Carlo Alberto di Savoia

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Carlo Alberto
Carlo Alberto by Capisani.jpg
Re di Sardegna
Stemma
In carica 1831 - 1849
Predecessore Carlo Felice
Successore Vittorio Emanuele II
Nome completo Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente Saverio di Savoia-Carignano
Altri titoli Re di Cipro, Re di Gerusalemme, Principe di Carignano, Principe di Piemonte, Duca di Savoia, Duca di Genova, Conte di Barge
Nascita Torino, 2 ottobre 1798
Morte Oporto, 28 luglio 1849
Casa reale Savoia
Padre Carlo Emanuele di Savoia-Carignano
Madre Maria Cristina di Sassonia
Consorte Maria Teresa d'Asburgo-Toscana
Figli Vittorio Emanuele
Ferdinando
Maria Cristina

Carlo Alberto Amedeo di Savoia detto il Magnanimo (francese: Charles-Albert; piemontese Carl Albert; Torino, 2 ottobre 1798Oporto, 28 luglio 1849) fu Re di Sardegna, Re titolare di Cipro e di Gerusalemme, principe di Piemonte, duca di Savoia e duca di Genova dal 1831 al 23 marzo 1849, settimo Principe di Carignano dal 1800 al 23 marzo 1849, e conte di Barge dal 1800 al giorno della sua morte.

Lo stemma di Carlo Alberto di Savoia

Ha legato indelebilmente il suo nome alla promulgazione dello Statuto fondamentale della Monarchia di Savoia 4 marzo 1848 - noto, appunto, come Statuto albertino - che rese il Regno di Sardegna, prima, e l'Italia, poi, una Monarchia costituzionale. Lo Statuto fu, fino all'adozione della Costituzione repubblicana, la legge fondamentale e fondativa dello stato italiano.

L'infanzia e la prima giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente Saverio Giulio e Saverio (questo il nome completo che gli venne dato) nacque a Palazzo Carignano a Torino, figlio di Carlo Emanuele di Savoia, principe di Carignano e della principessa Maria Cristina di Sassonia-Curlandia. Venne tenuto a battesimo dal Re Carlo Emanuele IV e dalla moglie Maria Clotilde di Borbone, persone molto pie e devote.

Alla nascita le sue possibilità di salire al trono erano praticamente nulle in quanto settimo principe di Carignano, un ramo secondario della famiglia. A quel momento infatti sul trono di Sardegna si trovava da poco Carlo Emanuele IV (succeduto a Vittorio Amedeo III), che, pur non avendo avuto figli, aveva due fratelli: i futuri Re Vittorio Emanuele I e Carlo Felice. Inoltre, la presenza di un figlio di Vittorio Emanuele (anche lui chiamato Carlo Emanuele), rendeva la salita al trono del giovane Principe un evento quasi impossibile. Nonostante la morte prematura del bambino Carlo Emanuele, le possibilità di Carlo Alberto di salire al trono non crebbero di molto, visti gli altri eredi ancora vivi del ramo principale dei Savoia. Il legame di parentela con Vittorio Emanuele I e Carlo Felice era molto tenue: erano cugini lontanissimi (tredicesimo grado di parentela, risalendo al capostipite comune Carlo Emanuele I). Dopo il matrimonio con Maria Teresa d'Asburgo-Lorena di Toscana, nipote della moglie di Carlo Felice, quest'ultimo e Carlo Alberto si trattarono sempre di zio e nipote, com'è d'uso, ma era un'affinità addirittura in doppia acquisizione, e quindi giuridicamente infondata (adfines inter se adfines non sunt).

Carlo Emanuele di Savoia-Carignano, padre di Carlo Alberto
Maria Cristina Albertina di Sassonia-Curlandia, madre di Carlo Alberto

In quegli anni di profondi mutamenti, la famiglia dei Carignano venne additata come filo-francese e, quando i regnanti furono costretti a lasciare Torino per l'arrivo dell'armata napoleonica, Carlo Emanuele, di idee filo liberali, non seguì il Re in esilio e anzi si arruolò nell'Armée, di cui peraltro era già stato ufficiale in anni precedenti. Inoltre sembra che i francesi abbiano fatto pervenire al re la richiesta di lasciare Torino proprio per mezzo della moglie di Carlo Emanuele. La donna era infatti di idee molto liberali e, nonostante il lignaggio, appoggiava apertamente Napoleone Bonaparte.

Questa tendenza filo-francese di Carlo Emanuele non gli valse però la riconoscenza dei vincitori, i quali tradussero la sua famiglia (che nel frattempo si era allargata con la nascita di Elisabetta) a Parigi, dove vennero tenuti sotto stretta sorveglianza dalla polizia e costretti a vivere quasi in miseria in una casa nei sobborghi. Ad aggravare la situazione sopraggiunse, nel 1800, l'improvvisa e prematura morte di Carlo Emanuele, all'età di trenta anni. Da questo momento toccò alla madre Albertina mandare avanti la famiglia. La donna rifiutò l'offerta di aiuto di Vittorio Emanuele I, nel frattempo salito al trono di Sardegna, il quale, in cambio, pretendeva che il giovane principe fosse educato presso di loro. La donna si diede quindi da fare per garantire da sola un futuro per sé e per i propri figli.

Dopo un primo momento, in cui vissero a Lipsia, sotto la protezione dei suoi parenti, la famiglia si spostò nuovamente in Francia. Carlo Alberto crebbe, pertanto, a Parigi, venendo educato in casa e giocando per le strade con i suoi coetanei di ogni estrazione sociale, subendo quindi l'influsso delle idee rivoluzionarie. Nel 1808, Albertina si sposò in seconde nozze con Giuseppe Massimiliano Thibaut di Montleart; questo uomo influì negativamente sul giovane principe, che non lo amava, in quanto faceva mancare il punto di riferimento materno e poneva dei limiti e dei vincoli alla libertà di cui aveva goduto fino a quel momento. Tutto questo potrebbe avere influito negativamente sulla psiche del giovane rendendolo insicuro e delineando quindi i tratti fondamentali del suo carattere ondivago e sempre indeciso sul da farsi.

