Giansenismo

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Cornelis Jansen (Giansenio), vescovo di Ypres, autore dell'Augustinus e padre del giansenismo.

Il giansenismo è stato un movimento religioso, filosofico e politico che tentò di modificare il cattolicesimo sulla base della dottrina teologica e filosofica elaborata nel XVII secolo da Giansenio (1585-1638).

Giansenio fondò il proprio sistema teologico sull'idea che l'essere umano nasca ormai essenzialmente corrotto, e quindi inevitabilmente destinato a fare il male: senza la grazia di Dio, l'uomo non può far altro che peccare e disobbedire alla sua volontà; ciononostante, alcuni esseri umani sono predestinati alla salvezza (mentre altri no).[1] In questo modo, Giansenio intendeva ricondurre il cattolicesimo a quella che egli riteneva la dottrina originaria di Agostino d'Ippona, contrapponendosi alla teologia allora prevalente, fortemente sostenuta dall'ordine dei Gesuiti, che concepiva la salvezza come sempre possibile per l'uomo dotato di buona volontà, così com'era stato teorizzato dal gesuita spagnolo Luis de Molina (1535-1600), padre del cosiddetto molinismo.

Il giansenismo fu un fenomeno estremamente complesso: partito da un problema squisitamente teologico, entrò ben presto in campo etico, assunse posizioni ecclesiologiche estremiste e si costituì anche in un partito politico; influenzò, infine, pratiche di religiosità popolare. Il movimento giansenista accompagnò la storia della Francia lungo tutta l'epoca dell'ancien Régime e conobbe anche una importante ramificazione italiana nel XVIII-XIX secolo, di impronta giurisdizionalista e riformatrice.

La Chiesa cattolico-romana condannò la dottrina teologica giansenista in quanto eretica e vicina al protestantesimo, per il fatto che si eliminava quasi del tutto il libero arbitrio dell'essere umano di fronte alla grazia divina, favorendo l'idea di una salvezza predestinata. Il giansenismo fu condannato come eresia prima da un decreto del Sant'Uffizio del 1641, poi con molti documenti fra cui la lettera bollata In eminenti di papa Urbano VIII del 1642, la Cum occasione di papa Innocenzo X del 1653, in cui furono raccolte cinque proposizioni ritenute riassuntive del libro di Giansenio Augustinus (che i giansenisti però ritenevano non corrispondenti in realtà col suo pensiero), le bolle Ad sacram beati Petri sedem del 1656 e Regiminis Apostolici del 1664 di Alessandro VII.

Dottrina[modifica | modifica wikitesto]

Le idee principali del giansenismo si possono ridurre a tre aspetti principali:[2]

  1. un giansenismo dogmatico, il cui maggior rappresentante fu Giansenio
  2. un giansenismo morale, col suo maggior esponente in Antoine Arnauld
  3. un giansenismo disciplinare, legato alla figura di Jean Duvergier de Hauranne

Giansenismo dogmatico[modifica | modifica wikitesto]

La dottrina del giansenismo ritiene che Dio non interviene nel mondo che è dominato dall'ingiustizia, ma la fede prepara il riscatto nell'aldilà. Questa corruzione viene trasmessa ereditariamente. L'uomo dunque non è libero, e senza la grazia divina, non può far altro che peccare e disobbedire alla sua volontà. Dio, all'atto della creazione, aveva dotato l'uomo della «grazia sufficiente» ma questi l'aveva persa con il peccato originale. Allora Dio ha deciso di donare, attraverso la morte e resurrezione di Cristo, una «grazia efficace» agli uomini da lui predestinati, resi giusti dalla fede e dalle opere.

Per quanto riguarda il rapporto fra la grazia divina e il libero arbitrio dell'uomo, argomento su cui all'epoca si disputava aspramente, il giansenismo, influenzato dal baianismo (dottrina di Michele Baio), cercava una via equidistante fra il cattolicesimo e il protestantesimo, asserendo che, con il conferimento della grazia, questa si compenetra alla volontà umana che diventa così anche volontà divina.

Giansenismo morale[modifica | modifica wikitesto]

È la diretta conseguenza del giansenismo dogmatico: di fronte a un Dio arbitro assoluto della nostra sorte, l'atteggiamento più spontaneo non è l'amore, ma il timore, da cui una morale austera e rigorosa.

Giansenismo disciplinare[modifica | modifica wikitesto]

La Chiesa, per il Saint-Cyran, è adultera e infedele, e deve essere rinnovata integralmente, mediante un ritorno alle origini che elimini le novità introdotte in seguito. Si svaluta in genere l'autorità del papa per aumentare quella dei vescovi e dei parroci: è alla Chiesa intera che viene attribuita l'infallibilità, e non solo al pontefice.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La controversia sulla grazia[modifica | modifica wikitesto]

I dibattiti sul tema della grazia avevano attraversato per secoli la teologia cristiana, ed erano stati aperti soprattutto dalle riflessioni di Agostino d'Ippona.

Il lungo contrasto con i pelagiani, che esaltavano la libertà umana e le sue possibilità di salvezza, aveva portato Agostino a farsi "campione" dell'assoluta e libera grazia di Dio. Ciò, naturalmente, lo spinse a diminuire il valore del libero arbitrio dopo la cosiddetta caduta di Adamo, così da rendere l'essere umano, senza la grazia, incapace di alcun bene. Per Agostino, poi, la grazia divina è gratis data, cioè donata in modo assolutamente gratuito, quindi non prevedibile né tantomeno meritabile, a coloro che Dio, liberamente e segretamente, ha scelto e predestinato.

Agostino aveva goduto di un immenso credito nel Medioevo, e anche Tommaso d'Aquino, parlando della grazia, partì dall'autorità di Agostino, sforzandosi però di conciliare quella dottrina con la sua metafisica e soprattutto di salvare lo spazio della libertà umana.

Anche Martin Lutero e Giovanni Calvino si richiamavano, per quanto riguardava la giustificazione, ad Agostino, trovando consonante con la propria affermazione del sola fide et sola gratia la centralità della grazia nella teologia del convertito di Ippona. L'enorme accento posto sulla caduta dell'essere umano (soprattutto in Calvino, che nega completamente il libero arbitrio per effetto del peccato originale) tende evidentemente ad esaltare la grandezza dell'opera redentiva di Gesù Cristo, così come la rigida doppia predestinazione da parte di Dio tende ad eliminare ogni apporto umano alla libera volontà di Dio, cui l'uomo può solo aderire con l'abbandono di una fede totale.

Il Concilio di Trento si attenne alla teologia medievale, evitando di entrare in merito alla questione, e limitandosi a ribadire in maniera generica due punti fermi: la libertà di Dio (dichiarando la necessità della grazia divina) e - nello stesso tempo - la libertà dell'uomo (quindi l'esistenza e la realtà del libero arbitrio). La loro conciliazione spettava alle diverse scuole teologiche.

(LA)

« [Can. 3:]
Si quis dixerit, sine praeveniente Spiritus sancti inspiratione atque eius adiutorio hominem credere, sperare et diligere, aut paenitere posse, sicut oportet, ut ei iustificationis gratia conferatur, anatema sit.


[Can. 4:]
Si quis dixerit, liberum hominis arbitrium a Deo motum et excitatum nihil cooperari assentiendo Deo excitanti atque vocanti, quo ad obtinendam iustificationis gratiam se disponat ac praeparet, neque posse dissentire, si velit, sed velut inanime quoddam nihil omnino agere mereque passive se habere, anatema sit. »

(IT)

« Necessità della grazia:
Se qualcuno ha affermato che l'essere umano potrebbe, senza una previa ispirazione ed aiuto dello Spirito santo, credere, sperare ed amare, o pentirsi come si conviene, cosicché gli venisse conferita la grazia della giustificazione, sia anàtema.

