa, ma fu subito rigettata dal generale Montgomery, che lo reputò fin da subito «senza alcuna speranza di successo»[23]. Egli si lamentò ripetutamente con il generale Alexander, rifiutò quello che consderava un eccessivo frazionamento degli sbarchi e propose di far prendere terra all'8ª Armata tra Pachino e Avola, di modo che Siracusa e Augusta fossero rapidamente occupate, con ovvio vantaggio e semplificazione per le operazioni di rifornimento. Previde anche uno sbarco in forze degli americani a Gela, cui doveva essere demandata la difesa del fianco sinistro britannico e la conquista degli aeroporti nella zona di Comiso. Era un piano logico e chiaro, anche se minimalista: non contemplava infatti il possesso immediato dello strategico stretto di Messina, preferendo invece sicuri sbarchi a terra, la costituzione di teste di ponte dove ammassare una grande quantità di uomini e mezzi e quindi una metodica penetrazione nell'entroterra. Montgomery non contemplò la possibilità di "sorprendere" il nemico, sacrificando qualunque "azzardo" a favore di un progetto vincente con "rischi calcolati"[24].

Decine di carri M4 Sherman attendono di salire sugli LST nel porto di La Pecherie in Tunisia, due giorni prima del D-Day

Il piano definitivo per Husky fu in sostanza quello insistentemente voluto dal maresciallo britannico. Coinvolgeva sette divisioni (quattro britanniche e tre statunitensi) che sarebbero sbarcate nella Sicilia sudorientale, in ventisei punti lungo 150 chilometri di costa. Le truppe sarebbero state precedute da aliquote di due divisioni aviotrasportate, un'innovazione che costrinse gli Alleati ad attaccare durante il secondo quarto di luna di luglio, quando il chiarore sarebbe stato sufficiente per permettere ai paracadutisti di vedere, senza compromettere la sicurezza della flotta lungo la rotta d'avvicinamento finale. Nel complesso furono schierate tredici divisioni[25]. Il 2 maggio, ad Algeri, si svolse la riunione definitiva che fissò al 10 luglio la data dell'operaizone. Il generale Alexander comunicò a Montgomery che «il suo piano è stato approvato dal comandante in capo», e il generale britannico fu messo a capo della East Task Force (ETF) formata in tutto da sei divisioni, mentre Patton al comando della West Task Force (WTF), formata in tutto da cinque divisioni[26]. Nel contempo si diede la massima accelerazione allo sforzo organizzativo, congiunto a una imponente azione di depistaggio sulle reali intenzioni degli Alleati, denominata operazione Mincemeat ("carne trita")[27]. Lo stesso giorno a Roma, durante un vertice militare, il generale Mario Roatta spiegò che lo sbarco previsto dagli Alleati si poteva ostacolare, ma non impedire; l'ammiraglio Arturo Riccardi, capo di stato maggiore della Regia Marina, escluse in partenza qualsiasi azione delle sue forze da battaglia.[28].

Nel frattempo migliaia di imbarcazioni alleate si stavano riunendo da un capo all'altro del Mediterraneo, «la flotta più gigantesca di tutta la storia mondiale» osservò l'ammiraglio statunitense Henry Hewitt. Suddivisa in due task force, la Easter Naval Task Force formata soprattutto da navi della Mediterranean Fleet, fu posta sotto il comando dell'ammiraglio britannico Bertram Ramsay e distribuita nei porti di Libia ed Egitto, mentre la Western Naval Task Force formata soprattutto da navi provenienti dalla United States Eighth Fleet, fu messa sotto il comando dall'ammiraglio Hewitt e basata in sei porti algerini e tunisini. Infine, una divisione canadese sarebbe giunta direttamente dal Regno Unito. La 7ª Armata contava circa 80.000 uomini, più o meno altrettanti ne aveva l'8ª Armata e altri sarebbero sbarcati successivamente di rinforzo a entrambe[29]. Tutte le unità dovevano riunirsi il 9 luglio in mare, al largo di Malta; per nascondere agli italo-tedeschi l'assembramento di quasi 3.000 navi si contava sull'effetto sorpresa, sulle operazioni di depistaggio come "Mincemeat", su severe restrizioni imposte dalla censura alle lettere che gli uomini scrivevano alle famiglie[30]. Un importante vantaggio strategico derivò in particolare dalla supremazia aerea alleata, che rese in pratica impossibili efficaci ricognizioni, incursioni o interdizioni alla Luftwaffe e alla Regia Aeronautica. A tale scopo, a partire dal 2 luglio i campi di aviazione in Sicilia furono sottoposti ad attacchi così massicci e continui che, il 10, solo poche piste sussidiarie erano utilizzabili e gli apparecchi superstiti erano stati per lo più ritirati sulla terraferma o in Sardegna[31].

Mincemeat e Ultra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Mincemeat.
La carta d'identità del fantomatico maggiore William Martin

Tra i preparativi per la complessa invasione anfibia vi fu anche l'operazione Mincemeat, un minuzioso depistaggio. Una flotta anglo-americana di navi da guerra e da trasporto salpò dalla Gran Bretagna verso la Norvegia, per indurre i tedeschi a credere che lì sarebbe stato aperto il secondo fronte. Nel Mediterraneo altre navi britanniche - quattro corazzate, sei incrociatori e diciotto cacciatorpediniere - si diressero verso la Grecia, per poi invertire la rotta nella notte e puntare su Malta. Inframmezzate a queste finte erano le azioni propedeutiche allo sbarco in Sicilia, come il lancio di otto milioni di volantini ai primi di luglio; alcuni contenevano il messaggio «La Germania combatterà fino all'ultimo italiano» e altri mostravano le città d'Italia che potevano essere raggiunte dai bombardieri alleati basati in Nordafrica, con la scritta «Ringraziate Mussolini»[32]. I britannici si inventarono un'armata in realtà inesistente, la 12ª di stanza in Egitto, incaricata di invadere la Grecia in estate: iniziò dunque la costruzione intensiva, con legno e cartone, di centinaia di mezzi da sbarco, camion e pezzi d'artiglieria; tale zelo fu però povero di risultati, giacché le ricognizioni italo-tedesche sull'Egitto furono rare. Sempre nell'ottica di disorientare l'Asse, fu sapientemente diffusa la notizia che, alle operazioni della 12ª Armata, sarebbero stati affiancati gli sbarchi dell'8ª Armata sulle coste meridionali della Francia e della 7ª Armata in Sardegna e Corsica[33]. Infine fu escogitato un diversivo originale: un sommergibile rilasciò davanti le coste spagnole un cadavere sfregiato, con al polso una valigetta piena di documenti riguardanti il fasullo sbarco in Grecia; il corpo fu ripescato dinanzi la città di Huelva e identificato (grazie alle carte che aveva indosso) come il maggiore britannico William Martin, componente dello stato maggiore di Lord Louis Mountbatten. Le autorità spagnole passarono subito all'Abwehr il materiale e gli agenti tedeschi caddero nel tranello, sì che furono diramati avvertimenti ai comandi della Wehrmacht nel Mediterraneo contro possibili incursioni nemiche in Sardegna e nel Peloponneso. Al contempo, lo spionaggio britannico si dedicò a un'attenta raccolta di dati approntando a Il Cairo uno speciale ufficio dove convogliare tutta la posta spedita dall'Italia ai soldati prigionieri. Le lettere erano state sottoposte alla censura, ma gli analisti dell'Intelligence Service vi reperirono ugualmente numerose utili notizie: riuscirono a dedurre riferimenti alla dislocazione delle compagnie e di reggimenti, agli spostamenti interni delle truppe, al morale della popolazione abbattuto dai distruttuvi bombardamenti, ai provvedimenti del regime e ai razionamenti dei viveri[34]; in Italia mancavano praticamente tutti i generi di prima necessità, l'industria bellica era stata inceppata da continui scioperi, le linee di comunicazione erano in gran parte distrutte e persino l'illuminazione nelle case private aveva iniziato a venire meno.[35]

Grazie a Ultra e alle squadre di agenti segreti ad Algeri e Malta, il generale Eisenhower era molto ben informato sulle forze del nemico e sulla loro dislocazione[36]. Al momento dell'approvazione del piano di Montgomery, il comandante supremo conosceva inoltre lo stato della Regia Marina, l'unica forza navale dell'Asse di una certa consistenza: difettava di radar efficienti, versava in una crisi di combustibili e non era riuscita a ultimare l'unica portaerei in cantiere, l'Aquila. La Regia Aeronautica, dissanguata dalla perdita di circa 2000 velivoli negli ultimi dieci mesi di guerra, non avrebbe rappresentato un grave ostacolo e non poteva neppure eseguire esplorazioni a lungo raggio sugli ancoraggi della flotta in Africa.[37].

Il ruolo dell'intelligence e l'AMGOT[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene un attacco all'Italia fosse stato deciso dagli anglo-americani a Casablanca nel gennaio 1943, fin dall'autunno 1942 il presidente Roosevelt (con l'obiettivo di reperire informazioni per future operazioni militari in Italia) diede in mano al colonnello William Joseph Donovan il comando dell'Office of Strategic Services (OSS)[38], il quale mise al comando della "sezione Italia" l'agente Earl Brennan, che poteva contare molti contatti di spicco nell'ambiente antifascista italiano[39]. Allo stesso Brennan risale l'idea di creare una sezione apposita per lo spionaggio in Italia e, a tale scopo ottenne, il permesso da Donovan di reclutare sei agenti di origine italiana, tra cui due avvocati (Victor Anfuso e Vincent Scamporino) che avrebbero dovuto fornire informazioni utili agli Alleati. A capo di costoro fu posto il giovane soldato Biagio Massimo Corvo, figlio di emigranti siciliani antifascisti, che quando fu contattato da Brennan stava svolgendo l'addestramento di soldato semplice presso Fort Lee in Virginia[40]. Nell'inverno 1943 la "sezione Italia" dell'OSS si stabilì ad Algeri e i sei agenti iniziarono la loro opera di spionaggio e raccolta informazioni sulle difese costiere siciliane, i campi minati in mare, le sedi di comando, i piani e la dislocazione delle truppe, le loro dotazioni[41]. Presto il gruppo allargò anche agli Stati Uniti la propria ragnatela di coinvolgimenti, attraendo immigrati di prima e seconda generazione legati sia a organizzazioni di destra, sia di sinistra moderata. L'OSS pensava, oltre allo sbarco in Sicilia, anche all'Italia del dopo Mussolini e, in questo contesto, l'azione della squadra di Corvo riallacciò i rapporti tra gli immigrati negli Stati Uniti e i loro conoscenti in Sicilia.[42].

In contemporanea era stato istituito l'Allied Military Government of Occupied Territories (AMGOT), al comando del generale Alexander e con gli affari civili delegati al maggiore generale Francis Rennell Rodd, a cui solo formalmente era sottoposto il colonnello italo-americano Charles Poletti, nominato direttore degli Affari civili: egli godette di notevole libertà nella scelta degli uomini che avrebbero dovuto amministrare l'isola[43]. Sulla natura di tale ultimo provvedimento si sono innestate, nel dopoguerra, storie fantasiose circa la collaborazione tra Alleati e mafia siciliana, nelle quali una parte importante sarebbe stata rivestita dal boss Lucky Luciano, che avrebbe usufruito della libertà concessagli dal governo statunitense in cambio del suo impegno a creare un movimento di resistenza in Sicilia prima dell'invasione[44]. La collaborazione di Luciano, come quella di Calogero Vizzini e di Giuseppe Genco Russo, che avrebbero poi avuto campo libero nella gestione politico-economica dell'isola in riconoscimento dell'appoggio fornito, non sono supportate da prove concrete e persino una commissione d'inchiesta del Senato italiano, riunita nel dopoguerra, portò a un nulla di fatto. La presenza di mafiosi nelle cariche pubbliche siciliane a partire dalla fine dell'estate 1943 si spiega soprattutto con il caos durante e dopo l'invasione, nonché con la mancanza di una politica ben definita prima dell'insediamento definitivo dell'AMGOT. Questo periodo fu pieno di occasioni ineguagliabili per i mafiosi che, nel momento dell'arrivo degli Alleati, riuscirono a farsi rilasciare dalle carceri spacciandosi per prigionieri politici antifascisti. Le autorità fasciste, che avevano fino a quel momento combattuto la mafia, furono estromesse e il vuoto di potere fu rapidamente riempito da esponenti mafiosi, che in breve ricostruirono una rete di controllo del mercato nero[45].

