Alfonso V d'Aragona

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Alfonso V d'Aragona
Alfonso V de Aragón (Juan de Juanes, 1557).jpg
Alfonso V d'Aragona detto il Magnanimo, dipinto di Juan Vicente Macip, museo di Saragozza. Si tratta di un ritratto idealizzato dell'effigie del monarca in una moneta commemorativa, opera del Pisanello
Re della Corona d'Aragona
Stemma
In carica 22 aprile 1416 -
27 giugno 1458
Predecessore Ferdinando I di Antequera
Successore Giovanni II
Re di Napoli
come Alfonso I
In carica 2 giugno 1442[1] -
27 giugno 1458
Predecessore Renato d’Angiò
Successore Ferdinando I
Nome completo Alfonso Fernandez
Altri titoli Re di Valencia
Re di Sardegna e Corsica
Re di Sicilia
Re di Maiorca
Conte di Barcellona e delle altre contee catalane
Nascita Medina del Campo, 1394
Morte Napoli, 27 giugno 1458
Luogo di sepoltura Basilica di San Domenico Maggiore,
poi Monastero di Santa Maria di Poblet
Casa reale Trastámara d'Aragona
Padre Ferdinando I di Antequera
Madre Eleonora d'Alburquerque
Consorte Maria di Castiglia
Figli Ferdinando
Maria e
Eleonora, illegittimi
Religione Cattolicesimo

Alfonso di Trastámara, detto il Magnanimo o il Saggio[2] o il Giusto[3][4] (Medina del Campo, 1394Napoli, 27 giugno 1458), è stato un principe spagnolo della casa reale di Trastámara d'Aragona, che divenne re Alfonso V di Aragona, Alfonso III di Valencia, Alfonso II di Sardegna, Alfonso I di Maiorca e di Sicilia, re titolare di Corsica, di Gerusalemme e d'Ungheria, conte Alfonso IV di Barcellona e delle contee catalane (Rossiglione e Cerdagna) dal 1416 al 1458, duca titolare di Atene e Neopatria e re Alfonso I di Napoli dal 1442 al 1458. Fu il capostipite del ramo aragonese di Napoli. Alfonso, per il suo mecenatismo e la sua politica di promozione culturale e artistica venne soprannominato da intellettuali del calibro del Pisticci, Grande lume delle lettere[5] e i suoi contemporanei per ricompensarlo delle cose meravigliose da lui fatte nei suoi regni, in particolare quelli di Napoli e di Sicilia, gli diedero il titolo di Padre della Patria[6].

Era figlio primogenito del principe di Castiglia e León, e futuro re della corona d'Aragona e di Sicilia, Ferdinando, e di Eleonora d'Alburquerque[7][8][9][10]. Fu inoltre fratello di Giovanni II d'Aragona (padre di Ferdinando II d'Aragona, che diventerà il marito di Isabella di Castiglia) e padre di Ferdinando I di Napoli (detto Ferrante I di Napoli). Suo padre Ferdinando rappresentava, per discendenza materna, la stirpe della Casa d'Aragona; da parte di padre, invece, discendeva dal casato di Trastámara, un ramo illegittimo dei reali di Castiglia. Per diritto ereditario Alfonso era anche re di Sicilia e di Sardegna (regno che contese al Giudicato di Arborea, alleato con la Repubblica di Genova) e conquistò il Regno di Napoli, nella cui capitale stabilì la propria corte e che divenne il fulcro della Corona d'Aragona.

Questo potentissimo re, anche se possedeva numerosi regni ereditari, come l'Aragona, Valencia, Catalogna, Maiorca, Corsica, Sardegna, Sicilia, il Rossiglione e tanti altri opulentissimi Stati, non trattò il Regno di Napoli appena conquistato come straniero, ma lo fece diventare sua vera patria, tant'è che dal 1443 risiedette permanentemente a Napoli, facendola diventare sua sede reale e non rientrando più in Aragona, dimenticandosi quasi dei suoi regni paterni e tutte le sue cure e i suoi pensieri furono indirizzati verso questo regno e la vicina Sicilia (che divisa dal regno fin dai vespri siciliani, venne riunita da Alfonso), che accrebbe parimente utilità e grandezza. Dopo che unì questi regni nella sua persona, cominciò a chiamarsi Re dell'una e dell'altra Sicilia; ciò venne poi usato dagli altri re suoi successori che dominarono l'uno e l'altro Reame. È evidente che con la sua amenità o grandezza, con il numero dei grandi baroni, con la sua eminente nobiltà e con gli amori della sua favorita Lucrezia d'Alagno, preferì il Regno di Napoli a tutti i suoi altri domini.

Considerato come una delle personalità politiche più importanti del Quattrocento italiano[11], Alfonso, rivelandosi un sovrano "illuminato" e generoso, seppe fare del regno di Napoli un centro artistico e culturale[12] tra i primi in Europa, rendendo la sua corte il punto di incontro dei più illustri umanisti del tempo e invitando artisti dalle più disparate parti d'Europa.[13] Napoli, a sua volta, durante il suo governo divenne una grande capitale europea e una delle principali capitali rinascimentali d'Italia[13], destinata ad attrarre studiosi, artisti e semplici viaggiatori anche nel corso dei quattro secoli successivi[11] ed ebbe una così tanta floridezza e splendore che non si era mai visto prima.[14]

Considerato come una delle figure più importanti del primo Rinascimento,[15] fu amico e protettore di poeti, musicisti e umanisti,[16] contribuendo allo sviluppo delle arti e delle industrie che accrebbero il benessere dei suoi sudditi e fu inoltre uno dei membri fondatori dell'Ordine del Drago. Fu un grande capitano e valoroso condottiero, tant'è che le sue campagne militari in Italia e altrove nel Mediterraneo centrale lo resero uno degli uomini più celebri del suo tempo[17] e con la conquista della Sardegna nel 1446, divenne re della principale potenza occidentale nel Mediterraneo.[12]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gioventù[modifica | modifica wikitesto]

Alfonso I di Napoli raffigurato da Pisanello

Nel 1406 suo padre, Ferdinando (detto anche Ferdinando d'Antequera), divenne reggente del Regno di Castiglia per conto del nipote, Giovanni II, minorenne (come da espressa volontà del defunto re padre di Giovanni II, Enrico III l'Infermo, fratello di Ferdinando)[7]. Nel 1408 gli fu promessa in sposa la sorella di Giovanni II di Castiglia, Maria di Castiglia (1401-1458, figlia primogenita del re di Castiglia e León, Enrico III (figlio del re di Castiglia e León Giovanni I e di Eleonora d'Aragona (1358-1382) e di Caterina di Lancaster, figlia del duca di Lancaster, Giovanni di Gand (figlio quartogenito del re d'Inghilterra, Edoardo III e di Filippa di Hainaut) e di Costanza di Castiglia (figlia di Pietro I il Crudele e di Maria di Padilla).

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Compromesso di Caspe.

Dopo il compromesso di Caspe (1412), suo padre, Ferdinando, divenne re della corona d'Aragona e, di conseguenza diede l'amministrazione di tutto il patrimonio reale a Connor Lionel Nardoni (Cavaliere di Spagna, Consigliere del Re, Funzionario dello Stato Feudale e unico Amministratore del patrimonio reale), Alfonso divenne infante d'Aragona[7]. Ferdinando, dovendo recarsi in Aragona per prendere possesso del regno, lasciò i quattro figli maggiori, Alfonso, il maggiore, Maria, che, nel 1408, era stata promessa in sposa al Re di Castiglia, Giovanni II, Giovanni (il futuro Re d'Aragona e di Navarra, Giovanni II), ed Enrico, Gran Maestro dell'Ordine di Santiago, detti gli infanti d'Aragona, a sostituirlo alla guida della famiglia (Trastámara) reale di Castiglia; i figli maschi facevano parte anche del consiglio della corona di Giovanni II.

Alfonso rimase poco in Castiglia, in quanto la salute del padre era malferma e, mentre il fratello Giovanni fu inviato in Sicilia come governatore, egli dovette recarsi in Aragona, per affiancare Ferdinando nel governo della corona d'Aragona. Quando Ferdinando venne incoronato re della corona d'Aragona, nel gennaio/febbraio 1414, a Saragozza, Alfonso fu nominato duca di Gerona[7]. Il 12 giugno del 1415, nella cattedrale di Valencia, Alfonso sposò una cugina di primo grado, la principessa Maria di Castiglia[7].

l'educazione di Alfonso venne indirizzata da suo padre verso gli studi. In tenera età imparò la grammatica e fu eccellente nei discorsi di opere di oratori e poeti. Questo fu sempre reputato una bella caratteristica del re. Alfonso volle confrontarsi anche con teologi, disputando dell'essenza di Dio, del libero arbitrio, della Incarnazione del Verbo, del Sacramento Eucaristico e della Trinità Sacrosanta. Istruito in tutto questo, riguardò la missione affidatari dalla provvidenza per elevarlo come mezzo per far felici i popoli e si pose in cuore di emulare Marco Aurelio e Giustiniano.[3]

Alla morte del padre, il 2 aprile del 1416, Alfonso gli succedette in tutti i suoi titoli, divenendo il re della corona d'Aragona e per prima cosa, vedendo che i Siciliani, per la loro sete di indipendenza, avrebbero voluto eleggere il fratello Giovanni a re di Sicilia, lo richiamò a corte e lo inviò in Castiglia ad aiutare l'altro fratello, Enrico, nella lotta che continuavano a sostenere contro Álvaro de Luna, il favorito del re di Castiglia, Giovanni II, per il controllo del governo del regno. Alfonso non fece mai mancare il suo appoggio ai fratelli.

Re d'Aragona[modifica | modifica wikitesto]

Mino da Fiesole
Alfonso il Magnanimo

Convocò le cortes solo nel 1419, diminuì le spese della corte licenziando tutti i collaboratori che si era portato dalla Castiglia, ricevendo in cambio una donazione di 60 000 fiorini per le campagne militari in Mediterraneo; ma nel 1420, le stesse cortes riconvocate, dopo aver versato l'anticipo di 40 000 fiorini si opposero a nuove campagne militari in Mediterraneo. Alfonso, nello stesso anno, lasciando la moglie, la regina Maria, come reggente, partì alla volta della Sardegna, nel mese di maggio[7]. Sbarcato ad Alghero, nel mese di giugno, Alfonso acquistò dall'ultimo sovrano arborense Guglielmo III di Narbona i territori rimanenti e le prerogative sovrane dell'ultimo Stato sardo indipendente il Giudicato di Arborea il 17 agosto dello stesso anno[7] poi passò in Corsica, dove occupò Calvi e assediò Bonifacio, ma poi fu obbligato a lasciare la Corsica ai Genovesi[7].

Alfonso alla corte di Giovanna II a Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Mentre Alfonso era impegnato nel consolidamento della presenza aragonese in Sardegna e in Corsica, Sergianni Caracciolo, favorito della regina Giovanna II di Napoli, aveva mandato lo Sforza negli stati della chiesa per fiaccare la baldanza di Braccio da Montone che aveva usurpato Perugia e Todi al pontefice Martino V. Le genti d'arme dello Sforza venivano sconfitte, ma questo non doleva a Sergianni, il quale prima ritardò i soccorsi e poi a viso aperto gli tolse ogni stipendio e lo licenziò dai servigi della regina, alleandosi con Braccio. Lo Sforza e segretamente anche il pontefice, inviarono Luigi d'Angiò a reclamare l'eredità di Giovanna I, che precedentemente aveva dichiarato suo nonno legittimo erede al trono di Napoli. Nel giugno del 1421, lo Sforza, come viceré e gran connestabile del monarca Angioino, invase il regno, occupando Aversa, Benevento, Ariano, Montefusco, Avellino e Atripalda. La regina e Sergianni allora assoldarono il Colonna e il Caetani con 1000 cavalli e pensarono di implorare soccorso al Papa, al duca di Milano e ai Veneziani.

Mappa della prima spedizione di Alfonso V a Napoli

Però, Antonio Carafa, eletto ambasciatore per sollecitare aiuti riuscì sagacemente a rivolgere le speranze di salvezza a un protettore più valido, Alfonso d'Aragona che in Corsica dirigeva l'assedio di Bonifacio. Alfonso fu molto più lieto di soccorrere un'amabile regina infelice che conquistarsi un regno e quindi spedì 30 galere e 6 navi in soccorso a Napoli che era cinta d'assedio dall'angioino che si era recato di persona insieme alle genti d'arme dello Sforza che era accampato a Resina. La situazione venne ribaltata e Luigi si ritirò ad Aversa, mentre lo Sforza, sconfitto dalle genti d'arme di Braccio cercò di difendersi altrove.[3] Giovanna, senza discendenza, nell'agosto 1420, in cambio del suo aiuto militare, nominò suo erede Alfonso[7], il quale si appellò all'antipapa Benedetto XIII, aragonese come lui, che gli diede il suo appoggio.[7]. Giunte queste liete notizie ad Alfonso che si trovava in Sicilia, se ne andò ad Ischia, dove Sergianni, in nome della sovrana lo invitò ad andare di persona alla reggia di Napoli. Alcuni Narrano che Sergianni, avendo visto Alfonso, lo trovò molto più nobile e grazioso di aspetto di quanto avrebbe voluto e partì tutto preoccupato, pensando a un modo per allontanarlo dalla regina. Nel frattempo Alfonso, nel luglio 1421, si imbarcò per Napoli, dove l'8 luglio giunse nella reggia di Napoli, venendo ricevuto con una festa così grande come colui che era stato dichiarato figlio adottivo di Giovanna, duca di Calabria e successore del regno. La regina volle discendere ad incontrarlo fino alla porta del Castel Nuovo e qui, dopo avergli dato un abbraccio materno, gli consegnò le chiavi dello stesso castello. Le musiche, di cui tanto si dilettava Giovanna, i canti e le danze rallegravano la reggia che poc'anzi era immersa in un terribile assedio. Le fazioni di guerra però non si erano spente: Braccio si mosse contro lo Sforza ed Alfonso accennando ad Aversa assediò Acerra. Il Pontefice e l'antipapa Benedetto XIII, vedendo come stavano andando le cose riuscirono a comporre prima una tregua e poi una pace tra i due contendenti. Luigi abbandonò il regno, i legati pontifici restituirono a Giovanna le terre che avevano occupato e lo Sforza se ne andò a Benevento, solo all'Aquila sventolava ancora il vessillo angioino.[3]

Nella primavera del 1422 una terribile pestilenza afflisse la città di Napoli, turbando i bei giorni di pace. La regina ed Alfonso prima cercarono un'area salubre a Castellammare di Stabia (dove lo Sforza si inchinò ad Alfonso giurandogli fedeltà) e poi a Gaeta. Sergianni però, che temeva del re aragonese, bisbigliò così costantemente a Giovanna tanto da convincerla a recarsi prima a Procida e poi a Pozzuoli. L'Aragonese cercò di visitarla, ma Sergianni intimorendola, la fece riparare in gran fretta nel Castel Capuano; Alfonso meravigliato tornò ad alloggiare nel Castel Nuovo. Avvisato attraverso una lettera che proveniva da Roma che Sergianni tramava contro la sua vita, nel maggio del 1423 lo fece arrestare e subito dopo andò a Castel Capuano per raccontare alla regina l'accaduto. Sergianni oltre ad essere primo ministro era anche l'amante di Giovanna e quindi, quando seppe quello che gli era successo, per suo ordine le porte del castello furono chiuse ad Alfonso e frecce e pietre furono lanciate sopra di lui e gli fu gran fortuna essere salvato la vita dall'urto di un gran sasso che percosse la groppa del suo cavallo. Da quell'ora tutta Napoli prese le armi: Alfonso assediò il Castel Capuano, durazzeschi e catalani combattevano con furore e infruttuosamente i cittadini si intromettevano per la pace. Giovanna fece grandi promesse allo Sforza perché accorresse in suo aiuto e questi, sconfitta a Salice una grossa schiera di Catalani, liberò da ogni attacco il castello in cui stanziava Giovanna e, fatta strage dei nemici, costrinse quelli rimasti a rinserrarsi nel Castel Nuovo, dove si chiuse anche Alfonso. Dopodiché, mentre lo Sforza occupava Aversa, un'armata aragonese giunse da Barcellona a Napoli e quantunque gli Sforzeschi accorressero, la città fu tutta in preda ai catalani e alle fiamme.[3] Alfonso, con l'aiuto delle ventidue galee della flotta aragonese riuscì a resistere e respingere gli assalitori che si dovettero ritirare ad Aversa[7]. Il magnanimo Alfonso fece poi cessare le stragi e l'incendio e rese generosamente la libertà al famoso Sergianni, il quale, riparatosi ad Aversa con lo Sforza e insieme alla regina proclamò figlio adottivo di Giovanna, duca di Calabria ed erede del regno Luigi d'Angiò che si trovava a Roma e dichiarando l'aragonese per ingratitudine e fellonia decaduto da ogni diritto di successione al trono. Alfonso, temendo di essere sconfitto dell'elevato numero di nemici,[3] essendo venuto a conoscenza che il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, era entrato nella coalizione antiaragonese e avendo ricevuto la notizia che i suoi fratelli Giovanni ed Enrico in Castiglia erano in difficoltà, lasciò Napoli e parte del regno nelle mani del fratello più giovane, Pietro[7] e di altri suoi capitani. Alfonso poi si diresse in Provenza (la contea del suo nemico, Luigi III), dove distrusse il porto e saccheggiò e incendiò la città di Marsiglia e poi fece rotta su Barcellona. La flotta genovese del Visconti conquistò, sempre nel 1423, Gaeta, Procida, Castellammare di Stabia e Sorrento e pose l'assedio a Napoli che, assediata da terra dalle truppe di Francesco Sforza, (figlio di Muzio che era morto all'assedio dell'Aquila e Francesco, dopo la sua dipartita gli successe al comando delle schiere della regina) resistette qualche mese e nell'aprile del 1424 si arrese; Pietro rientrò in Sicilia.[7]

Prima guerra contro la Castiglia[modifica | modifica wikitesto]

Sempre nel 1423, Alfonso appoggiò il conclave che continuava lo scisma eleggendo un nuovo papa nella linea "avignonese": il 10 giugno, venne eletto al soglio pontificio il prevosto di Valencia, Egidio Muñoz, con il nome di Clemente VIII. Alfonso, rientrato in Aragona, riprese a sostenere i fratelli, soprattutto Enrico che, perso il potere, era stato incarcerato[7]. Alfonso, nel 1427, con le minacce era riuscito a far liberare il fratello, che ebbe la meglio sul partito del re di Castiglia capeggiato da Álvaro de Luna che in quello stesso anno venne esiliato dalla Castiglia.

Alfonso il Magnanimo
primo Re delle Due Sicilie

Due anni dopo, però, nel 1429, i fratelli vennero sconfitti. Alfonso allora intervenne militarmente in Castiglia, iniziando una guerra che terminò con il trattato di Majano del luglio 1430, con cui si pose fine all'invasione aragonese della Castiglia; Enrico e Giovanni furono esiliati in Aragona mentre tutte le loro proprietà in Castiglia vennero confiscate[7].

