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Lorenzo de' Medici

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Lorenzo de' Medici
Lorenzo de Medici.jpg
Ritratto di Lorenzo de' Medici, opera di Agnolo Bronzino, 1555-1565 circa, conservato presso la Galleria degli Uffizi di Firenze
Signore di Firenze
Stemma
In carica 1469-1492
Predecessore Piero di Cosimo de' Medici
Successore Piero il Fatuo
Nome completo Lorenzo di Piero de' Medici
Altri titoli Il Magnifico
Nascita Firenze, 1º gennaio 1449
Morte Villa di Careggi, 8 aprile 1492
Luogo di sepoltura Sagrestia Nuova, basilica di San Lorenzo, Firenze
Dinastia De' Medici
Padre Piero di Cosimo de' Medici
Madre Lucrezia Tornabuoni
Consorte Clarice Orsini
Figli Lucrezia
Piero il Fatuo
Maddalena
Giovanni (papa Leone X)
Luisa
Contessina
Giuliano
Religione Cattolicesimo
« Quant'è bella giovinezza,
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non v'è certezza »
(Lorenzo de' Medici, Canti carnascialeschi, Canzona di Bacco)

Lorenzo di Piero de' Medici, detto Lorenzo il Magnifico (Firenze, 1º gennaio 1449Careggi, 8 aprile 1492), è stato signore di Firenze dal 1469 alla morte, il terzo della dinastia dei Medici. È stato anche uno scrittore, mecenate, poeta e umanista, nonché uno dei più significativi uomini politici del Rinascimento, sia per aver incarnato l'ideale del principe umanista, sia per l'oculatissima gestione del potere[1].

Lorenzo divenne, insieme al fratello minore Giuliano, signore de facto di Firenze dopo la morte del padre Piero. Nei primi anni di governo (1469-1478), il giovane Lorenzo condusse una politica interna volta a rinforzare da un lato le istituzioni repubblicane in senso filo-mediceo, dall'altro a sopprimere le ribellioni delle città sottoposte a Firenze (celebri i casi di Prato e Volterra). Sul fronte della politica estera, invece, Lorenzo manifestò il chiaro disegno di arginare le ambizioni territoriali di Sisto IV, in nome dell'equilibrio della Lega Italica del 1454.

Per questi motivi, Lorenzo fu oggetto della Congiura dei Pazzi (1478), nella quale il fratello Giuliano rimase assassinato. Il fallimento della congiura provocò l'ira di papa Sisto, del re di Napoli Ferrante d'Aragona e di tutti coloro che erano intimoriti dal rafforzamento del potere mediceo su Firenze[2]. Seguirono, pertanto, due anni di guerra contro Firenze, dalla quale il prestigio interno e internazionale del Magnifico si rafforzarono enormemente per la sua abilità diplomatica e il suo carisma con cui riuscì da un lato a sgretolare la coalizione anti-fiorentina, e dall'altro a mantenere unite le forze interne alla Repubblica.

Divenuto negli anni '80 l'ago della bilancia della politica italiana, trattato come un sovrano dai monarchi stranieri, Lorenzo legò il suo nome al periodo di massimo splendore del Rinascimento fiorentino, circondandosi di intellettuali del calibro del Poliziano, del Ficino, di Pico della Mirandola e di artisti quali Botticelli e il giovane Michelangelo. Con la sua prematura scomparsa nel 1492, Firenze si ribellò all'inetto figlio Piero per consegnare il potere nelle mani del frate Girolamo Savonarola. Come conseguenza, la rivalità dei signori italiani non più frenati dalla diplomazia di Lorenzo permise a Carlo VIII di Francia di scendere in Italia e di dare inizio alle guerre franco-spagnole del XVI secolo.

Indice

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La gioventù[modifica | modifica wikitesto]

La Criptosignoria medicea[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Medici e Cosimo de' Medici.
Benozzo Gozzoli, Presunto ritratto di Lorenzo de' Medici da giovane, particolare dell'affresco del Corteo dei Magi nell'omonima cappella.

Quando Lorenzo nacque, la famiglia Medici era all'apice del suo potere politico nella Repubblica fiorentina, controllando le varie e complesse istituzioni repubblicane deputate al funzionamento dello Stato. Il nonno di Lorenzo, Cosimo, era riuscito, grazie all'enorme fortuna finanziaria del suo banco, a legare a sè numerosi politici fiorentini e a farsi portavoce del malessere popolare, dovuto alla soffocante oligarchia di nobili capeggiata dagli Albizzi. Nel 1434, dopo appena un anno di esilio a Venezia, Cosimo rientrò a Firenze, esiliò gli Albizi e, seguendo un modello politico già adottato nell'antichità da Ottaviano Augusto, mantenne le istituzioni repubblicane vigenti dandole in appalto a uomini del suo entourage, e formalmente si ritirò a vita privata. Il controllo reale, però, rimaneva in mano a Cosimo: ciò ha spinto gli storici a definire tale forma di governo ''criptosignoria'', ove l'anima dell'orientamento politico repubblicano stava nelle mani di un unico uomo e della sua famiglia[3].

L'educazione[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Piero di Cosimo de' Medici e di Lucrezia Tornabuoni, Lorenzo nacque il 1º gennaio 1449 (secondo il vecchio calendario fiorentino, nel 1448[4]) a Firenze, nel Palazzo Medici Riccardi[5], e fu battezzato il 6 di quel medesimo mese in occasione dell'Epifania[6]. Lorenzo, insieme al fratello Giuliano, ricevette una profonda educazione umanistica e un'accurata preparazione politica, entrambe seguite attentamente dal nonno Cosimo e dai genitori. Nella fanciullezza, Lorenzo fu seguito e preparato da Gentile da Urbino[7][8], mentre dal 1457 la sua educazione passò nelle mani di umanisti del calibro di Cristoforo Landino, Giovanni Argiropulo per gli studi su Omero, Marsilio Ficino per la filosofia neoplatonica[9][10] e Antonio Squarcialupi per la danza[5]. Il nonno Cosimo si affezionò in modo particolare al nipote Lorenzo, col quale era solito conversare e discutere[11]. Il giovinetto manifestò un precoce interesse verso l'Accademia neoplatonica, e a soli 12 anni era solito partecipare alle dotte disquisizioni del Ficino nella Villa di Careggi[12].

Crisi di successione[modifica | modifica wikitesto]

Lorenzo non era che un adolescente allorché lo zio Giovanni, secondogenito di Cosimo il Vecchio e successore designato alla guida del Banco dei Medici, morì nel 1463 dopo una vita piena di stravizi[13]. La salute cagionevole del proprio primogenito Piero (soprannominato "il Gottoso" a causa della malattia che lo affliggeva, la gotta) aveva infatti spinto Cosimo a decidere che fosse Giovanni a succedergli alla guida del Banco di famiglia. Con la morte di quest'ultimo, l'anziano Cosimo cadde in uno stato melanconico, continuamente assillato dal problema della successione[14]. Fu così che pensò di riporre le proprie speranze nei figli di Piero[15]: Lorenzo e Giuliano sarebbero potuti divenire aiutanti e successori del padre infermo[16]. Prima di morire, Cosimo raccomandò a Piero di non trascurare l'educazione dei due ragazzi, e di trattarli come se fossero uomini nonostante la loro giovane età[17][18].

I viaggi[modifica | modifica wikitesto]

Tra Venezia e Milano (1465)[modifica | modifica wikitesto]
Agnolo Bronzino, Piero di Cosimo de' Medici, olio su tela, 1550-70, National Gallery. Il breve governo di Piero, dovuto alle condizioni di salute malandate, fu contrassegnato da un colpo di Stato e dal rafforzamento del potere mediceo su Firenze[19].

Prima di fargli fare il suo ingresso nella vita politica cittadina, il padre Piero pensò di affidare a Lorenzo alcune missioni diplomatiche a Milano e a Venezia, dove vi erano due filiali del Banco dei Medici. Il giovane Lorenzo avrebbe così potuto acquisire una panoramica generale della situazione politica italiana e saggiare di persona gli animi dei vari governanti. Il 17 aprile 1465 il giovane Medici conobbe nella città di Pisa il principe Federico di Napoli, diretto a Milano per rappresentare il fratello Alfonso al suo matrimonio con Ippolita Maria Sforza[20][21][22]. Lorenzo, che nel frattempo aveva stretto amicizia con Federico[22], fu costretto a partire dalla Toscana in direzione di Venezia, seguendo un percorso che l'avrebbe portato a conoscere le principali personalità politiche dell'epoca: a Bologna Lorenzo conobbe Giovanni Bentivoglio[21], mentre a Ferrara fu accolto da Borso d'Este[5]. Dalla città estense proseguì poi per Venezia, dove fu presentato al doge Cristoforo Moro[20]. Conclusa l'esperienza veneziana, il giovane Medici si recò a Milano dove conobbe Francesco Sforza, amico e alleato del nonno Cosimo. In quella che era la capitale del Ducato di Milano il giovane Lorenzo fu informato da Pigello Portinari, direttore della locale filiale medicea, sul come comportarsi durante il colloquio col duca[21]. Il soggiorno milanese, tuttavia, durò poco: egli dovette infatti rientrare a Firenze per accompagnare Ippolita Maria Sforza (con la quale strinse una profonda amicizia e, in seguito, una collaborazione politica[23]) e Alfonso, ormai novelli sposi, lungo il tragitto che li avrebbe portati nel Regno partenopeo[21].

Roma e Napoli (1466)[modifica | modifica wikitesto]

Lorenzo ripartì nel 1466 per recarsi a Roma, dove si trovava un'importante filiale del Banco dei Medici gestita da Giovanni Tornabuoni, fratello della madre Lucrezia. Piero il Gottoso aveva dato precise istruzioni di verificare l'andamento della banca, e fu proprio Lorenzo a firmare il contratto che assicurava ai Medici una partecipazione nelle miniere di allume scoperte a Tolfa, vicino Civitavecchia, in accordo col papa Paolo II[24][25]. Da Roma, Lorenzo giunse, attraverso la via Appia, a Gaeta ove soggiornava la corte del Re Ferrante d'Aragona, che lo ricevette con molte cerimonie pubbliche. Successivamente, Ferrante gli concesse un incontro privato in cui il giovane Medici ebbe modo portare al sovrano i saluti del padre e di descrivergli alcune delle problematiche interne e familiari[26]. Nel rientrare a Firenze Lorenzo poteva ritenersi soddisfatto dell'esito del suo viaggio, ma la situazione interna dello Stato non permetteva di stare tranquilli.

La congiura del 1466[modifica | modifica wikitesto]

Particolare raffigurante Luca Pitti, tratto dalla predella conservata nella Cappella Pitti, in Santo Spirito.