Operazioni preliminari[modifica | modifica wikitesto]

La campagna aerea[modifica | modifica wikitesto]

I devastanti effetti dei bombardamenti aerei su un campo di aviazione italiano

Verso la metà del giugno 1943 il Mediterranean Air Command (MAC)[N 2] cominciò ad applicare il sistema degli attacchi senza tregua alle principali vie di comunicazione, i porti e gli aeroporti dell'Italia meridionale e insulare, talvolta mantenendo un obiettivo sotto bombardamento per ventiquattr'ore consecutive. In Algeria, Tunisia, Libia, Egitto e Malta affluirono oltre mille nuovi velivoli anglo-statunitensi di rinforzo a quelli già presenti e il Bomber Command del maresciallo Arthur Travers Harris dislocò a Hosc Raui in Libia il 462° Squadrone australiano di bombardieri quadrimotori Handley Page Halifax; a Malta furono inoltre costruiti nuovi aeroporti, base per 600 velivoli militari e da trasporto nonché per i moderni Supermarine Spitfire, muniti di razzi ad alto esplosivo da 25 e 60 libbre, molto efficaci negli attacchi in picchiata su piccole navi e ferrovie[46].

Nonostante lo spiegamento imponente di flotte aeree e i duri colpi sopportati dalla rete di comunicazioni e dalle industrie italiane, il traffico navale dalla Calabria per la Sicilia registrava ancora, nell'estate 1943, una capacità teorica giornaliera di trasporto pari a circa 40.000 uomini completi di equipaggiamento bellico, o di 7.500 uomini e 750 automezzi. La paralisi dei collegamenti con la Calabria fu uno dei maggiori assilli di Eisenhower e lo stretto di Messina divenne l'obiettivo primario della Northwest African Air Forces del generale Spaatz, con precedenza assoluta sugli aeroporti sardi e siciliani[46]. Il 6 giugno intense incursioni colpirono pesantemente tutti i centri prospicienti lo stretto, infliggendo gravi distruzioni soprattutto a Reggio Calabria; il giorno dopo Messina fu martellata per tutto il giorno; il 12 e il 13 giugno i Consolidated B-24 Liberator della 9th United States Air Force colpirono entrambe le sponde dello Stretto e il 18 una forza di 76 Boeing B-17 Flying Fortress devastò Messina, senza riuscire a danneggiare seriamente gli scali dei traghetti[47]. Il 19 e il 20 i B-24 si accanirono nuovamente su Reggio Calabria e bombardarono anche Villa San Giovanni, scardinando le rotaie sulle quali viaggiavano i treni carichi di rinforzi, armi e munizioni per la Sicilia: i genieri italo-tedeschi, tuttavia, li ripristinarono in brevissimo tempo. Il 21 perciò l'attacco fu ripetuto su Villa, Reggio Calabria e Messina dai velivoli del Middle East Air Command, quindi il 25 giugno Messina fu ancora obiettivo di 130 B-17 appartenenti al 2°, 97°, 99° e 301° Gruppo, che sganciarono 272 tonnellate di bombe sia nella zona del porto, sia nella zona residenziale; le notti del 26, 28, 29 e 30 giugno i Vickers Wellington colpirono ancora Messina, Reggio e Villa San Giovanni. In quel periodo nacque tra gli aviatori alleati la cruda espressione Messina in a mess, "Messina nei guai"[47].

Postazione contraerea italiana sull'Etna
Distruzioni a Palermo in una fotografia di Horst Grund, luglio 1943

Anche le città costiere della Sicilia furono bombardate. Siracusa fu colpita duramente dai Wellington il 18 giugno e dai cacciabombardieri il 20, mentre Catania ebbe una sessantina di morti il 9 e altre vittime il 12 e il 13 giugno. Il 20 giugno il governo italiano diede tre settimane agli abitanti delle città costiere siciliane e di Napoli per sfollare, dato che le coste meridionali, compresa quella adriatica, erano state dichiarate zone di guerra[48]. Sulla punta nord-occidentale della Sicilia furono bersagliati gli aeroporti di Borizzo e Milo in provincia di Trapani e di Boccadifalco in provincia di Palermo; la città stessa fu bombardata il 12 e il 15, nella notte del 27 e infine il 30 dai B-17. Nell'ultima decade del mese i Wellington della Strategical Air Force della NAAF si concentrarono sulle linee di comunicazione costiere a sud di Napoli, Salerno e Battipaglia, quest'ultima colpita il 21 dai bimotori North American B-25 Mitchell: si ebbero 55 morti tra la popolazione e nessun ordigno centrò i bersagli. Il 30 l'attacco su Battipaglia si ripeté e questa volta furono distrutti binari, vagoni e tonnellate di materiale bellico[49].

Il controllo dei cieli italiani da parte degli Alleati era pressoché totale e, mentre i preparativi per Husky volgevano al termine, l'aviazione intraprese lo sforzo finale di preparazione: tra il 1° e il 9 luglio furono lanciate circa 10.000 sortite, aumentate a 25.000 entro la fine del mese ed estese a tutta la penisola centro-meridionale. L'importante base aerea di Gerbini fu rasa al suolo tra il 3 e il 9 luglio da ripetuti bombardamenti per complessive 1.379 tonnellate, che resero inservibili sette delle dodici piste del complesso; stessa sorte toccò ai complessi di Comiso, Boccadifalco e Castelvetrano, mentre la base aerea di Sciacca e Milo ebbero danni relativamente minori[50]. I bombardamenti sulle città italiane cessarono momentaneamente il 10 e l'11 luglio, poiché il grosso delle squadriglie fu impegnata nel supporto agli sbarchi e alle prime avanzate delle truppe. Il 12 ripresero i pesanti attacchi sulle città dello stretto e anche su Catanzaro e Catania. Al contempo il maresciallo Harris, su richiesta del Mediterranean Allied Air Force troppo coinvolto nell'appoggio tattico alle divisioni anglo-americane, pianificò una campagna di bombardamenti dei centri ferroviari dell'Italia settentrionale allo scopo di impedire l'afflusso di rinforzi verso sud[51].

L'occupazione delle Pelagie[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Corkscrew.
Gli effetti del bombardamento alleato sulle strutture portuali di Pantelleria

L'operazione Husky fu preceduta, l'11 giugno 1943, con la presa dell'isola di Pantelleria, primo lembo di terra italiana a cadere in mano alleata, a cui fece seguito la conquista delle tre isole Pelagie. Il 13 si verificò poi la presa di Lampedusa, contemporanea all'occupazione dell'Isola di Linosa; infine, il 14 giugno cadde l'Isola Lampione. In tre settimane di attacchi aerei, i bombardieri anglo-statunitensi rovesciarono sulla sola Pantelleria - lunga 12 chilometri e larga 7 - quasi 6.000 tonnellate di esplosivi. In certe aree fu possibile stimare che caddero all'incirca 293 bombe per chilometro quadrato. Quando le navi da guerra anglo-statunitensi si presentarono davanti all'isola per supportare lo sbarco, furono accolte dal completo silenzio delle batterie italiane: l'ammiraglio Gino Pavesi, comandante militare dell'isola, aveva infatti già ottenuto da Mussolini il permesso di arrendersi e dunque gli 11.399 soldati della guarnigione caddero prigionieri senza nemmeno sparare un colpo[52]. Un simile evento indusse Mussolini a pronunciare, il 24 giugno, il galvanizzante e famoso discorso in cui dichiarò: «Bisognerà che non appena il nemico tenterà di sbarcare, sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del "bagniasciuga", [...] di modo che si possa dire che essi hanno occupato un lembo della nostra patria, ma l'hanno occupato rimanendo per sempre in posizione orizzontale, non verticale!»[53].

Al contrario, la facilità dell'operazione generò nei vertici alleati illusioni riguardo l'efficacia dei bombardamenti, instillando soprattutto nei vertici dell'aeronautica il convincimento che le future battaglie si sarebbero potute vincere con il solo uso dell'aviazione. Fu il maresciallo Tedder a spegnere facili entusiasmi: «Vedo che Pantelleria sta diventando una vera e propria sciagura per noi». La repentina resa preoccupò non poco Hitler, che da quel momento si convinse che la Sicilia sarebbe stato il vero obiettivo degli Alleati e che sugli italiani non si potesse contare. A metà giugno inviò come ufficiale di collegamento con la 6ª Armata italiana in Sicilia il generale Frido von Senger und Etterlin. Il 25 giugno von Senger si incontrò a Roma per un primo colloquio con il feldmaresciallo Albert Kesselring (Oberbefehlshaber Süd) e il giorno seguente si recarono a Enna, sede del quartier generale della 6ª Armata, per incontrarvi il comandante generale Alfredo Guzzoni, il quale si dimostrò molto pessimista e convinto che solo le truppe tedesche avrebbero consentito una seria resistenza[54]. Guzzoni auspicò che le truppe tedesche fossero posizionate sulla costa sudorientale, ricevendo l'ennesimo rifiuto di Kesselring, che era dell'opinione che forze meglio equipaggiate del distaccamento tedesco dovessero presidiare la parte occidentale dell'isola, lasciando le unità in fase di ricostituzione dalla campagna del Nordafrica nel delicato settore fra Caltagirone e Vizzini[55].

Le forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Gli Alleati e i loro obiettivi[modifica | modifica wikitesto]

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Il generale Patton, comandante della 7ª Armata statunitense Il generale Montgomery, comandante dell'8ª Armata britannica

Gli Alleati riuscirono ad assemblare per l'invasione una imponente flotta combinata sotto il comando dell'ammiraglio Cunningham, costituita da 2.590 navi da trasporto di tutti i tipi (1.614 britanniche, 945 statunitensi, dieci olandesi, nove polacche, sette greche, quattro norvegesi e una belga), 1.800 mezzi da sbarco circa e 280 navi da guerra che avrebbero trasportato, rifornito e protetto le due armate alleate[56]. La Royal Navy schierò sei navi da battaglia: la HMS Nelson, la HMS Rodney, la HMS Warspite e la HMS Valiant avrebbero appoggiato lo sbarco, mentre le altre due (HMS Howe, HMS King George V) sarebbero rimaste di riserva qualora la squadra italiana fosse uscita in mare. Eventualità giudicata molto remota, tant'è vero che a presidiare lo stretto per garantirsi da una possibile incursione erano stato posizionati soltanto sei sommergibili britannici e due polacchi; altri sette furono posizionati vicino alla costa meridionale della Sicilia[57]. I britannici potevano contare inoltre su due portaerei (HMS Formidable, HMS Indomitable), nove incrociatori (HMS Orion, HMS Newfoundland, HMS Mauritius, HMS Uganda, HMS Aurora, HMS Penelope, HMS Euryalus, HMS Cleopatra, HMS Sirius, HMS Dido) e ventisette cacciatorpediniere. Le forze di appoggio diretto contavano due monitori, l'incrociatore HMS Delhi, otto cacciatorpediniere, quattro cannoniere, cinque mezzi da sbarco trasformati in batterie galleggianti e sei mezzi da sbarco con lanciarazzi. La United States Navy contribuì con cinque incrociatori leggeri (USS Boise, USS Savannah, USS Philadelphia, USS Brooklyn, USS Birmingham) e 25 cacciatorpediniere. Tra questi figuravano anche unità appartenenti a paesi occupati: il polacco ORP Krakowiak e il greco Adrias, che insieme al cacciatorpediniere britannico HMS Quantock affrontarono, nella notte del 20 luglio, tre S-Boot tedesche, affondandone due.