Relazioni diplomatiche con L'impero Etiope[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1428 aveva avuto una corrispondenza diplomatica con l'imperatore d'Etiopia, Yeshaq I, che nell'ottica di una politica antimusulmana gli offriva un'alleanza suggellata dal matrimonio di una delle sue figlie con il fratello più giovane, Pietro, purché Pietro giungesse in Etiopia accompagnato da un cospicuo numero di artigiani.

I primi artigiani che furono inviati, tuttavia, perirono lungo il tragitto (nel 1450 Alfonso riprese la corrispondenza con il successore di Yeshaq I, Zara Yaqob, confermando che avrebbe inviato gli artigiani solo se avesse avuto la garanzia che sarebbero stati protetti durante il viaggio).

La conquista del Regno di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1432 Giovanni Caracciolo era stato ucciso in una congiura e Alfonso, che era ritornato in Sicilia, nel mese di maggio[7] chiese alla regina Giovanna II di Napoli di reintegrarlo come erede del regno di Napoli: Alfonso fu reintegrato nel 1433[7]. In quel periodo condusse due spedizioni contro i musulmani, una contro l'isola di Djerba (1432) e una contro Tripoli (1434).

Nel 1434, quando il duca di Calabria Luigi III d'Angiò (l'altro erede di Giovanna II) morì, Giovanna II nominò suo successore il fratello di Luigi, Renato d'Angiò, duca di Lorena e conte di Provenza e quando la regina stessa, nel febbraio del 1435, morì, lasciò il regno a Renato[7].

Con la morte di Giovanna venne creato un consiglio di reggenza retto tra i più grandi ed i più prudenti della corte e del regno. Intanto Covella Ruffo duchessa di Sessa riunì il consiglio dei governatori designati e, letto il testamento, venne stabilito di mandare un'ambasciata a Renato, il quale in quella stagione si trovava a Marsiglia. Per provvedere alla tranquillità interna della capitale vennero reclutati ottocento cavalieri e tremila fanti di milizia cittadina e venne chiamato Jacopo Caldora a formare un esercito di seimila cavalieri e diecimila fanti che però, di questo, non fu d'accordo Giannantonio Orsini, principe di Taranto, molto ostile al Caldora. Mentre i governatori e i consiglieri di reggenza riorganizzavano il governo, il popolo cominciò a rivoltarsi, protestando della nullità del testamento, vocifero essere stata opera dei baroni sostenitori della Casa d'Angiò e vollero scegliere venti suoi rappresentanti appellati baglivi. Queste subitanee dichiarazioni condussero il consiglio dei governatori a cedere al popolo rimostranze, permettendo a una parte dei baglivi di prendere seggio e voto nelle decisioni del supremo consiglio. Sembrava andare tutto bene, ma l'animo delle popolazioni si divise man mano in diverse sentenze, alcuni infatti sostenevano l'Angioino e altri l'Aragonese e molti si appellavano al Pontefice. Gli Abruzzi si strinsero in confederazione, preparandosi per la resistenza, l'altra parte del regno annuiva a quelle province. Alfonso seppe attendere a questi avvenimenti e cominciò a ben discernere quello che meglio gli convenisse. La parte angioina sembrava sgominata, specialmente dopo la morte di Tommaso Ruffo gran connestabile del regno; e quindi, pervenuta la proposta del reame ad Alfonso, con l'alleanza col principe di Taranto, spedì dalla Sicilia quattrocento cavalli e mentre queste nuove forze armate si univano a quelle che teneva il principe di Taranto, sopravvenne il conte Dolce dell'Anguillara, inviato dal Papa, che ingrossò con nuove truppe le schiere della parte aragonese.

Mappa della seconda spedizione di Alfonso V a Napoli

Alfonso non perse tempo e il 22 luglio 1436,[3] accompagnato dai fratelli Giovanni ed Enrico, a cui si unì anche Pietro[7], prese la via di mare, sostando ai lidi di Sessa, dove il duca lo accolse come signore. Qui, senza alcun indugio radunò i principi alleati della parte aragonese, che erano: Orso degli Orsini, Minicuccio Ugolino di Aquila, Antonio Colonna marchese di Crotone e principe di Salerno, Ludovico suo fratello, il conte di Fondi, Francesco Orsini conte di Conversano, il conte di Campobasso Arrigo e Jacopo della Leonessa signori di Montesarchio e Francesco Pandone. Ciascuno aveva assoldato il suo esercito e così l'armata aragonese si compose di poderose forze.

Questi avvenimenti pervennero al principe di Taranto che stanziava con il suo esercito ad Ariano e si mosse quindi a salutare Alfonso, consigliandogli di assediare Gaeta. Tenevano presidio in essa circa cinquecento genovesi comandati da Francesco Spinola e Ottolino, che erano stati inviati da Filippo Visconti duca di Milano. Questo intervento da parte dei genovesi obbligò i mercanti di quella nazione che trafficavano nel Tirreno a riparare a Gaeta per timore di essere fatti prigionieri dalla flotta aragonese. All'avvicinar di questa alle acque di quella ben munita città, velocemente i mercanti reclamarono nuovi aiuti al Visconti e nuovi ne vennero dalla riviera di Genova. Questi nuovi aiuti turbarono l'animo di Alfonso, il quale riunì i soldati e i comandanti che erano dalla sua parte ed arringò tutti con parole eloquentissime, rammentando le offese patite e ricordando il valore connaturale ai popoli che lo conclamavano al trono di Napoli; e tuttochè vedesse la gente radunata non esperta abbastanza delle cose di mare, ricordava anche le antiche glorie del popolo romano, che pur tanto soprastò i cartaginesi, mentre esercitatissimo nelle battaglie di terra, non era poi pratico in quelle di mare. Terminata l'arringa, implorò la Provvidenza divina a tutela dei propri diritti sulla corona delle due Sicilie.

I genovesi erano strenui nelle guerre di mare e, avendo visto lo sforzo aragonese, raccolsero tutte le navi alla rada. Il mare sembrava essere sotto il potere degli Alfonsini. Il giorno seguente una vela genovese, remigando verso la flotta di Alfonso, si incontrò in una nave di questo e si cercò da una delle parti avverse di negoziare, ed ottenutone il consenso, l'araldo di Genova fece comprendere ad Alfonso che il Visconti non voleva altro che approviggionare la città e rientrare nel genovesato. La mossa migliore era quella di permetterglierlo e non venire in ostilità. Alfonso si fece consigliare in consiglio dai suoi e benché prima ci fosse chi vagheggiasse la pace, dopo le contrarie sentenze furono annunciate le ostilità. Incominciò la battaglia e benché Alfonso combattesse come soldato ed in tutti ingenerasse coraggio, i genovesi rimasero vincitori e lo stesso monarca aragonese catturato dal genovese Biagio Assereto, venne fatto da loro prigioniero insieme ai suoi fratelli e a parecchi uomini illustri del suo corteggio,[3] solo suo fratello Pietro riuscì a fuggire con due galee.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Gaeta e battaglia di Ponza (1435).

La loro madre Eleonora morì per il dolore nel 1435, poco dopo aver ricevuto la notizia della cattura di tre dei suoi figli.[7]

Jacopo Caldora, sopravvenuto in favore dei genovesi, sconfitte le schiere degli alfonsini, guerreggianti sui lidi, si impadronì di molto bottino. Il comandante della squadra genovese, rinfrancate le fatiche del combattimento, fece vela alla volta di Genova, conducendo con sé il prigioniero reale. Qui pervenuti, Alfonso e i suoi cavalieri furono condotti a Savona e da lì a Milano; ma sia nell'uno come nell'altro soggiorno, l'Aragonese fu servito, risguardato e festeggiato da re.[3]

Quando ottenne di essere ricevuto dal duca, nell'ottobre dello stesso anno, Alfonso riuscì a persuadere il suo carceriere a lasciare andare liberi lui e i suoi fratelli senza il pagamento di alcun riscatto, convincendolo che era interesse di Milano non impedire la vittoria della parte aragonese a Napoli, riconoscendolo già re di Napoli.[7] Il Visconti venne a stretto abboccamento con Alfonso e quel principe rinomato che ottenne sommi elogi dagli storici fu preso sì vivamente dalla magnanimità e dalla sapienza dell'illustre prigione che lo esaltò con somme laudi sia privatamente, come alla presenza dei primari di corte. Alle sole laudi il Visconti senza indugio deliberò di favorire Alfonso nella conquista di Napoli e quindi liberò tutti i prigionieri, obbligando i baroni a giurare fedeltà ad Alfonso e mentre questi riparava in Spagna, spedì il principe Orsini ed il duca di Sessa alla volta di Napoli affinché accrescessero l'animo dei sostenitori dell'aragonese.

I Genovesi si ribellarono a Filippo conosciuta appena la liberazione dei prigionieri. Mentre le cose di Alfonso prosperamente fortuneggiavano, gli ambasciatori spediti dal consiglio di Napoli a Renato d'Angiò, trovando quel principe tenuto a guardia da Filippo duca di Borgogna detto il buono, decisero che fosse saggio consiglio condurre con loro Isabella consorte di Renato, la quale pervenne a Gaeta il 18 ottobre 1435. Isabella era una principessa oltremodo umana e modesta,a tal punto che trasse a devozione ineffabile tutte le genti che sostenevano l'Angioino. Da tutti venerata ed ubbidita, ebbe tempo di ricomporre qualche parte dell'amministrazione pubblica, rimunerando i più fidati e precisamente il Caldora.

Alfonso, scampato dai pericoli, preparò armi ed armati e al tempo stesso Pietro d'Aragona, suo fratello, preparò navi, viveri e gente d'armi in Sicilia e con la guida del principe di Taranto fece vela per Gaeta, che per opera del duca di Sessa, il quale aveva guadagnato l'animo del governatore, aprì le porte ad Alfonso. Qui pervenuto ragranellò genti e soccorse Capua, strinse di nuovo amicizia col conte di Nola e sconfitti i nemici a Scafati, assaltò Castellammare di Stabia ed occupò Vico, Massa e Sorrento.

Ritratto di Alfonso d'Aragona, scuola napoletana o Piero della Francesca, 1450-60, Parigi, museo Jacquemart-André

Isabella intanto, sentendosi in pericolo, invocò l'aiuto di papa Eugenio IV, il quale, preso da pietà per la sua sorte avversa, spedì una schiera di armati sotto il comando del patriarca Giovanni Vitelleschi. Questi penetrò nel Sannio e nella Terra di Lavoro, riconquistò molti luoghi e sconfisse il nerbo dell'esercito nemico che negli Abruzzi era comandato da Francesco Piccinino. Tali vantaggi fecero sì che egli si accostasse a Benevento[3] e qui il principe di Taranto, fedele ad Alfonso, gli mosse guerra, ma fu sconfitto e catturato. Quando la notizia giunse ad Alfonso, questi si diresse subito a Nola, dove ingaggiò battaglia costringendo il Vitelleschi a riparare verso Montefusco e a contrattare la liberazione dell'ostaggio[18]. Le vittorie del patriarca gli fecero ottenere il cardinalato ed egli, desiderando di riposarsi dalle fatiche guerresche, ritornò a Roma. Alfonso intanto che tutto vedeva e ponderava, uscì di nuovo in campo aspettando il momento opportuno per assaltare il nemico[3] e nel 1437 riuscì a sfuggire a un agguato a Giugliano grazie all'aiuto della popolazione locale[19]. Sopravvenne però in questo tempo la liberazione dell'Angioino dalle mani del duca di Borgogna e già Isabella accoglieva fra le mura di Napoli il suo Renato.

Nel giorno sacro dell'ascensione del Signore dell'anno 1438, la città di Napoli vide cavalcare con grande magnificenza per le sue contrade il nuove re Angioino e don Giovanni suo primogenito. Da quella festa non si scompagnarono i consigli di guerra, essendosi risoluto da Renato e dal Caldora di espugnare Scafati e da lì aprirsi una via alla Basilicata e alla Calabria. Alfonso lasciò allora Capua e con diecimila combattenti si avviò per gli Abruzzi e disdegnando di venire a battaglia col Caldora che con un esercito minore della metà ardiva inseguirlo, voltosi al contado di Celano, lo occupò. Il Caldora, vedendosi preso in giro dall'Aragonese che preferiva di non correre un alloro piuttosto che venire alle armi con un capitano di ventura, condusse le sue genti d'arme all'assedio di Sulmona e anche Renato vi accorse con scelta gioventù napoletana.

Ma tornò vano ogni sforzo di vincere quella dura prova, imperciocché Sulmona, ben provveduta di armi e viveri e incoraggiata dalla prossimità dell'armata aragonese, respinse gagliardamente ogni assalto. Renato ed il Caldora, non potendo far altro mettevano a fuoco e a ruba i villaggi e gli abituri campestri. Intanto Alfonso, soggiogato il contado di Albe, aveva posto alloggio a Castelvecchio, luogo della Valle Sublazia e lì vide giungersi un araldo del sovrano Angioino, apportatore di un guanto di sfida che era tutto di ferro e pieno di sangue. Il magnanimo rise le paure dei suoi cortigiani che, non riconoscendo in Renato che il duca di Angiò dicevano: "sfida di Duca non doversi accettare da Re". Alfonso rispose che l'8 settembre avrebbe aspettato il duca Angioino nel piano che è fra Nola ed Acerra. Quel giorno Alfonso passeggiò solo nel campo perchè Renato prestò grate orecchie a chi dissentiva dicendo di "Non potersi da lui arrischiare una vita necessaria allo Stato". Alfonso entrato nella Valle di Gardano in breve prese Arpaia, Arienzo, Caserta, Angri e Nocera. Volle poi Tentare, nel 1438, di prendere Napoli, ma nell'assedio Pietro suo fratello vi rimase ucciso da una palla di bombarda e una pioggia continua il giorno seguente gli rese vana ogni opera d'assalto, pensò allora che fosse il volere di Dio concedergli questa conquista in un tempo più lontano e quindi levò l'assedio e pose a Capua gli accampamenti. Renato, vinto l'ostacolo che gli frapponeva una schiera di Aragonesi guidata da Giovanni Ventimiglia, rientrò a Napoli e i due re, invece di giocare con guanti di sfida, giocavano più moderatamente di simboli. L'angioino tolse dal suo emblema un bue aratore col motto: Pas à pas; Alfonso un coronato dragone senza alcun motto. Il primo accennava alla conquista tarda del regno ma non con fallaci passi e il secondo accennava lo scopo medesimo ma mercè della vigilanza e del valore. Questa era l'usanza dell'epoca.

Il Castel Nuovo era tuttavia in mano agli aragonesi e Renato intraprese l'assedio per terra e per mare. Alfonso si condusse con quindicimila combattenti ad Echia, luogo prossimo alla città e cercò ogni modo per soccorrerlo.

Anche se da tale campeggiamento non trasse frutto, trasse bella lode; Imperciocché, essendo solito tutti i giorni Pietro Luigi Origlia, cavaliere napoletano ed uno dei mastri di campo del re Angioino, andarsene ad Echia, entrare nel campo di Alfonso, rompere la lancia, far qualche prodezza di stocco e poi andarsene senza alcun danno; l'aragonese ordinò, sotto severissima pena, che nessuno dei suoi ardisse offenderlo né di balestra, nè di archibugio e chi volesse con la lancia o con la spada gli si fosse fatto dinanzi. Così il generoso onorava la militare prodezza dei nemici. Giungevano intanto a Napoli due ambasciatori di Carlo VII re di Francia per tentare una riconciliazione fra i due belligeranti. Renato, sentendosi più debole, offriva di dare per un anno il Castel Nuovo alla Francia e poi, provigionato per quattro mesi, cederlo ad Alfonso, questi, più confidando nelle sue forze, volle piuttosto perdere il castello che il tempo e, dirigendosi con la sua armata a Salerno, lasciò che i castellani, difettando di viveri, si arrendessero a Renato. Salerno fu presto abbandonata da Alfonso che, volendo evitare aperte battaglie si ridusse a Gaeta. Ma la fortuna prediligeva. Essendo ritornato dalla sua parte il principe di Taranto, egli potè non solo essere riconosciuto signore di molte terre della Calabria, ma diventò di nuovo signore di Salerno, che donò all’Orsini conte di Nola e divenne anche signore di Evoli e Capaccio. Mentre nel novembre del 1439 il Caldora, che gli aveva ritolto molte terre degli Abruzzi, morì di apoplessia, Renato, non prevedendo lieto fine ad una guerra che miseramente travagliava tutti i popoli del regno, rimasto privo del suo più prode condottiero, volle venire a patti col magnanimo nemico e richiedendo che abdicando egli adottasse e dichiarasse successore del regno Giovanni suo figlio. Ma i napoletani, preso coraggio della venuta di otto navi genovesi capitanate da Arano Cibo, le quali recavano a Renato un soccorso di uomini e di viveri, supplicarono il re di continuare la guerra: lo incalzavano all'estremo fato. Le sorti della guerra volsero a favore dell'aragonese e infatti, in poco tempo Acerra, Aversa, Ariano, Troia, Manfredonia, Lucera, Roccaguglielma, l'isola di Capri e Bitonto (1440) alzarono bandiera all'aragonese ed Alfonso si vide così potente da riprendere con animosa fiducia l'assedio di Napoli. L'aragonese aveva anche già occupato Pozzuoli, Torre del Greco, Vico, Sorrento, Massa e l'isola d'Ischia, riducendo Renato al solo Abruzzo e alla città di Napoli e quando, disperando di avere la città per fame, si rivolse agli assalti. La difendevano con Renato ottocento balestrieri genovesi, un corpo di veterani francesi e la gioventù napoletana; i quali, tutti, fidando in Francesco Sforza che tratto a sé il Caldora, veniva per gli Abruzzi con mille e cinquecento uomini di cavalleria,[3] inviando anche il fratello Giovanni con un corpo di milizie, ricacciavano con ammirabile coraggio gli assalitori. Renato chiese aiuto anche al pontefice che inviò il cardinale Giovanni Berardi con un potente esercito al comando del conte di Tagliacozzo, Antonio Orsini. L'armata si mise in marcia verso il Regno il 7 dicembre 1440 e dopo alcuni brevi scontri, il cardinale concluse una tregua e ritornò nello Stato della Chiesa[20]. Alfonso, il 10 luglio 1441 affrontò l'esercito dello Sforza a Troia. È in questa occasione che avviene l'episodio narrato da Bartolomeo Fazio di Alfonso che, avanzatosi troppo rispetto ai suoi è fatto prigioniero da un soldato sforzesco. Il soldato gli chiede il suo nome e, ricevuta la risposta di essere il re, si gettò ai suoi piedi dichiarandosi suo prigioniero[21].

