Francesco Sforza

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Francesco Sforza
Francesco Sforza.jpg
Francesco Sforza ritratto da Bonifacio Bembo (Pinacoteca di Brera, Milano), 1460 circa
Duca di Milano
Stemma
In carica 14501466
Incoronazione 1450
Predecessore Filippo Maria Visconti
Successore Galeazzo Maria Sforza
Altri titoli Signore di Milano
Nascita Cigoli di San Miniato, 23 luglio 1401
Morte Milano, 8 marzo 1466
Casa reale Sforza
Padre Muzio Attendolo Sforza
Madre Lucia da Terzano
Consorte Polissena Ruffo
Bianca Maria Visconti
Francesco Sforza
Ritratto di Francesco Sforza, Francesco Bonsignori
Ritratto di Francesco Sforza, Francesco Bonsignori
23 luglio 1401 - 8 marzo 1466
Nato a Cigoli (San Miniato)
Morto a Milano
Cause della morte malattia
Luogo di sepoltura Duomo di Milano
Etnia italiana
Religione cattolica
Dati militari
Paese servito Regno di Napoli, Sforza, Angiò, Stato Pontificio, Visconti, Repubblica di Lucca, Repubblica di Venezia, Repubblica di Firenze, Ducato di Milano
Forza armata Mercenari
Arma Cavalleria
Anni di servizio 1417 - 1450
Grado Condottiero
Guerre
  • 1417: prime campagne militari al servizio del padre Muzio Attendolo
  • 1417-1424: guerra di successione al trono di Napoli
  • 1424-1425: guerra contro Foligno per conto di Papa Martino V
  • 1425-1447: campagne militari al servizio del ducato di Milano contro gli Aragonesi, i Veneziani e i Fiorentini
  • 1447-1450: guerra di successione al trono del Ducato di Milano contro la Repubblica Ambrosiana. Conquista di Milano.
Battaglie Assedio al castello di Gradara (1446)

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Francesco Sforza, duca di Milano (Cigoli (San Miniato), 23 luglio 1401Milano, 8 marzo 1466), è stato il primo duca della dinastia degli Sforza. Valente condottiero di ventura, per anni Francesco Sforza combatté al servizio dei vari principati italiani, dal Regno di Napoli allo Stato della Chiesa, per giungere infine al servizio del duca Filippo Maria Visconti. Nel ventennale servizio presso quest'ultimo, lo Sforza dovette destreggiarsi tra gli intrighi organizzati dal duca medesimo, invidioso e sospettoso della popolarità e delle abilità militari del suo capitano di ventura. Nel 1441, lo Sforza giunse a sposare la figlia di Filippo Maria, Bianca Maria Visconti, divenendo de facto il successore del potentato milanese. Alla morte di Filippo Maria nel 1447, però, Milano insorse proclamando la Repubblica, entità statale indebolita progressivamente dall'influenza politica e militare che lo Sforza stesso riuscì ad esercitare sul popolo meneghino. Asceso al rango ducale nel 1450, legittimato davanti ai milanesi in quanto consorte dell'ultima Visconti, Bianca Maria, Francesco Sforza fu il promotore della Pace di Lodi tra gli Stati Italiani e della rinascita dell'economia, delle arti e del Ducato di Milano dopo decenni di instabilità, guadagnandosi la stima e l'ammirazione dei suoi contemporanei e del Machiavelli.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini e il matrimonio con Polissena Ruffo (1401-1419)[modifica | modifica wikitesto]

Figlio illegittimo del condottiero Muzio Attendolo Sforza e di Lucia Terzani da Torgiano[2], Francesco Sforza passò la sua infanzia a Firenze e presso la corte ferrarese di Niccolò III d'Este. Presso quest'ultimo signore, Francesco ebbe tra i suoi maestri il grande umanista Guarino Guarini detto "il Veronese", ricevendo così un'ottima educazione[1]. Successivamente seguì il padre a Napoli dove, all'età di undici anni (dicembre 1412), venne creato conte di Tricarico[1] da re Ladislao I di Napoli e quindi armato cavaliere. Il "conticello" (così fu chiamato Francesco dopo l'investitura), sposò pertanto Polissena Ruffo, una nobile calabrese del ramo di Montalto e vedova del cavaliere francese Giacomo de Mailly che possedeva molte terre, specie nel cosentino[3]. Il matrimonio si celebrò il 23 ottobre del 1418 a Rossano[1][4]: la sposa portò in dote i territori di Paola, il principato di Rossano, Calimera, Caccuri, Montalto, Policastro e altri feudi che furono affidati all'amministrazione di Angelo Simonetta[3][5]. Tuttavia nel 1420 Polissena morì poco tempo dopo aver dato alla luce la neonata figlia Antonia Polissena, destinata a morire in fasce[4][6].

Da Napoli a Milano[modifica | modifica wikitesto]

1419-1424: La guerra di successione al trono di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1419, poco dopo la nascita della figlia, il diciottenne Francesco fu chiamato dal padre (all'epoca al servizio di papa Martino V) a combattere nel Lazio contro Braccio da Montone, potente capitano di ventura che ostacolava il pontefice nel riacquisire la sovranità sui territori del Patrimonio di San Pietro[4]. Messisi così direttamente al servizio del pontefice, Francesco e Muzio si adoperarono per la difesa del trono di Napoli contro le mire di Alfonso V d'Aragona, erede proposto dalla regina Giovanna II, il quale fu contrastato da Luigi d'Angiò, candidato del pontefice[4]. In una serie di capovolgimenti e voltafaccia da ambo le parti, i due Sforza si segnalarono per l'abilità nelle operazioni militari, tra le quali eccelleva Francesco per ardore e carisma. Nel bel mezzo delle manovre, però, il padre Muzio perì il 4 gennaio 1424[1] presso la foce del fiume Pescara nel 1424 in una battaglia contro il già ricordato Braccio da Montone[7]. L'eredità fu raccolta dal figlio stesso, il quale concluse la guerra contro gli aragonesi nel giro di pochi mesi. Francesco riconquistò infatti Napoli nell'aprile del medesimo anno in seguito al tradimento del comandante militare Jacopo Caldora; poi guidò le truppe paterne contro Braccio, portandole alla vittoria nella battaglia di L'Aquila (il 2 giugno 1424)[8], assicurando così alla regina Giovanna il controllo definitivo del Regno.