Un Handley Page Halifax con al traino un aliante Horsa, lascia la base RAF di Portreath in Cornovaglia, diretto in Nordafrica per prendere parte ad Husky

La flotta godeva del potente supporto della MAAF del maresciallo Tedder, forte di circa 4.900 velivoli di cui 3.200 bombardieri, cacciabombardieri e caccia di prima linea, appartenenti a 146 squadroni statunitensi e 113 britannici[58], a cui si aggiungevano 226 Douglas C-47 Dakota/Skytrain statunitensi e 134 tra Handley Page Halifax e bimotori Armstrong Whitworth AW.41 Albemarle, apparecchi destinati a portare in battaglia i paracadutisti[57]. L'Asse poteva schierare circa 800 velivoli tedeschi e 700 italiani[58].

Il corpo di spedizione alleato schierava circa 160.000 uomini ed era articolato sulla 7ª Armata statunitense del generale Patton e sull'8ª Armata di Montgomery, inquadrate nel 15° Gruppo d'armate sotto il comando del generale Alexander. Le due armate, secondo i piani operativi, dopo aver rastrellato le loro zone di sbarco, avrebbero dovuto stringere in una morsa le forze nemiche impedendone l'attraversamento dello Stretto. I piani di Husky prevedevano quindi lo sbarco di 67 battaglioni di fanteria, con circa 800 uomini ciascuno, distribuiti in 26 punti del litorale siciliano per una lunghezza di 170 chilometri[59]. La forza di Montgomery (ETF) era costituita dalla 50th (Northumbrian) Infantry Division del generale Sidney Kirkman (composta da minatori e operai dello Yorkshire, del Durham, del Northumberland) e dalla 5th Infantry Division del generale Horatio Berney Ficklin: le due unità costituivano il XIII Corpo d'armata (generale Miles Dempsey). La 51st (Highland) Infantry Division del generale Douglas Neil Wimberley, la 231ª Brigata del generale Robert Urquhart e la 1st Canadian Infantry Division del generale Guy Simonds, formavano il XXX Corpo d'armata agli ordini del generale sir Oliver Leese, incaricato di occupare la penisola di Pachino. Lo sbarco di queste divisioni sarebbe stato anticipato dal lancio della 1ª Brigata della 1st Airborne Division al comando del maggiore generale George Hopkinson (i celebri "diavoli rossi") pronta a Qayrawan e in altri aeroporti tunisini, nonché dall'infiltrazione di tre squadroni commando. Infine, negli acquartieramenti di Tripoli e Tunisi si trovava il X Corpo d'armata composto dalla 46th e 78th Infantry Division, il cui impiego era previsto nella seconda fase dell'invasione[60]. L'8ª Armata di Montgomery doveva approdare su un tratto di costa che andava da Capo Passero, all'estremità sud-orientale dell'isola, al golfo di Noto, vicino Siracusa. La 51ª Divisione sarebbe sbarcata nei pressi di Punta delle Formiche a Capo Passero, protetta alla sua sinistra dalla 1ª Divisione canadese e coadiuvata a destra dalla 231ª Brigata di fanteria; le due divisioni avrebbero quindi diretto verso Pachino e il suo campo di aviazione, mentre la 231ª Brigata si sarebbe diretta a nord verso Noto. Nei pressi di Avola avrebbe preso terra la 50ª Divisione britannica, mentre la 5ª Divisione e il 3° Gruppo commando avrebbero attaccato Cassibile per poi dirigersi su Siracusa. Alla periferia del grande porto dovevano atterrare nelle prime ore del 9 luglio gli uomini della 1ª Divisione aviotrasportata[61].

Il nerbo della WTF del generale Patton, ossia il II Corpo d'armata del generale Omar Bradley, era composto da due divisioni: la 1st Infantry Division (Big Red One), veterana della campagna tunisina e sotto il comando del generale Terry de la Mesa Allen, Sr., e la 45th Infantry Division del generale Troy Middleton, al battesimo del fuoco. La seconda forza d'attacco era costituita dalla 3rd Infantry Division del generale Lucian Truscott, mentre la 2nd Armored Division del generale Hugh Gaffey aveva funzione di riserva sulle navi d'appoggio[62]. Gli obiettivi della 7ª Armata erano stati così suddivisi: la flotta statunitense, che nei dintorni di Malta si era divisa in tre tronconi, doveva sbarcare tre divisioni nel golfo di Gela, una mezzaluna lunga circa 60 chilometri. La 3ª Divisione avrebbe preso terra all'estremità più occidentale nei pressi di Licata, la 45ª Divisione sarebbe sbarcata lungo la costa tra Scoglitti e Gela, la 1ª Divisione avrebbe preso terra direttamente in città, al centro della mezzaluna. Anche in questo caso, le forze da sbarco sarebbero state precedute dagli uomini dell'82nd Airborne Division del generale Matthew Ridgway che, decollando dai campi di Qayrawan, si sarebbero lanciati nei dintorni di Niscemi e Ponte Olivo, con l'obiettivo di neutralizzarne l'aeroporto[63]

L'Asse e i piani difensivi[modifica | modifica wikitesto]

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Il generale Guzzoni, comandante della 6ª Armata Il generale Hans-Valentin Hube, comandante del XIV Corpo corazzato

La Sicilia, divisa in due distretti militari dalla linea immaginaria che correva da est di Cefalù a est di Licata, era sotto la responsabilità del generale d'armata Alfredo Guzzoni, comandante in capo della 6ª Armata, formata da due corpi d'armata: il XII del generale Mario Arisio, dal 12 luglio rimpiazzato dal pari grado Francesco Zingales, aveva la giurisdizione sulla Sicilia occidentale e comprendeva la 28ª Divisione fanteria "Aosta" (generale Giacomo Romano), la 26ª Divisione fanteria "Assietta" (generale Eriberto Papini), tre divisioni costiere - la 208ª (Giovanni Morciani), la 202ª (Gino Ficalbi) e la 207ª (Ottorino Schreiber) - più il 136° Reggimento costiero autonomo. Il XVI Corpo d'armata del generale Carlo Rossi, a difesa della Sicilia orientale, era formato dalla 54ª Divisione fanteria "Napoli" (Giulio Cesare Gotti Porcinari), dalla 4ª Divisione fanteria "Livorno" (generale Domenico Chirieleison), da due divisioni costiere - la 206ª (Achille d'Havet) e la 213ª (Carlo Gotti) - più due brigate costiere[64]. La divisione "Aosta" schierata su Trapani, l'"Assietta" su Marsala e la "Napoli" orientata verso la pianura di Catania non possedevano un adeguato parco mezzi che consentisse loro di manovrare efficacemente e lo stesso generale Guzzoni non si aspettava che le sue forze potessero oppore un'apprezzabile freno all'avanzata alleata. La Divisione "Livorno" invece, visto che era stata coinvolta nell'operazione C3 poi abortita, poteva contare su preparazione notevole, adeguato armamento e autoparco sufficiente. Ma, in generale, le divisioni in Sicilia si segnalavano per il mediocre livello d'addestramento e la grave penuria di mezzi; particolarmente inaffidabili erano giudicate le divisioni "Assietta" e "Aosta", poiché formate in gran parte da personale siciliano che riteneva responsabile il regime delle devastazioni sofferte dagli isolani[65].

Soldati italiani mentre posano mine anticarro sulla spiaggia
Personale tedesco durante la manutenzione di un Panzer III nell'entroterra siciliano

Le divisioni costiere, unità ad hoc pensate espressamente per difendere le spiagge, contavano circa 10.000 uomini e quelle ordinarie di fanteria circa 14.000: la 6ª Armata contava perciò circa 200.000 effettivi, ai quali si aggiungevano 28.000 tedeschi. Le grandi unità erano coadiuvate dai cosiddetti "gruppi mobili" e "gruppi tattici", costituiti da uomini presi dalle divisioni per supplire al vuoto delle riserve, che costituivano due reggimenti bersaglieri, alcune compagnie motociclisti, due battaglioni di semoventi L40 armati del pezzo 47/32 Mod. 1935, un battaglione guastatori, un battaglione Arditi e tre legioni di camicie nere. Questi gruppi avevano il compito di soccorrere le prime linee e rintuzzare le penetrazioni nemiche, ritenute altamente probabili giacché le deboli divisioni costiere presidiavano l'intero perimetro con una enorme dispersione: trentasei uomini per chilometro[66]. A inficiare ulteriormente le capacità belliche del pur imponente schieramento italiano contribuivano le gravi deficienze di artiglierie, mezzi corazzati e motorizzati. Le truppe costiere, che per prime avrebbero dovuto contrastare l'assalto anfibio, soffrivano di una penuria allarmante di uomini, tanto che a fronteggiare l'8ª Armata (nella zona tra Porto Ulisse e Cassibile, circa 132 chilometri di costa) vi era la sola 206ª Divisione costiera con otto battaglioni, 215 fucili mitragliatori, 474 mitragliatrici, 34 mortai Mod. 35 da 81 mm, 56 cannoni (uno ogni 7 chilometri), 15.000 mine e due linee di filo spinato. Le artiglierie contavano 120 cannoni di medio calibro, 48 di piccolo calibro e il 10° Raggruppamento al comando del colonnello Ugo Bedogni, forte di 24 nuovi semoventi M.41 da 90/53, oltre a un battaglione di semoventi L40 con pezzo da 47 mm[67].

La situazione strategica delle forze italo-tedesche era complicata dalla confusa gestione del comando. La fanteria, la marina e la milizia italiane si erano litigiosamente spartiti i comandi e i pochi cannoni; dal generale Guzzoni dipendevano nominalmente sia l'ammiraglio Pietro Barone (capo della marina in Sicilia e comandante della piazza militare marittima di Messina-Reggio Calabria), sia il generale Ezio Monti, responsabile della poca aviazione e dei dodici aeroporti. Sotto Guzzoni fu posto anche il generale Friedrich-Wilhelm Müller, il comandante delle forze tedesche (15. Panzergrenadier-Division del generale Eberhard Rodt, Fallschirm-Panzer-Division 1 "Hermann Göring" del generale Paul Conrath). Nelle ore convulse dell'invasione tale frazionamento risultò in un coordinamento difettoso e fece mancare una collaborazione effettiva tra i comandi italo-tedeschi[68]. Dal 26 giugno questo contingente tedesco, che riuniva anche circa 30.000 uomini della Luftwaffe, della sussistenza e dell'amministrazione, rispondeva al generale von Senger und Etterlin, inviato da Hitler come ufficiale di collegamento con la 6ª Armata[69]. Dopo lo sbarco giunsero rinforzi tedeschi: il 12 luglio arrivò il 3° Reggimento della 1. Fallschirmjäger-Division e il 18 luglio la 29. Panzergrenadier-Division. Per dirigere tutte le forze tedesche, il 16 luglio fu trasferito in Sicilia il comandante in capo del XIV Panzerkorps, General der Panzertruppen Hans-Valentin Hube; da quel momento, egli diresse tutte le operazioni dell'Asse e relegò von Senger a un ruolo di collegamento con Guzzoni[70].

Postazione difensiva tedesca in Sicilia

La Regia Marina, all'estate 1943, aveva oramai esaurito ogni energia; i tentativi di Mussolini di guadagnare tempo per mobilitare l'economia e potenziare le difese del paese erano palesemente falliti. Nel giugno 1943 ci fu un'impennata di perdite di naviglio mercantile (120.000 tonnellate circa) e, anche se l'Asse fosse riuscita a mantenere la Sicilia, il completo annientamento della marina mercantile italiana era ormai certo.[71]. Il capo di stato maggiore ammiraglio Riccardi disponeva ancora di tre corazzate, tre incrociatori e otto cacciatorpediniere, forze penalizzate dalla cronica mancanza di combustibile; in sostanza avrebbe potuto schierare a difesa dell'isola solo dieci motosiluranti[72]. Nonostante questo, durante le fasi dell'evacuazione delle forze dell'Asse dall'isola, la Regia Marina riuscì a trasferire dalla Sicilia alla Calabria fra i 70.000 e i 100.000 uomini, 10.000 automezzi, 135 cannoni, 47 carri armati e 17.000 tonnellate di materiali, perdendo solo diciassette unità minori, nonostante la incontrastata supremazia alleata in cielo e mare[73]. Oltremodo modeste, infine, erano le risorse dell'aviazione che, al 7 luglio, poteva schierare solamente 71 caccia italiani, 179 tedeschi (la maggior parte in revisione) tre Junkers Ju 87 "Stuka" e cinque bombardieri leggeri. Peraltro i velivoli tedeschi rispondevano agli ordini del feldmaresciallo Wolfram von Richthofen, comandante della Luftflotte 2, e la maggioranza fu ridislocata dal feldmaresciallo Kesselring sul continente[74].