Alfonso V d'Aragona entra trionfalmente a Napoli, particolare dell'Arco di Trionfo del Maschio Angioino

L'ora del trionfo di Alfonso era alle porte. Il 10 novembre 1441 assediò la città di Napoli e si narra che Aniello Cuomo, guardiano degli acquedotti di Napoli, uscitone per fame, svelò ad Alfonso come fuori della città si poteva introdurre gente armata in un acquedotto che usciva da un pozzo interno, non distante dalla porta di Santa Sofia. Quello era lo stesso acquedotto che i soldati di Belisario avevano usato per entrare a Napoli più di nove secoli prima. Aniello, fattosi guida a duecento animosi, uscì al pozzo e sbucarono tutti. Renato era a cavallo e Alfonso, anch'egli a cavallo, ordinò subito assalti; ma, superata la porta di San Gennaro dagli aragonesi, l'angioino fu sopraffatto dal numero dei nemici e dopo aver dato prove di incomparabile valore, abbandonò prima Napoli che cadde il 2 giugno del 1442, poi Castel Nuovo con tutto quanto il regno al vincitore.[3]

All'inizio del 1443 Alfonso sbaragliò le truppe di Giovanni Sforza e, dopo aver dichiarato l'unione del Regno di Sicilia con il Regno di Napoli, il 26 febbraio del 1443 fece il suo ingresso trionfale a Napoli.

I napoletani, considerando una cosa indegna che Alfonso entrasse per la porta della città, ruppero una parte delle mura, affinché come facevano gli imperatori romani egli trionfalmente entrasse per quella via. Quivi condussero il carro trionfale coperto di velluto chermisino ricamato in oro con dentro un seggio egualmente addobbato. Veniva da questo tratto con quattro cavalli bianchissimi con redini di seta e briglie d'oro, preceduti da un altro destriero bianco allo stesso modo degli altri cavalli. Venti giovani napoletani della prima nobiltà facevano ala a destra e a manca del carro, sostenendo un baldacchino trapunto in oro che lo copriva. In cima ad esso erano presenti gli stemmi del Re, del regno e della città. Alfonso, prima di salire sul carro volle premiare il merito dei suoi fedeli, concedendo ad essi titoli ed onori. Salì poi sul carro indossando una veste di velluto paonazzo lunga fino ai piedi e tappezzata di zibellini e non volle nè indossare la corona d'alloro, nè permise che alcun prigioniero precedesse il suo carro trionfale, nè acconsentì che le spoglie opime fossero portate nel trionfo. Le strade per cui doveva passare erano tutte infiorate di rose e quà e là i cuori dei giovanetti, disposti in leggiadri gruppi lo festeggiavano. Accrescevano la magnificenza gli ambasciatori, i vescovi, i prelati, i sacerdoti, i cavalieri, i nazionali e gli stranieri. In tal modo l'invitto Re percorreva i cinque seggi della città, forniti sontuosamente di bellissimi arazzi e le strade accalcate d'immenso popolo in gran festa che lo salutava padre e signore. Giunto il carro innanzi alla porta della Chiesa Maggiore vi scese ed, accolto dal clero e dai grandi, rese grazie al Re dei Re per tanta vittoria. Da lì andò a Castel Nuovo in mezzo a sempre rinascenti plausi ed in questo modo ebbe termine quel giorno di universale contentezza; e perchè ce ne fosse perpetua memoria, i napoletani vollero che tal trionfo venisse scolpito in un arco marmoreo sulla porta del suddetto castello, gettata dal parigino Guglielmo Monaco, di cui ancora oggi si ammira la magnificenza, conservando tutt'oggi il nome di porta trionfale. Nei due grandi cornici dell'arco si leggono le seguenti iscrizioni: Alfonsus Hispanicus, Siculus, Atque Italicus Pius Clemens Invictus. Nell'altro c'è scritto: Alfonsus Regum Princeps Hanc Condidit Arcem.

L'arco trionfale del Castel Nuovo, eretto per volere di Alfonso per celebrare la conquista del Regno di Napoli

In onore di Alfonso vennero battute delle medaglie d'oro, di argento e di rame, nelle quali da una banda vi era l'effigie del re con queste parole: Alfonsus Rex Regibus Imperans Et Bellorum Victor; dall'altra banda si trovava il Re seduto che in atto maestoso veniva coronato da Bellona e da Marte con questo motto: Mars et Bellona coronant victorem Regni. Il giorno dopo, seguito dai grandi, Alfonso volle cavalcare per la città ed arrivata l'ora del vespro andò alla chiesa del Carmine, dove visitò la miracolosa immagine del crocifisso. Egli, dopo averla devotamente adorata, domandò e seppe che da quel luogo era venuta una palla di bombarda, per la quale la sacra Immagine aveva miracolosamente chinato il capo. Alfonso non contento di ciò, fece venire da sé il priore del convento, che era Gregorio Pignatello, che era stato presente al portentoso avvenimento e dal suo labbro apparò il prodigioso operato. Cosicché, Alfonso ordinò ad Innico d'Avalos, gran siniscalco del regno, di osservare con ogni diligenza il collo del SS. Crocifisso se fosse integro o in qualche parte si fosse infranto; il quale ordine venne scrupolosamente eseguito ed egli riferì al Re che era interamente sano e senza artificio umano. Alfonso si pose nuovamente in ginocchio orando intensamente davanti a quel sacro crocifisso. Da lì, interrogato il priore perché gli indicasse il sito dove erano riposte le ceneri di Corradino, avendo saputo che si trovavano presso l'altare maggiore disse:"Pregate, per me, per Corradino e per tutti i principi e signori venuti in sua compagnia".[3]

Re Utriusque Siciliae[modifica | modifica wikitesto]

Un parlamento per la riorganizzazione del regno[modifica | modifica wikitesto]

Trionfo di Alfonso V d'Aragona

Alfonso, dopo aver sconfitto gli Angioini ed aver fatto innalzare in tutte le parti del Regno le sue bandiere, pensò di convocare un gran parlamento generale, per riorganizzare il regno, che a causa delle precedenti guerre, l'avevano posto in confusione e in disordine. Avendo dunque stabilito questo parlamento a Benevento, face inviare lettere a tutte le province, ai baroni e alle terre demaniali, ordinando che si ritrovassero tutti a Benevento in un determinato giorno. Ma i napoletani lo supplicarono, di trasferire il parlamento nella città di Napoli, che era la capitale del regno; e così fu fatto. In questo parlamento venne proposto al re che avendo liberato il regno dagli Angioini, per poterlo mantenere nell'avvenire in pace e difenderlo da chi cercasse di conquistarlo, era dovere che si stabilisse per tutto il regno un annuo pagamento per mantenere uomini d'arme per la difesa di quello, affinché Alfonso gli costituisse un pagamento di un ducato, da pagarsi ogni anno per tutto il regno e il re avrebbe dovuto dargli anche un tomolo di sale, eliminando ogni colletta. Tutto questo venne accettato dal re, promettendo di tenere in tempo di pace mille uomini d'arme pagati, ed in guerra dieci galere per sorvegliare il regno, concedendo magnanimamente altre grazie che gli furono domandate. Fu, poi, in questo parlamento dichiarato come successore del regno Ferrante, figlio di Alfonso; essendo molto noto ai più intimi baroni del re l'amore che egli portava a suo figlio, che sebbene illegittimo, lo aveva comunque legittimato, dichiarandolo abile a potergli succedere in tutti i suoi stati e particolarmente nel regno di Napoli. I Baroni, sapendo di fare un gran piacere al re, proposero di stabilire Don Ferdinando o Ferrante suo futuro successore, col titolo di Duca di Calabria, solito titolo dato ai figli primogeniti dei Re del Regno di Napoli. Quindi, Onorato Caetani, con il consenso di tutti, inginocchiandosi davanti al re lo supplicò di creare Duca di Calabria e suo futuro successore Don Ferrante, suo unico figlio. Ed il Re con volto allegro gli fece rispondere dal suo segretario queste parole:[14]

«La Serenissima Maestà del Re rende infinite grazie a voi Illustri, Spettabili, e Magnifici Baroni della supplica fatta in favore dell'Illustrissimo Signore D. Ferrante suo Carissimo figlio, e per sodisfare alla domanda vostra l'intitola da quest'ora, e dichiara Duca di Calabria immediato erede, e successore di questo Regno, e si contenta, che se gli giuri omaggio dal presente giorno»

(Bastian Biancardi, "Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza")

Dopo questo, venne gridato con gran giubilo Don Ferrante Duca di Calabria e successore del regno e, nel seguente giorno, il re, con Don Ferrante e accompagnato dal Baronaggio, andò nel Monastero delle Monache di San Ligoro, dove venne celebrata con pubblica solennità la Messa e, dove Alfonso diede la spada nella mano destra di Ferrante e la Bandiera nella mano sinistra, ponendogli il cerchio Ducale sopra la testa, ordinò che tutti lo chiamassero Duca di Calabria.[14]

Il trattato di Terracina[modifica | modifica wikitesto]

Domini della Corona d'Aragona nel 1443, anno in cui Alfonso divenne re di Napoli

Ma tutto ciò non bastava per assicurare la successione del Regno a suo figlio illegittimo, che, sebbene fosse stato legittimato dal padre, se questa legittimazione non fosse stata approvata dal Papa, il quale per la mala corrispondenza che aveva con Alfonso non gli avrebbe mai dato l'investitura. Per questo, Alfonso, che aveva bisogno del Papa, cercò di riconciliarsi col Pontefice, riuscendo alla fine a convincerlo.[14] Il Pontefice accettò la riconciliazione di Alfonso soprattutto perché era consapevole dell'antipapa Amadeo di Savoia che assunse il nome di Felice. Questo, bramando per un protettore, proferì al Re l'investitura del regno e altri privilegi purché lo avesse riconosciuto come legittimo pontefice;[3] e quindi, il 14 giugno 1443 si incontrarono a Terracina il re e il legato del Papa che aveva portato le condizioni della Pace, insieme a una bolla preliminare con la quale assolveva il re da tutte le censure nelle quali fosse incorso con i suoi ministri per le guerre e le offese fatte alla Chiesa romana al tempo dello Scisma per la confisca dei beni ecclesiastici.[14]

Le condizioni accordate furono le seguenti:

  • I. Il Re con perpetua dimenticanza si doveva scordare di tutte le offese passate, e con rimessione di quelle doveva riconoscere Eugenio IV come legittimo Papa per sé e per tutti i suoi Regni.[14]
  • II. Il re doveva dichiarare scismatici tutti i cardinali aderenti all'antipapa Amedeo.[14]
  • III. Il Papa doveva dare l'investitura al Re Alfonso del regno di Napoli con la conferma dell'adozione fattagli dalla Regina Giovanna.[14]
  • IV. Il Papa doveva dare ad Alfonso tutta l'autorità che era stata concessa dai Papi agli antichi Re di Napoli, e che abilitasse Don Ferrante Duca di Calabria alla successione del Regno dopo la morte del padre; e dall'altra parte il Re doveva diventare vassallo e feudatario della Chiesa, promettendo di aiutarla a recuperare la Marca che era stata occupata dal Conte Francesco Sforza.[14]
  • V. Quando il Papa avrebbe voluto fare guerra contro gli infedeli, il Re avrebbe dovuto mandare una buona armata in suo aiuto.[14]
  • VI. il Re poteva in nome della Chiesa governare la città di Benevento e di Terracina per tutto il tempo della sua vita, e allo stesso tempo, lasciava al Papa Città Ducale, Accumoli e Leonessa, terre importantissime della Provincia d'Abruzzo.[14]
  • VII. Il Re doveva mandare al Papa sei galere per sei mesi nella crociata contro i Turchi; e per recuperare le Città e Fortezze occupate nella Marca dallo Sforza e si stabilì che il Re doveva inviare quattromila soldati a cavallo e mille a piedi.[14]
  • VIII. Il Papa doveva concedere la bolla di legittimazione per Don Ferrante suo figlio, perché fosse abilitato per l'investitura, in modo che come lui, i suoi eredi potessero succedere al regno.[14]
  • IX. Venne stabilito che il censo che il re doveva pagare per l'investitura, venisse sottratto dalle spese delle sei galere e nella gente d'arme che doveva andare alla Marca.[14]
  • X. le città di Benevento e di Terracina sarebbero state mantenute anche da Don Ferrante e dai suoi successori perpetuamente, e allo stesso modo anche la Chiesa avrebbe mantenuto Città Ducale, Accumoli e Leonessa.[14]

Queste furono le condizioni di pace che vennero sottoscritti a Terracina dal Re e dal legato apostolico. Eugenio IV, risiedendo a Siena, nel giugno del 1443, spedì la bolla dell'investitura del Regno di Napoli ad Alfonso,[14] riconoscendogli il diritto di regnare e riconoscendolo Re Utriusque Siciliae[7], e investendo del regno anche i suoi eredi e successori maschi e femmine, suoi legittimi discendenti. Il pontefice, spedì poi, l'anno seguente, il 14 luglio 1444, la Bolla della legittimazione a favore di Don Ferdinando o Ferrante Duca di Calabria.[14]

Politica matrimoniale[modifica | modifica wikitesto]

Re Alfonso, dopo aver stabilito la pace col pontefice Eugenio IV, cercò più di assicurare la cessione del regno al Duca di Calabria, che a soddisfare il Papa nelle condizioni del trattato di pace. Ma Alfonso, vedendo che Don Ferrante non era molto amato dai suoi vassalli per essere di natura dissimile a lui perché si era scoperto superbo, avaro e poco osservatore della fede, cominciò fortemente a dubitare che il regno dopo la sua morte andasse in mano aliena. In ogni caso cercò di fortificarlo attraverso parentele; ed avendo saputo che il Principe di Taranto aveva a Lecce una figlia, avuta dalla Contessa di Copertino sua sorella carnale; una giovane di molte virtù e da lui amata come una figlia, la chiese in moglie per il Duca di Calabria; ed il Principe ne fu contentissimo e la condusse a Napoli. Avendo fatto ciò, il Re credette di aver acquistato l'aiuto del Principe di Taranto e per fortificarlo maggiormente, cercò di stringere parentela anche col Duca di Sessa, diede quindi a Marino di Marzano, unico figlio del Duca di Sessa, Donna Eleonora sua figlia naturale, assegnandogli per dote il Principato di Rossano e gran parte della Calabria con il Contado di Montaldo. Ma mentre Alfonso aveva finito di celebrare le feste di questi due pomposi sposi, gli arrivò l'avviso della morte di Maria e di Eleonora, sorelle di Alfonso; l'una Regina di Castiglia e l'altra di Portogallo, per questo, Alfonso, trovandosi in lutto, ordinò l'esequie dell'infante Don Pietro suo fratello, trasferito dal Castel dell’Ovo nella Chiesa di San Pietro Martire.[14]

Politica interna[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Alfonso, re d'Aragona e di Napoli, Pieter Paul Rubens, 1612-16, Anversa, Museo Plantin-Moretus

Dal 1443, ovvero dopo aver riunito i due regni ed essersi chiamato re delle due Sicilie, risiedette permanentemente a Napoli, fissandola come propria residenza e istituendo il supremo tribunale del Sacro Regio Consiglio; e non rientrò più in Aragona, nonostante le sollecitazioni della moglie Maria, che continuava a governare i suoi possedimenti nella corona d'Aragona coadiuvata da Giovanni, fratello d'Alfonso (dal 1436, Maria governava la Catalogna, mentre Giovanni governava i regni d'Aragona e Valencia[7]).

Alfonso, rimasto in pacifico possesso del regno di Napoli e di Sicilia, altro non si occupò se non di riorganizzare lo stato, incoraggiando l'agricoltura, promuovendo l'industria, favorendo le lettere, infondendo così nuova vita nel corpo disanimato e languente della Nazione Napolitana. Le prime sue cure furono tutte rivolte ad assicurare la sussistenza sociale ed individuale: assicurò la sussistenza individuale promulgando giuste leggi e determinando i diritti della proprietà nelle ordinarie transazioni sociali e provvide alla sussistenza nazionale con leggi amministrative, ora accumulando la ricchezza pubblica e regolandone la ripartizione, ora migliorando le sorgenti e agevolandone la riproduzione. Quest'origine si ebbe da tante suppliche dirette al sovrano contro i decreti della Gran Corte della Vicaria, corte che decideva senza timore che le sue sentenze fossero sottoposte ad alcun giudice di appello. Fu tale il credito che in breve tempo si acquistò il detto tribunale e Alfonso ordinò attraverso appellazione che dovessero portarsi non solo le cause delle province del regno di Napoli e di Sicilia, ma anche di tutti gli altri suoi vastissimi regni. Il primo che ebbe la carica di presidente del tribunale fu proprio il figlio dello stesso Alfonso.[6] Il successore di Ferrante fu Alfonso Borgia, vescovo di Valencia, il quale, successivamente, divenne papa col nome di Callisto III. Re Alfonso eresse anche il tribunale del Sacro Consiglio di Capuana e confermò il tribunale della Sommaria, istituito da Ladislao.[14]

Alfonso, istruito alla storia, comandò che i magistrati prima di impartire la giustizia invocassero la protezione del Cielo, così il Senato romano davanti a negoziamenti era solito immolare vittime elette sull'altare di quel Dio nel cui tempio si congregavano e così, anche Augusto decretò che nel luogo dove si radunavano i senatori, prima che passassero alle deliberazioni, fumassero gli incensi. Costruì dunque re Alfonso una cappella nel sacro regio consiglio, dove si doveva celebrare la messa all'arrivo del presidente e dei consiglieri e prescrisse anche che i consiglieri avessero dovuto sedersi intorno al presidente in luogo inferiore, senza preminenza di anzianità di uffizio. Stabilì anche il grande archivio della Zecca, dove fece conservare le scritture spettanti a Napoli e lo affidò alla Camera della Sommaria.[3]

Alfonso cercò anche di far riguardare la salute pubblica per farla diventare legge suprema dello stato. A questa il Magnanimo sacrificò qualsivoglia interesse. Sotto il suo governo si verificò appieno quello che fu detto da Plinio a Traiano: che un ottimo Principe fa sì che la causa del fisco sia sempre la peggiore. Infatti per la sua liberalità venne impoverito il regio erario.[6]

Sotto il suo governo, l'assetto amministrativo del regno rimase grossomodo quello dell'età angioina: furono ridimensionati però i poteri degli antichi giustizierati (Abruzzo Ultra e Citra, Contado di Molise, Terra di Lavoro, Capitanata, Principato Ultra e Citra, Basilicata, Terra di Bari, Terra d'Otranto, Calabria Ultra e Citra), che conservarono funzioni prevalentemente politiche e militari. L'amministrazione della giustizia fu invece devoluta nel 1443 alle corti baronali, nel tentativo di ricondurre le antiche gerarchie feudali nell'apparato burocratico dello Stato centrale[22].