1424-1425: l'intermezzo pontificio[modifica | modifica wikitesto]

Messo al sicuro il meridione dalle ambizioni aragonesi, Francesco Sforza fu assoldato direttamente da Martino V nella lotta contro Corrado Trinci, signore di Foligno, il quale impediva al pontefice, sulla scia della politica di Braccio, di riportare l'autorità papale sui territori dello Stato della Chiesa. Francesco vinse la debole resistenza, riportando Foligno sotto l'obbedienza pontificia[9].

Andrea del Verrocchio, Statua equestre di Bartolomeo Colleoni, Venezia. In questa pregevole statua, il Verrocchio raffigurò l'artefice della prima sconfitta militare di Francesco Sforza.

Al servizio di Filippo Maria Visconti (1425-1447)[modifica | modifica wikitesto]

1425-1427: la battaglia di Maclodio e la prima caduta in disgrazia[modifica | modifica wikitesto]

Con queste credenziali il giovane Sforza entrò, nell'estate del 1425, al servizio del duca di Milano, Filippo Maria Visconti[10]. Questi all'epoca era in lotta contro Firenze e Venezia, le due principali potenze italiane che cercavano di impedire al Signore di Milano di ricreare il vastissimo dominio territoriale costruito a suo tempo dal padre, Gian Galeazzo Visconti. Filippo Maria concesse allo Sforza, oltre all'indipendenza dagli ordini del luogotenente delle forze ducali, Angelo della Pergola, un contratto di condotta di cinque anni, con il quale il capitano di ventura si impegnò inizialmente a combattere contro Firenze per la conquista di Forlì al comando di 1500 cavalieri e 300 fanti[11]. Le mire espansionistiche di Filippo Maria preoccuparono però gli altri potentati italiani, allargando così l'alleanza antiviscontea anche a Ferrara, Mantova, Siena, la Savoia e la Sicilia, coalizione che dichiarò guerra a Milano il 27 gennaio 1426[12].

Accerchiato in questo modo, il Visconti non poté che soccombere, nonostante avesse al suo soldo anche un altro valente capitano di ventura, Niccolò Piccinino. Un anno dopo l'apertura delle ostilità Francesco Sforza, indebolito dalle sconfitte militari di Brescello (20 maggio) e dalla distruzione della flotta viscontea del Po (7 agosto)[13], affrontò il luogotenente delle forze venete, Bartolomeo Colleoni, nella battaglia di Maclodio (12 ottobre 1427[1][13]), dalla quale le forze ducali ne uscirono sconfitte, costringendo Filippo Maria a rinunciare alle città strategiche di Brescia e di Bergamo[1]. L'esito della battaglia incrinò i rapporti tra il duca e lo Sforza, i quali peraltro non erano mai stati buoni a causa della differenza di carattere e per il carisma di cui era dotato il condottiero. Infatti, con una scusa, Francesco fu relegato a Mortara (tra il Ticino e il Po) dove rimase dal 1428 al 1429 con l'ordine di rimanervi fino a tempo indeterminato[14].

Altre spedizioni militari e Bianca Maria (1430-1434)[modifica | modifica wikitesto]

La spedizione contro Lucca (estate 1430)[modifica | modifica wikitesto]
Bonifacio Bembo, Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, metà XV secolo, tempera su pannello, Pinacoteca di Brera.

Volgendo al termine il contratto di condotta, Filippo Maria lasciò lo Sforza, nell'estate del 1430[1], libero di recarsi a Lucca per mettere al potere Paolo Guinigi e scacciare il signore filo-fiorentino Niccolò Fortebracci[14]. Francesco riuscì a battere i fiorentini sul campo, mentre di nascosto Filippo Maria complottò contro il Guinigi stesso, corrompendo il suo cancelliere Antonio Petrucci e detronizzandolo il 15 agosto con una rivolta interna alla città.

Il fidanzamento con Bianca Maria Visconti (1432)[modifica | modifica wikitesto]

Mentre il Piccinino conduceva le operazioni militari in terra di Toscana, Francesco si ritirava a Mirandola, in attesa di nuovi ordini[14]. Per mantenere il condottiero sotto il proprio controllo (Venezia, richiamata in guerra dai fiorentini, auspicava che lo Sforza si mettesse al suo servizio[14]), Filippo Maria gli offrì in sposa la figlia Bianca Maria[15]. Questa all'epoca aveva solo cinque anni e, anche se ufficialmente legittimata dall'imperatore Sigismondo[16], era estromessa dalla successione. Francesco accettò la proposta, probabilmente attratto dall'anticipo della dote che consisteva nelle terre di Cremona, Castellazzo Bormida, Bosco Marengo e Frugarolo[1]. Il contratto di fidanzamento venne ratificato il 23 febbraio 1432 presso il castello di Porta Giovia[14], residenza milanese dei Visconti[15].

La spedizione nelle Marche[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni 1433-1435 videro lo Sforza impegnato in una nuova grande campagna militare, questa volta contro il Papato. Infatti Filippo Maria, intenzionato come sempre a riprendere in mano i territori paterni, approfittò della crisi in cui versava il nuovo papa Eugenio IV (1431-1447) a causa delle diatribe del Concilio di Basilea, che mettevano in dubbio l'assolutismo papale[1]. Lo Sforza ebbe la meglio sulle deboli forze papali, conquistando in sole tre settimane le Marche e minacciando così i restanti territori pontifici[1]. Di fronte alla minaccia di perdere anche il potere temporale, Eugenio decise di riconoscere la validità del Concilio, aprendo nel contempo le relazioni con l'imperatore Sigismondo. Grazie all'autorevole intermediario, Eugenio si salvò dalla catastrofe nominando lo Sforza "marchese perpetuo di Fermo, vicario per cinque anni di Todi, Toscanella, Gualdo e Rispampani, nonché gonfaloniere della Chiesa"[1].