Libero arbitrio:
Se qualcuno ha affermato che il libero arbitrio dell'essere umano, mosso ed eccitato da Dio, non coopera in nessun modo con quel Dio che lo muove e lo eccita perché egli si disponga e si prepari ad ottenere la grazia della giustificazione; e che egli non potrebbe dissentire, se lo volesse, ma che, come un qualcosa di inanimato, non opera in nessun modo e si comporta del tutto passivamente, sia anàtema. »

(Concilio di Trento, sessione VI, 13 gennaio 1547, Canoni sulla dottrina della giustificazione, DS 1554-1555)

A Lovanio, dopo il 1550, fu professore Michele Baio: specialista di patristica, Baio ambiva a trattare i problemi relativi alla grazia soltanto con il linguaggio dei Padri della Chiesa, senza ricorrere alla teologia scolastica. Ben presto lo si accusò di insegnare tesi molto vicine a quelle di Lutero e Calvino: di negare il carattere soprannaturale della condizione originale dell'uomo nel paradiso terrestre e perciò di dedurne la corruzione totale dell'uomo dopo il peccato originale e l'impossibilità di resistere alla grazia. Negando il libero arbitrio, Baio avrebbe perciò favorito il calvinismo. Le tesi di Baio furono condannate nel 1567 da papa Pio V e poi ancora da papa Gregorio XIII nel 1580.[3]

Alla fine del Cinquecento scoppiò un'altra polemica tra Domenicani e Gesuiti a proposito del teologo gesuita Luis de Molina e di un suo testo del 1588, De concordia liberi arbitrii cum divinae gratiae donis. Molina proponeva la teoria della "grazia sufficiente" al posto della "grazia efficace": la grazia di Dio dà all'uomo tutto ciò che è necessario per compiere il bene, ma non può produrre effetto se non è accettata dal libero arbitrio. La posizione molinistica era rilevante anche nel contesto della pratica di proselitismo gesuita, tesa a incoraggiare l'ingresso del maggior numero di persone nel seno della Chiesa.

I Domenicani, che vedevano intaccata l'autorità di Tommaso d'Aquino, reagirono con violenza; ne nacque una pesante disputa, tra questi ultimi, che ponevano l'accento sulla grazia divina (ma si trovarono addirittura accusati di calvinismo), e i Gesuiti, che accentuavano il libero consenso dell'uomo (ma venivano accusati dai loro avversari di semipelagianesimo). La Santa Sede avocò a sé la questione: venne insediata la "Commissione de auxiliis" (1598-1607), ma sebbene la gran parte dei consultori fosse sulla linea di Agostino e Tommaso (o comunque fosse contraria al molinismo), per non contrastare i potenti Gesuiti si giunse ad una soluzione compromissoria: venne proibito ai teologi di trattare la questione del rapporto tra grazia e libero arbitrio! La Compagnia di Gesù, in effetti, si era quasi universalmente compromessa nella difesa di Molina, e una condanna di Molina avrebbe rischiato di indebolire considerevolmente il prestigio dei Gesuiti, che rendevano alla Santa Sede - soprattutto in campo politico - immensi servizi.[4]. Il decreto di proibizione, emesso da papa Paolo V nel 1607 e rinnovato nel 1625, era peraltro formulato in modo molto vago, senza sanzioni penali,[5] tanto che cadde presto in oblio: di fatto, esso sarebbe stato tirato fuori dai Gesuiti soltanto in occasione della pubblicazione dell'Augustinus di Giansenio.

Contesto politico[modifica | modifica wikitesto]

Il giansenismo nacque in Francia al tempo della guerra dei trent'anni. In quel periodo la scena politica era dominata dal cardinal Armand-Jean du Plessis de Richelieu.

Al momento della sua ascesa politica (1624), Richelieu si era appoggiato al cosiddetto "partito devoto", che aveva grande fortuna presso la corte della reggente Maria de' Medici. Inizialmente Richelieu era stato appoggiato soprattutto dal cardinal Pierre de Bérulle, leader dei "devoti". In seguito, le posizioni di Richelieu e del "partito devoto" si divaricarono: per quest'ultimo, la politica doveva essere sempre e comunque subordinata alla religione; per Richelieu, al contrario, l'obiettivo più importante era il predominio europeo della monarchia francese. Nel 1626-1627, per esempio, nel regolare la questione della Valtellina con la Pace di Monzón, il partito devoto favoriva gli Spagnoli, mentre Richelieu era favorevole ad un'alleanza con la Germania protestante pur di ridimensionare il potere - ormai notevole - della Spagna; da questo scontro derivò il declino e la disgrazia politica del de Bérulle, che sarebbe poi morto nel 1629.

Nel 1634, per motivi squisitamente politici, Richelieu fece dichiarare nullo il matrimonio di Gaston d'Orléans, fratello del re Luigi XIII, con Margherita di Lorena. Richelieu ottenne l'annullamento di quel matrimonio da parte del Parlamento francese e dell'Assemblea del clero francese: anche se la curia romana aveva evitato accuratamente di intromettersi, il partito devoto si era opposto con fermezza.

Proprio contro Richelieu, nel 1635 Giansenio scaglierà il suo Mars Gallicus, un pesante e violento pamphlet contro la politica del cardinale e la sua alleanza con i protestanti di Germania.[6]

La spiritualità cattolica nella Francia del XVII secolo; la proposta spirituale di Saint-Cyran (1581-1643)[modifica | modifica wikitesto]

La nascita del giansenismo si colloca nel contesto della Controriforma (la Francia aveva accolto i decreti tridentini soltanto nel 1615). Nella prima metà del XVII secolo si assiste in Francia e in Belgio


Pierre de Bérulle, pur essendo anche un uomo politico,

« è il grande uomo dell'ambiente devoto, e la sua spiritualità personale, centrata sul mistero dell'Incarnazione, è tutta impregnata di sant'Agostino. Ma l'agostinismo di Bérulle, eminentemente pratico, si situa soltanto sul piano della pietà. [...] Partendo dai principi agostiniani, si sforzava soprattutto di condurre le anime ad un'attitudine di umile dipendenza verso Dio loro creatore e Gesù loro redentore, al fine - sull'esempio di Agostino - di elevare la gloria del Creatore sull'abbassamento e le miserie della creatura. »

(Cognet, p. 21)
Jean-Ambroise Duvergier de Hauranne, abate di Saint-Cyran

Jean Duvergier de Hauranne abbé de Saint-Cyran era un amico di Giansenio, con il quale aveva studiato per cinque anni, dal 1611 al 1616. Convertitosi ad una vita presbiterale più autentica grazie all'incontro con de Bérulle nel 1618, alla morte di quest'ultimo divennne il punto di riferimento del "partito devoto". Dal punto di vista spirituale, Saint-Cyran

« non poteva ammettere che una vita cristiana potesse essere fatta di continue alternanze tra lo stato di grazia e il peccato, e riteneva abusiva la pratica troppo facile dei sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, allora corrente. Così egli chiedeva ai suoi diretti di convertirsi autenticamente, di entrare in una vita nuova attraverso un "rinnovamento". Per provocare lo choc psicologico necessario per questa rottura con il passato, il diretto doveva passare attraverso lo stato intermedio di penitente: gli si rinviava l'assoluzione di alcune settimane, durante le quali egli si privava dell'eucaristia. »

(Cognet, pp. 25-26)

Alla luce di questa prassi nella cura d'anime, sembra ormai certo che Saint-Cyran non debba essere indebitamente schiacciato sulla teologia giansenistica, ma vada piuttosto ricollocato nella grande corrente della riforma cattolica francese:

« [Giansenio e Saint-Cyran] sono entrambi discepoli del vescovo di Ippona, ma, rappresentanti di due famiglie di spirito opposte, essi non lo leggevano allo stesso modo. Intellettuale, Giansenio vi cerca la soluzione scientifica del problema preciso di cui egli considerava l'attualità accademica. Duvergier, al contrario, ha delle preoccupazioni pratiche; esse restano d'altronde assai vaghe: il ritorno alla spiritualità agostiniana era ai suoi occhi il mezzo per far rifiorire nel XVII secolo la Chiesa primitiva. »

(Orcibal, p. 46)

Saint-Cyran entrò in un rapporto di profonda amicizia con la famiglia Arnauld: madre Angélique Arnauld, riformatrice dell'abbazia cistercense di Port-Royal, si sottopose alla direzione spirituale di Saint-Cyran, con il quale sperimentò questa tecnica del "rinnovamento".

