Alfonso II di Napoli

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Alfonso II di Napoli
Alfonso ii di napoli nell'adorazione dei magi.jpg
Alfonso II d'Aragona raffigurato come uno dei Re magi nell'Adorazione dei Magi di Marco Cardisco, Museo civico di Castel Nuovo, Napoli
Re di Napoli
Stemma
In carica 25 gennaio 1494 –
23 gennaio 1495
Predecessore Ferdinando I
Successore Ferdinando II
Signore di Siena
In carica 12 Giugno 1480 –
17 Giugno 1482[1]
Predecessore Governo dei Priori
Successore Governo dei Priori
Nascita Napoli, 4 novembre 1448
Morte Messina, 18 dicembre 1495
Luogo di sepoltura Cattedrale di Santa Maria Assunta, Messina[2]
Casa reale Trastámara-Napoli
Padre Ferdinando
Madre Isabella di Clermont
Consorte Ippolita Maria Sforza
Figli legittimi:
Ferdinando
Isabella
Pietro
illegittimi:
Sancha
Alfonso
Religione Cattolicesimo
Motto non son tales ache las d'amor[3][4]

Alfonso II d'Aragona, detto Il Guercio[5] (Napoli, 4 novembre 1448Messina, 18 dicembre 1495), fu Duca di Calabria dal 1458 al 1494 e poi Re di Napoli per circa un anno, dal 25 gennaio 1494 al 23 gennaio 1495. Fu inoltre Signore di Siena dal 1480 al 1482[1].

Alfonso di Trastámara
Andrea guacialotti, medaglia di alfonso d'aragona, duca di calabria, 1481.JPG
Medaglia di Alfonso II di Napoli in armatura, Andrea Guacialoti, 1481, National Gallery of Art, Washington
Soprannome"Il Guercio"
NascitaNapoli, 1448
MorteMessina, 1495
Cause della mortemorte naturale
Luogo di sepolturaDuomo di Messina
ReligioneCattolicesimo
Dati militari
Paese servitoBandera de Nápoles - Trastámara.svg Regno di Napoli
Flag of the Papal States (pre 1808).svg Stato Pontificio
Forza armata
Anni di servizio36 (1459-1495)
Grado
Guerre
CampagneCongiura dei Baroni
Battaglie
Comandante di
Decorazioni
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Considerato un gran Capitano e uno dei più valorosi e animosi condottieri del suo secolo, nel 1480 Alfonso comandò le armate napoletane in Toscana nel 1478-79, contro l'Impero ottomano in Puglia nel 1480-81, contro la Repubblica di Venezia nel 1484 e represse con successo la congiura dei baroni nel 1485.

Principe colto, Alfonso partecipò attivamente alla cultura rinascimentale, incarnando l'ideale del principe umanista e fu protettore degli studi e degli artisti, molti dei quali, come il Sangallo, Giuliano e Benedetto da Maiano e Francesco di Giorgio Martini, utilizzò nelle numerose opere edilizie che innalzò a Napoli dal 1479 in poi.[6] Fu patrono dell'architettura e dell'arte rinascimentale, nonché uno dei principali mecenati del Rinascimento italiano e il suo contributo duraturo alla cultura europea fu l'esempio dato alle sue Delizie Alfonsine come Villa La Duchesca e in particolare la Villa di Poggioreale appena fuori Napoli, che affascinò Carlo VIII di Francia durante il suo breve soggiorno a Napoli nel febbraio-giugno 1495, che fu ispirato all'emulazione del "paradiso terrestre".[7]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gioventù[modifica | modifica wikitesto]

San Vincenzo Ferrer e sue storie, Colantonio, 1456-65 circa, Museo nazionale di Capodimonte. Presunto ritratto di Alfonso (il bambino a destra) vicino alla madre Isabella di Chiaromonte

Nato a Napoli, era il primogenito di Ferrante d'Aragona e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto), fu cugino di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata. Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferrante divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito Duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti.

Educazione[modifica | modifica wikitesto]

Alfonso fu educato nella corte umanistica di suo padre. Suoi tutori furono prima il Panormita e poi l'umanista Giovanni Pontano tra il 1468 e il 1475, il cui De principe descrive le virtù e il modus vivendi propri di un principe; l'opera prese la forma di lettera di consulenza al ventenne Alfonso, allora Duca di Calabria. Pontano gli dedicò un ulteriore trattato sul coraggio per l'audacia dimostrata da Alfonso nel 1481, dopo la sua vittoria sull'invasione ottomana di Otranto e gli rimase vicino come suo segretario personale fino all'abdicazione di Alfonso.

Matrimonio[modifica | modifica wikitesto]

Quando, nel 1465, sua madre Isabella di Clermont morì, Alfonso ereditò i suoi possedimenti feudali, compreso il diritto al trono di Gerusalemme. Nel settembre dello stesso anno 1465 il Duca di Calabria sposò a Napoli in una cerimonia fastosa Ippolita Maria Sforza, figlia di Francesco Sforza (il matrimonio per procura si era svolto a Milano nella primavera precedente).

Carriera militare[modifica | modifica wikitesto]

Non ancora quattordicenne, al tempo della prima rivolta baronale Alfonso fu mandato dal padre sotto la protezione di Luca Sanseverino a sottomettere la Calabria, dimostrando già ottime qualità militari e propensione alla guerra. Quella di iniziare precocemente i propri figli alle armi fu poi pratica costante degli Aragona, trovandosi quasi costantemente minacciati e in guerra, tanto che sia Ferrandino sia Pietro, figli di Alfonso, riceveranno la nomina di luogotenente generale del Regno e saranno mandati a combattere alla medesima età di 14 anni.

Nel 1467, meno che ventenne, Alfonso intervenne contro Venezia in aiuto di Firenze e del Duca di Milano, entrambi alleati di re Ferrante, acquistando fama di ottimo capitano. Giunto presso Rimini l'esercito napoletano guidato da lui, le schiere nemiche si dierono alla fuga all'istante.[8] Si unì poi con il generale dei Fiorentini Federico da Montefeltro; e ingaggiata battaglia contro l'esercito Veneziano guidato da Bartolomeo Colleoni a Molinella, Alfonso combatté virilmente, uscendone con lode.[9]

Nel giugno-luglio 1477, come vicario generale del re, si recò a Barcellona per rilevarvi la figlia del Re d'Aragona, Giovanna, destinata come seconda moglie al vedovo Ferrante. Alla matrigna Giovanna e alla sorellastra dello stesso nome, nata dal secondo matrimonio del padre, Alfonso fu sempre particolarmente legato, e nei loro confronti si espresse con accorata tenerezza nel suo testamento.[6]

Congiura dei Pazzi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Congiura dei Pazzi.
Francesco d'Andrea e Giovanni Ghini di Cristofano, Vittoria dei senesi sui fiorentini al Poggio Imperiale di Poggibonsi (Sala del mappamondo, Palazzo Pubblico di Siena)

A seguito della congiura dei Pazzi, il Regno di Napoli e la Chiesa mossero guerra a Firenze: Alfonso venne nominato capitano dell'esercito e gonfaloniere della Santa Romana Chiesa e insieme a Federico di Urbino, i primi giorni del mese di luglio, giunsero ai confini della repubblica di Firenze presso Montepulciano, dove il 7 luglio Alfonso mandò un emissario a Firenze che recava un breve del Papa. Con esso notificava ai Fiorentini che non potendo più tollerare le ingiurie che da Lorenzo de' Medici in diversi tempi erano state fatte alla Sede Apostolica si trovava costretto a prendere le armi contro di lui, affinché, liberata la città di Firenze da tale tiranno, potesse egli volgersi, con l'aiuto di tutti i principi e delle repubbliche dei cristiani all'impresa contro i Turchi, confortava poi la Repubblica a considerare diligentemente quello che si metteva a fare e concluse dicendo che una volta fosse stato cacciato Lorenzo, avrebbe restituito alla Repubblica di Firenze l'antica amicizia.[10]

Alfonso e Federico, entrati nel Chianti assediarono e presero Castellina, Radda, Brolio, Chianciano, Sansavino (1478).[11]

Alfonso, partito per andare con l'esercito a Colle di Val d'Elsa, si accampò presso Poggio Imperiale, dove si trovava l'esercito fiorentino, che Alfonso attaccò e batté, prese poi d'assalto il castello e lo conquistò. Ebbe come suoi prigionieri il fratello del Duca di Ferrara, il fratello del Montone, il Signore di Mirandola, Niccolò da Correggio, il Signore di Carpi, un fratello del Marchese del Monferrato, un appartenente ai Degli Oddi di Perugia ed infine Costanzo Sforza da Pesaro che aveva lasciato l'esercito di Re Ferrante per andare a servire i Fiorentini. I fuggitivi si ridussero a Poggibonsi e i prigionieri furono condotti a Siena con tutte le spoglie tolte al nemico. Inseguendo poi l'esercito nemico per la Valdelsa, sconfitto Matteo di Capua, Alfonso prese Certaldo e lo saccheggiò perché quei terrazzani avevano ammazzato 50 dei suoi soldati. Venne in potere di Alfonso anche Poggibonsi, dove sconfisse Ercole I d'Este, e Colle Val d'Elsa, della quale terra prese possesso unitamentea Borghese Borghesi commissario della repubblica senese in nome della lega anti-fiorentina.

Dopo aver conquistato Colle di Val d'Elsa, Alfonso costrinse Lorenzo de' Medici a venire a patti con il Re di Napoli e per chiedere la pace dovette recarsi personalmente a Napoli.[11]

I Fiorentini erano stanchi di quella guerra ad essi sfortunata, per cui domandarono una tregua di tre mesi, che fu concessa. In quel tempo il Duca di Calabria e quello di Urbino, il 20 febbraio 1479 si ridussero a Siena dopo aver ripartito le truppe nei respettivi alloggiamenti assegmategli nel dominio della Repubblica. contemporaneamente passava per Siena diretto per Roma e Napoli un Ambasciatore di Luigi XI, il quale presentatosi alla signoria parlò di pace e gli fu risposto che in tal proposito non si poteva risolvere nulla senza il consenso dei confederati. Quando l'ambasciatore giunse a Napoli, Ferrante non disprezzò le pacifiche proposte, ma fece intendere all'inviato francese che era necessario che i Fiorentini, promotori di quella guerra, accomodassero le controversie insorte fra essi ed il Papa e che si facessero assolvere dalle scomuniche in cui erano incorsi.[1]

In inverno, durante la tregua, i Fregoso, con un'agressione improvvisa si impadronirono di Sarzana, all'epoca parte della Repubblica di Firenze, la quale richiamò Alfonso, e questi, sebbene riconoscesse violata la tregua, vietava ai Fiorentini di muovere le armate per recuperare quella città.