Gli sbarchi[modifica | modifica wikitesto]

« Tempo sfavorevole. Ma l'operazione procede »
(Messaggio dell'ammiraglio Cunningham a Londra nel pomeriggio del 9 luglio 1943[75])
La HMS Warspite apre il fuoco contro le coste siciliane poco prima degli sbarchi anfibi

Nel pomeriggio dell'8 luglio i meteorologi al lavoro nella Lascaris War Room, a Malta, avevano constatato che una massa d'aria polare avrebbe attraversato l'Italia diretta verso la Jugoslavia, con venti forti da nord-ovest per venerdì pomeriggio, che avrebbero probabilmente creato difficoltà di navigazione alle flotte alleate, la cui partenza era prevista nella notte tra venerdì e il D-Day, previsto per sabato 10 luglio[76]. Venerdì verso le 12:00, mentre la flotta si avvicinava al punto di incontro a Malta, il vento iniziò a spirare con forza e rese difficoltosa la navigazione soprattutto agli LCT, LCI e LST, che nel tardo pomeriggio si trovarono ad affrontare una vera e propria tempesta; alcuni uomini caddero in mare[77]. Alle 18:00 i venti avevano raggiunto i 37 nodi e anche i cacciatorpediniere di scorta ebbero seri problemi di navigazione a causa dei cavalloni, ma le previsioni assicurarono che la tempesta si sarebbe presto placata: a sera, in effetti, il fortunale diminuì d'intensità e poco dopo la mezzanotte il vento calò a meno di dieci nodi, permettendo ai radar della nave ammiraglia della flotta da sbarco statunitense, la nave da assalto anfibio USS Monrovia, di individuare la costa siciliana a meno di 22 chilometri di distanza. In contemporanea, alcuni sommergibili italiani individuarono le luci del convoglio statunitense. Il pilota del sommergibile HMS Seraph raccontò dopo la guerra che: «Fin dove il binocolo notturno mi permetteva di vedere, scorsi centinaia di navi avanzare ordinatamente, ciascuna nella posizione assegnata»[78]. La Monrovia, che aveva a bordo il generale Patton, il giorno 11 venne danneggiata nella sala motori da due bombe lanciate da uno Stuka che la mancarono di poco facendo saltare delle saldature, e dovette rientrare ad Algeri con un carico di prigionieri italiani[79].

Nonostante il brutto tempo, prima un sommergibile, poi un ricognitore italiano e infine il comando della Luftflotte 2 comunicarono che sei convogli si stavano dirigendo su Capo Passero e su Gela. Alle 19:30 il generale Guzzoni ordinò lo stato di emergenza[80]. Poco più tardi dagli aeroporti tunisini decollarono le centinaia di bombardieri che avrebbero trasportato fin sopra la Sicilia 2.075 paracadutisti britannici comandanti dal maggiore generale George Hopkinson e 3.400 statunitensi guidati dal colonnello James Maurice Gavin[81][82].

I lanci aviotrasportati[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Ladbroke.
Uomini della 1st Airlanding Brigade in Tunisia, mentre caricano una jeep su un aliante Waco CG-4

Nella notte tra l'8 e il 9 luglio gli uomini del 505° Reggimento del colonnello Gavin salirono sui 226 Dakota. Loro obiettivo era occupare i principali nodi stradali dietro Gela e impedire alle forze dell'Asse di attaccare con immediatezza e in massa le truppe della 1ª Divisione, che dovevano sbarcare secondo i piani alle 02:45[83]. I soldati dell'82ª Divisione aviotrasportata erano inesperti, non avevano mai effettuato lanci notturni su vasta scala e anche quelli diurni erano stati funestati da numerosi incidenti, tanto che Gavin aveva ritenuto opportuno ridurre il numero delle esercitazioni a causa dei molti feriti. Anche i piloti degli aerei erano in pratica digiuni di addestramento al volo notturno, durante il quale era facile perdere quota, e la gran parte non aveva mai effettuato operazioni di sganciamento di carichi superiori al quintale e mezzo[84]. Dalle basi di Qayrawan i piloti sorvolarono Malta e quindi virarono verso nord-nord-ovest puntando su Gela, ma il forte vento e la mancanza quasi totale di sicuri punti di riferimento disgregarono la formazione aerea. Perciò solo una frazione dei bombardieri raggiunse i punti di lancio prestabiliti; numerosi furono, invece, gli aviatori che scambiarono Siracusa per Gela; altri ancora persero completamente la rotta e fecero scendere i paracadutisti in tutta la Sicilia sud-orientale, a volte anche a oltre cento chilometri di distanza dall'obiettivo. Alcuni, addirittura, si ritrovarono nel settore britannico e visto che non si era pensato di imporre a tutte le truppe alleate le medesime parole d'ordine, furono accolti dal fuoco amico quando tentavano di comunicare con le truppe anglo-canadesi[85].

I resti di un Waco in Sicilia

Soltanto 425 uomini atterrarono nell'entroterra di Gela e di questi soltanto 200 si trovarono nella piana Lupo, una posizione fondamentale per proteggere gli sbarchi. Nonostante alcune azioni ardite e locali successi, il generale Ridgway dichiarò abortita l'operazione, a causa dell'eccessiva ambizione, dello scarso addestramento e delle circostanze sfavorevoli[86].

Nel settore britannico fu impiegata per la prima volta in modo organico la 1st Airlanding Brigade della 1ª Divisione aviotrasportata del generale Hopkinson, fino ad allora coinvolti solo in operazioni di commando. Si trattava di un reparto di fanteria da sbarco aereo trasportata su alianti, che doveva lanciarsi nei pressi di Siracusa nella notte tra il 9 e 10 luglio e assicurarsi Ponte Grande sul fiume Anapo, di alto valore strategico per la rapida avanzata della fanteria sulla città[87]. Anche in questo caso l'operazione fu inficiata da contrattempi e dai venti contrari che spiravano sul canale di Sicilia la zona tra la Tunisia e la Sicilia; si ripeterono inoltre i problemi di pilotaggio, dovuti a un addestramento frettoloso e superficiale: in molti casi i piloti sganciarono gli alianti al traino dei bombardieri in posti molto distanti dall'obiettivo e gli stessi aviatori sugli alianti furono preda delle condizioni atmosferiche e della contraerea[88]. Dei 144 alianti agganciati a 109 Dakota e trentacinque Albemarle (molti Waco più qualche Airspeed Horsa britannico), solo cinquantacinque atterrarono in Sicilia spesso con esiti drammatici, mentre almeno sessanta caddero in mare perché sganciati troppo lontani dalla costa; i rimanenti furono o abbattuti oppure sparirono senza lasciare traccia. Perciò al cruciale assalto a Ponte Grande partecipò un solo plotone e non i previsti 500 uomini: la piccola unità agì con determinazione, prese il ponte e tolse le cariche di esplosivo predisposte. Al mattino di sabato 10 luglio il plotone era cresciuto fino a contare ottantasette uomini, ma i continui attacchi italiani e i tiri di mortaio mieterono molte vittime e a metà pomeriggio appena quindici uomini erano ancora in grado di combattere. Alle 16:00 circa i superstiti paracadutisti britannici si arresero e furono condotti a Siracusa, dove furono subito liberati da una pattuglia della 5ª Divisione britannica sbarcata nella notte. Per il comando supremo alleato l'operazione fu un successo, perché il Ponte Grande era rimasto intatto, ma si dovettero registrare oltre 600 morti, più della metà dei quali annegati[89].

Il settore britannico[modifica | modifica wikitesto]

Truppe britanniche prendono terra sulle spiagge siciliane, 10 luglio 1943
Prigionieri italiani e feriti britannici su una spiaggia del settore dell'8ª Armata

Il mattino presto del 9 luglio la ETF britannica si avvicinò alle coste della Sicilia e le navi da battaglia Nelson, Rodney, Warspite e Valiant iniziarono a sparare bordate sulle fortificazioni a riva; furono coadiuvate dalle numerose salve di razzi da 127 mm lanciati dagli LCT, che ebbero effetti devastanti non tanto sugli obiettivi quanto sul morale delle truppe italiane che, terrorizzate da una simile preparazione, si arresero ancor prima che l'ondata d'assalto britannica fosse sbarcata[90]. I primi a toccare terra furono i commando mentre la 1ª Divisione canadese approdò sull'ala sinistra del fronte di sbarco, nella penisola di Pachino, su un fronte di 10 chilometri; le tre divisioni britanniche (50ª, 51ª e 5ª) si diressero verso le spiagge a est e a nord. L'elemento caratterizzante degli sbarchi britannici fu senza dubbio la confusione e l'inesperienza degli uomini; i comandi della 50ª Divisione a largo di Avola ammisero una «certa confusione e mancanza di controllo»: i mezzi da sbarco persero la rotta, molti girarono intorno alle rispettive navi appoggio molte volte prima di rendersi conto della loro posizione e procedere con le operazioni. Un elemento che contribuì a creare confusione fu il fatto che la maggior parte delle navi da trasporto avevano gettato l'àncora a 19 chilometri dalla costa invece degli 11, ingenerando notevole confusione tra le truppe e tagliandole fuori dal collegamento radio[91]. Dopo aver preso terra, le unità della 50ª Divisione furono accolti da fuoco di artiglieria molto limitato, si ebbero poche vittime e trascurabili problemi sulle spiagge. Entro la mattinata i britannici conquistarono sia Noto che Avola, quest'ultima difesa da circa settanta uomini del 374° Battaglione del maggiore Fontemaggi[92].

Più a est, nel settore della 5ª Divisione, un reparto del 3 Commando Brigade dei Royal Marines entrò a Cassibile, e una pattuglia del 2° Battaglione del Northamptonshire liberò quindici "Diavoli rossi" prigionieri degli italiani mentre venivano condotti a Siracusa; toccò quindi agli uomini del 2° Battaglione del reggimento Royal Scottish Fusilier riconquistare Ponte Grande, poco prima che fosse fatto esplodere dagli italiani. Alle 21:00 i carri e le avanguardie della 17ª Brigata penetrarono a Siracusa accolti con stupore dalla popolazione. La notizia degli sbarchi si era diffusa fin dal mattino, ma durante tutto il pomeriggio la popolazione non aveva più avvertito nessun rumore della battaglia, e si era diffuso il convincimento che il nemico fosse lontano[93].

Sul fronte d'invasione da Punta Castellazzo a Marzamemi, il XXX Corpo d'armata del generale Leese incontrò ben poca resistenza. La 51ª Divisione, presa terra nei pressi di Punta delle Formiche, superò facilmente il 243° Battaglione del tenente colonnello Cataldi, incaricato di presidiare i 34 chilometri di costa fra Vendicari e Punta Castellazzo: il reparto si sfaldò nei primi minuti di combattimento e numerosi soldati fuggirono, gettando via le armi; la divisione poté subito procedere verso Pachino. Sulla spiaggia di Marzameni, invece, il plotone del sottotenente Vincenzo Barone difese la posizione fino all'ultimo, venendo poi completamente annientato; anche i capisaldi del 430° Battaglione resistettero fino a sera inoltrata ed episodi di strenua resistenza si ebbero pure alla foce del torrente Cassibile, nelle località di Torre Cuba, Santa Teresa Longarini e Fontane Bianche. Tuttavia, la sproporzione in uomini ed equipaggiamenti giocò a sfavore dei difensori, che furono soverchiati. Sul fianco sinistro la 1ª Divisione canadese, appoggiata da una brigata dei Royal Marines, prese il campo d'aviazione di Pachino, malamente difeso dal 122° Reggimento del colonnello D'Apollonio. Nello stesso settore la 231ª Brigata del generale Urquhart penetrò in profondità fino ad incontrare, nel pomeriggio, le avanguardie del XIII Corpo d'armata italiano, il quale contrastò con un nutrito tiro d'artiglieria gli invasori: la sua resistenza fu spezzata dall'intervento dei cannoni navali e dalle squadriglie di Supermarine Spitfire[94].