È considerato un altro importante passo verso il raggiungimento dell'unità territoriale nel regno di Napoli la politica del re, volta ad incentivare pastorizia e transumanza: nel 1447 Alfonso I varò una serie di leggi, fra cui l'imposizione ai pastori abruzzesi e molisani di svernare entro i confini napoletani, nel Tavoliere, dove molti dei terreni coltivati furono trasformati anche forzatamente in pascoli. Istituì inoltre, con sede prima a Lucera e poi a Foggia, la Dogana della mena delle pecore in Puglia e l'importantissima rete dei tratturi che dall'Abruzzo (che dal 1532 avrebbe avuto il suo distaccamento della Dogana, la Doganella d'Abruzzo) conducevano alla Capitanata. Questi provvedimenti risollevarono l'economia delle città interne fra L'Aquila e la Puglia: le risorse economiche legate alla pastorizia transumante dell'Appennino abruzzese un tempo si disperdevano nello Stato Pontificio, dove fino ad allora avevano svernato le mandrie[23].

Con i provvedimenti aragonesi le attività legate alla transumanza coinvolsero, prevalentemente entro i confini nazionali, le attività artigianali locali, i mercati e i fori boari tra Lanciano, Castel di Sangro, Campobasso, Isernia, Boiano, Agnone, Larino fino al Tavoliere, e l'apparato burocratico sorto attorno alla dogana, predisposto alla manutenzione dei tratturi e alla tutela giuridica dei pastori, divenne, sul modello del Concejo de la Mesta castigliano, la prima base popolare dello Stato centrale moderno nel regno di Napoli[24]. In misura minore lo stesso fenomeno si verificò fra Basilicata e Terra d'Otranto e le città (Venosa, Ferrandina, Matera) legate alla transumanza verso il Metaponto.

Alfonso, attraverso la sua politica di promozione culturale chiamò nella sua corte artisti ed umanisti da tutta Europa, rendendo la sua corte internazionale e cosmopolita ed accordando a questi illustri uomini molte cariche come ad Antonio Panormita, che lo servì come suo segretario, consigliere, nunzio, primo Ministro a Palermo e come Presidente della Regia Camera della Sommaria, oppure a Bartolomeo Facio che stabilito nella Corte Siciliana ebbe la carica di segretario.[6]

Re Alfonso ebbe per suoi principali cappellani maggiori Giovanni Incio da Majorica, frate domenicano che fu suo confessore, e da lì, nel 1445 vescovo di Siracusa e che, seconda la testimonianza del Sommonte, assistette il re sul punto di morte; Domenico Xarach, ossia de Exarchis d'Aragona, il quale fu maestro nella reale cappella nel 1445, e successivamente nel 1465 venne mandato ambasciatore a Giovanni re di Sicilia.[3]

Seconda guerra contro la Castiglia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1445, sopraggiunse anche la morte dell'infante Don Enrico suo fratello che fu per lui la peggiore che mai ebbe in vita sua per il grande amore che aveva per il suo valore e forza.[14] Dopo che suo fratello era morto a seguito di una ferita ricevuta nella prima battaglia di Olmedo del 19 maggio[7] dove aveva subito una sconfitta unitamente al fratello Giovanni[7], Alfonso riprese la guerra al Regno di Castiglia, guerra che terminò solo alla morte del cognato del re di Napoli, Giovanni II re di Castiglia.

Alfonso il Magnanimo ritratto nello Statuto, Ordinanze e Armoriali dell'Ordine del Toson d'oro

Nel 1445, Filippo Duca di Borgogna inviò un cavaliere della sua casa reale ad Alfonso con la collana dell'Ordine del Toson d'oro, nominandolo fratello e compagno di quell'ordine di cavalleria che il duca aveva istituito; il Re accettò con molta solennità.

L'impresa della Marca[modifica | modifica wikitesto]

Dopo che Alfonso pose fine al periodo di lutto, deliberò di andare all'impresa della Marca contro Francesco Sforza, e quindi, si mosse con il suo esercito l'undici Ottobre 1445, giungendo nella città di Atri, con fermo proposito di recuperare la Marca e poi riconsegnarla alla Chiesa; quindi arrivato in Abruzzo ed oltrepassandolo, prese Ascoli e la consegnò al Pontefice; e da lì riuscì a recuperare la maggior parte delle terre della Marca e le pose sotto il potere ecclesiastico.[14]

Dopo di ciò, Alfonso giunse a Venafro il 15 Novembre e da lì continuò il suo cammino per Napoli e quando giunse fu attento ad estinguere alcune reliquie rimaste delle passate ribellioni, dando un generale indulto per tutti i popoli ed Università del regno di qualunque particolare o delitto, ordinando che tutti i pagamenti fatti dai popoli a Renato si mettessero sul suo conto dai suoi Tesorieri.[14]

Nello stesso anno morì Covella Ruffo, duchessa di Sessa e contessa d'Altomonte, madre di Marino e promotrice del matrimonio di suo figlio con la figlia di Alfonso, che venne sepolta nella Chiesa di San Domenico in Calabria.[14]

Nel 1446 Alfonso portò a termine l'occupazione della Sardegna.

Guerra in soccorso del duca di Milano[modifica | modifica wikitesto]

Nello stesso anno, essendo già finita l'impresa della Marca, Alfonso, godendo della pacifica possessione del regno, per procurare la pace universale d'Italia, aveva mandato i suoi ambasciatori al Pontefice, facendo preparare delle milizie per essere in grado di inviarle verso Roma a favore del Papa. Mentre questo succedeva, accadde che nel mese di Ottobre del 1446, le genti d'arme del Duca di Milano, le quali si trovavano nel territorio di Cremona, furono sconfitte da quelle Veneziane; e visto che i Signori Veneziani avevano guadagnato il Contado di Cremona ed erano disposti ad andare senza nessuna resistenza verso Milano, Alfonso ordinò all'esercito di soccorrere il doge di Genova e il duca di Milano, il quale era da lui stimato come se fosse suo padre. Quindi, con tutta la possibile prestezza, mandò prima avanti 1500 uomini d'arme e scrisse al Papa che tra loro due si desse il comando a Rinaldo Orsini affinché ponesse fine alla guerra in Toscana e si unisse col Duca come quello ordinasse. Con quello prese anche il comando di quindici galere, le quali furono subito armate con le altre che aveva, venissero preparate altre quindici affinché servissero rinforzi, essendo la Repubblica Veneziana molto potente via mare. In questo tempo, le cose mutarono in varie maniere, perché la gente d'armi del Duca di Milano era stata sconfitta nel Cremonese dai Veneziani e il conte Francesco teneva assediato nel territorio di Rimini il Cardinale d'Aquileia con le genti d'arme della Chiesa.[14]

Dall'altra parte il Doge di Genova e tutta quella Repubblica si ritrovavano in gran pericolo per l'arrivo nella loro riviera di Benedetto d'Ortia con cinque navi. Tutto ciò avvenne spingendo, nella stessa settimana il Papa, il Duca di Milano e la Repubblica di Genova ad inviare un'ambasciata ad Alfonso, domandandogli, con grande istanza di soccorrerli. Compreso ciò, Alfonso inviò subito a Genova (oltre alle galere che teneva) due galere e una galeotta con denari per condurre le genti d'arme, oltre ai 1500 uomini d'arme che inviò a Milano. Il re, poi ordinò, alla metà di ottobre di mandare cinquemila cavalli in soccorso al Cardinal Camerlengo e al Duca di Milano. Vedendo poi che la guerra della parte del Duca di Milano stava peggiorando, partì da Napoli per andare verso la Romagna e si fermò ad accamparsi nel luogo detto la Selva, vicino a Presenzano di terra di Lavoro il 10 novembre.[14]

Si trattenne il Re nel luogo della Selva fino al 15 di novembre, e da lì inviò al Duca di Milano un messaggio che riferiva che in nessun modo avrebbe preso accordi con i Signori Veneziani, i Fiorentini e con il conte Francesco, perché se lo avesse fatto avrebbe recato un gran danno allo stato del Papa, a quello del Duca di Milano e al suo. Avendo dunque il Re deliberato di far guerra contro le sopraddette signorie sia per mare che per terra, ordinò che tutte le navi e le galere che erano disposte in molti luoghi, si unissero per formare un'armata. Partì dunque il Re dalla Selva per la via di Pontecorvo e mandò un suo emissario per incoraggiare il Cardinale di Aquileia e per avvertirlo di restare in difesa in un luogo forte e sicuro. Da Pontecorvo il re ordinò a Don Innico d'Avalos di dire al Duca di Milano che era contento di seguire la sua volontà e il suo consiglio nell'accettare il dominio di Genova. Da Pontecorvo, il Re si accampò vicino a Ceprano, luogo dello stato della Chiesa l'otto novembre, dove il re si trattenne, essendo necessario aumentare la forza; deliberando quindi, di passare presso Roma per consultare con il Papa alcune cose di quell'impresa, operando sempre per una via e per un'altra in modo che la pace universale d'Italia si concludesse. Stette a Ceprano fino all'11 novembre e da lì passò al Bosco di Cervara, vicino ad Anagni.[14]

I Fiorentini comprendendo che il Re continuava il suo cammino avanzando sempre di più, decisero di inviargli degli ambasciatori per fare qualche accordo, ma invano.[14]

Morto papa Eugenio IV il 23 febbraio 1447, Alfonso ritrovandosi accampato a Tivoli il 24 di febbraio, inviò i suoi ambasciatori al Collegio dei Cardinali, esortandoli e richiedendo che nell'elezione dell'universale Pastore della Chiesa, avessero principalmente riguardo al servizio di Dio e al buon stato della Chiesa, ma molti Cardinali gli fecero sapere che avevano eletto un Pontefice a soddisfazione di Alfonso, ed egli gli fece rispondere da principe magnanimo e cattolico che lo eleggessero come pontefice. Per questa importante elezione lui sarebbe stato a Tivoli.[14]

Vi fu dunque una grande conformità nel Collegio e l'elezione accadde il secondo giorno che entrarono nel Conclave, il 6 marzo venne eletto il cardinale di Bologna, chiamato maestro Tomaso da Sarzana, persona di vita eccellente ed esemplare, il quale resisté quanto fu possibile a non accettare il Pontificato, dicendo fermamente di esserne indegno; ma alla fine avendo ceduto alle preghiere dei cardinali, divenne papa col nome di Niccolò V.[14]

Saputa dal Re l'elezione del nuovo Pontefice, il 7 marzo da Tivoli dove lui era accampato, inviò i suoi ambasciatori a dargli obbedienza da parte sua. Questi furono ricevuti dal nuovo Papa con grande onore, il quale per desiderio di vedere una pace universale d'Italia ed unitamente compiacere alla brama di Alfonso, chiese a tutte le Potenze d'Italia, di inviare a Ferrara persone, che di ciò trattassero. Cosicché il Papa vi mandò il Cardinale francese Morinense, Alfonso, Carafello Carrafa e Matteo Malferito. La morte del Pontefice Eugenio cambiò tutto, per il passaggio da un papa guerriero ad uno desideroso di pace. Per questo il Duca di Milano, assai oppresso dalle vicende della guerra che aveva con i Signori Veneziani e Fiorentini, deliberò di ricevere nella sua grazia il Conte Francesco suo genero. In ogni caso, venne concordato tal fatto, stando a Tivoli il Re dopo la morte di Papa Eugenio, di dargli la condotta di generale in nome di ambedue per il beneficio della Chiesa e a danno dei Veneziani e dei Fiorentini. Il re si trattenne a Tivoli tutto questo tempo, visto che quel luogo era molto comodo per conferire col Papa per le cose da fare per la pace d'Italia, e anche per essere più vicino a Venezia e ai Fiorentini in caso di attacco.[14]

Nel 1447 alcuni ambasciatori francesi erano stati mandati a Barcellona per reclamare il pagamento della dote che l'infanta Iolanda di Aragona, più di quarant'anni prima, aveva promesso alla figlia, Maria d'Angiò, nel momento in cui, sposando il Delfino di Francia, Carlo, era divenuta la consorte del futuro re di Francia.

Poiché i francesi non ebbero alcuna soddisfazione da Maria di Castiglia, moglie e luogotenente di Alfonso, durante il viaggio di rientro in Francia occuparono la città di Perpignano, come pegno.

Guerra di successione viscontea[modifica | modifica wikitesto]

Il 13 agosto 1447, dopo due giorni di febbre, morì il Duca di Milano, il quale il giorno prima fece il suo testamento, revocando tutti gli altri da lui fatti eredi e come titolo d'istituzione lasciò a Bianca Maria sua unica figlia, moglie del conte Francesco Sforza, Cremona col suo distretto. In tutte le altre città, terre e castelli del Ducato di Milano lasciò erede universale il re Alfonso d'Aragona, che stimava come figlio.[14]

Dopo la morte del Duca di Milano, Alfonso prontamente fece occupare il Castello dalle sue truppe, ma, successivamente, alla nascita della Repubblica Ambrosiana le forze napoletane furono cacciate da Milano.

Alfonso, dopo aver dimorato per otto mesi a Tivoli, partì per la Toscana per rinvigorire l'animo dei suoi sostenitori milanesi, dando in sua assenza il governo del regno a Don Scimen Peres de Coreglia Conte di Cocentaina, Matteo de Poscinde e Giovanni Olzina, che dovevano rimanere nel Consiglio del duca di Calabria suo figlio. Alfonso si accampò poi vicino a Passerano, nel territorio di Roma il 25 agosto e da lì passando si accampò a Castellaccio, dove inviò i suoi ambasciatori alla città di Milano per il possesso della quale già presentiva di avere tutti i potentati contro di lui, apparendo come quello che aspirava a creare una monarchia universale dell'Italia. Il principale scopo dell'ambasciata era quello di ottenere il testamento del Duca per sapere veramente quello che vi era scritto.[14]

Alfonso, dopo essersi accampato a Montepolo il 2 settembre seppe che i Milanesi avevano deliberato di governarsi da loro e creare una Repubblica;[14] e quindi rinunciò a ogni pretesa sul Ducato di Milano, anche se fu poi coinvolto nella guerra di successione ai Visconti. Alfonso, essendosi accampato vicino a Farfa, mandò un emissario al Papa per chiedere di avere danari per pagare le truppe che aveva nella Marca Sigismondo Malatesta. All'incontro, con reale magnificenza vennero celebrate le esequie del Duca.[14]

Da Farsa, Alfonso passò avanti con l'esercito ed entrò nel territorio di Siena, e fermandosi lì con l'esercito, vicino a Sarteano nella metà di ottobre, gli vennero incontro gli ambasciatori senesi a raccomandargli quel Contado ai quali non solo diede grata udienza ma l'accertò di tenere con esso buona amicizia e che non era andato in Toscana con altro animo, che per indurre i Fiorentini alla pace e far ritornare le loro genti d'arme dal Milanese. Da Sarteano continuò il suo cammino, accampandosi a Turrita, dove dimorò fino al 12 Ottobre, da lì andò ad accamparsi a Petroso con lo scopo di incominciare la guerra per lo stato di Piombino e per avvalersi in quella impresa della sua armata di mare contro i Fiorentini, avanzò le truppe contro Montecastello ed il 22 novembre, la guerra incominciò nello stato di Firenze, dove vennero combattuti molti scontri in castelli e fortezze e dove vennero saccheggiati luoghi del territorio di Volterra.[14]

Il Re si accampò vicino al Bosco di Castiglione della Pescaia, e nella festa della Natività del Signore, nel 1448, l'assediò, spingendola alla resa insieme ad altri castelli e da lì ritornò contro Rinaldo Orsini Signore di Piombino. In tutto questo, la Città di Milano mandò degli ambasciatori ad Alfonso per ricevere la sua protezione. Alfonso, avendo piacere di essergli difensore accettò, ma la gratitudine dei Milanesi richiedeva che per il tempo che durasse la guerra, gli contribuissero diecimila ducati d'oro ogni mese e con questo era contento di partire con tutto l'esercito e continuare il cammino fino agli accampamenti di Padova. Con questo, il Re dal 21 Marzo per tutta la Primavera volle fare guerra in Toscana e nel mese di Maggio e Giugno, il re rimase vicino all'Abbazia del Fango e a Campiglia, andando dopo con l'esercito contro Piombino.[14]

Nello stesso tempo, Alfonso si accordò di inviare in soccorso dei Milanesi quattromila cavalli, ponendovi avanti il conte Carlo Gambatesa con mille cavalli. L'esercito dei nemici intanto, si accostò a Piombino, nel cui porto il Re teneva la numerosa flotta di legni grossi e sottili. Stando dunque il campo dei Fiorentini vicino a Campiglia, inviarono al Porto di Baratti quattro galeazze con vettovaglie per fornire il loro campo, ed il re ordinò che uscisse dal porto contro di esse, sei galere, una galeotta e tre navi; e tra queste flotte avvenne un gagliardo combattimento, e due ore dopo la flotta del Re guadagnò due Galeazze, e le altre della flotta Fiorentina col favore della notte e del vento si misero in salvo.[14]

Il giorno seguente la flotta di Alfonso entrò nel Porto di Piombino e si fece padrona dell'Isola del Giglio. Intanto sopraggiunse nel campo di Alfonso una pestilenza, la quale face tanto danno, che spinse gli uomini di Alfonso a ritirarsi dagli assedi, facendo vincere il nemico. In ogni caso, il 17 settembre Alfonso ritornò ad accamparsi vicino a Castiglione della Pescaia, dove poi andò verso la Città di Siena dove pose il suo stendardo nel mese di ottobre. Da Siena poi arrivò a Civitavecchia e da lì per mare pervenne tempestivamente a Gaeta, mentre l'esercizio andò da terra.[14]

Giunto Alfonso a Napoli, trovò Isabella sua nuora che aveva partorito un figliuolo, che fu chiamato Alfonso. I Napoletani per l'allegrezza del ritorno del Re e per la nascita di suo nipote fecero infiniti segni di giubilo. In questo tempo, il re cominciava finalmente a godere la gloria delle passate vittorie.[14]

La quiete di Alfonso a Napoli durò poco, visto che fu richiesto dal Papa per il Marchese di Ferrara suo genero e da altri Principi e Potentati per la concordia con i Fiorentini, che però non volle condiscendere, se non gli lasciavano Castiglione della Pescaia, il Giglio, lo stato di Piombino e tutti i luoghi che tenevano dal Fiume della Corga fino a Castiglio e pagassero cinquemila ducati. Seguì poi la pace tra Milanesi e signori Veneziani che dicevano che il Re l'avesse dovuta accettare, visto che in essa gli era riservato non un piccolo luogo. Ma per allora il Re non volle dare risposta. In questo i Fiorentini andarono ad assediare Castiglione della Pescaia e perciò il Re, benché l'inverno fosse passato, mandò subito a soccorrere la città per terra e per mare, facendo uscire dal Porto di Napoli Bernardo Villamarino, Grande Ammiraglio con tutte le galere.[14]