Per tutto ciò essi erano molto timorosi, infatti si era diffusa la voce che Alfonso, che si trovava a Siena, nascondeva poco la speranza di farsi signore di tutta la Toscana.[10]

Mentre a Napoli Lorenzo e Ferrante patteggiavano, l'esercito di Alfonso e del duca di Urbino occupò tutto il dominio senese. Infatti Alfonso, accostandosi a quelli che facevano parte dell'ordine dei Nove, con essi discuteva sul modo di pervenire al dominio della città: il richiamo dei fuorusciti che supportavano il partito regio, esiliati nel 1456, venne proposto come espediente per condurre a questo fine.

Andrea di Nanni Piccolomini, che supportava Alfonso, convocò l'ordine dei Nove, a cui si erano uniti alcuni dell'ordine dei Popolari, e insieme stabilirono il modo affinché fossero esiliati otto o dieci cittadini dell'ordine dei Riformatori, dai quali temevano una maggiore opposizione, ma anche a questo compenso non potevano giungere attraverso la diplomazia e quindi stabilirono di ottenere l'esilio dei Riformatori con la forza.

Ritratto d'uomo, 1490, Domenico Ghirlandaio, Huntington Library, San Marino. Presunto ritratto di Alfonso come duca di Calabria

Il consiglio dei Riformatori, informato di queste occulte trame nominò una balìa di quindici cittadini, con l'autorità di punire chiunque tentasse di alterare l'ordine stabilito e la quiete della città; ma questa precauzione non fu una sufficiente tutela contro la violenza, poiché la mattina del 12 giugno 1480, di buon ora, si armarono quelli dell'ordine dei Nove e del Popolo e con l'aiuto delle genti d'arme di Alfonso si impadronirono della piazza, invaso poi il palazzo, obbligarono la signoria ad adunare il consiglio, e i congiurati, posti a guardia dll'ingresso, facevano sì che entrassero quelli del loro partito e respingevano quelli di partiti contrari. Riuniti in questo modo 143 cittadini, il capitano del popolo, che era Jacomo Piccolomini, propose che fossero esclusi dal governo della città tutti quelli del l'ordine o monte dei Riformatori. La mozione fu sostenuta da Borghese Borghesi, che in un lungo discorso enumerò i delitti cui si erano resi colpevoli amministrando la Repubblica e infine questo partito impose che i Riformatori e i loro discendenti fossero perpetuamente alienati dal governo e presentò una lista di venti cittadini già scelti precedentemente dell'ordine dei Nove e del Popolo, i quali, eletti ed approvati, avrebbero dovuto avere autorità quanto il consiglio del Popolo e quello della Campana. Il trionfo di questo partito era già assicurato e perciò i nuovi eletti all'istante si congregarono, e accettando l'ufficio, si trovarono al potere. Una tale rivoluzione, comsumata senza effusione di sangue, destò in città dei malumori, infatti si udivano un contrasto di opinioni in mezzo al quale traluceva la verità. Alfonso, che aveva occultamente diretto quella trama, non volle trovarsi a Siena quel giorno in cui la cospirazione doveva consumarsi, infatti, forse non ignorò quello che era accaduto qui in altri tempi a Carlo IV, e volle schivare il pericolo.

I Riformatori avevano tenuto il governo della Repubblica per settantasette anni e avevano soppiantato l'Ordine dei Dodici. Ora l'ordine dei Nove, scacciati dal potere tornavano a riassumerlo, e così, passando di fazione in fazione si riaccendevano a ciascuna rivoluzione gli antichi odi, le persecuzioni e si compivano vendette individuali. Alfonso, che era andato a Buonconvento, dove aveva il grosso del suo esercito, quando seppe dell'accaduto tornò a Siena, lusingandosi di ottenere il dominio della città da coloro che si erano impadroniti del governo, infatti il suo ingresso fu trionfale e gli andarono incontro la signoria ed i magistrati. Alfonso poi distribuì onorificenze a coloro che gli si erano mostrati amici. I deputati di balìa vollero riformare il loro partito chiamando all'esercizio delle magistrature 50 del monte dei Nove, 50 di quello del Popolo e 50 di quello dei Gentiluomini fra quelli che non avevano mai risieduto in carica, e di questi venne fatto un nuovo ordine col titolo di monte degli Aggregati. Così le divisioni andavano aumentandosi, poiché ogni ordine portava avanti i propri interessi, dritti e privilegi eslcusivi da difendere. Furono chiamati in patria i fuorusciti del partito regio esiliati nel 1456 ed i figli di coloro che erano stati decapitati, furono riammessi agli onori e ai diritti della cittadinanza, ascrivendoli al nuovo monte degli Aggregati e poi col fine di tutelare la quiete interna della città rilegarono per dieci giorni nelle loro rispettive abitazioni quelli dell'ordine dei Riformatori che oltrepassavano i 15 anni d'età e 25 individui di quell'ordine furono confinati nel Regno di Napoli. Cacciati questi da Siena e compiute le vendette di fazione, Alfonso governò senza limiti, poiché i magistrati erano pienamente schiavi dei suoi voleri.

La Repubblica di Firenze si allarmò di queste novità poiché negli avvenimenti di Siena vedeva l'esecuzione di un piano ambizioso che tendeva alla conquista di tutta la Toscana, e a maggior ragione, le altre potenze italiane non erano in grado allora di opporvisi. Ma a causa dell'invasione dei Turchi ad Otranto, Ferrante fu costretto a richiamare l'esercito con Alfonso per la difesa del Regno. Infatti il 7 Agosto 1480 Alfonso partì da Siena lasciando in grande apprensione tutti coloro che lo avevano favorito, e avevano ragione, poiché quell'accidente imprevisto tolse al Duca di Calabria la supremazia sulla Toscana e preparò delle reazioni che dovranno essere fatali ai suoi fautori. Un gentiluomo napoletano, Princivalle de Gennaro, fu lasciato a Siena perché avesse cura dei castelli e delle fortezze che durante la guerra, Alfonso aveva tolto ai Fiorentini.[1]

Guerra di Otranto (1480-1481)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Otranto.

Il pericolo turco e la strage di Otranto costrinsero quindi il Duca di Calabria a rientrare nel Regno; giunto a Napoli il 10 settembre del 1480, raccolse un'armata di 80 galere con alcuni vascelli e ne diede il comando a Galeazzo Caracciolo, il quale giunto con l'armata nello stretto di Otranto spaventò molto l'esercito nemico. Poco dopo lo raggiunse lo stesso Duca di Calabria, accompagnato da un gran numero di baroni napoletani.

I turchi, dopo molte battaglie, furono finalmente costretti a ritirarsi dentro Otranto, dove per molto tempo si difesero. La morte di Maometto II e la discordia nata tra due suoi figli, Zizim e Bayezid, ciascuno dei quali pretendeva l'impero, spinsero Ariadeno, luogotenente del comandante della spedizione contro Napoli Gedik che era stato richiamato da Maometto II, a comprendere che il soccorso che aspettava sarebbe giunto molto tardi, decise quindi di arrendersi ad Alfonso e, dopo aver stretto le trattative di pace, si imbarcò con le truppe e si incamminò per Costantinopoli.

Il giovane Alfonso, entusiasta del successo dell'impresa, dopo aver licenziato i soldati ungheresi, il 25 ottobre 1481, rientrò trionfalmente a Napoli, dove venne acclamato dal popolo e dove trovò i soccorsi che erano venuti dal Portogallo e dalla Spagna, che fece rimandare indietro.

Entrata trionfale di Alfonso a Napoli, Andrea Guacialoti, 1481, National Gallery of Art, Washington

Le ossa degli ottocento eroici Martiri di Otranto che erano stati uccisi dagli Ottomani perché non vollero rinnegare la religione cattolica per convertirsi all'Islam vennero poi fatte seppellire da Alfonso con tutti gli onori, alcune delle quali nella Chiesa di Santa Maria Maddalena, trasferite poi nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove si venerano come reliquie di Martiri.[12][13]

Dopo la guerra di Otranto Alfonso ricostruì il castello della città e nel 1485, in quanto erede al trono di Napoli, trasformò in un castello il torrione che Ferrante, nel 1481, durante il conflitto ottomano aveva costruito a Brindisi, con: la costruzione di un grande antemurale con due bastioni, uno di forma triangolare all’angolo nordest, di tipo casamattato, detto magazzino delle polveri, e l’altro di forma circolare a ovest, a terrapieno, detto di san Filippo, collegati tra loro da un cammino di guardia che racchiudeva al proprio interno la piazza d'armi. Così nacque il superbo castello Aragonese di Brindisi, detto anche Alfonsino in suo onore, che i turchi denominarono “castello rosso” dal colore che a certe ore sembrava assumere la pietra di carparo con cui era stato fabbricato.[14]

Guerra di Ferrara (1482-1484)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Ferrara (1482-1484).

Scoppiata la guerra di Ferrara, l'esercito napoletano guidato da Alfonso invase lo Stato Pontificio, alleato dei Veneziani contro Ercole I d'Este.

Alfonso si volse a travagliare le terre della Chiesa e dopo aver occupato Terracina, Trevi e altre terre, assediò col favore dei Colonna e dei Savelli la stessa città di Roma; ma Virginio Orsini conte di Tagliacozzo e di Albe, vedendo che Roma stava alle strette, volendosi mostrare religioso e amorevole verso lo Stato Pontificio, Lasciò in questa impresa al soldo del Duca di Calabria e coraggiosamente si pose a difendere la città.

Intanto Roberto Malatesta da Rimini, capitano dei Veneziani, andò a soccorrere il papa Sisto IV e il Duca di Calabria si ritirò a Velletri, dove fu forzato ad andare in un luogo chiamato Campomorto e dove il 21 agosto 1482 venne ingaggiata battaglia, la quale fu molto sanguinaria e per sette ore non si poteva scorgere di chi fosse la vittoria, però alla fine vinsero i capitani di papa Sisto e l'esercito del duca fu sconfitto. Alfonso riuscì a scampare miracolosamente grazie a quattrocento giannizzeri, che rimasti nella Terra d'Otranto sotto di lui militavano, i quali con grande virtù, lo portavano al sicuro fino alle mura di Nettuno; fu poi costretto a fuggire per andare a Napoli per non vedersi tagliata da Terracina la via del ritorno nel Regno. Restarono in potere del nemico i principali uomini d'arme del suo esercito, che entrando prigionieri a Roma ornarono il trionfo del vincitore.