A metà mattinata il generale Achille d'Havet, comandante della 206ª Divisione costiera, entrò in azione con le ultime forze residue, ovvero il gruppo mobile F di stanza a Rosolini e il gruppo tattico "Sud", di stanza a Ispica, composto in gran parte da camicie nere: si trattava di poco più di 1.000 uomini, appoggiati da 38 mitragliatrici e sedici cannoni, ma carenti nelle dotazioni controcarri (appena otto pezzi) e nell'appoggio blindato, avendo solo dieci obsoleti carri armati leggeri. La formazione improvvisata combatté contro il grosso della 51ª Divisione, forte di cinquanta pezzi controcarro e che poté beneficiare del supporto sia di 156 carri armati medi M4 Sherman, sia delle numerose navi da guerra a ridosso della costa. Nonostante l'evidente disparità di forze, le truppe italiane si batterono ostinatamente fino al pomeriggio inoltrato, quando le pesanti perdite costrinsero il generale d'Havet a ordinare il ripiegamento[92].

Il settore statunitense[modifica | modifica wikitesto]

Sbarco di truppe statunitensi sulle spiagge di Gela
Truppe statunitensi sbarcano a Gela da due LCVP messi in mare dalla nave trasporto d'attacco USS Joseph T. Dickman

La 1ª Divisione fanteria del generale Lucas e due battaglioni ranger ("Forza X") erano stati incaricati di sbarcare nelle sei cale lungo gli 8 chilometri del litorale di Gela. Arrivati a circa 100 metri dalle spiagge, le imbarcazioni d'assalto che recavano a bordo il 26º Reggimento furono rapidamente inquadrate dalle artiglierie costiere e diversi LCVP furono colpiti e incendiati; gli italiani procedettero inoltre a far saltare in aria buona parte dei 300 metri del molo di Gela e iniziarono a sparare razzi illuminanti. Poco dopo i cacciatorpediniere e gli incrociatori di supporto aprirono il fuoco, cercando di distruggere i proiettori e ridurre al silenzio le batterie. Dalle 03:35, cinquanta minuti in ritardo rispetto alla tabella di marcia, i soldati statunitensi misero piede a terra in una sequenza confusa e disordinata: il tiro italiano e le correnti avevano scompaginato le formazioni e non pochi battelli approdarono a diversi chilometri dai punti prestabiliti oppure, tratti in inganno dalle secche, fecero scendere gli uomini troppo al largo i quali, gravati dall'equipaggiamento, annegarono. Tuttavia reparti di genieri raggiunsero la riva e si dedicarono metodicamente a recidere il filo spinato e creare varchi sicuri nei campi minati, operando sotto il fuoco delle mitragliatrici nemiche e i chiarori dei proietti illuminanti[95].

Giunta l'alba, ai comandanti statunitensi divenne chiaro che l'operazione si stava svolgendo nel caos più totale, in terra come in mare. Le condizioni atmosferiche, inoltre, non erano migliorate e grossi cavalloni avevano causato la rottura delle catene delle àncore di numerosi LST, i cui ponti si erano allagati; più vicino alla costa, un gruppo di LCI si erano arenati su alcuni affioramenti a 30 metri dal litorale, obbligando gli uomini a raggiungerla a bordo di canotti e senza alcuna copertura dal tiro italiano. La situazione non era però drammatica, giacchè la resistenza nemica era diseguale; inoltre si dimostrarono particolarmente utili e apprezzati i DUKW, camion anfibi a tre assali con serbatoi galleggianti e doppia elica: più manovrabili e meno ingombranti delle navi d'assalto, garantirono l'afflusso di uomini, armi, rifornimenti e munizioni alle spiagge, lasciando atterriti e soldati italiani. La principale difficoltà che rallentò gli sbarchi a Gela fu rappresentata dagli insidiosi campi minati che costellavano le spiagge di fronte a Gela ("Yellow Beach" e "Green Beach"), sui quali decine tra DUKW, camion e bulldozer saltarono in aria; i rottami accumulati intralciarono poi il sopraggiungere delle successive ondate che, onde evitare ulteriori problemi, furono deviate poco più a sud su "Red Beach". Qui, dalle 05:00 circa, sbarcarono gli uomini del 16º Reggimento fanteria appartenenti alla seconda ondata, che rimasero presto invischiati in una stretta testa di ponte, congestionata da veicoli e truppe e bersagliata dalle batterie italiane, accortesi del nuovo cuneo statunitense[96]. La reazione dei difensori si palesò anche in cielo; all'alba un gruppo di velivoli tedeschi attaccò l'isolato cacciatorpediniere USS Maddox, che si trovava 25 chilometri a largo in pattugliamento anti-sommergibile e che incassò alcune bombe da uno Junkers Ju 88. La nave sbandò e affondò in pochi minuti e solo ventiquattro uomini furono tratti in salvo[97][98]. Al mattino la situazione si stabilizzò e due reggimenti della 1ª Divisione riuscirono ad avanzare fra le dune a est di Gela, mentre i ranger della Forza X si spinsero dentro l'abitato, dove reparti della divisione "Livorno" opposero resistenza nei pressi della cattedrale e attorno una batteria navale al margine occidentale della città. Dopo un paio d'ore di accaniti scontri e l'intervento dell'incrociatore leggero Savannah (che costrinse alla resa la batteria), Gela fu dichiarata sicura[99].

Sherman "Eternity" si fa strada verso l'interno dal settore Red Beach 2

Lo sbarco 25 chilometri più a ovest, presso Licata, fu invece decisamente più spedito e ordinato. La cosiddetta JOSS Force del maggior generale Truscott (3ª Divisione, un battaglione ranger, gruppi di carri della 2ª Divisione corazzata) incontrò debole resistenza; l'artiglieria italiana si manifestò con tiri sporadici e imprecisi e le spiagge non erano neppure minate.[100] La costituzione della testa di ponte costò perdite umane tutto sommato lievi, limitate ai settori sulle ali, dove i reparti lottarono contro la caparbia 18ª Brigata fanteria italiana, messa in rotta dal pesante fuoco navale[101]. L'operazione fu inoltre facilitata da una spessa cortina fumogena stesa dalle navi e dal distruttivo cannoneggiamento preparatorio[102]. Alle 02:57 la "Green Beach", coincidente con la baia della Mollarella e la spiaggia Poliscia, fu calcata dai primi ranger[103] e nel volgere di un'ora approdarono dieci battaglioni appoggiati da plotoni di carri armati: dopo brevi scaramucce furono fatti prigionieri 2.000 italiani. Gran parte degli altri soldati abbandonò armi ed equipaggiamenti per fuggire verso l'interno, sulle montagne, in un processo definito da ufficiali di stato maggiore come «autosmobilitazione»[102]. Alle prime luci dell'alba, su un colle sopra Licata, sventolava già la bandiera statunitense e alle 09:18 la flotta annunciò il completamento dell'obiettivo. Il generale Truscott sbarcò a mezzogiorno in punto per prendere personalmente il comando e installare il proprio quartier generale[104]. Le forze navali soffrirono più perdite e difficoltà: il dragamine USS Sentinel, attaccato e fatto incagliare da alcuni caccia, ebbe sessanta tra morti e feriti[105], mentre i due cacciatorpediniere Swanson e Roe, mentre investigavano su un contatto radar sospetto, entrarono in collisione dinanzi Torre di Gaffe[106]. Entrambe le unità dovettero rientrare a Biserta, ma lo Swanson, cui una sala caldaie si era allagata, rimase indietro e immobile in acqua, sopravvivendo all'assalto di qualche velivolo nemico. Riuscì poi a sanare provvisoriamente le proprie avarie e, passando per Malta, raggiunse il Nordafrica[107].

La 45ª Divisione fanteria del maggior generale Middleton fu ostacolata nell'assalto anfibio al settore di Scoglitti da un mare particolarmente mosso, con onde alte fino a 4 metri che flagellavano le formazioni di navi d'assalto e imbarcazioni in avvicinamento all'insenatura aperta della cittadina, spazzata da forti venti occidentali. I cacciatorpediniere Knight e Tillman utilizzarono per la prima volta in combattimento munizioni al fosforo bianco, che accecarono e terrorizzarono i difensori italiani nelle casematte e nelle postazioni di artiglieria; le bordate degli incrociatori, più a largo, completarono il cannoneggiamento pre-sbarco. I venti e le correnti, nonché l'imperizia evidente dei piloti (i timonieri che si erano addestrati per mesi erano stati riassegnati al fronte del Pacifico all'ultimo momento), fecero sì che la prima ondata ponesse piede a terra posto sbagliato. Il mare mosso e la modesta reazione d'artiglieria italiana terrorizzarono i marinai, che scorrazzavano lungo la costa per cercare un approdo ritenuto più calmo oppure le spiagge prestabilite, nascoste a intervalli dagli spruzzi delle onde e dal fumo del bombardamento.[108]. Nelle disordinate manovre due LCI cozzarono e andarono a fondo, portando con loro trentotto uomini, mentre il 180° Reggimento fanteria fu sparso su 20 chilometri di costa; in un breve lasso di tempo numerosi mezzi da sbarco di vario giacquero distrutti o allagati lungo la riva, incagliate a largo in banchi di sabbia non segnalati o furono spiaggiati dalla violenza del mare. Le operazioni di sbarco e scarico rifornimenti furono intralciate, più che dal tiro dei pezzi italiani, da una diffusa inefficienza (similmente a quanto avvenuto in Marocco nel novembre 1942): presto il fronte d'invasione della 45ª Divisione, diviso nelle spiagge "Green Beach 2" e "Yellow Beach 2", fu intasato da una tale quantità di equipaggiamenti, veicoli e imbarcazioni sfasciate, cannoni e reparti mischiati tra loro che fu giocoforza chiuderle e deviare le successive ondate in nuove località, dove furono inviati in tutta fretta nuclei di genieri. Costoro si misero subito all'opera, demolendo osatcoli, filo spinato e stendendo reti metalliche prefabbricate sulla sabbai, allo scopo di facilitare la trazione dei veicoli[108].

Alla sera del 9 luglio le tre divisioni americane avevano stabilito e consolidato teste di ponte tra Licata e Scoglitti senza soverchie difficoltà; a terra si trovavano 50.000 uomini e 5.000 veicoli. Le perdite furono limitate e il nemico sembrava disorientato e demotivato, anche se fino a quel momento le truppe statunitensi non avevano ancora incontrato unità combattenti tedesche[109].

Fallimento dei contrattacchi dell'Asse[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Gela (1943).
Tiger della divisione corazzata Hermann Göring in Sicilia.

Poco dopo le ore 05:00 erano giunti al generale von Senger le prime informazioni sugli sbarchi alleati; tuttavia solo alle ore 07:00 arrivarono conferme e venne identificato nel settore di Gela l'area più pericolosa e il centro di gravità dell'azione nemica; pertanto il generale Guzzoni diede l'ordine al cosiddetto "gruppo mobile E" della divisione Livorno di contrattaccare scendendo da Niscemi su Gela[110]. Il generale italiano prevedeva di impiegare a Gela anche la divisione corazzata Hermann Göring ma nè von Senger nè il generale Paul Conrath ebbero notizia dei piani del comando della 6ª Armata. La divisione tedesca era in stato di allarme fin dalle 22:00 del 9 luglio su iniziativa personale del generale Conrath che non aveva comunicazioni dirette con Guzzoni; il comandante della Hermann Göring parlò per telefono con von Senger e i due ufficiali decisero, senza cercare alcun coordinamento con gli italiani, che la divisione corazzata avrebbe contrattaccato al mattino del 10 luglio[111]. Conrath divise le sue forze in due kampfgruppen che si misero in movimento alle ore 04:00; il kampfgruppe del colonnello Urban, equipaggiato con i carri armati pesanti Tiger, avrebbe dovuto avanzare lungo la strada secondaria che confluiva a Piano Lupo con la strada statale 115, mentre l'altro kampfgruppe sarebbe sceso fino a nord di Biscari[112]. I piani prevedevano di sferrare il contrattacco alle ore 09:00 ma il movimento delle truppe meccanizzate fu rallentato dall'azione dell'aviazione alleata, dalla confusione presente nelle retrovie e dalle difficoltà provocate dall'aspro territorio attraversato solo da strade disagiate e strette[112].

