Sbarco in Sicilia

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Sbarco in Sicilia
Soldati britannici in marcia durante la campagna in Sicilia
Soldati britannici in marcia durante la campagna in Sicilia
Data 9 luglio 1943 - 17 agosto 1943
Luogo Sicilia
Esito vittoria degli Alleati
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Tra i 170.000 e i 200.000 italiani[N 1]
60.000 tedeschi circa[1]
265 carri armati[2]
1.500 aerei[3]
Tra il 10 e il 13 luglio: 160.000 uomini[4]
600 carri armati[2]
4.900 velivoli[5]
A fine campagna: 250.000 britannici e 228.000 statunitensi[6]
Perdite
173.939 perdite totali
(9.139 morti, 40.370 feriti, 124.430 prigionieri)[7]:
  • Germania Germania[7]:
    4.561 morti
    7.870 feriti
    7.569 prigionieri
  • Italia Italia[8]:
    4.578 morti
    32.500 feriti
    116.861 prigionieri
22.800 perdite totali circa[1]:
  • Stati Uniti USA[1]:
    2.811 morti
    686 dispersi
    6.471 feriti
  • Regno Unito Regno Unito[1]:
    2.721 morti
    7.939 feriti
    2.183 prigionieri
  • Canada Canada:
    562 morti
    1.664 feriti
    84 prigionieri
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Lo sbarco in Sicilia (nome in codice operazione Husky) fu un'operazione militare, avvenuta durante la seconda guerra mondiale, messa in atto dagli Alleati. Fu la prima operazione delle truppe alleate sul suolo italiano durante il conflitto; e costituì l'inizio della campagna d'Italia.

L'operazione Husky costituì una delle più grandi operazione anfibie della seconda guerra mondiale. Le grandi unità impegnate appartenevano alla 7ª armata statunitense, al comando del generale George S. Patton, e l'8ª Armata britannica, al comando del generale Bernard Law Montgomery, riunite nel 15º Gruppo di Armate, sotto la responsabilità del generale britannico Harold Alexander.

Dal punto di vista strategico la campagna ebbe un esito deludente per gli Alleati che non riuscirono ad impedire la ritirata delle efficienti truppe tedesche del generale Hans-Valentin Hube che erano state impegnate nella difesa nell'isola, ma dal punto di vista politico lo sbarco in Sicilia ebbe decisiva influenza in Italia: favorì la destituzione di Benito Mussolini, la caduta del fascismo e il successivo armistizio di Cassibile.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Secondo fronte e conferenza di Casablanca.

Sin dalla fine del 1941, soprattutto sotto la spinta del leader sovietico Iosif Stalin, il cui esercito era allora duramente impegnato a contrastare l'avanzata della Wehrmacht sul fronte orientale, gli Alleati tennero una serie di conferenze con l'obiettivo di pianificare l'apertura di un secondo fronte in Europa per alleggerire la pressione tedesca a est. In una prima conferenza a Washington (cui presero parte il primo ministro britannico Winston Churchill, il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt e ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Michajlovič Molotov) fu stabilito che un attraversamento in forze della Manica sarebbe stato impossibile nel 1942. Solo con una seconda conferenza nel giugno 1942 i massimi vertici politico-militari alleati decisero di affrontare la questione del "secondo fronte"[9]. La delegazione britannica si scontrò subito con quella statunitense, che aveva nel suo capo di stato maggiore, generale George Marshall, un convinto assertore della teoria che l'attacco all'Europa doveva passare dalla via più breve e diretta: uno sbarco sulle coste settentrionali francesi. La discussione fu subito aspra e alla fine prevalsero i britannici che convinsero Marshall e Roosevelt a organizzare un massiccio attacco contro le forze collaborazioniste francesi in Algeria e Marocco e, quindi, chiudere in una morsa (con l'8ª Armata del generale Bernard Law Montgomery proveniente da est) tutte le forze dell'Asse schierate in Nord-Africa, compreso il famoso Deutsches Afrikakorps del feldmaresciallo Erwin Rommel[10].

Nonostante le proteste sovietiche per la scelta strategica, che Churchill cercò di mettere a tacere promettendo un'invasione dell'Italia (definito il «ventre molle» dell'Asse) una volta assicurato il controllo del Nord Africa, l'8 novembre 1942 si mise in moto l'Operazione Torch, lo sbarco in Algeria e Marocco. Nel giro di qualche mese le forze alleate cominciarono a capovolgere la situazione sia in Africa che sul fronte orientale, mentre i bombardieri anglo-statunitensi colpivano sempre più duramente i centri industriali della Germania e dell'Italia settentrionale[11]. Alla fine del 1942 Churchill e Roosevelt decisero di incontrarsi nuovamente, stavolta nella città di Casablanca, con l'obiettivo di pianificare la strategia globale nei mesi a venire[12]. Fin da subito si palesarono le divergenze di opinioni tra i due stati maggiori americano e britannico: l'ammiraglio Ernest King, comandante supremo della United States Navy, premeva per concentrare gli sforzi statunitensi nel Pacifico; sir Alan Brooke, capo dello stato maggiore imperiale, era invece della ferma opinione che solo sconfiggendo prima Hitler la vittoria era possibile. Ancora una volta, i britannici riuscirono a imporsi perché, a differenza degli statunitensi che mancavano di concrete alternative operative (eccettuata una generica proposta di Marshall di spostare le truppe alleate quando il fronte africano si fosse chiuso), si erano portati dietro i piani particolareggiati per l'invasione della Sicilia (nome in codice "Husky") o della Sardegna ("Brimstone"): la discussione si basò dunque su questi argomenti.[13]. Il generale Marshall non poté non riconoscere che un attacco in Sicilia - assai meglio che in Sardegna - avrebbe comportato due evidenti vantaggi: impegnare a fondo per la difesa dell'isola le numerose forze dell'Asse e, conquistandola, rendere più navigabile il Mediterraneo velocizzando le comunicazioni navali tra il Pacifico e l'Atlantico. Il 22 gennaio 1943, nella riunione conclusiva, si decise che a partire dal mese di giugno era autorizzata l'invasione anfibia della Sicilia; le forze alleate furono riunite sotto il comando unificato del generale Dwight D. Eisenhower (e del suo stato maggiore Walter Bedell Smith), che prese la guida dell'Allied Forces Headquarters - Mediterranean. Eisenhower godeva della massima stima di Marshall e si era messo bene in luce durante l'operazione Torch per le sue abilità politiche e il tatto diplomatico, qualità che furono ritenute ottime per un comandante supremo di forze multinazionali. L'apparato militare sotto il generale americano, invece, fu spartito tra ufficiali inglesi: l'esercito fu assegnato al generale Harold Alexander, la marina all'ammiraglio Andrew Cunningham, l'aeronautica all'Air Marshal sir Arthur Tedder. Questa organizzazione fu accolta con grande soddisfazione dal generale Brooke, che annotò sul suo diario: «avevamo spinto Eisenhower nella stratosfera e nella rarefatta atmosfera di un comandante supremo», condizione che egli riteneva avrebbe garantito enormi libertà ai britannici[14].

Durante la conferenza furono discussi temi anche prettamente politici, soprattutto per lenire la diffidenza di Stalin nei confronti degli Alleati. Il leader sovietico fu rassicurato dalla dichiarazione che la guerra sarebbe finita solo con la «resa incondizionata» della Germania nazista e dell'Italia fascista, scongiurando il timore di Stalin di un'"alleanza capitalistica" tra Germania e paesi occidentali in funzione antisovietica[15]. La decisione circa la resa incondizionata dell'Italia fu dettata soprattutto dalla volontà politica del gabinetto di guerra britannico, che preferiva impegnare la Germania in Italia, paese tra i più deboli all'interno dell'Asse. Churchill, infatti, prospettava la caduta del fascismo, di Benito Mussolini e un riposizionamento della monarchia sabauda, tanto che aveva condiviso con Roosevelt l'idea di escludere l'Italia dalla richiesta di resa incondizionata; il gabinetto di guerra e il capo dell'opposizione, Clement Attlee, diedero in ultimo il loro netto rifiuto[16]. Le delegazioni lasciarono Casablanca sull'onda di notizie incoraggianti: l'8ª Armata era entrata a Tripoli, a Stalingrado la 6ª Armata tedesca erano ormai prossima alla distruzione, l'Armata Rossa dilagava in Ucraina orientale. Il generale Marshall rimase tuttavia deluso dai risultati della conferenza, convinto della secondaria importanza di un fronte in Italia a dispetto di quello principale che si sarebbe dovuto aprire in Francia. Non della stessa opinione fu il ministro degli esteri italiano, Galeazzo Ciano, il quale scrisse sul suo diario: «Giunge notizia della conferenza di Casablanca. Troppo presto per dare un giudizio, ma sembra una cosa seria, molto seria. Non approvo né condivido le facili ironie della nostra stampa»[17].

Anche in seno agli alti comandi dell'Asse ci si interrogava sul luogo in cui sarebbe stato attuato il prevedibile sbarco. In linea generale gli italiani - Mussolini per primo - pensavano che lo sbarco sarebbe stato effettuato in Sicilia, come dello stesso parere erano il generale Vittorio Ambrosio, succeduto a Ugo Cavallero come capo di stato maggiore italiano, e il generale Alfredo Guzzoni, comandante delle forze in Sicilia. I tedeschi erano invece più propensi a un'invasione della Sardegna o della Corsica, una posizione che impedì un maggiore afflusso di truppe tedesche in Sicilia; peraltro erano al corrente che le difese sull'isola erano assai modeste e ritenevano impossibile mantenerne il controllo se attaccata in forze, senza contare il concreto rischio che le forze dislocatevi potessero essere tagliate fuori. Hitler, inoltre, già cominciava a diffidare dell'alleato e preferì disporre le sue divisioni in modo che fossero pronte a intervenire o per contrastare manovre alleate o per rispondere energicamente a un'eventuale defezione italiana[18].

Pianificazione[modifica | modifica wikitesto]

I comandanti alleati di Husky: nella fila in basso (da sinistra) Eisenhower, Tedder, Alexander e Cunningham; nella fila in alto il generale Harold Macmillan, Bedell-Smith e Philip Wigglesworth
Il piano di sbarco e la dislocazione delle forze italo-tedesche in Sicilia

Durante i primi giorni di gennaio 1943 i piani d'invasione anglo-statunitensi furono assegnati a un gruppo strategico, la HQ Force 141 del generale Charles Gairdner, insediatasi nell'Ecole Normale Bouzareah nei pressi di Algeri; al contempo il generale statunitense Mark Wayne Clark fu designato a capo della nuova 5ª Armata, con il compito di preparare l'invasione di una delle due isole del mar Tirreno, la Sardegna o la Sicilia[19]. Una volta che Roosevelt fu rientrato a Washington, la preparazione all'assalto divenne sempre più spedita; i capi dello stato maggiore congiunto confidavano in tempi rapidi e Marshall indicò a Eisenhower la fine di marzo, o al massimo la prima decade di aprile, come la data limite per gli sbarchi. Il generale ordinò ai suoi di attivarsi per uno sbarco in primavera, anche se era ben consapevole che le previsioni meteorologiche indicavano quale periodo più adatto perché illune quello compreso tra il 28 giugno e il 10 luglio 1943[20].

A metà febbraio fu deciso che gli sbarchi sarebbero stati attuati da due armate; l'8ª britannica del generale Montgomery e la neocostituita 7ª statunitense al comando del vulcanico George Smith Patton. Inizialmente l'HQ 141 prevedeva molteplici sbarchi da effettuarsi nei primi tre giorni di operazioni allo scopo di catturare i porti ritenuti fondamentali (Siracusa e Palermo) e imporre all'aviazione italo-tedesca una dispersione che avrebbe nociuto all'efficacia della sua reazione, preservando in particolare la flotta come richiesto dall'ammiraglio Cunningham. Le truppe aviotrasportate a disposizione sarebbero invece state paracadutate in Calabria, negando all'Asse l'afflusso di rinforzi attraverso lo stretto di Messina[21]. Questo abbozzo fu sottoposto a severe critiche e fu perciò ampiamente rivisto: fu deciso di concentrare gli sbarchi nel sud-est dell'isola, attorno Comiso, dove peraltro esistevano parecchi aeroporti. Il generale Alexander, che diffidava della forza combattiva degli statunitensi, decise che gli sbarchi sarebbero stati eseguiti dalla sola 8ª Armata; una sola divisione statunitense avrebbe tenuto il lato sinistro della costa seleziionata per l'attacco anfibio e i lanci aviotrasportati sarebbero avvenuti in Sicilia, al fine di costituire una diversione subito dietro le zone di sbarco[22].