All'età di 12 anni entrò nel collegio San Stanislao a Parigi, dove rimase due anni, seguendo le lezioni con profitto; nello stesso anno, la madre riuscì a parlare con Napoleone e ad ottenere per il figlio il titolo di Conte dell'Impero ed una rendita vitalizia di 100.000 franchi, a patto di cambiare il blasone nobiliare.

Nel 1812 la famiglia si trasferì a Ginevra. Carlo Alberto venne educato da un pastore protestante, Jean-Pierre Etienne Vaucher. Vaucher, calvinista, all'epoca dirigente di una scuola per giovani rampolli della nobiltà europea, fervente ammiratore e seguace di Rousseau e della sua religione naturale. Gli anni ginevrini furono i più felici dell'adolescenza di Carlo Alberto. Egli all'epoca non aveva alcuna fede religiosa e si sentì attratto dalla filosofia di natura. Alla sconfitta di Napoleone a Lipsia, la famiglia lasciò Ginevra per paura dell'arrivo degli austriaci, tornando a Parigi, dove Carlo Alberto tornò a frequentare il collegio San Stanislao ed il liceo militare di Bourges.

Da quel momento la sua vita venne legata all'Imperatore francese e, nel 1814, fu nominato sottotenente dei dragoni da Napoleone I.

Ritorno a Torino[modifica | modifica wikitesto]


Con il ritorno di Luigi XVIII sul trono di Francia, la famiglia cadde nuovamente in disgrazia, avendo collaborato con Napoleone. Carlo Alberto perse l'appannaggio concessogli dall'imperatore.

Carlo Alberto

A questo punto, però, al giovane principe fu consigliato di rientrare a Torino, nei domini della sua famiglia, dopo che il Congresso di Vienna lo riconobbe Principe Ereditario. In realtà, la famiglia regnante, soprattutto nella figura del fratello del re, non lo vedeva di buon occhio, ma ormai le sue quotazioni come erede al trono erano decisamente salite. La famiglia pensò addirittura di abolire la legge salica per permettere l'ascesa al trono alla figlia di Re Vittorio Emanuele I. Al suo rientro a Torino, dopo il 1814, dovette quindi "subire" l'educazione di due nuovi precettori individuati dalla regina, prima il religioso Filippo Grimaldi del Poggetto e poi Policarpo Cacherano d'Osasco e di Cantarana, i quali ebbero l'arduo compito di farlo allontanare dalle pericolose idee napoleoniche. In particolare il primo cercò di avvicinare il giovane alla religione cattolica con scarso successo.

Il giovane Principe doveva ricevere, infatti, un'educazione tale da poter diventare Re di Sardegna, cosa che avvenne nel 1831 a seguito della morte senza eredi di Carlo Felice.

Per facilitare l'opera agli educatori, il principe fu mandato spesso presso il Castello Reale di Racconigi, una delle residenze dei Carignano. In questo periodo il principe sviluppò un forte affetto per la reggia e iniziò una serie di lavori di ampliamento e ristrutturazione che portò avanti anche una volta diventato sovrano. La reggia venne eletta nel 1832 residenza estiva e fa oggi parte del patrimonio dell'UNESCO.

Trovandosi a Torino le voci sulle frequentazioni di Carlo Alberto impensierirono non poco la famiglia reale. Infatti non disdegnava la compagnia di giovani vicini alla Carboneria che spesso riceveva a palazzo Carignano o nei giardini (oggi non più esistenti e sostituiti da piazza Carlo Alberto) discutendo sulla situazione italiana (per certo Carlo Alberto era profondamente anti-austriaco) e sulla costituzione spagnola promulgata pochi anni prima dalle cortes; quella stessa costituzione che pochi anni dopo venne richiesta a re Vittorio Emanuele e che vide Carlo Alberto in prima linea prima fra i cospiratori e poi come reggente per conto di re Carlo Felice in un pericoloso equilibrio per cercare di salvare la successione al trono e la fedeltà ai principi in cui credeva.

Matrimonio e figli[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante la sua posizione anti austriaca, il 30 settembre 1817 a Firenze in Santa Maria del Fiore sposò Maria Teresa d'Asburgo-Toscana, figlia di Ferdinando III di Asburgo-Lorena, dalla quale ebbe tre figli:

Maria Teresa di Toscana, regina di Sardegna e moglie di Carlo Alberto

Questo matrimonio, come spesso accadeva all'epoca, era stato concordato dalla famiglia ed in particolare dalla moglie del re. Nelle intenzioni dei Savoia doveva servire a rafforzare la dinastia e a mitigare il carattere di Carlo Alberto. A dispetto dell'unione tra i due sono note tuttavia, come spesso accadeva all'epoca, alcune relazioni adulterine del futuro sovrano. È certo infatti che negli anni successivi amò segretamente Maria Antonietta di Truchsess, figlia dolce e remissiva dell'inviato prussiano a Torino e sposa del conte di Robilant. La donna fu presa come dama di compagnia della moglie e suo figlio avrebbe partecipato alla disfatta di Novara rimanendo gravemente ferito. Il viaggio in Toscana per incontrare e sposare la futura moglie (all'epoca sedicenne) portò Carlo Alberto fino a Roma dove poté conoscere il vecchio sovrano Carlo Emanuele IV ancora in vita seppur cieco e rinchiuso in convento per prendere i voti. L'esperienza lo toccò a tal punto da suscitare in lui una religiosità che fino a quel momento non erano riusciti a infondere i vari precettori assegnatigli dalla famiglia.