L'8 marzo del 1466 sopraggiunse un grave colpo alla stabilità del potere mediceo, ovvero la morte improvvisa di Francesco Sforza, duca di Milano e convinto sostenitore della criptosignoria medicea[27]. A seguito del vuoto di potere generatosi a Milano (Galeazzo Maria Sforza, l'erede al trono, era in Borgogna al momento del decesso del padre[28]), in concomitanza con la salute cagionevole e la politica finanziaria di Piero il Gottoso (finalizzata alla riscossione immediata dei prestiti che il padre Cosimo aveva elargito alle famiglie nobili fiorentine in cambio della loro fedeltà)[29][30], che aveva tra l'altro manifestato l'intenzione di fidanzare il figlio Lorenzo con la nobildonna romana Clarice Orsini e non con una fiorentina come la tradizione voleva[30][31], il partito antimediceo si risvegliò. Il primo fra i nemici di Piero, il ricchissimo Luca Pitti, alleatosi con la famiglia degli Acciaiuoli e con Diotisalvi Neroni (quest'ultimo amico di lunga data di Cosimo il Vecchio), organizzò una congiura indirizzata all'esautoramento di Piero e al suo innalzamento quale nuovo arbitro della Repubblica[32]. Pitti e gli altri congiurati poterono contare, inoltre, sul sostegno estero della casa degli Este: il marchese Borso inviò infatti a Firenze il fratellastro Ercole a capo di 1300 uomini[33], pronti a intervenire per supportare l'insurrezione interna. Il colpo di stato, nello specifico, prevedeva l'assassinio di Piero lungo il tragitto dalla villa di Careggi a Firenze, itinerario che egli era solito percorrere senza una grande scorta[34].

Il piano di Pitti, però, fu prontamente sventato dallo stesso Piero il quale, prevenendo l'azione dei congiurati, si armò e avvisò tutti i suoi sostenitori di organizzare la controffensiva[5][35]. Nel contempo, Piero riuscì a convincere Pitti a passare nella fazione medicea e, con l'aiuto di 2000 fanti milanesi inviati da Galeazzo Maria Sforza[36], riuscì a ripristinare la sua autorità. Dei restanti congiurati, Diotisalvi Neroni, Angelo Acciaiuoli e Niccolò Soderini furono esiliati, mentre l'Arcivescovo di Firenze Giovanni de' Diotisalvi dovette ritirarsi a Roma[37]. Luca Pitti, sebbene non subì alcuna persecuzione giudiziaria, venne punito da tutto il popolo fiorentino, che non lo considerò più uno dei suoi maggiori cittadini e anzi lo evitava e ne parlava irrispettosamente[38]. Il ruolo di Lorenzo fu sicuramente importante, in quanto sostenne attivamente il padre e guidò il gruppo di armati legati ai Medici, distinguendosi nella difesa della vita paterna lungo la via che da Careggi portava a Firenze[34][39].

Domenico Ghirlandaio, presunto ritratto di Clarice Orsini, pittura a olio, data ignota, National Gallery of Ireland.
L'ascesa politica di Lorenzo e il matrimonio con Clarice Orsini (1466-1469)[modifica | modifica wikitesto]

Mentre Firenze stava combattendo una coalizione veneto-ferrarese finalizzata a porre fine all'egemonia medicea[40], Piero de' Medici provvide a presentare Lorenzo come suo legittimo successore alla guida della famiglia. Poco dopo la fallita congiura del 1466, infatti, Piero fece sedere il diciassettenne Lorenzo al proprio posto nella Balìa e nel Consiglio dei Cento[5]. Con lo scopo di rafforzare ulteriormente la posizione della famiglia Medici, Piero e Lucrezia Tornabuoni si decisero a porre in atto il progetto di matrimonio tra il giovane Lorenzo e la romana Clarice Orsini. Clarice, proveniente da una delle più nobili famiglie romane, fu esaminata e giudicata direttamente da Lucrezia nel corso di un suo soggiorno a Roma del 1468[41], il cui resoconto fu inviato in modo assai dettagliato a Piero. Il progetto matrimoniale fu avallato da entrambe le famiglie: i Medici, oltre a ricevere 6000 fiorini romani, puntavano a entrare nella cerchia patrizia pontificia e assumere un carattere più cosmopolita[42]; gli Orsini, d'altro canto, si sarebbero imparentati con la famiglia più ricca d'Europa. Dal canto suo, Lorenzo non manifestò un particolare interesse nei confronti della futura sposa: intento negli svaghi giovanili, quali tornei e composizioni poetiche, il giovane Medici lasciò a sua madre il compito di preparargli il matrimonio. L'unione venne celebrata prima per procura a Roma (10 dicembre 1468), con Filippo de' Medici quale rappresentante di Lorenzo[43][44]; il 4 giugno del 1469 seguì il rito religioso a Firenze[45], cui seguirono grandi feste patrocinate da Piero[46]. Neanche dopo il matrimonio Lorenzo manifestò particolare affetto per la consorte, alla quale non dedicò alcun pensiero o poesia, nonostante l'adempimento dei suoi doveri coniugali: Lorenzo era gaudente, intriso di cultura neoplatonica e amante della vita, mentre Clarice era di educazione rigida e austera, profondamente religiosa e poco edotta di letteratura e cultura umanistica[47].

Domenico Ghirlandaio, Ritratto di Lucrezia Tornabuoni, tempera, National Gallery of Art, Washington (USA). Donna colta, intelligente e pragmatica, Lucrezia Tornabuoni fu una valida consigliera sia per il marito Piero, che per il figlio Lorenzo.

Il governo (1469-1492)[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni (1469-1477)[modifica | modifica wikitesto]

Le riforme istituzionali[modifica | modifica wikitesto]

Piero de' Medici non poté assaporare i frutti della sua politica matrimoniale: completamente distrutto dalla gotta e dalle complicazioni che ne derivarono, morì il 2[19][48] (altre fonti attestano il 3[49][50]) dicembre 1469 per un'emorragia cerebrale[49]. L'appena ventenne Lorenzo assunse quindi il potere su Firenze insieme al fratello Giuliano, ricevendo la fiducia da parte dei politici legati ai Medici[5][51][52]. Seguendo le orme del nonno e del padre, Lorenzo non accettò ufficialmente il potere, volendo essere considerato un semplice cittadino di Firenze pur praticamente accentrando nelle proprie mani il potere della città e dello Stato[5]. Nonostante fosse pari al nonno per tatto politico, Lorenzo manifestò apertamente la sua aperta sete di potere, suscitando riprovazione e timori da parte degli altri magnati[53]. Nel periodo dal 1469 al 1472, difatti, Lorenzo sopì tutte le rivalità tra famiglie fiorentine in modo da diventare supremo arbitro in ogni questione. Il rafforzamento della famiglia Medici, a livello istituzionale, fu determinato dalla costituzione del Consiglio maggiore (luglio 1471) e dal rafforzamento del Consiglio dei Cento, quest'ultimo in mano a esponenti filomedicei, al quale fu conferita l'autorità di promulgare leggi senza l'interferenza degli organi popolari[5].

La prima congiura[modifica | modifica wikitesto]

Lorenzo e il fratello Giuliano non si erano neppure abituati all'idea di governare, che i vecchi nemici del padre Piero fecero sentire ancora la loro voce. Infatti, Diotisalvi Nerone e gli altri fuoriusciti, credendo di approfittare dell'inesperienza dei due giovani fratelli, combuttarono con Borso d'Este per abbattere definitivamente i Medici, e sobillarono i pratesi alla rivolta contro Firenze, in quanto questa era la città sottomessa più vicina. Come però riassume il critico G.F. Young, il colpo di Stato fu scoperto anzitempo:

« Ma Lorenzo seppe agir in tempo; gl'intrighi in città [Firenze] furono sventati dal suo tatto, truppe furono mandate a riprendere Prato, e la ribellione fu così spenta »
(G.F.Young, I Medici, p. 170)
La guerra contro Volterra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1472 Lorenzo, spinto sia da motivazioni economiche che politiche, decise di muovere guerra contro Volterra. Il Medici, infatti, anelava da un lato acquisire le ricche risorse di allume appena scoperte[54], mentre dall'altra intendeva rafforzare il prestigio interno ed estero dello Stato (e della sua famiglia) sottomettendo una città importante della Toscana[35]. La guerra fu repentina, e terminò il medesimo anno con il sacco della città da parte delle truppe guidate da Federico da Montefeltro[55], che agì con una tale violenza verso i volterrani da suscitare disdegno nell'animo dell'opinione pubblica fiorentina[56]. Per affermare il dominio fiorentino su Volterra, Lorenzo decise di costruire una imponente rocca che sfoggiava le più moderne soluzioni difensive dell'epoca, anticipando molte caratteristiche della futura fortificazione alla moderna[57].

La Congiura dei Pazzi (1478)[modifica | modifica wikitesto]

Tiziano, Ritratto di Sisto IV, olio su tela, 1546, Galleria degli Uffizi, Firenze. Papa Sisto fu il principale oppositore di Lorenzo durante la prima fase del suo governo, giungendo a patrocinare la congiura ideata dal nipote Girolamo Riario.
Gli antefatti (1473-1478)[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante i successi in politica estera, il rafforzamento interno e la politica di magnificenza condotta da Lorenzo, il potere della famiglia Medici era ancora oggetto d'attriti da parte di alcuni fiorentini, ma ancor più determinanti si rivelarono le macchinazioni di alcuni dei più importanti potentati italiani. Papa Sisto IV, che inizialmente era in cordiali rapporti con Lorenzo, entrò in collisione con quest'ultimo a causa del progetto pontificio di occupare le piazzaforti strategiche di Imola e Faenza, due città assai vicine al confine settentrionale della Repubblica (1473-1474)[58], e Città di Castello, noto avamposto degli interessi fiorentini in Umbria[35]. Una simile manovra strategica avrebbe di fatto comportato l'accerchiamento di Firenze, situazione inaccettabile per la signoria medicea. La tensione si acuì ulteriormente di fronte al rifiuto da parte di Lorenzo, principale banchiere del Vaticano, di versare al papa la somma di 40.000 fiorini necessaria per acquisire Imola dagli Sforza[5]. L'opposizione del Medici era ben motivata: l'obiettivo di Sisto IV era infatti quello di mettere Firenze nelle mani dell'ambizioso nipote Girolamo Riario, estendendo la sfera d'influenza dello stato pontificio fino a determinare la sottomissione dell'intera Italia centrale alla politica papale[59].

Il rifiuto di Lorenzo provocò un inasprimento dei rapporti diplomatici tra Firenze e lo Stato della Chiesa. Istigato dal nipote, papa Sisto IV cominciò a tessere una ragnatela di intrighi contro i Medici, coinvolgendo l'arcivescovo di Pisa Francesco Salviati[60], il duca d'Urbino Federico da Montefeltro, il re di Napoli Ferrante e la Repubblica di Siena. Furono stabiliti dei contatti con i principali esponenti del fronte antimediceo interno a Firenze, tra i quali spiccavano l'antica e ricchissima famiglia magnatizia dei Pazzi[61][62][63], intimorita dal crescente potere di Lorenzo e dal sovvertimento di alcune strutture repubblicane[59]. Il processo che dall'inasprimento dei rapporti tra Signoria e Papato portò alla congiura richiese quattro anni. Ciò si spiega con il contemporaneo evolversi della situazione politica italiana: fu infatti soltanto dopo la morte violenta del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza (26 dicembre 1476)[64], con cui Lorenzo aveva sempre mantenuto ottimi rapporti[65], e lo scoppio della conseguente guerra civile tra la reggente Bona di Savoia e Ludovico il Moro, che i congiurati si decisero ad agire allo scoperto. Essi intendevano approfittare del temporaneo indebolimento dei Medici, rimasti privi dei mezzi militari degli alleati che avevano supportato il loro potere negli anni passati[35][58].