Dopo una prima analisi del piano, gli stati maggiori di Londra e Washington optarono per di eseguire gli sbarchi nella penisola di Pachino e vicino Sciacca: se fossero riusciti, le truppe avrebbero potuto marciare subito su Palermo. Il 6 aprile questa variante divenne operativa, ma fu subito rigettata dal generale Montgomery, che lo reputò fin da subito «senza alcuna speranza di successo»[23]. Egli si lamentò ripetutamente con il generale Alexander, rifiutò quello che consderava un eccessivo frazionamento degli sbarchi e propose di far prendere terra all'8ª Armata tra Pachino e Avola, di modo che Siracusa e Augusta fossero rapidamente occupate, con ovvio vantaggio e semplificazione per le operazioni di rifornimento. Previde anche uno sbarco in forze degli americani a Gela, cui doveva essere demandata la difesa del fianco sinistro britannico e la conquista degli aeroporti nella zona di Comiso. Era un piano logico e chiaro, anche se minimalista: non contemplava infatti il possesso immediato dello strategico stretto di Messina, preferendo invece sicuri sbarchi a terra, la costituzione di teste di ponte dove ammassare una grande quantità di uomini e mezzi e quindi una metodica penetrazione nell'entroterra. Montgomery non contemplò la possibilità di "sorprendere" il nemico, sacrificando qualunque "azzardo" a favore di un progetto vincente con "rischi calcolati"[24].

Decine di carri M4 Sherman attendono di salire sugli LST nel porto di La Pecherie in Tunisia, due giorni prima del D-Day

Il piano definitivo per Husky fu in sostanza quello insistentemente voluto dal maresciallo britannico. Coinvolgeva sette divisioni (quattro britanniche e tre statunitensi) che sarebbero sbarcate nella Sicilia sudorientale, in ventisei punti lungo 150 chilometri di costa. Le truppe sarebbero state precedute da aliquote di due divisioni aviotrasportate, un'innovazione che costrinse gli Alleati ad attaccare durante il secondo quarto di luna di luglio, quando il chiarore sarebbe stato sufficiente per permettere ai paracadutisti di vedere, senza compromettere la sicurezza della flotta lungo la rotta d'avvicinamento finale. Nel complesso furono schierate tredici divisioni[25]. Il 2 maggio, ad Algeri, si svolse la riunione definitiva che fissò al 10 luglio la data dell'operaizone. Il generale Alexander comunicò a Montgomery che «il suo piano è stato approvato dal comandante in capo», e il generale britannico fu messo a capo della East Task Force (ETF) formata in tutto da sei divisioni, mentre Patton al comando della West Task Force (WTF), formata in tutto da cinque divisioni[26]. Nel contempo si diede la massima accelerazione allo sforzo organizzativo, congiunto a una imponente azione di depistaggio sulle reali intenzioni degli Alleati, denominata operazione Mincemeat[27]. Lo stesso giorno a Roma, durante un vertice militare, il generale Mario Roatta spiegò che lo sbarco previsto dagli Alleati si poteva ostacolare, ma non impedire; l'ammiraglio Arturo Riccardi, capo di stato maggiore della Regia Marina, escluse in partenza qualsiasi azione delle sue forze da battaglia.[28].

Nel frattempo migliaia di imbarcazioni alleate si stavano riunendo da un capo all'altro del Mediterraneo, «la flotta più gigantesca di tutta la storia mondiale» osservò l'ammiraglio statunitense Henry Hewitt. Suddivisa in due task force, la Easter Naval Task Force formata soprattutto da navi della Mediterranean Fleet, fu posta sotto il comando dell'ammiraglio britannico Bertram Ramsay e distribuita nei porti di Libia ed Egitto, mentre la Western Naval Task Force formata soprattutto da navi provenienti dalla United States Eighth Fleet, fu messa sotto il comando dall'ammiraglio Hewitt e basata in sei porti algerini e tunisini. Infine, una divisione canadese sarebbe giunta direttamente dal Regno Unito. La 7ª Armata contava circa 80.000 uomini, più o meno altrettanti ne aveva l'8ª Armata e altri sarebbero sbarcati successivamente di rinforzo a entrambe[29]. Tutte le unità dovevano riunirsi il 9 luglio in mare, al largo di Malta; per nascondere agli italo-tedeschi l'assembramento di quasi 3.000 navi si contava sull'effetto sorpresa, sulle operazioni di depistaggio come "Mincemeat", su severe restrizioni imposte dalla censura alle lettere che gli uomini scrivevano alle famiglie[30]. Un importante vantaggio strategico derivò in particolare dalla supremazia aerea alleata, che rese in pratica impossibili efficaci ricognizioni, incursioni o interdizioni alla Luftwaffe e alla Regia Aeronautica. A tale scopo, a partire dal 2 luglio i campi di aviazione in Sicilia furono sottoposti ad attacchi così massicci e continui che, il 10, solo poche piste sussidiarie erano utilizzabili e gli apparecchi superstiti erano stati per lo più ritirati sulla terraferma o in Sardegna[31].

Mincemeat e Ultra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Mincemeat.
La carta d'identità del fantomatico maggiore William Martin

Tra i preparativi per la complessa invasione anfibia vi fu anche l'operazione Mincemeat, un minuzioso depistaggio. Una flotta anglo-americana di navi da guerra e da trasporto salpò dalla Gran Bretagna verso la Norvegia, per indurre i tedeschi a credere che lì sarebbe stato aperto il secondo fronte. Nel Mediterraneo altre navi britanniche - quattro corazzate, sei incrociatori e diciotto cacciatorpediniere - si diressero verso la Grecia, per poi invertire la rotta nella notte e puntare su Malta. Inframmezzate a queste finte erano le azioni propedeutiche allo sbarco in Sicilia, come il lancio di otto milioni di volantini ai primi di luglio; alcuni contenevano il messaggio «La Germania combatterà fino all'ultimo italiano» e altri mostravano le città d'Italia che potevano essere raggiunte dai bombardieri alleati basati in Nordafrica, con la scritta «Ringraziate Mussolini»[32]. I britannici si inventarono un'armata in realtà inesistente, la 12ª di stanza in Egitto, incaricata di invadere la Grecia in estate: iniziò dunque la costruzione intensiva, con legno e cartone, di centinaia di mezzi da sbarco, camion e pezzi d'artiglieria; tale zelo fu però povero di risultati, giacché le ricognizioni italo-tedesche sull'Egitto furono rare. Sempre nell'ottica di disorientare l'Asse, fu sapientemente diffusa la notizia che, alle operazioni della 12ª Armata, sarebbero stati affiancati gli sbarchi dell'8ª Armata sulle coste meridionali della Francia e della 7ª Armata in Sardegna e Corsica[33]. Infine fu escogitato un diversivo originale: un sommergibile rilasciò davanti le coste spagnole un cadavere sfregiato, con al polso una valigetta piena di documenti riguardanti il fasullo sbarco in Grecia; il corpo fu ripescato dinanzi la città di Huelva e identificato (grazie alle carte che aveva indosso) come il maggiore britannico William Martin, componente dello stato maggiore di Lord Louis Mountbatten. Le autorità spagnole passarono subito all'Abwehr il materiale e gli agenti tedeschi caddero nel tranello, sì che furono diramati avvertimenti ai comandi della Wehrmacht nel Mediterraneo contro possibili incursioni nemiche in Sardegna e nel Peloponneso. Al contempo, lo spionaggio britannico si dedicò a un'attenta raccolta di dati approntando a Il Cairo uno speciale ufficio dove convogliare tutta la posta spedita dall'Italia ai soldati prigionieri. Le lettere erano state sottoposte alla censura, ma gli analisti dell'Intelligence Service vi reperirono ugualmente numerose utili notizie: riuscirono a dedurre riferimenti alla dislocazione delle compagnie e di reggimenti, agli spostamenti interni delle truppe, al morale della popolazione abbattuto dai distruttuvi bombardamenti, ai provvedimenti del regime e ai razionamenti dei viveri[34]; in Italia mancavano praticamente tutti i generi di prima necessità, l'industria bellica era stata inceppata da continui scioperi, le linee di comunicazione erano in gran parte distrutte e persino l'illuminazione nelle case private aveva iniziato a venire meno.[35]

Grazie a Ultra e alle squadre di agenti segreti ad Algeri e Malta, il generale Eisenhower era molto ben informato sulle forze del nemico e sulla loro dislocazione[36]. Al momento dell'approvazione del piano di Montgomery, il comandante supremo conosceva inoltre lo stato della Regia Marina, l'unica forza navale dell'Asse di una certa consistenza: difettava di radar efficienti, versava in una crisi di combustibili e non era riuscita a ultimare l'unica portaerei in cantiere, l'Aquila. La Regia Aeronautica, dissanguata dalla perdita di circa 2000 velivoli negli ultimi dieci mesi di guerra, non avrebbe rappresentato un grave ostacolo e non poteva neppure eseguire esplorazioni a lungo raggio sugli ancoraggi della flotta in Africa.[37].

Il ruolo dei servizi segreti[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene un attacco all'Italia fosse stato deciso dagli anglo-americani a Casablanca nel gennaio 1943 e pianificato dallo stato maggiore del generale Eisenhower, un "piano Sicilia", (Italy (Sicily) Project) era già stato sottoposto il 9 settembre 1942 al generale William Jospeh Donovan, capo dell'OSS. Il documento firmato da Earl Brennan, futuro direttore dell'OSS in Italia, riguardava il reclutamento e l'impiego di sei agenti di origine siciliana che avrebbero dovuto fornire informazioni di nascosto mediante l'utilizzo di due radio ricetrasmittenti a onde corte. La trattativa fu portata avanti dallo stesso Donovan e da alcuni esponenti di cosa nostra: in particolare, egli contattò il responsabile dell'OSS in Europa Allen Welsh Dulles (in Svizzera) e collaborò con il direttore n Italia l'OSS Angleton e il vice direttore, Earl Brennan. Il diretto dipendente di Brennan era l'italoamericano Max Corvo, di famiglia antifascista e di origini siciliane, noto come "Max", il quale aveva nome in codice "Marat", numero di matricola 45.

Max Corvo aveva presentato un proprio piano strategico per l'invasione della Sicilia e fu incaricato da Earl Brennan di organizzare i propri uomini formando un'unità militare[38] chiamata "Gruppo Earl", ma nota fra le forze armate americane come the mafia circle (il circolo della mafia)[39], come esplicitamente dice un rapporto dell'OSS del 1945 (rapporto 06500/2-245)[40], inframmezzandolo, per non dare nell'occhio, con la partecipazione di elementi insospettabili d'ispirazione socialista. Su indicazione di Allen Dulles, stabilì ulteriori contatti con Victor Anfuso, un avvocato di New York, e Vincent Scamporino, avvocato di Middletown. Max Corvo disse che altri mafiosi come Lucky Luciano, Vito Genovese, Albert Anastasia e altre persone delle organizzazioni criminali italoamericane inserite nell'operazione Underworld, un giovane raccomandato dallo stesso Luciano, Michele Sindona, e anche un certo Licio Gelli, non furono mai reclutate. Vito Genovese era presente fra il personale dell'AMCOT, ufficialmente come interprete di Charles Poletti, Albert Anastasia, era entrato nell'Esercito degli Stati Uniti e fu collaboratore del colonnello Charles Poletti, capo degli Affari Civili della VII armata americana, responsabile della Sicilia.

Max Corvo e la sua squadra vennero sbarcati in Nord Africa a maggio 1943. Poi, tre giorni dopo l'attacco, l'unità prese terra a Falconara, vicino a Gela, e si stabilì nel castello della cittadina. A Melilli, Corvo incontrò padre Fiorilla, parroco di San Sebastiano e parente di uno dei suoi uomini e poi andò ad Augusta, sua città natale, per reclutare collaboratori locali. Intanto gli agenti dell'OSS di Corvo e Vincent Scamporino occuparono le isole più piccole intorno alla Sicilia, fra cui Favignana, e liberarono dalla prigione numerosi boss della mafia[40], che furono arruolati nel nascente servizio dell'OSS in Italia, Servizio informazioni militare, circa 850 "uomini d'onore" raccomandati dai capi mafiosi siciliani, che dopo l'occupazione assunsero cariche pubbliche nell'amministrazione militare del colonnello Charles Poletti: in provincia di Palermo ci furono 62 sindaci mafiosi.