Il Principe ed i moti del 1821[modifica | modifica wikitesto]

Tornato a Torino il giovane Principe riprese le sue frequentazioni pericolose e assunse un ruolo di primaria importanza nel 1821 quando il 12 marzo anche a Torino scoppiarono i moti per richiedere la costituzione spagnola. Per certo era a conoscenza dei piani e alcune lettere compromettenti furono sequestrate ad alcuni congiurati e mostrate al re. Carlo Alberto riuscì però a scamparla e quando in quell'occasione, alcuni Reggimenti si ribellarono al Re occupando la cittadella fu mandato a trattare con i rivoltosi per conto della Famiglia Reale, senza tuttavia conseguire alcun risultato. Nella notte fra il 12 e il 13 marzo il Re Vittorio Emanuele I dovette quindi prendere una decisione: marciare alla testa dei soldati rimastigli fedeli contro i rivoltosi oppure concedere la Costituzione. Il Re, stretto da questa morsa, decise di evitare la guerra civile. Rimanendo comunque fedele ai suoi princìpi si rifiutò di concedere la Costituzione. Decise quindi di abdicare in favore del fratello Carlo Felice, il quale in quel momento si trovava a Modena dal suocero, e di nominare come Reggente il giovane Carlo Alberto per poi recarsi in esilio a Nizza. Il Principe si rese subito conto della situazione in quanto i rivoltosi chiedevano a gran voce la Costituzione sotto le finestre del Palazzo Reale e molti consiglieri gli chiesero di agire in quella direzione. La sera del 13 marzo Carlo Alberto promulgò la Costituzione da palazzo Carignano riservando però facoltà al nuovo Re di ratificarla o meno. Il giorno successivo formò il nuovo governo per sostituire quello che si era dimesso all'abdicazione di Re Vittorio.

La mossa successiva auspicata dai rivoluzionari era la guerra all'Austria con l'invasione della Lombardia (Vedasi gli auspici di Alessandro Manzoni nell'ode Marzo 1821); nulla era, tuttavia, più lontano dalle intenzioni del Principe. Era infatti cosciente dell'impreparazione dell'esercito ed inoltre sapeva bene che in quei giorni parte delle milizie scontente della situazione avevano disertato indebolendo l'Armata piemontese. Oltre a questo però Carlo Alberto era ossessionato dal pensiero di Carlo Felice. Tra i due non era mai corso buon sangue (molto più che con il vecchio re Vittorio) e infatti il nuovo Re, ricevuta l'ambasciata speditagli dal Principe di Carignano il 17 marzo, rispose disconoscendo il suo operato e chiedendo di raggiungere le truppe fedeli a Novara (Se avete ancora una goccia di sangue reale sabaudo dovete partire per Novara e attendere ordini).

Palazzo Carignano

Carlo Alberto, indignato per la risposta, fu sull'orlo di mettersi alla testa dei rivoltosi ma poi, consigliato dagli ambienti di Corte, decise di tornare sui propri passi e di attendere le decisioni di Carlo Felice. In un primo tempo si rifiutò di deporre la Reggenza come chiesto dal nuovo Re in quanto decisione presa da Re Vittorio al momento dell'abdicazione. Prese definitivamente la decisione di non opporsi a Carlo Felice il 23 marzo quando raggiunse a Novara le truppe fedeli al Re, deponendo la Reggenza e rimanendo praticamente in arresto per otto giorni. Così facendo il Principe non compromise la sua successione e rimandò ad un altro momento la realizzazione dei suoi ideali. Con il suo abbandono lasciò nello sconforto i rivoluzionari e i costituzionalisti così come gran parte delle truppe, le quali di lì a poco furono sopraffatte dai Reggimenti fedeli al Re col supporto degli austriaci chiamati per ripristinare lo status quo.

Giunto a Novara Carlo Felice gli ordinò di partire per la Toscana. Carlo Alberto si recò allora a Modena via Milano, cercando invano di farsi ricevere dal Re. Negata questa possibilità ripartì quindi per Firenze.

Erede al trono[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1820, un anno prima rispetto a questi fatti, nacque a Torino il primogenito Vittorio Emanuele che divenne poi primo Re d'Italia. Nel periodo d'esilio fiorentino sorse la voce popolare circa la sostituzione del primogenito, morto in un incendio, con il figlio di un macellaio, chiamato "Tanaca". Tale voce, in seguito, venne rafforzata dal mostrarsi delle enormi differenze fisiche e caratteriali tra Carlo Alberto e il figlio Vittorio Emanuele ed era così diffusa al punto che a crederci tra gli altri c'era anche una personalità come Massimo d'Azeglio. Di certo la culla andò distrutta divorata dalle fiamme e nello stesso incendio morì la nutrice mentre il bambino riportò solo due lievi scottature. Nello stesso periodo inoltre la regina era incinta del secondogenito che in seguito a questo episodio rischiò di perdere per lo spavento.

Gli anni fiorentini sono tra i più tristi della vita di Carlo Alberto in quanto a Firenze ospite del suocero era guardato a vista dalle spie inviate da Carlo Felice che pensava tra l'altro di estrometterlo dalla successione scavalcandolo e passando il trono a quello che sarebbe poi diventato Vittorio Emanuele II.

Situazione nella baia del Trocadero

Per cercare di riabilitarsi agli occhi del sovrano rispetto agli eventi del 1821 e le posizioni assunte, Carlo Alberto, pensò di utilizzare l'opportunità che il destino gli mise a disposizione con la spedizione francese in Spagna. Infatti nel 1823 nella penisola iberica erano scoppiati i moti per obbligare il re Ferdinando VII a ripristinare quella stessa costituzione prima concessa e poi negata in Piemonte. Le Cortes avevano quindi obbligato il re a seguirle a Cadice per sfuggire all'invasione francese effettuata in accordo con Metternich e la Santa Alleanza per ripristinare l'ordine. Carlo Alberto chiese quindi ed ottenne (anche se a fatica) di partecipare alla spedizione a fianco del duca di Angouleme e raggiunse la Spagna dopo un viaggio prima in nave e poi a cavallo. Durante la campagna spagnola si distinse per il coraggio dimostrato trovandosi spesso in prima fila e ricevendo diverse onorificenze. Rischiò diverse volte la vita e non solo a causa dei combattimenti ma anche di una febbre che colpi l'esercito degli assedianti; questa malattia sarà destinata ad affliggerlo per tutta la vita. In particolare l'episodio a cui il suo nome restò legato fu quello della battaglia del Trocadero (1823) con grande eco sui giornali europei. Dopo questa battaglia infatti le forze reazionarie liberarono il re e la regina di Spagna (cugina di Carlo Alberto) e ripristinarono l'ordine abolendo la costituzione.