L'attentato del 26 aprile[modifica | modifica wikitesto]
Il corpo di Bernardo Bandini, ritratto da un giovanissimo Leonardo da Vinci al momento dell'impiccagione.

Un primo tentativo di eliminazione fisica dei due giovani Medici fu fatto il giorno 25 aprile, quando Jacopo de' Pazzi pensò di avvelenare le pietanze riservate a Lorenzo e Giuliano. Quest'ultimo, però, ebbe un'indisposizione che non gli permise di partecipare al ricevimento, costringendo così i congiurati ad agire in modo diverso[61][66][67]. L'occasione si ripresentò il giorno successivo, cioè il 26 aprile 1478, data in cui ricadeva la celebrazione della Pasqua[67]. Mentre stavano ascoltando la messa in Santa Maria del Fiore, al momento dell'elevazione dell'ostia consacrata i due fratelli furono aggrediti: Giuliano fu colpito a morte dai sicari Bernardo Bandini e Francesco de Pazzi[68][69], mentre Lorenzo, ferito in modo lieve dal sacerdote volterrano Antonio Maffei[70], si salvò riparandosi in sagrestia, aiutato da alcuni amici tra cui il Poliziano[61][71]. Le sorti di Lorenzo, asserragliato nella sagrestia, furono alla fine determinate dalla sollevazione popolare in suo favore: il popolo infatti, venuto presto a conoscenza dell'attentato sacrilego, si sollevò al grido di "palle! palle!" (in allusione alle palle poste sullo stemma dei Medici), scagliandosi contro i congiurati[61]. Contemporaneamente, il gonfaloniere Cesare Petrucci, dopo aver saputo dell'attentato, arrestò in Palazzo Vecchio alcuni congiurati guidati dall'arcivescovo Salviati[61], facendoli subito impiccare[72][73].

La vendetta contro i congiurati[modifica | modifica wikitesto]

La vendetta contro i Pazzi e i loro alleati fu terribile, perché diventasse così un esempio contro chi avesse mai voluto, in futuro, minare il potere mediceo sulla città[61]. Infatti Lorenzo procedette a una serie di esecuzioni in Piazza della Signoria, tra cui quella dei due principali animatori del complotto: Jacopo e il figlio Francesco de' Pazzi, catturati mentre tentavano la fuga da Firenze[71]. Degli altri membri della famiglia, soltanto Guglielmo fu risparmiato, in quanto estraneo ai fatti e anche perché era il marito di Bianca, sorella del Magnifico. Guglielmo e la moglie, per l'appartenenza alla famiglia dei Pazzi, furono però costretti all'esilio[74]. Infine Bernardo Bandini, che tentò addirittura di ottenere protezione dal sultano Maometto II, fu rimpatriato e giustiziato[71]. La popolarità di Lorenzo era al culmine, in quanto visto come oggetto d'odio da parte di pochi facinorosi privi di seguito popolare. Difatti, le solenni esequie che Lorenzo fece officiare a San Lorenzo[75] per il fratello Giuliano videro la partecipazione di tutta la cittadinanza fiorentina[74]. Il tragico attentato spinse Lorenzo a far cessare per un decennio, quindi fino al 1488, tutte le manifestazioni legate al Carnevale[76].

La guerra antimedicea (1478-1480)[modifica | modifica wikitesto]

Il viaggio a Napoli[modifica | modifica wikitesto]
Francesco Laurana, Presunto ritratto di Ippolita Maria Sforza, 1472, Calco del Museo Puškin da un originale perduto, già al Bode-Museum, Berlino.

Sisto IV, sdegnato dal trattamento riservato ai congiurati e soprattutto per l'impiccagione di un ecclesiastico, iniziò una guerra aperta contro Lorenzo: scomunicò questi e i maggiorenti della Repubblica[77]; chiuse e arrestò i membri del banco mediceo romano[61]; si alleò apertamente con Ferdinando I di Napoli, con Siena, Lucca e Urbino; e dichiarò guerra a Firenze, alleata di Milano e di Venezia. Lorenzo, sostenuto dai cittadini[78] e dal clero toscano (che a sua volta scomunicò il papa)[79][80], si accinse alla preparazione della difesa militare. Dopo mesi di lotte estenuanti, in cui la debole Firenze ricevette scarsi aiuti da parte dei suoi alleati e vide la defezione di alcuni generali di ventura da lei inviati[81], la guerra ebbe una svolta nel 1479, quando la coalizione antifiorentina prese, dopo un lungo assedio, Colle Val d'Elsa[82]. Lorenzo, consapevole della situazione, su consiglio di Ludovico il Moro[81] e col consenso della Signoria lasciò di nascosto Firenze, affidando al gonfaloniere Tommaso Soderini il governo dello Stato in sua assenza[83]. Quindi salpò di nascosto dal porto di Vada e si recò coraggiosamente a Napoli il 18 dicembre per trattare con re Ferdinando[84]. Questi, trattenendo onorevolmente per tre mesi l'illustre ospite, sperava che Firenze, davanti alla prolungata assenza di Lorenzo, si ribellasse passando dalla parte del Papa ma, vista la fedeltà dei fiorentini al loro signore, il re napoletano accondiscese alle richieste del Magnifico ritirando le sue truppe dalla Toscana[61][81][85]. A far pressione su Ferdinando fu però anche la nuora Ippolita Maria Sforza la quale, dotata di ottima cultura e dell'abilità politica del padre Francesco, cercò da un lato di mantenere il fratello Ludovico il Moro nell'alleanza con Firenze, dall'altra di convincere il medesimo a continuare le trattative con il re di Napoli per impedire la caduta di Lorenzo in nome dell'antica alleanza che correva fra le due famiglie[86].

La pace[modifica | modifica wikitesto]

L'impressione che suscitò l'ardita impresa di Lorenzo a Napoli fu grandissima. Al rientro in patria, avvenuto il 13 marzo 1480[5], Lorenzo fu salutato dai Fiorentini come salvatore della patria[87], mentre Sisto IV, circondato dalla nuova coalizione tra Firenze, Napoli e Ferrara e terrorizzato per la presa di Otranto da parte dei Turchi[88], offrì la pace e sciolse Lorenzo dalla scomunica il 3 dicembre 1480[5]. Il successo dell'impresa diplomatica di Lorenzo, facilitato come si è visto anche dall'influenza dell'ormai amica Ippolita Maria Sforza a Napoli[89], lo consacrò come vero e proprio deus ex machina dell'equilibrio degli Stati italiani. Difatti, se non ci fosse stato quest'atto di coraggio da parte del Medici, l'Italia sarebbe sprofondata nuovamente in quelle guerre fratricide che avevano dissanguato la Penisola prima della Pace di Lodi del 1454, favorendo così le mire espansionistiche di vicini minacciosi quali il Regno di Francia. Niccolò Machiavelli, nelle sue Istorie fiorentine, così giudica il trionfo mediceo:

« Tornò pertanto Lorenzo in Firenze grandissimo, se egli se n'era partito grande, e fu con quella allegrezza della città ricevuto, che le sue grandi qualità e freschi meriti meritavano, avendo esposto la propria vita per rendere alla patria sua la pace. »
(Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine, cit., p. 406)
Girolamo Macchietti, Ritratto di Lorenzo de' Medici (1449-1492), XVI secolo, olio, Museo Mediceo, Firenze.

Lorenzo "ago della bilancia" italiana[modifica | modifica wikitesto]

Il prestigio che Lorenzo ne ricavò in politica estera fu immenso, tanto da essere definito, dal 1480 in avanti, «l'ago della bussola italiana»[90]. Difatti, l'abilità diplomatica del Medici fu riconosciuta da tutti i Signori della Penisola, fattore che Lorenzo utilizzò per mantenere un clima di pacificazione generale, finalizzata a mantenere vivo il sogno di suo nonno Cosimo con la creazione della Lega Italica[5]. Inoltre, l'abilità e la persuasione con cui Lorenzo seppe allontanare dall'Italia le mire dei francesi lo resero un personaggio di importanza internazionale, tanto che i vari sovrani d'Europa lo consideravano al pari di un monarca, più che un semplice cittadino di una Repubblica[5][91]. Lorenzo fu addirittura consigliere di sovrani quali l'imperatore Federico III d'Austria, Mattia Corvino re d'Ungheria, e di altri principi europei[92].

La guerra di Ferrara (1482-1484)[modifica | modifica wikitesto]

L'occasione per dimostrare questo suo nuovo e rinnovato ascendente sui principi italiani si ebbe quando Sisto IV e Venezia, dopo aver respinto l'esercito turco assediato a Otranto (operazione facilitata anche dalla morte di Maometto II[93]), ripresero le ostilità in Italia, attaccando il Ducato di Ferrara[94]. Il papa e la Serenissima, infatti, desideravano spartirsi i domini del duca Ercole[95], motivando quest'azione anche con il matrimonio di quest'ultimo con Eleonora, figlia di Ferdinando di Napoli, ora nemico di Sisto IV e dei Veneziani[96]. La guerra contro Ferrara si concluse nell'agosto del 1484 con la firma della pace di Bagnolo, che prevedeva l'annessione del Polesine da parte di Venezia[97]. Ferrara, per tutto il conflitto, dovette sostenere l'intero peso bellico a causa dello scarso sostegno che Ferdinando diede nel frenare le truppe pontificie[81], ma riuscì a mantenersi indipendente attraverso la mediazione stessa del Magnifico[98].

L'alleanza con Innocenzo VIII e Roma[modifica | modifica wikitesto]

Quasi nello stesso tempo in cui le due parti stipulavano la pace, il vecchio Sisto IV morì (12 agosto), eliminando dalla scena politica un pericoloso nemico e perturbatore della pace italiana[5]. Nel successivo conclave fu eletto il cardinale genovese Giovanni Battista Cybo, che assunse il nome pontificale di Innocenzo VIII[99]. Con il nuovo pontefice, uomo di scarsa levatura politica, i Medici si legarono ancora di più al papato, grazie alla benevolenza che il Santo Padre nutriva per il Magnifico[5][98]. Quest'ultimo, infatti, era convinto che solo l'alleanza tra Firenze, Napoli e lo Stato della Chiesa avrebbe tenuto gli stranieri lontani dal suolo italiano. Approfittando dei rapporti cordiali tra Lorenzo e il Papa, il primo riuscì a ottenere che il figlio Giovanni, il futuro Papa Leone X, ricevesse la berretta cardinalizia[100]. In cambio, Lorenzo avrebbe dato in sposa sua figlia Maddalena al figlio legittimato del papa, Franceschetto Cybo[101], cosa che avvenne nel 1488. Nel marzo del 1487, sempre nell'ottica di questa politica filo-romana, Lorenzo fece sposare il primogenito Piero con una parente della moglie Clarice, Alfonsina Orsini figlia di Roberto Orsini, rafforzando così ulteriormente la sua casata e dandole ancor di più un respiro internazionale[102].