Operazioni preliminari[modifica | modifica wikitesto]

La campagna aerea[modifica | modifica wikitesto]

I devastanti effetti dei bombardamenti aerei su un campo di aviazione italiano

Verso la metà del giugno 1943 il Mediterranean Air Command (MAC)[N 2] cominciò ad attaccare senza soluzioni di continuità le principali vie di comunicazione, i porti e gli aeroporti dell'Italia meridionale e insulare, talvolta mantenendo un obiettivo sotto bombardamento per ventiquattr'ore consecutive. In Algeria, Tunisia, Libia, Egitto e Malta affluirono oltre mille nuovi velivoli anglo-statunitensi di rinforzo a quelli già presenti e il Bomber Command del maresciallo Arthur Travers Harris dislocò a Hosc Raui in Libia il 462° Squadrone australiano di bombardieri quadrimotori Handley Page Halifax; a Malta furono inoltre costruiti nuovi aeroporti, base per 600 velivoli militari e da trasporto nonché per i moderni Supermarine Spitfire, muniti di razzi ad alto esplosivo da 25 e 60 libbre, molto efficaci negli attacchi in picchiata su piccole navi e ferrovie[41].

Nonostante lo spiegamento imponente di flotte aeree e i duri colpi sopportati dalla rete di comunicazioni e dalle industrie italiane, il traffico navale dalla Calabria per la Sicilia registrava ancora, nell'estate 1943, una capacità teorica giornaliera di trasporto pari a circa 40.000 uomini completi di equipaggiamento bellico, o di 7.500 uomini e 750 automezzi. La paralisi dei collegamenti con la Calabria fu uno dei maggiori assilli di Eisenhower e lo stretto di Messina divenne l'obiettivo primario della Northwest African Air Forces del generale Spaatz, con precedenza assoluta sugli aeroporti sardi e siciliani[41]. Il 6 giugno intense incursioni colpirono pesantemente tutti i centri prospicienti lo stretto, infliggendo gravi distruzioni soprattutto a Reggio Calabria; il giorno dopo Messina fu martellata per tutto il giorno; il 12 e il 13 giugno i Consolidated B-24 Liberator della 9th United States Air Force colpirono entrambe le sponde dello Stretto e il 18 una forza di 76 Boeing B-17 Flying Fortress devastò Messina, senza riuscire a danneggiare seriamente gli scali dei traghetti[42]. Il 19 e il 20 i B-24 si accanirono nuovamente su Reggio Calabria e bombardarono anche Villa San Giovanni, scardinando le rotaie sulle quali viaggiavano i treni carichi di rinforzi, armi e munizioni per la Sicilia: i genieri italo-tedeschi, tuttavia, li ripristinarono in brevissimo tempo. Il 21 perciò l'attacco fu ripetuto su Villa, Reggio Calabria e Messina dai velivoli del Middle East Air Command, quindi il 25 giugno Messina fu ancora obiettivo di 130 B-17 appartenenti al 2°, 97°, 99° e 301° Gruppo, che sganciarono 272 tonnellate di bombe sia nella zona del porto, sia nella zona residenziale; le notti del 26, 28, 29 e 30 giugno i Vickers Wellington colpirono ancora Messina, Reggio e Villa San Giovanni. In quel periodo nacque tra gli aviatori alleati la cruda espressione Messina in a mess, "Messina nei guai"[42].

Anche le città costiere della Sicilia furono bombardate. Siracusa fu colpita duramente dai Wellington il 18 giugno e dai cacciabombardieri il 20, mentre Catania ebbe una sessantina di morti il 9 e altre vittime il 12 e il 13 giugno. Il 20 giugno il governo italiano diede tre settimane agli abitanti delle città costiere siciliane e di Napoli per sfollare, dato che le coste meridionali, compresa quella adriatica, erano state dichiarate zone di guerra[43]. Sulla punta nord-occidentale della Sicilia furono bersagliati gli aeroporti di Borizzo e Milo in provincia di Trapani e di Boccadifalco in provincia di Palermo; la città stessa fu bombardata il 12 e il 15, nella notte del 27 e infine il 30 dai B-17. Nell'ultima decade del mese i Wellington della Strategical Air Force della NAAF si concentrarono sulle linee di comunicazione costiere a sud di Napoli, Salerno e Battipaglia, quest'ultima colpita il 21 dai bimotori North American B-25 Mitchell: si ebbero 55 morti tra la popolazione e nessun ordigno centrò i bersagli. Il 30 l'attacco su Battipaglia si ripeté e questa volta furono distrutti binari, vagoni e tonnellate di materiale bellico[44].

Distruzioni a Palermo in una fotografia di Horst Grund, luglio 1943

Il controllo dei cieli italiani da parte degli Alleati era pressoché totale e, mentre i preparativi per Husky volgevano al termine, l'aviazione intraprese lo sforzo finale di preparazione: tra il 1° e il 9 luglio furono lanciate circa 10.000 sortite, aumentate a 25.000 entro la fine del mese ed estese a tutta la penisola centro-meridionale. L'importante base aerea di Gerbini fu rasa al suolo tra il 3 e il 9 luglio da ripetuti bombardamenti per complessive 1.379 tonnellate, che resero inservibili sette delle dodici piste del complesso; stessa sorte toccò ai complessi di Comiso, Boccadifalco e Castelvetrano, mentre la base aerea di Sciacca e Milo ebbero danni relativamente minori[45]. I bombardamenti sulle città italiane cessarono momentaneamente il 10 e l'11 luglio, poiché il grosso delle squadriglie fu impegnata nel supporto agli sbarchi e alle prime avanzate delle truppe. Il 12 ripresero i pesanti attacchi sulle città dello stretto e anche su Catanzaro e Catania. Al contempo il maresciallo Harris, su richiesta del Mediterranean Allied Air Force troppo coinvolto nell'appoggio tattico alle divisioni anglo-americane, pianificò una campagna di bombardamenti dei centri ferroviari dell'Italia settentrionale allo scopo di impedire l'afflusso di rinforzi verso sud[46].

L'occupazione delle Pelagie[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Corkscrew.
Gli effetti del bombardamento alleato sulle strutture portuali di Pantelleria

L'operazione Husky fu preceduta, l'11 giugno 1943, con la presa dell'isola di Pantelleria, primo lembo di terra italiana a cadere in mano alleata, a cui fece seguito la conquista delle tre isole Pelagie. Il 13 si verificò poi la presa di Lampedusa, contemporanea all'occupazione dell'Isola di Linosa; infine, il 14 giugno cadde l'Isola Lampione. In tre settimane di attacchi aerei, i bombardieri anglo-statunitensi rovesciarono sulla sola Pantelleria - lunga 12 chilometri e larga 7 - quasi 6.000 tonnellate di esplosivi. In certe aree fu possibile stimare che caddero all'incirca 293 bombe per chilometro quadrato. Quando le navi da guerra anglo-statunitensi si presentarono davanti all'isola per supportare lo sbarco, furono accolte dal completo silenzio delle batterie italiane: l'ammiraglio Gino Pavesi, comandante militare dell'isola, aveva infatti già ottenuto da Mussolini il permesso di arrendersi e dunque gli 11.399 soldati della guarnigione caddero prigionieri senza nemmeno sparare un colpo[47]. Un simile evento indusse Mussolini a pronunciare, il 24 giugno, il galvanizzante e famoso discorso in cui dichiarò: «Bisognerà che non appena il nemico tenterà di sbarcare, sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del "bagniasciuga", [...] di modo che si possa dire che essi hanno occupato un lembo della nostra patria, ma l'hanno occupato rimanendo per sempre in posizione orizzontale, non verticale!»[48].

Al contrario, la facilità dell'operazione generò nei vertici alleati illusioni riguardo l'efficacia dei bombardamenti, instillando soprattutto nei vertici dell'aeronautica il convincimento che le future battaglie si sarebbero potute vincere con il solo uso dell'aviazione. Fu il maresciallo Tedder a spegnere facili entusiasmi: «Vedo che Pantelleria sta diventando una vera e propria sciagura per noi». La repentina resa preoccupò non poco Hitler, che da quel momento si convinse che la Sicilia sarebbe stato il vero obiettivo degli Alleati e che sugli italiani non si potesse contare. A metà giugno inviò come ufficiale di collegamento con la 6ª Armata italiana in Sicilia il generale Frido von Senger und Etterlin. Il 25 giugno von Senger si incontrò a Roma per un primo colloquio con il feldmaresciallo Albert Kesselring (Oberbefehlshaber Süd) e il giorno seguente si recarono a Enna, sede del quartier generale della 6ª Armata, per incontrarvi il comandante generale Alfredo Guzzoni, il quale si dimostrò molto pessimista e convinto che solo le truppe tedesche avrebbero consentito una seria resistenza[49]. Guzzoni auspicò che le truppe tedesche fossero posizionate sulla costa sudorientale, ricevendo l'ennesimo rifiuto di Kesselring, che era dell'opinione che forze meglio equipaggiate del distaccamento tedesco dovessero presidiare la parte occidentale dell'isola, lasciando le unità in fase di ricostituzione dalla campagna del Nordafrica nel delicato settore fra Caltagirone e Vizzini[50].

Le forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Gli Alleati e i loro obiettivi[modifica | modifica wikitesto]

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Il generale Patton, comandante della 7ª Armata statunitense Il generale Montgomery, comandante dell'8ª Armata britannica

Gli Alleati riuscirono ad assemblare per l'invasione una imponente flotta combinata sotto il comando dell'ammiraglio Cunningham, costituita da 2.590 navi da trasporto di tutti i tipi (1.614 britanniche, 945 statunitensi, dieci olandesi, nove polacche, sette greche, quattro norvegesi e una belga), 1.800 mezzi da sbarco circa e 280 navi da guerra che avrebbero trasportato, rifornito e protetto le due armate alleate[51]. La Royal Navy schierò sei navi da battaglia: la HMS Nelson, la HMS Rodney, la HMS Warspite e la HMS Valiant avrebbero appoggiato lo sbarco, mentre le altre due (HMS Howe, HMS King George V) sarebbero rimaste di riserva qualora la squadra italiana fosse uscita in mare. Eventualità giudicata molto remota, tant'è vero che a presidiare lo stretto per garantirsi da una possibile incursione erano stato posizionati soltanto sei sommergibili britannici e due polacchi; altri sette furono posizionati vicino alla costa meridionale della Sicilia[52]. I britannici potevano contare inoltre su due portaerei (HMS Formidable, HMS Indomitable), nove incrociatori (HMS Orion, HMS Newfoundland, HMS Mauritius, HMS Uganda, HMS Aurora, HMS Penelope, HMS Euryalus, HMS Cleopatra, HMS Sirius, HMS Dido) e ventisette cacciatorpediniere. Le forze di appoggio diretto contavano due monitori, l'incrociatore HMS Delhi, otto cacciatorpediniere, quattro cannoniere, cinque mezzi da sbarco trasformati in batterie galleggianti e sei mezzi da sbarco con lanciarazzi. La United States Navy contribuì con cinque incrociatori leggeri (USS Boise, USS Savannah, USS Philadelphia, USS Brooklyn, USS Birmingham) e 25 cacciatorpediniere. Tra questi figuravano anche unità appartenenti a paesi occupati: il polacco ORP Krakowiak e il greco Adrias, che insieme al cacciatorpediniere britannico HMS Quantock affrontarono, nella notte del 20 luglio, tre S-Boot tedesche, affondandone due.

La flotta godeva del potente supporto della MAAF del maresciallo Tedder, forte di circa 4.900 velivoli di cui 3.200 bombardieri, cacciabombardieri e caccia di prima linea, appartenenti a 146 squadroni statunitensi e 113 britannici[53], a cui si aggiungevano 226 Douglas C-47 Dakota/Skytrain statunitensi e 134 tra Handley Page Halifax e bimotori Armstrong Whitworth AW.41 Albemarle, apparecchi destinati a portare in battaglia i paracadutisti[52]. L'Asse poteva schierare circa 800 velivoli tedeschi e 700 italiani[53].