La divisione corazzata Hermann Göring aveva subito gravi perdite in Tunisia ed era stata riorganizzata con soldati giovani; nonostante la sua fama di unità d'elite, era inesperta ed ebbe notevoli difficoltà durante la marcia di avvicinamento che si svolse lentamente e nella confusione; a causa di errori tattici non venne mantenuto il necessario coordinamento tra i panzer e la fanteria meccanizzata e l'attacco alla fine venne sferrato con cinque ore di ritardo rispetto ai piani[113]. Il kampfgruppe corazzato scese da Niscemi verso sud e si scontrò a Piana Lupo con reparti della 1ª Divisione di fanteria e con i paracadutisti americani, mentre il secondo kampfgruppe avanzò da est oltre il fiume Acate ma l'attacco tedesco del 10 luglio si concluse con un pesante e costoso fallimento[114].

Soldati americani dinanzi al corpo di un pilota tedesco nei pressi di Gela, 12 luglio 1943

I panzer che discendevano da Niscemi vennero duramente respinti dal fuoco della fanteria e dei paracadutisti americani, sostenuti dal tiro dei cannoni delle navi alleate alla fonda nel golfo di Gela e, dopo aver subito perdite, ripiegarono verso nord, mentre ad est il secondo kampfgruppe della Hermann Göring perse i contatti con il grosso dei reparti del generale Conrath e il suo primo attacco venne respinto da un reggimento della 45ª Divisione fanteria americana[115]. Il secondo attacco del kampfgruppe orientale venne meglio organizzato e in un primo momento i tedeschi ottennero qualche successo; un reggimento di fanteria americano venne sbaragliato e il suo comandante, colonnello Schaefer, fu catturato; tuttavia ben presto intervenne un secondo reparto americano e i tedeschi vennero nuovamente respinti; ci furono fenomeni di panico e confusione tra i reparti della Hermann Göring in ritirata[116].

Il primo serio contrattacco italiano si ebbe intorno alle 10:30, quando una colonna di trentadue carri armati leggeri Renault R35 avanzò verso sud da Niscemi, ma finì in un'imboscata tesale da un centinaio di paracadutisti dell'82ª Divisione, e poi dal fuoco dell'incrociatore Boise. Venti corazzati riuscirono a raggiungere la strada statale 115 per Gela, ma furono presi di mira dai cannoni del 16° fanteria, e i carri italiani ritirarono precipitosamente verso l'interno[99]. Altri venti carri italiani sulla statale 117, provenienti dalla base di Ponte Olivo, si diressero verso Gela ma furono colpiti dai proiettili da 127 mm del caccia Shubrick; solo dieci carri raggiunsero Gela, ma furono accolti dai bazooka e dai pezzi anticarro da 37 mm dei ranger statunitensi che obbligarono gli italiani a ritirarsi. Il monitore Abercrombie bombardò Niscemi con i suoi pezzi da 381 mm con lo scopo di bloccare le forze nemiche e prevenire ulteriori contrattacchi. Verso mezzogiorno Gela era ormai in mano statunitense[117].

L'affondamento della nave tipo "Liberty" Robert Rowan, colpita l'11 luglio da un bombardiere tedesco dinanzi Gela

Col prosieguo delle ore gli Alleati si impegnarono quindi a rinforzare le teste di ponte; Truscott riuscì a rimettere in funzione il porto di Licata e far affluire i suoi carri armati, sul fianco destro la 45ª Divisione avanzò prendendo in consegna dai paracadutisti i centri di Vittoria e Santa Croce Camerina, un battaglione occupò Ragusa dove avrebbe dovuto congiungersi con i canadesi, di cui però non si vide nemmeno l'ombra. La zona più critica per gli statunitensi si rivelò il centro, dove la 1ª Divisione di Allen nel tentativo di tenere Piano Lupo, veniva continuamente bersagliata dall'aviazione e dall'artiglieria dell'Asse, che ostacolava così le operazioni di scarico dei mezzi[118]. Preoccupato per la situazione Patton aveva richiesto per l'11 luglio l'invio del 504° Reggimento aviotrasportato dell'82ª Divisione per rinforzare la 1ª Divisione di fanteria. Il lancio di circa 2300 uomini sarebbe avvenuto poco prima la mezzanotte, ma nonostante le raccomandazioni molti uomini sia sulle navi che a terra non era stato messo a conoscenza dell'arrivo dei velivoli amici. Tutte le unità nei pressi di Gela erano sotto attacco da due giorni, avevano i nervi a fior di pelle e molti non erano addestrati ad identificare i velivoli, soprattutto di notte. Alle 20:40 il primo C-47 sorvolò la testa di sbarco, e gli aerei accesero i lampeggianti gialli di riconoscimento, ma ad un certo punto una mitragliatrice ruppe il silenzio e di riflesso dalle spiagge e dalle navi si levò feroce il fuoco di contraerea. Le formazioni aeree si sparpagliarono nel tentativo di sfuggire al fuoco amico, ma ventitré aerei furono abbattuti e altri trentasette danneggiati, le vittime vennero contate in 410 in quello che viene ricordato come uno degli episodi più gravi di fuoco amico nelle guerre moderne[119].

Durante la stessa notte del 11 luglio i generali Guzzoni e von Senger si incontrarono per valutare la situazione; il generale tedesco propose di ritirare la 15. Panzergrenadier-Division dalla Sicilia occidentale e concentrare tutte le forze per un nuovo attacco alla testa di ponte americana; da Roma il feldmaresciallo Kesselring convenne con von Senger e ordinò di riprendere gli attacchi con tutte le forze italo-tedesche disponibili contro le truppe sbarcate a Gela[120]. Il generale Guzzoni era pessimista e riteneva preferibile una ritirata metodica verso l'Etna ma alla fine dovette obbedire alle disposizioni provenienti dagli alti comandi[121]. La mattina della domenica 11 luglio 1943 il generale Conrath, che aveva riorganizzato le sue forze, ripartì all'attacco con tre colonne separate della Hermann Göring contro gli americani a Gela, mentre il generale Guzzoni diede ordine alla Livorno di attaccare Gela da ovest, per poi ricongiungersi con i panzer della Göring per avanzare congiuntamente contro la testa di ponte[121]. Gli uomini di Conrath attaccarono in direzione di Gela alle 06:15, scontrandosi con i ranger di William Darby a Piano Lupo e con un paio di battaglioni del 26° Reggimento lungo la statale 117 fra Gela e l'aeroporto di Ponte Olivo, in mano alleata. Gli statunitensi mantennero le posizioni, e anche l'attacco della "Livorno" fu bloccato, ma la pressione maggiore fu esercitata da Conrath su Piano Lupo, dove egli stesso comandava le operazioni. Nel frattempo i paracadutisti di Gavin arrivarono da est, lungo la statale 115 Vittoria-Gela, e si scontrarono contro preponderanti forze nemiche che vennero respinte; i corazzati di Conrath continuavano lentamente ad avanzare contro la testa di ponte, spingendosi con alcune unità fino a due chilometri dal mare, mentre i fanti della "Livorno" cominciarono ad avanzare verso Gela, difesa da due compagnie ranger. In questo frangente gli statunitensi richiesero l'appoggio del cacciatorpediniere Savannah, che colpì duramente gli italiani con i suoi pezzi da 152 mm, annientando definitivamente la "Livorno"[122]. In aiuto agli invasori intervenne la potenza di fuoco del Savannah e del Boise, oltre che gli obici da 105 che i DUKW sbarcarono precipitosamente sulle spiagge per dare l'opportunità alla fanteria a terra di rispondere efficacemente ai carri di Conrath. E nonostante l'assenza di copertura aerea da parte della RAF, la 1ª Divisione riuscì a mettere in fuga i panzer, anche se non sfruttò l'occasione, e (come peraltro accadde lungo tutta la testa di sbarco) invece che inseguire il nemico e sviluppare l'azione verso l'interno, gli Alleati si attardarono sulle spiagge andando incontro ad una possibile e pericolosa situazione di stallo[123].

La battaglia per la Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Intervento delle riserve tedesche[modifica | modifica wikitesto]

Postazione antiaerea della 29. Panzergrenadier-Division in azione nello stretto di Messina nell'estate 1943.

Le notizie dell'invasione provocarono l'immediata reazione dell'alto comando tedesco che mise in allarme subito la 1. Divisione paracadutisti che si trovava di riserva in Francia ad Avignone; il comandante della formazione, generale Richard Heidrich, venne convocato a Roma dove conferì con il feldmaresciallo Kesselring che gli comunicò la notizia che la sua divisione sarebbe stata trasferita in Sicilia a partire dalla notte del 12 luglio[124]. Il giorno seguente il feldmaresciallo Kesselring giunse in volo sull'isola per riunirsi con Guzzoni e von Senger presso il comando della 6ª Armata a Enna, e valutare personalmente la situazione; nonostante l'indole fiduciosa il feldmaresciallo diede un giudizio negativo dell'andamento della battaglia e ritenne inevitabile abbandonare la parte sud-occidentale dell'isola; inoltre Kesselring, che aveva già fatto intervenire i reparti scelti di paracadutisti, informò Hitler che erano necessari ulteriori rinforzi con urgenza[125].

Il 14-15 luglio 1943 Hitler e l'alto comando tedesco presero le prime misure operative per rafforzare lo schieramento dell'Asse in Sicilia ed impedire una rapida vittoria alleata; venne predisposto l'invio di numerose batterie anti-aeree per intralciare il predominio aereo del nemico e vennero date le prime disposizioni per il trasferimento nell'isola della eccellente 29. Panzergrenadier-Division che ricevette gli ordini di movimento il 18 luglio[126]. Venne inoltre attivato il quartier generale del XIV Panzerkorps che, al comando dell'energico e determinato generale Hans-Valentin Hube, un veterano della battaglia di Stalingrado, avrebbe dovuto subito assumere il comando di tutte le forze tedesche in Sicilia. Il feldmaresciallo Kesselring si incontrò a Milazzo lo stesso 16 luglio con il generale Hube e gli diede le prime disposizioni operative[126].

Il tenente colonnello Heillman a sinistra e il generale Heidrich a destra
Truppe tedesche attraversano su chiatte lo stretto di Messina per prendere parte alla difesa della Sicilia.

Il comandante del XIV Panzerkorps avrebbe dovuto consolidare, con l'aiuto delle truppe tedesche in arrivo, una linea difensiva davanti al massiccio dell'Etna e bloccare un'ulteriore avanzata alleata; il feldmaresciallo Kesselring riteneva tatticamente opportuno cedere terreno per salvaguardare le linee di comunicazione con il continente[126]. Hube avrebbe avuto a disposizione le batterie anti-aeree pesanti. Kesselring era ottimista come sempre ma non condivideva le opinioni di Hitler che addirittura sperava di poter intrappolare in Sicilia le truppe alleate sbarcate tagliando le loro comunicazione via mare; il comandante superiore tedesco promise al generale Hube ulteriori rinforzi ma lo informò che stava prendendo in considerazione piani per una evacuazione generale; il compito del comandante del XIV Panzerkorps sarebbe stato quello di "rimandare il più a lungo possibile" la ritirata[126].