Port-Royal divenne presto un punto di attrazione anche per il mondo politico (risale al 1635, per esempio, la conversione di Antoine Le Maistre, nipote di madre Angélique, giovane e brillante avvocato). Molti convertiti del "bel mondo" si ritiravano a Port-Royal senza diventare né preti né religiosi (i "solitari di Port-Royal"), e Saint-Cyran venne accusato di sottrarre forze preziose alla vita pubblica. Il clima peggiorò ulteriormente quando Giansenio, notoriamente amico di Saint-Cyran, pubblicò il Mars Gallicus e attaccò violentemente Richelieu. Nel 1638 Saint-Cyran venne arrestato con un pretesto[7] e internato nel castello di Vincennes. La prima intenzione di Richelieu era quella di intentargli un processo per eresia. Le sue carte vennero esaminate, i suoi discepoli e le persone che lo avevano frequentato furono minuziosamente interrogate, ma questa inchiesta non portò nulla di utilizzabile.[8] Saint-Cyran venne allora messo sotto processo canonico per una questione teologica: la sua posizione a sostegno della necessità della contrizione per la salvezza del credente (Richelieu sosteneva invece la sufficienza dell'attrizione). Sottoposto ad un interminabile processo, Saint-Cyran passò in reclusione quasi tutto il resto della sua vita: sopravvisse a Richelieu, dopo la morte del quale (nel 1642) tornò in libertà per qualche mese, prima di morire anche lui.

Giansenio (1585-1638)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giansenio.
Frontespizio dell'Augustinus, edizione del 1640

Nella discussione teologica sui rapporti tra libertà dell'uomo e grazia divina, intervenne anche il professore di Sacra Scrittura dell'università di Lovanio, il fiammingo Cornelis Jansen.

Dopo aver compiuto gli studi teologici all'università di Lovanio, Giansenio proseguì la propria carriera universitaria, arrivando ad ottenere, nel 1630, la cattedra di Sacra Scrittura.

Già dal 1621 Giansenio aveva cominciato a leggere in modo sistematico tutte le opere di Agostino d'Ippona, maturando il progetto di un'opera sulla sua teoria della grazia. Nasceva così l'Augustinus, iniziato di fatto nel 1627 e concluso nel 1638, appena prima che Giansenio morisse di peste.

« Per testamento, Giansenio sottometteva la propria opera al giudizio della Santa Sede, ritenendo che non era possibile apportarvi dei grandi cambiamenti, e affidava la cura della pubblicazione postuma a due amici di Lovanio. »

(Cognet, p. 31)

L'Augustinus venne effettivamente pubblicato due anni dopo, nel 1640.

Si tratta di un'opera enorme (più di 1300 pagine in folio, su due colonne), in tre volumi:

  1. nel primo, Giansenio riassume le posizioni dei pelagiani e dei semipelagiani;
  2. nel secondo, Giansenio affronta prima di tutto (Liber proemialis) il rapporto tra filosofia e teologia, opponendosi ai metodi troppo razionalisti della teologia scolastica e rivendicando l'autorità di Agostino sui problemi relativi alla grazia; Giansenio riflette poi sullo stato della natura decaduta dell'uomo: dopo il peccato originale l'essere umano è stato corrotto intimamente, e non gli è rimasta altra libertà che per il male: non esiste lo stato di "natura pura", perché fin dalla creazione l'essere uumano era stato elevato ad una vocazione soprannaturale, perduta la quale ormai non può che peccare;
  3. nel terzo, Giansenio espone la sua concezione della grazia di Gesù Cristo redentore, l'unica che può guarire la natura decaduta: la grazia è assolutamente necessaria e raggiunge infallibilmente il proprio effetto, ed è gratis data, cioè concessa da Dio in virtù di una sua decisione del tutto libera; se Dio dona la sua grazia, l'amore di Dio trionfa; senza la grazia, l'uomo decaduto obbedisce solo all'amore per sé stesso.

Per Giansenio, l'ipotesi teologica della "grazia necessaria gratis data" non comportava una mancanza di libertà per l'essere umano. Dal punto di vista di Giansenio, infatti, la libertà non suppone assenza di necessità, ma soltanto assenza di costrizione. Per meritare o non meritare non è necessario cioè di essere liberi dalla necessità (cioè da una determinazione intrinseca), ma solo liberi dalla costrizione. L'effetto della grazia non dipende dunque dal libero arbitrio, ed ogni grazia ottiene necessariamente il suo effetto.

Dal momento che nessuno poteva mettere in dubbio l'autorità decisiva di sant'Agostino, l'opera si presentava come un capolavoro incomparabile, capace di risolvere definitivamente la questione del rapporto tra grazia e libertà umana, che da così lungo tempo aveva tenuto i teologi in sospeso. Frutto di più di vent'anni di studio delle fonti, seguiva un metodo che sembrava irrefutabile. Nel dibattito teologico, l'autore teneva una certa imparzialità, non apprezzando né i metodi né le conclusioni delle due scuole in opposizione: rigettandole entrambe, sembrava formulare la vera intenzione di Agostino, e di conseguenza della Chiesa stessa.[9]

Il primo intervento della Santa Sede: la lettera bollata In eminenti[modifica | modifica wikitesto]

La pubblicazione dell'Augustinus suscitò una ridda di reazioni, soprattutto per opera dei Gesuiti, che già avevano cercato di impedire la pubblicazione del libro.[10] Essi infatti avevano elaborato una concezione della grazia divina antitetica alle conclusioni cui sembrava giungere Giansenio, essendosi impegnati in una difesa ad oltranza di colui che era stato il principale teologo gesuita su tale argomento, Luis de Molina. Tra l'internunzio Georgius Pauli-Stravius e il cardinal Francesco Barberini a Roma si escogitò di tirare in ballo il decreto (ormai dimenticato) del 1607-1625, che imponeva ai teologi il silenzio sul tema dei rapporti tra grazia divina e libertà umana. La tattica, tuttavia, non ebbe l'effetto di bloccare la pubblicazione e la distribuzione del libro di Giansenio, perché gli editori professarono la propria ignoranza invincibile (il decreto del 1625 non era stato diffuso nella cristianità, ma esposto soltanto a Roma) e rivendicarono che - in caso di sequestro del materiale - il loro danno economico sarebbe stato sproporzionato, a fronte degli ingenti capitali già impiegati per la pubblicazione.

« Non avendo potuto salvare in altro modo l'onore dei loro teologi, i Gesuiti cambiarono tattica: non si posero più come campioni del molinismo, ma come difensori della fede cattolica, e tentarono di presentare Giansenio come un eretico e un eresiarca, peggiore di Lutero e di Calvino. »

(Ceyssens 1957, p. XXIX)

I Gesuiti decisero di preparare delle liste di proposizioni tratte dal libro di Giansenio, che poi fecero sottoscrivere ad anglicani e calvinisti, per usarle poi contro Giansenio.[11] Si organizzò così una vera e propria "rete" antigiansenistica:

« I professori gesuiti del Collegio di Lovanio fornivano gli scritti polemici, in genere anonimi o pseudonimi. [...] Nei diversi Paesi, soprattutto nelle capitali, essi trovarono dei confratelli devoti per ricevere e diffondere gli scritti e per offrire memoriali alle teste coronate »

(Ceyssens 1974, p. 14)

Iniziò quindi un "assedio" a Roma: diversi corrispondenti belgi si rivolsero ai loro riferimenti romani, sviluppando a turno alcuni temi scelti e concordati, con il fine della condanna dottrinale dell'Augustinus.[12]

In Francia alcuni dottori della Sorbona si schierarono a favore delle tesi espresse nell'opera di Giansenio; allo stesso modo, l'Augustinus beneficiò delle approvazioni di molti Oratoriani, Domenicani e altri religiosi. Di contro, l'ostilità del cardinal Richelieu all'Augustinus era scontata: egli non aveva perdonato a Giansenio il suo Mars Gallicus, e oltretutto nutriva una simpatia personale per il molinismo.