Al servizio della lega antiviscontea (1436-1440)[modifica | modifica wikitesto]

Filippo Maria Visconti, l'ultimo duca visconteo di Milano col quale lo Sforza ebbe sempre un rapporto altalenante e ambiguo

Avuti così in feudo i territori conquistati, Francesco si dichiarò disciolto dai vincoli di fedeltà che lo legavano a Milano e passò dalla parte dei nemici del Visconti. Filippo Maria, al quale già da qualche tempo "parve che il suo condottiere diventasse troppo forte e lo giudicò disobbediente ai suoi ordini di piegare il Papa veneziano dal quale temeva un rafforzamento della potenza di Venezia"[17], poté dichiararlo "fellone" pubblicamente e cercò di scalzarlo inutilmente dai domini marchigiani. Lo Sforza fu così assoldato il 27 novembre 1436[17] dalla solita lega antiviscontea formatasi a Firenze, città ove strinse rapporti amichevoli con Cosimo de' Medici. Nonostante avessero al loro servizio uno dei migliori condottieri del tempo, gli alleati si disunirono sulle manovre militari da compiere contro Milano: Venezia intendeva portare la guerra nella Pianura Padana, mentre Firenze agognava rivolgere le forze della coalizione contro l'agognata città di Lucca[1].

I dissidi interni furono acuiti dalle trattative segrete che Francesco Sforza portò a termine con Filippo Maria, quest'ultimo desideroso di sgretolare all'interno la già debole impalcatura diplomatica. Il 28 marzo 1438[1] il Duca di Milano infatti rinnovò al capitano di ventura l'offerta di matrimonio con la propria figlia Bianca Maria, proposta che lo Sforza accettò volentieri finché il Visconti la mantenne valida. Difatti, alcune nuove vittorie militari riportate da Filippo Maria, spinsero Francesco ad abbracciare nuovamente la causa antiviscontea accettando l'incarico di guidare le forze venete e fiorentine (febbraio 1439)[1].

1441-1447: la riconciliazione con il Duca e il matrimonio con Bianca Maria[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1440 lo Sforza, privato nel Regno di Napoli dei suoi feudi, occupati da Alfonso I di Napoli, dovette riconciliarsi col Visconti, che nel frattempo subiva i ricatti inaccettabili del suo nuovo condottiero Niccolò Piccinino. A suggello di questa nuova alleanza, il 25 ottobre 1441 lo Sforza poté finalmente sposare a Cremona Bianca Maria[18][19] e, da quel momento in poi, lo Sforza si firmò sempre col nome di Francesco Viscontisforza, nel tentativo di sottolineare il suo legame con la dinastia regnante[1][20]. L'irrequieto duca, però, continuava a non fidarsi del genero: per cercare di eliminare questo pericoloso parente, Filippo Maria commissionò l'omicidio di Eugenio Caimo (colui che aveva organizzato il matrimonio), mise sotto assedio Cremona[21] e promise ad Eugenio IV la riconquista dei territori delle Marche conquistate, riuscendo ad attirare nella sua orbita anche Alfonso V di Napoli (30 novembre 1442)[1][22]. Francesco si mosse verso il Meridione, ma subì alcuni rovesci militari; si rivolse quindi contro Niccolò Piccinino, che da tempo aveva occupato i suoi territori in Romagna e Marche, e lo sconfisse a Monteloro[23] l'8 novembre del 1433[24], grazie anche all'aiuto di Venezia e di Sigismondo Pandolfo Malatesta (che aveva sposato una figlia illegittima di Francesco, Polissena). Nel frattempo, Francesco aveva riallacciato i rapporti con il suocero, il quale voleva sì umiliare Francesco, ma non distruggerlo, tanto da aiutarlo a fronteggiare la coalizione anti-sforzesca[1][22][24]. Lo Sforza successivamente combatté anche contro il figlio del Piccinino, Francesco che sconfisse nella battaglia di Montolmo (1444)[1].

L'ascesa al potere (1447-1450)[modifica | modifica wikitesto]

La proclamazione della Repubblica Ambrosiana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica Ambrosiana.
Vessillo della Repubblica Ambrosiana, copia realizzata nel 1649 da un originale perduto.

Il 13 agosto 1447 Filippo Maria morì, in completa solitudine, nel suo castello di Porta Giovia a Milano[22]. La mancanza di eredi legittimi che potessero succedere al defunto duca spinse i milanesi a proclamare le antiche libertà comunali, ricostruite sotto l'egida del simbolo della libertà comunale milanese, vale a dire il patrono Sant'Ambrogio. Mentre a Milano veniva proclamata la cosiddetta Repubblica Ambrosiana, con a capo Manfredo da Rivarolo de' conti di San Martino in qualità di podestà[25], Francesco si trovava alla guida delle sue truppe a Cremona. Era necessario da parte dei nuovi governanti conquistarsi le armi dello Sforza, per evitare che quest'ultimo si impadronisse della capitale e pertanto del potere[26]. Assoldato dai nuovi signori della città con delle offerte molto vantaggiose[27] il 3 di settembre[28], Francesco condusse tra il 1447 e il 1448 nuove imprese militari contro la Serenissima, la quale stava cercando di approfittare del caos politico in cui versava il nuovo governo repubblicano per conquistare le città di Lodi e Piacenza. Francesco riuscì a scacciare i veneziani da Piacenza il 16 dicembre, mentre Bartolomeo Colleoni (sottoposto dello Sforza) riusciva a scacciare i francesi dai confini occidentali del ex-ducato[29].