Giovanni Stradano, Via Larga, XVI secolo, pittura, Palazzo Vecchio, Firenze. Il palazzo dei Medici (il secondo a partire da destra), oggi Palazzo Medici Riccardi, era la casa da cui Cosimo, Piero e Lorenzo de' Medici governavano di nascosto Firenze, affidando gli incarichi esecutivi a uomini di loro fiducia.
Altri successi di politica estera[modifica | modifica wikitesto]

Forte del successo ottenuto dopo il 1480, Lorenzo riuscì, grazie ora all'uso della diplomazia, ora all'uso della forza militare (nonostante non avesse ricevuto una vera e propria educazione militare in senso lato[103]), a espandere i confini della Repubblica. Nel 1484 le truppe fiorentine strapparono ai genovesi Pietrasanta, importante avamposto militare da cui Firenze poteva minacciare, in caso di guerra, Lucca[104]. Nel 1487 fu la volta di Sarzana e della fortezza di Sarzanello, conquistate dai genovesi e rimaste in mano di Firenze dopo che i liguri tentarono di riconquistarle[105]. Anche i rapporti con le altre repubbliche toscane migliorarono: Lucca, all'inizio ostile a Lorenzo e ora minacciata dalla fortezza di Sarzana, strinse con Firenze un'alleanza; lo stesso valse per la tradizionale nemica di Firenze, Siena, ove Lorenzo riuscì a imporre un governo lui favorevole[58].

La politica interna[modifica | modifica wikitesto]

Il Consiglio dei Settanta[modifica | modifica wikitesto]

Forte di questi successi in politica estera, Lorenzo concentrò ulteriormente il potere nelle sue mani attraverso l'istituzione del Consiglio dei Settanta, organo di governo formato da membri filomedicei che doveva discutere sia di affari amministrativi che di guerra[106]. Ciò comportò di fatto lo scemare dell'autorità dei Priori e del Gonfaloniere di giustizia[107], i quali avevano compiti disparati e non permettevano una così rapida attività governativa in caso di necessità. La vera forza di questo nuovo organo di potere, nato per rinforzare il potere mediceo dopo il pericolo del 1478, consisteva nel fatto che la scelta dei membri non era soggetta a rotazione, un'eccezione assoluta all'interna del sistema democratico fiorentino[108]. La creazione di un tale consesso, che apparentemente non inficiava la validità e funzionalità delle altre strutture repubblicane, quali il Consiglio dei Cento o lo stesso Gonfaloniere, doveva essere pro tempore, della durata di soli cinque anni per provvedere ai bisogni delle guerre in corso[108]. Questa politica di accentramento continuò fino al 1490, allorché Lorenzo provvide a restringere ulteriormente il consiglio dei 70 fino a diciassette membri, il cui collegio era presieduto direttamente dal capofamiglia dei Medici[81] e presiedeva le questioni economiche[109].

Inoltre, Lorenzo provvide a instaurare dei legami parentali con alcune nobili famiglie fiorentine, dando in sposa la figlia maggiore Lucrezia a Jacopo Salviati il 10 settembre 1486[110], famiglia cui appartenne quel Francesco Salviati che aveva tentato alla vita di Lorenzo pochi anni prima. La penultima figlia, Contessina, fu destinata a Piero Ridolfi, ma il matrimonio fu celebrato nel 1494 quando Lorenzo era ormai morto da due anni[5].

Fra Bartolomeo, Girolamo Savonarola, 1498, olio su tavola, Museo nazionale di San Marco, Firenze. Domenicano, priore di San Marco dal 1491, il Savonarola fu estremamente feroce nelle sue prediche contro il rilassamento dei costumi della Chiesa e della Firenze medicea.
La rinascita di Pisa[modifica | modifica wikitesto]

Sotto il governo di Lorenzo, la città di Pisa, conquistata dai fiorentini nel 1406[111], manifestò i primi segni di rinascita dopo un lungo periodo di stagnazione e di crisi dovute alle misure restrittive imposte dalla Firenze degli Albizzi. Lorenzo si accorse che era necessario ridare alla città, unico porto della Repubblica, una serie di benefici che ne facessero ripartire l'economia e la vita sociale: la costruzione di nuovi edifici civili e pubblici[112], la riapertura dello Studio nel 1473[5][113][114] e l'incoraggiamento dell'attività marinara (basti ricordare il trattato commerciale che Enrico VII d'Inghilterra stipulò con Firenze, rendendo la città il fulcro degli scambi tra Inghilterra e Italia[115]), diedero a Pisa un nuovo ruolo economico e culturale. La gestione di buona parte di questi interventi fu il frutto della collaborazione di Lorenzo Morelli, Filippo dell'Antella e di Piero Guicciardini che nel 1491, dopo aver assunto poteri straordinari all'interno del Consiglio dei Settanta di Pisa, avviarono un'opera di ricostruzione che sarebbe stata resa infruttuosa dalla morte di Lorenzo il Magnifico l'anno seguente[116].

Gli ultimi anni (1488-1492)[modifica | modifica wikitesto]

Girolamo Savonarola[modifica | modifica wikitesto]

Gli ultimi anni di Lorenzo furono contrassegnati sì dalla stima e dalla gloria politica, ma anche dalla severa censura morale che, a Firenze, si stava diffondendo a causa del domenicano Girolamo Savonarola[117]. Ferrarese di origine, il Savonarola fu chiamato nel 1482 dal Magnifico, attratto dalla sua fama di abile oratore. Davanti però agli insuccessi iniziali che il frate raccolse, il Savonarola fu allontanato per sei anni da Firenze, città a cui sarebbe stato nuovamente destinato nel 1490 per l'insistenza di Lorenzo. Le motivazioni del richiamo da parte del Magnifico sono da addurre all'influenza del filosofo neoplatonico Giovanni Pico della Mirandola, fortemente attratto dalle tematiche catartiche e apocalittiche sviluppate dal Savonarola durante i soggiorni bolognesi e ferraresi di quegli anni[5][117]. Il ritorno del frate, che diventerà nel 1491 Priore del Convento di San Marco[118], segnò un inizio di turbamento emotivo per il Magnifico, accusato di essere il corruttore dei costumi fiorentini con il suo paganesimo classicheggiante e di aver soppresso le libertà repubblicane[119]. Nonostante ciò, Lorenzo rimase sempre imperturbabile di fronte all'inflessibilità morale del domenicano, del quale condivideva, probabilmente, la necessità di riforma della Chiesa[119].

Maschera mortuaria di Lorenzo il Magnifico
Il declino e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Già dalla seconda metà degli anni '80, la salute di Lorenzo cominciò lentamente e inesorabilmente a declinare a causa dalla piaga ereditaria della famiglia Medici, la gotta. Cercò sempre più di trovare refrigerio e salute nelle terme toscane, ma con scarso successo[119]. Ormai vedovo da alcuni anni (Clarice era morta il 30 luglio 1488[120] nell'indifferenza dei fiorentini e quasi del marito stesso[121]), nella primavera del 1492 Lorenzo ebbe il tracollo definitivo. Benché non avesse una forma grave quale quella del padre Piero, Lorenzo andò incontro alla morte in così giovane età a causa della gangrena causata da un'ulcera, sottovalutata dai medici l'anno precedente[122], complicanza che causò un rapido deterioramento fisico. Trasportato alla Villa di Careggi, Lorenzo il Magnifico, dopo aver cercato di avvertire suo figlio ed erede Piero sulle misure da prendere per la gestione della politica interna ed estera di Firenze[123][124], si spense all'età di soli 43 anni nella notte dell'8 aprile[5][125]. Al momento del trapasso, Lorenzo era circondato dai suoi amici più cari, tra i quali Giovanni Pico della Mirandola e il Poliziano[5], e dai parenti, confortato religiosamente dal Savonarola stesso[119].

Gli Stati Italiani nel 1494, alla vigilia della discesa di Carlo VIII di Valois, re di Francia. L'incapacità del figlio di Lorenzo, Piero il Fatuo, e le ambizioni di Ludovico il Moro causarono lo sconvolgimento della politica dell'equilibrio di Lorenzo.

I funerali e la sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

La scomparsa del Magnifico lasciò i fiorentini in uno stato di sgomento e, in parte, di dolore[126]. Il 9 aprile, la salma del Magnifico fu portata nel Convento di San Marco per il rito funebre (voluto senza pompa, secondo quanto richiesto dallo stesso Lorenzo[127]), e poi deposta nella Sagrestia Vecchia della Basilica di San Lorenzo, la chiesa di famiglia[5]. Solo decenni più tardi, le spoglie sue e del fratello Giuliano furono traslate nella Sagrestia Nuova, in un sarcofago preparato da Michelangelo stesso[5].

Le conseguenze politiche della sua morte[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre d'Italia del XVI secolo.
« Natura non produrrà mai più un simile uomo »
(Caterina Sforza, signora di Imola, appena seppe della morte di Lorenzo il Magnifico)

L'esclamazione della Signora di Imola, oltre a rimarcare la liberalità del defunto, vuole anche sottolineare la gravissima perdita, per l'Italia, del più abile politico italiano, sentimento condiviso anche dagli altri principi della penisola[127]. Lorenzo, infatti, fu capace di mantenere in piedi la Lega Italica creata dal nonno Cosimo quasi quarant'anni prima, evitando guerre di cui avrebbero potuto approfittare le potenze straniere. Il successore di Lorenzo, Piero, non si dimostrò all'altezza nel gestire la grave situazione, governando con alterigia e assumendo un atteggiamento servile davanti alla minaccia di Carlo VIII, re di Francia[128]. Piero, nel 1494, fu così costretto a lasciare Firenze, mentre la Penisola precipitava nelle guerre d'Italia.

La Firenze laurenziana[modifica | modifica wikitesto]

Il circolo degli intellettuali. L'Accademia neoplatonica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Accademia neoplatonica.
Il "Magnifico" Lorenzo: storia di un termine
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Magnificenza.

L'appellativo con cui Lorenzo è passato alla storia, cioè quello di Magnifico, ha una forte connotazione filosofica che affonda le proprie radici nella cultura classica greca e latina. Delineata già da Aristotele nella sua Etica Nicomachea[129], la Magnificenza fu filtrata dal pensiero cristiano di Tommaso d'Aquino[130]. Pertanto, la Magnificenza diventa la pratica dell'esercizio della ricchezza personale finalizzata allo sviluppo del bello e dell'utile per la propria comunità[131]. Appunto per questo, la promozione delle arti a Firenze e la sua politica di esportazione dei brillanti artisti, quali Leonardo da Vinci, era una politica di potenza e di splendore che accresceva l'importanza politica della città toscana. A ciò si aggiunge che il titolo di "Magnifico" era proprio dei reggitori del potere, nel caso di Firenze della Signoria[132]. Nonostante Lorenzo non fosse mai stato eletto nella carica di Gonfaloniere o di Priore, si guadagnò tale appellativo grazie alle virtù messe in mostra col suo operato verso lo Stato, come delineato da Aristotele.

Domenico Ghirlandaio, dettaglio di Zaccaria nel Tempio, affresco (1486-1490), sito nella Cappella Tornabuoni nella Basilica di Santa Maria Novella. I personaggi ivi raffigurati sono stati identificati con Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Gentile de' Becchi (per alcuni è invece Demetrio Calcondila).