La Santa Sede nel tentativo di impedire che la disputa si aggravasse, intervenne direttamente tramite il nunzio a Colonia, Fabio Chigi. Urbano VIII incaricò il Sant'Uffizio di preparare un altro decreto per condannare tutte le opere pubblicate nella disputa sul tema della grazia, in quanto violavano il decreto di papa Paolo V del 1607.

Nel 1641 un decreto della Sacra Congregazione dell'Indice, che condannava l'opera di Giansenio, ma imponeva anche il silenzio ai Gesuiti, fu inviato al nunzio Chigi, che lo fece affiggere nei luoghi pubblici. Gli amici di Giansenio a Lovanio tardarono a sottomettersi.

Inoltre, venne sottoposto a esame l'Augustinus, ma la mole del libro non permetteva un esame rapido. Solo il 13 giugno 1643 la lettera bollata In eminenti venne spedita a Chigi e agli altri nunzi: in essa veniva condannato l'Augustinus in quanto conteneva proposizioni già condannate in precedenti documenti di Pio V e Gregorio XIII.

Malgrado alcune resistenze, e solo alla fine del 1651, la bolla era stata pubblicata in tutte le diocesi e i volumi dell'Augustinus erano stati ritirati dalla vendita. La questione sembrava chiusa; in realtà la lotta era appena iniziativa, anche se già si profilava la costante: il giansenismo fu sempre un movimento di sconfitti.

L'assenso di Saint-Cyran all'Augustinus[modifica | modifica wikitesto]

La polemica si inasprì in Francia quando si seppe che Jean Duvergier de Hauranne, abate commendatario di Saint-Cyran, rinchiuso in prigione con l'accusa di eresia, proprio in prigione aveva letto l'Augustinus di Giansenio. Alla morte del suo persecutore, il cardinal Richelieu, Saint-Cyran poté uscire di prigione, e confermò di avere riconosciuto nell'opera di Giansenio l'autentica dottrina di Agostino d'Ippona. Saint-Cyran godette ben poco di quella libertà, perché morì anch'egli, nell'ottobre 1643; le sue idee e la sua influenza, tuttavia, trovarono dei validi continuatori in Antoine e Angélique Arnauld.

Antoine Arnauld (1612-1694)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Antoine Arnauld (teologo).
Antoine Arnauld

Nel 1643, dunque, morirono sia il cardinal Richelieu, sia Saint-Cyran. Il ruolo di Richelieu sarebbe stato presto assunto dal cardinal Mazzarino, mentre l'eredità di Saint-Cyran venne raccolta da Antoine Arnauld, fratello minore di madre Angélique, e discepolo e amico dello stesso Saint-Cyran.

Figlio di Antoine (il Vecchio), Arnauld aveva studiato diritto e teologia. Ordinato prete e scelto come confessore del monastero di Port Royal (dove era abbadessa la sorella, Angélique), fu il più grande continuatore della prassi di riforma spirituale di Saint-Cyran e il propugnatore delle idee teologiche di Giansenio. Tra le sue molte opere, bisogna segnalare, infatti, una Apologie pour Saint-Cyran (ancora del 1639) e una Apologie pour Jansénius (del 1643, quando ormai il gruppo giansenista, che aveva trovato in Arnauld il proprio punto di riferimento, cercava di opporsi all'applicazione della lettera bollata In eminenti).

L'opera di Arnauld che suscitò più scalpore, tuttavia, fu De la fréquente communion (sempre del 1643). In essa affrontava il tema della partecipazione all'eucaristia:

  1. le condizioni richieste per ricevere la comunione,
  2. il rinvio della comunione anche dopo aver ricevuto l'assoluzione, quando si sia commesso un peccato mortale,
  3. il rinvio o la rarefazione della comunione anche come pratica per avere più fervore in caso di tiepidezza spirituale.

Arnauld affermava un principio che ebbe larga diffusione fino all'Ottocento: la comunione è un sacramento al quale sono invitati i santi, non un rimedio che non smuove i tiepidi dalla loro rilassatezza spirituale; per Arnauld, l'eccessiva frequenza alla comunione era causa di gravi danni spirituali, di cui i Gesuiti - con la loro pastorale lassista - erano responsabili.

La pubblicazione del libro fu un successo, ma sollevò una tempesta di reazioni. Il volume fu portato a Roma, ma inizialmente non ottenne nessuna condanna.

Il secondo intervento della Santa Sede: la lettera bollata Cum occasione e la sua recezione in Francia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cum occasione.

Nel frattempo, infuriava la polemica intorno all'Augustinus di Giansenio e ai trattati di Arnauld, con diverse pubblicazioni. Il cardinal Mazzarino, ormai dominatore della scena politica, si orientò in senso antigiansenista. Nel 1649 il syndic[13] della facoltà di Teologia della Sorbona propose di far esaminare alla Facoltà alcune proposizioni o articoli che diceva di aver trovato esposti in alcune tesi di baccellierato causavano i maggiori disordini e precisamente:[14]

  1. alcuni comandamenti di sono impossibili anche agli uomini giusti che vogliono e si sforzano di eseguirli secondo le proprie capacità, qualora ad essi manchi la grazia che renda loro possibile l'osservarli;
  2. nello stato di natura decaduta, non si resiste mai alla grazia interiore che viene da Dio;
  3. per meritare nello stato di natura decaduta non è necessario che ci sia nell'uomo una libertà che sia esente da necessità; è abbastanza che ci sia una libertà esente da costrizione;
  4. è eretica, perché semipelagiana, l'affermazione dell'esistenza di una grazia sufficiente tale che la volontà dell'uomo possa o resistervi o obbedirvi;
  5. è semipelagiano affermare che Cristo è morto per tutti gli uomini, senza eccettuarne neppure uno;
  6. le azioni degli infedeli sono tutte quante peccati;
  7. il sentimento della Chiesa in passato è stato che la penitenza sacramentale segreta non fosse sufficiente per i peccati nascosti.

Durante l'assemblea del clero francese del 1650, quasi ottanta vescovi sottoscrissero una lettera che chiedeva l'intervento del papa sulle proposizioni della Sorbona.

Innocenzo X preparò così una speciale commissione per studiare le proposizioni. Il lavoro durò due anni. Il 9 giugno 1653 era pronta la lettera bollata Cum occasione, nella quale le prime cinque proposizioni erano condannate, le prime quattro come eretiche e l'la quinta come "falsa in senso eretico". La bolla, pur senza dirlo, affermava implicitamente che le proposizioni si trovavano nell'Augustinus. In realtà solo la prima proposizione si trova integralmente e negli stessi termini nell'opera di Giansenio.

I Gesuiti, in particolare il padre François Annat (confessore di Luigi XIV, cercarono di trarre il massimo dalla vittoria conseguita con la Cum occasione: Annat, in un trattato, sostenne che le cinque proposizioni condannate erano contenute testualmente nell'Augustinus. Arnauld rispose prontamente:

  • solo la prima delle cinque proposizioni era riportata quasi testualmente dall'opera di Giansenio, ma si trovava in un contesto che la rendeva ortodossa;
  • le altre quattro erano delle sintesi generiche del pensiero di Giansenio; anzi, Arnauld trasse dall'Augustinus altre cinque proposizioni nettamente contrarie alle tesi condannate;
  • quindi il papa aveva condannato giustamente le cinque proposizioni, perché in sé erano eretiche ("di diritto"), ma esse non erano contenute "di fatto" nell'opera di Giansenio oppure non lo erano in senso eretico.

Arnauld introduceva così la famosa distinzione tra la quaestio juris ('questione di diritto') e la quaestio facti ('questione di fatto'): un conto è dire che le cinque proposizioni sono eretiche, e un conto è affermare che tale eresia si trovasse nell'Augustinus. In altri termini, la Chiesa può condannare infallibilmente soltanto delle dottrine in astratto, ma non può pretendere di interpretare la dottrina concreta di un individuo. Di fronte alla condanna di dottrine astratte, il fedele deve accettare la decisione della Chiesa, ma nel caso della condanna di un singolo individuo, il fedele è tenuto soltanto a mantenere un rispettoso silenzio (ossia, a non insegnare pubblicamente quelle dottrine).