La svolta[modifica | modifica wikitesto]

La svolta giunse il 15 settembre del 1448, quando Francesco annientò le truppe venete nella battaglia di Caravaggio. La Serenissima, ora in difficoltà, offrì allo Sforza gli aiuti per conquistare Milano, preda che il condottiero aspettava di fagocitare alla prima occasione. Con un patto stipulato a Rivoltella il 18 ottobre[30], pertanto, Venezia offriva aiuti militari a Francesco (6000 cavalli, 2000 fanti con un sussidio di 30.000 fiorini l'anno fino alla resa di Milano), chiedendogli in cambio il riconoscimento dei territori di Bergamo e Brescia[31]. La notizia del tradimento dello Sforza gettò nel caos più completo i maggiorenti milanesi (molti dei quali già ostili allo Sforza ben prima delle sue imprese militari, quali Giorgio Lampugnano[32]), la quale si ritrovava senza truppe da muovere contro il traditore. Pertanto questi, nell'arco del 1449, riuscì ad isolare progressivamente Milano: dopo aver sottomesso il 30 dicembre del 1448 Novara[22], nel corso dell'estate dell'anno successivo lo Sforza sottomise Melegnano, Vigevano e le restanti città ancora fedeli alla Repubblica[22]. L'11 settembre[22] giunge sotto le mura di Milano (già privata dell'acqua dei navigli ad opera dello Sforza[33]), accampando il proprio esercito al di fuori di Porta Orientale e Porta Nuova. Tra il settembre del 1449 e il febbraio del 1450 lo Sforza mise sotto assedio Milano, riuscendo a preservare la propria posizione di predominio nonostante la defezione veneta. In questo altalenarsi di vicende, il popolo meneghino, stanco dall'ambigua condotta dei suoi governanti[34] e stremato dalla carestia, si ribellò il 25 febbraio 1450, aprendo le porte al nuovo duca della città, carica in cui fu confermato ufficialmente il 25 marzo 1450 tra ali festanti di folla[35], grazie anche all'influenza che Gasparo Vimercato ebbe sull'animo dei milanesi[36]. I rappresentanti della città consegnarono allo Sforza, infatti, potestatem, dominum et ducatum annexum[37].

Duca di Milano (1450-1466)[modifica | modifica wikitesto]

La politica estera[modifica | modifica wikitesto]

La guerra contro Venezia (1450-1454)[modifica | modifica wikitesto]

Francesco non poté assaporare subito i frutti della sua splendida conquista. Venezia, volendo approfittare dello stato confusionale in cui versava Milano e le sue esigue forze militari, si levò contro il nuovo Duca per accaparrarsi anche la città di Lodi e ridurre notevolmente il territorio del ducato meneghino. La posizione delle Sforza era inoltre indebolita ulteriormente dall'ostilità di altri tre potentati: il Regno di Francia, quello di Napoli e il Sacro Romano Impero. Nel primo caso, Carlo VII sosteneva le pretese della casa cadetta degli Orlèans, in quanto discendenti di Valentina Visconti[38]; il re di Napoli Alfonso d'Aragona aveva mire su Genova ed era intenzionato ad estendere il controllo sul sud della Toscana[1]; l'imperatore Federico III d'Asburgo non intendeva riconoscere lo Sforza come duca di Milano, in quanto aveva sposato una figlia illegittima e soltanto l'imperatore poteva investire qualcuno del Ducato, fatto per cui Francesco veniva visto come un usurpatore[39][38]. In più, i Veneziani avevano legato a sé anche il Marchesato di Monferrato e il Ducato di Savoia[1].

Unico alleato in territorio italiano dello Sforza era Cosimo de' Medici: oltre ai già ricordati legami d'amicizia che si erano instaurati negli anni '40, sia lo Sforza che il Medici avevano tutto da guadagnare da un'alleanza tra Milano e Firenze. Cosimo temeva infatti che Venezia si rafforzasse troppo sulla terraferma e che venisse meno l'influenza economica del Banco Medici in territorio milanese; inoltre, gli interessi che la Serenissima stava dimostrando nei confronti dei mercati orientali preoccupava seriamente Cosimo[1].

La lega antisforzesca tentò di porre fine all'alleanza tra Firenze e Milano, espellendo i mercanti fiorentini dai loro stati (2 giugno 1451[1]), ma ottenne l'effetto contrario: Cosimo si strinse ancor di più allo Sforza e, grazie all'abilità del Medici, la Francia abdicò alle pretese degli Orlèans e si riconciliò con Francesco (febbraio 1452[1]), in quanto preoccupata delle mire di Alfonso V su Genova. Le danze si aprirono il 16 maggio 1452, allorché i veneziani, supportati ad occidente dai principati piemontesi, accerchiarono il Ducato. Francesco e il fratello Alessandro Sforza riuscirono, con un altalenante serie di successi e insuccessi, a mantenere le loro posizioni, ora arretrando ora avanzando contro il nemico. Una svolta giunse il 15 agosto 1453, allorché Francesco vinse i veneziani nella battaglia di Ghedi, permettendo così di recuperare tutti i territori finora conquistati dalla Serenissima, con l'eccezione di Brescia, Bergamo e Crema. In seguito al ribaltamento delle sorti, il Monferrato fece pace separata con lo Sforza (settembre[1]). Altro fattore decisivo per la fine della guerra fu la caduta di Costantinopoli (29 maggio 1453), evento che suscitò un brivido di terrore in tutti i potentati europei, richiamati alla pace comune per fronteggiare la minaccia dei Turchi.

L'Italia all'indomani della firma della Pace di Lodi (1454)
La Pace di Lodi (1454)[modifica | modifica wikitesto]

Pressati dal pontefice Niccolò V, gli Stati Italiani, grazie all'abilità diplomatica di Cosimo e di Francesco, stipularono con gli altri stati peninsulari la famosa pace di Lodi (9 aprile 1454)[1][40], vero e proprio capolavoro diplomatico che permetterà agli stati italiani un periodo di pace durato fino alla discesa di Carlo VIII nel 1494, dando origine alla Lega Italica per la pace comune e la comune difesa da attacchi stranieri. Sostanzialmente, alla fine della guerra, Milano manteneva Lodi e Pavia, ma perdeva Bergamo e il Bresciano, che passarono definitivamente a Venezia[1].