Quando il Duca di Calabria e Ferrante si trovarono nel più grande pericolo che fossero mai stati, avvenne poco doppo la vittoria la morte di Roberto Malatesta e il Papa trovandosi senza capitano e perciò non potendo più continuare la guerra, nel Natale del 1482 chiese la pace, e lasciando l'alleanza con i Veneziani si accostò al re, consentendo di far passare nei suoi territori il Duca di Calabria, che con duemila cavalli andò alla difesa di Ferrara.[15]

Nominato nel gennaio 1483 capitano generale della Lega contro i Veneziani, Alfonso, guidando l'esercito della lega, nel marzo dello stesso anno li sconfisse a Massafiscaglia.

Non potendo fronteggiare da soli le forze della lega, i veneziani chiesero aiuto al Duca di Lorena (pretendente al trono di Napoli in virtù dei suoi legami con gli Angioini), nominandolo generale di uno dei due eserciti, essendo l'altro guidato da Roberto Sanseverino. Il primo fu inviato di nuovo nel ferrarese, il secondo nel bresciano. Alfonso riuscì a sconfiggere i veneziani a Bondeno. In seguito alla sconfitta, Galeazzo Sanseverino, figlio di Roberto, si mise al servizio dei milanesi, il primogenito Giovanni Francesco degli aragonesi e Sisto IV emise un interdetto contro i veneziani.

Alfonso si incontrò a Cremona con Ludovico il Moro e altri rappresentanti della lega e deliberarono di contrattaccare subito i veneziani. Il 22 luglio Alfonso radunò a Monza l'esercito della lega, forte di 5 000 fanti e 6 000 cavalieri e il Sanseverino, rendendosi conto che l'operazione era ormai fallita, il giorno successivo si ritirò nella bergamasca. Il 27 luglio Alfonso attraversò l'Adda a Cassano, quindi passò il Fosso Bergamasco invadendo il territorio veneziano e catturando in pochi giorni diversi castelli alla cui difesa fu lasciato Alberto Visconti con 300 fanti e 400 cavalieri.

L'8 agosto Alfonso passò l'Oglio, entrando nel bresciano e incontrandosi con Girolamo Riario e il cardinale di Mantova. All'inizio di settembre Alfonso passò il Mincio con 12 000 cavalieri, 5 000 fanti e 400 balestrieri e saccheggiò le campagne veronesi; poi il 27 settembre assediò Asola, che cadde dopo otto giorni e venne ceduta a Federico Gonzaga. I veneziani nel frattempo erano molestati nell'Adriatico da una flotta di galee pontificie e aragonesi e subirono la defezione dei genovesi e del duca di Lorena. Per cercare di contenere l'avanzata dell'esercito della lega i veneziani inviarono 4 000 cavalieri e 2 000 fanti al comando di Roberto Sanseverino. Malgrado i ripetuti successi, nessuno degli eserciti della lega sfruttò la debolezza veneziana per infliggere un colpo decisivo; infatti il Moro, dopo aver catturato Romano, tornò a Milano, mentre Alfonso, dopo aver catturato Asola, si diresse verso Ferrara e poi in novembre a Cremona.[16][17]

Il 25 aprile 1484 Alfonso marciò verso Cremona, seguito dieci giorni dopo dal Moro. In giugno le truppe milanesi e aragonesi si unirono a quelle mantovane e ferraresi, formando un esercito di 6 600 fanti e 13.400 cavalieri che invase il bresciano, mentre i brianzoli invadevano e saccheggiavano ancora una volta la Valle San Martino. I veneziani opposero alla lega un esercito di 5 000 fanti e 6 000 cavalieri al comando di Roberto Sanseverino. Il 15 luglio morì Federico I Gonzaga e il marchesato di Mantova passò a Francesco II Gonzaga. La morte del Gonzaga creò dissidi tra Alfonso, che voleva che il mantovano passasse al marito di sua sorella, e il Moro, che agognava al possesso di Mantova, riteneva ingiusto che nell'eventualità della caduta di Verona questa passasse al Gonzaga e a cui la guerra in favore di Ercole d'Este era costata una gran somma di denaro. I veneziani sfruttarono le divisioni, convincendo il Moro a porre fine alle ostilità in cambio di una certa somma di denaro a patto che il Polesine restasse in mano loro.[18]

Alfonso alla fine ebbe la meglio su Roberto di San Severino giungendo fino alle porte di Verona. Costretta Venezia alla pace (7 agosto 1484), poté ritornare nel regno di Napoli.

Dopo la pace con i Veneziani costrinse la flotta veneta a lasciare le spiagge della Calabria e tolto l'assedio a Taranto, Gallipoli, Nardò e Monopoli, città di commerci, con il libero traffico commerciale tornarono alla floridezza originaria.[8]

Congiura dei Baroni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Congiura dei baroni.
Litografia raffigurante Alfonso II

Ferrante per il grande affetto che portava al duca don Alfonso, per la sua vecchiaia e per l'amore e le carezze della novella sposa, si era avvilito tra i bassi affetti, e visto che si fidava molto del valore del duca gli cedette quasi tutte le redini del governo.

Il comportamento del duca di Calabria in questi anni è noto, teso com'era a rafforzare l'autoritarismo dello stato. Alfonso disprezzata i baroni, infatti era solito sempre dire ai suoi confidenti che se i baroni non avevano saputo soccorrere il loro re in grave bisogno durante la guerra di Otranto, lui voleva insegnargli come i sudditi devono comportarsi con il loro sovrano, assicurandogli che opprimendo i baroni avrebbe favorito il popolo da loro sfruttato; e per spargere la voce della sua opposizione, Alfonso decise di porre sull'elmo una scopa per cimiero e nella sella del cavallo alcune tenaglie, dimostrando di volerli annientare. Tutto ciò, unito al governo centralista di Ferrante e alla crudeltà di Alfonso verso i baroni, portò nel 1485 ad un secondo tentativo di rivolta, infatti, i baroni, che avevano concepito un grande odio verso Alfonso, atterriti da queste minacce, cominciarono a pensare al modo in cui potersene liberare.

I capi e gli autori di questa Congiura furono Francesco Coppola conte di Sarno e Antonello Petrucci segretario del Re. Le tante ricchezze e i tanti straordinari favori che il Re faceva a questi due personaggi li fecero entrare nell'odio e nell'invidia di molti, soprattutto del Duca di Calabria, il quale non poteva contenersi nel dire in pubblico che suo padre per arricchirli aveva impoverito sé stesso

Alfonso, avendo scoperto la congiura, si impadronì all'improvviso della Contea di Nola e conquistò Nola, incarcerando i due figli e la moglie del Conte, conducendoli poi nelle prigioni del Castel Nuovo a Napoli. Quando gli altri congiurati seppero quello che aveva fatto Alfonso, temendo che facesse lo stesso con i loro feudi, cominciarono apertamente ad armarsi e a rivoltarsi. In un attimo il Regno si trovò tutto sottosopra: strade rotte, niente commerci, tribunali chiusi e ogni luogo pieno di confusione.

Alfonso venne poi mandato da Ferrante ad invadere lo Stato Pontificio, a causa di Papa Innocenzo VIII che supportava i baroni ostili a Ferrante. Alfonso, prima di entrare in guerra contro lo Stato Pontificio, dichiarò che andava non per offendere la Santa Sede, ma solo per difendersi e liberare il regno dalle insidie dei ribelli e dichiarò che era e sempre sarebbe stato un ubbidente figlio del Pontefice e della Sede Apostolica.[12][19]

Alfonso, dopo aver combattuto molte battaglie, riuscì ad arrivare fino alle porte di Roma, cingendola d'assedio e spingendo, dopo tre mesi il Papa a stringere un trattato di pace con Ferrante.

Rientrato nei confini del regno, sottomise L'Aquila, gli Abruzzi, le Puglie e la Basilicata, occupò Salerno e tornò nella capitale il 27 dicembre dello stesso anno con grande pompa, facendosi precedere da "tutti li baroni e signori ribelli" e, come narra un cronista, da "uno negro chiamato Malfusso che andava innanzi a li baroni a pede con una scopa, scopando tutta la via per burla: ita ferebatur; e certo fu pigliato tale atto per malo augurio per detti signori".[11]

Col finire della congiura, Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata.

Il regno[modifica | modifica wikitesto]

Incoronazione[modifica | modifica wikitesto]

Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme.

Alfonso, vestitosi con abiti regali, cavalcò per la capitale con Federico suo fratello e con tre ambasciatori, Paolo della Casa Trevisana di Venezia, Antonio Stanga di Milano, e Dionigio Puzzo di Firenze, accompagnato da più di 2000 cavalli, e passando per i Seggi arrivò al Duomo, dove, circondato dall'arcivescovo Alessandro Carafa, dai baroni e dai magistrati della città, vennero fatte le solenni cerimonie. In questa occasione dichiarò suo figlio Ferdinando duca di Calabria, in segno di allegrezza investì cavalieri quindici persone di illustre casato e ordinò al suo tesoriere di dispensare al popolo monete d'oro, di argento e di rame. Dopo se ne ritornò nel castello, facendo il giorno dopo celebrare l'esequie del padre con infinita magnificenza, nella Chiesa di San Domenico.

