Niccolò Piccinino

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Niccolò Piccinino
Pisanello, ritratto di Niccolò Piccinino (dal Codice Vallardi, Louvre)
Pisanello, ritratto di Niccolò Piccinino
(dal Codice Vallardi, Louvre)
1386 - 15 ottobre 1444
Nato a Perugia
Morto a Cusago
Cause della morte idropisia
Luogo di sepoltura duomo di Milano
Dati militari
Paese servito
Anni di servizio ventotto (1416-1444)
Grado capitano
Battaglie Maclodio, Lucca, Cremona, Delebio, Castel Bolognese, Cignano, Barga, Tenno, Anghiari, Assisi, Monteleone d'Orvieto, Monteluro, Montolmo

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Niccolò Piccinino (Perugia, 1386Cusago, 15 ottobre 1444) è stato un condottiero italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Callisciana, nei pressi di Perugia, era figlio di un macellaio, fu avviato al mestiere di lanaiolo, ma preferì trasferirsi in Romagna come garzone di un uomo d'armi che gli insegnò l'arte della guerra.

Nel 1416 iniziò la sua carriera militare al servizio di Braccio da Montone. Alla morte del suo condottiero, avvenuta durante l'assedio dell'Aquila (1424), subito seguita da quella del figlio di quest'ultimo, Oddo Fortebracci, Piccinino divenne la guida della condotta di Braccio. Dopo un breve periodo al servizio della repubblica di Firenze, servì Filippo Maria Visconti, duca di Milano (1425), per il quale, insieme a Niccolò Fortebraccio combatté contro la lega formata dal papa Eugenio IV, la repubblica di Venezia e Firenze.[1]

Nel 1427 prese parte alla battaglia di Maclodio a beneficio del ducato di Milano.

Sconfitte le forze papali a Castel Bolognese nel (1434), seguite però da una seconda armata comandata da Francesco Sforza che sconfissero ed uccisero Fortebraccio a Fiordimonte, Piccinino rimase da solo al comando e, in una serie di campagne contro gli Sforza, conquistò un certo numero di città in Romagna.

Nel 1438, durante la guerra tra la Serenissima e il ducato di Milano, Piccinino combatté per Filippo Maria Visconti e tentò di occupare la città di Brescia, ma Scaramuccia da Forlì, al servizio di Venezia, intervenne con successo per scongiurare l'assedio. Nel 1439 Niccolò combatté ancora in Lombardia ottenendo diversi successi contro lo Sforza, che era entrato al servizio di Venezia.

Nonostante una serie di vittorie il Piccinino venne sconfitto a Tenno dai veneziani, aiutati dallo Sforza. Il duca lo inviò allora in Toscana nella speranza che i fiorentini ritirassero le forze mandate in aiuto di Venezia.

Devastò il Mugello, vicino a Fiesole intercettò alcune lettere della signoria fiorentina in cui si consigliava al capitano Piergianpaolo Orsini di non cercare la battaglia.

Piccinino indusse il duca di Milano a destinarlo in Umbria dove sperava, come altri condottieri, di conquistare un proprio dominio.

Il 29 giugno 1440 Niccolò si recò a Sansepolcro, dove, lasciati i bagagli e arruolati 2.000 uomini del luogo che odiavano la città rivale, mosse contro Anghiari. Nella piana tra le due città l'esercito del duca, condotto dal Piccinino, venne travolto dai fiorentini comandati da Micheletto Attendolo e Giampaolo Orsini: la battaglia verrà poi immortalata dal genio di Leonardo da Vinci negli studi per il perduto affresco della Battaglia di Anghiari. Al Piccinino non restò che ritornare in Lombardia.[2]

Nel febbraio del 1441, guidando le truppe milanesi, invase la bassa pianura bresciana, nel tentativo di riportarla sotto le insegne viscontee. Venezia mosse il proprio esercito e lo affidò al conte Francesco Sforza che, partendo da Verona, marciò su Brescia e quindi discese fino a Cignano dove i due eserciti il 25 giugno si affrontarono.

Nel novembre del 1442 con l'aiuto dei perugini pose l'assedio di Assisi. Dopo diversi giorni di inutili tentativi, le truppe del Piccinino, anche grazie all'aiuto di un frate traditore che indicò un accesso nascosto in un antico acquedotto romano, riuscirono a penetrare all'interno della cerchia di mura e la città, difesa in quel periodo da Alessandro Sforza, venne duramente saccheggiata e devastata. Il Piccinino si oppose comunque alla completa distruzione della città rifiutando i 15.000 fiorini offerti dai perugini al riguardo[3].

Nel 1443 pose l'assedio a Monteleone d'Orvieto e dopo un mese, avendola ridotta alla fame, cercò di cacciare Ugolino di Montemarte da Corbara. Ugolino fu costretto a lasciare Monteleone, Montegabbione e Carnaiola. In seguito venne richiamato dal duca di Milano e, durante la sua assenza, le sue truppe furono sconfitte a Montolmo.

Poco dopo, il 15 ottobre 1444, il condottiero si ammalò di idropisia e morì all'età di 58 anni: fu sepolto nel duomo di Milano.

Epitaffio latino dei Piccinino nel duomo di Milano, dove fu sepolto.

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Niccolò Piccinino sposò Gabriella da Sesto che, accusata di adulterio, fece uccidere.[4] Suo figlio fu Jacopo Piccinino (1423-1465) che intraprese la carriera militare del padre.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Block, p. 31
  2. ^ Ricotti, p. 77
  3. ^ Arnaldo Fortini, Assisi nel Medioevo, Società internazionale degli studi francescani, Edizioni Roma, 1940.
  4. ^ Fabretti, p. 123


Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovan Battista Bracciolini, Vita di Niccolò Piccinino, Venezia, 1572;
  • Wolfang Block, Die Condottieri, Anghieri, Berlino, 1913;
  • Ariodante Fabretti, Biografia dei capitani venturieri dell'Umbria, Montepulciano, 1842;
  • E. Ricotti, Storie della compagnie di ventura, Torino, 1845;
  • Altro Marte, 1489
    L. Spirito, L'altro Marte, Vicenza, 1849.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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