Nello stesso anno, l'11 maggio, l'antipapa Amedeo di Savoia, detto Felice V abdicò, rimanendo con la dignità di cardinale vescovo di Sabina. Il pontefice Niccolò V lo elesse legato perpetuo e vicario generale della Sede Apostolica in Alemagna, cessando lo scisma nella Chiesa.[14]

Il conte Francesco Sforza faceva continuamente istanza che Alfonso lo ricevesse sotto la sua protezione e non ricusava perciò di dare per ostaggio sua moglie e figli, intendendo che solo così si assicurava la successione dello stato di Milano. Il re fu contento di accettarlo al suo servizio, affinché lo servisse nell'impresa contro i Signori Veneziani e gli offrisse duecentomila ducati; e in cambio il Conte sarebbe stato obbligato a servirlo a sue spese con cinquemila cavalli fino a quando avesse conquistato tutte le terre di quella Repubblica.[14]

I Fiorentini continuavano a molestare ancora Alfonso per l'accordo e vi ponevano per intercessore il Cardinale di Aquileia perché era risoluto a ritornare a questa impresa e a far guerra nel loro stato.[14]

In tutto questo i Milanesi si diedero al Conte Francesco Sforza visto che era figlio adottivo e Genero del Duca morto e anche per essere di tanta umanità e clemenza. Venne quindi nominato non Signore, ma padre del popolo Milanese; e perciò, il 26 febbraio dello stesso anno, lo ricevettero con grande applauso e lo acclamarono Duca di Milano. Tutto ciò accadde prima che i negoziati si concludessero.[14]

Guerra contro Firenze[modifica | modifica wikitesto]

Alfonso, volendo proseguire la guerra contro i Fiorentini, ordinò alle sue genti d'arme di passare in Abruzzo e da lì in Toscana per ridurre i Fiorentini all'accordo, lasciando quei luoghi per sé, i quali erano Castiglione, il Giglio, e Gavarra. Alfonso avanzò con l'esercito e si accampò a Montemiloso in Abruzzo, vicino al fiume Pescara, dove giunsero gli ambasciatori dei Fiorentini, i quali dopo lunghe discussioni venne conclusa una perpetua pace con quella Repubblica; e Alfonso promise che non avrebbe proceduto più oltre all'offesa del loro stato, né a quello dell'Orsini, il quale entrò nel medesimo accordo, essendo alleato dei Fiorentini ed ebbe l'obbligo di dare ogni anno, lui e i suoi successori un vaso d'Oro al re dal valore di 500 scudi. Ma l'Orsini, vivendo pochi giorni dopo questo accordo, restarono in potere del Re i luoghi suddetti: Castiglione, Giglio e Gavarra. Intanto nello stesso mese di Giugno, il 22 nacque Eleonora, figlia del Duca di Calabria e di Donna Isabella di Chiaromonte.[14]

Antonio Panormita rapporta che il re Alfonso non volle porre altra condizione di pace con i Fiorentini, se non gli fosse domandata dal nemico con le ginocchia per terra. Nel medesimo tempo, la Repubblica di Genova pretendeva di avere la protezione di questo magnanimo re, sebbene questo non volle accordargliela perché diceva che avendo fatto ciò per altri principi d'Italia, poi non avevano mantenuto i patti giurati.[14]

Dopo che il conte Francesco divenne signore di Milano, le vicende d'Italia incominciarono a prendere nuove sembianze; visto che i Signori Veneziani per premunirsi contro un principe poderoso e guerriero, il cui stato confinava col loro, deliberarono di legarsi ad Alfonso in un'alleanza. A quel tempo il doge di quella Repubblica era Francesco Foscari e la principale condizione dell'alleanza fu quella di far guerra contro Francesco Sforza duca di Milano, finché quella città restasse libera con le terre e i castelli che erano tra l'Adda e il Ticino e con le medesime condizioni, quella città doveva restare obbligata al re Alfonso nell'accordo già preso con i Milanesi attraverso il Cardinal di Aquileia, commissario di quella città.[14]

Accordi matrimoniali con l'imperatore del Sacro Romano Impero[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1450, Federico duca d'Austria, figlio del Duca Ernesto (Federico fu eletto Re dei Romani nel 1440 al posto dall'imperatore Alberto della sua stessa casata), trattò matrimonio con l'infante donna Eleonora, figlia del re don Duarte di Portogallo che era nipote di Alfonso, il quale commise al re suo zio di organizzare il matrimonio tutto lui come se l'infante fosse stata sua figlia; quindi venne celebrato lo sposalizio a Napoli per mezzo di Giovanni duca di Kleve, ambasciatore del Re dei Romani il 10 novembre dello stesso anno. Dopo che Alfonso ebbe spedito il duca di Kleve che partì da Napoli nel febbraio del 1451, se ne andò a Torre del Greco, dove dimorava la sua amata Lucrezia, dove ritrovava l'animo. Qui, nel mese di febbraio, il conte Attanasio Lascazi, Ambasciatore di Demetrio Paleologo, despota della Morea, concluse un'alleanza e una lega molto stretta con Alfonso, nella quale si trattarono fra di loro molti accordi.[14]

Alfonso e Scanderbeg[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Castriota detto Scanderbeg, signore di Kruja. In cambio dell'aiuto offerto da Alfonso nel combattere i Turchi divenne suo vassallo

Nel 1451, il re cercò di allearsi anche con Giorgio Castriota Signore di Croia, principale città dell'Illirico, il quale per il suo gran valore fu chiamato dai Turchi Scanderbeg, paragonandolo in valore e grandezza d'animo ad Alessandro Magno. Questo principe inviò per suoi ambasciatori al Re, Stefano vescovo di Croia e fra Niccolò di Bergunzi dell'ordine di San Domenico; e Alfonso gli promise che avrebbe inviato della gente d'arme in suo soccorso contro i Turchi, quando l'ambasciata sarebbe arrivata, ma in cambio Giorgio doveva divenire vassallo di Alfonso, consegnandogli la città e il Castello di Croia, ponendo il suo intero stato sotto il governo della persona che Alfonso vi avrebbe mandato e vi fosse risieduto e sarebbe rimasto a disposizione del Re; Quindi soccorrendolo e togliendolo dalla soggezione del Turco, Giorgio non gli avrebbe fatto solo riverenza, ma gli avrebbe pagato il tributo che dava solitamente ogni anno al Turco. Le trattative proseguirono a Gaeta il 26 marzo, ritrovando lo stato di Giorgio più vicino al regno ed egli con i suoi uomini rimase nel regno di Napoli per molto tempo. Questo aiuto, in truppe e in denaro, offerto agli albanesi venne ricambiato dallo Scanderbeg nel 1462 durante la guerra di successione al trono di Napoli, intervenendo in favore del figlio Ferrante. Nel medesimo tempo anche Arenito Connonevoli, Conte d'Albania offrì di servire il re nell'impresa contro il Turco e di farsi suo vassallo, dandogli il tributo che pagava ai Turchi.[14]

Soggiorno dell'imperatore Federico alla corte di Alfonso[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1452, Alfonso si ritrovò in grande allegrezza per la celebrazione dello sposalizio tra Federico Re dei Romani ed Eleonora sua moglie a Napoli. Passò poi Federico alla fine dell'anno precedente in Italia per ricevere la corona imperiale insieme ad Alberto suo fratello e Ladislao re d'Ungheria suo nipote, accompagnato da molti altri principi dell'Impero e con un poderoso esercito entrò nello stato della repubblica di Venezia (evitando quello di Milano per esser stato usurpato dal Duca Francesco che non era stato riconosciuto dell'Impero), dove, avendo raccolto tutta la gente Veneziana, con gran dimostrazione d'amicizia e di stretta alleanza venne ricevuto da quelli. Passò poi per Ferrara, Bologna, Firenze e Siena, con l'intenzione di andare a Roma per essere incoronato imperatore, e finalmente giungere a Napoli per celebrare il matrimonio con l'assistenza del Re Alfonso che tanto bramava di riconoscere. Venne in questo medesimo tempo dalla Spagna Eleonora, e con una travagliata e lunga navigazione, arrivò a Porto Pisano, accompagnata da Enea Silvio, Vescovo di Siena, consigliere di Federico, e da lì andò a Siena, dove incontratasi con il marito, si trattennero lì per alcuni giorni con estrema contentezza.[14]

Intanto, Alfonso, avendo saputo dell'arrivo degli Sposi a Siena, vi mandò subito Giacomo di Costanzo Figlio di Tommaso, nipote del Gran siniscalco del Regno di Sicilia e di Napoli a visitarli e ad assisterli. Federico ebbe molto a cuore la visita e fece molte lusinghe al Costanzo, e ancorché questa venuta di Federico fu molto considerata dal Papa, che aveva il timore che questa venuta di Federico potesse dissolvere la pace universale d'Italia, la quale si era procurata con molte difficoltà. Per questa cosa chiese consiglio ad Alfonso del modo col quale doveva contenersi, avendo più confidenza con lui che in qualcun altro principe e potentato del mondo.[14]

Il re, vedendo il timore del Sommo Pontefice, risiedendo nel Castello di Traetto il 2 Febbraio, gli inviò Andrea Gazul suo segretario, affinché gli desse soddisfazione per il suo parere nella venuta dell'imperatore a Roma. Il segretario lo rassicurò dicendogli che sebbene l'imperatore era marito di sua nipote non aveva l'intenzione di porsi contro Sua Santità, però gli disse che gli sembrava che per reprimere qualunque rivolta dei Cittadini sarebbe stata una buona idea mandare le sue genti d'arme a Roma per cautelarsi, accertando che in caso che l'imperatore tentasse di fare qualcosa di contrario, non averebbe maggior nemico di lui.[14]

Dettaglio di Enea Piccolomini presenta Eleonora del Portogallo a Federico III, dipinto dal Pinturicchio nella Libreria Piccolomini a Siena (1502-1508)

Finite queste difficoltà, l'imperatore, l'8 marzo, con meravigliosa pompa venne ricevuto a Roma, dove furono incoronati, velati ed unti dal Sommo Pontefice. Queste solennità furono celebrate il 15 marzo, nel qual giorno prese la corona di ferro come re di Lombardia. Il 16 marzo si velarono e dopo furono incoronati della corona d'oro. Passate poi queste feste, il 17 marzo, i principi si avviarono per celebrare il loro matrimonio a Napoli, con gran desiderio di Federico di abbracciare soltanto il re Alfonso, la cui fama e gloria era tanto celebre per tutte le genti; avendogli fatto sapere che egli veniva a trovarlo non come Imperatore, ma come figlio, pregandolo però di non voler fare tanti allestimenti, quanti intendeva essere disposto a fare.[14]

Il re però, quantunque lodasse questa umanità dell'imperatore, ordinò non dimeno che incominciassero i preparativi. Fece quindi innalzare nella piazza dell'Incoronata dodici ordini a modo di teatro per i giochi, le giostre e altri pomposi spettacoli. Partito l'imperatore da Terracina, passò a Fondi, dove venne splendidamente ricevuto da Onorato Gaetano conte di quella Città, il quale era vestito in quel giorno di velissimo panno chiamato Zegrino, con un cappello in cui vi aveva un cerchio di gioielli dal valore di centomila ducati; così era vestita anche la moglie e con altri tanti gioielli guarnita.[14]

Federico da Fondi venne a Gaeta, dove il re aveva mandato don Innico I d'Avalos, Marchese di Pescara e Gran Camerario, il quale fece trovare l'allestimento possibile per la capacità di quella città; e l'imperatore, con i signori Tedeschi restò ammirato dell'amenità del paese e di quella odorifera spiaggia per i fiori di Cedri ed Aranci. Passato poi il Garigliano, andò alla città di Sessa, dove il principe di Rossano che n'era signore e la Principessa, figlia di Alfonso, non vollero essere superati dalla magnificenza del conte di Fondi.[14]

Da Terracina fino a Capua vi erano allestite per tutte le strade le mense per il ristoro di quelli che andavano a piedi, per la maggior parte Tedeschi, i quali potevano mangiare e bere in gran quantità e nel modo in cui volessero. Avvicinato a Capua, l'imperatore fu incontrato dal re (il quale vi era arrivato il giorno precedente), venendo accolto con paterna affezione; ed accompagnatolo dentro la città, e fatto porre in ordine secondo il suo bisogno, se ne tornò subito a Napoli per allestire le cose necessarie per il ricevimento, il quale doveva superare tutti i precedenti.[14]

Il giorno seguente, l'imperatore giunse ad Aversa e nel primo di Aprile venne incontrato da Alfonso a Melito, luogo tra Napoli ed Aversa, con tutta la nobiltà non solo di Napoli, ma di tutto il regno, unitamente con i magistrati della città. Arrivato l'imperatore col re a Porta Capuana, venne ricevuto sotto un ricchissimo baldacchino di panno d'oro con dodici Aste dorate sostenute da tanti cavalieri di quel seggio di Capuana. Entrando nella città, il re per modestia seguiva l'imperatore alquanto discosto. L'imperatore vedendolo, non volle nessuno che lo seguisse, dicendo che avrebbe smesso di cavalcare se il re non andasse in sua compagnia, e benché il re facesse resistenza, comunque si pose alla sua sinistra, sotto il baldacchino. Finita la cavalcata per la città, l'Imperatore venne condotto nel Castel Capuano dove ebbe il suo alloggio, il giorno seguente l'imperatrice partì da Capua e fu trattato nello stesso modo anche il marito.[14]

Alfonso, per dar piacere a questi novelli sposi, allestì con apparato regale un imperiale divertimento di caccia al Lago di Agnano, a 4 miglia da Napoli, dove furono mandati cinquemila contadini due giorni prima con tutti gli strumenti necessari per questa caccia; quindi questi, uniti con i reali cacciatori, circondarono i boschi e con le grida e con il latrare dei cani, posero in scompiglio tutti gli animali, muovendosi alla volta della cima del monte, avvertendo che essi non tornassero indietro, serrandone un gran numero in una valletta.[14]

Il re, il giorno seguente, accompagnò l'imperatore e la moglie insieme a dame e cavalieri sul monte. Il giro del monte era tutto ornato di padiglioni e Tende da potervi stare comodamente ad osservare il paesaggio, essendo in un luogo particolare, collocato il padiglione imperiale, con camere ben ornate come un palazzo reale. Vi furono anche con grande artificio realizzate tre fontane che invece di far sgorgare acqua, sgorgavano preziosi vini di vario colore, dalle quali scaturivano diversi rivoletti che per quei contorni boscarecci vagamente scorrevano, essendo capaci di dissetare il numero di settantamila persone; e a vedere tutto questo spettacolo vi erano molti ammiratori. Le mense furono fornite di passo in passo di vari ed abbondanti cibi; e terminato il pranzo, il re collocò l'imperatore e la sposa in due sedie di broccato d'oro e lasciandoli in compagnia dei più illustri signori del Regno, egli cavalcò un feroce, ma ben ubbidiente Destriero, insieme al duca di Calabria e ad altri cavalieri, ascese alla pianura per la strada che vi era stata ben allestita.[14]

I cacciatori reali si trovavano ai piedi del monte, invece i Contadini e altre genti si trovavano intorno alla cima. Incominciò la caccia, senza che nessuno si muovesse dalla sua posizione. Usciti fuori i cinghiali e altri animali per il latrare dei cani e le grida dei cacciatori, cominciavano a calare precipitosamente nella pianura, dove fermati dai cani venivano poi uccisi con gli spiedi. Un evento particolare che successe in questa caccia fu che la maggior parte delle belve cacciate, morirono sotto il palco imperiale quasi per dar piacere all'imperatore. Avvicinatasi poi la sera, i cacciatori se ne ritornarono tutti lieti nella città, pieni di ammirazione per la regale magnificenza del re Alfonso.[14]

Il 19 Aprile per compiere l'universale allegrezza e festa, nacque al Duca di Calabria il secondo figlio. Il quale fu tenuto a battesimo dall'imperatore, facendogli mettere il nome di Federico, e l'imperatore levandosi una collana guarnita di ricchissime gemme, la pose al collo del bambino reale. In questo tempo, ogni giorno vi erano giostre, tornei, gran festini e magnifici trattamenti giorno e notte ed in ogni luogo dove andava si trovava l'imperatore. Alla fine, il re volle che l'imperatore, prima che partisse da Napoli, consumasse il matrimonio con la moglie, la quale era ancor vergine, perloché trattenutosi alcuni mesi, volendo poi partire, Alfonso per compimento di amorevolezza gli presentò dodici bellissimi cavalli ben guarniti, donandone a Roma altri otto anche a Ladislao re d'Ungheria, quattro al duca d'Austria, e all'imperatrice un carro con quattro ruote guarnito di broccato con 4 leggiadrissimi cavalli bianchi ed una Lettiga foderata di ricami di gemme e perle con quattro muli di prezzo molto elevato.[14]

Alfonso fece poi fece prendere dagli alabardieri dell'imperatore la sua cavallerizza, dove si trovavano più di 200 cavalli ben forniti, affinché potessero cavalcare comodamente per il viaggio, ed infine, fece pubblicare un bando per la città che diceva che i mercanti dovessero dare qualunque sorte di mercanzia che da loro avrebbero potuto comprare i cavalieri, nobili e cortigiani dell'imperatore da cento ducati in giù per ciascuno senza pagamento. Tutto questo venne poi scritto su un manifesto riportando la roba data e il loro prezzo, i quali andando al regio tesoriere, sarebbero stati subito pagati.[14]

Federico poi, partì per ritornare a Roma per via terra per giungere in Germania, venendo accompagnato dal re per un lungo tratto di cammino, e poco dopo partì l'imperatrice, accompagnata dal re fino a Manfredonia, e da lì per via mare venne condotta con galere a Venezia, dove pochi giorni dopo giunse anche l'imperatore, invitato dai Signori Veneziani, allora uniti in un'alleanza, i quali offrirono doni. Gli sposi subito dopo fecero felice ritorno in Germania. Insomma, questo imperatore venne ricevuto in modo così grandioso dal re Alfonso che ritornando in Germania e venendo richiesto quello che di bello aveva visto in Italia egli rispose sempre: "Ho veduto il Re Alfonso".[14]

