Beatrice d'Este

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Beatrice d'Este
Beatriced'Este.jpg
Leonardo da Vinci, ritratto di Beatrice d'Este, 1494 ca.
Duchessa di Milano
Coat of arms of the House of Este (Ercole I).svg Coat of arms of the House of Sforza.svg
In carica 1494 -
1497
Predecessore Isabella d'Aragona
Successore Anna di Bretagna
Altri titoli Duchessa di Bari
Nascita Ferrara, Ducato di Ferrara (oggi Italia), 29 giugno 1475
Morte Milano, Ducato di Milano (oggi Italia), 2 gennaio 1497
Luogo di sepoltura Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano
Casa reale
Padre Ercole I d'Este
Madre Eleonora d'Aragona
Consorte Ludovico Sforza
Figli
Religione Cattolicesimo

«Et ebbe quel che raro i cieli danno:
senno e fortuna in giovenil etate,
cortesia profusa in alto scanno,

mente pudica in singular beltate,
sublime ingegno in cor puro e sincero,
alti pensieri in quieta umiltate,

grazie che fan ciascun degno de impero.»

(dai Triumphi di Vincenzo Colli, elogio a Beatrice)

Beatrice d'Este (Ferrara, 29 giugno 1475Milano, 2 gennaio 1497) fu figlia di Ercole I d'Este e di Eleonora d'Aragona, sorella minore di Isabella d'Este e Alfonso I d'Este. Sposò Ludovico il Moro[1] nel 1491 divenendo così duchessa di Milano e duchessa di Bari.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita[modifica | modifica wikitesto]

Nacque il 29 giugno 1475 nel Castello Estense di Ferrara, secondogenita di Ercole I d'Este e di Eleonora d'Aragona. Fu così chiamata in onore di Beatrice d'Este, sorella di Ercole, e Beatrice d'Aragona, sorella della duchessa Eleonora.[2] Il duca di Ferrara desiderava ardentemente un erede maschio, pertanto la sua nascita fu accolta come una disgrazia.[3][1]

Infanzia a Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Cristoforo Romano, busto di Beatrice d'Este a 15 anni, 1490 ca., Museo del Louvre, Parigi.

Due anni dopo Beatrice venne portata alla corte aragonese con la madre e la sorella in occasione del secondo matrimonio di re Ferrante con Giovanna d'Aragona. Il corteo, scortato da Niccolò da Correggio, giunse a Pisa e da qui si imbarcò su una galea arrivando a Napoli il 1º giugno 1477. Il 19 settembre Eleonora diede alla luce Ferrante ma subito dopo le giunse notizia che il marito era stato nominato capitano generale dell'esercito fiorentino quindi fu costretta a ritornare rapidamente a Ferrara per amministrare lo stato in sua assenza. Decise di portare con sé la figlia maggiore Isabella, ma re Ferrante la convinse a lasciare a Napoli sia il neonato sia Beatrice, della quale si era mostrato sin da subito innamoratissimo.

Beatrice visse così nella città partenopea per otto anni, affidata alle cure della balia Serena e della colta e virtuosa zia Ippolita Maria Sforza, e crebbe fra la residenza ducale di Castel Capuano, dove abitava col fratello minore e coi suoi tre cugini, Ferrandino, Pietro e Isabella, e la residenza reale di Castel Nuovo, dove risiedevano il re e la regina di Napoli. Ferrante la considerava una "medesma cosa" con l'infanta Giovannella sua figlia, tanto che l'ambasciatore estense scriveva nel 1479 alla madre Eleonora che il padre le avrebbe pure restituito il figlio maschio, adesso che era più grandicello, ma non Beatrice, poiché "la maiestate sua vole maritarla e tenerla per sé".[4]

Fidanzamento con Ludovico il Moro[modifica | modifica wikitesto]

Stemma sforzesco, in memoria del duca Ludovico il Moro e di sua moglie Beatrice d'Este, Conca di Viarenna a Milano, 1497.

Le parentele di Beatrice con le principali casate italiane destarono interessi nei suoi confronti. Ludovico il Moro, duca di Bari nella primavera del 1480 avviò una trattativa con Ercole I d'Este per ottenere la mano della figlia primogenita Isabella. Questo non fu possibile perché era già stata promessa in sposa a Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Ercole quindi, col consenso di re Ferdinando, avanzò al Moro la proposta della secondogenita Beatrice e questa venne accettata. Per gli Este il doppio matrimonio di Beatrice con Ludovico e di suo fratello Alfonso d'Este con la nipote de il Moro Anna Maria Sforza servì a cementare l'alleanza con gli Sforza, la famiglia più potente e tra le più facoltose dell'Italia settentrionale e questo si rivelò utile poiché il Ducato di Ferrara era costantemente minacciato dall'espansionismo veneziano.