Il generale Hans Hube era un generale aggressivo e non molto dotato di qualità diplomatiche; appena giunto sull'isola aveva subito chiarito in un incontro con il generale Guzzoni che egli era responsabile solo di fronte al feldmaresciallo Kesselring e che in pratica avrebbe diretto tutte le operazioni dell'Asse in Sicilia[127]. Il comandante della 6ª Armata italiana[128]non era in condizione di contestare le brusche affermazioni di Hube e dovette ben presto limitarsi ad emanare solo disposizioni amministrative senza poter interferire nella condotta tattica della battaglia[127]. Sul campo si verificarono ben presto contrasti tra truppe tedesche e italiane; i reparti della 29. Panzergrenadier-Division per migliorare la loro mobilità si impadronirono con la forza, secondo gli ordini ricevuti, dei mezzi motorizzati di formazioni italiane non combattenti e vi furono scontri a fuoco tra i soldati delle due potenze dell'Asse[127].

La sera del 12 luglio erano già atterrati a sud di Catania i paracadutisti tedeschi del 3° Reggimento del esperto tenente colonnello Ludwig Heilmann; questi reparti, partiti d'urgenza dalla Francia, vennero lanciati con notevole precisione e si misero subito in movimento per rafforzare il fronte italo-tedesco[129]. Due battaglioni si unirono con il Kampfgruppe del colonnello Wilhelm Schmalz che sbarrava insieme ai resti della divisione Napoli le alture a nord-est di Augusta, mentre un altro battaglione di paracadutisti si schierò sulla destra di Schmalz in collegamento con i reparti della "Hermann Göring". Il 13 luglio arrivò direttamente sull'aeroporto di Catania ancora un altro battaglione di paracadutisti tedeschi che si affrettò lungo la strada costiera in direzione del fiume Simeto[130]; il reparto del capitano Laum schierò i suoi uomini due chilometri a sud dell'importante ponte di Primosole. Nel frattempo Heilmann aveva già incontrato il colonnello Schmalz con cui aveva concordato di cooperare per difendere Leontini che venne attaccata in forze il 13 luglio dai britannici della 50ª Divisione del generale Kirkman che tuttavia non riuscì a guadagnare terreno; anche l'attacco della 5ª Divisione britannica da sud-est venne fortemente contrastato da un reggimento di Panzergenadier e da due battaglioni di paracadutisti[131].

La battaglia nella piana di Catania[modifica | modifica wikitesto]

Le linee di avanzata degli Alleati in Sicilia

Il brillante successo degli sbarchi britannici aveva convinto il generale Montgomery che la situazione era molto favorevole e che sarebbe stato possibile avanzare audacemente in profondità; egli prevedeva un attacco principale verso Catania con il XIII Corpo d'armata del generale Dempsey, mentre una manovra secondaria sarebbe stata effettuata all'interno dalla Harpoon Force del generale Leese in direzione di Caltagirone, Enna e Leonforte; Montgomery era ottimista, il 12 luglio scrisse al generale Alexander che sperava "di catturare Catania intorno al 14 luglio"[132].

Fallschirmjäger armati di MG 42

Il 12 luglio cadde Augusta, che assieme a Siracusa rappresentava una piazza marittima di grande importanza per Eisenhower, poiché questi porti dovevano servire per lo sbarco del grosso del corpo di spedizione alleato. Scrisse a tal proposito Alexander: «L'intera impresa dipendeva dall'impadronirsi dei porti di Siracusa e Augusta, e se possibile di Catania, al più presto possibile dopo lo sbarco»[133]. Il fronte a mare di Augusta che comprendeva il tratto litorale tra le due città portuali rappresentava potenzialmente «[...] un serio ostacolo all'attuazione dei piani del nemico per il numero e la potenza delle artiglierie e la vastità del loro campo di tiro sulle rotte di avvicinamento dal mare e sugli ancoraggi». Ma nonostante i micidiali cannoni da 381 mm, le numerose artiglierie costiere e le fortificazioni di prim'ordine, la piazza di Augusta fu praticamente abbandonata dagli italiani senza neppur avere tentato di usare le artiglierie che impensierivano la flotta britannica[134]. Infatti già dal 9 luglio dopo i primi avvistamenti a largo della flotta d'invasione, venne comunicato dai comandi della piazza marittima alle unità l'ordine di predisporre la distruzione delle batterie, e non quello di combattere, così che quando l'ordine raggiunse le batterie l'azione delle truppe aviotrasportate era in pieno atto. La stragrande maggioranza degli italiani, dopo aver reso inutilizzabili le artiglierie e bruciato i depositi di carburante, depose le armi ancor prima che le navi britanniche si presentassero a largo di Augusta, lasciando la città e le strutture portuali pressoché abbandonata[135]. Quando la squadra navale dell'ammiraglio Troubridge fece la prima puntata contro la piazza marittima la mattina del 12 luglio solo uno stormo di Stuka della Luftwaffe comparve a difesa delle coste, colpendo il cacciatorpediniere Eskimo, ma nel pomeriggio appresa l'assenza del nemico la piccola squadra di Troubridge entrò nella intatta rada di Augusta senza incontrare resistenza[136].

Un mezzo britannico si dirige sul ponte di Primosole dopo la conquista da parte alleata

Tuttavia dopo la caduta di Augusta l'avanzata dell'8ª Armata fu penosamente lenta per diversi motivi: la strada che attraversava la piana di Catania si snodava in un territorio favorevole ai difensori e l'imponente rilievo dell'Etna permetteva agli italo-tedeschi di controllare tutti i movimenti dei britannici; inoltre seppur molti aeroporti fossero già occupati dalla RAF, la Luftwaffe rappresentò per gli Alleati un pericolo ben maggiore di quanto non fosse la RAF per i nemici. Infine, il grosso delle difese tedesche si concentrava contro l'8ª Armata di Montgomery perché la piana di Catania rappresentava la via più breve per Messina. A tal proposito i comandanti Guzzoni, von Senger e Kesselring che si erano riuniti a Enna avevano concordato un ripiegamento lento verso la posizione difensiva ancorata all'Etna, nota come linea di San Fratello, con l'obiettivo di rallentare l'avanzata alleata e consentire l'evacuazione in forze verso le coste della Calabria[137].

Montgomery diede al XXX Corpo di Oliver Leese con i canadesi il compito di avanzare lungo la statale 124 verso Enna, importante snodo stradale e sede del comando della 6ª Armata italiana, mentre il XIII Corpo, con la 50ª Divisione agli ordini di Sidney Kirkman, avrebbe attaccato lungo la costa in direzione Catania[138]. Per prendere Catania però era necessario occupare il ponte di Primosole sul fiume Simeto, un passaggio molto importante per avanzare verso la piana di Catania. Montgomery mise in atto l'operazione Fustain, condotta dalla 1ª Brigata paracadutista della 1ª Divisione aviotrasportata britannica, al comando del brigadier generale Gerald Lathbury, che avrebbe dovuto occupare il ponte e consentire il passaggio della 50ª Divisione. Nel pomeriggio del 13 luglio 1900 paracadutisti partirono da Qayrawan, ma i "Diavoli rossi" non erano a conoscenza del fatto che ventiquattr'ore prima circa 1400 uomini del 1° Reggimento della 1ª Divisione paracadutisti tedesca al comando di Heidrich erano partiti dalla loro base di Avignone per raggiungere la zona di lancio che distava all'incirca trecento metri da quella scelta dai britannici, e altri rinforzi tedeschi sarebbero arrivati l'indomani[139].

Uno Sherman britannico avanza verso Catania

Nella tarda sera del 13 luglio i Dakota giunsero in vista della Sicilia, ma prima furono accolti dalla contraerea delle navi alleate a largo di Malta che non erano state avvertite, e quindi dal fuoco di contraerea tedesco. Molti aerei furono abbattuti, altri tornarono indietro con l'intero carico mentre gli altri si dispersero tanto che i paracadutisti e gli alianti atterrarono in una zona molto vasta, fino a trenta chilometri dall'obiettivo. Meno di 200 uomini e tre cannoni anticarro giunsero sul ponte. Nonostante un'efficace resistenza, i parà britannici non poterono contrastare l'azione dei Fallschirmjäger e dei loro pezzi da 88 mm, e nel pomeriggio dovettero ripiegare lasciando il ponte in mano tedesca. I rinforzi britannici della 50ª Divisione vennero rallentati dall'azione di retroguardia della Hermann Göring, e quando finalmente giunsero dopo una marcia di trentadue chilometri con un caldo asfissiante, erano troppo spossati per attaccare e dovettero attendere l'arrivo dei carri Sherman del 44° Reggimento corazzato coadiuvato dai calibri dell'incrociatore Newfoundland lungo la costa. Ma ci vollero comunque tre tentativi e quarantotto ore di combattimenti per sloggiare i difensori dal ponte di Primosole, con circa 500 perdite[140].

Superato il ponte e raggiunta la piana di Catania, l'omonima città con i suoi aeroporti e il suo porto era ora l'obiettivo indispensabile di Montgomery, ma gli attacchi della 5ª e della 50ª Divisione verso Catania venivano sventati dai paracadutisti tedeschi e dagli uomini della Hermann Göring sistemati in posizione difensiva e favoriti dalle posizioni d'osservazione sopraelevate dell'Etna. Dopo una settimana di combattimenti arrivò dal Nordafrica la 78ª Divisione di fanteria britannica "Battleaxe" tenuta fino ad allora in riserva, che raggiunse il XXX Corpo di Leese. Ora l'8ª Armata contava cinque divisioni e gruppi di brigata contro quattro divisioni tedesche e gli italiani ancora disposti a combattere[141].

Come parte degli sbarchi via mare a sud di Agnone, circa 400 uomini della 3 Commando Brigade, sotto il comando del tenente colonnello John Durnford-Slater, catturarono il Ponte Malati il 13 luglio, il cui possesso venne perso poco dopo, a causa di un contrattacco da parte del IV Battaglione Artiglieria semoventi, sotto il comando del tenente Colonnello Francesco Tropea, e della 53ª Compagnia motociclisti.[142][143] Il 16 luglio fu combattuta la battaglia del Simeto, che impegnò gli inglesi dell'8ª Armata britannica, bloccando la loro avanzata verso Catania. Il 16 luglio l'incrociatore britannico HMS Cleopatra fu silurato e messo fuori combattimento per il resto del conflitto europeo dal sommergibile italiano Dandolo[144].

Tra il 2 e il 5 agosto la battaglia di Centuripe portò gli alleati presso valle del Simeto, e nella piana di Catania, ci furono gli ultimi scontri con la 15. Panzergrenadier-Division tedesca e la 28ª Divisione fanteria "Aosta" che contrattaccarono per 24 volte,[145] ma che tuttavia non riuscirono ad impedire l'ingresso a Catania da parte degli alleati il 5 agosto.

Avanzata americana su Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Il generale Patton, aggressivo e determinato, aveva raggiunto tutti gli obiettivi iniziali previsti dal piano di operazioni alleato; il 16 luglio la fanteria americana e i Rangers del colonnello William Darby conquistarono anche Agrigento e Porto Empedocle catturando circa 6.000 prigionieri italiani[146]. Molto irritato per il compito secondario affidatogli dal generale Alexander, Patton era deciso ad assumere un ruolo molto più attivo. Il generale riteneva possibile marciare subito con la sua fanteria attraverso le montagne della Sicilia centrale e poi lanciare i mezzi meccanizzati della 2ª Divisione corazzata in una audace avanzata direttamente su Palermo[147]. Patton illustrò il piano al generale Truscott, comandante della 3ª Divisione fanteria e quindi lo propose al generale Alexander che tuttavia il 16 luglio confermò gli ordini; la 7ª Armata doveva rimanere ferma per proteggere il fianco sinistro di Montgomery impegnato nella battaglia nella piana di Catania. Durante un incontro diretto con Alexander a Tunisi il 17 luglio, il generale Patton fece forti pressioni ma non riuscì inizialmente ad ottenere il suo consenso all'avanzata su Palermo[148].

