Giuseppe di Arimatea

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San Giuseppe di Arimatea
Pietro Perugino 012.jpg
Giuseppe d'Arimatea raffigurato da Pietro Perugino
 

Discepolo di Gesù Cristo, Membro del Sinedrio

 
NascitaArimatea
Venerato daTutte le Chiese che ammettono il culto dei santi
Ricorrenza31 agosto in Occidente;
31 luglio in Oriente
Attributiampolla, chiodi
Patrono dibecchini, funerali, pompe funebri

Giuseppe di Arimatea (Arimatea, ... – ...) è un personaggio del Nuovo Testamento e degli apocrifi del Nuovo Testamento, coinvolto in modo particolare nella crocefissione e deposizione di Gesù; durante il medioevo sorsero alcune leggende che lo collegano alla Britannia e al mito del Santo Graal. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa luterana, dalla Chiesa ortodossa e da alcune Chiese anglicane; in Occidente la sua ricorrenza è il 31 agosto, mentre gli ortodossi lo commemorano la domenica dei "portatori di mirra" (la seconda domenica dopo Pasqua) e il 31 luglio.

Nuovo Testamento, apocrifi e letteratura paleocristiana[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe compare in tutti e quattro i Vangeli canonici, cosa alquanto infrequente nel Nuovo Testamento.[1] A partire dal II secolo, inoltre, nacque attorno alla sua figura tutta una serie di dettagli, probabilmente leggendari, che andarono a confluire nel corpo degli Atti di Pilato, anche noti come Vangelo di Nicodemo o Narrazione di Giuseppe. Altri episodi e particolari furono aggiunti dagli scrittori delle origini del Cristianesimo.

Vangeli canonici[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe d'Arimatea va a trovare Pilato per persuaderlo a concedergli il corpo di Cristo, acquerello di James Tissot

Giuseppe svolge un ruolo di rilievo nei racconti della passione di Gesù contenuti nei vangeli canonici, in quanto uomo benestante che simpatizzava per la causa del Nazareno e padrone di un facoltoso mausoleo di famiglia a Gerusalemme che aveva fatto scavare in una cava rocciosa, predisposto probabilmente alla sua stessa sepoltura. Egli stesso organizza le operazioni di recupero e sepoltura del corpo di Cristo finanziando l'acquisto del lenzuolo di lino in cui avvolgerà le membra martoriate e della mistura di unguenti profumati con cui ne profumerà il corpo malgrado la sua riluttanza a manifestare la sua simpatia nei confronti del condannato per via della sua posizione. Il sacerdote sfrutta la sua stessa carica per sollecitare personalmente Pilato ad autorizzare la rimozione e le esequie del Cristo. Nei vangeli sinottici l'episodio si ripete secondo uno schema ben determinato: presentazione di Giuseppe, richiesta del corpo di Gesù a Pilato da parte di Giuseppe, che poi lo depone dalla croce, lo avvolge in un sudario e lo mette nella tomba, che viene chiusa. Le differenze tra i racconti sono:

  • nel Vangelo secondo Marco, Giuseppe è presentato come membro autorevole del sinedrio, «che aspettava anche lui il regno di Dio»; ricevuta la richiesta di Giuseppe, Pilato, sorpreso che Gesù fosse già morto, chiede conferma del decesso ad un centurione, e solo dopo concede il corpo a Giuseppe; la tomba era un sepolcro scavato nella roccia, chiuso facendovi rotolare davanti una pietra;[2]
  • nel Vangelo secondo Matteo, Giuseppe è un ricco uomo di Arimatea diventato discepolo di Gesù; solo in questo vangelo il sepolcro è detto essere la sua tomba, e si aggiunge che era nuovo;[3]
  • il Vangelo secondo Luca dedica ben due versetti alla presentazione di Giuseppe; oltre a definirlo un membro del sinedrio che attendeva il regno di Dio, nota come fosse una «persona buona e giusta» e che non avesse condiviso la decisione degli altri membri del sinedrio riguardo alla condanna di Gesù; della tomba dice che non era mai stata usata;[4]
  • nel Vangelo secondo Giovanni si racconta che Giuseppe era discepolo di Gesù, ma che mascherava questa sua adesione alle prediche del Nazareno per non far ricadere su di sé i sospetti dei Giudei. Giuseppe e Nicodemo chiesero il corpo di Gesù a Pilato, che glielo concesse. Giuseppe si recò al patibolo con Nicodemo, che recava mirra e aloe; i due deposero il corpo dalla croce e lo avvolsero in bende e oli aromatici. Nel luogo dell'esecuzione c'era un giardino con all'interno una tomba mai usata; lì deposero Gesù, in quanto era Parascève e la tomba era vicina e utilizzabile prima dell'inizio del sabato.[5] In Giovanni, infatti, a differenza dei sinottici Maria Maddalena non si reca al sepolcro la domenica mattina per trattare il corpo di Gesù, avendovi provveduto Giuseppe e Nicodemo subito dopo la morte: la preparazione completa per la sepoltura da essi effettuata faceva parte, come precisa lo stesso vangelo, dell'usanza con cui si seppelliscono i Giudei 19,40.[6][7][8]