È questo con ogni probabilità il ritratto perduto di Beatrice all'età di 10 anni realizzato da Cosmé Tura come regalo di Natale per il Moro. Ipotesi avanzata anche dal critico d'arte Federico Zeri. Si possono notare già qui presenti tutti i tratti distintivi di Beatrice da adulta: il coazzone, le ciocche di capelli sfuggenti e la predilezione per le perle, nonché, sul petto, quello che parrebbe essere l'anello diamantato degli Este, stemma personale del padre Ercole, che Beatrice mostra anche nel busto scultoreo realizzato prima delle nozze.

Dopo lo scoppio della congiura dei baroni che rese troppo rischiosa la sua permanenza nel Regno di Napoli, Beatrice rientrò a Ferrara nel 1485 all'età di dieci anni, su espressa richiesta del fidanzato che desiderava fosse educata in una corte più consona al suo ruolo, nonostante le vive proteste del nonno Ferrante che a malincuore accettò, dopo mesi di trattative, di separarsene. Quest'ultimo infatti, subito dopo la partenza della nipote, scriveva amareggiato alla figlia Eleonora: "Dio sa quanto ne è rencresciuto, per lo singulare amore li portavamo per le virtù sue [...] che videndo epsa et havendola in casa ne pareva haverce vui".[4] Non conosciamo quali furono le reazioni di Beatrice alla separazione, ma certo dovette trattarsi per lei di un evento traumatico, se è vero che non conosceva altra casa che quella di Napoli e che solo lì le fu per la prima volta dimostrato affetto.

Nella città estense fu allieva, insieme alla sorella Isabella, del filosofo Battista Guarino, dal quale ricevette un'educazione vasta e approfondita diventando così una delle principesse più colte e raffinate del Rinascimento italiano.[5] Nel dicembre del 1485 Ercole I inviò un ritratto di Beatrice eseguito da Cosmè Tura in regalo a Ludovico il Moro.[6]

Il matrimonio tra Ludovico e Beatrice si sarebbe dovuto tenere nel febbraio 1490 in contemporanea con quello tra sua sorella Isabella e Francesco II Gonzaga ma durante la visita di Ercole a Milano del 1487, Ludovico fece intendere di essere troppo occupato negli affari di stato e che la sposa era ancora troppo giovane. Nel maggio del 1489 inviò a Ferrara Giacomo Trotti, ambasciatore estense presso la corte di Milano: si fissò la data del matrimonio al maggio del 1490 e si dispose una dote di 40.000 ducati e gioielli per un valore di 2 000 ducati; il duca di Bari avrebbe però contribuito a coprire parte delle spese necessarie per le celebrazioni. Giunto giugno, tuttavia, Ludovico rinviò ancora una volta il matrimonio per mezzo di Galeazzo Sanseverino, sconcertando i duchi di Ferrara che a questo punto dubitarono della sua reale volontà di sposare Beatrice. Il motivo di questo comportamento fu attribuito alla nota relazione che Ludovico intratteneva con la bella Cecilia Gallerani.[7] Per scusarsi dei continui rinvii, nell'agosto del 1490 inviò Francesco da Casate a Ferrara per offrire in dono alla promessa sposa "una bella collana cum perle grosse ligate in fiori d'oro et uno bello zoglielo da atachare a dicta collana, nel quale è uno bellissimo smiraldo de grande persona, et uno balasso[8] et una perla in forma de un pero".[9]

Matrimonio[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 dicembre 1490 Beatrice d'Este lasciò Ferrara a bordo di alcune carrette accompagnata dalla madre Eleonora d'Aragona, dallo zio Sigismondo I d'Este e da un corteo di nobili e damigelle mentre il fratello minore Alfonso I la precedette a bordo di slitte dal momento che a causa dell'inverno particolarmente rigido di quell'anno il Po era ghiacciato nel tratto mantovano e ferrarese. A Ferrara era caduto un metro di neve che perdurò sino a metà marzo. Il 2 gennaio il corteo giunse a Brescello dove si riunì con Alfonso e il giorno dopo accolse l'arrivo di Isabella d'Este, marchesana di Mantova, con il suo seguito di cinquanta persone e trenta cavalli. Il 5 gennaio Galeazzo Sanseverino arrivò a Brescello con una flotta di tre bucintori e diciotto navi da trasporto sforzesche.