Il corpo di spedizione alleato schierava circa 160.000 uomini ed era articolato sulla 7ª Armata statunitense del generale Patton e sull'8ª Armata di Montgomery, inquadrate nel 15° Gruppo d'armate sotto il comando del generale Alexander. Le due armate, secondo i piani operativi, dopo aver rastrellato le loro zone di sbarco, avrebbero dovuto stringere in una morsa le forze nemiche impedendone l'attraversamento dello Stretto. I piani di Husky prevedevano quindi lo sbarco di 67 battaglioni di fanteria, con circa 800 uomini ciascuno, distribuiti in 26 punti del litorale siciliano per una lunghezza di 170 chilometri[54]. La forza di Montgomery (ETF) era costituita dalla 50th (Northumbrian) Infantry Division del generale Sidney Kirkman (composta da minatori e operai dello Yorkshire, del Durham, del Northumberland) e dalla 5th Infantry Division del generale Horatio Berney Ficklin: le due unità costituivano il XIII Corpo d'armata (generale Miles Dempsey). La 51st (Highland) Infantry Division del generale Douglas Neil Wimberley, la 231ª Brigata del generale Robert Urquhart e la 1st Canadian Infantry Division del generale Guy Simonds, formavano il XXX Corpo d'armata agli ordini del generale sir Oliver Leese, incaricato di occupare la penisola di Pachino. Lo sbarco di queste divisioni sarebbe stato anticipato dal lancio della 1ª Brigata della 1ª Divisione aviotrasportata al comando del maggiore generale George Hopkinson (i celebri "diavoli rossi") pronta a Qayrawan e in altri aeroporti tunisini, nonché dall'infiltrazione di tre squadroni commando. Infine, negli acquartieramenti di Tripoli e Tunisi si trovava il X Corpo d'armata composto dalla 46th e 78ª Infantry Division, il cui impiego era previsto nella seconda fase dell'invasione[55]. L'8ª Armata di Montgomery doveva approdare su un tratto di costa che andava da Capo Passero, all'estremità sud-orientale dell'isola, al golfo di Noto, vicino Siracusa. La 51ª Divisione sarebbe sbarcata nei pressi di Punta delle Formiche a Capo Passero, protetta alla sua sinistra dalla 1ª Divisione canadese e coadiuvata a destra dalla 231ª Brigata di fanteria; le due divisioni avrebbero quindi diretto verso Pachino e il suo campo di aviazione, mentre la 231ª Brigata si sarebbe diretta a nord verso Noto. Nei pressi di Avola avrebbe preso terra la 50ª Divisione britannica, mentre la 5ª Divisione e il 3° Gruppo commando avrebbero attaccato Cassibile per poi dirigersi su Siracusa. Alla periferia del grande porto dovevano atterrare nella notte del 10 luglio gli uomini della 1ª Divisione aviotrasportata[56].

Il nerbo della WTF del generale Patton, ossia il II Corpo d'armata del generale Omar Bradley, era composto da due divisioni: la 1st Infantry Division (Big Red One), veterana della campagna tunisina e sotto il comando del generale Terry de la Mesa Allen, Sr., e la 45th Infantry Division del generale Troy Middleton, al battesimo del fuoco. La seconda forza d'attacco era costituita dalla 3rd Infantry Division del generale Lucian Truscott, mentre la 2nd Armored Division del generale Hugh Gaffey aveva funzione di riserva sulle navi d'appoggio[57]. Gli obiettivi della 7ª Armata erano stati così suddivisi: la flotta statunitense, che nei dintorni di Malta si era divisa in tre tronconi, doveva sbarcare tre divisioni nel golfo di Gela, una mezzaluna lunga circa 60 chilometri. La 3ª Divisione avrebbe preso terra all'estremità più occidentale nei pressi di Licata, la 45ª Divisione sarebbe sbarcata lungo la costa tra Scoglitti e Gela, la 1ª Divisione avrebbe preso terra direttamente in città, al centro della mezzaluna. Anche in questo caso, le forze da sbarco sarebbero state precedute dagli uomini dell'82nd Airborne Division del generale Matthew Ridgway che, decollando dai campi di Kairouan, si sarebbero lanciati nei dintorni di Niscemi e Ponte Olivo, con l'obiettivo di neutralizzarne l'aeroporto[58]

L'Asse e i piani difensivi[modifica | modifica wikitesto]

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Il generale Guzzoni, comandante della 6ª Armata Il generale Hans-Valentin Hube, comandante del XIV Corpo corazzato

La Sicilia era sotto la responsabilità del generale d'armata Alfredo Guzzoni, comandante in capo della 6ª Armata, formata da due corpi d'armata; il XII del generale Mario Arisio (sostituito il 12 luglio da Francesco Zingales) aveva la giurisdizione sulla Sicilia occidentale (il territorio era diviso da una linea immaginaria che spaccava a metà l'isola, e andava da est di Cefalù a est di Licata), comprendeva la divisione "Aosta" del generale Giacomo Romano, la "Assietta" del generale Eriberto Papini, tre divisioni costiere - la 208ª (Giovanni Morciani), la 202ª (Gino Ficalbi) e la 207ª (Ottorino Schreiber) - più il 136° Reggimento costiero autonomo. Il XVI corpo d'armata del generale Carlo Rossi che aveva giurisdizione sulla Sicilia orientale, era formato dalla divisione "Napoli" del generale Giulio Cesare Gotti Porcinari, dalla "Livorno" del generale Domenico Chirieleison, da due divisioni costiere - la 206ª (Achille d'Havet) e la 213ª (Carlo Gotti) - più due brigate costiere[59].

Numericamente le divisioni costiere contavano circa 10.000 uomini, mentre quelle di fanteria circa 14.000, ma il problema più grave era la scarsa dotazione di artiglieria. In totale, la 6ª Armata contava circa 200.000 effettivi ai quali si aggiungevano 28.000 tedeschi. Di contorno alle divisioni erano stati approntati i cosiddetti "gruppi mobili" e i "gruppi tattici" costituiti da uomini presi dalle divisioni per supplire al vuoto delle riserve, che costituivano due reggimenti bersaglieri, alcune compagnie motociclisti, due battaglioni di semoventi da 47 mm, un battaglione guastatori, un battaglione arditi e tre legioni di camicie nere. Questi gruppi avevano il compito di soccorrere le prime linee, le quali era risaputo tra i comandi, non avrebbero potuto resistere a lungo. Le truppe costiere infatti, presidiavano l'intero perimetro con una enorme dispersione di forze; trentasei uomini per chilometro[60].

L'importante schieramento di circa 200.000 uomini che Guzzoni poteva schierare in Sicilia, che in teoria avrebbe potuto opporre una efficace resistenza agli sbarchi, in realtà nella sostanza era gravemente deficitario sotto il profilo dell'efficienza di uomini e mezzi. La dotazione di artiglieria era molto esigua, e poteva contare su 24 semoventi da 90/53 del 10° raggruppamento al comando del colonnello Ugo Bedogni, 120 cannoni di medio calibro, 48 di piccolo calibro e un battaglione di semoventi da 47 mm. Le truppe costiere che per prime avrebbero dovuto opporre resistenza agli sbarchi, soffrivano di una penuria allarmante di uomini, tanto che a fronteggiare l'8ª Armata di Montgomery, nella zona tra Porto Ulisse e Cassibile lunga circa 132 chilometri, ci sarà la sola 206ª Divisione costiera con i suoi 8 battaglioni, dotati di appena 215 fucili mitragliatori, 474 mitragliatrici, 34 mortai da 81 mm, 56 cannoni (uno ogni 7 chilometri), 15000 mine e due linee di filo spinato[61].

Tre delle quattro divisioni italiane schierate in Sicilia, "Aosta" schierata su Trapani, "Assietta" su Marsala e la "Napoli" orientata verso la pianura di Catania, non possedevano un adeguato parco mezzi che gli consentisse di manovrare efficacemente. Fin dal principio lo stesso Guzzoni immaginava che le forze Alleate avrebbero facilmente travolto le forze italiane, le quali non sarebbero potute andare al di là di opporre un temporaneo contenimento. Unica eccezione era rappresentata dalla divisione "Livorno", la quale essendo stata destinata all'abortita invasione di Malta, aveva effettuato una preparazione notevole ed era stata munita di un adeguato armamento e di un autoparco sufficiente. Complessivamente le forze italiane versavano in pessime condizioni, ed esclusa la "Livorno", il livello dell'addestramento era scarso e la penuria di mezzi rendeva incolmabile il confronto con gli anglo-statunitensi. Ma l'handicap più importante era probabilmente il fatto che le divisioni "Assietta" e "Aosta" erano composte in gran parte da siciliani, pochissimo convinti di dover ancora combattere per un regime cui attribuivano le immani sofferenze della propria gente[62].

A creare ancor più difficoltà c'era il fatto che i comandi e l'assegnazione dei pochi cannoni erano divisi fra milizia, marina e fanteria, e dal fatto che da Guzzoni dipendeva nominalmente sia l'ammiraglio Pietro Barone, capo della marina in Sicilia e comandante della piazza militare marittima di Messina-Reggio Calabria, sia il generale Ezio Monti, responsabile della poca aviazione a disposizione e dei dodici aeroporti, sia il generale Friedrich-Wilhelm Müller a capo delle forze tedesche (la 15ª Divisione Panzergrenadier del generale Eberhard Rodt e la divisione corazzata Hermann Göring del generale Paul Conrath). Nelle ore convulse dell'invasione mancò il coordinamento e l'effettiva collaborazione tra i comandi italo-tedeschi[63]. Dal 26 giugno il contingente tedesco, composto anche da circa 30.000 uomini della Luftwaffe, della sussistenza e dell'amministrazione, rispondeva a un generale direttamente inviato da Hitler, Frido von Senger und Etterlin, con il ruolo di ufficiale di collegamento con il comando della 6ª Armata[64]. Dopo lo sbarco alleato giunsero in Sicilia alcuni rinforzi tedeschi; il 12 luglio arrivò il 3° Reggimento della 1. Fallschirmjäger-Division e il 18 luglio la 29. Panzergrenadier-Division. Per dirigere tutte le forze tedesche il 16 luglio venne trasferito in Sicilia il comandante in capo del XIV corpo corazzato (Panzerkorps), General der Panzertruppen Hans-Valentin Hube che da quel momento diresse tutte le operazioni dell'Asse sull'isola, relegando von Senger ad un ruolo puramente rappresentativo[65].

Neppure la Regia Marina era in grado di opporre resistenza agli Alleati. L'arma navale aveva oramai esaurito ogni energia; i tentativi di Mussolini di guadagnare tempo per mobilitare l'economia, potenziare le difese del paese e convincere i tedeschi a stipulare un accordo di pace con i sovietici, erano palesemente falliti. Nel giugno 1943 ci fu un'impennata di perdite di naviglio mercantile (120.000 tsl circa), e anche se l'Asse fosse riuscita a mantenere la Sicilia, il completo annientamento della Marina mercantile italiana era ormai solo questione di tempo. Per altro la Marina militare non poté impedire la resa di Pantelleria e Lampedusa, come del resto, non fu in grado di contrastare efficacemente gli sbarchi alleati nel mese di luglio[66]. A Riccardi restavano ancora tre corazzate, tre incrociatori e otto cacciatorpediniere, senza considerare la ormai cronica mancanza di combustibile; in sostanza l'ammiraglio avrebbe potuto schierare a difesa dell'isola solo dieci motosiluranti[67]. Nonostante questo la Marina riuscì nondimeno a trasferire dalla Sicilia alla Calabria fra i 70.000 e i 100.000 uomini, 10.000 automezzi, 135 cannoni, 47 carri armati e 17.000 tonnellate di materiali, perdendo solo 17 unità minori, nonostante la incontrastata supremazia alleata del cielo e del mare[68]. La situazione dell'aviazione infatti era altrettanto critica; al 7 luglio negli aeroporti siciliani erano presenti solamente 71 caccia italiani, 179 tedeschi, la maggior parte in revisione, tre Stuka e cinque aerei da bombardamento leggero. Gli aerei tedeschi non dipendevano da Guzzoni, bensì dal feldmaresciallo Wolfram von Richthofen, responsabile del II Corpo Aereo Tedesco (Luftflotte 2). Inoltre il comandante supremo tedesco del teatro meridionale (Oberbefehlshaber Süd), Albert Kesselring, decise di salvare le poche forze aeree tedesche trasferendo gli aerei dall Sicilia al continente[69].