Vangelo di Nicodemo[modifica | modifica wikitesto]

Il Vangelo di Nicodemo tratta più ampiamente la deposizione di Gesù e il ruolo svoltovi da Giuseppe.

Dopo aver chiesto il corpo di Gesù a Pilato, Giuseppe e Nicodemo lo prepararono e misero nella tomba che Giuseppe aveva fatto scavare per sé. Gli anziani ebrei si arrabbiarono per il fatto che Giuseppe aveva sepolto Gesù e lo fecero arrestare, imprigionandolo e sigillando la porta della sua cella, che fecero custodire da una guardia, ma Giuseppe scomparve dalla cella senza che i sigilli fossero rotti.

Giuseppe ricomparve poi nella sua città, Arimatea. Gli anziani ebrei, avendo mutato opinione e avendo deciso di volersi confrontare più pacatamente con Giuseppe, gli mandarono una lettera di scuse tramite sette suoi amici. Giuseppe tornò allora da Arimatea a Gerusalemme e, dinanzi agli anziani, raccontò che era rimasto nella cella per tutto il sabato, ma che a mezzanotte gli era comparso Gesù in persona, che lo aveva portato a vedere la tomba dove Giuseppe l'aveva sepolto e poi, sebbene le porte fossero chiuse, lo aveva fatto entrare nella sua casa.

Giuseppe confermò la risurrezione di Gesù ai sommi sacerdoti Anna e Caifa, dicendo che era poi asceso in cielo e che altre persone erano risorte dai morti in quella occasione;[9] in particolare, Giuseppe indicò che tra essi vi erano due figli del sommo sacerdote Simone.[10] Anna, Caifa, Nicodemo e Giuseppe, assieme a Gamaliele, si recarono ad Arimatea per interrogare i figli di Simeone, Carino e Lentio.

Letteratura cristiana delle origini[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni particolari sulla vita di Giuseppe non inclusi nel Nuovo Testamento o nei suoi apocrifi sono tramandati da storici della Chiesa delle origini quali Ireneo di Lione (125 – 189), Ippolito di Roma (170 – 236), Tertulliano (155 – 222), ed Eusebio di Cesarea (260 – 340). Ilario di Poitiers (300 – 367) arricchì la leggenda di Giuseppe, mentre Giovanni Crisostomo (347 – 407), patriarca di Costantinopoli, fu il primo a scrivere che Giuseppe era tra i settanta apostoli di cui si parla nel Vangelo secondo Luca.[11]

Leggende medioevali[modifica | modifica wikitesto]

Durante il Medioevo, la figura di Giuseppe fu al centro di due gruppi di leggende, quella che lo vedeva come fondatore della cristianità britannica e quella che lo voleva primo custode del Santo Graal.

Queste leggende nacquero nel XII secolo, quando Giuseppe fu messo in relazione al ciclo arturiano come primo custode del Santo Graal; il primo riferimento è presente nel Joseph d'Arimathie di Robert de Boron, in cui Gesù appare a Giuseppe consegnandogli il Graal e questi lo manda con i suoi seguaci in Britannia. Questo tema fu sviluppato nelle opere successive di Boron e del ciclo arturiano, finché, in opere tarde, si affermò che Giuseppe stesso si recò in Britannia diventandone il primo vescovo.