Illustrazione dalla Cronaca della Napoli Aragonese di Melchiorre Ferraiolo, 1498-1503, Morgan Library & Museum, New York. L'illustrazione raffigura l'incoronazione di Alfonso II - sette uomini che indossano cappelli e portano i pali che sostengono il baldacchino sopra Alfonso II di Napoli, incoronato, avente lo scettro nella mano destra e il globo sormontato da una croce nella mano sinistra[20]

Alfonso, dopo aver visitato di persona e fortificato i presidi del regno, riordinando le genti d'arme, mandò quattro oratori a Papa Alessandro VI per chiedere l'investitura del regno; ma gli ambasciatori di Francia furono molto di ostacolo, e visto che rimarcavano le ragioni che il loro re aveva sul Regno di Napoli, come discendente della casa d'Angiò, pretendevano che questo reame andasse al loro re e che questo deliberava di passare l'anno stesso personalmente in Italia solo per ottenere quello che gli spettava. Ma il Pontefice rispose che l'investitura del Regno di Napoli, essendo stata concessa da tanti suoi predecessori Angioini e successivamente da tre re della casata d'Aragona (Alfonso I, Ferdinando I, Alfonso II), non era conveniente concederla a Carlo finché, con diplomazia, non avesse dechiarato di avere delle ragioni migliori. In tutto questo Alfonso, per facilitare meglio il negoziamento, diede sua figlia Sancia in sposa a Goffredo Borgia, figlio del Pontefice, gli diede in dote il Principato di Squillace e lo nominò gran protonotario, il Papa invece diede per moglie donna Lucrezia Borgia sua figlia a don Alfonso d'Aragona, principe di Bisceglie, figlio naturale del Re.[15] Con questi matrimoni, Alfonso ebbe dal Papa l'esenzione per tutta la sua vita del solito censo da pagare alla Santa Sede e l'assicurazione che avrebbe ritrovato in lui sempre un difensore e un amico.[8]

Dopo esssere stati celebrati i due matrimoni a Napoli, l'8 maggio 1494, il cardinale Juan Borgia, legato del Papa, incoronò Alfonso nel Duomo di Napoli con pompa magna così magnifica che non si era mai vista a nessun re di Napoli. Convennero alla cerimonia settantasei persone, tra vescovi ed arcivescovi, tutti vestiti in abito pontificale. Finite le cerimonie, prima che il cardinale partisse da Napoli, Alfonso gli donò tutti i panni che indossava il giorno della sua incoronazione, due superbi cavalli bianchi, due belle mule con altre sei da carriaggio, sei gran bacili indorati con boccali d'argento e lo accompagnò di persona fino a Capua.[15]

Preparativi per la difesa del Regno[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra italiana.

Subito dopo essere salito al trono, Alfonso dichiarò guerra al cognato Ludovico il Moro, duca di Bari e reggente al ducato di Milano, invadendo come primo atto di ostilità la città di Bari. Alfonso veniva così in soccorso alla figlia Isabella, la quale, moglie di Gian Galeazzo Sforza, era duchessa di Milano per diritto, ma vedeva il titolo e il ducato usurpati dallo zio Ludovico e dalla cugina Beatrice, che avevano estromesso Gian Galeazzo dal potere. In una lettera in latino, scritta nel 1493 da Isabella al padre Alfonso, questa denunciò la sua situazione[21] e nella quale chiedeva l'intervento dell'anziano sovrano di Napoli, affinché il clima di totale e umiliante isolamento fisico e politico che il Moro aveva imposto alla coppia ducale venisse alfine interrotto, ma la ferma reazione del padre fu frenata dalla prudenza del nonno, re Ferrante I, che però sdegnato, invitò ufficialmente il reggente milanese a restituire il potere del dominio all'usurpato nipote; ma Ludovico non ascoltò Ferrante, trattando invece contemporaneamente le nozze di Bianca Maria, sorella di Gian Galeazzo Maria, con il futuro imperatore Massimiliano e, per sé e discendenza, l'investitura al Ducato milanese.[22]

Finché era stato in vita, re Ferrante aveva impedito con tutte le proprie forze lo scoppio di questa guerra, pronto anche a partire alla volta di Genova pur di riappacificarsi col Moro, ma la sua morte lasciò campo libero ad Alfonso, assai più irriflessivo e irruente del padre, di agire.

Ludovico il Moro rispose alle minacce concedendo a Carlo VIII re di Francia - che rivendicava come proprio il regno di Napoli - libero passaggio per le proprie terre e sostegno economico, pensando così di debellare la minaccia di Alfonso, non credendo tuttavia che Carlo sarebbe mai riuscito a conquistare il regno.

Per prevenire una eventuale ascesa del re francese, Alfonso cercò di preparare al meglio la capitale e altri luoghi del regno, dove più parve bisogno; e tra l'altre, con il progetto di Francesco di Giorgio Martini, eresse una fortezza sopra il Porto di Baia per difendere Pozzuoli, il cosiddetto Castello di Baia.

Nel frattempo re Carlo mandò Pietro d'Orse suo grande scudiero a Genova per sollecitare il Ludovico e la fazione degli Adorno a costruire una potente armata di navi e galee nella detta città, e oltre a questo fece armare altri legni nei porti di Villafranca e di Marsiglia, infatti era noto a tutti nella sua corte l'idea di entrare nel reame di Napoli per mare come aveva già fatto Giovanni figlio di Renato contro Ferrante. Re Carlo poi, consigliato dai suoi più intimi si intitolò re di Gerusalemme e re delle due Sicilie, titolo che era dei re di Napoli.[15]

Castello di Baia
Castello di Baia in un dipinto del 1800 del pittore napoletano Francesco Fergola

Dall'altra parte Alfonso realizzò un'armata di 64 Legni tra galere, vascelli ed altri Navigli; della quale fece Capitan Generale Federico, suo fratello, e lo mandò verso Genova, e fece Generale dell'esercito di terra Ferrandino Duca di Calabria suo figliuolo, con la guida di Virginio Orsini Gran Contestabile, Niccolò Orsini Conte di Pitigliano e Gian Giacomo Trivulzio, e lo mandò nella Romagna per resistere al re francese.[12] Credendo poi di non essere più in tempo per mediare con Ludovico, ordinò al diplomatico di Milano di andarsene da Napoli e poi richiamò il suo diplomatico da Milano; e cercò con tutto se stesso di alienare Genova dal duca di Milano. Sperando di poter migliorare la sua sorte, Alfonso mandò anche degli ambasciatori a Costantinopoli per chiedere aiuto a Bayezid II, sultano Ottomano.

Il 13 luglio del 1494, Alfonso con molti baroni e mille soldati e il Pontefice con la sua guardia e tre Cardinali, convennero a Vicovaro, feudo di Virginio Orsini, dove, dimorando per tre giorni, si allearono in una lega tra essi e i fiorentini contro il re di Francia. In questa riunione il Pontefice consigliò che il Re in persona non passasse più avanti con l'esercito, ma che questo si fermasse con lui vicino ai confini dell'Abruzzo, per la sicurezza dello Stato Ecclesiastico e del Regno di Napoli, che Virginio Orsini rimanesse nella campagna di Roma e con la maggior parte delle genti d'arme passasse in Lombardia Ferdinando duca di Calabria.

Nel frattempo, nei medesimi giorni in cui l'armata aragonese guidata da Federico riuscì ad arrivare nel mare di Genova, Luigi duca d'Orléans entrò in quella città per ordine di re Carlo. Don Federico aveva designato di presentarsi con l'armata nel porto di Genova, sperando che i seguaci dei fuoriusciti facessero qualche rivolta, però poi cambiò piano e deliberò di assaltare le riviere, e seguendo il parere di Obietto da Fiesco, che diceva di assaltare la riviera di Levante, indirizzò l'armata a Porto Venere, in cui, visto che da Genova vi erano stati mandati 400 fanti e il popolo non si era rivoltato, Federico non riuscì ad espugnare la città e dovette andare nel porto di Livorno per ricevere vettovaglie e aumentare il numero di fanti visto che la riviera era molta provvista e quindi emerse la necessità di avere maggiori forze. Federico ebbe poi la notizia che l'armata francese era inferiore della sua per galee e maggiore della sua per navi e che si preparava ad uscire dal porto di Genova. Federico allora rimandò a Napoli le sue 18 navi per poter, con la celerità delle galee (che erano 40), discostarsi più speditamente dai nemici quando le navi e le galee fossero venute ad assaltarlo.

Nello stesso tempo, il duca di Calabria si incamminava con l'esercito verso la Romagna con l'intenzione di passare poi, secondo le deliberazioni di prima, in Lombardia, ma le sollecitazioni di Ludovico Sforza fecero sì che Ferdinando arrivasse a Cesena non prima che Aubigny e il conte di Caiazzo, governatore degli eserciti sforzeschi, con parte dell'esercito destinato ad opporsi agli Aragonesi passassero senza ostacolo per il bolognese ed entrassero nel contado di Imola. Ferdinando, vedendo sparire le speranze di passare in Lombardia, dovette fermare necessariamente la guerra in Romagna.

Il Pontefice, in tutto questo, oltre alla provvisione delle armi, non contento di aver precedentemente esortato Carlo a non passare in Italia e a procedere per via diplomatica e non con le armi, gli ordinò le stesse cose sotto pena delle censure Ecclesiastiche, e per spaventarlo di più ricercò instantemente l'armata di Ferdinando Re di Spagna per soccorrere il Regno di Napoli, e poi, segretamente, mandò il genovese Giorgio Bucciardo come Ambasciatore al gran Turco, affinché si opponesse alla potenza e all'ardire di Carlo. Il gran Turco promise grandi aiuti, ma che furono nient'altro che parole.

Carlo discese in Italia passando dal colle del Monginevro il 3 settembre 1494 con un esercito di circa 30 000 effettivi dei quali 8 000 erano mercenari svizzeri e dotato di un'artiglieria. Entrò ad Asti il 9 settembre 1494, dove si ammalò.

L'Italia all'alba della calata di Carlo VIII (1494).

Don Federico ritornò con l'armata nella stessa riviera di Genova, dove Obietto da Fresco sbarcò con tremila fanti e senza difficoltà occupò Rapallo, distante da Genova venti miglia e cominciò ad attaccare i paesi circostanti, ma a causa della battaglia di Rapallo Federico dovette ritornare di nuovo al porto di Livorno.

Carlo rimase ad Asti per circa un mese, nel quale distibuì l'esercito in quella città e nelle terre circostanti e ricevette la visita di Ludovico e sua moglie Beatrice con Ercole duca di Ferrara. In questo tempo Aubigny entrò con il suo esercito francese in Romagna e subito Prospero e Fabrizio Colonna si dichiararono soldati del re di Francia e subito occuparono la Rocca di Ostia attraverso un trattato tenuto da alcuni fanti spagnoli che vi erano a guardia. Il Pontefice, per ostacolare la furia dei francesi, unì le sue genti d'arme con una parte di quelle di Alfonso sotto Virginio Orsini sul fiume Teverone presso Tivoli e le mandò a danneggiare le terre dei Colonna. D'altro canto Alfonfo raccolse a Terracina tutte le genti d'arme che il Pontefice e lui avevano in quelle parti e vi pose un accampamento, ma i Colonna, avuto dal Re di Francia un buon numero di soldati, difesero la rocca francamente. Allora il Pontefice richiamò a Roma una parte delle sue genti d'arme che erano in Romagna con Ferdinando.