Il decennio 1455-1465[modifica | modifica wikitesto]

Da artefice della Lega Italica, Francesco riuscì a stabilizzare i rapporti di Milano con gli altri potentati della penisola, specialmente con Firenze e con il Papato[41], ma anche col vecchio nemico Alfonso di Napoli. Con quest'ultimo, infatti, lo Sforza intavolò trattative matrimoniali volte a rinsaldare i legami tra le due casate, facendo sposare la figlia Ippolita con Alfonso, duca di Calabria e principe ereditario[42]. Al contrario, l'imperatore Federico III continuava a considerare Francesco un usurpatore perché si era impadronito del potere senza il suo consenso[43]. Verso la fine del suo regno, Francesco intervenne nella lotta tra Luigi XI di Francia e Carlo il Temerario duca di Borgogna, inviando un contingente milanese a favore del monarca francese con a capo il primogenito, Galeazzo Maria[44]. Tra Francesco e Luigi XI erano già state, negli anni precedenti, intessute delle trattative: in cambio della Signoria su Genova (28 maggio 1464[40]), Francesco strinse un'alleanza col re francese, permettendo così all'Italia di proteggersi dalle mire espansionistiche d'oltralpe[45] e riparando alle pessime relazioni diplomatiche intercorse con il padre di Luigi, Carlo VII[46].

La politica interna[modifica | modifica wikitesto]

L'attenzione però di Francesco, appena divenne duca di Milano, fu quella di ridare pace e stabilità allo Stato. In primo luogo, Francesco dimostrò subito di ripristinare un governo autocratico in continuità con quello visconteo, iniziando la costruzione del Castello Sforzesco, sulle rovine di quello di Porta Giovia distrutto dopo la morte di Filippo Maria[47][48]. Secondo quanto riporta però Pietro Verri, lo Sforza usò uno stratagemma psicologico per convincere i milanesi a ricostruire l'odiato simbolo del potere tirannico, convincendoli che bisognava costruire una cittadella nella città, col fine di ospitare la milizia ducale e così fronteggiare gli assalti dei veneziani, consci questi ultimi delle deboli difese milanesi[49].

La politica economica[modifica | modifica wikitesto]

Il regno di Francesco Sforza durò soltanto 16 anni, dei quali quattro impegnati nella lotta contro Venezia. Nonostante ciò, il nuovo duca di Milano, grazie alla collaborazione di valenti uomini di stato, tra i quali primeggiava Cicco Simonetta, intraprese una serie di iniziative economico-fiscali volte al risanamento dell'economia, i cui frutti si sarebbero visti negli anni dei figli Galeazzo Maria e Ludovico il Moro:

Cicco Simonetta. Amico fedele dello Sforza che lo conobbe durante la sua giovinezza in Calabria, il Simonetta si rivelò un uomo di stato eccellente e sagace[50].
  1. La plutocrazia milanese e la ripresa dell'artigianato. Il 30 gennaio 1452[51], il duca Francesco richiama a Milano, in profonda crisi socio-economica a causa di un'epidemia di peste che ha decimato 30.000 persone[40][52], tutti quegli artigiani fuggiti durante la Repubblica Ambrosiana e che erano necessari per la ripresa dell'economia cittadina. Gli artigiani, infatti, non erano ancora rientrati a Milano a causa dei creditori («...gran parte per dubio d'esser molestati ad instanza de suoi creditori per soij debiti, ali quali al presente non sono potenti a satisfare») e Francesco, comprendendo bene il loro timore, emise in questo bando che sarebbero stati protetti da eventuali angherie[51]. Come conseguenza, ne risultò la rinascita artigianale e Milano cominciò ad esportare coltelli, lame e spade (oltre che tessuti pregiati)[53], che poterono ridare vigore ad un'economia sfiancata da decenni di conflitto. 
  2. Sviluppo dei canali per il trasporto del commercio interno, il quale si basava sull'esportazione di zafferano, indumenti, chiodi ed armi e del gelso, mentre si importavano ora i metalli (prima Milano era autosufficiente per i giacimenti metallurgici del Bresciano, ma dopo che questi passò ai veneziani, i lombardi furono costretti ad importarlo)[54]. Tra i principali canali edificati dallo Sforza, si ricordano: il canale tra Milano e Binasco, realizzato nel 1457 ad opera di Bertola da Novate[40] e portato a termine nel 1460[55]; e il naviglio della Martesana del 1464[40], per permettere la rinascita dei traffici commerciali tra Ticino e Milano[1].
  3. La politica agricola. Benché l'introduzione del gelso sarà ampiamente supportata sotto i suoi successori Galeazzo Maria e, soprattutto, Ludovico il Moro, Francesco Sforza promosse tale coltivazione seguendo la politica agricola del suocero Filippo Maria, promulgando il gli statuti dei tessitori e dei mercanti nell'anno 1461[40].
  4. L'alleanza finanziaria con i Medici. I buoni rapporti personali tra il Duca e Cosimo de Medici continuarono per tutti gli anni successivi: l'esercito sforzesco serviva, infatti, ai Medici per assicurarsi, in caso d'eventualità, il controllo su Firenze. In cambio, il banco mediceo avrebbe fornito il denaro a Francesco per l'opera di ricostruzione[56].
  5. La benevolenza verso gli ebrei. I fondi medicei non erano però necessari per la ripresa dell'economia lombarda. Con saggezza e avvedutezza, Francesco Sforza accordò protezione e servigi agli ebrei nel Ducato (richiamati nel 1387 per volere di Gian Galeazzo Visconti[56]), in quanto dediti all'attività finanziaria e alla pratica dei prestiti monetari (considerata, quest'ultima, come un peccato per la Chiesa Cattolica)[57].
La Ca' Granda e altre opere artitettoniche[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Università degli Studi di Milano e Ospedale Maggiore di Milano.
Incisione raffigurante la Ca' Granda di Milano

Francesco, in collaborazione con la sua consorte Bianca Maria, era intenzionato anche a risollevare le condizioni morali e materiali dei suoi sudditi dopo decenni di devastazione. Il più importante monumento filantropico è sicuramente la Ca' Granda, quel primo grande ospedale[58] pubblico lombardo che oggi ricopre il ruolo di sede dell'Università Statale[59]. Sorto anche per volere dell'arcivescovo di Milano e fratello di Francesco, Gabriele Sforza[60], l'ospedale fu realizzato su progetto dell'architetto fiorentino Filarete, al servizio del duca in qualità di architetto ducale[61]. L'edificio, i cui lavori iniziarono il 12 aprile del 1456[40], fu costruito secondo quel gusto armonico tipico del rinascimento fiorentino, fu continuato prima da Guiniforte Solari, e poi dal genere di costui, Giovanni Antonio Amadeo[62], entrambi artisti lombardi che diedero all'edificio quel gusto lombardo dovuto all'utilizzo del cotto[63].