Delineare brevemente l'importanza dell'impronta culturale voluta dal Magnifico non è impresa semplice. Lorenzo arrivò, infatti, a incarnare il significato stesso del Rinascimento[133]: liberale, gaudente, accorto, intelligente e votato sinceramente alla missione umanistica, Lorenzo invitò letterati e artisti presso il palazzo di famiglia in Via Larga (l'attuale Palazzo Medici Riccardi), ospitandoli talvolta anche nelle altre ville medicee durante le sue trasferte[134]. Il nutrito gruppo di letterati e umanisti che frequentarono la sua casa fu vario ed eterogeneo: si va dal platonismo di Cristoforo Landino e di Marsilio Ficino all'eclettismo di Pico della Mirandola, per poi passare dalla filologia preziosa ed erudita di Angelo Poliziano al realismo comico-toscano che aleggia nel Morgante di Luigi Pulci. Quest'eterogeneità era dovuta alla versatilità stilistico-retorica del Magnifico stesso, attento e curioso verso ogni ramo dello scibile umano e delle tendenze letterarie del rinascente volgare[135]. Fu infatti il Magnifico, consigliato dal Landino e dal Ficino, a ridare forza e vigore all'Accademia neoplatonica di Careggi, già fondata dal Ficino stesso nel 1462 su incarico di Cosimo de' Medici[136][137], seguendo così il gusto del "secondo umanesimo"[138]. Nei consessi filosofici che si tenevano a Careggi, organizzati secondo un modello accademico moderno[136], si sedevano al tavolo non solo Ficino, Landino e Poliziano, ma anche gli stessi Giuliano e Lorenzo de' Medici, instaurando così una singolare comunione spirituale e intelletturale tra i "protetti" e i "protettori". Difatti, furono assai stretti i rapporti d'amicizia di Lorenzo con i dotti e gli umanisti che frequentavano la sua cerchia, affidando al Poliziano incarichi relativi alla vita domestica di casa Medici. Questi per esempio ricoprì il ruolo di educatore dei suoi figli fino al 1479, quando l'umanista ebbe violenti screzi con Clarice Orsini sull'educazione dei figli che lo costrinsero ad allontanarsi da quel ruolo[139]

Lorenzo mecenate[modifica | modifica wikitesto]

Gli edifici pubblici[modifica | modifica wikitesto]

Lorenzo, consapevole che il suo potere si basava sul consenso e sul beneficio che la sua persona poteva arrecare a Firenze, si distinse nella costruzione di numerose opere civili volte a guadagnarsi il sostegno collettivo. Membro, a partire dal 1470, della commissione (chiamata degli Operai del Palagio) incaricata di rinnovare l'assetto artistico di Palazzo Vecchio[140], Lorenzo continuò fino alla fine della sua vita a interessarsi dei progetti urbanistici e artistici volti a ornare Firenze. Patrocinò la ristrutturazione del Quartiere intorno al Battistero di San Giovanni, commissionò la Sagrestia Vecchia, offrì contributi al restauro di chiese (in particolare il bando per ornare la facciata di Santa Maria del Fiore nel 1491) e costruì palazzi importanti[58] dal sapore brunelleschiano-albertiano[141].

Ottavio Vannini, Lorenzo il Magnifico, circondato dagli artisti nel giardino delle sculture, incontra Michelangelo che gli mostra la testa di un fauno, affresco (1638-1642), Palazzo Pitti. L'episodio è reso celebre dal racconto di Giorgio Vasari, in cui Michelangelo presenta a Lorenzo una statua da lui realizzata, ma facendola passare per antica. Quando Lorenzo scopre il trucco, paternamente, fa notare a Michelangelo che i vecchi satiri non hanno i denti[142].

Gli artisti di Lorenzo[modifica | modifica wikitesto]

L'intensa attività come cultore dell'arte permise al Magnifico di entrare in contatto con i maggiori artisti del tempo: Antonio del Pollaiolo, Filippino Lippi e Sandro Botticelli lavorarono per lui, venendo ora usati come addobbatori delle sue feste, ora come diffusori della cultura figurale fiorentina al di fuori dei confini toscani[58]. Il Magnifico protesse, oltre ai pittori, anche lo scultore Andrea del Verrocchio (che realizzò il Cenotafio di Niccolò Forteguerri sul Duomo di Pistoia[58]) e l'architetto Giuliano da Sangallo, promotore di quell'eclettismo usato per i lavori pubblici che sarà la base architettonica per la Villa di Poggio a Caiano[143]. In campo musicale, il Medici fu protettore e compagno del compositore fiammingo Heinrich Isaac, che istruì i suoi figli[144]. Preoccupazione di Lorenzo fu anche quella di promuovere la nascita delle future generazioni di artisti fiorentini, fondando nel Giardino di San Marco la prima Accademia d'Arte che la storia ricordi[135], dove furono accolti i più promettenti artisti che fuoriuscivano dalle botteghe del Verrocchio e del Ghirlandaio. Tra questi giovani, che potevano usufruire come modelli delle statue classiche di proprietà di Lorenzo e dei consigli dell'allievo di Donatello, Bertoldo di Giovanni[145], c'era anche un giovanissimo Michelangelo Buonarroti, che frequentò il giardino dal 1489 al 1492 e si conquistò l'ammirazione del Magnifico per le sue doti innate, tanto da accoglierlo come un suo famiglio e farlo mangiare alla sua stessa tavola[135][146].

Un esempio di marketing culturale[modifica | modifica wikitesto]

L'amore per la cultura e l'arte dimostrata dal Magnifico e il patronato nei confronti dei nuovi promettenti artisti fiorentini non era dettato solo dal gusto in sè per l'arte visiva. Lorenzo, da scaltro politico, intendeva usare l'arte a fini "politici", suggerendo agli altri principi italiani alcuni dei suoi migliori artisti per far risaltare l'immagine di Firenze quale "novella Atene":

« Lorenzo volle che pittori, scultori e architetti fiorentini accettassero incarichi fuori dalla città. Raccomandò gli architetti Giuliano da Sangallo e Andrea Verrocchio al re del Portogallo; non fece nulla per impedire che il Verrocchio si recasse a Venezia per eseguire il monumento equestre di Colleoni, né che il Botticelli e Domenico Ghirlandaio prendessero parte alla decorazione delle pareti della cappella Sistina a Roma »
(Hale, cit., p. 67)

Lo stesso Leonardo da Vinci, dietro suggerimento di Leonardo a Ludovico il Moro, fu inviato a Milano inizialmente come musico, per poi dimostrare il suo genio quale realizzatore di feste, di giochi e, soprattutto, come pittore e ingegnere militare.

Lorenzo letterato[modifica | modifica wikitesto]

Gaetano Grazzini, Statua di Lorenzo il Magnifico, 1846, Loggiato degli Uffizi, Firenze[147].

La poetica[modifica | modifica wikitesto]

Lo sperimentalismo[modifica | modifica wikitesto]

L'ambiente letterario fiorentino, non soltanto umanista ma anche volgare, forgiò nel Magnifico un animo artistico polivalente capace di passare dai toni popolari (esempi ne sono la Nencia da Barberino o i celebri Canti carnascialeschi) a quelli elevati della sacra rappresentazione, sulla scia di quel movimento di rinnovamento morale promosso dal Savonarola[148], fino in uno sperimentalismo che vide Lorenzo «cimentar[si] con ogni tipo di verso, forma e genere»[149]. La produzione del Magnifico, ritenuta essere «una delle maggiori figure letterarie tra il Petrarca e l'Ariosto»[149], è intrisa fortemente di una vena realistica che si discosta dal puro intellettualismo culturale dell'elite umanistica e filosofica, per affondare le proprie radici nella dimensione quotidiana della Firenze di fine Quattrocento.

Tra impegno e dilettantismo[modifica | modifica wikitesto]

A causa dei numerosi impegni politici, Lorenzo non ebbe il tempo di un Poliziano o di un Boiardo per dedicarsi appieno alla poesia e alla letteratura in generale, raffinando così il proprio stile e producendo un corpus lirico innovatore. Si tende, infatti, classificare l'esperienza artistica di Lorenzo tra i poli dell'eclettismo e di un «serio ''dilettantismo''»[150][151], in cui si vede l'arte poetica quale

« un conforto o un refrigerio nella momentanea evasione dal mondo dei gravosi impegni politici; nel mondo delle lettere egli trova insomma un "rifugio sentimentale e letterario" in cui "ritirare e riposare l'animo affaticato..." »
(Emilio Bigi, pensiero condiviso da Guglielmino-Grosser, p. 304)

Il ritorno del volgare[modifica | modifica wikitesto]

Una scelta politica[modifica | modifica wikitesto]

Con Lorenzo, supportato dal Pulci e dal Poliziano, la lunga stagione dell'umanesimo "puro" ebbe termine: dagli anni '70 in poi, infatti, la letteratura italiana in volgare ricominciò a riprendere vigore, dando inizio alle premesse per lo sviluppo di quello che nel secolo successivo diventerà il classicismo volgare e ponendo fine a quello che Croce definì il secolo senza poesia[152]. Il ritorno al volgare, però, non era dettato da un semplice gioco letterario: il recupero della grande tradizione lirica trecentesca fiorentina (Dante, Petrarca e Boccaccio) rientrava nel progetto culturale di Lorenzo nell'imporre definitivamente, come lingua colta, il fiorentino presso gli altri potentati italiani[148][153], come emergerà nell'antologia letteraria della Raccolta aragonese.

Filippino Lippi, Luigi Pulci, particolare da un ciclo di affreschi della Cappella Brancacci (Firenze, Chiesa del Carmine)

I modelli poetici e culturali[modifica | modifica wikitesto]

L'influenza del Pulci[modifica | modifica wikitesto]

Non stupisce pertanto che Lorenzo si rifaccia al petrarchismo per il ricchissimo materiale lessicale e retorico del Canzoniere e allo sperimentalismo boccacciano. Del Boccaccio, per l'esattezza, riprende la dimensione popolana che emerge ne La Nencia da Barberino, basata sul genere letterario della satira del villano che affonda le proprie radici nella dimensione feudale e cortese[154], ma anche tutta quella vena popolare propria del Decameron, modello del realismo toscano tanto amato dal Pulci[155].

L'influenza di Ficino e del Poliziano[modifica | modifica wikitesto]

Quando Pulci, però, entrò in disgrazia a causa dei continui dissidi con l'odiatissimo Ficino (1473 circa)[156], la produzione laurenziana si spostò definitivamente sull'asse filosofico neoplatonico, influenza che rafforzò in Lorenzo l'amore per il dolce stil novo e Dante, ammiratissimo dal Ficino per la sua vicinanza al platonismo[157], in particolare a discapito del Petrarca[158]. In quest'ottica la produzione del Magnifico si orientò verso una poesia amorosa dal valore morale ed elevato (questa è l'intenzione del Lorenzo de Comento sopra alcuni dei suoi sonetti)[154][159], rinchiuso poi dal «naturalismo classicista»[154] del Poliziano.