Giuseppe in Britannia[modifica | modifica wikitesto]

In nessuno dei più antichi racconti dell'arrivo del cristianesimo in Britannia si menziona Giuseppe di Arimatea. È solo nella Vita di Maria Maddalena di Rabano Mauro (780-856), arcivescovo di Magonza, che compare il primo collegamento tra Giuseppe e la Britannia: secondo il racconto di Rabano, Giuseppe fu inviato in Britannia, e fino in Francia fu accompagnato da «le due sorelle di Betania, Maria e Marta, Lazzaro (che fu risorto dai morti), sant'Eutropio, santa Salomé, san Cleone, san Saturnino, santa Maria Maddalena, Marcella (serva delle sorelle di Betania), san Massio o Massimino, san Marziale, e san Trofimo o Restituto».

In Britannia, sempre secondo i racconti, morì e fu sepolto sull'isoletta di San Patrizio assieme al Santo Graal [12] poco distante dall'Isola di Man.

Dubbi sulla storicità di Giuseppe[modifica | modifica wikitesto]

Diversi studiosi mettono in dubbio la storicità della tradizione relativa alla deposizione e sepoltura di Gesù da parte di Giuseppe di Arimatea.
Secondo le consuetudini romane i cadaveri dei giustiziati erano lasciati decomporre sulla croce alla mercé degli animali - e poi sepolti senza cerimonie pubbliche e in una fossa comune[13] - come deterrente per chi osava sfidare Roma; non vi è neppure una prova documentale di un'eccezione da parte di un governatore romano[14] e tantomeno Ponzio Pilato, noto per la sua fermezza e crudeltà. Questo, in particolare, nel caso di crocifissioni di rivoltosi; il cadavere, in situazioni del tutto eccezionali, poteva essere richiesto solo da un familiare, che doveva avere una certa influenza presso i Romani.[15][16] Anche lo studioso John Dominic Crossan, ex sacerdote cattolico e tra i cofondatori del Jesus Seminar, rileva come l'episodio riportato dallo storico Flavio Giuseppe - che descrive il suo intervento direttamente presso il generale romano, e futuro imperatore, Tito per poter deporre tre suoi parenti che aveva scoperto esser stati crocifissi durante le guerre romano-giudaiche - dimostri che solo se molto influenti si poteva ottenere la sepoltura di un cadavere di un parente crocifisso. Flavio Giuseppe, che aveva frequentato anche l'imperatore Vespasiano, era infatti al servizio dei romani come interprete e godeva di una certa influenza; quindi la regola era che "se uno era influente, non veniva crocifisso, e se veniva crocifisso, non aveva influenza sufficiente per ottenere la sepoltura".[17][18][19] Diversi studiosi rilevano tuttavia che le norme religiose ebraiche prevedevano che i condannati a morte, per motivi di purità, venissero sepolti nel giorno stesso dell’esecuzione[20], pertanto i Romani, che rispettavano le usanze locali, lasciavano che ciò avvenisse, tranne nei casi di esecuzioni di massa effettuate in seguito alla repressione di rivolte popolari, che tuttavia rappresentavano l’eccezione e non la norma. La sepoltura dei giustiziati doveva essere effettuata in fretta e senza i consueti riti funebri (corteo, lamenti, ecc.).[21][22] Secondo la legge ebraica, i condannati a morte da un tribunale giudaico non potevano essere sepolti nelle tombe di famiglia, ma dovevano essere tumulati in una tomba predisposta dalla corte di giustizia. Nel caso dei condannati a morte dai Romani, i familiari potevano invece richiedere il corpo. La consegna della salma non era però un diritto, ma una concessione che poteva avvenire di volta in volta a discrezione dell'autorità romana; in alternativa, il cadavere era portato nel luogo destinato alle sepolture dei criminali. La possibilità di ottenere il corpo del condannato sembra attestata dal ritrovamento archeologico di una tomba di famiglia sul monte Scopus, vicino Gerusalemme, in cui sono stati rinvenuti i resti dello scheletro di un uomo crocifisso; secondo vari studiosi, è plausibile che la richiesta del corpo di Gesù, proveniente da un giudeo autorevole come Giuseppe di Arimatea, sia stata accolta favorevolmente.[23][21] Altri storici, come il cattolico Crossan, sottolineano, però, come sia stato rinvenuto un solo cadavere di un crocifisso sepolto in Palestina, nonostante le migliaia di crocifissioni di ribelli durante le varie rivolte ebraiche e le tre maggiori rivolte messianiche (ad esempio, il solo legato romano Varo, dopo la morte di Erode, crocifisse oltre duemila ribelli e il governatore Floro, nel 66 d.C. altri tremilaseicento[24]); questo unico rinvenimento, stante anche l'attività degli archeologi israeliani, dimostra come la sepoltura di un crocifisso fosse un'assoluta eccezione.[25][26]