Carlo, recuperata la salute mosse l'esercito, ma visto che nel Castello di Pavia giaceva infermo suo cugino di primo grado, il duca di Milano Gian Galeazzo, andò benignamente a visitarlo. Tra i presenti vi era anche la moglie del duca, Isabella, figlia di Alfonso, ansiosa non solo per la salute del marito e del suo piccolo figlio, ma anche mestissima del pericolo a cui stavano andando incontro il padre e gli altri suoi parenti; e per questo si gettò molto miserabilmente al cospetto di tutti, ai piedi del re francese, raccomandandogli con infinite lacrime il padre e la sua casata d'Aragona, alla quale il re, benché mosso dall'età e dalla bellezza della donna dimostrasse compassione, non potendo per queste ragioni fermare una guerra così importante, gli rispose che l'impresa, essendo stata condotta così avanti era necessario continuarla. Da Pavia il re se ne andò a Piacenza, dove, essendosi fermato sopravvenne la morte di Gian Galeazzo, per la quale Ludovico, che lo aveva seguito, ritornò con grandissima velocità a Milano, diventandone il nuovo duca.

Si credette universalmente per tutta Italia che questo duca fosse morto non per infermità naturale, ma per il veleno dategli ad opera dello zio Ludovico.

Alfonso, avendo saputo della morte di Gian Galeazzo suo genero e che i Fiorentini avevano aperto le porte al Re di Francia, come se fosse un loro amico, si dolse e tutto dolente si ritirò nel regno. Nello stesso tempo don Federico, partito dal porto di Livorno si ritirò con l'armata verso il Regno di Napoli, dove cominciava ad essere molto necessaria ad Alfonso per la propria difesa.

Non molto dopo l'armata francese guidata da Antonello Sanseverino principe di Salerno e dal Monsignor di Séranon passò ad Ostia e con l'intento di non voler offendere lo Stato della Chiesa, non pose l'esercito sulla terra ferma.

Nello stesso tempo Carlo partì da Sarzana e andò a Pisa, che pose in libertà, poi entrò a Firenze e a Siena e prese poi il cammino verso Roma. Il duca di Calabria, volendo fermarsi a Viterbo con le sue genti d'arme per impedire a Carlo di passare più avanti, fu dal Pontefice richiamato con tutto l'esercito a Roma.

Il Papa, spaventato dagli imminenti pericoli, gli sembrò così difficile sostenere la guerra che agì in modo molto ambiguo, prima dicendo di fermare l'esercito alla difesa di Roma e dopo cercando di trovare un accordo con Carlo. In queste ambiguità, i francesi correvano dal Tevere verso Roma occupando ora una terra ora l'altra, visto che non si trovava nessuno che riuscisse a resistere al loro impeto. Infine Virginio Orsini, anche se stretto da così tanti vincoli di fece, onore e obbligazione alla casa d'Aragona, essendo capitano del regio esercito, gran Connestabile del Regno di Napoli, congiunto con Alfonso per parentela molto stretta, visto che a Gian Giordano suo figlio era maritata una figlia naturale di re Ferrante, che da lui aveva ricevuto feudi nel reame e tanti favori, egli si dimenticò di tutte queste cose e consentì, con ammirazione dei francesi, di farli passare nel suo feudo che si trovava nello stato della Chiesa e di dargli vettovaglie. Nel medesimo momento convennero congiuntamente il Conte di Pitigliano e gli altri membri della famiglia Orsini. Attraverso l'accordo Carlo andò da Nepi a Bracciano, feudo principale di Virginio.

Carlo, per rimuovere l'impedimento del Pontefice gli mandò tre ambasciatori, affinché gli consentisse spontaneamente di entrare a Roma. Il Pontefice allora fece partire da Roma il duca di Calabria col suo esercito, che ottene un salvocondotto da Carlo perché potesse passare al sicuro per tutto lo stato ecclesiastico; ma Ferdinando magnanimamente rifiutò e uscì col suo esercito in ordinanza e con le bandiere spiegate per la Porta San Sebastiano l'ultimo giorno dell'anno 1494 e nella stessa ora per la Porta del Popolo entrò il re francese con il suo esercito. Nello stesso tempo il Pontefice, pieno di incredibile timore e ansietà, si ritirò in Castel Sant'Angelo non accompagnato da altri cardinali che da Battista Orsini e da Oliviero Carafa. Il giorno dopo tutti i cardinali che erano a Roma andarono a fare riverenza al re Carlo e vi andarono anche Piero de' Medici e Carlo Orsini, figlio di Virginio, i quali furono ricevuti dal re. Carlo, per farsi amico il Pontefice, gli strinse un'alleanza e quest'ultimo gli donò le roccbe di Civitavecchia e Terracina per facilitargli la conquista regno di Napoli

Mentre Carlo si tratteneva a Roma, Alfonso fece molte provvisioni nel regno: mandò il viceré Camillo Pandone nella Puglia, cercò di condurre vettovaglie per tutte le province affinché i francesi non avessero di che vivere, mando anche in Sicilia Cesare Carafa, Manfredino Buches, Francesco Pignatelli, Giovanni Lonardo Rendina, Gionanni Monsorio e Jacopo Serra con denari per reclutare genti d'armi, mandò nella Calabria come viceré suo fratello naturale Cesare d'Aragona, che fece molte buone provvisioni, e visto che gli mancavano danari, ordinò a tutti i giudei e marrani che erano nel Regno, che fra otto giorni gli avrebbero dovuto dare ottantamila ducati e vendette castelli a diverse persone al prezzo di duecentomila ducati. Il duca di Calabria si mise a difesa di San Germano, una delle principali chiavi per entrare nel regno del Napoli. Don Federico con buone squadre di genti d'arme si fermò a Soramia, terra della Chiesa, distante da Roma sessanta miglia e da Napoli cinquanta. Gli Aquilani affinché Alfonso non dubitasse della loro fedeltà mandarono a Napoli molti figli dei cittadini come ostaggi al re e promettendo di difendersi valorosamente assoldarono a loro spese duemila fanti, molte altre terre fecero lo stesso.

Dimorato Carlo a Roma da un mese, non smise di mandare genti d'arme, attraverso Rieti e Tivoli verso i confini del regno, dove Fabrizio Colonna subito occupò i contadi di Albe e Tagliacozzo. La città dell'Aquila, non curando degli ostaggi dati ad Alfonso pochi giorno prima, alzò le bandiere la re di Francia e lo stesso fecero Chieti e Cittaducale.[15]

Abdicazione e morte[modifica | modifica wikitesto]

Incisione del 1851 raffigurante l'abdicazione di Alfonso II

Alfonso, terrorizzato da una serie di cattivi presagi, come strani incubi notturni (forse attribuibili al ricordo delle sue vittime nella congiura dei baroni), il 23 gennaio 1495, con atto pubblico nel monastero di Monteoliveto, abdicò in favore di suo figlio Ferrandino, amatissimo dalla popolazione, sperando che quell’atto servisse a far compattare i napoletani, baroni compresi, nella difesa del loro Regno dall'invasore. Il giorno stesso Ferdinando, vestito con abiti regali e accompagnato dagli ambasciatori di Spagna e di Venezia venne incoronato re nella cattedrale di Napoli e il giorno dopo liberò i baroni nel Castel Nuovo che avevano partecipato alla congiura.[15] Il 3 febbraio 1495 partì con 4 galee fatte caricare con molti oggetti preziosi e andò in Sicilia, a Mazara, feudo della matrigna Giovanna, e di lì a Messina dove si rinchiuse in un monastero, mentre Carlo VIII entrava nel Regno raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Il successore del regno, Ferrandino giunto in Sicilia dopo l'entrata di Carlo a Napoli ebbe l'aiuto di Alfonso che inviò subito dalla Sicilia Bernardino Bernardo, segretario di re Ferrandino in Spagna dal re Cattolico per chiedere aiuto per poter recuperare il regno. Il re Cattolico per favorire Alfonso, accettò l'impresa, e mandò Gonzalo Fernández de Córdoba, detto il Gran Capitano, che giunto a Messina, insieme a Ferrandino iniziò la riconquista del Regno.

Alfonso II morì a Messina alcuni mesi dopo, mentre si accingeva ad entrare nell'Ordine olivetano.

Le sue spoglie, onorate di solenni esequie, vennero riposte nella navata dietro a lato dell'altare centrale del Duomo di Messina, in una cassa coperta di broccato d'oro.

Lasciò nel suo testamento che il suo cuore fosse riposto nella basilica di San Domenico Maggiore di Napoli, in una piccola urna di legno indorata nella Sagrestia della basilica.[8]

«Son quel regno sfortunato,
pien di pianto, danni e guerra,
Francia e Spagna in mar in terra
m'hanno tutto disolato.
Per me pianga ogni persona,
gentil regno pien d'affanni,
ché cinque re di corona
me son morti in tredici anni
con tormenti e gravi danni.
[...] Son quel regno sfortunato:
come Alfonso hebe el sceptro,
quel iniquo e fero Marte,
con furore horrendo e tetro,
mandò Carlo in quelle parte;
con sua forza ingegno et arte
me constrinse a doglie e pianto,
che giamai mi darò vanto
ch'io sia aventurato.»

(Dragoncino da Fano, El lamento del Reame di Napoli (1528). Guerre in Ottava rima (III-1.1))

Le Delizie Alfonsine[modifica | modifica wikitesto]

Villa di Poggioreale[modifica | modifica wikitesto]

La Villa di Poggioreale, che venne eretta per volere di Alfonso II di Napoli e secondo Giorgio Vasari fu progettata da Giuliano da Maiano e che fu realizzata negli anni ottanta del Quattrocento è del tutto scomparsa e non è sopravvissuta alcuna descrizione.

Decenni dopo, Vasari riferì:"A Poggio Reale Giuliano da Maiano dispose l'architettura di quel palazzo, sempre considerato una cosa bellissima; e per affrescarlo vi portò Pietro del Donzello, fiorentino, e Polito del Donzello suo fratello che era considerato in quel tempo un buon maestro, che dipinse l'intero palazzo, dentro e fuori, con la storia del detto re". Per volere di Alfonso i fratelli del Donzello dipinsero nella villa anche la memoranda congiura dei baroni. Non ci sono archivi che colleghino Giuliano da Maiano o suo fratello Benedetto da Maiano al progetto. Tra i vari documenti che riportano la struttura dell'edificio è particolarmente importante la pianta della villa riprodotta da Sebastiano Serlio.