La poesia "fiorentina"[modifica | modifica wikitesto]

Come mette in luce Giulio Ferroni[160], a partire dal 1480 Lorenzo si concentrò su una produzione letteraria che riecheggiasse gli umori e la sensibilità di Firenze, addentrandosi quindi nello spirito civico con un notevole tatto psicologico. Nello specifico, tale connubio poesia-espressione civile ha portato Lorenzo a produrre opere apparentemente in contrasto fra di loro, la cui copresenza anche a livello cronologico si può spiegare in base alla letteratura offerta.

  1. Da un lato, Lorenzo si dedicò alla produzione religiosa, componendo Laudi e la Rappresentazione dei Santi Giovanni e Paolo del 1490, ovvero una sacra rappresentazione composta sulla scia del clima di inquietudine nato dalle predicazioni savonaroliane[161].
  2. Dall'altro, il clima festaiolo del Carnevale fiorentino, intenso nel suo clima di baldoria e gioiosità, viene dipinto mirabilmente ne I canti carnascialeschi (1490, quindi dello stesso anno della sacra rappresentazione), il cui gioiello poetico è rappresentato dalla celeberrima Canzona di Bacco[162].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Vasari, Ritratto di Lorenzo de' Medici, olio su tela, seconda metà del XVI secolo, Galleria degli Uffizi.
Primo periodo (anni '60-1472/73)

La produzione di questo periodo si rifà maggiormente alla tradizione lirica-cortese mediata dalla letteratura toscana, tutta incentrata sulla celebrazione delle bellezze della natura, della giovinezza e delle donne

  • Corinto, composta quando Lorenzo aveva 15 anni (quindi 1464-65), egloga in terzine di carattere mitologico[5], rielaborato poi nel 1486[163].
  • Nencia da Barberino, scritta tra il 1469 e il 1473[164], riprende il tema della "satira del villano", trattando il personaggio del contadino nella sua tipica rozzezza, semplicità e villania. È una parodia del tema del pastore innamorato, in quanto il pastore Varella tenta, con le sue rozze parole, di far innamorare di sè l'adorata Nencia[165].
  • La Novella di Giacoppo e la Novella di Ginevra risalgono al 1469. La prima è strutturata sul modello delle novelle boccacciane, mentre la seconda, incompleta, commenta in chiave psicologica l'amore giovanile di Luigi Lanfranchi, ventenne, per la giovanissima Ginevra de' Griffi[166].
  • Beoni (o Simposio, con evidente ironico riferimento all'omonimo dialogo platonico), poemetto di poco antecedente al 1473[5] (Ficino lo commentò nel 1469[167]), in cui si deride l'amore platonico e si burlano un gruppo scelto di beoni fiorentini[159].
  • La caccia col falcone (1473), conosciuto anche col nome di Uccellagione di starne dal nome che William Roscoe le diede nella prima edizione da lui curata[168], è un poemetto comico composto in ottave in cui si descrive la caccia al falcone da parte di Lorenzo e i suoi amici[5][159].
Influsso neoplatonico e letteratura impegnata (1473-1480)
  • De summo bono (1473), in cui si tratta dell'amore platonico[5], è conosciuta anche sotto il nome di Altercazione e viene accennata da Ficino nel proemio della sua epistola De felicitate[169].
  • Capitoli e Laude, scritta all'inizio della conversione neoplatonica[170] produzione sacra che si ricollega alla tradizione religiosa del XII/XIII secolo[171].
  • Selve d'amore, databili intorno al 1474 e rimaste incompiute (nonostante alcuni presunti rimaneggiamenti), sono due libri contraddistinti dall'uso degli strambotti. Loro modello sono le Silvae di Stazio, autore molto amato dal Poliziano, e si concentrano su vicende d'amore mitologiche improntate su tematiche disparate[172].
Sacra rappresentazione dei santi Giovanni e Paolo
  • Il Comento sopra i miei sonetti, stesi intorno al 1480, si propone di analizzare 41 sonetti in chiave filosofica l'antico amore per Lucrezia Donati[5].
  • Raccolta aragonese, in cui Lorenzo mostra la sua attenzione per la cultura in questa raccolta di testi poetici dal Duecento ai suoi tempi, con l'intento di provare l'apporto dei lirici toscani (tra i quali spiccano Dante e Petrarca) sulle restanti produzioni letterarie volgari italiane[173]. Fu preparata dal Poliziano intorno al 1476 e donata il medesimo anno a Federico, figlio di Ferdinando I di Napoli[174].
Gli ultimi anni
  • L'Ambra, poemetto bucolico di 48 stanze composto successivamente al 1486 e avente per oggetto la natura del terreno denominato Ambra su cui poi sorgerà la villa di Poggio a Caiano, rimarca il giovanile Corinto, rielaborato proprio in quegli anni medesimi[175].
  • Canti carnevaleschi, destinati a essere cantati con accompagnamento musicale durante il carnevale, fra questi ricordiamo la celebre Canzona di Bacco[76].
  • Sacra rappresentazione dei Santi Giovanni e Paolo, del 1491, in cui si rappresentano le vicende dei due apostoli, ma che, in alcuni passaggi, si può avvertire una lezione etica e politica da trasmettere al figlio Piero, erede e successore del Magnifico[176].
Il Canzoniere

Discorso diverso riguarda il Canzoniere laurenziano (contenente 2 ballate, 5 sestine, 8 canzoni e 151 sonetti), il quale spazia dal 1465 fino a un massimo del 1476-77, e quindi composto prima del Comento sovra citato. Le liriche ivì contenute mostrano il passaggio dalla lirica comico-realista del Pulci al petrarchismo, fino a quei componimenti vicini, come sensibilità, al platonismo ficiniano[177]. Emilio Bigi, al contrario, non considera l'esistenza di un corpus poetico compatto e unitario, distinguendo tra le Canzoni e le restanti Rime:

« Le Rime amorose di Lorenzo, almeno come ci sono state tramandate dai momanoscritti, non costituiscono un'opera relativamente organica, come ad es. il Canzoniere petrarchesco... »
(Bigi, p. 241)

Considerazioni[modifica | modifica wikitesto]

Antonio Maria Crespi, Ritratto di Francesco Guicciardini, olio su tela, Pinacoteca Ambrosiana.

La storiografia è stata pressoché favorevole all'operato del Magnifico, il principe ideale del Rinascimento e fautore della pace e della prosperità. Gli storiografi del XVI secolo, davanti ai disastri delle guerre d'Italia, risaltarono la figura di Lorenzo de' Medici quale politico eccellente e dotato di quella modestia e sagacia capace di unire i riottosi principi italiani. Machiavelli, nella conclusione delle sue Istorie fiorentine scrisse che:

« ...restata Italia priva del consiglio suo, non si trovò modo per quelli che rimasero, nè d'empiere nè di frenare l'ambizione di Lodovico Sforza governatore del duca di Milano. Per la qual cosa, subito morto Lorenzo, cominciarono a nascere quelli cattivi semi, i quali, non dopo molto tempo, non sendo vivo chi gli sapesse spegnere, rovinarono, ed ancora rovinano la Italia. »
(Niccolò Machiavelli, Istorie Fiorentine, p. 432])

Non diversamente Francesco Guicciardini delinea l'importanza politica che rivestiva la figura del Magnifico:

« la quale [Firenze] sí come in vita sua, raccolto insieme ogni cosa, era stata felice, cosí doppo la morte sua cadde in tante calamità ed infortuni, che multiplicorono infinitamente el desiderio di lui e la riputazione sua. »
(Francesco Guicciardini, Storie Fiorentine, cap.IX)

A differenza del Machiavelli, però, Guicciardini si sofferma, con il suo occhio analitico e indagatore, a esaminare anche i vizi e le mancanze di Lorenzo, operando una sinossi con il nonno Cosimo[178]. La conclusione che Guicciardini trae su Lorenzo è che quest'ultimo sia inferiore al nonno, nonostante affermi che «per la virtù e per la fortuna l'uno e l'altro fu sì grandissimo, che forse dalla declinazione di Roma in qua non ha avuto Italia uno cittadino privato simile a loro»[179]. Cosimo, tra i due, è superiore non soltanto perché dovette conquistare il potere ed esercitarlo con moderazione per trent'anni (mentre Lorenzo si arrischiò a perderlo andando a Napoli)[180], ma anche per l'equilibrio e la magnificenza verso le opere pubbliche, a differenza del nipote che si concentrò anche sull'edilizia privata[179]. Inoltre, Cosimo fu un abilissimo banchiere, dote che invece mancò al nipote, che lasciò il banco mediceo, alla sua morte, con gravi debiti da sanare[179]; in compenso, in Lorenzo «abondorono...eloquenzia destrezza ingegno universale in dilettarsi di tutte le cose virtuose e favorirle; in che Cosimo al tutto mancò...»[179].

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Signoria di Firenze
De' Medici
Coat of arms of the House of Medici.svg

Cosimo il Vecchio
Piero il Gottoso
Lorenzo il Magnifico
Piero il Fatuo
Giovanni, papa Leone X
Giuliano, duca di Nemours
Figli
Lorenzo, duca di Urbino
Figli
Giulio, papa Clemente VII
Ippolito
Figli
Alessandro, duca di Firenze
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Lorenzo de' Medici Padre:
Piero de' Medici
Nonno paterno:
Cosimo de' Medici
Bisnonno paterno:
Giovanni de' Medici
Trisnonno paterno:
Averardo de' Medici
Trisnonna paterna:
Giovanna Spini
Bisnonna paterna:
Piccarda Bueri
Trisnonno paterno:
Edoardo Bueri
Trisnonna paterna:
?
Nonna paterna:
Contessina de' Bardi
Bisnonno paterno:
Alessandro de' Bardi
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Bisnonna paterna:
Emilia Pannocchieschi
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Madre:
Lucrezia Tornabuoni
Nonno materno:
Francesco Tornabuoni
Bisnonno materno:
Simone Tornabuoni
Trisnonno materno:
?
Trisnonna materna:
?
Bisnonna materna:
?
Trisnonno materno:
?
Trisnonna materna:
?
Nonna materna:
Nanna Guicciardini
Bisnonno materno:
Niccolò Guicciardini
Trisnonno materno:
Luigi Guicciardini
Trisnonna materna:
Costanza Strozzi
Bisnonna materna:
?
Trisnonno materno:
?
Trisnonna materna:
?

Matrimonio e discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Lorenzo ebbe una relazione con la nobile fiorentina Lucrezia Donati. Nel 1468, all'amore personale Lorenzo dovette rinunciare, per sposare per questioni dinastiche la patrizia romana Clarice Orsini, figlia di Jacopo, esponente della potentissima famiglia Orsini; sebbene non l'avesse mai incontrata, Lorenzo accettò il suo destino, e nel mese di dicembre del 1468 i due si scambiarono la promessa di unirsi. Fatto che avvenne il 4 giugno 1469, con festeggiamenti grandi e spettacolari[181]. Lorenzo trattò sua moglie sempre con grande rispetto e tenendola sempre in grande considerazione. I due ebbero in tutto dieci figli[182], alcuni dei quali di primaria importanza per la storia dell'Italia rinascimentale e di Firenze.