Sul piano delle idee, tuttavia, la controversia cominciava ad arenarsi e a segnare il passo. Anche i numerosi libelli antigiansenisti del momento si portavano soprattutto sul piano politico, e accusavano i giansenisti di complotto contro il re di Francia: la tattica consisteva nell'eccitare Mazzarino e la corte contro i giansenisti.[15]

La controversia sembrava non avere termine. Lo stesso Luigi XIV intervenne per far pubblicare la bolla pontificia in tutto il suo regno. La dura opposizione dei giansenisti, tuttavia, obbligò il re ad indire un'assemblea di vescovi a Parigi, la quale giunse alla conclusione che la Cum occasione aveva condannato le cinque proposizioni ritenendole di Giansenio e nel senso di Giansenio. Una lettera in questo senso fu scritta al papa e una circolare fu indirizzata ai vescovi del regno. Innocenzo X confermò con un breve apostolico le decisioni del clero francese. La lettera bollata Cum occasione e il breve papale furono inviati a tutti i vescovi francesi perché li sottoscrivessero e li mettessero in esecuzione.

Intanto alcuni polemisti colsero l'occasione della bolla per fare diverse pubblicazioni, spesso di tono ingiurioso contro i giansenisti. Nella disputa intervenne anche il filosofo Blaise Pascal, la cui sorella era religiosa a Port Royal.

Pascal (1623-1662)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Blaise Pascal.

Blaise Pascal, uomo di scienza, si era convertito ad una pratica più autentica del cattolicesimo e si era avvicinato all'ambiente di Port-Royal, dove era monaca sua sorella Jacqueline, pur senza diventare uno dei "solitari".

Su invito di Arnauld, Pascal scrisse Le provinciali; si tratta di diciotto lettere anonime, scritte tra grandi difficoltà e peripezie, su materiale fornitogli da Arnauld e Pierre Nicole (teologo di Port-Royal), tra il 23 gennaio 1656 e il 24 marzo 1657. Pascal immagina di scrivere da Parigi ad un amico che abita in provincia, per tenerlo al corrente delle discussioni in corso alla Sorbona:

  • I-V: il processo di censura contro Arnauld alla Sorbona;
  • VI-X: passaggio al contrattacco, screditando i Gesuiti nel campo della morale;
  • XI-XVI: Pascal ribatte ai Gesuiti, che nel frattempo hanno iniziato la pubblicazione delle loro risposte alle accuse;
  • XVII-XVIII: difesa positiva dell'ortodossia di Giansenio e della correttezza della distinzione tra "questione di diritto" e "questione di fatto".

Le provinciali sono note soprattutto per l'impressionante denuncia della morale lassista dominante in quel periodo. Non si trattava di esagerazioni: la documentazione di Pascal era precisa, e circa due terzi delle affermazioni che egli denuncia sarebbero state più tardi condannate da Alessandro VII e da Innocenzo XI.

Anche per il loro indubitabile valore letterario, Le provinciali conobbero un grande successo di pubblico:

« Arnauld e Nicole non erano a loro agio se non con i teologi, i quali parlavano il loro linguaggio: i loro scritti troppo tecnici non avevano presa sulla gente comune.
Inevitabilmente, l'opinione pubblica che essi avevano voluto raggiungere diventava loro sfavorevole.
È allora che un soccorso quasi insperato venne loro da un giovane mondano recentemente convertito, conosciuto fino ad allora per i suoi lavori scientifici: Blaise Pascal. [...] La controversia passava dalla Sorbona ai salotti. [...] Le Provinciali costituiscono una utilizzazione della stampa clandestina sulla quale la tradizione ci ha conservato curiosi aneddoti: inchieste poliziesche, perquisizioni presso i tipografi, arresti, niente manca al quadro, ma niente d'altra parte impedisce la vasta diffusione delle piccole lettere. Le piccole brochures in quarto circolavano di mano in mano, e il pubblico si interrogava sulla loro provenienza. »

(Cognet, pp. 69-70)

L'effetto, ai fini della lotta giansenista, fu quello di irritare ancora di più gli avversari, e soprattutto Mazzarino, il quale nel 1656 sarebbe riuscito ad ottenere da Roma una nuova lettera bollata, Ad sacram, in cui le cinque proposizioni erano condannate come appartenenti di fatto a Giansenio. Un'altra sconfitta per i giansenisti.

I "Formulari" e l'Ad sacram[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1655 si era riunita la sessione ordinaria dell'assemblea del clero francese, che aveva ritenuto necessario prendere conoscenza della questione dell'Augustinus. Dopo vivaci discussioni, l'assemblea aveva votato una risoluzione nella quale riconosceva che nelle cinque proposizioni era enunciata la dottrina di Giansenio, contenuta nel suo libro, e non la dottrina di sant'Agostino. Si scrisse al papa e a tutti i prelati del regno per far eseguire le decisioni di condanna; la lettera scritta ai prelati era accompagnata da un formulario che doveva essere sottoscritto, un formulario di sottomissione alla bolla e al breve papale, e di condanna personale delle proposizioni di Giansenio.

Papa Alessandro VII decise di pubblicare a sua volta una costituzione apostolica, la Ad sacram Petri sedem (ottobre 1656), per confermare la presenza delle cinque proposizioni nell'Augustinus. Il documento pontificio fu approvato dall'assemblea del clero francese e venne accompagnato da un altro formulario di sottomissione.

Papa, re e vescovi sembravano dunque uniti contro il giansenismo; i teologi, tuttavia, continuavano nella loro lotta. Ad ogni modo, la pubblicazione dell'Ad sacram fu seguita da un periodo di relativa tregua.

La "pace clementina"[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1661, alla morte di Giulio Mazzarino, Luigi XIV prende personalmente la direzione del governo.

« Assai ostile al giansenismo, sul cui lealismo monarchico gli sembrava di dover perlomeno dubitare, e in cui vedeva parecchi repubblicani, Luigi XIV credeva che in esso vi fossero i germi di una nuova Fronda; senza volerlo, andava imponendo, conformemente alla sua attitudine, la propria visuale quasi unicamente politica del problema. [...] solo Port-Royal resisteva, come ultimo bastione all'assolutismo di Luigi XIV, e ormai, sotto l'impulso di Mazzarino che Luigi XIV aveva proseguito fedelmente, la lotta contro il giansenismo e Port-Royal diventerà una direzione fondamentale della politica monarchica, mentre - per un contraccolpo abbastanza prevedibile - i centri tradizionali di opposizione all'assolutismo, la noblesse de robe e i Parlamenti, scivoleranno verso il giansenismo. »

(Cognet, pp. 76.48)

Luigi XIV impose la sottroscrizione del "formulario" antigiansenista a tutti i vescovi, le scuole e i religiosi. Antoine Arnauld accettò di firmare, accettando la condanna delle cinque proposizioni ("di diritto"), ma a ribadire che esse non si trovavano nell'Augustinus ("di fatto").

Ma non tutti furono d'accordo nel firmare il formulari imposto. Il dramma fu a Port-Royal. dove le monache, impossibilitate a fuggire dalla clausura, senza conoscente teologiche sufficienti, legate comunque a Giansenio per il tramite della venerata memoria di Saint-Cyran, continuarono a rifiutarsi di firmare.

Il nuovo arcivescovo di Parigi, Hardouin de Péréfixe de Beaumont (già precettore di Luigi XIV), dimostrando notevole superficialità in campo teologico, escogitò un'artificiosa soluzione, chiedendo di firmare i formulari con un assenso di "fede divina" per la questione di diritto e un assenso di "fede umana" per la questione di fatto. Pensantemente satireggiato per questa trovata, Péréfixe reagì in modo violento: fece deportare da Port-Royal dodici religiose non firmatarie e fece imprigionare in loco le altre, affidando il monastero a sei visitandine e a ufficiali del re.