La riproduzione del Serlio sembra mostrare una pianta idealizzata, identica su tutti e quattro i lati, disposta attorno ad una corte con un doppio porticato. La Poggioreale di Alfonso fu costruita intorno ai tre lati di un cortile porticato con gradinate intorno a un centro sommerso che poteva essere allagato per spettacoli d'acqua; sul quarto lato si apriva un giardino che faceva da cornice ad una spettacolare veduta del Vesuvio.

Immagine di Alfonso II tratta dal libro di Bastian Biancardi "Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza"

La Villa era caratterizzata da un corpo principale a base quadrangolare, con quattro ali sporgenti agli angoli, simili a torri angolari. L'edificio era porticato sia sul lato interno, intorno ad un cortile quadrato, pavimentato con mattonelle di ceramica invetriata, infossato per cinque gradini, che richiamava modelli antichi, quali i teatri e le vasche termali. Il cortile, secondo un modello di Vitruvio, poteva essere coperto con un solaio ligneo per essere sfruttato per feste e rappresentazioni, oppure essere allagato come effetto scenico. Il giardino all'italiana di questa delizia aveva una progettazione degli spazi molto classica, com’era il gusto a quel tempo, e ospitava alberi fruttiferi e ornamentali richiamando la fecondità e il piacere come nel Palazzo dell’Amore della favola di Amore e Psiche.[23]

Il giardino era poi ornato da esuberanti fontane. Notevole era anche la presenza di sculture, anche antiche, che erano sparse sia nell'edificio che nelle varie parti del giardino. Il progetto dei giardini è forse dovuto, almeno in parte, a Fra' Giocondo ed a Pacello da Mercogliano. I due seguirono poi Carlo VIII in Francia per occuparsi, soprattutto il secondo, dei giardini delle residenze reali.

Il complesso era infine completato da un grande parco,adibito a bandita di caccia, che arrivava al mare.

Era diversa da qualsiasi cosa sperimentata dal re francese, che si ritirò dall'Italia, carico di arazzi e opere d'arte e pieno di ambizioni per la costruzione e il giardinaggio, ma sarebbe morto solo tre anni dopo.

Sebastiano Serlio la inserisce nel 1540 nel suo trattato, a testimonianza di quanto l’opera fosse stata largamente riconosciuta come paradigmatica del rinnovato clima culturale napoletano.

Essa, infatti, si colloca nella letteratura come espressione dell’architettura rinascimentale.

Villa di Poggioreale

Villa La Duchesca[modifica | modifica wikitesto]

Villa La Duchesca si ergeva nelle immediate vicinanze di Castel Capuano. Alfonso, diventato Re nel 1494, aveva dedicato quella immensa dimora alla moglie, la duchessa Ippolita Maria Sforza, da cui la villa prende il nome, morta però prima del completamento dei lavori. Questa splendida Villa era ornata da giardini, terrazzamenti e fontane; era la residenza prediletta di Alfonso II d'Aragona e si estendeva da Porta Capuana alla Basilica di San Pietro ad Aram, all'inizio dell'attuale Rettifilo. Alfonso decise di attrezzare il giardino ispirandosi alla moda fiorentina, e in particolare alle residenze di Lorenzo de' Medici. Va detto che il grande umanista Pontano, proprio in quegli anni, teorizzava che ciascun principe dovesse «possedere giardini, nei quali far passeggiare ed allestire all'occasione un banchetto. Questi giardini avranno poi piante esotiche e rare, disposte con arte e con la debita cura». Alla Duchesca alloggiò anche Carlo VIII dopo essere entrato a Napoli attraverso Porta Capuana. Villa La Duchesca fu progettata da Giuliano da Maiano, famoso scultore, architetto che lavorò a lungo a Napoli: anche le due famose porte rinascimentali della città: Porta Capuana (definita la più bella porta del Rinascimento insieme alla porta di San Pietro a Perugia,[24]) e Porta a Nolana, furono commissionate all'architetto.[25]

Il giardino conteneva vari edifici, anche più antichi, costituendo un complesso con logge e padiglioni destinato a essere una gradevole residenza per la corte, complementare alla residenza ufficiale di Castel Capuano. La villa fu costruita quasi in concomitanza a quella di Poggioreale anch'essa scomparsa. Entrambe furono importanti elementi di riqualificazione urbana per le aree circostanti, con bonifiche, impianti viari, e opere pubbliche.

Le decorazioni delle logge della Duchesca furono create da Giacomo Parmense, Luigi della Bella e Calvano di Padova.

la sistemazione dei giardini è attribuita a Pacello da Mercogliano, il maestro giardiniere di Alfonso II e poi di Carlo VIII in Francia.

Secondo le testimonianze la Villa si ergeva nelle immediate vicinanze di Castel Capuano, 47.

Alfonso Mecenate[modifica | modifica wikitesto]

Le Delizie di Alfonso[modifica | modifica wikitesto]

Alfonso II aveva un notevole gusto per l'eleganza e le sue dimore furono chiamate Delizie Alfonsine. Il Poggio Reale, con il suo splendido parco che arrivava fino al mare; La Duchesca con il suo rinomato giardino si chiamò così per celebrare l'amore tra Alfonso II e Ippolita Maria Sforza; La Conigliera, oggi Palazzo Luperano, era un casino di caccia, la zona era allora boscosa e includeva una ricca selvaggina e allevamento di conigli di cui sopravvive qualche traccia in via Luperano 7, al Cavone; e la Ferrantina, nella zona dell'attuale liceo Umberto, a Chiaia, il cui nome non deriva da Re Ferrandino, figlio di Alfonso II ma, secondo Gino Doria, come ha scritto nel suo I palazzi di Napoli, il nome è riferito a Don García di Toledo, signore di Ferrandina in Basilicata che fino all’epoca successiva fu proprietario della tenuta. La dimora più amata era il Poggio Reale, che fu per la zona dove oggi sorge il camposanto quello che la splendida villa Pausilypon di Vedio Pollione fu per Posillipo.[25]

La corte del mecenate[modifica | modifica wikitesto]

Durante il periodo di Alfonso come duca di Calabria e poi come sovrano, Napoli conobbe un vero e proprio periodo d'oro, infatti sotto il suo patrocinio vennero e lavorarono a Napoli molti artisti e uomini di lettere, come: il Sangallo, Giuliano e Benedetto Da Maiano, Pietro e Polito del Donzello, Francesco di Giorgio Martini, Antonio Fiorentino della Cava, Calvano di Padova, Andrea della Robbia, Giovanni Giocondo, Pacello da Mercogliano, Giovanni Francesco Mormando, Gabriele Altilio, Jacopo Sannazaro, Giovanni Pontano e tanti altri, diventando quindi loro patrono.

La Napoli Alfonsina[modifica | modifica wikitesto]

Oltre ad erigere queste grandiose ville, introdusse alla corte napoletana le tradizioni moresche del giardino di Valencia, con i suoi viali ombreggiati e bagni con sofisticate opere idrauliche che alimentavano splendidi acquedotti, cisterne, stagni e fontane, come un ambiente lussuoso e appartato per la vita di corte, e combinato con tratti romani.

Dal Galateo, ossia Antonio De Ferraris, sappiamo che Alfonso II formò una ricchissima libreria e vi deputò a bibliotecario l'intimo familiare e storiografo Giovanni Albino. Tale biblioteca si trovava nella Villa La Duchesca, palazzo da lui eretto. Venne poi donata da Alfonso alla chiesa di Monteoliveto.

Nel 1490 elargì una grossa somma di denaro ai monaci benedettini della chiesa dei Santi Severino e Sossio per portare a termine la loro nuova chiesa con il progetto di Gianfrancesco Mormando.[8]

Sotto il patrocinio di Alfonso la città di Napoli fu ristrutturata con nuove chiese, strade e un acquedotto che riforniva le fontane e ampliò la città con nuove torri e mura verso occidente.[26] Alfonso II voleva trasformarla in una vera e propria città ideale, per cui aveva programmato un vasto piano urbanistico, che avrebbe unificato gli interventi di per sé isolati del suo predecessore, regolarizzando il tracciato romano e sgombrando le superfetazioni medievali. Ne sarebbe uscita una planimetria stradale a scacchiera, che avrebbe fatto di Napoli, nelle intenzioni dei promotori dell'iniziativa, la "più necta e polita città [...] di tutta Europa". Il piano non venne attuato per la brevità del regno del sovrano e i suoi successori, pressati dall'instabilità per le ricorrenti rivolte baronali, preferirono dedicarsi alle opere militari, ampliando la cerchia muraria, su iniziativa di Alfonso quando era ancora Duca di Calabria, e costruendo castelli nel territorio.

Dalla Tavola Strozzi dunque, si nota immediatamente quanto Napoli, a quel tempo, vivesse in una condizione di benessere e sicurezza, in cui il paesaggio esprimeva l’ordine e l’armonia propri del Rinascimento, dove i giardini si estesero integrandosi tra le zone agricole e quelle urbanizzate, abbracciati poi dalle colline e specchiandosi nel golfo, il tutto in un insieme di magnifico equilibrio e bellezza.[23]

Giardino della Villa di Poggioreale

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

Scultura di Alfonso II raffigurato come Giuseppe di Arimatea nell'opera Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni, Chiesa di Sant'Anna dei Lombardi, 1492

Alfonso era un capitano esperto e competente, era di una taglia non molto fine, aveva i capelli castagnicci, i tratti delicati, il naso profilato, gli occhi marroni vivi e brillanti, una fronte grande, una corporatura robusta, l'aria seria ed imponente, era raso e portava una lunga zazzera che copriva anche le orecchie e portava sempre un'alta berretta paonazza con varie penne. Le sue maniere erano gravi e maestose.