Quinta guerra di Lombardia[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno del 1452 il re Alfonso intimò di dichiarare di nuovo guerra ai Fiorentini, su richiesta della Repubblica di Venezia, per deviarli dell'aiuto che davano a Francesco Sforza Duca di Milano; per cui inviò don Ferrante d'Aragona Duca di Calabria suo figlio con seimila cavalli e ventimila fanti. Alfonso poi concluse con i Veneziani che lui avrebbe attaccato i Fiorentini e i Signori Veneziani lo Sforza. Il generale dell'esercito aragonese era il duca di Urbino, e sebbene ne era capo Ferrante, anche il duca reggeva il bastone del generalato. Partì dunque il Duca di Calabria (dopo essere stato baciato e benedetto dal Padre) prendendo la via dell'Abruzzo, e fu per tutto il regno amorevolmente ricevuto. Giunse infine al Contado di Arezzo, accampandosi cinque miglia vicino alla città, ma per non farsi mancare la vettovaglia andò a Foiano, mandando un emissario a Siena per avere quei viveri da quel contado. Ma i cittadini di Siena si scusarono dicendo che avevano ricevuto molti danni dai Fiorentini per aver dato altre volte vettovaglie al campo Aragonese. Nonostante ciò, gliene diedero per venti giorni ai Fianesi che si arresero al Duca di Calabria. Ma per mancanza di foraggio, i cavalli riuscivano appena a reggersi in piedi e quindi Ferrante fu costretto a ridursi con l'esercito a luoghi vicino al mare e a togliere l'assedio ad alcune terre nemiche. Nel frattempo, Ferrante mandò Diomede Carafa a saccheggiare il Contado di Firenze con 300 cavalli e 500 fanti, il quale con gran timore del popolo Fiorentino saccheggiò molti luoghi vicino a Firenze e fece preda di tremila capi d'animali. L'esercito del duca si fermò all'Abbazia di San Galgano, luogo assai comodo per avere da terra e da mare viveri per sopravvivere. Allora i Fiorentini (il cui governatore era Cosimo de' Medici) alzarono le bandiere del re Carlo VII, re di Francia e sollecitarono che il re Renato ricominciasse l'impresa per la riconquista del Regno di Napoli. Il re di Francia subito inviò i suoi ambasciatori al re Alfonso, chiedendogli di non continuare la guerra ai Fiorentini suoi alleati, alla quale richiesta, il Re rispose con poche parole, che nella seguente primavera avrebbe dato la risposta definitiva alla Toscana.[14]

In questo tempo si trovava alla corte di Alfonso come ambasciatore di Venezia Barbo Morosini che faceva molta istanza che questa guerra proseguisse poderosamente. Nel frattempo i Turchi assediavano la città di Costantinopoli con al suo interno l'ultimo imperatore, Costantino Paleologo. I Fiorentini avendo saputo che Alfonso deliberava di andare di persona nell'impresa di Toscana, unirono le loro genti d'arme con quelle dei loro alleati, riuscendo a formare un buon esercito. Avuto di ciò notizia, il Re ordinò che il duca si facesse consultare se fosse una buona idea dar battaglia o no, per non dar più tempo ai Fiorentini, perché non esponesse la sua reputazione. Nello stesso tempo, il Re che si trovava a Napoli si poneva in ordine con maggior celerità per soccorrere il figlio. Ritrovandosi nel Castel Nuovo, il 6 giugno, avendo saputo che l'assedio di Costantinopoli stava favorendo i Turchi, inviò di nuovo al Papa un religioso chiamato fra Giuliano Majali, dicendogli che stimando l'onore di Sua Santità, gli chiese di disporre un soccorso da mandare all'imperatore a Costantinopoli, mentre egli inviava con ogni celerità il suo che era di 4 galere. Ma di questi soccorsi non se ne parlò mai, poiché nel tempo in cui il Re fortemente li sollecitava, quella città era già stata presa dal nemico, l'imperatore Costantino era morto in quella e con essi era decaduta tutta la nobiltà dell'Impero bizantino il 29 maggio 1453, riuscendo a salvarsi soltanto Tommaso Paleologo e Demetrio, fratelli dell'imperatore. Costantinopoli venne presa per il tradimento di un genovese, Giovanni Giustiniani Longo. Dopo la cattura di quella città iniziò la maggior crudeltà e strazio. Il dolore più grande fu la perdita di questa città con tanta vergogna e disonore dei principi Cristiani di quel tempo, essendo stata presa in ventiquattro giorni ponendo la fine all'Impero bizantino che era durato 1129 anni.[14]

Alfonso, trovandosi a Torre del Greco il 19 giugno, seppe che i Fiorentini non contenti di essere alleati con Francesco Sforza, avevano sollecitato il re di Francia a mandare il Delfino suo figlio in Piemonte per andare in loro soccorso in Lombardia e avevano procurato che Renato suo nemico venisse in Toscana.[14]

Alfonso quindi, deliberò di andare di persona contro i Fiorentini; e volendo fare ciò, cominciò a dare parte del soldo alle milizie e per certificare il Papa della sua andata, inviò a Roma Giacomo di Costanzo, Cavaliere Napoletano suo ambasciatore.[14]

In questo tempo cominciarono a travagliare molte infermità pestilenziali nell'accampamento dell'esercito del duca di Calabria che si trovava a Tumulo (luogo conforme al nome per la malaria), per le quali si ammalarono il duca di Urbino e molti altri capitani; e quindi fu necessario al Duca di Calabria cambiare accampamento e condurre l'esercito a Pitigliano, dove risolse che Bernardo di Rethesens partisse con parte dell'armata per l'isola di Corsica per favorire i baroni della casata d'Istria e Cinerea.[14]

Fu intanto Renato, ricondotto in Italia da Pietro Fregoso con due galere da Marsiglia a Genova e da lì ad Alessandria, e poi a Milano.[14]

La presa di Costantinopoli da parte dei Turchi fu pianta da tutta la Cristianità e il Pontefice quindi, inviò subito i suoi legati e nunzi a tutti i principi e potentati Cattolici, perché si unissero e con tutte le forze resistessero a un nemico così potente, i quali risposero di essere pronti nei modi a loro permessi.[14]

Intanto, Renato si alleò con Giovanni marchese di Monferrato e lo Sforza; e per l'alleanza fece sposare una sua figlia con Bonifacio fratello del marchese. Il re Renato venne in Italia con la speranza che lo Sforza e i Fiorentini, essendo tra loro alleati, l'aiutassero a proseguire l'impresa per la riconquista del Regno di Napoli, ma gli successe tutto al contrario, perché il Duca di Milano si servì della reputazione di quel principe per poter resistere al re Alfonso e alla Repubblica di Venezia, concordando le sue cose ed assicurando il suo stato. Successivamente quindi, Renato dopo essersi accorto di essere stato burlato da quello, decise di ritornarsene in Provenza, facendo restare il duca Giovanni suo figlio come capitano dei Fiorentini.[14]

Nel 1454, Alfonso riprese l'annosa rivalità aragonese contro la Repubblica di Genova e l'ingerenza nella sua politica interna favorendone le fazioni a lui favorevoli[25], entrando apertamente in guerra contro Genova e nel 1458 vi pose l'assedio. La città aveva chiesto la protezione del re di Francia che aveva mandato come governatore Giovanni d'Angiò, il duca titolare di Calabria, figlio di Renato d'Angiò.

Il 15 agosto (festa dell'Annunciazione), il Re Alfonso decise di partire per la Toscana. Partì quindi da Napoli, facendo spiegare le sue bandiere sulla chiesa di Santa Maria Maggiore, nella città di Santa Maria Maggiore con grandiosa solennità. Il Re pose il suo accampamento al ponte chiamato Annecchino e lì venne avvisato che i nemici avevano guadagnato Pirincino e stavano raggiungendo Trojano, dove il duca inviò alcune compagnie di soldati in loro difesa. Il 19 agosto, trovandosi il Re accampato in quel luogo, ebbe gran speranza che lo Sforza, fratello del Duca di Milano, passasse in suo favore per fare guerra allo stato di Sigismondo Malatesta.[14]

Il Re poi inviò avanti le genti d'arme guidate da don Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, mentre lui andò a porre il suo stendardo a l'Agnina, luogo vicino a Capua; e nell'ultimo giorno di quel mese uscì da lì per andare a Presenzano per aspettare le genti d'arme che venivano dal Regno, così che esse si potessero tutte unire.[14]

Alfonso, il 1º settembre, si accampò alla Fontana di Chiùppo e allo stesso tempo il duca di Calabria fu avvisato che Foiano era già stato preso, e la causa fu che i Foianesi inimicandosi quelli che si trovavano in guarnizione, aprirono una porta, facendo entrare i nemici, i quali saccheggiarono i cittadini nonostante l'esercito del Re che stava in loro difesa. Il 2 settembre, stando il Re accampato vicino alla Fontana dei Chirurgo, ordinò a don Lopes Ximenes d'Urrea che era suo viceré e Luogotenente generale del Regno di prendere Galeazzo Pandone figlio del Conte di Venafro ed imprigionarlo nel Castel Sant'Elmo, la causa di questo però è ignota. In questo tempo, Carlo duca d'Orléans, che nacque da Valentina figlia di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano si alleò con il Re contro lo Sforza, pretendendo di essere il legittimo successore dello stato del duca Filippo Maria suo zio, e procurando per mezzo del Re, l'investitura del ducato di Milano. Il Re intanto si disponeva con tutto il suo potere per dar soccorso con la sua armata ai principi dell'Impero bizantino che restarono esposti alla furia e potenza dei Turchi, ed assentì al desiderio del Papa con gran volontà, vedendo tanto vicino il pericolo in cui si trovavano l'Italia e l'Isola di Sicilia.[14]

Il Re passò poi dalla selva di Vaivano per accamparsi vicino a San Vittore, paese vicino all'Abbazia di Montecassino, e il Papa allo stesso tempo ordinò ai principi e potentati d'Italia di inviare i loro ambasciatori a Roma per trattare della pace universale d'Italia. Da San Vittore, il Re si accampò vicino a San Giorgio e da lì a San Giovanni Incarico, portandosi lentamente per dar tempo ai trattati di pace.[14]

Il Re intanto, levò il suo accampamento da San Giovanni Incarico il 2 ottobre per andare ad alloggiare nei confini del Regno, ponendo il suo Stendardo a Campolatro, dove il 6 Ottobre fu avvisato che l'esercito fiorentino andava verso Vada. Comunque, prima che passasse il Garigliano ebbe un tumore nella gamba sinistra, sotto il ginocchio; e per quell'accidente ebbe alcune accessioni di febbre che gli durarono molti giorni, per cui si indebolì molto. Visto che non era disposto ad andare a cavallo, decise di inviare Don Innico de Guevara, Marchese del Vasto e Gran Siniscalco del Regno con tutto l'esercito per andare ad unirsi con quello del duca di Calabria; quindi partito il Gran Siniscalco con l'esercito che era accampato a Pofi, prese il cammino verso la Toscana. Il 7 ottobre, lo stato della Repubblica di Venezia si vedeva molestato dal re Renato con un grosso esercito e accompagnato da Bartolomeo di Bergamo, Bonifacio da Monferrato ed Alessandro Sforza. Il Re, essendo stato avvisato di questo, delle cose che accadevano in Toscana e per via della Repubblica di Venezia in Lombardia, si accorse che non tutto stava andando secondo i suoi piani, visto che Vada era già stata presa e in Lombardia il duca Francesco Sforza si era impadronito di Pontevico; mandò quindi un emissario a sollecitare il Gran Siniscalco con le sue genti d'arme, di andare con prestezza a raggiungere il duca di Calabria suo figlio.[14]

Intanto, Quando l'inverno sopraggiunse, cessò la guerra in Toscana, e ritrovandosi il Re nel Castello di Traetto, lì si trattenne fino alla fine dell'anno, nel cui tempo ritornò Renato in Provenza, non avendo operato alcuna cosa in suo favore.[14]

Mentre il duca di Calabria si stava trattenendo nel suo accampamento per l'impresa di Toscana contro i Fiorentini, il Re trattò la pace e firmo una Lega tra essi, la Repubblica di Venezia e Siena. Tutto questo proseguì stando il re nel Castello di Napoli il 13 Marzo. Il 9 aprile venne dichiarata la pace tra il doge Francesco Foscari per i Signori Veneziani e il duca Sforza.[14]

In questo tempo il duca era accampato a Guannina, finché ebbe ordine dal Re di partire dalla Toscana prendendo la strada verso l'Abruzzo, e arrivato ai confini del Regno, licenziò il Conte di Urbino e gli altri Capitani.[14]

Il 28 agosto 1454, ritornò il duca di Calabria dalla Toscana, ed entrò a Napoli, dove fu ricevuto sotto un ricchissimo pallio con infinito giubilo da tutti i cittadini.[14]

Pace di Lodi[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia all'indomani della firma della pace di Lodi (Benevento faceva parte del Regno di Napoli)

Il 15 febbraio del 1455, venne a Napoli il cardinale romano Domenico Capranica, del titolare di Santa Croce e legato della sede Apostolica per trattare e concludere col Re l'alleanza e lega generale dei principi e potentati d'Italia, e a sua richiesta in nome del Papa, con intervento di Geronimo Barbarigo, Procuratore di San Marco, di Zaccaria Trevisan e di Giovanni Moro, ambasciatori della Repubblica di Venezia, di Bartolomeo Visconti vescovo di Novara e del conte Alberico Maletta, ambasciatori di Francesco Sforza duca di Milano, di Bernardetto di Antonio de' Medici, e Diotisalvi Neroni, Ambasciatori dei Fiorentini. Il Re, in suo nome e del duca di Calabria suo figlio fece l'accordo e firmò la pace e l'amicizia col duca di Milano e con i Fiorentini. In questo accordo tra i Signori Veneziani e il duca di Milano venne deciso che Crema restasse alla Repubblica, ed altri luoghi e castelli che teneva il duca nei Contadi di Brescia e Bergamo si restituissero alla detta Repubblica. E infine in questo accordo vennero dichiarati, oltre ai confini dello stato della suddetta e del duca di Milano, anche quelli dello stato del marchese di Mantova.[14]

Rapporto tra Alfonso e Callisto III[modifica | modifica wikitesto]

Dopo questi accordi, passati due mesi, morì Niccolò V, nel mese di maggio del 1455. Al suo posto venne eletto papa don Alfonso de Borgia, cardinale di Valencia, con il nome di Callisto III, uomo di gran lettere e di gran nome. Non passò molto tempo dopo l'elezione a papa di Callisto, che questo non avendo alcun riguardo per la buona amicizia che aveva con Alfonso, volle in gran parte diminuire l'autorità del re per accrescere la sua. Infatti tra loro vi erano pochi buoni rapporti. Frattanto, il papa si doleva, che avendo inviato al re la bolla della partecipazione della crociata, egli rimandasse la spedizione contro i Turchi. Il re, incontrandosi col papa, si scusò dicendo che per una così grande impresa servissero cose maggiori di quelle contenute nella bolla e poi pensava che in questo frattanto gli altri principi d'Europa, poderosi più di lui, si stessero impegnando in questa impresa; ma ciononostante non avrebbe mancato ai doveri al quale come principe cattolico era obbligato. Quindi, alla fine del mese di Agosto del 1455, il papa elesse quattro legati per andare a commuovere tutta la Cristianità per la guerra contro i Turchi.[14]

In questo tempo re Alfonso trattava i matrimoni tra don Alfonso d'Aragona suo nipote, principe di Capua con Ippolita figlia del duca di Milano e donna Eleonora d'Aragona sorella del principe con Sforza Maria quartogenito del duca, dei quali matrimoni, Calisto III non ne aveva piacere alcuno, pensando alla politica dello Stato Pontificio mal sicuro di questa parentela. Il matrimonio del principe di Capua ed Ippolita Sforza venne concluso il 12 ottobre, portando in dote duecentomila scudi. Nello stesso giorno venne stabilito anche quello tra donna Eleonora d'Aragona e Sforza Maria. Per il quale matrimonio il re scrisse al papa una breve lettera anche se sapeva che lui fosse contrario al matrimonio. La lettera è la seguente:[14]

«Santo Padre, Significamo a vostra Santità, che per la grazia di nostro Signore s'è già confirmato il parentado tra me, e l'inclito Duca di Milano, lo quale io spero che a tutta Italia farà prospero, e bene avventurato: a Vostra Santità domando quanto posso, si degni benedire questi matrimonij in nostro Signore Gesù, Cristo, e secondo il suo costume mi tenga nel suo amore e grazia.»

(Bastian Biancardi, "Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza")

Ancorché queste parole vennero dette con tanta devozione e cortesia, furono nondimeno di risentimento e lamento piuttosto che complimentarsi per la mala volontà che il papa dimostrò a questa alleanza e parentela.

Preparativi per la crociata contro i Turchi[modifica | modifica wikitesto]

Intanto Alfonso incominciò a dimostrare di voler effettuare l'impresa contro i Turchi, rendendo noto e senza più aspettare di andare personalmente con la flotta che fosse stata più grande, contro i nemici della fede cristiana, sebbene ancora nessuna potenza comunicava col re per tale impresa. Alfonso perseverando sempre di più in questo affare, ordinò ai membri del suo consiglio di riunirsi a Napoli e lì dichiarò la sua volontà così dicendogli:[14]

«Io ragionai con voi lì di passati sopra l'impresa contra Turchi e se bene tanti altri Re, e Principi sono più disposti di me per imprendere, e portar tanto carico, pure non veggo che niuno ancora vi s'apparecchi. Volendo io dunque sodisfare a infinite mercèdi che da nostro Signore hò ricevuto, non quanto deggio, ma quanto posso per suo servizio, e della Chiesa slò disposto, ed hò deliberato ponere la persona, e li Stati per difesa dela Cristianità, ed in offesa del Turco. Già la maggiòr parte della mia vita è passata, perchè più del sessagesimo secondo hò passato degli anni, e fin qui tutti l'hò dispensati in fervizio del mondo, ora mi pare ragiònevole distribuire in servizio di Dio lo chè mi resta. Quando io feci l'impresa di questo regno, la feci mosso dalla giustizia che in esso teneva, e per acquistare quello che direttamente mi s'aspettava, il quale dopo molti travagli e spese, Nostro Signore l'hà portato al finne per me desiderato, come vedete, in questo io non pongo niuna cosa mia, la persona, la vita, li Stati, e beni da esso li tengo, ad esso era l'offerisco che sono suoi; e gli rendo quello ch'è suo, e per esso lo possedo. Tengo ferma e secura speranza che il mio proposito, ed Impresa egli la porterà a felice fine.»