Anche quattro vescovi francesi si rifiutarono di sottoscrivere il formulario che proveniva da Parigi e prepararono dei formulari per le loro diocesi, nei quali prevedevano la distinzione tra "diritto" e "fatto". In particolare, il vescovo di Alet, Nicolas Pavillon (sostenitore del gallicanesimo) rimproverò il re di lasciarsi ingannare combattendo un'eresia immaginaria. Da Parigi si chiese la deposizione dei quattro vescovi da parte di Roma, ma la Santa Sede si rifiutava, per non urtare la sensibilità gallicana.

Il punto debole della tattica di Luigi XIV era il fatto di richiedere la sottoscrizione di un formulario proveniente dall'assemblea del clero, che perciò non aveva quella forza vincolante necessaria; si chiese perciò l'intervento del papa, con un suo formulario che sarebbe stato certamente più vincolante. Papa Alessandro VII redasse allora la Regiminis apostolicis (febbraio 1665), con un formulario identico nel senso a quello dell'assemblea, ma più breve. Nuove opposizioni francesi obbligarono il papa a convocare una nuova commissione di studio; questa volta ben diciannove vescovi francesi si dichiararono contrari a un nuovo intervento diretto del papa.

Il nuovo papa, Clemente IX, si mostrò più moderato nel voler la sottomissione dei vescovi ribelli: era disposto ad accontentarsi della sottoscrizione dei formulari, senza restrizioni o interpretazioni. Alla fine i vescovi ribelli e lo stesso Antoine Arnauld firmarono e sottoscrissero il formulario e la lettera bollata di Alessandro VII, in cui il papa consentiva tacitamente che le firme venissero fatte con la riserva della distizione tra questione di diritto e questione di fatto.

Clemente IX accettò con sollievo la sottoscrizione del formulario. Luigi XIV proibì le pubblicazioni sulle questioni controverse e l'uso dei termini "giansenisti" ed "eretici". Rimaneva però un pesante dubbio sulla sincerità delle sottoscrizioni. Nel febbraio 1669 anche le ultime religiose di Port-Royal firmarono. Finalmente, dopo decenni di controversie , si arrivò a una pace, la cosiddetta "pace clementina", sebbene le divergenze perdurassero e Roma fosse ancora diffidente.

Nel 1679, alla morte della duchessa di Longueville, protettrice di Port-Royal a corte, Luigi XIV si accanì nuovamente contro il monastero cistercense: espulse da Port-Royal le collegiali e le novizie e impedì di prenderne di nuove, condannando così il monastero all'estinzione.

La "pace clementina" segnò, nella storia del giansenismo, un tornante decisivo, non solamente perché essa impose il silenzio alle controversie per circa trentancinque anni, fino all'aurora del XVIII secolo, ma soprattutto perché con essa si chiudeva il periodo del giansenismo propriamente religioso. Infatti, questo lungo movimento di idee trovava qui una soluzione provvisoria e puramente politica, che sul piano intellettuale non risolveva niente. Insomma, non era che una tregua artificiale, imposta in ultima analisi dall'autorità regale e mantenuta da essa: dal momento in cui questa autorità si sarebbe indebolita, la lotta sarebbe ricominciata, ma sul terreno principalmente politico: il conflitto assunse infatti tutto un altro aspetto, e il "secondo Giansenismo" fu politico, gallicano e parlamentare. Esso avrebbe finito per costituire un vero e proprio partito, che a poco a poco si levava contro l'assolutismo monarchico, e che ormai non aveva più granché da vedere con Giansenio.[16]

Pasquier Quesnel (1634-1719)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1685 l'erudito oratoriano Pasquier Quesnel a Bruxelles aveva conosciuto Antoine Arnauld, che si era rifugiato nella città belga, e ne era diventato fedele compagno.

Quesnel scrisse un trattato, Tradition de l'église romaine sur la prédestination des saints et sur la grâce efficace (1687-1690). In realtà Quesnel non era strettamente giansenista, perché cercava piuttosto di conciliare Agostino d'Ippona con Tommaso d'Aquino e, comunque, non aveva grande stima per Giansenio. È un fatto curioso, perché i pochi teologi che in epoca successiva avrebbero continuato ad occuparsi di questi problemi videro nelle idee di Quesnel la quintessenza della posizione giansenista.[17] Più che giansenista, Quesnel era un gallicano, seguace delle idee di Edmond Richer,[18] e soprattutto era un uomo politico.

Nel 1692 Quesnel pubblicò il Nouveau Testament en français avec des réflexions morales sur chaque verset (1692), che riscosse grande successo e fu approvato anche dall'arcivescovo di Parigi Louis-Antoine de Noailles.

Nel 1704 intervenne nella questione anche Fénelon, potente arcivescovo antigiansenista, molto legato ai Gesuiti. Fénelon portò il confronto su un piano apertamente ecclesiologico: egli affermò che la Chiesa aveva tutto il diritto di pronunciarsi sull'ortodossia oggettiva di un'opera come l'Augustinus, senza tenere conto delle intenzioni dell'autore; per giustificare questo suo punto di vista e dare un fondamento alla sua dottrina, Fénelon affermava fortemente l'infallibilità della Chiesa anche su fatti dogmatici non rivelati. Approfittando delle sue eccellenti relazioni con il nuovo papa Clemente XI, Fénelon avrebbe voluto far definire questo punto dalla Santa Sede, ma anche a Roma numerosi teologi e cardinali si mostrarono nettamente contrari.[19]

Anche per impulso di Fénelon, con il breve apostolico Universi dominici gregis (luglio 1708) papa Clemente XI condannò il libro come rinnovatore della dottrina giansenistica, vietandone la stampa. In Francia, tuttavia, il breve non ebbe nessun effetto (sia il papa sia Luigi XIV erano impegnati nella guerra di successione spagnola), tanto che nel 1710 uscì una seconda edizione delle Réflexions morales. Lo stesso episcopato francese era diviso, e Quesnel poteva godere dell'appoggio dell'arcivescovo stesso di Parigi, Noailles.

La polemica sul Caso di coscienza[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio del Settecento la controversia teologica sul giansenismo si era riaccesa anche attorno all'opuscolo anonimo Un caso di coscienza, che sollevava il problema della liceità del "silenzio ossequioso": si poteva dare l'assoluzione sacramentale ad un ecclesiastico che accettava solo esternamente l'interpretazione che la Chiesa cattolico-romana dava delle proposizioni "tratte" dall'Augustinus di Giansenio, ma in coscienza non poteva andare - appunto - oltre il "silenzio ossequioso" di fronte all'effettiva condanna del giansenismo?

Un parroco sottopose l'opuscolo alla Sorbona, che inizialmente rispose affermativamente al quesito contenuto. Dopo che esso venne però esaminato dal Sant'Uffizio, con il breve apostolico Cum nuper (del febbraio 1703) papa Clemente XI lo condannò, vietandone la lettura e la stampa. La polemica gallicana costrinse il re Luigi XIV a chiedere al papa di emanare una nuova lettera bollata di condanna del giansenismo: il 16 luglio 1705 Clemente XI emanò la Vineam Domini, che respingeva la teoria del "silenzio ossequioso", considerata un cavillo formalista, e rivendicava alla Chiesa cattolico-romana il diritto di condannare le dottrine eretiche e anche gli uomini concrete che le difendevano.

In Francia la resistenza ai nuovi interventi papali fu viva, soprattutto a Port-Royal, che fu dapprima colpito da interdetto, poi definitivamente chiuso, occupato militarmente, e raso al suolo nel 1709.

La lettera bollata Unigenitus (1713) e la repressione finale del giansenismo[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre del 1711 il re Luigi XIV, bisognoso di unità politica nel regno di Francia, sollecitò dal papa una nuova lettera bollata (rispettosa però delle libertà gallicane), che egli stesso si impegnava a far pubblicare. L'8 settembre 1713 uscì la lettera bollata Unigenitus Dei Filius, che condannava 101 proposizioni estratte dalle Réflexions di Quesnel. La scelta e il raggruppamento di queste proposizioni tendevano visibilmente a farne una sorta di summa di tutto quello che si considerava come dottrina giansenista, anche se alcune proposizioni condannate manifestavano piuttosto il gallicanesimo di Quesnel [...] e molte erano formule correntemente ammesse tra gli agostinisti, anche non giansenisti.[20]

In Francia, tuttavia, le cose non andarono come il re desiderava. L'episcopato rimase diviso; l'arcivescovo Noailles e altri quarantotto prelati si rifiutarono di accettare semplicemente e immediatamente la lettera bollata di Clemente XI, e nemmeno accettarono di partecipare a un sinodo nazionale per confermarla.