Oggi quello che non sfugge è che Carlo Alberto in questa occasione combatté proprio contro quei liberali che solo qualche anno prima aveva favorito e aiutato durante i moti del 1821. Ciò ovviamente allontanò Carlo Alberto dalle simpatie dei suoi amici precedenti, ma trovò una giustificazione nel riottenere una legittimazione alla successione sul trono con il favore austriaco anche a seguito di un impegno firmato da Carlo Alberto a Parigi, finalmente sulla strada del ritorno per Torino (dopo l'esilio fiorentino), in cui prometteva a Carlo Felice di non modificare le istituzioni politiche vigenti una volta salito al trono.

Una volta tornato a Torino, perdonato dallo zio, si preparò quindi a regnare. In questi anni nei suoi scritti non mancò mai uno spirito profondamente reazionario nonostante in realtà il principe stesse studiando molto. In particolare divenne un uomo di grandissima cultura soprattutto in campo economico leggendo molti autori e cercando di capire quale era la situazione dei territori che avrebbe ereditato. In questa ottica va visto un suo viaggio in Sardegna nel 1829 terra che - a differenza di Carlo Felice, che ne era stato il viceré - non aveva ancora potuto conoscere.

La sua cultura in ogni caso non si fermava all'economia: si sa che conosceva e parlava correntemente quattro lingue: italiano, inglese, tedesco (che userà per passare i controlli austriaci dopo la disfatta di Novara) e francese anche se questa era la lingua che usava prevalentemente per parlare e scrivere. Sempre in questo periodo scrisse diverse opere che poi però fece ritirare tra cui delle storie per i figli chiamati Racconti Morali.

Sovrano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Statuto Albertino.
Il Regno di Sardegna sotto Carlo Alberto nel 1839

Divenuto Re di Sardegna alla morte di Carlo Felice il 27 aprile 1831 le speranze di quanti auspicavano un periodo di riforme in senso liberale parvero vanificarsi. Infatti il nuovo monarca iniziò il suo regno dimostrando di non voler mutare nulla dell'ordine pre-costituito fedele al documento firmato anni prima presso l'ambasciata del Regno sardo a Parigi. In questa ottica fondò il consiglio di stato organo che avrebbe dovuto vigilare sull'istituto monarchico. Si eresse a paladino dell'assolutismo avversando fortemente la rivoluzione di luglio che aveva portato sul trono di Francia Luigi Filippo e in questa funzione antifrancese stipulò nel 1831 un'alleanza con l'Austria che verrà ratificata nel 1836. Carlo Alberto ottenne il comando di uno squadrone di Ussari (ironia della sorte quello di Radetzky) e in caso di guerra con la Francia sarebbe stato il comandante supremo degli eserciti sardo-austriaci congiunti. L'alleanza con l'Austria fu consolidata anche dalla politica dinastica portata avanti dal re che fece sposare nel 1842 il figlio ed erede Vittorio Emanuele con la figlia della sorella Elisabetta e del viceré del Lombardo-Veneto, Maria Adelaide. La dinastia poté dirsi al sicuro nel 1844 quando nacque un erede: il futuro re d'Italia Umberto I; l'anno successivo sarebbe anche nato Amedeo, futuro re di Spagna anche se solo per breve tempo.

Carlo Alberto 20 lire d'oro

Nei confronti dei movimenti rivoluzionari e libertari condusse una severa politica reazionaria e represse duramente la cospirazione della Giovine Italia (1833) firmando numerose condanne a morte tra cui quella in contumacia di Mazzini che pure gli aveva scritto una lettera aperta nel 1831 auspicando che fosse un sovrano liberale. In realtà il carbonaro aveva dichiarato di voler rovesciare le monarchie e probabilmente fu l'ispiratore di un tentativo di assassinio nei confronti del re che però non fu mai attuato. Le condanne del re e dei suoi funzionari quindi, per quanto feroci e spietate al punto che addirittura gli ambasciatori di Francia e Austria le considerarono eccessive, non possono essere considerate del tutto prive di fondamento. A conferma di ciò si può portare anche il fatto che l'anno successivo i carbonari provarono una nuova sollevazione in Savoia e a Genova che però fallì miseramente e in questo caso tra i condannati in contumacia ci fu anche Giuseppe Garibaldi.

Resta in ogni caso il fatto che il re non graziò né rese più lieve la pena a nessuno dimostrandosi da questo punto di vista assolutamente reazionario.

Dal punto di vista delle libertà religiose all'inizio non mutò minimamente l'indirizzo dato dai suoi predecessori mantenendo in un primo tempo i ghetti per i giudei ed i divieti in vigore nei confronti dei valdesi, d'altronde il re era molto religioso e passava parecchio tempo in preghiera.

Carlo Alberto firma lo Statuto

Se in un primo tempo tenne quindi un atteggiamento conservatore e filo-clericale simile a quello del suo predecessore, facendo svanire le speranze di quanti credevano in lui, in seguito assunse un atteggiamento più liberale, aprendo il Piemonte ad un cauto riformismo sotto la spinta di personalità come Vincenzo Gioberti e Massimo d'Azeglio. Con gli anni quindi si aprì ad un cauto riformismo e si dedicò al riordinamento dello Stato, risanando le finanze, promuovendo lo sviluppo economico del Regno, riorganizzando l'esercito e dando impulso alle riforme amministrative lavorando in modo instancabile molte ore al giorno. Iniziò a promuovere una serie di riforme miranti a rafforzare lo Stato ed a svecchiarne le strutture: in campo economico dimostrò interesse per la ferrovia valutando con i suoi tecnici la costruzione di una Torino-Genova e di una Torino-Milano che avrebbe dovuto favorire i commerci tra regno sabaudo e il Lombardo-Veneto austriaco. Quest'ultimo progetto prese il via nel 1840 con alcuni pareri contrari da parte austriaca. La ferrovia in ogni caso ebbe il pregio di avviare l'attività siderurgica nel regno ponendo ad esempio le basi di quella che sarebbe stata la Ansaldo a Genova. Dal punto di vista commerciale inoltre per rilanciare l'economia del Piemonte stagnante da troppo tempo intuì che erano necessarie delle riforme. In questa ottica si colloca anche un ammodernamento generale dell'ordinamento della Sardegna che visiterà più volte. Riorganizzò l'isola in sette diverse prefetture nel 1837, abolì i diritti feudali nel 1838 andando a compensare i nobili con un indennizzo. Più in generale nel Regno, diede impulso all'agricoltura, alle banche ed al commercio riducendo nel 1834 il dazio sul grano, abolendo il divieto di esportazione della seta grezza e abolendo il dazio di importazione sulle sete lavorate; nel 1842 promulgherà il nuovo Codice di Commercio e a partire dal 1843 stipulò trattati commerciali con gli altri stati italiani e le principali nazioni europee. Trattati che sancirono l'avvio del graduale smantellamento del regime protezionistico sabaudo. Anche la giustizia civile e penale vennero riformate mediante l'introduzione prima il 31 dicembre 1837 del nuovo codice civile che ricalcava quello napoleonico poi nel 1838 del nuovo codice penale, stabilendo inoltre l'abolizione della tortura e della dissacrazione dei cadaveri dei condannati. In ultimo nel 1847 venne pubblicato il codice di procedura penale. Più in generale però Carlo Alberto con la promulgazione dei codici visti e la costituzione nel 1846 della Corte di Cassazione intendeva riformare l'intero sistema giuridico piemontese. Anche dal punto di vista di ordinamento dello stato Carlo Alberto si mostrò attivo prima della concessione dello statuto andando ad abolire l'autonomia statuale della Sardegna nel 1847 legandola alla terraferma e dando così un modello amministrativo simile a quello piemontese.