Gli sbarchi[modifica | modifica wikitesto]

« Tempo sfavorevole. Ma l'operazione procede »
(Messaggio dell'ammiraglio Cunningham a Londra nel pomeriggio del 9 luglio 1943[70])

Nel pomeriggio dell'8 luglio i meteorologi di Eisenhower, stanziati a Malta all'interno della Lascaris War Room, avevano constatato che una massa d'aria polare avrebbe attraversato l'Italia diretta verso la Iugoslavia, con venti forti da nord-ovest per venerdì pomeriggio, che avrebbero probabilmente creato difficoltà di navigazione alle due flotte Alleate, che si sarebbero messe in movimento durante la notte tra venerdì e il D-Day, previsto per sabato 10 luglio[71]. Venerdì verso mezzogiorno, mentre la flotta si avvicinava al punto di incontro a Malta, il vento iniziò a colpire forte la flotta creando seri problemi alla navigazione degli LCT, degli LCI e degli LST, che nel tardo pomeriggio si trovarono ad affrontare una vera e propria tempesta, con ovvi problemi soprattutto per gli uomini a bordo dei mezzi anfibi[72]. Alle 18 il mare scosso da venti a 37 nodi creava problemi anche alla navigazione dei cacciatorpediniere di scorta, ma le previsioni assicurarono che la tempesta si sarebbe presto placata. E così accadde, e poco dopo la mezzanotte il vento calò a meno di dieci nodi, permettendo ai radar della nave ammiraglia della flotta da sbarco statunitense, la nave da assalto anfibio USS Monrovia, di individuare la costa siciliana a meno di 22 chilometri di distanza, e allo stesso ad alcuni sommergibili italiani di avanzare fino a scorgere le luci del convoglio statunitense. Il pilota del sommergibile britannico HMS Seraph raccontò dopo la guerra che: «Fin dove il binocolo notturno mi permetteva di vedere, scorsi centinaia di navi avanzare ordinatamente, ciascuna nella posizione assegnata»[73]. La Monrovia, che aveva a bordo il generale Patton, il giorno 11 venne danneggiata nella sala motori da due bombe lanciate da uno Stuka che la mancarono di poco facendo saltare delle saldature, e dovette rientrare ad Algeri con un carico di prigionieri italiani[74].

Nonostante il brutto tempo, prima un sommergibile, poi un ricognitore italiano e infine il comando della Luftflotte 2, comunicarono che sei convogli si stavano dirigendo su Capo Passero e su Gela. Alle 19:30 Guzzoni ordinò lo stato di emergenza[75]. Poco più tardi dagli aeroporti tunisini decollarono i Dakota, gli Albemarle e gli Halifax che avrebbero trasportato fin sopra i punti di lancio 2075 paracadutisti britannici comandanti dal maggiore generale George Hopkinson, e 3400 statunitensi guidati dal colonnello James Maurice Gavin[76][77].

I lanci aviotrasportati[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Ladbroke.
Uomini della 1st Airlanding Brigade in Tunisia, mentre caricano una jeep su un aliante Waco

Più o meno nel momento in cui la flotta di Hewitt era nelle vicinanze di Malta, gli uomini del 505° Reggimento di Gavin salirono sui 226 Dakota che li avrebbero trasportati fino all'entroterra di Gela, per occupare i principali nodi stradali e impedire alle forze dell'Asse di attaccare i fanti della 1ª Divisione che sarebbero sbarcati, secondo i piani, alle 02:45[78]. I fanti dell'82 Divisione aviotrasportata erano inesperti, non avevano mai effettuato lanci notturni su vasta scala, e anche quelli diurni erano stati funestati dagli incidenti tanto da ridurre il numero delle esercitazioni a causa dei molti feriti. Anche i piloti degli aerei erano inesperti nel volo notturno, nonostante avrebbero dovuto vedersela con la contraerea e allo stesso tempo volare a bassa quota per consentire ai paracadutisti di lanciarsi in sicurezza, e come se non bastasse molti di loro non avevano mai effettuato operazioni di sganciamento di carichi superiori al quintale e mezzo[79]. Dalle basi di Kairouan i piloti avrebbero dovuto sorvolare Malta per poi virare a sinistra e dirigersi verso Gela, ma molti di loro a causa del forte vento e dei pochissimi riferimenti visivi persero la rotta, e solo una piccola parte della flotta fece lanciare gli uomini nei punti prestabiliti; molti piloti scambiarono Siracusa per Gela, altri persero completamente la rotta, sparpagliando gli uomini nella Sicilia sud-orientale, a volte anche a oltre cento chilometri di distanza dall'obiettivo. Alcuni addirittura si ritrovarono nel settore britannico, ma siccome nessuno aveva pensato di imporre a tutte le truppe alleate le medesime parole d'ordine, furono accolti dal fuoco alleato[80].

I resti di un Waco in Sicilia

Soltanto 425 uomini erano atterrati di dirimpetto alla 1ª Divisione, e di questi soltanto 200 occupavano la piana Lupo, una posizione importantissima per proteggere gli sbarchi, e nonostante alcune azioni ardite e di successo dei paracadutisti, il generale dell'82ª Divisione Rigway dichiarò abortita l'operazione, a causa dell'eccessiva ambizione, dello scarso addestramento e della sfortuna[81].

Nel settore britannico venne impiegata per la prima volta in modo organico la 1ª Divisione aviotrasportata di Hopkinson, i cosiddetti "diavoli rossi" che fino ad allora erano stato usati solo in operazioni di commando, con due brigate lanciate su obbiettivi terrestri in tempi diversi. L'operazione vide il lancio di circa 2000 uomini della 1st Airlanding Brigade (una brigata di fanteria da sbarco aereo trasportata su alianti) nei pressi di Siracusa nella notte tra il 9 e 10 luglio, con obbiettivo Ponte Grande, un ponte strategico, per non farlo demolire in vista dell'accesso alla città delle truppe di terra e l'occupazione del porto[82]. Anche in questo caso l'operazione fu funestata dalla sfortuna e dalla violenza dei venti che battevano la zona tra la Tunisia e la Sicilia, ma a mietere vittime fu soprattutto l'inesperienza dei piloti, sia dei Dakota che in molti casi sganciarono gli alianti in posti molto distanti dall'obiettivo, sia degli alianti stessi, che non furono in grado di affrontare i forti venti e la contraerea[83]. Dei 144 alianti agganciati a centonove Dakota e trentacinque Albemarle, molti dei quali di tipo Waco con l'aggiunta di qualche Airspeed Horsa britannici, solo cinquantacinque atterrarono sul suolo siciliano spesso con esiti drammatici, gli altri furono sganciati troppo presto dai rimorchiatori e almeno sessanta caddero in mare, altri furono abbattuti dalla contraerea, mentre di altri non si seppe mai nulla. Non furono cinquecento i soldati britannici che si avviarono a conquistare il ponte come previsto e a toglierne gli esplosivi da sotto le arcate, bensì un solo plotone. All'alba di sabato l'unità era cresciuta fino a contare ottantasette uomini, ma il plotone fu nuovamente ridotto dai mortai e dalle mitragliatrici italiane, tanto che a metà pomeriggio appena quindici uomini erano rimasti a tenere la posizione, e alle 16 di pomeriggio si arresero agli italiani e condotti a Siracusa, dove furono subito liberati da una pattuglia della 5ª Divisione britannica sbarcata nella notte[84]. Per l'alto comando l'operazione fu un successo, perché il Ponte Grande era rimasto intattto, ma fu una vittoria di Pirro; i morti furono oltre seicento, e più della metà erano annegati[85]. E mentre i paracadutisti cercavano di riorganizzarsi, alle ore 2.45 del 10 luglio, l'ora "H" prestabilita, iniziarono le operazioni di sbarco delle due armate nelle spiagge prestabilite.

Il settore britannico[modifica | modifica wikitesto]

L'arrivo dell'imponente flotta britannica sulla costa della Sicilia fu annunciato dalle bordate delle corazzate Nelson, Rodney, Warspite e Valiant, a cui seguirono i centinaia di razzi da 127 mm lanciati dagli LCT, con effetti devastanti non tanto sugli obiettivi fortificati sulla costa, ma soprattutto sul morale delle truppe italiane, che rinunciarono alla lotta ancor prima che i primi soldati britannici fossero sbarcati sulle spiagge[86]. I primi a toccare terra furono i commando, mentre la 1ª Divisione canadese sbarco sull'ala sinistra del fronte di sbarco, nella penisola di Pachino, su un fronte di dieci chilometri, mentre le tre divisioni britanniche, la 50ª, la 51ª e la 5ª, si diressero verso le spiagge a est e a nord. L'elemento caratterizzante degli sbarchi britannici fu senza dubbio la confusione e l'inesperienza degli uomini; i comandi della 50ª a largo di Avola ammisero una «certa confusione e mancanza di controllo», i mezzi da sbarco persero la rotta, molti girarono intorno alle rispettive navi appoggio molte volte prima di rendersi conto della loro posizione e procedere con le operazioni. Un elemento che contribuì a creare confusione fu il fatto che la maggior parte delle navi da trasporto gettarono l'ancora a diciannove chilometri dalla costa, contro gli undici previsti, con il risultato di confondere gli uomini e lasciarli senza collegamento radio[87]. Dopo aver preso terra, gli uomini della 50ª furono accolti da fuoco di artiglieria molto limitato che creò pochi problemi, ma provocò comunque delle vittime. Entro la mattinata la 50ª conquistò sia Noto che Avola, mentre un reggimento scozzese entrò a Cassibile al suono delle cornamuse, nonostante l'ordine di lasciarle sulle navi[88].

A Punta Castellazzo a Marzameni il XXX Corpo d'armata del generale Leese incontrò pochissima resistenza; gli "Highlander" della 51ª Divisione presero terra nei pressi di Punta delle Formiche avviandosi subito verso Pachino. Sul fianco sinistro la 1ª Divisione canadese con la protezione di una brigata dei Royal Marines prese il campo d'aviazione di Pachino difeso dal 122° Reggimento del colonnello D'Apollonio che offrì poca resistenza. Nello stesso settore la 231ª Brigata di Urquhart penetrò in profondità fino ad incontrare, nel pomeriggio, le avanguardie del XIII Corpo d'armata italiano, il quale contrastò con più energia gli invasori con l'artiglieria a disposizione fino all'intervento dei cannoni delle navi alleate e degli Spitfire.

L'8ª Armata di Montgomery si era preparata all'idea di avere fino a diecimila vittime durante la prima settimana di combattimenti in Sicilia; in realtà se ne contarono 1517, e oltre un terzo di queste si ebbero durante l'operazione aviotrasportata che precedette di qualche ora agli sbarchi[88].

Il settore statunitense[modifica | modifica wikitesto]

Truppe statunitensi sbarcano da degli LCVP messi in mare dalla nave trasporto d'attacco USS Joseph T. Dickman (APA-13) a Gela tra il 10 e il 12 luglio 1943.
L'affondamento della nave americana Liberty Robert Rowan colpita da un bombardiere tedesco durante lo sbarco a Gela l'11 luglio.

La 1ª Divisione statunitense di Lucas, rinforzata da due battaglioni ranger (forza X), si diresse a bordo dei mezzi da sbarco verso le sei cale distribuite lungo gli otto chilometri del litorale di Gela, per iniziare l'invasione. Gli italiani non furono sorpresi dall'arrivo dei soldati alleati, e appena si resero conto dell'imminente sbarco, demolirono buona parte dei trecento metri del molo di Gela e puntarono i cannoni contro gli uomini della prima ondata del 26° Reggimento di fanteria, che a circa cento metri dalla riva, furono accolti da un pesante fuoco di artiglieria[89]. Alle 03:35, cinquanta minuti in ritardo rispetto alla tabella di marcia, i primi soldati statunitensi approdarono sulle spiaggie dinanzi a Gela, diversi LCVP furono colpiti dall'artiglieria nemica, altri, a causa della confusione, scaricarono gli uomini troppo a largo, causando la morte dei soldati che sotto il peso dell'equipaggiamento, annegarono senza nemmeno aver toccato il suolo siciliano. I genieri sbarcati iniziarono subito il loro lavoro di eliminazione del filo spinato, mentre i razzi di segnalazione italiani illuminavano la spiaggia per consentire ai mitraglieri di spazzare la spiaggia. A supporto delle truppe da sbarco vi erano poco a largo le cacciatorpediniere alleate che sparavano bordate contro i proiettori nemici che cercavano di inquadrare gli invasori sulla spiaggia[89].