Nome Nascita Morte Note
Lucrezia 4 agosto 1470 novembre 1553 Sposò Jacopo Salviati
Due gemelli senza nome marzo 1471 marzo 1471 Morti poco tempo dopo il parto
Piero 15 febbraio 1472 28 dicembre 1503 sposò Alfonsina Orsini
Maddalena 24 luglio 1473 dicembre 1528 Sposò Franceschetto Cybo
Contessina Beatrice 23 settembre 1474 settembre 1474 Morta poco tempo dopo il parto
Giovanni 11 dicembre 1475 1º dicembre 1521 Cardinale, poi Papa Leone X
Luisa 25 gennaio 1477 luglio 1488 Promessa sposa a Giovanni il Popolano, morì nell'adolescenza
Contessina 16 gennaio 1478 29 giugno 1515 Sposò Piero Ridolfi
Giuliano 12 marzo 1479 17 marzo 1516 Duca di Nemours, sposò Filiberta di Savoia

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Young, p. 229
    « Lorenzo il Magnifico è, per consenso generale in Europa, l'uomo più degno di nota che abbia mai tenuto le redini di uno Stato; e il suo carattere ha sempre interessato l'umanità... Era un uomo eminente in un'età che abbondava di uomini grandi e si riconosce che fu una delle forze ispiratrici del XV secolo. »
  2. ^ Rizzatti, p. 11.
  3. ^ Per la figura e l'ascesa politica di Cosimo, si veda: Kent, DBI. Riguardo al metodo di governo dei Medici tra il 1434 e il 1494, interessante è il saggio di Rubinstein, che mette in luce in ambito estero il termine di "criptosignoria". Nella storiografia italiana, fondamentali gli studi di Tabacco 1974, pp. 352-357, Sestan 1979, pp. 58-59 e Ascheri 1994, pp. 290-291, che mettono in evidenza l'assoggettamento, da parte di alcuni signori, delle forme comunali, mantenendone le apparenze democratiche.
  4. ^ Cappelli, p. 3.
  5. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa Lorenzo-DBI.
  6. ^ Walter, p. 9, vol. 1.
  7. ^ Roscoea, p. 79, vol. 2.
  8. ^ Hale, p. 57.
  9. ^ Gonzaga, p. 153.
  10. ^ Roscoea, pp. 80-81, vol. 1.
  11. ^ Roscoea, p. 76, vol. 1.
  12. ^ Hale, p. 58.
  13. ^ Giovanni di Cosimo (1421-1463), Palazzo Medici, 2007. URL consultato il 20 agosto 2015..
  14. ^ Giovanni di Cosimo de' Medici, di costituzione ben robusta e molto più sano del fratello malaticcio, era la speranza del padre Cosimo perché questi reggesse la criptosignoria da lui creata. La morte di Giovanni, però, lo mandò nella più cupa disperazione. Si veda: Walter, pp. 19-21.
  15. ^ Roscoea, pp.54-55, vol.1.
  16. ^ Walter, p. 21.
  17. ^ Roscoea, pp. 66-67, vol. 1.
  18. ^ Hale, p. 53, riporta una lettera di Piero indirizzata a Lorenzo sulla stima di cui godeva presso il nonno:
    « Quando la morte [di Cosimo] era ormai vicina, come Piero scrisse a Lorenzo, Cosimo: "...cominciò da principio a dire tutta la sua vita, dipoi entrò nel governo della città, e poi seguitando a quello de' trafichi, di poi alla cura familiare delle possessione et di casa, et sopra e fatti di voi due [cioè di Lorenzo e del fratello Giuliano], confortando, essendo voi di buono ingegno, io vi dovessi allevare bene, perché mi leveresti assai faticha... »
  19. ^ a b Piero-DBI.
  20. ^ a b Walter, p. 45.
  21. ^ a b c d Delle Donne, p. 30.
  22. ^ a b Roscoea, p. 82, vol. 1.
  23. ^ Mele, p. 376 nota 3.
  24. ^ Delle Donne, pp. 30-31.
  25. ^ Walter, p. 47.
  26. ^ Walter, p. 49.
  27. ^ Per approfondire si veda la biografia di Ippolito nel Dizionario Biografico degli Italiani.
  28. ^ Per approfondire si veda la biografia di Vaglienti nel Dizionario biografico degli italiani..
  29. ^ Roscoea, p. 85, vol. 1.
  30. ^ a b Bosisio, p. 364.
  31. ^ Machiavelli, p. 345.
  32. ^ Machiavelli, pp. 344-345.
  33. ^ Roscoea, p. 86, vol.1.
  34. ^ a b Delle Donne, p. 32.
  35. ^ a b c d Bosisio, p. 365.
  36. ^ Roscoea, p. 88, vol. 2.
  37. ^ Machiavelli, p. 353.
  38. ^ Roscoea, pp. 88-89, vol. 2.
  39. ^ Walter Ingeborg, autorevole biografo di Lorenzo, sottolinea come l'agguato e la pronta reazione di Lorenzo davanti alle truppe nemiche furono delle vicende inventate da Piero per rafforzare ulteriormente la sua posizione e quella del figlio diciassettenne da un lato, e dall'altro di giustificare l'invio delle milizie fedeli ai Medici a Firenze. Nonostante ciò, il biografo accredita la vicinanza di Lorenzo al padre malato e alcune sue ambascerie presso gli alleati politici. Si vedano:Walter, p. 53 e Walter-DBI.
  40. ^ La guerra, istigata dal Soderini e da Diotisalvi Neroni, iniziò nel 1467 e si concluse con uno status quo nel 1468, dopo che i fiorentini (aiutati dai milanesi) sconfissero i Veneziani a Imola. Si veda: Cesati, p.30.
  41. ^ Delle Donne, p. 38.
  42. ^ Arrighi.
  43. ^ Roscoea, p. 129, vol.1.
  44. ^ Walter, p. 81.
  45. ^ Roscoea, pp. 129-130, vol.1.
  46. ^ Machiavelli, p. 359.
  47. ^ Delle Donne, p. 49.
  48. ^ Walter, p. 98.
  49. ^ a b Piero di Cosimo detto il Gottoso (1416-1469), Palazzo Medici Riccardi. URL consultato il 24 agosto 2015..
  50. ^ Roscoea, p. 132, vol.1.
  51. ^ Machiavelli, p. 362.
  52. ^ Anche a causa della giovane età, Giuliano lasciò la maggior parte degli impegni politici a Lorenzo. Inoltre, il fratello minore del Magnifico si dedicò più alla cultura e alle arti, che alla politica attiva. Si veda: Roscoea, p. 13}.
  53. ^ Cesati, p. 66.
  54. ^ Machiavelli, p. 367.
  55. ^ Machiavelli, p. 369.
  56. ^ Guicciardini, p. 112.
  57. ^ Storia di Volterra - Il Medioevo. La guerra con Firenze, Comune di Volterra. URL consultato il 24 agosto 2015..
  58. ^ a b c d e f Lorenzo il Magnifico (1449-1492), Palazzo Medici Riccardi. URL consultato il 24 agosto 2015..
  59. ^ a b Cesati, pp. 37-38.
  60. ^ Salviati era risentito verso Lorenzo non soltanto perché questi gli impedì di prendere possesso dell'arcidiocesi fiorentina, ma anche perché lo stesso Lorenzo dovette accettare la sua nomina a vescovo di Pisa Roscoea, p. 67, vol.2.
  61. ^ a b c d e f g h 1478 - Congiura dei Pazzi aggiungi alla cartella, Palazzo Medici Riccardi. URL consultato il 24 agosto 2015..
  62. ^ Guicciardini, p. 117.
  63. ^ Roscoea, p. 64, vol.2.
  64. ^ Roscoea, pp. 58-60, vol.2.
  65. ^ 1471 - Visita di Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia, Palazzo Medici Riccardi. URL consultato il 27 agosto 2015. e che era giunto in visita a Firenze con la moglie Bona di Savoia e due sue figlie per ricambiare i soggiorni che il Medici aveva trascorso a Milano pochi anni addietroYoung, p. 170.
  66. ^ Cesati, pp. 38-39.
  67. ^ a b Machiavelli, p. 385.
  68. ^ Machiavelli, p. 386.
  69. ^ Roscoea, p. 72, vol.2.
  70. ^ Roscoea, pp. 68/72, vol.2.
  71. ^ a b c Bosisio, p. 366.
  72. ^ Machiavelli, p. 388.
  73. ^ Roscoea, pp. 74-78, vol. 2.
  74. ^ a b Cesati, p. 40.
  75. ^ Young, p. 185.
  76. ^ a b Caliaro, p. 25 dell'Introduzione.
  77. ^ Roscoea, p. 97, vol. 2.
  78. ^ Papa Sisto IV chiese ai membri della Signoria che Lorenzo fosse loro consegnato, ma i maggiorenti della Repubblica risposero con parole piene di stima per il Medici:
    « Dite che Lorenzo è un tiranno e ci comandate di espellerlo; ma come possiamo esser liberi se siamo costretti a obbedire ai vostri comandi? Lo chiamate tiranno; la maggioranza dei Fiorentini lo chiama difensore. »
    (citazione tratta da Young, p. 191)
  79. ^ Cesati, p. 41.
  80. ^ In Young, p. 194 si dice che il clero, per pubblicare la scomunica contro il papa, arrivò a usare la stampa a caratteri mobili per diffondere il più possibile la sua decisione.
  81. ^ a b c d e Bosisio, p. 366.
  82. ^ Roscoea, p. 108, vol. 2.
  83. ^ Young, p. 195.
  84. ^ Young, p. 195.
  85. ^ Machiavelli, pp. 405-406.
  86. ^ Mele, p. 381.
  87. ^ Cesati, p. 42.
  88. ^ Roscoea, pp. 124-125, vol. 2.
  89. ^ Mele, p. 388:
    « Quella cordiale amicizia, basta sulla reciproca stima politica e senz'altro alimentata da una condivisa sensibilità artistica, significava per Lorenzo potersi valere di un fidato e accreditato informatore intermediario presso la corte aragonese, nella sua scalata verso i vertici della politica italiana... »
  90. ^ Young, p. 201.
  91. ^ Young, p. 204
    « Lorenzo fu riconosciuto da tutti i sovrani come l'uomo più potente d'Italia; infatti, negli archivi fiorentini si trovano lettere a lui dirette da Enrico VII d'Inghilterra e da Luigi XI di Francia, i quali lo trattarono come eguale e come un monarca regnante. »
  92. ^ Roscoeb, pp. 53-54, vol. 3.
  93. ^ Roscoeb, pp. 9-10, vol. 3.
  94. ^ Bosisio, p. 367.
  95. ^ I veneziani erano in lite con Ercole per questioni legate al commercio del sale; il papa, come al solito istigato dal nipote Girolamo, si alleò con Venezia dopo che questa promise al Riario di insignorirlo della città estense. Si veda: Machiavelli, pp. 410-411.
  96. ^ Roscoeb, p. 10, vol. 3.
  97. ^ Machiavelli, p. 416.
  98. ^ a b Young, p. 202.
  99. ^ Per approfondire, si veda la biografia di Pellegrini sull'Enciclopedia dei Papi.
  100. ^ Giovanni de' Medici fu proclamato cardinale in pectore all'età di tredici anni nel concistoro del 9 marzo 1489, come si può desumere dalla fonte catholic-hierarchy.
  101. ^ Cesati, p. 45.
  102. ^ Roscoeb, pp. 165-166, vol. 3.
  103. ^ Young, p. 165.
  104. ^ Guicciardini, p. 157.
  105. ^ Guicciardini, pp. 165-166.
  106. ^ Roscoeb, p. 48, vol. 3.
  107. ^ Palazzo Medici Riccardi.
  108. ^ a b Hale, p. 83.
  109. ^ Quest'organo rimase in vigore fino al 1491, allorché fu sciolto. Si veda, per una visione generale: Guicciardini, p. 168, nota 63.