L'esercito del piccolo Regno di Sardegna fu oggetto di particolare attenzione da parte del re che intendeva svecchiarlo e renderlo più efficiente. In campo militare quindi rese obbligatoria la ferma a quattordici mesi e fondò su suggerimento del maggiore La Marmora un corpo scelto: i Bersaglieri (1836). Come primo comandante del corpo delle Guardie del Corpo del Re che diventeranno i Corazzieri oggi in servizio al Quirinale, chiamò il fedele Carlo Ferrero della Marmora.

Piazza Carlo Alberto, con il monumento equestre al suo centro

Da un punto di vista culturale creò una Corte sontuosa (come poté apprezzare lo zar Nicola I di passaggio nel 1845 a Torino), protesse gli artisti, fece erigere edifici per abbellire la città e monumenti alla memoria dei suoi predecessori, rinnovò gli Ordini cavallereschi, fondò l'Ordine Civile dei Savoia e aiutò la Chiesa soprattutto mediante le opere della regina. Proprio nell'ambito della politica di rinnovamento di Carlo Alberto rientra anche il Caval ëd Brons. Il Re volle celebrare con una statua il personaggio più significativo della storia sabauda, Emanuele Filiberto, fondatore della potenza dinastica e territoriale dei Savoia. Questa statua si trova al centro di piazza San Carlo e fu commissionata nel 1831 a Carlo Marochetti. Il monumento fu fuso in Francia ed esposto al Louvre a Parigi nel 1838 e raffigura il Duca nell'atto di ringuainare la spada dopo la vittoria di San Quintino. Il Re, soddisfatto dell'opera, ricompensò Marochetti con il titolo di Baronetto. Il destino volle che qualche anno dopo, nel 1861, Re Carlo Alberto stesso fosse raffigurato da Marochetti in un'altra statua equestre che oggi si trova in Piazza Carlo Alberto a Torino, davanti al palazzo Carignano, sede del primo Parlamento italiano, di proprietà della famiglia di Carlo Alberto fino alla sua ascesa al trono.

Statua equestre di Carlo Alberto in Casale Monferrato

Permise inoltre lo sviluppo di una vita politica in Piemonte, e visto l'interesse dimostrato per i progressi tecnologici arrivò a promuovere dei convegni scientifici e a firmare primo fra i sovrani italiani, la legge sul diritto d'autore. Sempre in ambito di rinnovamento culturale fondò la Biblioteca Reale, il Medagliere, la Galleria delle Armi (una collezione di armature dei secoli precedenti), la Pinacoteca, l'Accademia Albertina delle Belle Arti e la Deputazione Reale della Storia Patria.

Questo atteggiamento riformista lo portò il 4 marzo del 1848 ad emanare, a seguito dei moti scoppiati in tutta la penisola con la concessione della costituzione a Napoli, lo Statuto (sulla base di quelli belga e francese) che porta il suo nome (Statuto albertino) e che rimase in vigore in tutta Italia fino all'emanazione della Costituzione Repubblicana del 1948. Poco dopo lo scoppio della guerra con l'Austria fu adottato come vessillo il tricolore italiano che, salvo l'eliminazione dello scudo sabaudo, resta tuttora la bandiera dell'Italia. L'attuale bandiera italiana, infatti, discende direttamente da quella adottata dalle truppe di Carlo Alberto durante la prima guerra di indipendenza. All'inizio delle ostilità infatti il Re decise di utilizzare l'antico vessillo della Repubblica Cispadana (come richiesto dai milanesi insorti) aggiungendo al centro lo stemma di casa Savoia bordato d'azzurro (colore della dinastia). Questo vessillo rimase in uso nel Regno di Sardegna divenendo quello nazionale una volta compiuta l'unità nel 1861. Lo statuto in un primo momento fu avversato dal re che però poi si vide in un qualche modo costretto ad accettarlo con la sola condizione che fosse inclusa la clausola sulla religione cattolica come religione di stato anche se lo statuto era tollerante nei confronti delle altre religioni e il re abolì i divieti contro i valdesi e gli ebrei. I tratti fondamentali della carta prevedevano due camere di cui una delle due elettiva delegate al potere legislativo, un consiglio dei ministri responsabile di fronte al re, l'amministrazione della giustizia da parte dei tribunali per conto del re e una certa libertà individuale oltre che di stampa (per altro già ampliata nel 1847 con la revisione della censura che aveva permesso il fiorire di nuovi giornali). Venne inoltre istituita la guardia civica.

Prima guerra d'indipendenza e fine[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra di indipendenza italiana e Cinque giornate di Milano.

Cause[modifica | modifica wikitesto]

Gli ultimi anni del suo regno sono indissolubilmente legati anche alla sfortunata campagna del 1848-49 contro gli austriaci.