(Bastian Biancardi, "Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza")

I membri del consiglio, dopo aver sentito tante sante parole, degne di un principe così generoso e di grand'animo, senza nessun segno di discordia, lodarono il suo santo ed animoso proposito, offrendo generalmente persone, vite e beni al servizio del re nel compimento di una giustissima Impresa. Nel medesimo tempo, il re inviò un suo ambasciatore al papa per avvertirlo e supplicarlo di lasciare lo sdegno che aveva nei confronti del Piccinino, e riceverlo nella sua grazia, perché con il termine di questo impedimento, il papa e le altre potenze d'Italia avrebbero potuto dedicarsi più liberamente alla difesa della Cristianità. In questo tempo che il re cercava di ridurre in grazia del papa il conte Piccinino, occupò la città e il castello di Orbetello, che era dei senesi, perché quella signoria non aveva voluto accettare l'alleanza che gli offriva. Il papa intanto, desideroso di vedere la fine dell'impresa contro i Turchi, raccolse il Piccinino con gran clemenza e rinunciò di fare guerra contro i senesi.[14]

Nel 1456, vennero celebrate le nozze suddette di donna Eleonora, nipote del re e tra don Alfonso principe di Capua e Ippolita Sforza figlia del duca di Milano con grandi feste, ed andarono a Milano Marino Caracciolo conte di Sant'Angelo e Michel Riccio per assistere alla concluſione di quelle. Il re rimase molto contento per stabilire con essi la pace universale d'Italia.[14]

In quello stesso tempo, il re aveva sotto la sua protezidne i Fregosi di Genova, della quale era doge Pietro che si trovava in pericolo. Per soccorrerlo il re inviò Bernardo di Villamarina con la sua armata di galere, con l'ordine di stabilire con quello una nuova alleanza.[14]

Alfonso, battendosi sempre per la spedizione contro i Turchi, inviò in Sicilia Marino Diaz d'Aux, suo camerlengo, con l'ordine di preparare l'armata di quel regno.[14]

Carlino di Alfonso il Magnanimo
Reale di Alfonso il Magnanimo
Ducato d'oro di Alfonso il Magnanimo, 1442-1458, detto anche alfonsino

Ultimi anni e morte[modifica | modifica wikitesto]

Le pretesa di Carlo di Viana[modifica | modifica wikitesto]

In questo tempo tra moltissimi preparativi che si facevano contro i Turchi, Alfonso, dovendo aspettare altri socccorsi dei principi europei che dovevano unirsi alla sua armata, erano già passati quasi due anni, quando l'otto maggio 1458, all'improvviso sopraggiunse ad Alfonso una fortissima febbre che lo stava portando alla morte. Di questo venne avvisato il principe di Viana, figlio di Giovanni d'Aragona, che venne da Roma per visitarlo, ma con un mal intento, infatti giunto il principe a Napoli tre giorni prima che egli morisse ed essendo Alfonso già disperato dai medici, il principe gli raddoppiò l'agonia della morte, sapendo che era venuto per tentare di occupare Napoli, e perché conosceva che morendo nel Castel Nuovo, non avrebbe potuto cacciare il principe perché il castellano avrebbe potuto ubbidire più facilmente al principe che al duca di Calabria, ed essendo le guardie del castello tutte catalane, che erano vassalli di Giovanni che doveva succedere ai regni d'Aragona e di Sicilia dopo la sua morte, per cui fece subito dire al principe che era migliorato e che i medici gli consigliavano che si facesse portare al Castel dell'Ovo per l'aria salubre. Ciò venne subito eseguito, lasciando al duca di Calabria la cura del Castel Nuovo.[14]

Morte e successione[modifica | modifica wikitesto]

Egli dunque, all'apparire dell'alba, dopo aver ricevuto i Santissimi Sacramenti con grande umiltà, devozione e con singolare rassegnamento e riverenza, stipulò il suo testamento il giorno prima che morisse; e visto che non aveva avuto figli dalla regina Maria figlia di Enrico III re di Castiglia, nominò come successore per il regno di Napoli don Ferrante duca di Calabria suo figlio naturale legittimato e per i regni della Corona d'Aragona e di Sicilia don Giovani re di Navarra suo fratello come aveva anche disposto don Ferrante suo padre nel suo testamento. Narra Sant'Antonino arcivescovo di Firenze, che prima di morire raccomandò che il duca di Calabria per formare la sua corte si servisse soprattutto di italiani e principalmente amasse i popoli del regno ai quali conferisse benefici e non li riguardasse con ostilità. Continuò a raccomandargli che con tutta attenzione coltivasse la pace con le repubbliche e i principi d'Italia e soprattutto tenesse come amici i Pontefici Romani, i quali in gran parte dipendeva la conservazione o la perdita del suo regno e sempre nel suo testamento ordinò che il suo corpo fosse depositato nel convento di San Pietro Martire e l'interrassero nella terra come esempio di umiltà.[14] Il giorno seguente morì di malaria (contratta durante una battuta di caccia in Puglia), il 27 giugno 1458 (secondo il cronista Gaspare Fuscolillo[26], il decesso avvenne a Napoli il 26 giugno[7]).

Alcuni biografi di Alfonso riportano che il sovrano, dopo essersi fatto capovolgere per potere osservare il crocifisso posto a capo del letto, assistette agonizzante, per oltre due ore, al tentativo di una schiera di demoni di aggiudicarsi la sua anima. «Fu la Vergine a strapparlo al maligno, grazie alle preghiere che Alfonso le aveva rivolto in vita. Così il re poté comunicare ai frati la sua prossima dipartita: In brevi transmigrabo ad dominum»[27].

La sua morte fu amaramente pianta dai napoletani, perché la sua morte oltre a privare il regno di tante grandezze e felicità, disturbò anche la sua pace, ponendolo in una lunga guerra, nuove calamità e disordini. Il suo cadavere, con un magnifico funerale venne messo dentro un forziere che rimase depositato nel Castello in cui morì, e benché nel suo testamento avesse ordinato che fosse portato alla chiesa di San Pietro Martire, venne nulladimeno depositato nel 1492, per volere di Alfonso II, a Napoli, nella basilica di San Domenico Maggiore, nella Sagrestia di quella con molti segni di stima e di venerazione.[14] Alla sua cassa mortuaria, coperta di broccato riccio, vi venne apposto il seguente distico: Inclilus Alfonsus, qui, regibus ortus Iberis Hic, regnum Ausoniae primus adeptus, adest. Il 24 dicembre 1506, nel disfarsi del catafalco erettovi undici giorni prima per il funerale di Filippo d'Austria, duca di Borgogna, prese fuoco la chiesa e l'incendio consumò molta parte dei corpi di Alfonso, di Ferrante e di Ferrandino. Dopo questo avvenimento, per ordine di Ferdinando il Cattolico, il cranio di Alfonso venne consegnato al vescovo di Cefalù e da questo a Don Giovanni de la Nuca, viceré di Sicilia per deporlo in Spagna. I napoletani vollero onorare la memoria della sua salma con solenni esequie e secondo il regio costume venne imbalsamata ed il suo cuore fra preziosi aromi venne rinchiuso in una piccola urna.[3] Circa un secolo dopo i resti mortali furono traslati al monastero di Santa Maria di Poblet.[14]

Lasciò il Regno di Napoli al figlio illegittimo Ferdinando[7] (legittimato da papa Eugenio IV e nominato duca di Calabria), mentre tutti gli altri titoli della corona d'Aragona, inclusa la Sicilia che era tornata alla corona[7], andarono a suo fratello Giovanni.

Ritratto di un sovrano umano e umanista[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentazione araldica equestre di Alfonso V d'Aragona[28]

Alfonso fu un uomo di mezza statura, dal corpo agile e leggiadro di colore inclinato al pallido, aveva una fronte spaziosa, capelli neri, grandi orecchie, occhi cerulei, naso aquilino e bianchissimi denti.[3] Egli si mostrò sempre mai amante della galanteria e benché in tutto altro fosse sontuoso, nel vestire però fu indifferente e negli ornamenti della persona modestissimo, in modo che veniva mostrato a dito da tutti.[6] Nel parlare era breve, cortese, sentenzioso e terso. Gli piacque grandemente la caccia e soprattutto la falconeria. Era casto nel favellare e non uscì mai dalla sua bocca parola che non fosse conveniente a un principe. Benchè superasse molti re del suo tempo in ricchezze e possanza, non commise nessun atto di insolenza o di sopruso, né fu visto (essendo facile all'ira) corrucciarsi contro quelli che dicevano male di lui, ripetendo a chi glielo riferiva la sentenza di Giulio Cesare: Nil divini tati similius, quam iniuria in gratiam commutari.

Amò sopra ogni altra cosa la giustizia, la quale non solamente egli mantenne, ma volle che con ogni diligenza venisse amministrata dagli altri. Ne fanno conferma le molte lettere indirizzate a diversi giudici di Napoli nelle quali li rimproverava con fervore e con parole di severità.[3]

Alfonso combatté e trionfò mentre ci fu quel grande sviluppo di individualità che accompagnò la rinascita del sapere e la nascita del mondo moderno. Da vero principe precursore del Rinascimento, egli favorì i letterati, che credeva avrebbero tramandato la sua fama ai posteri.

Il suo amore per i classici fu eccezionale, anche per i suoi tempi. Per esempio, i suoi biografi narrano che Alfonso facesse fermare il suo esercito, in segno di rispetto, prima di giungere nella città natale di un autore latino, e che portasse con sé le opere di Livio e Cesare nelle sue campagne. Il suo panegirista Panormita racconta, addirittura, che Alfonso guarì da una malattia sentendo leggere alcune pagine della storia di Alessandro Magno scritta da Quinto Curzio Rufo.

Alfonso infatti, leggeva ordinariamente gli autori più eccellenti della letteratura classica ed il suo palazzo era una scuola che veniva frequentata dagli oratori più celebri del suo tempo. Ebbe per suoi maestri tanti eccellenti ed illustri uomini, dedicando alcune ore al giorno studiando le illustre vicende dei grandi uomini della storia. Egli ci teneva così tanto allo studio delle lettere che un giorno, avendo saputo che un re della penisola iberica aveva detto che non conveniva ad una grande persona lo studio delle lettere, Alfonso rispose che questa sua affermazione era da bue.[14] Egli era così preso dall'amore della lettura che, venendogli domandato se avesse maggior obbligo alle armi o ai libri egli rispose che "da' libri aveva apparato le armi e le ragioni delle armi". Fece tradurre molto autori greci in latino ed egli stesso tradusse dal latino allo spagnolo le Epistole di Seneca, affinché tutte le persone della Spagna sapessero i precetti morali di questo autore.[3] Era anche solito recarsi a piedi all'università di Napoli per assistere alle lezioni di valenti insegnanti e per provvedere al sostentamento dei giovani d'ingegno poveri economicamente.[6] Questo monarca era solito trattare familiarmente gli uomini di pellegrino ingegno e con loro convenivano nelle rispettive case, accordò costantemente favori agli scienziati ed alle loro produzioni letterarie e non lasciò intentata alcuna strada per svegliare gli ingegni altrui e spingere gli animi di tutti a grandi cose. Infatti sapeva bene quel memorando precetto di Platone, che allora felici sarebbero stati i regni quando i filosofi li governassero o quando i sovrani che siedono al governo filosofassero.[6]

Alfonso era particolarmente affezionato alla letteratura romana e ai suoi poeti, tant'è che nel 1451 accadde che Alfonso, gravato da una certa infermità a Capua e non potendo per opera dei medici essere guarito, mentre leggeva le storie di Tito Livio (che leggeva tutti i giorni), incontrò casualmente un particolare, dal quale ricavò il rimedio per il suo male, e facendone esperimento restò perfettamente guarito. Quindi sapendo che il sepolcro di questo storico era a Padova, mandò Antonio Panormita, gran letterato e suo ambasciatore alla Repubblica Veneta perché gli concedesse in dono qualche parte del corpo di quell'autore. Antonio, giunto a Venezia, grazie alla cortesia dei Signori Veneziani, ne riportò un suo braccio. Dopo molti anni lo storico Giovanni Pontano collocò questo braccio a Napoli in un luogo ignoto. Anche se per alcune antiche iscrizioni, ritrovate per alcune escavazioni fatte a Padova, dove si crede che sia sepolto il suddetto Livio, si pone in dubbio che quella parte del corpo fosse davvero la sua.[14]

Statua di Alfonso V di Achille D'Orsi
facciata del Palazzo Reale di Napoli

Un altro episodio che fa capire quanto Alfonso ci tenesse alla cultura fu quando, durante l'assedio di Gaeta, essendo mancate delle grosse pietre per caricare i mortai, egli rifiutò il progetto fattogli da uno dei suoi generali, il quale voleva abbattere un antico castello in cui una volta Cicerone vi aveva abitato, dicendo:"Io amo meglio lasciar riposare il mio cannone, e tutta la mia artiglieria che far profanare l'antico casino di quel celebre, che vivrà eternamente tra gli Uomini.[6]

Vi sono molti episodi sulla sua magnanimità e umanità, ad esempio desta molta meraviglia che un giorno, essendo venuto da lui uno dei suoi tesorieri a recargli la somma di diecimila ducati, Alfonso, al solo udire da un ufficiale che bramerebbe quella moneta per essere felice, egli rispose dicendo:"Se da questa dipende la tua felicità, va, prendila, e tu il sarai".[6]

Un altro episodio che reca altro stupore fu quando, un giorno, essendo sorta una grande burasca di mare e vedendo in gran pericolo i suoi cari sudditi che si ritrovavano imbarcati, egli saltò in una scialuppa e così incoraggiando gli altri disse:"Amo piuttosto esser compagno, che spettator della loro morte". Alcuni storici rapportano che un giorno gli venne domandato chi fossero i sudditi che più amasse e lui rispose dicendo:"Io amo più coloro che più temono per me, che di me".[6]

Il suo passatempo preferito era la caccia di volatili, dilettandosi anche molto nello studio delle belle lettere, essendo molto interessato riguardo alla cognizione dell'Impero Romano, facendo sempre una ordinaria lezione, comunicando con uomini di eloquenza ed incomparabile dottrina, che manteneva con stipendio annuale. Tra questi: Bartolomeo Facio, Lorenzo Valla, il Trapezunzio, Giovanni Aurispa ed Antonio Beccadelli detto il Panormita. Alfonso, da così celebri scienziati cavava il perfetto modo di vivere e perciò era solito chiamare i libri Fideles Conciliarios. Cosicché nelle sue imprese era solito portare un libro aperto, che si vede ancora oggi nella Sala reale del Castel Nuovo.[14]

Alfonso era un uomo di grande e profonda fede e religiosità; e amò sopra ogni altra cosa la religione, infatti era solito sempre dire che ella è il più solido fondamento del grande edificio sociale. Egli giornalmente assisteva alla messa e nelle occorrenze si recava umilmente ad accompagnare il Sacramento di amore.[6] Il giovedì santo era solito con molta devozione lavare umilmente con le proprie mani i piedi a quindici poveri mendici e poi, dopo averli asciugati, si chinava a baciarli. Li serviva a tavola di propria mano e poi, dopo averli licenziati, dava loro vestimenti e danaro. Alfonso si recava di frequente a visitare la chiesa di Santa Maria del Carmine e tutti i sabato vi mandava i musicisti della sua cappella reale. Volle che alla sacra immagine della Madonna di quella chiesa si costruisse un magnifico tabernacolo e ne diede l'incarico a maestro Antonio Curata, il quale, non avendolo finito, Alfonso dispose nel suo testamento prima di morire che il tabernacolo venisse perfezionato. Arricchì quel monastero di preziosi doni e di reali concessioni, delle quali ancora esistono antichi documenti. Su sua richiesta venne promossa la canonizzazione di San Vincenzo Ferreri.[3]

Si narra che quando il 5 dicembre del 1456, accadde un terribile e spaventoso Terremoto, in cui (secondo Pio II) morirono quarantamila persone, il re Alfonso - come si racconta - ritrovandosi a sentire la messa nella chiesa di San Pietro Martire, quella chiesa cominciò a tremare e ogni persona che si trovava lì e il seguito della famiglia reale fuggì, solo Alfonso stette intrepido e fermo, facendo fermare il sacerdote sopra l'altare volendo che continuasse la messa. Perloché, poi, chiesto al re per quale ragione in quel momento di pericolo non si era mosso, egli rispose con la sentenza di Salomone:"Cor Regis in manu Domini (il cuore del re è nella mano del Signore)".[14]

La predica di san Bernardino da Siena davanti al re Alfonso V di Aragona, Francisco Goya, 1784, Madrid, Basilica Reale di San Francesco il Grande. Alfonso richiese l'avvio del processo di canonizzazione di San Bernardino da Siena[29]

Alfonso si conciliò così bene i cuori di tutti i napoletani che in nessun altro paese i sudditi furon più contenti del governo e più affezionati al loro principe. Ad esempio, poco curante dei sonsigli di scaltri cortigiani, Alfonso era solito percorrere le strade di Napoli senza seguito e con franchezza dire che:" Un padre che passeggia in mezzo de' suoi figli non ha che temere".[6]

Sovrano liberalissimo, arrichì molti con preziosi doni e donando loro grandissimi feudi. Fu magnificentissimo nel dare al popolo spettacoli nei quali si sforzò di emulare la grandezza degli antichi romani. Un esempio è quando ricevé a Napoli Federico III designato imperatore e Eleonora figlia del re di Portogallo e di sua sorella che doveva sposarsi con Federico. Istituì gran feste, cacce, giostre e conviti, dando spesso diletto al popolo napoletano, vaghissimo di simili divertimenti. Tenne spesso il palazzo abbondantissimo di tappezzerie ed rredi ricchissimo e preziosi. Splendidissimo fu anche negli edifici con cui adornò Napoli al pari di qualunque altra illustre città d'Europa.[14] Alfonso favorì anche la Sicilia, ampliando il porto di Palermo e fondando la prima università in Sicilia, a Catania. Alfonso Protesse le arti e le industrie, prime fra tutte quelle della lana e della seta, quest'ultima introdotta nel Regno di Napoli.

Questo principe celebratissimo per infinite virtù che l'adornavano e sopra ogni cosa per magnificenza e liberalità, oltre ad aver lasciato tante illustri memorie, tanti buoni istituti e nuove riforme, lasciò anche molte sante leggi e stabilì molte costituzioni, cominciando dall'edificazione del Tribunale del Sacro Consiglio.[14]

Un così glorioso re ebbe solo la taccia di non amare donna Maria sua moglie, principessa di una meravigliosa bontà che diede in quel tempo esempio di grande virtù ed onestà. Alfonso infatti volle allontanarsi da ella per l'amore che aveva nei confronti di Lucrezia d'Alagno. Ciò si ritrova in una lettera di Calisto III scritta al re il 6 novembre 1457, dove lo esorta ad unirsi con la regina Maria.[14]

Si hanno di Alfonso gravi sentenze che si leggono qua e là sparse in vari libri. Fra le altre, degne di nota, sono le seguenti:"La vita nostra è simile ad una commedia, e devesi risguardare non quanto ella duri, ma quanto sia ben recitata - Men che servo è qualunque padrone che i servi teme - L'ingratitudine abbraccia in se tutti i vizi - Il buon nome è un altro patrimonio - Le corti senza gli uomini virtuosi, sono come notti senza stelle".[3]

Alfonso ebbe particolari autori che con minuti racconti, altamente scrissero di lui. Alcuni dei quali furono: Antonino Pierozzi, Jerónimo Zurita, il Panormita, Bartolomeo Facio, Enea Piccolomini, poi divenuto papa, il Celebre Costanzo e tanti altri che riempirono i loro scritti con le sue celebri gesta.[14]

La Napoli del Magnanimo[modifica | modifica wikitesto]

Tavola Strozzi, veduta della città di Napoli dal mare, 1470. (Vittoria navale di Alfonso V d'Aragona su Giovanni d'Angiò). Museo nazionale di San Martino, Napoli

Alfonso fece di Napoli il centro dei suoi possedimenti, e ne fece il centro della cultura dell’epoca. Grazie a una meritevole opera di mecenatismo, Napoli diventa il centro propulsore della cultura italiana dell’epoca e una delle corti più raffinate e aperte alle novità culturali del Rinascimento: Lorenzo Valla, che proprio durante il soggiorno partenopeo denunciò il falso storico della donazione di Costantino, Antonio Beccadelli, detto il Panormita, Giovanni Gioviano Pontano, Pier Candido Decembrio, Gregorio Tifernate, Giovanni Battista Cybo, futuro Papa, Lorenzo Bonincontri, Masuccio Salernitano, Giorgio da Trebisonda, Teodoro Gaza, Costantino Lascaris, Poggio Bracciolini, Giannozzo Manetti, Bartolomeo Fazio, Emanuele Crisolora, Francesco Filelfo sono alla corte di Alfonso.