Il generale Alexander tuttavia comprendeva che un'avanzata americana verso Enna sarebbe stata tatticamente utile, avrebbe allegerito la pressione nemica su Montgomery, avrebbe isolato la parte occidentale della Sicilia e con la conquista di Palermo, avrebbe reso disponibile un grande porto per migliorare il sostegno logistico alle sue truppe. Egli ritenne anche che fosse preferibile concedere libertà d'azione al brusco generale americano e quindi finì per autorizzare un'avanzata della 7ª Armata al centro dell'isola[149]. In realtà il generale Patton fece avanzare il II corpo d'armata del generale Bradley con due divisioni, 45ª e 1ª Divisione fanteria, in direzione di Enna come auspicato da Alexander, ma soprattutto costituì un raggruppamento provvisorio al comando del generale Geoffrey Keyes, formato dalla 3ª Divisione fanteria e dalla 2ª Divisione corazzata, che spinse direttamente verso Palermo; egli mirava soprattutto ad ottenere un grande successo propagandistico per ambizione personale e per rivalità con Montgomery[150]. Il generale Keyes diede inizio alla marcia su Palermo il 19 luglio; l'avanzata venne guidata dall'ottima 3ª Divisione di fanteria che il suo comandante, generale Truscott, aveva addestrato a marciare rapidamente senza stancarsi[151].

Il generale Geoffrey Keyes entra a Palermo, insieme al generale italiano prigioniero Giuseppe Molinero.

Le truppe americane non incontrarono molta resistenza e avanzarono rapidamente nonostante le difficoltà del terreno arido e montuoso; i reparti italiani erano in disgregazione e in gran parte si arresero; in settantadue ore la fanteria percorse circa 150 chilometri. Dopo aver occupato Corleone, fin dalla mattina del 22 luglio 1943 le avanguardie della 3ª Divisione di fanteria raggiunsero la periferia di Palermo che appariva praticamente indifesa, erano in corso demolizioni nell'area del porto[152]; alcune ore più tardi arrivarono anche i reparti meccanizzati della 2ª Divisione corazzata. Le difese italiane erano affidate al generale Giuseppe Molinero che tuttavia non era intenzionato a difendere la città; la popolazione appariva favorevole agli alleati e una delegazione di autorità di Palermo si recò al comando dei reparti americani d'avanguardia per trattare la resa[153].

Nella giornata del 22 luglio alcune unità della 3ª Divisione fanteria del generale Truscott e i carri armati del Combat Command A della 2ª Divisione corazzata del generale Hugh Gaffey entrarono a Palermo praticamente senza trovare opposizione; in mezzo alla popolazione festante, i mezzi corazzati americani presero rapidamente il controllo della situazione; il generale Molinero venne catturato e portato alla presenza del generale Keyes che accettò la resa e poco dopo entrò in città insieme al generale italiano e si recò alle ore 19.00 nel Pallazzo reale di Palermo[154]. Il giorno dopo anche il generale Patton arrivò in città e ricevette una calorosa accoglienza dai prigionieri e dai civili italiani; i palermitani accolsero con grande soddisfazione l'arrivo degli americani[155]. Il 24 luglio il generale Patton ritornò ad Agrigento e durante una conferenza stampa tracciò un bilancio trionfale della sua avanzata: oltre 6.000 soldati italiani erano stati uccisi o feriti e 44.000 erano prigionieri, 67 cannoni erano caduti in mano alle sue truppe[156]. L'avanzata americana diede grande fama al generale Patton; anche il generale Keyes ricevette riconoscimenti per la sua azione di comando; durante l'avanzata su Palermo le truppe statunitensi dimostrarono notevole addestramento e capacità nell'azione combinata di fanteria e mezzi corazzati[157].

La linea di San Fratello[modifica | modifica wikitesto]

Il generale Patton riceve il 28 luglio 1943 Montgomery all'aeroporto di Palermo

La conquista di Palermo era stato un brillante successo per le truppe americane ma dal punto di vista strategico la manovra aveva disperso l'armata del generale Patton; mentre il raggruppamento del generale Keyes era sparpagliato nella Sicilia occidentale, rimaneva disponibile per l'offensiva più importante contro le linee difensive tedesche nella Sicilia nord-orientale solo il II corpo del generale Omar Bradley che il 22 luglio era ancora impegnato a raggiungere i suoi obiettivi tattici[158]. Mentre la 45ª Divisione del generale Middleton marciava su Termini Imerese, la 1ª Divisione del generale Terry Allen aveva occupato Enna dopo uno spiacevole incidente con le truppe britanniche del XXX corpo del generale Leese che erano state ugualmente dirette contro la città; mentre i britannici deviavano verso est gli americani entrarono ad Enna e quindi il 23 luglio raggiunsero Petralia Sottana prima di proseguire lungo la strada 120 in direzione di Troina[159].

Il 27 luglio, due giorni dopo la caduta del Fascismo, il generale Hans Hube ricevette per la prima volta l'ordine dell'alto comando tedesco di iniziare i preparativi per una ritirata generale delle sue truppe attraverso lo stretto di Messina[160]; il generale Guzzoni si era affrettato a garantire la sua collaborazione e la fedeltà all'Asse delle sue truppe ma in realtà il generale italiano era favorevole alla destituzione di Mussolini e in pratica non dirigeva più la difesa della Sicilia[161]. Hube aveva il pieno controllo della situazione e prendeva in totale autonomia le decisioni tattico-operative. Le truppe tedesche continuavano ad opporre forte resistenza lungo tutto il fronte e il comandante del XIV Panzerkorps riuscì nell'ultima settimana di luglio a consolidare la sua linea difensiva che dalla piana di Catania e Adrano raggiungeva Troina e quindi continuava con la cosiddetta Linea di San Fratello fino alla costa settentrionale dell'isola[162].

Mitraglieri tedeschi in posizione in un vigneto

Il generale Hube aveva fatto intervenire la veterana 29. Panzergrenadier-Division del generale Walter Fries per difendere la linea di San Fratello, mentre l'impervio settore di Troina era sbarrato dalla 15. Panzergrenadier-Division[163]. A sud-est di Troina fino alla piana di Catania era in combattimento la Panzer-Division "Hermann Göring" che, rafforzata dalle unità di paracadutisti, continuava ad opporre forte resistenza; la situazione complessiva del fronte dell'Asse a causa della netta inferiorità di uomini e mezzi e della mancanza di supporto aereo rimaneva difficile e poteva sembrare anche disperata, ma i reparti tedeschi erano esperti e agguerriti; non ci furono segni di cedimento o disgregazione tra le truppe del Reich[164].

Anche in quest'ultima fase della campagna in Sicilia, il comando alleato fu intralciato dall'accesa rivalità tra Patton e Montgomery che si impegnarono nella cosiddetta "corsa per Messina"; in realtà gli anglo-americani subirono numerosi scacchi tattici nell'ultima fase della battaglia; furono necessari aspri combattimenti prolungati per quasi tre settimane per raggiungere lo stretto[165]. I tedeschi si batterono con abilità per guadagnare tempo e preparare l'evacuazione, l'8 agosto infine il feldmaresciallo Kesselring diede ordine al generale Hube di iniziare la ritirata sul continente[166]. Nei giorni precedenti le truppe del Reich avevano difeso la linea di San Fratello; la 29. Panzergrenadier respinse gli attacchi della 45ª Divisione di fanteria americana per una settimana e mantenne il possesso di San Fratello fino al 7 agosto; il generale Patton fu costretto a ritirare la esausta 45ª Divisione e sostituirla con la 3ª Divisione del generale Truscott[167]. I tedeschi non si fecero impressionare dai cosiddetti end runs di Patton, piccole incursioni via mare lungo la costa alle spalle dei tedeschi con le quali il generale americano sperava di accelerare l'avanzata verso lo stretto[166][168]. Lo sbarco di un battaglione americano a Brolo, lungo la strada costiera, il 12 agosto, venne facilmente contenuto e i tedeschi ripiegarono in salvo verso Messina[169].

La 15. Panzergrenadier del generale Rodt invece combatté la violenta battaglia di Troina contro la 1ª Divisione di fanteria americana del generale Terry Allen dal 31 luglio al 5 agosto. Le truppe tedesche, rafforzate da reparti italiani della divisione Aosta, si erano fortemente trincerate e avevano opportunamente sfruttato le asperità dell'arido terreno roccioso; quindi i primi attacchi americani furono duramente respinti[170]. Il comando del generale Allen non si aspettava una forte resistenza e non concentrò subito i suoi reparti che vennero impiegati in successione e subirono pesanti perdite contro i caposaldi nemici; i granatieri tedeschi sferrarono numerosi contrattacchi e mantennero le posizioni fino al 5 agosto; alla fine la forze americane, rinforzate da reparti della 9ª Divisione fanteria appena sbarcati a Palermo, e sostenute dal fuoco dell'artiglieria e dai bombardamenti aerei, ebbero la meglio[166]. La 15. Panzergrenadier aveva perso il 40% dei suoi effettivi ed era completamente priva di sostegno aereo dopo che la Luftwaffe aveva abbandonato le basi siciliane; la notte del 5 agosto evacuò Troina dopo che il generale Rodt ebbe ottenuto l'autorizzazione dal generale Hube[166][171].

La "corsa su Messina" e l'evacuazione tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Ancor prima della ritirata da Troina della 15. Panzergrenadier-Division e da San Fratello della 29. Panzergrenadier-Division, anche le linee dell'Asse a sud di Catania avevano dovuto cedere terreno di fronte alla crescente e continua pressione delle truppe britanniche del generale Montgomery. Il 4 agosto il paracadutisti del generale Heidrich e il Kampfgruppe Schmalz rinunciarono a difendere ulteriormente il settore di Primosole e abbandonarono Catania, mentre il 6 agosto altri reparti della Panzer-Division "Hermann Göring" evacuarono la città di Adrano[166].

L'operazione Lehrgang, cioè l'evacuazione della Sicilia da parte delle truppe dell'Asse, ebbe inizio il 10 agosto. Il generale Hube riuscì a trasferire in Calabria, per mezzo di imbarcazioni, la gran parte delle truppe tedesche e dei loro mezzi, e anche parte delle truppe italiane, mentre le truppe alleate entrarono a Messina il 17 agosto. L'intera Sicilia fu occupata in 39 giorni.

Bilancio e conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Statisti del generale Montgomery avevano ipotizzato che l'8ª Armata avrebbe potuto soffrire fino a diecimila vittime durante la prima settimana di combattimenti in Sicilia; in realtà se ne contarono 1.517, oltre un terzo delle quali registrate nell'operazione aviotrasportata precedente gli sbarchi[172].

L'occupazione alleata[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Alto commissariato per la Sicilia.

Solamente il 3 settembre ebbe inizio lo sbarco a Reggio Calabria e quindi l'invasione alleata nella penisola italiana con l'Operazione Baytown, in concomitanza con la firma dell'armistizio, che ebbe luogo a Cassibile, in provincia di Siracusa, quello stesso giorno. La Sicilia rimase sotto l'amministrazione alleata fino al febbraio 1944.

Nel cinema e nella TV[modifica | modifica wikitesto]

L'Operazione Husky è stata oggetto, parziale o totale, di alcuni film del dopoguerra, tra i quali:

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le fonti riportano infatti dati discordanti: Hart, p. 627 parla di 195.000 uomini, Caruso, p. 161 di circa 172.000 uomini, Petacco, p. 126 di circa 170.000 uomini.
  2. ^ Il Mediterranean Air Command era la struttura di comando suprema delle forze aeree alleate in Mediterraneo sotto il controllo di Eisenhower, cui era sottoposto il Mediterranean Allied Air Force (MAAF) del maresciallo Tedder. Egli, a sua volta, aveva ai suoi ordini il Northwest African Air Forces (NAAF) del generale statunitense Carl Andrew Spaatz (la super-unità che componeva principalmente il MAC, con quartier generale in Tunisia), il Middle East Air Command (MEAC) del maresciallo Sholto Douglas e la Air Headquarters Malta ("RAF di Malta") del vice-maresciallo Keith Park. Vedi: Bonacina, pp. 169-170

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

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  3. ^ Hart, p. 620
  4. ^ Ognuna delle due armate alleate al momento degli sbarchi contava 80.000 uomini; vedi: Atkinson, p. 41.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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