La bolla era stata previamente concordata tra la Curia romana e la corte francese, ed era chiaro che faceva comodo al re assolutista, desideroso di una maggiore compattezza dello Stato. Per reazione, l'opposizione anche (o soprattutto) politica alla monarchia si concentrò sul rifiuto della bolla papale.

« Gli accettanti la bolla avevano una larga maggioranza, ma non era per niente l'unanimità che Luigi XIV aveva promesso al papa. D'altra parte, l'opposizione non era meno violenta tra il clero di second'ordine e anche fra i laici. Essa provocò un vero diluvio di scritti di ogni dimensione: più di 180 titoli per il solo 1714, soprattutto i famosi "Hexapla o sei colonne sulla costituzione Unigenitus", che mettevano le proposizioni condannate in parallelo con la Scrittura e la tradizione »

(Cognet, p. 102)

L'opposizione, questa volta, si attestò sulla linea di principio: la bolla Unigenitus era erronea, e non in una questione "di fatto" (dal momento che condannava delle frasi che certamente erano quelle di Quesnel), ma in una questione "di diritto", perché incriminava delle formule che erano quelle della pura tradizione agostinista.[21]

L'opposizione, anche in conseguenza delle precedenti prese di posizione di Fénelon e sulla scorta di Quesnel, assunse una chiara coloritura richerista, pretendendo che non solo i vescovi, ma anche i preti e il popolo potessero giudicare una posizione dottrinale del papa.

Nel frattempo morì Luigi XIV e il debole periodo di reggenza che ne seguì fu tutto a vantaggio degli oppositori. Nel 1717 quattro vescovi, tra i quali Noailles, deposero alla Sorbona un atto notarile nel quale si appellavano, contro la bolla Unigenitus, ad un concilio generale. Le adesioni all'appello si moltiplicarono, fino a raggiungere circa 3.000 membri del clero (su un totale di 100.000).

Ormai la Francia era divisa in due: gli appellanti e coloro che avevano accettato la bolla Unigenitus. La confusione era giunta al parossismo.

Davanti alla possibilità di uno scisma, nel 1718 Clemente XI, con la lettera bollata Pastoralis officii, scomunicava tutti gli appellanti e confermò tutti i documenti già promulgati contro il giansenismo, ma la scomunica non fu accettata dal parlamento francese. Con la morte di Quesnel nel 1719 e di Noailles nel 1729, il giansenismo francese perse definitivamente vigore. La fine del giansenismo avvenne dunque per via politica, con la repressione violenta dell'opposizione alla Unigenitus da parte della monarchia:

  • nel 1723 il reggente Filippo II di Borbone-Orléans influsse la prigione e l'esilio ai recalcitranti,
  • nel 1730 il nuovo arcivescovo di Parigi Vintimille fece riconoscere la Unigenitus come legge dello Stato, facendo escludere dai concorsi ai benefici ecclesiastici i ribelli: a questo punto il giansenismo era messo ai margini della Chiesa e della società francese,
  • nel 1754 Luigi XV impose il silenzio definitivo ai due partiti (lex de silentio).

Così, a poco a poco, si spegneva il giansenismo francese: di anno in anno il partito giansenista vedeva diminuire i propri militanti, il cui numero si assottigliava per le defezioni e i decessi. Con Charles de Caylus, vescovo di Auxerre, scompariva nel 1754 l'ultimo membro dell'episcopato francese apertamente giansenista.[22]

Gli ultimi anni del giansenismo francese furono invece contrassegnati dalla ricerca di segni divini a sostegno di una causa ormai umanamente disperata. In questo contesto di giansenismo decadente nacque il fenomeno del secourisme, l'applicazione reciproca di crudeli penitenze tra membri di gruppi giansenisti: dai petits secours, come ricevere colpi di frusta, ai grands secours, come il farsi trafiggere con chiodi o spade, farsi sospendere alle pareti o addirittura farsi crocifiggere.

« Se si deve credere ai documenti pervenutici, queste sedute di sadismo erano spesso accompagnate da sorprendenti prodigi, come insensibilità o invulnerabilità »

(Cognet, p. 115)

La devozione al Sacro Cuore come strategia antigiansenista[modifica | modifica wikitesto]

La risposta cattolica a tale dottrina e spiritualità venne anche con il culto del Sacro Cuore di Gesù, il quale riportò l'attenzione dei cristiani sull'importanza dell'umanità di Cristo e sulla misericordia del Signore. Tale culto giunse alla sua forma attuale grazie a santa Margherita Maria Alacoque, monaca di clausura francese del convento della Visitazione di Paray-le-Monial, negli anni a partire dal 1673 la quale supportò le proprie indicazioni su questa devozione testimoniando alcune apparizioni di Cristo. Tale culto fu inviso ai giansenisti, i quali si consideravano vicini allo spirito originario del cristianesimo, e in generale ai loro sostenitori, spesso colti ed eruditi, che la ritenevano una stravagante novità.

Giansenismo in Italia[modifica | modifica wikitesto]

In Italia ebbe un'influenza limitata, fatta salva l'opera dell'abate Pietro Tamburini e del vescovo di Pistoia e Prato Scipione de' Ricci, che riuscirono a influenzare il clero e i politici toscani, soprattutto il granduca Pietro Leopoldo, organizzando il Sinodo di Pistoia per promuovere il Giansenismo. Tale sinodo fu poi condannato da papa Pio VI con la lettera bollata Auctorem Fidei del 28 agosto 1794.

Influenze gianseniste, debellate dal cardinale Fabrizio Ruffo, emergono fra il clero napoletano che aderì alla repubblica partenopea,[23] le cui connessioni con il regalismo borbonico non sono state ancora del tutto chiarite. Fra i giansenisti che operarono a Napoli si ricorda Vincenzo Troisi.

In Lombardia e in particolare nel bresciano il Giansenismo ebbe i suoi esponenti nell'abate Giuseppe Zola e nell'abate Pietro Tamburini. A Brescia verso la metà del 1700 aveva insegnato il famoso giansenista e sacerdote somasco Giuseppe Maria Pujati, che ebbe una fortissima influenza sul clero della Diocesi di Brescia. Del Giansenismo bresciano furono principali esponenti, oltre ai già citati Zola e Tamburini, Giovanni Battista Guadagnini, arciprete parroco di Cividate Camuno e l'abate Gianbattista Rodella, segretario del conte Filippo Mazzucchelli.

Ludovico Antonio Muratori rivela un orientamento giansenista nella sua considerazione della "natura dell'uomo sì debole e corrotta e cotanto inclinata sin dalle fasce alla malizia e al male" nella sua lettera autobiografica a Giovanni Artico conte di Porcìa.[24] I genitori di Giuseppe Mazzini appartenevano a una piccola setta giansenista. Il giansenismo si ritrova anche nelle opere di Alessandro Manzoni e Jean Racine.

Giansenismo nei Paesi Bassi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vetero-cattolicesimo.

All'inizio del XVIII secolo alcuni giansenisti in fuga dalla Francia si rifugiarono nei Paesi Bassi. Lì furono accolti dalla Chiesa locale, all'epoca in controversia con Roma proprio per via delle simpatie gianseniste di alcuni suoi precedenti vescovi; uno di questi vescovi, Petrus Codde, sarà anche processato per giansenismo a Roma (contro i privilegi che la stessa Santa Sede aveva concesso all'Arcivescovo di Utrecht), risultando innocente ma venendo comunque deposto dal papa. L'aiuto fornito ai giansenisti francesi fece sì che la chiesa nazionale dei Paesi Bassi venisse con essi identificata (pur essendo questa identità destituita di fondamento), e che questo equivoco si trascinasse per secoli.