L'ospedale non fu solo un modello di carità, ma anche di lungimiranza: sistemi fognari adeguati, divisione in reparti degli ammalati, attenzione alla pulizia ed, infine, una cappella adibita alla celebrazione eucaristica resero la Ca' Granda un ospedale avanzato sotto il profilo igienico e sanitario[64]. Oltre alla Ca' Granda, la coppia ducale si concentrò anche sull'edilizia religiosa: in favore dell'arcivescovo Gabriele (che morirà nel 1457), fu ultimata e abbellita la chiesa di Santa Maria Incoronata, annessa al monastero ove il prelato visse come monaco agostiniano e ove fu sepolto al momento del suo precoce decesso (aveva soltanto 34 anni)[48][65]. A fianco dell'Incoronata, Bianca Maria costruì un altro edificio di culto, dedicato a san Nicola da Tolentino[48]. Infine, merito importante di Francesco Sforza fu il proseguimento dei lavori della Certosa di Pavia, affidati tra il 1464 e il 1466 a Cristoforo Mantegazza[40].

La politica culturale[modifica | modifica wikitesto]

Protettore degli umanisti[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Umanesimo lombardo § L'età Sforzesca: l'apogeo cortigiano.
Francesco Filelfo. Soggiornò per buona parte della sua vita a Milano, al servizio di Francesco Sforza del quale fu il promotore della politica culturale umanista.

Francesco, che si era formato a Ferrara, non aveva potuto continuare gli studi a causa delle imprese belliche, e raggiungere in tal modo i livelli di un Leonello d'Este o di un Cosimo de' Medici[41]. Tuttavia, al pari di Alfonso V d'Aragona, lo Sforza comprese l'importanza della cultura come instrumentum regni, favorendo in tal modo l'instaurazione di una cultura votata alla celebrazione del potere[66]. Francesco, a tal proposito, chiamò alla sua corte importanti studiosi e intellettuali del movimento umanistico, tra i quali spiccarono per importanza:

  1. L'umanista e pedagogo Guiniforte Barzizza, assunto in qualità di precettore del primogenito Galeazzo Maria e della promettente Ippolita Maria, incarico che ricoprirà fino alla morte nel 1463[67].
  2. Costantino Lascaris, dotto scampato alla caduta di Costantinopoli (1453), fu assunto da Francesco Sforza col compito di educare i suoi figli alla lingua greca. Per Ippolita Maria, il Lascaris le dedicò un compendio di grammatica greca, l'Erotèmata[68].
  3. Francesco Filelfo. Valente latinista e grecista, fu l'emblema dell'umanesimo cortigiano di Francesco Sforza, per il quale compose un poema epico-politico intitolato Sphortias (incompleto) che doveva celebrare la vita di Francesco Sforza[69]. Benché opera cortigiana, Filelfo cercò di individuare le fonti orali e scritte che dovevano dare dignità alla sua opera, nel tentativo di creare la figura perfetta del princeps. Rimodellato sul modello del Pius Aeneas, Francesco Sforza è caratterizzato dalla clementia, un elemento fondamentale della trattatistica politica del XV secolo[70].
  4. Pier Candido Decembrio, partigiano della Repubblica Ambrosiana, ritornò nelle grazie dello Sforza agli albori degli anni '60. Sulla scia del Filelfo, suo acerrimo nemico politico e culturale, scrisse una Vita di Francesco Sforza che, però, risultò molto più artificiosa di quella dedicata a Filippo Maria Visconti anni addietro[71].
La Cappella Portinari[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cappella Portinari.

Edificata a fianco della Basilica di Sant'Eustorgio, nel punto in cui sorgeva un'altra cappella[72], la Cappella Portinari fu costruita per volere del direttore del banco mediceo Pigello Portinari (1421-1468)[73] quale mausoleo di famiglia e in segno di devozione verso la figura di Pietro Martire. Iniziata nel 1462, la cappella fu completata nel 1468[72], la stessa data della morte del committente[73]. La Cappella, pregevole monumento architettonico in cui si fonde il cotto lombardo con le innovazioni architettoniche del Brunelleschi (in riferimento alla struttura della cappella della Sagrestia Vecchia[74]), è decorata da affreschi di Vincenzo Foppa[74] e risulta, così, un primo, timido tentativo di importazione delle novità architettoniche fiorentine in area lombarda[75].

Giovanni Pietro Birago, particolare di Francesco Sforza, miniatura, tratto dalla Sforziade di Francesco Filelfo.
Le feste identitarie[modifica | modifica wikitesto]

Le feste identitarie erano rappresentazioni sceniche volte a consolidare, intorno ad un determinato avvenimento, l'identità comunitaria di una determinata città. Nel caso di Milano, i duchi viscontei e sforzeschi dopo cercarono dei modelli ideologici per consolidare la loro posizione signorile in una città che, nonostante le vicende, aveva ancora una significativa coscienza comunale (basti ricordarsi la dedica a sant'Ambrogio da parte della Repubblica Ambrosiana). Per questo motivo, le varie feste identitarie sforzesche seguirono il modello principesco borgognone, per sottolineare il loro rango nella scala gerarchica[76][77]. Con l'instaurazione del regime sforzesco, il principale esecutore di questa politica culturale e ideologica fu, almeno sotto Francesco, il segretario Cicco Simonetta. Questi, nel 1457, allestì in nome del rione di Porta Comasina (cui lui apparteneva) un palco davanti al Duomo, in cui fu messo in scena le vicende di Cristo con i tre regni ultraterreni, presentazione cui Francesco e la duchessa Bianca Maria presenziarono[78].

Altri esempi di feste identitarie usate con fini politici sotto il governo di Francesco sono quella del 1453, in cui fu messo in scena uno spettacolo sulla figura di Coriolano mentre il Duca era impegnato a combattere contro i Veneziani[79], e quello del 1458 intitolato Demonstrazione della Chiesa vacante (a cura di Porta Vercellina), in cui si esalta l'elezione a sommo pontefice di Pio II, amico di lunga data di Francesco Sforza e che in gioventù era stato prevosto della Basilica di S.Lorenzo[80].