In giovane età fu descritto da dame e ambasciatori come un giovane molto bello, "tanto grazioxo che non se poria dire", ma "tanto vivo ch'el non poria stare fermo meza hora".[27]

Nel vestire e nel calzare o in ogni altro suo portamento si vestì sempre da soldato e il più delle volte si calzana e vestiva per se stesso. Fu moderato nel mangiare, ma largo nel bere, visto che desiderava vini gagliardi e li temperava anche con acqua ed era solito svegliarsi la mattina sempre di buon ora. Gli piacevano molto le lettere latine e amò soprattutto quelle greche. Per destrezza non era secondo a nessuno, tant'è senza che nessuno lo aiutasse o spingesse, avendo posto il piede sinistro sulla staffa, benché fosse tutto armato e con l'elmo in testa, montaca leggerissimamente in sella. Ebbe non poca cognizione delle discipline e le arti liberali. Era ardito e pronto ad ogni cosa, e voleva essere temuto più per la potenza che per altro, nel favellare era immoderato. Per la superbia o nelle fattezze corporali assomigliava a nessun altro signore di quell'epoca, era incostante con gli amici, crudele con i nemici, che non perdonò mai e soprattutto fu avaro e troppo rapace del denaro, infatti nessuno più di lui fu ingordo di oro ed essendo pieno di astuzia, audacia e forza non ci fu mai un principe così ambizioso come lui.[15][8]

Mentre era duca, fu uno dei più valorosi e animosi guerrieri del suo secolo[15] e insieme a Federico da Montefeltro non vi furono capitani all'epoca in Italia che lo uguagliassero.[10] Infatti amò sempre la guerra e accoppiò un forte coraggio ad una memoria prodigiosa. Gli piacque molto la scherma, cavalcare e tirare con l'arco. Non poco gli piacque la caccia, per la quale prescrisse come regale riserva di caccia i dintorni di Astuni, dei Monti dei Serpi e dei valloni e delle pendici della Solfatara.[8] Fu un principe colto e mecenate delle arti, protettore degli studi e degli artisti che lavorarono a Napoli sotto il suo patrocinio nella realizzazione di imponenti architetture. Gli piaceva tenere le sale e le camare del suo palazzo addobbate di arazzi e i suoi ricchissimi appartamenti di scudi, corazze e altri strumenti bellici[15]

Tenne non poco in pregio gli uomini di lettere, e tra questi anche il Pontano, cui innalzò, quando l'umanista era ancora in vita, una statua di bronzo, collocandola nella libreria da lui formata, che con le sue cure fu fornita di libri di gran pregio. Si narra che una volta, stando Alfonso nel suo padiglione circondato dai suoi cortigiani, essendo entrato all'improvviso Giovanni Pontano, Alfonso si alzò, comandò a tutti di restare in silenzio e poi disse:"Ecco, viene il maestro". Così gli rese omaggio.[8]

Un episodio che mette in risalto il mecenatismo di Alfonso verso gli intellettuali è quando, avendo con molta frequenza e devozione ascoltato le prediche di Roberto Caracciolo, poi Vescovo di Lecce, a proprie spese le volle far pubblicare a Venezia.[28]

Alfonso II fu chiamato il Guercio dal popolo, poiché aveva l'occhio sinistro segnato, non si sa tuttavia se da malattia, da ferita o dalla nascita.

In primavera e in autunno era solito svagarsi nelle sue deliziose ville e traeva maggior diletto quando erano più ricche di statue e di fontane con giochi d'acqua. Come sua residenza aveva destinato quella di Torre del Greco, luogo al tempo celebre per la salubrità dell'aria e per le vicine isole marittime.[8]

Per la gran devozione che questo aveva per i monaci Benedettini, donò molte rendite per il Monastero di Monteoliveto[29] e per arricchirlo gli concesse alcuni feudi nell'Agro aversano, cioè ad Aversa.

Si diceva di lui quello che fu detto di Boleslao II, quarto Re di Polonia: che non vi sarebbe stato un Monarca né più grande, né più felice di lui se avesse saputo vincere le sue passioni come aveva saputo domare i nemici della sua gloria; ma le sue vittorie non poteron coprire la vergogna dei suoi vizi, i quali oscurarono tutta la gloria dei suoi successi. Anzi si soggiunse, che nulla di più poteva fare per meritare la pubblica esacrazione.[30]

Alfonso fu difatti temutissimo e odiatissimo dal popolo napoletano per aver offeso i propri sudditi con "crudelissimi insulti et iniurie", per essersi reso colpevole dei crimini più nefandi, quali "violar virgine, prender per suo dilecto le donne d'alttri" e per praticare il "vitio detestando et abominevole de la sodomia".

Riporta ad esempio l'anonimo autore del Chronicum venetum - ma va ricordato che i veneziani erano nemici giurati dei napoletani e degli Aragona in particolare - che "volendo narrare la tirannia, la crudeltà, i lussuriosi e disonesti appetiti, i tradimenti, i rubbamenti, gli assassinamenti, gli omicidj del Re Ferdinando e di Alfonso d'Aragona suo primogenito duca di Calabria, padre di tradimenti, conservatore di ribaldi, non mi basterebbe un gran libro: che credo che Nerone fusse santo appresso di questi tiranni".[31]

Alfonso raffigurato nell'opera Ritratti di cento capitani illustri di Aliprando Caprioli, 1596

Al di là delle possibili esagerazioni di fazione nemica, molti episodi della vita di Alfonso confermano questi aspetti del suo carattere, come il fatto che espropriò numerose terre senza offrire alcun compenso ai legittimi proprietari (i quali, si dice, ne morirono di dolore) per la costruzione della villa di Poggioreale, e che allo stesso modo sfrattò le monache della Maddalena per la costruzione della villa detta della Duchesca. Ottenne pure per i Como - amici di famiglia - lo splendido giardino che tal Francesco Scannasorice possedeva adiacente al loro palazzo: l'uomo aveva rifiutato numerose volte di cedere ai Como il giardino, nonostante le generose offerte di denaro, ma non osò tuttavia opporre un rifiuto al temibilissimo duca di Calabria.[32] I napoletani ne avevano tanto terrore che alla morte di re Ferrante corsero tutti quanti a barricarsi in casa gridando "serra! serra!", neppure fossero inseguiti dai nemici.[33] La stessa moglie Ippolita Maria Sforza ne sperimentò la crudeltà allorché, sposi da poco, gelosa del marito mandò un proprio fidato servitore, tale Donato, a tenere d'occhio Alfonso nei suoi spostamenti, e la reazione di Alfonso nei confronti di Donato fu di tale sconsideratezza che Ippolita scrisse addoloratissima alla madre in una propria lettera: "questa cosa de Donato che non me scordarò mai [...] non una ferita al core, ma credo se apresse per mezzo tanto fu el dolore mio et serà".[34]

Non fu un caso se, allorquando la situazione del regno si fece disperata, Alfonso decise di abdicare in favore del figlio, poiché egli era tanto odiato per i propri vizi e crudeltà quanto viceversa Ferrandino amato per le proprie virtù e giustizia.

Per molto tempo, Alfonso è stato considerato un "mostro" sul trono reale, specialmente dai cronisti dei suoi avversari francesi. Philippe de Commynes, diplomatico e consigliere del re francese, lo descrisse come il sovrano più voluttuoso, crudele, vorace e malizioso del suo tempo. I contemporanei, tuttavia, che non appartenevano al campo nemico, lo descrivevano come colto, competente, pio, laborioso e coscienzioso, le sue capacità di capo militare e la sua resistenza fisica erano particolarmente ammirate e come i sovrani del suo tempo, era senza dubbio un tipico principe rinascimentale e la magnificenza della sua corte napoletana era famosa ben oltre i confini dell'Italia.

Gli amori[modifica | modifica wikitesto]

Stando ai Successi tragici et amorosi di Silvio Ascanio Corona, una raccolta seicentesca di novelle nelle quali si raccolgono - o almeno sembra - i segreti dei membri della corte aragonese di Napoli, Alfonso fu prodigo di amori, non differendo così dal padre Ferrante.[35]

Sua prima amante fu Isabella Stanza, damigella della madre Isabella di Chiaramonte; la relazione durò però poco, in quanto non appena la madre - donna castissima e religiosissima - ebbe sentore della tresca, provvide a maritare Isabella a Giovan Battista Rota, nobile molto affezionato alla fazione aragonese, e ad allontanarla così dal figlio.[35]

Dopo di lei Alfonso ebbe la sua amante più nota, ossia Trogia Gazzella, che condusse a corte. Stancatosi di Trogia, s'invaghì di Francesca Caracciolo detta Ceccarella, la quale, fedele al marito, non lo corrispondeva. Alfonso la fece rapire e per più giorni ne abusò a proprio piacimento, finché il padre e il marito della donna sollecitarono re Ferrante perché persuadesse il figlio a rilasciarla. Ceccarella si ritirò dunque nel convento di San Sebastiano, dove poco dopo morì di dolore. Alfonso, sdegnato, fece allora trucidare il padre di lei, Muzio Caracciolo, mentre il marito Riccardo temendo per la propria vita prese l'abito monastico.[35]

Amò quindi Maria d'Avellanedo, nobile spagnola e damigella della sua matrigna Giovanna, poi sposata ad Alfonso Caracciolo cavaliere del seggio di Capuana, quindi una nobildonna della famiglia di Montefuscolo, poi sposata a Galeotto Pagano del seggio di Porto, e una giovane della famiglia Crispano, che sposò poi al proprio cameriere Angelo Crivelli milanese.[35]

Amò - così si disse - anche i bei giovani, e fra questi Diego Cavaniglia, Giovanni Piscicelli e Onorato III Caetani (che fu anche suo genero).[35]

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Prole legittima[modifica | modifica wikitesto]

Dalla moglie Ippolita Maria Sforza ebbe tre figli:

Prole illegittima[modifica | modifica wikitesto]

Ebbe due figli illegittimi dalla sua amante ufficiale Trogia Gazzella:

Questi due figli furono il tramite col quale la dinastia aragonese di Napoli suggellò l'alleanza con papa Alessandro VI Borgia. Più che il segno di vera alleanza, i due matrimoni furono architettati dal Borgia con l'intento di portare uno dei suoi figli sul trono di Napoli, secondo quel disegno politico già accarezzato da papa Callisto III, zio di Alessandro VI. A nove anni Sancia venne maritata ad Onorato Gaetani, nipote dell'omonimo nonno, fedelissimo di Ferrante, ma il matrimonio fu sciolto sebbene consumato e nel 1494, la figlia del re, a sedici anni, sposò Goffredo, tredicenne figlio del papa.

Il legame coi Borgia fu stretto a doppio filo, poiché l'altro figlio, Alfonso di Bisceglie, sposò nel 1498 a Roma la figlia del pontefice, Lucrezia Borgia. Ma l'alleanza fu breve: con la caduta della dinastia aragonese dal trono di Napoli, Alessandro VI ritenne ormai inutile la parentela coi reali spodestati ed inoltre Cesare Borgia arrivò addirittura ad ordinare l'assassinio del cognato, accusandolo a sua volta di aver ordito una congiura a suo danno.