La figura di Giuseppe di Arimatea non compare negli Atti degli Apostoli, che sostengono, invece, come la deposizione dalla croce e la sepoltura di Gesù furono effettuate dalle autorità giudaiche e tutti i membri del Sinedrio: "Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l'hanno riconosciuto e condannandolo [...] chiesero a Pilato che fosse ucciso. [...] lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro."[27]. Secondo Albert Barnes, invece, il soggetto di "lo deposero dalla croce" è "i Giudei", e Giuseppe e Nicodemo erano essi stessi Giudei; secondo Charles Ellicott, non era necessario affermare che Gesù fosse stato deposto da coloro che erano "discepoli in segreto, come Giuseppe e Nicodemo. Bastava il fatto che anche loro erano fra i capi dei Giudei, e che anche loro facevano ciò che facevano senza alcuna aspettativa di una risurrezione"[28]. Secondo il biblista Carlo Maria Martini, il racconto degli Atti sembra frutto di un'abbreviazione e non è da considerarsi necessariamente in opposizione ai Vangeli.[29] Secondo invece altri storici, anche cristiani, come John Dominic Crossan e Bart Ehrman il Vangelo di Marco conferma la versione degli Atti degli Apostoli sopra citata: tutto il sinedrio cercava una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte e "non quindi alcuni suoi membri, e nemmeno la maggior parte: tutto" (mc14,55) e, infine, "tutti lo condannarono a morte" (mc14,64)[30][31]; inoltre, non è coerente che gli stessi sinedriti non avessero provveduto alla sepoltura di tutte e tre i cadaveri, inclusi quelli dei due crocifissi ai lati di Gesù.[32][33]
Secondo alcuni studiosi, non è verosimile che Giuseppe di Arimatea, come sostiene il Vangelo di Matteo, si fosse fatto costruire una tomba a Gerusalemme: per gli Ebrei era importante essere sepolti nella propria terra nativa con i loro padri che, nel caso di Giuseppe e dei suoi famigliari, era la città di Arimatea, identificabile come l'attuale Rantis, a oltre trenta chilometri da Gerusalemme. Anche se non si può escludere che, risiedendo ormai a Gerusalemme, Giuseppe di Arimatea potesse avere acquistato un sepolcro in questa città,[34] alcuni commentatori ritengono che Matteo abbia voluto sottolineare la realizzazione della profezia di Isaia (53,9) secondo cui nella sua morte il messia sarebbe stato con il ricco.[35][36]
Inoltre, se Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, come riportato nei vangeli, avessero toccato il cadavere o il sepolcro - a causa dell'impurità contratta[37] non avrebbero potuto festeggiare l'imminente Pasqua: per analogo motivo, infatti, i capi dei giudei la stessa mattina non vollero entrare nel pretorio durante il processo a Gesù di fronte a Pilato[38] Alcuni studiosi ritengono tuttavia verosimile che Giuseppe di Arimatea si sia limitato a dirigere le operazioni di sepoltura, evitando il contatto diretto con il cadavere, fonte di contaminazione per un giudeo osservante.[39]