Morte[modifica | modifica wikitesto]

La salute del Duca, a partire dai primi anni '60, si fece sempre più precaria: nel dicembre del 1461[1] fu colpito sia dalla gotta che dall'idropisia che da tempo l'affliggevano cronicamente. La riacutizzazione fu tale che si temette per la sua vita. Il colpo fatale, però, giunse nel 1466. Morì l'8 marzo[1] nella corte dell'arengo, dopo due soli giorni di malattia[81], a causa di un decisivo attacco d'idropisia[40], mentre il figlio Galeazzo Maria si trovava ancora in Francia al servizio di Luigi XI[81]. Dopo tre giorni durante i quali la salma del defunto duca fu omaggiata dai sudditi, Francesco Sforza fu poi traslato nel Duomo, ove le sue spoglie vi vennero sepolte[82]. Nel XVI secolo la sua tomba venne rimossa per ordine del cardinale Carlo Borromeo e successivamente i suoi resti vennero dispersi[83].

L'eredità[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Simonetta, Rerum gestarum Francisci Sfortiae, 1490

Ammirato in vita, Francesco Sforza fu compianto universalmente nella morte[84]. Pietro Verri, raccogliendo le testimonianze di Bernardino Corio e di Cicco Simonetta, ne ritrae il carattere del principe e uomo perfetto, saggio e avveduto:

« Umano e clemente fu sempre questo grand’uomo: pronto alla collera, tosto si conteneva, siccome è l’indole dei generosi; e colui al quale avesse fatto danno o con parole o altrimenti, non occorreva che chiedesse cosa alcuna; che il buon principe co’ beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i lodatori, e conosceva che questa è la maschera seducente colla quale il vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi era cosa più sicura che la fede e la parola di Francesco. »
(Pietro Verri, Storia di Milano, capitolo XVII "Francesco I Sforza", p. 56)

La sua memoria era ancora viva nei primi anni del XVI secolo, se il Machiavelli lo prese come modello di principe che conquistò il potere con la sua virtù (in contrapposizione a Cesare Borgia che ci riuscì grazie alla fortuna), nel suo De Principatibus (italianizzato con il nome de Il Principe):

« Francesco per li debiti mezzi, e con una sua gran virtù, di privato diventò Duca di Milano, e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne. »
(Niccolò Machiavelli, De Principatibus, 1814, Cap.VII, p. 26)

Nei secoli successivi, davanti a figure stravaganti ed eccelse quali Lorenzo il Magnifico e Isabella d'Este, o ambigue e crudeli quali Cesare Borgia o il figlio stesso dello Sforza, Ludovico il Moro, gettarono ombra sulla figura di questo grande condottiero e saggio statista. Il Lopez conclude amaramente con questa chiosa:

« Gli è andata male, insomma, con i pòsteri, per carenza personale di teatralità »
(Guido Lopez, I Signori di Milano, cit., p. 75)

Matrimoni e discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Stemma[modifica | modifica wikitesto]