Nel 1724, tuttavia, non si poté evitare lo scisma: il capitolo di Utrecht, dopo aver costretto il vicario apostolico de Cock ad andarsene, nominò di propria iniziativa, senza autorizzazione da Roma, un proprio arcivescovo (Cornelius van Steenoven), che ricevette la consacrazione episcopale dal vescovo missionario francese Dominique Marie Varlet, sospeso a divinis.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giansenismo nell'Enciclopedia Treccani; Giansenismo su Sapere.it
  2. ^ Martina, pp. 154-156
  3. ^ Il dibattito sulla grazia non solo non si concluse con la censura di Baio, ma vide l'apertura di una ulteriore questione, su come andasse interpretato il testo della lettera bollata Ex omnibus afflictionibus di Pio V:
    (LA)

    « Quas quidem sententias stricto coram nobis examine ponderatas, quamquam nonnullae aliquo pacto sustineri possent in rigore et proprio verborum sensu ab assertoribus intento hereticas, erroneas, suspectas, temerarias, scandalosas et in pias aures offensionem immittentes respective, ac quaecumque super iis verbo scriptoque emissa, praesentium auctoritate damnamus, circumscribimus et abolemus. »

    (IT)

    « Dopo che queste opinioni sono state ponderate davanti a Noi con un accurato esame, benché alcune in qualche modo possano essere sostenute, con rigore e nel senso proprio delle parole inteso dai loro assertori, con la nostra autorità noi le condanniamo, isoliamo e aboliamo, rispettivamente come eretiche, erronee, sospette, avventate, scandalose e capaci di far danno alle orecchie devote, insieme con qualsiasi cosa sia stata formulata, a parole o per iscritto, sopra di esse. »

    (DS 1980)

    La questione ermeneutica venne chiamata "del comma piano", cioè 'della virgola di [papa] Pio': se si mette la virgola dopo sustineri possent ('possano essere sostenute'), il testo significa che le affermazioni di Baio, per quanto in sé potrebbero anche essere ortodosse, nel senso offerto da Baio sono eretiche; se invece si mette la virgola dopo ab assertoribus intento ('inteso dai loro assertori'), significherebbe che alcune proposizioni di Baio, proprio nel senso da lui inteso, possono essere ortodosse.

  4. ^ Cognet, p. 15
  5. ^ Ceyssens 1957, pp. XVIII-XIX
  6. ^ Cognet, p. 27
  7. ^ Gli venne attribuita la paternità di un'operetta in cui si attaccavano in modo radicale gli ordini religiosi, e in particolare la Compagnia di Gesù; il testo era invece opera dell'oratoriano Claude Séguenot.
  8. ^ Cognet, p. 29
  9. ^ Ceyssens 1957, p. XIV
  10. ^ Cognet, p. 31
  11. ^

    « Il padre Knott [provinciale dei Gesuiti inglesi) ha in animo di fare in modo che le università e gli uomini dotti d'Inghilterra sottoscrivano come loro propri alcuni articoli di Giansenio. »

    (Lettera di Ferdinando del Plano SJ a Jean de Tollenaere SJ; Ceyssens 1957, doc. 45)
  12. ^ Ceyssens 1957, p. XXIX
  13. ^ Il "sindaco" nella Francia di ancien Régime era una persona incaricata di curare gli interessi di una corporazione professionale; in questo caso, tutelava la comunità dei professori dell'Università parigina.
  14. ^ Cognet, p. 50
  15. ^ Cognet, p. 65
  16. ^ Cognet, pp. 83-84
  17. ^ Cognet, p. 90
  18. ^ Edmond Richer (1560-1631) fu l'autore di un famoso opuscolo, De ecclesiastica et politica potestate, in cui affermava che (cfr. Cognet in Jedin ed., p. 68)
    • la Chiesa ha soltanto un potere spirituale e deve assoggettarsi, per la sfera temporale, al governo civile;
    • il papa ha un optere esecutivo su tutta la Chiesa, ma l'autorità legislativa universale appartiene al Concilio ecumenico, mentre l'infallibilità appartiene al consenso di tutta la Chiesa;
    • la soglia della collegialità andrebbe "abbassata" a tutti i livelli ecclesiastici: la diocesi dovrebbe essere guidata da un consiglio di preti, la parrocchia da un consiglio di laici.
  19. ^ Cognet, p. 95
  20. ^ Cognet, p. 99
  21. ^ Cognet, p. 102
  22. ^ Cognet, p. 111
  23. ^ G. De Giovanni, Il Giansenismo a Napoli nel sec. XVIII, Asprenas I, 1954
  24. ^ L. A. Muratori, Dal Muratori al Cesarotti. T. I, Opere di Lodovico Antonio Muratori, Milano 1964, p. 36

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

  • (FR) Lucien Ceyssens, Sources relatives aux débuts du Jansénisme et de l'Antijansénisme : 1640-1643, in Bibliothèque de la Revue d'histoire ecclésiastique, vol. 31, Louvain, Bibliotheque de l'Université, 1957.
  • (FR) Lucien Ceyssens, La première bulle contre Jansénius : sources relatives à son histoire, 1644-1653, avec la collaboration d'Aimé Legrand, Bruxelles, Rome, Institut historique belge de Rome, 1961-1962.
  • (FR) Lucien Ceyssens, La fin de la première période du Jansénisme : Sources des années 1654-1660, avec la collabor. du Chan. A. Legrand, Bruxelles, Rome, Institut historique belge de Rome, 1963-1965.
  • (FR) Lucien Ceyssens e Sylvestre de Munter, La seconde période du Jansénisme, Bruxelles, Rome, Institut historique belge de Rome, 1968-1974.
  • (FR) Lucien Ceyssens, Sources relatives à l'histoire du Jansénisme et de l'Antijansénisme des annés 1661-1672, in Bibliothèque de la Revue d'histoire ecclésiastique, avec la collabor. de Silvestre de Munter; publié avec le concours du Fonds Albert de Meyer, vol. 45, Louvain, Bibliothèque de l'Université, 1968.
  • Gianfranco Morra (a cura di), Catechismi giansenisti, Forlì, Edizioni di Ethica, 1968. Contiene, in trad. italiana: Petit catéchisme, di Jean Duvergier de Hauranne; Catéchisme de la grâce, di Mathieu Feydeau; Instruction sur la grâce selon l'Ecriture et les Pères e Instruction par demandes et par réponses touchant l'accord de la grâce avec la liberté, di Antoine Arnauld.
  • (FR) Lucien Ceyssens e Sylvestre de Munter, Sources relatives à l'histoire du Jansénisme et de l'antijansénisme des annes 1677-1679, in Bibliothèque de la Revue d'histoire ecclésiastique, vol. 59, Louvain, Bibliothèque de l'Université, 1974.

Studi[modifica | modifica wikitesto]

  • Arturo Carlo Jemolo, Il Giansenismo in Italia prima della rivoluzione, Bari, Laterza, 1928.
  • (FR) Jean Orcibal, Saint-Cyran et le Jansénisme, in Maîtres spirituels, vol. 25, Paris, Ed. du Seuil, 1961.
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  • Hermann Tüchle, La Riforma e la Controriforma, in Nuova storia della Chiesa, vol. 3, 2ª ed., Marietti, 1981, pp. 298-309.404-407.
  • Massimo Marcocchi, La spiritualità tra giansenismo e quietismo nella Francia del Seicento, in La spiritualità cristiana, 15, Roma, Studium, 1983, ISBN 88-382-3479-5.
  • (FR) Louis Cognet, Le Jansénisme, in Que sais-je?, vol. 960, 5ª ed., Paris, Presses universitaires de France, 1985.
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  • Giacomo Martina, L'eta dell'assolutismo, in La Chiesa nell'età dell'assolutismo, del liberalismo, del totalitarismo, vol. 2, 7ª ed., Brescia, Morcelliana, 1989, pp. 147-185, ISBN 88-372-1006-X.
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  • Jean Delumeau, Il cattolicesimo dal 16. al 18. secolo, ed. italiana a cura di Mario Bendiscioli, Milano, Mursia, 1989, pp. 139-170.

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