Secondo alcuni storici, la figura di Giuseppe di Arimatea, verosimilmente, può essere stata creata per la necessità di avere un personaggio degno di fiducia e un luogo preciso - a differenza di una fossa comune - da cui proclamare la resurrezione di Gesù.[40][41][42] Altri studiosi mettono invece in dubbio alcuni aspetti della sua figura, come quello che fosse un discepolo di Gesù, e il biblista Mauro Pesce sostiene - pur ritenendo possibile, come riportato in At13,27-30, che la sepoltura fosse stata effettuata dalle autorità giudaiche di Gerusalemme (per un uomo solo non sarebbe stato possibile tirare giù un condannato dalla croce e trasportarlo sul luogo della sepoltura) - che la figura di Giuseppe di Arimatea non sia probabilmente storica ma creata per giustificare la presenza di una tomba privata e che, dopo esser stato citato per la prima volta per il solo scopo della sepoltura, scompaia dagli stessi vangeli e non sia mai menzionato neppure negli Atti degli Apostoli; la figura di tale personaggio è quindi indispensabile per la strategia narrativa evangelica ma - anche supponendo storico l'intervento sinedrile nella sepoltura, che avrebbe comunque comportato l'utilizzo di una fossa comune - si è avuta la trasformazione di un atto del Sinedrio in un'iniziativa individuale (compresa la richiesta del cadavere a Pilato).[43] Anche Paolo di Tarso, come gli Atti degli Apostoli, non parla mai di Giuseppe di Arimatea in nessuno dei suoi scritti,[44] ma secondo vari autori ciò non sarebbe significativo, perché Paolo non dà quasi mai dettagli storici su Gesù.[45]
Il citato storico cristiano John Dominic Crossan ritiene l'episodio della sepoltura di Gesù "falsa e antistorica" e la figura di Giuseppe di Arimatea una creazione "per il nome, il luogo e la sua funzione", finalizzato alla giustificazione della risurrezione e, analogamente, lo storico e teologo cristiano Rudolf Bultmann ritiene il sepolcro vuoto una creazione apologetica degli evangelisti, sempre funzionale a provare la risurrezione.[46][47][48] L'esegeta cattolico Raymond Brown ritiene, invece, che la figura di Giuseppe di Arimatea sia storica secondo quanto riferito nel Vangelo di Marco: un membro del Sinedrio e un pio ebreo, che avrebbe fatto seppellire frettolosamente Gesù in una tomba scavata nella roccia. Altri particolari, come quello che fosse un discepolo di Gesù, che avrebbe fatto mettere Gesù nella sua tomba di famiglia e che avrebbe provveduto personalmente all'unzione della salma insieme a Nicodemo, sono da ritenersi dubbi e sono probabilmente abbellimenti successivi degli altri evangelisti[49].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Moody, Dwight Lyman. 1997. Moody's Bible Characters Come Alive. Grand Rapids, MI: Baker Books. p. 115 ISBN 0-520-04392-8.
  2. ^ Vangelo secondo Marco, 15,42-46.
  3. ^ Vangelo secondo Matteo, 27,57-60.
  4. ^ Vangelo secondo Luca, 23,50-53.
  5. ^ Vangelo secondo Giovanni, 19,38-42.
  6. ^ Bart Ehrman, E Gesù diventò Dio, Nessun Dogma Editore, 2017, pp. 132-143,148, ISBN 978-88-98602-36-0.
  7. ^ Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, pp. 138-159,293,294,296, ISBN 978-88-17-07429-2.
  8. ^ Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, p. 136, ISBN 978-88-430-8869-0.
  9. ^ Si veda Vangelo secondo Matteo, 27,52-53.
  10. ^ Si veda Vangelo secondo Luca, 2,25-35.
  11. ^ Vangelo secondo Luca, 10,1-24.
  12. ^ San Colombano d'Irlanda - Abate d'Europa, Renata Zanussi, Bobbio 2007.
  13. ^ Questo anche per evitare che la tomba potesse diventare meta di pellegrinaggi da parte di eventuali seguaci del condannato.