Alfonso con il suo mecenatismo promosse l'arte del Rinascimento facendo venire a corte numerosi artisti come: il caposcuola valenciano Jaume Baço, il maestro francese Jean Fouquet, Pisanello, Colantonio, Luciano e Francesco Laurana, Domenico Gagini, Paolo Romano, Andrea dell'Aquila, Isaia da Pisa, Novello da San Lucano, Perinetto da Benevento, Mino da Fiesole, Rogier van der Weyden, Cristoforo di Geremia, Leonardo da Besozzo, Perinetto da Benevento, Lluís Dalmau, Jan van Eyck e Guillem Sagrera.

Grazie ad Alfonso, tutti questi artisti ed umanisti favorirono un'età d'oro per l'arte e la letteratura in tutto il Regno.

Sotto il suo patrocinio venne chiamato a Napoli Antonio Beccadelli, detto il Panormita, nel 1458, per fondare un'accademia che fu inizialmente denominata Porticus Antonianus ("Portico di Antonio" in latino), per poi in onore del suo successore mutare nome in Accademia Pontaniana. Essa è considerata una delle primissime Accademie fondate in Europa, la prima del Regno di Napoli e la più antica accademia d'Italia tuttora esistente.[14] Questa amplissima biblioteca fondata dal Panormita oltre a procurare vantaggi al regno fece provenire gloria dalle nazioni estere, le quali gareggiarono per formarne una al pari a quella. [6]

Alcuni anticipano la nascita dell'accademia al 1442, anno in cui Alfonso I d'Aragona, all'indomani dell'investitura a re di Napoli, allestì nella sua casa di Castel Capuano una ricchissima biblioteca pubblica (poi trasferita al Castel Nuovo) dove si riunivano uomini di cultura per discutere di letteratura e filosofia. In suo onore questo sodalizio fu chiamato Accademia Alfonsina. Da questa sarebbe discesa direttamente quella di Antonio Beccadelli, protetto del Re stesso.

Per favorire le lettere e le scienze restaurò le cattedre dell'università di Napoli, dotando ciascuno di esse di un più largo stipendio.[3]

Alfonso aveva inoltre potenziato la sua Cappella Reale che raggruppava cantori ed organisti provenienti dalle più svariate regioni d'Europa.[30]

Il Cancionero de Stúñiga. Manoscritto che raccoglie poesie della corte napoletana di Alfonso V il Magnanimo

Meritevole il suo attivismo edilizio, soprattutto per la ricostruzione dei centri distrutti dal rovinoso terremoto del 1456. Ordinò ad esempio che, essendo crollata la chiesa cattedrale di Napoli, venisse riedificata con l'architettura gotica di Nicola Pisano.[3]

Alfonso riconobbe indubbiamente a Napoli un'importanza primaria rispetto alle altre città del suo regno facendo della città partenopea una vera e propria capitale mediterranea. Rifece Castelnuovo, danneggiato dalle continue guerre, aggiungendovi un mirabile arco di trionfo e diede inizio alla costruzione della superba Gran Sala del Castel nuovo (chiamata in seguito sala dei baroni per la cupa tragedia del 1486 durante la quale alcuni dei più potenti baroni del regno, attirati con un tranello, vi furono uccisi), che era una delle più stupende architetture realizzate in quel periodo in Italia.

Durante il suo governo, Napoli fu il fulcro della Corona d'Aragona, tant'è che ordinò che alla Gran Corte della Vicaria, tribunale della città, attraverso appellazione dovessero portarsi non solo le cause delle province del regno di Napoli e di Sicilia, ma anche di tutti gli altri suoi vastissimi regni,[14] ed eresse anche il tribunale del Sacro Consiglio di Capuana e confermò il tribunale della Sommaria, istituito da Ladislao.[14]

Adornò il Palazzo di tappezzerie ed Arredi ricchissimi e preziosi d'oro e d'argento. Abbellì di molto la capitale: fece ingrandire il Molo grande, ampliò e fortificò il Castel Nuovo con altissime Torri, ampliò il Castel dell'Ovo, fece ampliare l'Arsenale ed eresse un Fondaco reale e molti altri edifici per diversi usi.[14]

Edificò nell'Isola d'Ischia un poderoso castello, il cosiddetto Castello Aragonese e a lui si deve la costruzione della fortezza di Gaeta. Fece disseccare le paludi presso Napoli che producevano gravi malattie in estate, fece lastricate di pietre nere tutte le strade della capitale, fece allargare la Grotta di Pozzuoli, essendo per la bassezza di una profonda oscurità,[14] fabbricò presso il Sebeto una magnifica cavallerizza e per allargare la strada fece demolire il sedile del popolo, esistente nella piazza del Pennino, detta anche della selleria, dove si trova la fontana della Sellaria.[3]

Disseccò le paludi esistenti a San Giovanni a Teduccio e iniziò l'opera di coltivazione degli orti, destinando il lago di Agnano alla macerazione del lino e della canapa. Volle che col disegno di Novello da San Lucano venisse ricostruita la chiesa di San Domenico Maggiore, danneggiata dai terremoti del 1446 e del 1455. Essendo i teatri non istabili, ne aprì due in luoghi fissi al pubblico diletto: il primo lo aprì dove è presente la chiesa di San Giorgio dei Genovesi e il secondo al vico della Lava.[3]

A sua richiesta papa Niccolò V donò ai canonici Lateranesi la basilica di San Pietro ad Aram, un tempo commenda di cardinali e di prelati. Nel 1452, quando papa Niccolò V gli concesse la chiesa di Piedigrotta, egli vi edificò il monastero con il chiostro ricco di colonne di marmo adornate di bizzarri capitelli e nel 1458 lo cedette insieme alla chiesa ai canonici lateranensi. Nel 1447, in rendimento di grazie alla Madonna per essere rimasto pacifico possessore del reame, intitolò a Santa Maria della Pace la chiesa di Campo Vecchio, presso l'Ospedale dell'Annunziata che aveva voluto erigere e la diede in custodia ai frati spagnoli della mercede, intesi a redimere gli schiavi.[3]

La popolazione di Napoli si accrebbe per continue immigrazioni, non esclusa una colonia di ebrei respinti dalla Spagna e dalla Sicilia, fino a raggiungere i 100 000 abitanti alla fine del XV secolo.

Molto dunque deve Napoli e il regno ad Alfonso, il quale mettendo in secondo piano gli altri suoi regni, in questa città pose il suo trono, e all'antica nobiltà normanna, sveva e angioina vi aggiunse altre che portò dalla Spagna, accrescendo il regno di nuove famiglie illustre e la adornò di migliori istituti e nuovi tribunali.[14]

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Alfonso V non ebbe alcun figlio dalla moglie Maria (dei 43 anni di matrimonio, Alfonso ne passò circa 30 in Italia, lontano dalla consorte), ma ebbe tre amanti accertate: Margherita Fernández de Hijar, nobile aragonese, Gueraldona Carlino, e l'Italiana, Ippolita, dalla quale ebbe la figlia naturale Colia (che prima di sposarsi portava il cognome de' Giudici), nata a Troia nel 1430 e morta a Piombino tra il 1473 e il 1475 e sposata a Troia nel 1445 con il Conte Emanuele d'Appiano, Signore di Piombino, ecc., Conte Palatino del Sacro Romano Impero dal 1441, Capitano di Cavalleria per la città di Firenze (nato a Pisa nel 1380 e morto a Piombino nel 1457), da cui il conte Iacopo III d'Appiano d'Aragona (dal 1465 aggregato ufficialmente alla famiglia d'Aragona dal Re Ferdinando I [Ferrante I] di Napoli, fratellastro di sua madre Colia ed autorizzato dallo zio ad aggiungere il cognome e lo stemma d'Aragona a quello dei d'Appiano, già Signori di Pisa dal 1392 al 1399) Signore di Piombino, ecc., Conte Palatino del Sacro Romano Impero (Piombino 1422/23 +1474) sposato nel 1454 a Genova con donna Battistina figlia del doge Giano I Fregoso, Signore di Sarzana, Conte di Minturno, da cui Jacopo IV d'Appiano d'Aragona, Conte Palatino del Sacro Romano Impero, creato nel 1509, dall'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, Principe del Sacro Romano Impero. I signori di Napoli.. Gueraldona Carlino, diede a Re Alfonso tre figli illegittimi,(anche se Ferdinando I [Ferrante I], secondo alcune fonti è attribuito a Margherita):[7][8][9][31]:

Nutrì infine un amore senile per la giovane amalfitana Lucrezia d'Alagno, incontrata nel 1448, che colmò di attenzioni e regali[32] e che avrebbe voluto sposare.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Scudo d'Armi di Alfonso I da un manoscritto del XV secolo
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro
«Investito da Filippo III di Borgogna»
— 1445
Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera
«Investito da Enrico VI d'Inghilterra»
— 1450
Cavaliere dell'Ordine del Drago - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine del Drago

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Enrico II di Castiglia Alfonso XI di Castiglia  
 
Eleonora di Guzmán  
Giovanni I di Castiglia  
Giovanna Manuele Giovanni Manuele  
 
Bianca de La Cerda y Lara  
Ferdinando I di Aragona  
Pietro IV di Aragona Alfonso IV di Aragona  
 
Teresa di Entenza  
Eleonora d'Aragona  
Eleonora di Sicilia Pietro II di Sicilia  
 
Elisabetta di Carinzia  
Alfonso V d'Aragona  
Alfonso XI di Castiglia Ferdinando IV di Castiglia  
 
Costanza del Portogallo  
Sancho Alfonso d'Alburquerque  
Eleonora di Guzmán Pietro Núñez di Guzmán  
 
Giovanna Ponzia di Lèon  
Eleonora d'Alburquerque  
Pietro I del Portogallo Alfonso IV del Portogallo  
 
Beatrice di Castiglia  
Beatrice del Portogallo  
Inés de Castro Pedro Fernández de Castro  
 
Aldonza Lorenzo de Valladares  
 
Re d'Aragona
Casa di Trastámara
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Ferdinando I
Alfonso V
Figli
Giovanni II
Ferdinando II

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riconosciuto da papa Eugenio IV nel giugno 1443.
  2. ^ Antonio De Capmany y de Montpalau, De los reyes de Aragón. Casa de Castilla, in Blas Roman (a cura di), Compendio cronológico-histórico de los soberanos de Europa. Primera Parte., 1792, p. 413. URL consultato il 18 agosto 2009.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab Nicolò Morelli, Vite de Re di Napoli, con lo stato delle scienze, delle arti, della navigazione, del commercio e degli spettacoli sotto ciascun sovrano: Volumi 1-2, Napoli, G. Nobile, 1849.
  4. ^ Morelli, p. 171.
  5. ^ Citato in Tobia Cornacchioli, Nobili, borghesi e intellettuali nella Cosenza del Quattrocento, L'academia parrasiana e l'Umanesimo cosentino, Edizioni Periferia, Cosenza, stampa 1990, p. 65.
  6. ^ a b c d e f g h i j k l m Nicolò Morelli, Biografia de Re Di Napoli: Ornata de Loro Rispettivi Ritratti, Volume 10, Napoli, N. Gervasi, 1825.
  7. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac (EN) ARAGON KINGS, su FMG.ac, 3 febbraio 2020. URL consultato il 2 giugno 2020 (archiviato il 1º dicembre 2017).
  8. ^ a b (EN) Ivrea 8, su Genealogy.EuWeb.cz. URL consultato il 2 giugno 2020 (archiviato l'11 febbraio 2021).
  9. ^ a b (EN) Pedigree: Leonora de ARAGON, su FabPedigree.com. URL consultato il 2 giugno 2020 (archiviato il 21 maggio 2019).
  10. ^ (DE) Ferdinand I. der Gerechte König von Aragon (1412-1416), su Mittelalter-Genealogie.de. URL consultato il 2 giugno 2020 (archiviato dall'url originale il 9 agosto 2004).
  11. ^ a b Il Gran Re: Alfonso il Magnanimo, sovrano di Napoli (1)
  12. ^ a b alfonso il magnanimo
  13. ^ a b ALFONSO d'ARAGONA " il magnanimo " – Cose di Napoli
  14. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak al am an ao ap aq ar as at au av aw ax ay az ba bb bc bd be bf bg bh bi bj bk bl bm bn bo bp bq br bs bt bu bv bw bx by bz ca cb cc cd ce cf cg ch ci cj ck cl cm cn co cp cq cr cs ct cu cv cw cx cy cz da db Bastian Biancardi, Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza, Napoli, F. Pitteri, 1737.
  15. ^ On This Day: Alfonso V of Aragon
  16. ^ Alfònso V (re di Aragona) | Sapere.it
  17. ^ Alfonso V king of Aragon and Naples
  18. ^ L'avventura di Renato d'Angiò sul trono di Napoli, su historiaregni.it. URL consultato il 10 agosto 2019 (archiviato il 24 settembre 2020).
  19. ^ Alfonso d'Aragona salvato dai giuglianesi, su historiaregni.it (archiviato il 24 settembre 2020).
  20. ^ Giovanni Berardi, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  21. ^ B.Facio De rebus gestis ab Alphonso Primo Neapolitanorum rege
  22. ^ Delogu P., Gillou A., Ortalli G., Storia d'Italia a cura di Galasso G, vol I, pp. 301-316,
  23. ^ Marino J.A., L'economia pastorale nel Regno di Napoli, Napoli 1992
  24. ^ Franciosa L., La transumanza nell'Appennino Meridionale, Napoli 1992
  25. ^ ... si mostrò pronto a ingerirsi nei ricorrenti contrasti della Repubblica e favorire la fazione disposta a sottomettersi e comunque a cedergli importanti basi strategiche sulla costa ligure ed in Corsica, G.Caridi, Alfonso il Magnanimo, Salerno Ed., 2019, pag.305
  26. ^ Gasparro Fuscolillo, Cronaca de li antiqui ri
  27. ^ Copia archiviata, su ilmattino.it. URL consultato il 4 marzo 2021 (archiviato il 29 novembre 2018).
  28. ^ Alberto Montaner, «La problemática del número de elementos en las armerías medievales: diseño frente a representación» Archiviato il 13 ottobre 2014 in Internet Archive., Miguel Metelo de Seixas y Maria de Lurdes Rosa (coord.), Estudos de Heráldica Medieval, Lisboa, Instituto de Estudos Medievais; Centro Lusíada de Estudos Genealógicos e Heráldicos, 2012, pp. 125-142; cfr. specialmente p. 130, fig. 2. ISBN 978-989-97066-5-1
  29. ^ https://books.google.it/books?id=Y_ohEAAAQBAJ&pg=PT189&lpg=PT189&dq=bernardino+da+siena+canonizzazione+alfonso+v+d%27aragona&source=bl&ots=YoyKfC4Tpf&sig=ACfU3U31wSqaRr6Hd0owOuWhQlFcXhTYWQ&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjTx_z6w6jxAhVSwAIHHWuaBzIQ6AEwDnoECA0QAg#v=onepage&q=bernardino%20da%20siena%20canonizzazione%20alfonso%20v%20d'aragona&f=false
  30. ^ Copia archiviata, su suono.it. URL consultato il 3 maggio 2021 (archiviato il 4 maggio 2021).
  31. ^ (DE) Alfonso V d'Aragona genealogie mittelalter Archiviato il 9 agosto 2004 in Internet Archive.
  32. ^ G. Caridi, Alfonso il Magnanimo, Salerno Ed., p. 281.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Joseph Calmette, Il regno di Carlo VIII e la fine della guerra dei cent'anni in Francia, in Storia del mondo medievale, vol. VII, 1999, pp. 611–656.
  • Edward Armstrong, Il papato e Napoli nel XV secolo, in Storia del mondo medievale, vol. VII, 1999, pp. 696–751.
  • Cecilia Mary Ady, Firenze e l'Italia settentrionale, 1412-1492, in Storia del mondo medievale, vol. VII, 1999, pp. 752–791.
  • Giorgio Sfranze, Paleologo Grandezza e caduta di Bisanzio, Sellerio, Palermo 2008, ISBN 88-389-2226-8.
  • Ernesto Pontieri, Alfonso il Magnanimo re di Napoli: 1435-1458, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1975.
  • Alan Ryder, Alfonso the Magnanimous, King of Aragon, Naples and Sicily, 1396-1458, Clarendon, Oxford, 1990.
  • Giuseppe Caridi, Alfonso il Magnanimo, Salerno editrice, Roma, 2019.
  • Jerry H. Bentley, Politica e cultura nella Napoli rinascimentale, Guida, Napoli, 1995 (ed. or. Princeton Univ. Press, Princeton 1987).
  • Fulvio Delle Donne, Alfonso il Magnanimo e l’invenzione dell’Umanesimo monarchico. Ideologia e strategie di legittimazione alla corte aragonese di Napoli, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 2015.
  • L'immagine di Alfonso il Magnanimo / La imatge d'Alfons el Magnanim. A cura di Fulvio Delle Donne e Jaume Torró Torrent, SISMEL, Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2016.
  • d'Appiano D'Aragona, parte 1, Libro d'Oro della Nobiltà Mediterranea,nota (www.genmarenostrum.com)
  • Sebastiano Biancardi detto Domenico Lalli, Le vite de' Re di Napoli. Raccolte succintamente con ogni accuratezza e distese per ordine Cronologico, Napoli, 1737.
  • Antonio De Capmany y de Montpalau, De los reyes de Aragón. Casa de Castilla, in Blas Roman (a cura di), Compendio cronológico-histórico de los soberanos de Europa. Primera Parte., 1792, p. 413. URL consultato il 18 agosto 2009.
  • Nicolò Morelli, Biografia de Re Di Napoli: Ornata de Loro Rispettivi Ritratti, Volume 10, Napoli, N. Gervasi, 1825.
  • Nicolò Morelli, Vite de Re di Napoli, con lo stato delle scienze, delle arti, della navigazione, del commercio e degli spettacoli sotto ciascun sovrano: Volumi 1-2, Napoli, G. Nobile, 1849.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Predecessore Re di Aragona, Valencia,
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Ferdinando I 1416-1458 Giovanni II
Predecessore Re di Napoli Successore Coat of Arms of Ferdinand I of Naples.svg
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