Giunta la luce dell'alba, i comandanti statunitensi poterono rendersi conto del totale caos che regnava sulla spiaggia; diversi LST furono colpiti dal mare mosso che spezzò le catene delle ancore e allagò i ponti su cui si trovavano i carri armati, alcuni LCI si arenarono sulla sabbia a trenta metri dal litorale, e gli uomini dovettero arrivare sulla spiaggia a bordo di canotti e sotto il fuoco nemico. In questo caos si distinsero però i DUKW, camioncini anfibi con serbatoi galleggianti e doppia elica, che poterono garantire buoni risultati, con sbarchi continui di uomini e materiali sulle spiagge. Ma i problemi maggiori nel settore di Gela furono provocati dalle mine terrestri di cui era disseminata la spiaggia; le spiagge di fronte a Gela, denominate "Yellow Beach" e "Green Beach" erano pesantemente minate e diversi DUKW, camion e bulldozer saltarono i aria, intralciando con i rottami il sopraggiungere dei mezzi successivi, e gli sbarchi furono deviati poco più a sud su "Red Beach", dove gli uomini del 16° fanteria giunto intorno alle 05:00 con la seconda ondata, trovò un caos indescrivibile di uomini e mezzi, prima di essere fatti oggetti della reazione dell'artiglieria italiana, che iniziò a colpire anche quel varco[90].

L'alba portò anche le prime incursioni aeree nemiche; la USS Maddox ferma a venticinque chilometri a largo, per ragioni mai chiarite si allontanò dalla squadra, e i piloti tedeschi, addestrati a dare la caccia alle navi solitarie, si lanciarono contro la cacciatorpediniera, che fu così colpita da alcune bombe lanciate da uno Junkers Ju 88. In pochissimi minuti la nave si inabissò portando con sé duecentododici uomini, compreso il comandante, mentre ventiquattro furono tratti in salvo[91][92]. Nonostante tutto due reggimenti della 1ª Divisione riuscirono ad avanzare fra le dune a est di Gela, mentre i ranger della forza X si spinsero dentro l'abitato di Gela dove trovarono la resistenza dei fanti italiani della "Livorno" nei pressi della cattedrale. Questa sacca di resistenza, come quella della batteria navale al margine occidentale della città, cedette rapidamente all'avanzata dei soldati statunitensi, aiutati dalle cannonate dell'incrociatore USS Savannah che costrinse alla resa la guarnigione italiana della batteria navale[93].

Il primo serio contrattacco italiano si ebbe intorno alle 10:30, quando una colonna di trentadue carri armati leggeri Renault R35 avanzò verso sud da Niscemi, ma finì in un'imboscata tesale da un centinaio di paracadutisti dell'82ª Divisione, e poi dal fuoco dell'incrociatore Boise. Venti corazzati riuscirono a raggiungere la strada statale 115 per Gela, ma furono presi di mira dai cannoni del 16° fanteria, e i carri italiani ritirarono precipitosamente verso l'interno[93]. Altri venti carri italiani sulla statale 117, provenienti dalla base di Ponte Olivo, si diressero verso Gela ma furono colpiti dai proiettili da 127 mm del caccia Shubrick; solo dieci carri raggiunsero Gela, ma furono accolti dai bazooka e dai pezzi anticarro da 37 mm dei ranger statunitensi che obbligarono gli italiani a ritirarsi. Il monitore Abercrombie bombardò Niscemi con i suoi pezzi da 381 mm con lo scopo di bloccare le forze nemiche e prevenire ulteriori contrattacchi. Verso mezzogiorno Gela era ormai in mano statunitense[94].

Venticinque chilometri più a ovest la forza sotto il comando del maggiore generale Truscott (JOSS force)[95], formata dalla 3ª Divisione di fanteria e rinforzata da un battaglione ranger e dai carri della 2ª Divisione corazzata, ebbe vita molto più facile durante le fasi di sbarco. Lungo i quattro arenili della costa di Licata interessati dagli sbarchi, gli uomini di Truscott furono accolti da appena qualche sporadico colpo di artiglieria e da un litorale sgombro dalle mine, le quali erano ancora state posizionate. Nel settore di Licata le forze alleate persero il solo dragamine Sentinel[96], il cui affondamento da parte dei caccia nemici provocò sessanta vittime tra morti e feriti. Un incidente mise fuori combattimento due caccia alleati, nel settore antistante Torre di Gaffe, nelle prime ore del mattino del 10 luglio 1943, mentre investigavano su un contatto radar sospetto entrarono in collisione i due cacciatorpediniere Swanson e Roe[97], che dovettero tornare a Biserta per le riparazioni, in particolare lo Swanson che ebbe una sala caldaie allagata e rimase immobile in acqua cercando di controllare l'allagamento e respingendo un attacco aereo fino a poter procedere in un primo luogo per Malta e poi verso il Nordafrica[98]. Le perdite tra le truppe da sbarco furono contenute, e limitate ai settori ai lati, dove le mitragliatrici e i cannoni della 18ª Brigata di fanteria italiana colpì gli invasori fino a che non intervennero i grossi calibri della flotta a largo[99] la quale poté quindi dirigere il tiro verso l'abitato di Licata, e proteggere i mezzi da sbarco con una spessa cortina fumogena[100]. Alle 2,57 nella baia della Mollarella e Poliscia denominata Green Beach toccarono terra i primi ranger americani[101], in un'ora approdarono dieci battaglioni con i carri armati, e in poco tempo catturarono duemila italiani, mentre molti altri tra i difensori scapparono fra i monti, in quella che gli alti comandi definirono sarcasticamente «autosmobilitazione»[100]. Alle prime luci dell'alba su un colle sopra Licata, sventolava già la bandiera statunitense, alle 09:18 la flotta inviò il segnale di «Cessate il fuoco. Obiettivo conquistato», e Truscott arrivò a terra a mezzogiorno in punto[102].

La terza e ultima componente della forza da sbarco statunitense in Sicilia, la 45ª Divisione di Middleton, trovò nella furia del mare il suo avversario peggiore. Onde di quattro metri e cavalloni di due flagellarono i convogli che trasportavano le truppe verso Scoglitti, la cui insenatura non protetta era spazzata da forti venti occidentali. Le cacciatorpediniere Knight e Tillman utilizzarono per la prima volta in combattimento munizioni al fosforo bianco, che accecarono e terrorizzarono i difensori italiani nelle casematte e nelle postazioni di artiglieria, seguite dai calibri degli incrociatori a largo, che ridussero il litorale in una lunga linea di fiamme. La prima ondata di uomini sbarcò nel posto sbagliato, e da quel momento le cose peggiorarono, i piloti dei mezzi da sbarco erano stati trasferiti all'ultimo momento nel Pacifico, e i nuovi piloti inesperti e spaventati dalla violenza delle onde, continuavano a virare lungo la costa cercando un modo per sbarcare gli uomini sulle spiagge prestabilite[103]. Trentotto uomini annegarono dopo che due LCI si scontrarono fra loro, e gli uomini del 180° Reggimento finirono sparpagliati lungo venti chilometri di litorale, mentre decine di mezzi da sbarco giacevano distrutti o allagati lungo tutto il settore, e duecento imbarcazioni si arenarono vicino alla riva oppure incagliate a largo in banchi di sabbia. Le operazioni di sbarco e scarico furono inoltre svolte sotto l'insegna dell'inefficienza come in Marocco l'anno precedente, dove l'incompetenza nel gestire i mezzi anfibi era stata massima. Per tutta la mattinata regnò il caos più totale, a tal punto che le spiagge sotto Scoglitti, "Green Beach 2" e "Yellow Beach 2", furono chiuse, seguite poi dalle altre spiagge al di là della città. Gli sbarchi furono organizzati in nuove località, dove i genieri avevano aperto varchi e steso reti metalliche per la trazione dei veicoli[103].

Quando il D-Day si avviò alla conclusione, gli statunitensi erano sbarcati sulla stretta mezzaluna del litorale fra Licata e Scoglitti, dove cinquantamila uomini e cinquemila veicoli avevano ormai preso terra e consolidato la testa di sbarco. Le perdite furono limitate e il nemico sembrava disorientato e demotivato, anche se fino a quel momento le truppe statunitensi non avevano ancora incontrato nessun tedesco[104].

Fallimento dei contrattacchi dell'Asse[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Gela (1943).
Il generale Patton a Palermo riceve il 28 luglio 1943 il gen. Montgomery all'aeroporto

Poco dopo le ore 05:00 erano giunti al generale von Senger le prime informazioni sugli sbarchi alleati; tuttavia solo alle ore 07:00 arrivarono conferme e venne identificato nel settore di Gela l'area più pericolosa e il centro di gravità dell'azione nemica; pertanto il generale Guzzoni diede l'ordine al cosiddetto "gruppo mobile E" della divisione Livorno di contrattaccare scendendo da Niscemi su Gela[105]. Il generale italiano prevedeva di impiegare a Gela anche la divisione corazzata Hermann Göring ma nè von Senger nè il generale Paul Conrath ebbero notizia dei piani del comando della 6ª Armata. La divisione tedesca era in stato di allarme fin dalle 22:00 del 9 luglio su iniziativa personale del generale Conrath che non aveva comunicazioni dirette con Guzzoni; il comandante della Hermann Göring parlò per telefono con von Senger e i due ufficiali decisero, senza cercare alcun coordinamento con gli italiani, che la divisione corazzata avrebbe contrattaccato al mattino del 10 luglio[106]. Conrath divise le sue forze in due kampfgruppen che si misero in movimento alle ore 04:00; il kampfgruppe del colonnello Urban, equipaggiato con i carri armati pesanti Tiger, avrebbe dovuto avanzare lungo la strada secondaria che confluiva a Piano Lupo con la strada statale 115, mentre l'altro kampfgruppen sarebbe sceso fino a nord di Biscari[107]. I piani prevedevano di sferrare il contrattacco alle ore 09:00 ma il movimento delle truppe meccanizzate fu rallentato dall'azione dell'aviazione alleata, dalla confusione presente nelle retrovie e dalle difficoltà provocate dall'aspro territorio attraversato solo da strade disagiate e strette[107].

Panzer Tiger della divisione corazzata Hermann Göring in Sicilia.

La divisione corazzata Hermann Göring aveva subito gravi perdite in Tunisia ed era stata riorganizzata con soldati giovani; nonostante la sua fama di unità d'elite, era inesperta ed ebbe notevoli difficoltà durante la marcia di avvicinamento che si svolse lentamente e nella confusione; a causa di errori tattici non venne mantenuto il necessario coordinamento tra i panzer e la fanteria meccanizzata e l'attacco alla fine venne sferrato con cinque ore di ritardo rispetto ai piani[108]. Il kampfgruppe corazzato scese da Niscemi verso sud e si scontrò a Piana Lupo con reparti della 1ª Divisione di fanteria e con i paracadutisti americani, mentre il secondo kampfgruppe avanzò da est oltre il fiume Acate ma l'attacco tedesco del 10 luglio si concluse con un pesante e costoso fallimento[109].

I panzer che discendevano da Niscemi vennero duramente respinti dal fuoco della fanteria e dei paracadutisti americani, sostenuti dal tiro dei cannoni delle navi alleate alla fonda nel golfo di Gela e, dopo aver subito perdite, ripiegarono verso nord, mentre ad est il secondo kampfgruppe della Hermann Göring perse i contatti con il grosso dei reparti del generale Conrath e il suo primo attacco venne respinto da un reggimento della 45ª Divisione fanteria americana[110]. Il secondo attacco del kampfgruppe orientale venne meglio organizzato e in un primo momento i tedeschi ottennero qualche successo; un reggimento di fanteria americano venne sbaragliato e il suo comandante, colonnello Schaefer, fu catturato; tuttavia ben presto intervenne un secondo reparto americano e i tedeschi vennero nuovamente respinti; ci furono fenomeni di panico e confusione tra i reparti della Hermann Göring in ritirata[111].