  14. ^ Ma ve ne sono molteplici in senso opposto, sulla spietata crudeltà dei Romani in merito ai crocifissi, ad esempio in Orazio (Satire ed epistole), Giovenale (Satire), Artemidoro da Efeso, Petronio (Satyricon).
  15. ^ Bart Ehrman, Jesus apocalyptic prophet of the new millenium, Oxford University Press, 1999, pp. 224-225,229-232, ISBN 978-0-19-512474-3.
  16. ^ Bart Ehrman, E Gesù diventò Dio, Nessun Dogma Editore, 2017, pp. 132-143, ISBN 978-88-98602-36-0.
  17. ^ John Dominic Crossan, Gesù una bibliografia rivoluzionaria, Ponte alle Grazie, 1994, pp. 156-159,188-194,196 ISBN 88-7928-270-0.
  18. ^ John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 160-176,187-188, ISBN 978-0-06-061480-5.
  19. ^ Bibbia TOB, Nuovo Testamento Vol.3, Elle Di Ci Leumann, p. 179, 1976.
  20. ^ Vedi Deuteronomio 21, 22-23
  21. ^ a b Santi Grasso, Il Vangelo di Giovanni, Città Nuova, 2008, p. 746-748
  22. ^ Antonio Lombatti, Inchiesta sulla Bibbia, p. 226-228
  23. ^ C. Perrot, Jesus, PUF, Paris, 1998, p. 115
  24. ^ Anche durante l'assedio e la distruzione di Gerusalemme, nel 70 d.C., Flavio Giuseppe annota come gli ebrei venissero "crocifissi di fronte alle mura" e "ogni giorno erano cinquecento, e talvolta anche di più [...] e tale era il loro numero che mancavano lo spazio per le croci e le croci per le vittime".
  25. ^ John Dominic Crossan, Gesù una bibliografia rivoluzionaria, Ponte alle Grazie, 1994, pp. 156-159, ISBN 88-7928-270-0.
  26. ^ John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 167-168, 188, ISBN 978-0-06-061480-5.
  27. ^ At13,27-30.
  28. ^ Bible Hub
  29. ^ Carlo Maria Martini, Il problema storico della risurrezione negli studi recenti, Università Gregoriana Editrice, Roma, 1980
  30. ^ John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 172, ISBN 978-0-06-061480-5.
  31. ^ Bart Ehrman, E Gesù diventò Dio, Nessun Dogma Editore, 2017, pp. 133-136, ISBN 978-88-98602-36-0.
  32. ^ John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, p.173, ISBN 978-0-06-061480-5.
  33. ^ Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, pp. 146, ISBN 978-88-17-07429-2.
  34. ^ Gianfranco Ravasi, I Vangeli del Dio risorto, San Paolo, 1995
  35. ^ http://www.laparola.net/testo.php?riferimento=Isaia+53%3B+Matteo+1%3A21%3B+Romani+3%3A21-26%3B+Ebrei+9%3A15&versioni
  36. ^ Il servo trasfigurato
  37. ^ L'impurità di sette giorni è richiamata ad esempio in Nm19,11; Nm31,19.
  38. ^ Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua (Gv18,28).
  39. ^ John J. Donahue, Daniel J. Harrington, The Gospel of Mark, The Liturgical Press, 2002
  40. ^ Bart Ehrman, Jesus apocalyptic prophet of the new millenium, Oxford University Press, 1999, pp. 224-225,229-232, ISBN 978-0-19-512474-3.
  41. ^ Rudolf Bultmann, History of the Synoptic Tradition, Hendrickson Publisher, 1963, p. 287, 290, ISBN 1-56563-041-6.
  42. ^ John Dominic Crossan, Gesù una bibliografia rivoluzionaria, Ponte alle Grazie, 1994, pp. 188-194,196, ISBN 88-7928-270-0.
  43. ^ Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, pp. 138-159, 293, ISBN 978-88-17-07429-2.
  44. ^ Bart Ehrman, E Gesù diventò Dio, Nessun Dogma Editore, 2017, pp. 133-135, ISBN 978-88-98602-36-0.
  45. ^ Raymond Brown, 101 Questions and Answers on the Bible, Paulist Press, 1990
  46. ^ Rudolf Bultmann, History of the Synoptic Tradition, Hendrickson Publisher, 1963, p. 287, 290, ISBN 1-56563-041-6.
  47. ^ John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 172-176, 209, ISBN 978-0-06-061480-5.
  48. ^ John Dominic Crossan, Gesù una bibliografia rivoluzionaria, Ponte alle Grazie, 1994, pp. 188-194,196, ISBN 88-7928-270-0.
  49. ^ Raymond Brown, La morte del Messia, Queriniana, 1999

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