Da Maria d'Avellanedo ebbe due figli, Francesco e Carlo, ambedue morti in giovane età.[35]

Da una nobildonna della famiglia Crispano ebbe una bambina morta in fasce.[35]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Alfonso compare come personaggio:

  • nella tragedia "Ferrante" di Giuseppe Campagna (1842), ispirata agli eventi conclusivi della famosa Congiura dei Baroni del 1485-1486.
  • nel romanzo "La duchessa di Milano" di Michael Ennis (1992).
  • nel fumetto "Gli 800 Martiri - La presa di Otranto" di Franco Baldi e Giovanni Ballati (2017).

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Il personaggio Alonso dell'opera teatrale di William Shakespeare "La tempesta" è basato sulla figura storica di Alfonso II[38].

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

  • Nella serie televisiva canadese del 2011-2013 I Borgia, Alfonso è interpretato da Augustus Prew.
  • Nella serie televisiva italo-francese del 2011-2014 I Borgia, Alfonso è interpretato da Raimund Wallisch.
  • Nella serie britannico-statunitense di genere storico-fantastico del 2013-2015 Da Vinci's Demons, Alfonso è interpretato da Kieran Bew.
  • Nella serie televisiva anglo-italiana del 2016-2019 I Medici, Alfonso è interpretato da Marco Foschi e doppiato in originale da Frank Blake.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Arma di Alfonso II, Re di Napoli con lo stemma del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera
Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino
— 1463
Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera
«Investito da Enrico VII d'Inghilterra»
— 1493

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]


Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Ferdinando I di Aragona Giovanni I di Castiglia  
 
Eleonora d'Aragona  
Alfonso V d'Aragona  
Eleonora d'Alburquerque Sancho Alfonso d'Alburquerque  
 
Beatrice del Portogallo  
Ferdinando I di Napoli  
Enrico Carlino  
 
 
Gueraldona Carlino  
Isabella Carlino  
 
 
Alfonso II di Napoli  
Deodato II di Clermont-Lodève Guglielmo IV di Clermont-Lodève  
 
Guillemette de Nogaret  
Tristano di Chiaromonte  
Isabella di Roquefeuil Arnaud III de Roquefeuil  
 
Hélène de Gourdon de Castelnau  
Isabella di Chiaromonte  
Raimondo Orsini del Balzo Nicola Orsini  
 
Giovanna di Sabrano  
Caterina Orsini del Balzo  
Maria d'Enghien Giovanni d'Enghien  
 
Sancia del Balzo  
 

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Vincenzo Buonsignori, Storia della repubblica di Siena esposta in compendio:Volume 2, Siena, G. Landi, 1856.
  2. ^ Vedi dettagli
  3. ^ Traduzione,  Non sono così dolorose quelle d'amore.
  4. ^ Scipione Scipione Mazzella, Lucas Kilian e Dominicus Custos, Der Neapolitanischen König leben vnd bildnuß, Napoli, Kilian, 1624.
  5. ^ Crónica general del Gran Capitán, pág. 94. (Guercho: bizco).
  6. ^ a b ALFONSO II d'Aragona, re di Napoli in "Dizionario Biografico"
  7. ^ [Charles' letter to his brother-in-law, Pierre de Bourbon, noted in William Howard Adams, The French Garden 1500-1800 1979, p 10.]
  8. ^ a b c d e f g h i Nicolò Morelli, Vite de Re di Napoli, con lo stato delle scienze, delle arti, della navigazione, del commercio e degli spettacoli sotto ciascun sovrano: Volumi 1-2, Napoli, G. Nobile, 1849.
  9. ^ Aliprando Caprioli, Ritratti di cento capitani illustri, Roma, Domenico Gigliotti, 1596.
  10. ^ a b c Nicolò Morelli, Storia della Repubblica di Firenze di Gino Capponi: Volume 2, Firenze, G. Barbèra, 1875.
  11. ^ a b c ALFONSO II d'Aragona, re di Napoli in "Enciclopedia Italiana"
  12. ^ a b c Bastian Biancardi, Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza, Napoli, F. Pitteri, 1737.
  13. ^ Biancardi, pp. 346-347.
  14. ^ Nei costruttori del nostro Castello aragonese le radici storiche dell’indipendentismo Catalano - Senza Colonne News - Quotidiano di Brindisi, su senzacolonnenews.it. URL consultato il 4 maggio 2021 (archiviato il 4 maggio 2021).
  15. ^ a b c d e f g h i Scipione Mazzella, Le Vite dei Re di Napoli. Con le loro effigie dal naturale. Del Sig. Scipione Mazzella Napolitano. Ove ordinatamente si raccontano le successioni, le guerre, ei gesti loro, e delle cose più degne altroue ne' medesimi tempi auuenute. Con la denominazione degli huomini illustri .., Napoli, Ad istanza di Gioseppe Bonfandino. Si vendono all'insegna della Corona, 1594.
  16. ^ Bernardino Corio, Storia di Milano, a cura di Egidio De Magri, Angelo Butti e Luigi Ferrario, vol. 2, Milano, Francesco Colombo, 1856, SBN IT\ICCU\LO1\0619498.
  17. ^ Corio, 1856, pp. 359-382.
  18. ^ Corio, 1856, pp. 405-407.
  19. ^ Biancardi, p. 351.
  20. ^ Fasciculus temporum, MS M.801 fol. 103r - Images from Medieval and Renaissance Manuscripts - The Morgan Library & Museum
  21. ^ Il testo della lettera, nella traduzione italiana dall'originale latino, è riportato in Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, Archivio storico lombardo.
  22. ^ ISABELLA d'Aragona, duchessa di Milano in "Dizionario Biografico"
  23. ^ a b Le ville di Napoli: le difettose delizie alfonsine - Mar dei Sargassi, su mardeisargassi.it. URL consultato il 5 marzo 2021 (archiviato il 27 febbraio 2021).
  24. ^ C. Brandi, Disegno dell'architettura italiana, cit., p. 130.
  25. ^ a b I giorni della Duchesca, una villa da sogno per il re degli incubi - Il Mattino.it, su ilmattino.it. URL consultato il 5 marzo 2021 (archiviato il 22 marzo 2019).
  26. ^ [Campbell, Gordon, ed. (2005) [2003]. "Alfonso II of Aragon". The Oxford Dictionary of the Renaissance. Oxford University Press. doi:10.1093/acref/9780198601753.001.0001/. ISBN 9780191727795.].
  27. ^ Patrizia Mainoni (a cura di), Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale, Viella, pp. 393-397.
  28. ^ Michele Maria Vecchioni, Notizie di Eleonora e di Beatrice di Aragona figlie di Ferdinando 1 Re di Napoli maritate ... con Ercole 1., Duca di Ferrara, e di Modena, e con Mattia Corvino Re di Ungheria, di Michele Vecchioni ..., Napoli, A spese di Salvatore Palermo, 1791.
  29. ^ Le Vite de' re di Napoli - Blindarte casa d'aste - Blindarte Casa d'Aste - Aste online, su blindarte.com. URL consultato il 7 marzo 2021 (archiviato il 29 maggio 2021).
  30. ^ Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, ornata de loro... - Google Libri, su books.google.it. URL consultato il 7 marzo 2021 (archiviato il 29 maggio 2021).
  31. ^ Anonimo, Chronicum venetum.
  32. ^ Marcello Orefice, NAPOLI ARAGONESE tra castelli, palazzi, vicoli, taverne, Electa Napoli.
  33. ^ Ciro Raia, Breve storia di re Ferrandino, Guida Editori.
  34. ^ Ippolita Maria Sforza, Lettere, in Gli Arsilli, Edizioni dell'Orso, p. 34.
  35. ^ a b c d e f g Camillo Minieri Riccio, Catalogo di mss. della (sua) biblioteca, 1868.
  36. ^ Silvano Borsari, ARAGONA, Pietro d', in Dizionario biografico degli italiani, Vol. III, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1961.
  37. ^ Francesco Ceva Grimaldi (marchesi di Pietracatella.) e Francesco Ceva Grimaldi, Della città di Napoli dal tempo della sua fondazione sino al presente: memorie storiche, Stamperia e calcografia, 1857, p. 701. URL consultato il 26 gennaio 2018 (archiviato il 26 gennaio 2018).
  38. ^ La tempesta - Commedia di William Shakespeare| Shakespeare Italia, su shakespeareitalia.com. URL consultato il 26 aprile 2021 (archiviato il 26 aprile 2021).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sebastiano Biancardi detto Domenico Lalli, Le vite de' Re di Napoli. Raccolte succintamente con ogni accuratezza e distese per ordine Cronologico, Napoli, 1737.
  • Nicolò Morelli, Biografia de re di Napoli: ornata de loro rispettivi ritratti, volume 10, 1825.
  • Scipione Mazzella, Le Vite dei Re di Napoli. Con le loro effigie dal naturale. Del Sig. Scipione Mazzella Napolitano. Ove ordinatamente si raccontano le successioni, le guerre, ei gesti loro, e delle cose più degne altroue ne' medesimi tempi auuenute. Con la denominazione degli huomini illustri .., Napoli, Ad istanza di Gioseppe Bonfandino. Si vendono all'insegna della Corona, 1594.
  • Vincenzo Buonsignori, Storia della repubblica di Siena esposta in compendio:Volume 2, Siena, G. Landi, 1856.
  • Bernardino Corio, Storia di Milano, a cura di Egidio De Magri, Angelo Butti e Luigi Ferrario, vol. 2, Milano, Francesco Colombo, 1856, SBN IT\ICCU\LO1\0619498.
  • Nicolò Morelli, Vite de Re di Napoli, con lo stato delle scienze, delle arti, della navigazione, del commercio e degli spettacoli sotto ciascun sovrano: Volumi 1-2, Napoli, G. Nobile, 1849.
  • Nicolò Morelli, Storia della Repubblica di Firenze di Gino Capponi: Volume 2, Firenze, G. Barbèra, 1875.
  • Michele Maria Vecchioni, Notizie di Eleonora e di Beatrice di Aragona figlie di Ferdinando 1 Re di Napoli maritate ... con Ercole 1., Duca di Ferrara, e di Modena, e con Mattia Corvino Re di Ungheria, di Michele Vecchioni ..., Napoli, A spese di Salvatore Palermo, 1791.
  • Aliprando Caprioli, Ritratti di cento capitani illustri, Roma, Domenico Gigliotti, 1596.
  • Scipione Scipione Mazzella, Lucas Kilian e Dominicus Custos, Der Neapolitanischen König leben vnd bildnuß, Napoli, Kilian, 1624.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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