I contrattacchi dei "gruppi mobili" italiani, reparti di formazione motocorazzati costituiti ciascuno da circa 1.500-2.000 uomini, una dozzina di carri o semoventi ed una batteria d'artiglieria, misero in difficoltà le posizioni alleate; efficace in tal senso fu la carica di circa 30 carri Renault R35 del 131º Reggimento carri, che attraversarono quasi tutta la testa di ponte americana mettendo a rischio tutto il piano d'invasione della 7ª Armata statunitense. Anche gli assalti del 429º battaglione costiero italiano, male armato, poco addestrato e addirittura deficiente nelle dotazioni di base (ad esempio, non tutti avevano scarpe, che si passavano a chi doveva fare i turni di guardia) furono tuttavia in grado di arrestare l'avanzata degli alleati, seppur temporaneamente.

La notizia dei contrattacchi italiani venne riportata dai principali quotidiani degli Stati Uniti, ad esempio il New York Times scrisse: «Con il sostegno di non meno di quarantacinque carri armati, una notevole forza di fanteria della divisione Livorno attaccò le truppe statunitensi nei dintorni di Gela. La divisione americana li ha respinti con gravi perdite. Questa è stata la risposta più forte per l'avanzata degli Alleati»[112]. Un gruppo di 18 carri Renault R35, comandati dal tenente colonnello Massimo d'Andretta - della 54ª Divisione fanteria "Napoli" - ruppero inoltre le posizioni detenute dal 2º Battaglione Reggimento Wiltshire[113] il 10 luglio, e vennero fermati dal fuoco anticarro solo dopo aver raggiunto nella periferia di Siracusa, Priolo e Floridia[114].

Durante la notte del 11 luglio i generali Guzzoni e von Senger si incontrarono per valutare la situazione; il generale tedesco propose di ritirare la 15. Panzergrenadier-Division dalla Sicilia occidentale e concentrare tutte le forze per un nuovo attacco alla testa di ponte americana; da Roma il feldmaresciallo Kesselring convenne con von Senger e ordinò di riprendere gli attacchi con tutte le forze italo-tedesche disponibili contro le truppe sbarcate a Gela[115]. Il generale Guzzoni era pessimista e riteneva preferibile una ritirata metodica verso l'Etna ma alla fine dovette obbedire alle disposizioni provenienti dagli alti comandi[116]. La mattina della domenica 11 luglio 1943 il generale Conrath, che aveva riorganizzato le sue forze, ripartì all'attacco con tre colonne separate della Hermann Göring contro gli americani a Gela, mentre il generale Guzzoni diede ordine alla Livorno di attaccare da ovest[116].

La battaglia per la Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Intervento delle riserve tedesche[modifica | modifica wikitesto]

Postazione antiaerea della 29. Panzergrenadier-Division in azione nello stretto di Messina nell'estate 1943.

Le notizie dell'invasione provocarono l'immediata reazione dell'alto comando tedesco che mise in allarme subito la 1. Divisione paracadutisti che si trovava di riserva in Francia ad Avignone; il comandante della formazione, generale Richard Heidrich, venne convocato a Roma dove conferì con il feldmaresciallo Kesselring che gli comunicò la notizia che la sua divisione sarebbe stata trasferita in Sicilia a partire dalla notte del 12 luglio[117]. Il giorno seguente il feldmaresciallo Kesselring giunse in volo sull'isola per valutare personalmente la situazione; il militare tedesco diede un giudizio negativo dell'andamento della battaglia e ritenne inevitabile abbandonare la parte sud-occidentale dell'isola; inoltre Kesselring, che aveva già fatto intervenire i reparti scelti di paracadutisti, informò Hitler che erano necessari ulteriori rinforzi con urgenza[118].

Il 14-15 luglio 1943 Hitler e l'alto comando tedesco presero le prime misure operative per rafforzare lo schieramento dell'Asse in Sicilia ed impedire una rapida vittoria alleata; venne predisposto l'invio di numerose batterie anti-aeree per intralciare il predominio aereo del nemico e vennero date le prime disposizioni per il trasferimento nell'isola della eccellente 29. Panzergrenadier-Division che ricevette gli ordini di movimento il 18 luglio[119]. Venne inoltre attivato il quartier generale del XIV Panzerkorps che, al comando dell'energico e determinato generale Hans-Valentin Hube, un veterano della battaglia di Stalingrado, avrebbe dovuto subito assumere il comando di tutte le forze tedesche in Sicilia. Il feldmaresciallo Kesselring si incontrò a Milazzo lo stesso 16 luglio con il generale Hube e gli diede le prime disposizioni operative[119].

Truppe tedesche attraversano su chiatte lo stretto di Messina per prendere parte alla difesa della Sicilia.

Il comandante del XIV Panzerkorps avrebbe dovuto consolidare, con l'aiuto delle truppe tedesche in arrivo, una linea difensiva davanti al massiccio dell'Etna e bloccare un'ulteriore avanzata alleata; il feldmaresciallo Kesselring riteneva tatticamente opportuno cedere terreno per salvaguardare le linee di comunicazione con il continente[119]. Hube avrebbe avuto a disposizione le batterie anti-aeree pesanti. Kesselring era ottimista come sempre ma non condivideva le opinioni di Hitler che addirittura sperava di poter intrappolare in Sicilia le truppe alleate sbarcate tagliando le loro comunicazione via mare; il comandante superiore tedesco promise al generale Hube ulteriori rinforzi ma lo informò che stava prendendo in considerazione piani per una evacuazione generale; il compito del comandante del XIV Panzerkorps sarebbe stato quello di "rimandare il più a lungo possibile" la ritirata[119].

Il generale Hans Hube era un generale aggressivo e non molto dotato di qualità diplomatiche; appena giunto sull'isola aveva subito chiarito in un incontro con il generale Guzzoni che egli era responsabile solo di fronte al feldmaresciallo Kesselring e che in pratica avrebbe diretto tutte le operazioni dell'Asse in Sicilia[120]. Il comandante della 6ª Armata italiana[121]non era in condizione di contestare le brusche affermazioni di Hube e dovette ben presto limitarsi ad emanare solo disposizioni amministrative senza poter interferire nella condotta tattica della battaglia[120]. Sul campo si verificarono ben presto contrasti tra truppe tedesche e italiane; i reparti della 29. Panzergrenadier-Division per migliorare la loro mobilità si impadronirono con la forza, secondo gli ordini ricevuti, dei mezzi motorizzati di formazioni italiane non combattenti e vi furono scontri a fuoco tra i soldati delle due potenze dell'Asse[120].

La sera del 12 luglio erano già atterrati a sud di Catania i paracadutisti tedeschi del 3° Reggimento del esperto tenente colonnello Ludwig Heilmann; questi reparti, partiti d'urgenza dalla Francia, vennero lanciati con notevole precisione e si misero subito in movimento per rafforzare il fronte italo-tedesco[122]. Due battaglioni si unirono con il Kampfgruppe del colonnello Wilhelm Schmalz che sbarrava insieme ai resti della divisione Napoli le alture a nord-est di Augusta, mentre un altro battaglione di paracadutisti si schierò sulla destra di Schmalz in collegamento con i reparti della "Hermann Göring". Il 13 luglio arrivò direttamente sull'aeroporto di Catania ancora un altro battaglione di paracadutisti tedeschi che si affrettò lungo la strada costiera in direzione del fiume Simeto[123]; il reparto del capitano Laum schierò i suoi uomini due chilometri a sud dell'importante ponte di Primosole. Nel frattempo Heilmann aveva già incontrato il colonnello Schmalz con cui aveva concordato di cooperare per difendere Leontini che venne attaccata in forze il 13 luglio dai britannici della 50ª Divisione del generale Kirkman che tuttavia non riuscì a guadagnare terreno; anche l'attacco della 5ª Divisione britannica da sud-est venne fortemente contrastato da un reggimento di Panzergenadier e da due battaglioni di paracadutisti[124].

La battaglia nella piana di Catania[modifica | modifica wikitesto]

Il brillante successo degli sbarchi britannici aveva convinto il generale Montgomery che la situazione era molto favorevole e che sarebbe stato possibile avanzare audacemente in profondità; egli prevedeva un attacco principale verso Catania con il XIII Corpo d'armata del generale Dempsey, mentre una manovra secondaria sarebbe stata effettuata all'interno dalla Harpoon Force del generale Leese in direzione di Caltagirone, Enna e Leonforte; Montgomery era ottimista, il 12 luglio scrisse al generale Alexander che sperava "di catturare Catania intorno al 14 luglio"[125].

Come parte degli sbarchi via mare a sud di Agnone, circa 400 uomini della 3 Commando Brigade, sotto il comando del tenente colonnello John Durnford-Slater, catturarono il Ponte Malati il 13 luglio, il cui possesso venne perso poco dopo, a causa di un contrattacco da parte del IV Battaglione Artiglieria semoventi, sotto il comando del tenente Colonnello Francesco Tropea, e della 53ª Compagnia motociclisti.[126][127] Il 16 luglio fu combattuta la battaglia del Simeto, che impegnò gli inglesi dell'8ª Armata britannica, bloccando la loro avanzata verso Catania. Il 16 luglio l'incrociatore britannico HMS Cleopatra fu silurato e messo fuori combattimento per il resto del conflitto europeo dal sommergibile italiano Dandolo[128].

Tra il 2 e il 5 agosto la battaglia di Centuripe portò gli alleati presso valle del Simeto, e nella piana di Catania, ci furono gli ultimi scontri con la 15. Panzergrenadier-Division tedesca e la 28ª Divisione fanteria "Aosta" che contrattaccarono per 24 volte,[129] ma che tuttavia non riuscirono ad impedire l'ingresso a Catania da parte degli alleati il 5 agosto.

Anche l'altra missione denominata operazione Fustain e condotta dalla 1ª Brigata paracadutista suddivisa in tre battaglioni, e appoggiata da reparti da sbarco aereo, non fu un successo. L'obbiettivo era il ponte Primosole sul fiume Simeto; anche in questo caso due sole compagnie arrivarono al ponte, che tennero fino a sera contro le forze tedesche ma che dovettero lasciare poi agli italo-tedeschi. Solo con l'intervento il giorno seguente della 50ª Divisione a soccorso, le truppe britanniche riprovarono a prendere il ponte, cosa che riuscì solo tre giorni dopo e col supporto di altre unità di fanteria.

Avanzata americana su Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Il generale Patton, aggressivo e determinato, aveva raggiunto tutti gli obiettivi iniziali previsti dal piano di operazioni alleato; il 16 luglio la fanteria americana e i Rangers del colonnello William Darby conquistarono anche Agrigento e Porto Empedocle catturando circa 6.000 prigionieri italiani[130]. Molto irritato per il compito secondario affidatogli dal generale Alexander, Patton era deciso ad assumere un ruolo molto più attivo. Il generale riteneva possibile marciare subito con la sua fanteria attraverso le montagne della Sicilia centrale e poi lanciare i mezzi meccanizzati della 2ª Divisione corazzata in una audace avanzata direttamente su Palermo[131]. Patton illustrò il piano al generale Truscott, comandante della 3ª Divisione fanteria e quindi lo propose al generale Alexander che tuttavia il 16 luglio confermò gli ordini; la 7ª Armata doveva rimanere ferma per proteggere il fianco sinistro di Montgomery impegnato nella battaglia nella piana di Catania[132]. Durante un incontro diretto con Alexander a Tunisi il 17 luglio, il generale Patton fece forti pressioni ma non riuscì inizialmente ad ottenere il suo consenso all'avanzata su Palermo.

Il generale Alexander tuttavia comprendeva che un'avanzata americana verso Enna sarebbe stata tatticamente utile, avrebbe allegerito la pressione nemica su Montgomery, avrebbe isolato la parte occidentale della Sicilia e con la conquista di Palermo, avrebbe reso disponibile un grande porto per migliorare il sostegno logistico alle sue truppe. Egli ritenne anche che fosse preferibile concedere libertà d'azione al brusco generale americano e quindi finì per autorizzare un'avanzata della 7ª Armata al centro dell'isola[133]. In realtà il generale Patton fece avanzare il II corpo d'armata del generale Bradley con due divisioni, 45ª e 1ª Divisione fanteria, in direzione di Enna come auspicato da Alexander, ma soprattutto costituì un raggruppamento provvisorio al comando del generale Geoffrey Keyes, formato dalla 3ª Divisione fanteria e dalla 2ª Divisione corazzata, che spinse direttamente verso Palermo; egli mirava soprattutto ad ottenere un grande successo propagandistico per ambizione personale e per rivalità con Montgomery[134]. Il generale Keyes diede inizio alla marcia su Palermo il 19 luglio; l'avanzata venne guidata dall'ottima 3ª Divisione di fanteria che il suo comandante, generale Truscott, aveva addestrato a marciare rapidamente senza stancarsi[135].