Questa guerra sarebbe passata alla storia con il nome di prima guerra d'indipendenza. Negli anni che precedettero lo scontro c'erano stati diversi attriti con l'impero asburgico cui pure si era legato in funzione anti francese. Si è già ricordato che il progetto di costruzione delle ferrovie Torino - Genova e Torino - Milano causò attriti con l'Austria in quanto quest'ultima vedeva minacciato Trieste come porto privilegiato per le merci dirette in Germania. Vanno però ricordati altri motivi di scontro tra cui quello relativo alle importazioni del sale verso la Svizzera. Secondo un antico trattato tra i due governi infatti la Svizzera poteva rifornirsi di sale solo presso gli austriaci. La cosa, alla stipula del trattato, non infastidì troppo l'allora ducato sabaudo in quanto neppure possedeva uno sbocco sul mare. Non così però nel 1847 quando in virtù del Congresso di Vienna la Liguria era stata assegnata al Regno da ormai una quarantina d'anni. La reazione austriaca non si fece attendere e introdusse dei dazi elevatissimi sul commercio dei vini e formaggi piemontesi dando una mazzata all'economia sarda.

Va aggiunta la mai sopita pretesa dinastica di conquistare la Lombardia (è probabile che all'ingresso in guerra il re non pensasse alla liberazione dell'Italia ma alla conquista di Milano) e l'odio provato da Carlo Alberto cresciuto con ideali rivoluzionari in gioventù per l'Austria. Inoltre il re mal sopportava la supponenza austriaca che vedeva nel Piemonte poco più che una provincia del suo impero utile come stato vassallo contro la Francia. A tutto questo vanno aggiunti i moti che in quel periodo stavano scoppiando un po' in tutta l'Italia e che vedevano in lui, sovrano finalmente costituzionale, l'unica speranza per poter cacciare lo straniero. Dal canto suo inoltre si era avvicinato sempre più alle idee giobertiane (neoguelfismo con il riconoscimento per il Savoia di essere la spada del Papa) e l'elezione al soglio pontificio di Pio IX non poté fare altro che aumentare la fiducia nella realizzazione dei suoi sogni; dinastici da una parte e giovanili dall'altra.

Prime fasi della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Il re dunque fedele alla costituzione appena emanata convocò un consiglio dei ministri per deliberare sulla guerra e allo stesso tempo chiese garanzie a Milano. Si stava infatti giocando il regno e voleva essere certo che i suoi sforzi non fossero vani.

Mobilitando quindi le truppe nella maniera più veloce possibile (in virtù dell'alleanza con l'Austria le fortezze ad est erano sguarnite) decise, quindi, di prestare soccorso ai milanesi insorti durante le Cinque giornate di Milano (dal 18 al 22 marzo del 1848) e il 24 marzo entrò in conflitto con l'Austria.

L'esercito del Regno di Sardegna, affiancato da un numero notevole di volontari giunti da tutta la penisola (erano arrivati da Firenze, Roma e Napoli questi ultimi 10-12000 al comando di Guglielmo Pepe), passò quindi il Ticino per liberare il Lombardo-Veneto dal dominio tedesco a seguito delle rivolte scoppiate in quei territori. Nonostante l'intervento del re non sia stato determinante nella provvisoria liberazione della città, in quanto entrava a Milano dopo la fine delle Cinque giornate (quindi, solo dopo l'evacuazione da parte dell'esercito austriaco della città), va ricordato che fece ingresso in città a seguito della richiesta della città stessa, su delibera del governo piemontese e solo dopo l'instaurazione a Milano di un governo moderato (26 marzo) che riuscisse a mettere d'accordo le due fazioni (quella filo-sabauda di Casati e quella repubblicana di Cattaneo). Si comportò secondo i principi di una monarchia liberale sbagliando tuttavia obiettivo in quanto permise al generale Radetzky una tranquilla ritirata. Sembra in ogni caso ingiusto l'atteggiamento tenuto da Carlo Cattaneo che accusò il re di essere arrivato solo a cose fatte; va detto però che il Cattaneo vedeva per Milano un governo repubblicano che tuttavia sarebbe probabilmente durato poco in quanto gli austriaci si erano sì ritirati ma non erano vinti come imparò a sue spese Carlo Alberto stesso.

Giunto a Milano il re il 12 aprile proclamò un plebiscito per l'annessione della Lombardia al Regno di Sardegna che lo avrebbe elevato per qualche tempo anche a signore di Milano, ma che gli avrebbe anche fatto perdere giorni preziosi per l'avanzata dell'esercito, che si arrestò dinanzi alle fortezze del Quadrilatero.

I successi, le sconfitte e l'armistizio[modifica | modifica wikitesto]

In generale per quanto riguarda la guerra questa fu condotta sicuramente con coraggio ma in maniera un po' avventata. Non c'era peraltro stato tempo di prepararla meglio visto il precipitare dei fatti e lo stato maggiore sabaudo non conosceva le posizioni delle fortezze e dei reggimenti austriaci essendo addirittura sprovvisti di cartine.