  110. ^ Sulla figura di Lucrezia de' Medici, dalla cui discendenza nascerà il ramo granducale mediceo, si veda la biografia Fosi sul Dizionario Biografico degli Italiani.
  111. ^ Roscoea, p. 37, vol.1.
  112. ^ Storia di Pisa, PisaCentro. URL consultato il 27 agosto 2015.
    «In cambio della possibilità di offrire a Firenze uno sbocco sul mare, Pisa ottenne dai Medici e in particolare da Lorenzo il Magnifico, alcune opere di manutenzione del territorio e la costruzione di vari edifici pubblici e civili.».
  113. ^ Storia dell'Università, Università di Pisa. URL consultato il 27 agosto 2015..
  114. ^ Roscoea, pp. 36-38, vol.1.
  115. ^ (EN) Trueman C N, Henry VII and Overseas Trade, HistoryLearningSite.co.uk. URL consultato il 27 agosto 2015.
    «Henry was also keen to develop trade in the Mediterranean, especially with Florence [...] Henry had to encourage merchants to trade in the region, as the Venetians were so dominant. The rewards for success were great and in 1488 a few English merchants ships returned to England with a cargo of malmsey. In retaliation for this encroachment on what the Venetians deemed to be their trade, they imposed very large tariffs on all English goods imported into Venice, effectively killing off any English trade there. Therefore, it became even more important for Henry to develop trade with Florence. In 1490, a treaty was signed that provided for English wool to be imported into Pisa, the main port of Florence»..
  116. ^ Guicciardini, p. 170.
  117. ^ a b Palmarocchi.
  118. ^ Cesati, p. 46.
  119. ^ a b c d Cesati, p. 47.
  120. ^ Walter, p. 230.
  121. ^ Vannucci, p. 22:
    « Quando Clarice scompare, sono ben pochi a piangerla. Sono anche ben pochi coloro che pensano che, con la sua morte, muterà qualcosa all'interno di tutto quello che è l'insieme di Casa Medici. La scomparsa di Lucrezia Tornabuoni, e perfino quella di Piero, il padre di Lorenzo, hanno commosso Firenze, quasi quanto quella di Cosimo il Vecchio; ora, però, che Clarice non ci sia più pare lasci tutti indifferenti. »
  122. ^ Guicciardini, p. 171.
  123. ^ Roscoeb, p. 67, vol. 4.
  124. ^ Lorenzo, a detta del Guicciardini, non aveva stima di quel suo figlio che, rispetto a lui e ai suoi avi, non aveva il dono della modestia e della diplomazia per far rimanere al potere i Medici a Firenze. Si veda: Guicciardinib, p. 30
    « ...il padre Lorenzo, contemplando la sua natura, si era spesso lamentato con gli amici più intimi, che l'imprudenza e l'arroganza del figliuolo partorirebbe la rovina della sua casa. »
  125. ^ Roscoeb, p. 78, vol. 4.
  126. ^ Nella parte finale di Walter-DBI, lo studioso annota come molti fiorentini auspicassero un ritorno alla piena libertà repubblicana.
  127. ^ a b Roscoeb, p. 80, vol. 4.
  128. ^ Per approfondire, si legga la biografia di Meli sul Dizionario Biografico degli Italiani.
  129. ^
    « Soprattutto di questa natura è dunque l’uomo magnifico, ed è in spese di questo genere che consiste la magnificenza, come s’è detto: spese molto grandi e molto onorevoli. Nelle spese private, invece, la magnificenza si deve manifestare in quelle che si fanno una volta sola, come, per esempio, un matrimonio o una situazione del genere, e in quelle che interessano tutta la città o le persone di rango, e quando si accolgono e si congedano ospiti stranieri, cioè quando si offrono e si contraccambiano doni. Infatti, non è per se stesso che spende l’uomo magnifico, bensì per l’interesse comune. »
    (Etica Nicomachea, IV)
  130. ^ Compendio, p. 288.
  131. ^ Paradisi-2, p. 65
    « La Magnificenza non richiede men che il sollievo di qualche intiera Città, ò con profusione di quantità d'oro, ò col di lei ingrandimento consistente in publici, ed eccelsi edifizi. »
  132. ^ Paradisi-3, p. 134
    « Anticamente, scrivendosi a' Conservadori, Anziani, Priori, ò altri Magistrati di Città ordinarie, venivan trattati col Titolo di Magnifici... »
  133. ^ Delle Donne, p. 168.
  134. ^ Ferroni, p. 36.
  135. ^ a b c Castelfranchi Vegas, p. 69.
  136. ^ a b Accademia platonica fiorentina, Treccani. URL consultato l'11 settembre 2015.
  137. ^ La diffusione del platonismo e lo spostamento della riflessione da temi civili (tipici dell'epoca di Coluccio Salutati e di Leonardo Bruni) a quelli filosofici è dovuta non soltanto alla definitiva instaurazione della criptosignoria medicea con Cosimo, ma anche all'influsso determinante del ruolo che Gemisto Pletone, erudito intervenuto al Concilio di Firenze del 1439, ebbe sullo stesso Cosimo. Si vedano: Ferroni, pp.36-37 e Garin, p.106:
    « Più tardi, nel proemio a Lorenzo de' Medici premesso al Plotino latino, [Marsilio] riconduce la propria conversione al platonismo all'influenza combinata di Gemisto e di Cosimo de' Medici. »
  138. ^ In Catalano, pp. 157-158 viene citato un sunto del filosofo rinascimentalista Eugenio Garin:
    « Se il primo umanesimo fu tutto un'esaltazione della vita civile, della libera costruzione umana di una città terrena, la fine del Quattrocento è caratterizzata da un chiaro orientamento verso un'evasione dal mondo, verso la contemplazione. »
  139. ^ Rescoeb, pp. 138-142.
  140. ^ Delle Donne, p. 132.
  141. ^ Castelfranchi Vegas, p. 70
    « Nel campo architettonico Lorenzo lega il suo nome ad alcune imprese molto significative per il gusto architettonico dell'età laurenziana...um gusto legato da un lato all'eredità brunelleschiana e dall'altro dell'affermarsi della cultura albertiana, culminante nella editio priceps del De Re Aedificatoria dell'Alberti, a cura del Poliziano (1485). »
  142. ^ Vasari, p. 717.
  143. ^ Pagliara
    « Grazie ai suggerimenti e alla guida del Magnifico, il G. poté appropriarsi delle idee fondamentali del trattato scritto in latino da Leon Battista Alberti, tanto da divenire l'architetto più albertiano della sua generazione. Accanto alle indicazioni dell'Alberti, per il G. rimasero costantemente un punto di riferimento le soluzioni brunelleschiane: è sintomatico che egli difendesse il progetto di Brunelleschi per S. Spirito quando questo, verso la fine del Quattrocento, fu messo in discussione. »
  144. ^ Gallico, p. 24.
  145. ^ Gotti, p. 7.
  146. ^ Gotti, p. 8.
  147. ^ Bianchi:
    « Al 1846 si datano, invece, Lorenzo il Magnifico e Amerigo Vespucci per il portico degli Uffizi... »
  148. ^ a b Ferroni, p. 42.
  149. ^ a b Hale, p. 63.
  150. ^ Guglielmino-Grosser, p. 303.
  151. ^ In Contini, p. 421 Lorenzo è definito «un elegante dilettante».
  152. ^ In Croce, p. 234, il filosofo napoletano affermò che tra il 1375 (anno della morte di Giovanni Boccaccio) al 1475 (stesura delle Stanze del Poliziano) non ci fu alcuna produzione letteraria in volgare, se non pochi esperimenti letterari o novelle popolari. Da qui, la definizione di Secolo senza poesia.
  153. ^ Chines, p. 213.
  154. ^ a b c Ferroni, p. 43.
  155. ^ Tateo, 1972, p. 15 delinea, in relazione al comico-realismo della Nencia da Barberino, l'influenza del Pulci sul giovane Lorenzo:
    « Innanzi tutto, la chiave comica...risale alla suggestione della poesia del Pulci, che in questi anni, con l'inizio del Morgante, si impone alla considerazione del giovane poeta, offrendo spassi e svaghi a tutta la «brigatella» di amici nella quale si svolge l'ancora spensierata vita del futuro uomo di stato. »
  156. ^ Ferroni, p. 39.
  157. ^ Tateo
    « In questa prospettiva si spiega l'incontro del F[icino] col testo di D., il quale non solo offriva l'esempio del poeta-teologo caro alla concezione ficiniana, ma pareva aderire, specie negli ultimi canti del Paradiso, a un'esperienza spirituale di tipo neoplatonico. »
  158. ^ Tateo, 1972, p. 34.
  159. ^ a b c Chines, p. 218.
  160. ^ Ferroni, pp. 43-44.
  161. ^ I modelli si rifanno a quelli della sacra rappresentazione avviata da Antonino Pierozzi con l'ausilio di intellettuali del calibro Feo Belcari e Antonio di Matteo di Meglio. Si veda: Ventrone.
  162. ^ Ferroni, p. 44.
  163. ^ Tateo, 1972, p. 45.
  164. ^ Introduzioni alla Nencia da Barberino di Lorenzo il Magnifico, Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi, 1996. URL consultato il 12 settembre 2015..
  165. ^ Alessandro Cane, Nencia da Barberino di Lorenzo de' Medici: riassunto e commento, Oilproject. URL consultato il 12 settembre 2015..
  166. ^ Tateo, 1972, p. 16.
  167. ^ Caliaro, p. 15 dell'Introduzione.
  168. ^ Contini, p. 428.
  169. ^ Bigi, p. 49.
  170. ^ Caliaro, p. 22 dell'Introduzione.
  171. ^ Saladino, 28.
  172. ^ Caliaro, pp. 28-30 dell'Introduzione.
  173. ^ Contini, p. 419.
  174. ^ Aragonese, Raccolta, Treccani. URL consultato il 12 settembre 2015.
  175. ^ Tateo, 1972, p. 48.
  176. ^ Ventrone, p. 347.
  177. ^ Caliaro, pp. 23-25 dell'Introduzione.
  178. ^ La comparazione è trattata nel capitolo IX, per l'esattezza.
  179. ^ a b c d Guicciardini, p. 183.
  180. ^ Guicciardini, pp. 182-183.
  181. ^ Alle fastose nozze di Lorenzo de' Medici con Clarice Orsini, nel 1469, vennero consumati all'incirca diciassette quintali fra dolciumi e confetti, vedi: Fonte.
  182. ^ Si veda la pagina dedicata a Lorenzo de' Medici su Lorenzo de' Medici (1449-1492), Geni. URL consultato il 13 settembre 2015..

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Signore di fatto di Firenze Successore
Piero il Gottoso 1469-1492 Piero il Fatuo
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Wikimedaglia
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