Il generale Geoffrey Keyes entra a Palermo, insieme al generale italiano prigioniero Giuseppe Molinero.

Le truppe americane non incontrarono molta resistenza e avanzarono rapidamente nonostante le difficoltà del terreno arido e montuoso; i reparti italiani erano in disgregazione e in gran parte si arresero; in settantadue ore la fanteria percorse circa 150 chilometri. Dopo aver occupato Corleone, fin dalla mattina del 22 luglio 1943 le avanguardie della 3ª Divisione di fanteria raggiunsero la periferia di Palermo che appariva praticamente indifesa, erano in corso demolizioni nell'area del porto[136]; alcune ore più tardi arrivarono anche i reparti meccanizzati della 2ª Divisione corazzata. Le difese italiane erano affidate al generale Giuseppe Molinero che tuttavia non era intenzionato a difendere la città; la popolazione appariva favorevole agli alleati e una delegazione di autorità di Palermo si recò al comando dei reparti americani d'avanguardia per trattare la resa[137].

Nella giornata del 22 luglio alcune unità della 3ª Divisione fanteria del generale Truscott e i carri armati del Combat Command A della 2ª Divisione corazzata del generale Hugh Gaffey entrarono a Palermo praticamente senza trovare opposizione; in mezzo alla popolazione festante, i mezzi corazzati americani presero rapidamente il controllo della situazione; il generale Molinero venne catturato e portato alla presenza del generale Keyes che accettò la resa e poco dopo entrò in città insieme al generale italiano e si recò alle ore 19.00 nel Pallazzo reale di Palermo[138]. Il giorno dopo anche il generale Patton arrivò in città e ricevette una calorosa accoglienza dai prigionieri e dai civili italiani; i palermitani accolsero con grande soddisfazione l'arrivo degli americani[139]. Il 24 luglio il generale Patton ritornò ad Agrigento e durante una conferenza stampa tracciò un bilancio trionfale della sua avanzata: oltre 6.000 soldati italiani erano stati uccisi o feriti e 44.000 erano prigionieri, 67 cannoni erano caduti in mano alle sue truppe[140]. L'avanzata americana diede grande fama al generale Patton; anche il generale Keyes ricevette riconoscimenti per la sua azione di comando; durante l'avanzata su Palermo le truppe statunitensi dimostrarono notevole addestramento e capacità nell'azione combinata di fanteria e mezzi corazzati[141].

La linea di San Fratello[modifica | modifica wikitesto]

La conquista di Palermo era stato un brillante successo per le truppe americane ma dal punto di vista strategico la manovra aveva disperso l'armata del generale Patton; mentre il raggruppamento del generale Keyes era sparpagliato nella Sicilia occidentale, rimaneva disponibile per l'offensiva più importante contro le linee difensive tedesche nella Sicilia nord-orientale solo il II corpo del generale Omar Bradley che il 22 luglio era ancora impegnato a raggiungere i suoi obiettivi tattici[142]. Mentre la 45ª Divisione del generale Middleton marciava su Termini Imerese, la 1ª Divisione del generale Terry Allen aveva occupato Enna dopo uno spiacevole incidente con le truppe britanniche del XXX corpo del generale Leese che erano state ugualmente dirette contro la città; mentre i britannici deviavano verso est gli americani entrarono ad Enna e quindi il 23 luglio raggiunsero Petralia Sottana prima di proseguire lungo la strada 120 in direzione di Troina[143].

Il 27 luglio, due giorni dopo la caduta del Fascismo, il generale Hans Hube ricevette per la prima volta l'ordine dell'alto comando tedesco di iniziare i preparativi per una ritirata generale delle sue truppe attraverso lo stretto di Messina[144]; il generale Guzzoni si era affrettato a garantire la sua collaborazione e la fedeltà all'Asse delle sue truppe ma in realtà il generale italiano era favorevole alla destituzione di Mussolini e in pratica non dirigeva più la difesa della Sicilia[145]. Hube aveva il pieno controllo della situazione e prendeva in totale autonomia le decisioni tattico-operative. Le truppe tedesche continuavano ad opporre forte resistenza lungo tutto il fronte e il comandante del XIV Panzerkorps riuscì nell'ultima settimana di luglio a consolidare la sua linea difensiva che dalla piana di Catania e Adrano raggiungeva Troina e quindi continuava con la cosiddetta Linea di San Fratello fino alla costa settentrionale dell'isola[146].

Mitraglieri tedeschi in posizione in un vigneto

Il generale Hube aveva fatto intervenire la veterana 29. Panzergrenadier-Division del generale Walter Fries per difendere la linea di San Fratello, mentre l'impervio settore di Troina era sbarrato dalla 15. Panzergrenadier-Division[147]. A sud-est di Troina fino alla piana di Catania era in combattimento la Panzer-Division "Hermann Göring" che, rafforzata dalle unità di paracadutisti, continuava ad opporre forte resistenza; la situazione complessiva del fronte dell'Asse a causa della netta inferiorità di uomini e mezzi e della mancanza di supporto aereo rimaneva difficile e poteva sembrare anche disperata, ma i reparti tedeschi erano esperti e agguerriti; non ci furono segni di cedimento o disgregazione tra le truppe del Reich[148].

Anche in quest'ultima fase della campagna in Sicilia, il comando alleato fu intralciato dall'accesa rivalità tra Patton e Montgomery che si impegnarono nella cosiddetta "corsa per Messina"; in realtà gli anglo-americani subirono numerosi scacchi tattici nell'ultima fase della battaglia; furono necessari aspri combattimenti prolungati per quasi tre settimane per raggiungere lo stretto[149]. I tedeschi si batterono con abilità per guadagnare tempo e preparare l'evacuazione, l'8 agosto infine il feldmaresciallo Kesselring diede ordine al generale Hube di iniziare la ritirata sul continente[150]. Nei giorni precedenti le truppe del Reich avevano difeso la linea di San Fratello; la 29. Panzergrenadier respinse gli attacchi della 45ª Divisione di fanteria americana per una settimana e mantenne il possesso di San Fratello fino al 7 agosto; il generale Patton fu costretto a ritirare la esausta 45ª Divisione e sostituirla con la 3ª Divisione del generale Truscott[151]. I tedeschi non si fecero impressionare dai cosiddetti end runs di Patton, piccole incursioni via mare lungo la costa alle spalle dei tedeschi con le quali il generale americano sperava di accelerare l'avanzata verso lo stretto[150][152]. Lo sbarco di un battaglione americano a Brolo, lungo la strada costiera, il 12 agosto, venne facilmente contenuto e i tedeschi ripiegarono in salvo verso Messina[153].

La 15. Panzergrenadier del generale Rodt invece combatté la violenta battaglia di Troina contro la 1ª Divisione di fanteria americana del generale Terry Allen dal 31 luglio al 5 agosto. Le truppe tedesche, rafforzate da reparti italiani della divisione Aosta, si erano fortemente trincerate e avevano opportunamente sfruttato le asperità dell'arido terreno roccioso; quindi i primi attacchi americani furono duramente respinti[154]. Il comando del generale Allen non si aspettava una forte resistenza e non concentrò subito i suoi reparti che vennero impiegati in successione e subirono pesanti perdite contro i caposaldi nemici; i granatieri tedeschi sferrarono numerosi contrattacchi e mantennero le posizioni fino al 5 agosto; alla fine la forze americane, rinforzate da reparti della 9ª Divisione fanteria appena sbarcati a Palermo, e sostenute dal fuoco dell'artiglieria e dai bombardamenti aerei, ebbero la meglio[150]. La 15. Panzergrenadier aveva perso il 40% dei suoi effettivi ed era completamente priva di sostegno aereo dopo che la Luftwaffe aveva abbandonato le basi siciliane; la notte del 5 agosto evacuò Troina dopo che il generale Rodt ebbe ottenuto l'autorizzazione dal generale Hube[150][155].

La "corsa su Messina" e l'evacuazione tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Ancor prima della ritirata da Troina della 15. Panzergrenadier-Division e da San Fratello della 29. Panzergrenadier-Division, anche le linee dell'Asse a sud di Catania avevano dovuto cedere terreno di fronte alla crescente e continua pressione delle truppe britanniche del generale Montgomery. Il 4 agosto il paracadutisti del generale Heidrich e il Kampfgruppe Schmalz rinunciarono a difendere ulteriormente il settore di Primosole e abbandonarono Catania, mentre il 6 agosto altri reparti della Panzer-Division "Hermann Göring" evacuarono la città di Adrano[150].

L'operazione Lehrgang, cioè l'evacuazione della Sicilia da parte delle truppe dell'Asse, ebbe inizio il 10 agosto. Il generale Hube riuscì a trasferire in Calabria, per mezzo di imbarcazioni, la gran parte delle truppe tedesche e dei loro mezzi, e anche parte delle truppe italiane, mentre le truppe alleate entrarono a Messina il 17 agosto. L'intera Sicilia fu occupata in 39 giorni.

Bilancio e conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

L'occupazione alleata e l'AMGOT[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Allied Military Government of Occupied Territories.

Occupata la Sicilia, il problema che si poneva, dopo averne tolto il governo ai fascisti, era quello di non lasciarlo in mano ai comunisti e quindi restavano a disposizione i poteri tradizionali della Sicilia, la Chiesa, la mafia[156] e l'aristocrazia. Per far fronte alle esigenze più impellenti, fu istituito un Governo Militare Alleato dei Territori Occupati (AMGOT, Allied Military Government of Occupied Territories). A capo di questo fu indicato il generale inglese Francis Rennell Rodd, mentre gli affari civili vennero affidati al colonnello USA Charles Poletti.

L'AMGOT diede incarichi di ogni tipo e cariche istituzionali a piccoli e grandi mafiosi: la nomina dei sindaci era sotto la giurisdizione del colonnello Charles Poletti, che si era stabilito all'Hotel Delle Palme, a Palermo. Don Calogero Vizzini fu sindaco di Villalba, Salvatore Malta di Vallelunga, Genco Russo divenne sovraintendente agli affari civili di Mussomeli, Damiano Lumia interprete di fiducia presso il Civil Affairs Office di Palermo, Max Mugnani, uno dei più attivi trafficanti di droga, divenne depositario dei prodotti farmaceutici americani a Cerda, al boss mafioso Vincenzo De Carlo venne affidato il controllo degli ammassi di grano.[157] Solamente il 3 settembre ebbe inizio lo sbarco a Reggio Calabria e quindi l'invasione alleata nella penisola italiana con l'Operazione Baytown, in concomitanza con la firma dell'armistizio, che ebbe luogo a Cassibile, in provincia di Siracusa, quello stesso giorno. La Sicilia rimase sotto l'amministrazione alleata fino al febbraio 1944.

Nel cinema e nella TV[modifica | modifica wikitesto]

L'Operazione Husky è stata oggetto, parziale o totale, di alcuni film del dopoguerra, tra i quali:

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A Seconda delle fonti i dati variano parecchio; Hart, p. 627 parla di 195.000 uomini, Caruso, p. 161 parla di circa 172.000 uomini, Petacco, p. 126 di circa 170.000 uomini.
  2. ^ Il Mediterranean Air Command era la struttura di comando suprema delle forze aeree alleate in Mediterraneo sotto il controllo di Eisenhower, cui era sottoposto il Mediterranean Allied Air Force (MAAF) del maresciallo Tedder. Egli, a sua volta, aveva ai suoi ordini il Northwest African Air Forces (NAAF) del generale statunitense Carl Andrew Spaatz (la super-unità che componeva principalmente il MAC, con quartier generale in Tunisia), il Middle East Air Command (MEAC) del maresciallo Sholto Douglas e la Air Headquarters Malta ("RAF di Malta") del vice-maresciallo Keith Park. Vedi: Bonacina, pp. 169-170

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

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  4. ^ Distribuiti equamente fra le due armate Alleate che contavano 80.000 uomini ognuna al momento degli sbarchi. Vedi: Atkinson, p. 41.
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  155. ^ Le dure perdite subite dagli americani a Troina, suscitarono polemiche e portarono alla destituzione del generale Terry Allen, comandante della 1ª Divisione fanteria, che venne sostituito dal generale Clarence Hubner. Vedi: D'Este, pp. 380-384.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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