Stemma Descrizione
Orn ext Duke.png
Coat of arms of the House of Sforza.svg

Inquartato: nel primo e nel quarto, d'oro all'aquila spiegata di nero, lampassata di rosso e coronata del campo; nel secondo e nel terzo, d'argento alla biscia ondeggiante in palo d'azzurro, coronata d'oro, ingolante un fanciullo di carnagione.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera
— 1463[90]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad Ippolito, cfr..
  2. ^ Santoro, p. 7.
  3. ^ a b Sinopoli-Pagano-Frangipane, p. 55.
  4. ^ a b c d Santoro, p. 11.
  5. ^ Il nipote Cicco Simonetta sarebbe diventato segretario di Francesco Sforza, di Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia; cfr. Paolo Colussi, Storia di Milano: Cicco Simonetta, 30 luglio 2002. URL consultato il 12 luglio 2015.
  6. ^ Davide Tansini, Francesco Sforza: l’impresa del potere, Tansini.it, 2014. URL consultato il 29 agosto 2015.
  7. ^ Giorgio Nicodemi, Gli Sforza, duchi di Milano, p. 18
  8. ^ Santoro, p. 14
  9. ^ Santoro, p. 15
  10. ^ Santoro, p. 16
  11. ^ Santoro, pp. 15-16
  12. ^ Nicodemi, p.19
  13. ^ a b Maria Grazia Tolfo e Paolo Colussi (a cura di), Cronologia di Milano dal 1426 al 1450, StoriadiMilano, 24 gennaio 2009. URL consultato il 13 luglio 2015.
  14. ^ a b c d e Nicodemi, p. 20
  15. ^ a b Santoro, p. 17
  16. ^ Bianca Maria era la figlia naturale di Filippo Maria e della nobildonna Agnese del Maino (si veda: Franco Catalano, Bianca Maria Visconti in Dizionario Biografico degli Italiani. URL consultato il 12 luglio 2015.)
  17. ^ a b Giorgio Nicodemi, Gli Sforza, duchi di Milano, p. 21
  18. ^ a b Santoro, p. 18
  19. ^ Cavallotti, pp. 20-21
  20. ^ Ratti, p. 26, nota 7
  21. ^ Giuseppe Cavallotti p. 21, Notizie istoriche relative a Francesco Sforza.
  22. ^ a b c d e f Maria Grazia Tolfo e Paolo Colussi, Cronologia di Milano dal 1426 al 1450, Storia di Milano, 24 gennaio 2009. URL consultato il 23 agosto 2015.
  23. ^ Tra Pesaro e Rimini.
  24. ^ a b Santoro, p. 19
  25. ^ Cavallotti, p. 25
  26. ^ Caterina Santoro, Gli Sforza: La casata nobiliare che resse il Ducato di Milano dal 1450 al 1535, p. 21
  27. ^ Com'è scritto nel Dizionario Biografico degli Italiani, Francesco Sforza avrebbe potuto tenere per sé la città di Brescia o Verona
  28. ^ Cavallotti, p. 28
  29. ^ Cavallotti, p. 32
  30. ^ Bosisio, p. 170
  31. ^ Santoro, pp. 21-22
  32. ^ Cavallotti, p.33
  33. ^ Cavallotti, p.34
  34. ^ I capitani del popolo, per evitare che la città cadesse nelle mani dello Sforza, chiesero di poter mettere Milano sotto la protezione di Venezia, sancendo quindi la fine dell'autonomia cittadina, cfr. Dizionario biografico degli Italiani
  35. ^ Così riportano il sito Storia di Milano dal 1426 al 1450 e Pietro Verri ne Verri, p. 43
  36. ^ Cavallotti, p. 36
  37. ^ Bosisio, p. 172
  38. ^ a b Verri, pp. 41-42
  39. ^ Santoro, p. 44
  40. ^ a b c d e f g h i Cronologia storico-artistica di Milano (1447-1500), Fondazione IRCCS Ca' Granda - Ospedale Maggiore Policlinico, 26 settembre 2014. URL consultato il 17 luglio 2015.
  41. ^ a b Lopez, p. 69
  42. ^ Verri, p.51
  43. ^ Antonio Menniti Ippolito, Francesco Sforza. URL consultato il 23 agosto 2015.
    «Anche l'imperatore eletto Federico III, come si è visto, aveva mire sul Ducato, e per di più non sembrava affatto disposto a riconoscere la legittimità di un diritto di successione ottenuto per via femminile (impedimento che valeva anche per gli Orléans). Francesco, infatti, non sarebbe mai riuscito, malgrado i ripetuti sforzi, a ottenere la ratifica imperiale del suo potere. Perciò, il Ducato milanese, pur saldamente nelle mani di Francesco, sotto un profilo esclusivamente formale rimaneva vacante».
  44. ^ Lopez, p. 70
  45. ^ Come si evince dalla voce biografica della Treccani qui usata come riferimento bibliografico, Luigi di Francia aveva acconsentito alla cessione della città di Savona a Francesco Sforza qualora questi l'avesse soccorso contro Carlo di Borgogna.
  46. ^ Verri, p. 49
  47. ^ Il Castello Sforzesco risorge, Castello Sforzesco. URL consultato il 23 agosto 2015.
  48. ^ a b c Santoro, p. 96
  49. ^ Verri, p. 45
  50. ^ Paolo Colussi, Cicco Simonetta, capro espiatorio di Ludovico il Moro, Storia di Milano, 30 luglio 2002. URL consultato il 23 agosto 2015.
  51. ^ a b Lopez, p. 65
  52. ^ Cavallotti, p. 47
  53. ^ Lopez, p. 66
  54. ^ Lopez, pp.66-67
  55. ^ Verri, p. 51
  56. ^ a b Lopez, p. 67
  57. ^ Laura Moneta, Nascita, crescita e vicissitudini attuali della scuola ebraica di Milano - Gli ebrei sotto gli Sforza., Morashà, 2002. URL consultato il 15 luglio 2015.
  58. ^ Litta Biumi
  59. ^ Le origini e la fondazione, Università degli studi di Milano. URL consultato il 15 luglio 2015.
  60. ^ Santoro, p. 58
  61. ^ Milano, p. 101
  62. ^ Milano, pp. 101-102
  63. ^ Università Statale, Regione Lombardia, 5 maggio 2015. URL consultato il 15 luglio 2015.
  64. ^ Michele Augusto Riva e Daniele Mazzoleni, Storia della "Ca' Granda" di Milano (PDF), 14 marzo 2012. URL consultato il 13 dicembre 2014.
  65. ^ Cazzani, p. 211
  66. ^ Santoro, p. 92
  67. ^ Guido Martellotti, Guiniforte Barzizza
  68. ^ Ceresa, Lascaris, Costantino
  69. ^ Santoro, p. 93
  70. ^ Viti, Francesco Filelfo
  71. ^ Viti, Decèmbrio, Pier Candido
  72. ^ a b Robert Ribaudo, Cappella Portinari, LombardiaBeniCulturali, 2009. URL consultato il 16 luglio 2015.
  73. ^ a b Cappella di San Pietro Martire nel Sito della Basilica di Sant'Eustorgio. URL consultato il 13 dicembre 2014.
  74. ^ a b Cappella Portinari. URL consultato il 14 dicembre 2014.
  75. ^ p. 102, Milano
  76. ^ Ventrone, p. 249
  77. ^ Il modello franco-borgognone non si limitò soltanto all'ideologia culturale delle manifestazioni pubbliche, ma si espresse anche nell'arte figurativa e agli stilemi culturali in generale:
    « La fondamentale cultura di Francesco e di Galeazzo Maria - pur non volendo né potendo ignorare le pressioni del Rinascimento centrale e settentrionale, emiliano e padovano - è volta alla conservazione dell'estremo gotico cortese visconteo, quasi come legittimazione simbolica di continuità principesca. »
    (Milano, a cura del Touring Club Italiano, p. 101)
  78. ^ Ventrone, p. 258
  79. ^ Ventrone, p. 258, nota 27
  80. ^ Ventrone, pp. 259-260
  81. ^ a b Verri, p. 57
  82. ^ Verri, p. 58
  83. ^ Davide Tansini, Francesco Sforza: l’impresa del potere, Tansini.it. URL consultato il 16 agosto 2015.
  84. ^ Guido Lopez, I Signori di Milano
  85. ^ Polissena Ruffo, contessa di Montalto e Corigliano, Geneall. URL consultato il 13 agosto 2015.
  86. ^ Olivari-Brasca, p. 32
  87. ^ Ofir Friedman, Francesco I Sforza, duca di Milano, Geni, 4 Novembre 2014. URL consultato il 13 agosto 2015.
  88. ^ Santoro, p. 101
  89. ^ Caterina Santoro, Gli Sforza: La casata nobiliare che resse il Ducato di Milano dal 1450 al 1535
  90. ^ Francesco I Sforza, duca di Milano, Geneall. URL consultato il 23 agosto 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Signore di Ancona Successore
Repubblica di Ancona 1433-1443 Repubblica di Ancona
Predecessore Pretendente al trono del ducato di Milano Successore Coat of arms of the House of Visconti (1395).svg
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Predecessore Duca di Milano Successore Coat of arms of the House of Visconti (1395).svg
Aurea Repubblica Ambrosiana 14501466 Galeazzo Maria Sforza
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