La battaglia di Pastrengo
Statua equestre del Re Carlo Alberto a Roma

Inoltre per quanto all'epoca l'esercito del regno di Sardegna fosse quello militarmente più progredito tra gli stati italiani non soggetti all'Austria, risentiva fortemente delle strutture ancora in vigore in quel periodo in tutta Europa. Gli ufficiali non erano militari di ruolo ma spesso erano solo membri dell'aristocrazia che non avevano mai combattuto una guerra e che quindi non erano preparati. I soldati poi erano stati richiamati in fretta e furia e molti neppure conoscevano le nuove armi in dotazione. A questo va aggiunta la diffidenza del re nei confronti dei gruppi di volontari giunti per aiutarli: li vedeva come pericolosi in quanto possibili elementi anti-sabaudi. Le operazioni belliche dei primi mesi danno l'illusione della vittoria in quanto i piemontesi battono a più riprese gli austriaci. l'8 aprile a Goito il giovane reparto dei bersaglieri guidati da La Marmora sconfigge un reggimento austriaco; il 30 aprile viene conquistata la piazzaforte di Pastrengo (Carica di Pastrengo) presente il re in persona mentre il 30 maggio viene inflitta agli asburgici una seconda sconfitta a Goito. Il successo principale in ogni caso è la conquista della fortezza di Peschiera andando così a scardinare il sistema difensivo del Quarilatero. Anche i volontari giunti dalla Toscana fecero la propria parte battendo gli austriaci il 29 maggio a Curtatone e Montanara Lo scenario era però nel frattempo mutato: il 30 aprile il Papa aveva fatto sapere di non essere favorevole alla campagna ritirando il suo appoggio. Inoltre il re aveva lasciato in posizione avanzata solo un numero esiguo di reparti mentre il grosso dell'esercito era dietro. Questi reparti non più sostenuti dai volontari vengono travolti dal grosso dell'esercito austriaco che nel frattempo era stato concentrato a Verona che contrariamente a quanto auspicato non insorge e il 24-25 luglio i piemontesi vennero sconfitti duramente a Sommacampagna e Custoza. La popolare marcia di Radetzky con cui si chiude il concerto di capodanno a Vienna fu proprio composta dal compositore viennese Johann Strauss padre, per celebrare la vittoria austriaca a Custoza sull'esercito piemontese. I sardi furono costretti ad arretrare abbandonati anche dagli altri stati che avevano mandato dei volontari in aiuto. Il 5 agosto Carlo Alberto fu costretto ad abbandonare Milano, dopo aver provato a difenderla accampandosi con l'esercito fuori dalla città ed esser stato sconfitto in uno scontro che era seguito all'arrivo degli austriaci. Considerata a ragione ormai indifendibile, il re poteva cercare di rinchiudersi in città ma in questo caso gli austriaci l'avrebbero bombardata e del suo esercito ormai provato non sarebbe comunque rimasto molto. Prese quindi la decisione di allontanarsi e tornare a difendere il Piemonte per riprendere le ostilità in un secondo momento non prima di aver ricevuto qualche pallottola alla finestra sparata da parte di un cittadino milanese in disaccordo con le intenzioni del sovrano. Questo il resoconto di quegli avvenimenti della nobildonna Cristina di Belgioioso che partecipò attivamente ai moti di Milano e in seguito alla difesa della Repubblica romana dai Francesi:

« ...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione. Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. Qualche colpo di fucile partì contro Carlo Alberto. Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'. Il re allora levò di tasca un pezzo di carta , lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi.[2] »

Il successivo 9 agosto il re firmò l'armistizio di Salasco.

Ripresa delle ostilità e morte[modifica | modifica wikitesto]

Un anno più tardi, spinto soprattutto dal volere del Governo e del Parlamento, Carlo Alberto, anche per spirito di rivincita, riprese le ostilità. Non c'erano però le condizioni per poter riprendere la guerra; l'esercito era demoralizzato e poco organizzato in seguito alle sconfitte subite l'anno precedente e in più dato che il comando era stato screditato durante la precedente campagna, il re decise di affidarlo ad un generale rivoluzionario polacco chiamato Chrzanowski che non parlava italiano. Anche in seno alla famiglia non c'era accordo e il figlio Vittorio Emanuele era fortemente critico nei confronti del padre così come lo era stato nei confronti di molte scelte fatte durante la precedente campagna. L'esito del conflitto fu disastroso. Il 20 marzo fu dichiarata la guerra disconoscendo l'armistizio sottoscritto ma in soli 3 giorni di ostilità l'esercito del maresciallo Radetzky sconfisse definitivamente quello piemontese a Novara il 23 marzo.

Vedendo l'esercito sconfitto, il Re si gettò nella mischia per cercare la morte, ma non la trovò. Si ritirò quindi a palazzo Bellini da dove mandò un messo al generale austriaco per chiedere un armistizio. Le condizioni poste furono durissime e, nella speranza che il suo Piemonte ottenesse condizioni meno severe, la sera stessa Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele e lasciò l'Italia verso l'esilio di Oporto in Massarelos, Portogallo con i baroni De Falco, scegliendo per sé il semplice titolo di Conte di Barge. Qualche giorno dopo la partenza fu raggiunto in Francia da una delegazione del governo: all'abdicazione aveva dimenticato di firmare l'atto ufficiale. La destinazione scelta dal sovrano abdicatario sembrò essere il Portogallo anche se un altro Savoia, il "re di maggio" Umberto II (anche lui in esilio in Portogallo a Cascais), indicò nella località una tappa di passaggio verso le Americhe. Durante i pochi mesi dell'esilio diede ordine che nessuno lo raggiungesse anche se scrisse molte lettere alla moglie e all'amante. Gli fu vicino in questo triste momento anche il fedele amico di sempre Carlo Ferrero della Marmora cui il re donò la propria spada. Duramente provato nel fisico dagli sforzi fatti nel corso delle campagne degli anni precedenti (il re già malato non si sottrasse mai alle cavalcate e alla dura vita militare mangiando e dormendo come i suoi subalterni) e dal lungo viaggio, in cui non mancarono mai i momenti in cui la popolazione non tributasse un omaggio al suo passaggio, Carlo Alberto morì dopo pochi mesi il 28 luglio dello stesso anno assistito dal suo amico Alessandro Riberi inviato dal figlio per accudirlo. Il suo corpo fu imbalsamato e imbarcato su una nave mandata dal governo piemontese e diretta in Italia.

La Sala dei Re (prima sala) della cripta reale a Superga. Al centro il sarcofago di Carlo Alberto di Savoia, dietro di lui l'altare della deposizione, a sinistra la statua della fede, a destra la statua della carità.

Il 13 ottobre 1849 arrivò a Torino dove si svolse il funerale e dove fu omaggiato dal popolo nel suo viaggio verso l'ultima dimora. Oggi riposa nella cripta della basilica di Superga dove fu seppellito il giorno seguente, ultimo fra i sovrani regnanti ad essere sepolto qui. La sua tomba si trova al centro della cripta. La tradizione sabauda infatti voleva che il sovrano defunto fosse posto al centro della cripta fino a quando non fosse deceduto il suo successore che avrebbe preso il suo posto. In questo caso la salma non fu più spostata in quanto i sovrani successivi diventarono re d'Italia e furono tumulati presso il Pantheon di Roma.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Era alto due metri e tre centimetri. Così lo descrive Massimo d'Azeglio: “L'aspetto di Carlo Alberto presentava un non so che di inesplicabile. Altissimo di statura, smilzo, col viso lungo, pallido ed abitualmente severo”.
  • Carlo Alberto è anche ricordato per essere colui che volle l'allestimento del Museo dell'Armeria Reale di Torino nel 1833 a seguito della creazione della Galleria Sabauda, andando così ad occupare le stanze lasciate libere dalle tele. Tra i pezzi presenti presso l'Armeria Reale è custodito il cavallo imbalsamato del sovrano chiamato Favorito assieme a diversi cimeli militari appartenuti al re.
  • In occasione della sua sosta parigina di rientro dalla campagna di Spagna, re Luigi XVIII lo invitò a cena offrendogli una cena molto abbondante. Carlo Alberto era un uomo che mangiava molto poco e ricorderà sempre con un certo "terrore" la cena offertagli dal re di Francia.
  • Salito al trono da poco fece cacciare da palazzo un giovane luogotenente reo di aver offeso la sensibilità del re; il giovane era Camillo Benso di Cavour.
  • Dopo la disfatta di Novara, la carrozza del re fu fermata più volte ai posti di blocco austriaci. Sembra improbabile che gli austriaci non riconoscessero il re (soprattutto ai gradi più alti) ma è assai verosimile che lo volessero far passare. Durante un controllo il generale austriaco avrebbe convocato un bersagliere prigioniero chiedendo con una domanda studiata ad arte se riconosceva il conte di Barge. Il giovane avrebbe confermato e il re poté continuare.
  • Carlo Alberto è ricordato con vari soprannomi: "Il Magnanimo" per essersi sempre prodigato verso la sua terra per infondere princìpi di liberalità e costituzionalità e "Re Tentenna" o anche "Italico Amleto" (Carducci) per le sue esitazioni e una certa imperscrutabilità nelle sue scelte. L'arcivescovo di Torino che non lo amava lo aveva invece soprannominato "Cavolus Albertus".
  • Sotto il suo regno nel 1831 fu scritta la Marcia Reale inno del regno d'Italia fino alla proclamazione della repubblica.

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Alberto di Savoia Padre:
Carlo Emanuele di Savoia-Carignano
Nonno paterno:
Vittorio Amedeo II di Savoia-Carignano
Bisnonno paterno:
Luigi Vittorio di Savoia-Carignano
Trisnonno paterno:
Vittorio Amedeo I di Savoia-Carignano
Trisnonna paterna:
Maria Vittoria Francesca di Savoia
Bisnonna paterna:
Cristina Enrichetta d'Assia-Rheinfels-Rotenburg
Trisnonno paterno:
Ernesto Leopoldo d'Assia-Rheinfels-Rotenburg
Trisnonna paterna:
Eleonora Maria Anna di Löwenstein-Wertheim-Rochefort
Nonna paterna:
Giuseppina di Lorena
Bisnonno paterno:
Luigi di Lorena, principe di Brionne
Trisnonno paterno:
Luigi di Lorena, principe di Lambesc
Trisnonna paterna:
Jeanne Henriette Marguerite de Durfort
Bisnonna paterna:
Louise de Rohan-Rochefort
Trisnonno paterno:
Charles de Rohan, principe di Rochefort
Trisnonna paterna:
Eléonore Eugénie de Béthisy de Mézières
Madre:
Maria Cristina di Sassonia
Nonno materno:
Carlo di Sassonia
Bisnonno materno:
Augusto III di Polonia
Trisnonno materno:
Augusto II di Polonia
Trisnonna materna:
Cristiana Eberardina di Brandeburgo-Bayreuth
Bisnonna materna:
Maria Giuseppa d'Austria
Trisnonno materno:
Giuseppe I del Sacro Romano Impero
Trisnonna materna:
Amalia Guglielmina di Brunswick e Lüneburg
Nonna materna:
Contessa Francesca Corvin-Krasinska
Bisnonno materno:
Conte Stanislao Corvin-Krasinski
Trisnonno materno:
Conte Aleksander Krasinski
Trisnonna materna:
Salomea Trczinska
Bisnonna materna:
Anna Humiecka
Trisnonno materno:
Stefan Humiecki, Voivoda di Podole
Trisnonna materna:
Katarzyna Kronowska

Titoli e onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Template:Infobox titolazione nobiliare

Onorificenze sabaude[modifica | modifica wikitesto]

Gran Maestro dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
Gran Maestro dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Gran Maestro dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Militare di Savoia
Gran Maestro dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Civile di Savoia

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria
Cavaliere dell'Ordine Militare di Maria Teresa - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Militare di Maria Teresa
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (spagnolo) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (spagnolo)
Gran Croce dell'Ordine della Torre e della Spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce dell'Ordine della Torre e della Spada (Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ferma restando la genealogia dei Savoia, il tema della successione ad Umberto II come capo del casato è oggetto di controversia tra i sostenitori di opposte tesi rispetto all'attribuzione del titolo a Vittorio Emanuele piuttosto che a Amedeo: infatti il 7 luglio 2006 la Consulta dei senatori del Regno, con un comunicato, ha dichiarato decaduto da ogni diritto dinastico Vittorio Emanuele ed i suoi successori ed ha indicato duca di Savoia e capo della famiglia il duca d'Aosta, Amedeo di Savoia-Aosta, fatto contestato anche sotto il profilo della legittimità da parte dei sostenitori di Vittorio Emanuele. Per approfondimenti leggere qui.
  2. ^ C. Belgioioso, La rivoluzione lombarda del 1848 a cura di A. Bandini Buti, Universale Economica, Milano, 1950

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Laura Facchin, Opere di artisti svizzeri alla Galleria Sabauda. Una prima indagine, in Giorgio Mollisi (a cura di), Svizzeri a Torino nella storia, nell'arte, nella cultura, nell'economia dal Cinquecento ad oggi, «Arte&Storia», anno 11, numero 52, ottobre 2011, Edizioni Ticino Management, Lugano 2011.

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