Il 7 gennaio il corteo nuziale si imbarcò e partì alla volta di Piacenza dove venne accolto il 12 gennaio dal conte Bartolomeo Scotti dopo un viaggio alquanto scomodo a causa del gelo e degli spifferi. Il viaggio riprese il mattino del 14 e verso le quattro e mezza del 15 gennaio la piccola flotta approdò presso il porto fluviale di Pavia. Ludovico accolse la sposa sulla banchina aiutandola a scendere dalla nave, circondato da molti illustri nobili milanesi poi il corteo attraversò il Ponte Coperto giungendo infine al castello.

Ritratto di Ludovico Sforza, del 1496.

Il giorno successivo venne stipulato il contratto di nozze con Ludovico il Moro, duca di Bari ma di fatto signore di Milano. Nel pomeriggio il Moro illustrò a Beatrice, Isabella e ad Alfonso le meraviglie del Castello Visconteo a pavia, in particolare la biblioteca, l'armeria e la sala degli specchi. Il 17 gennaio 1491 Ludovico Sforza avvennero le nozze con Beatrice d'Este nella cappella Ducale del castello. La sposa indossava un lungo abito bianco in cui erano cucite numerose perle e gioielli e fu accompagnata all'altare dalla madre e dalla sorella, seguite da Alfonso, Sigismondo e da alcuni nobili ferraresi. Ludovico volle che il matrimonio si celebrasse a Pavia e non a Milano per non dare l'impressione di voler prevaricare Gian Galeazzo Maria Sforza, legittimo duca di Milano, che aveva sposato Isabella d'Aragona in Duomo alcuni mesi prima.[10]

Festeggiamenti a Milano[modifica | modifica wikitesto]

Già il mattino seguente Ludovico partì alla volta di Milano per terminare i preparativi per le feste e il ricevimento solenne. Il matrimonio fu dichiarato subito consumato ma in verità rimase segretamente in bianco per oltre un mese:[11] Ludovico, per rispetto verso la propria sposa, non volle forzarla alla consumazione, ma attese con pazienza che ella fosse disposta spontaneamente a concedersi. Le continue pressioni esercitate dal duca Ercole affinché fosse affrettata la consumazione si rivelarono inutili, e la situazione si risolse da sé poco tempo dopo.

I lavori al castello di porta Giovia erano in corso da mesi e per completarli in tempo il Moro aveva imposto a tutti i pittori e scultori più insigni attivi in Lombardia (tra questi Leonardo da Vinci) di abbandonare le opere in corso e recarsi a Milano. Per l'occasione la sala della Balla fu dipinta con un ciclo di affreschi rappresentanti le gesta di Francesco Sforza. Il corteo di Beatrice lasciò Pavia tre giorni dopo trascorrendo la notte del 21 gennaio nel castello di Binasco. Il giorno dopo fu accolta da Gian Galeazzo Maria Sforza e da Isabella d'Aragona poche miglia a sud della città ed accompagnata per una colazione presso il refettorio della basilica di Sant'Eustorgio. In tarda mattinata il corteo entrò in città da porta Ticinese dove fu accolto da Ludovico vestito con una giornea d'oro, dai più insigni nobili, dal clero, dagli ambasciatori degli stati italiani nonché da medici e giureconsulti. In occasione della festa le case e le botteghe di Milano furono addobbate con ghirlande di fiori, stendardi, drappi e arazzi. Nella Contrada degli Armorari gli armaioli milanesi schierarono due lunghe file di cavalieri in armatura completa in groppa a cavalli bardati che disposti in quel modo sembravano essere veri. Il corteo avanzò annunciato da quarantasei coppie di trombettieri in mezzo ad una folla festante sino al castello dove ad attenderlo vi erano Bona di Savoia le due figlie Anna Maria Sforza e Bianca Maria Sforza insieme a molte delle più belle dame della città. l 23 gennaio si celebrarono le nozze tra Alfonso I d'Este e Anna Maria Sforza nella cappella ducale ma i festeggiamenti si sarebbero tenuti a Ferrara un mese dopo.

Il 24 gennaio vennero eretti in piazza tre palchi: sul primo salirono araldi e trombettieri, sul secondo furono disposti i doni ricevuti dagli sposi insieme a piatti, caraffe ed altri monili d'oro e d'argento e su terzo, posto al centro, salì Beatrice che ricevette gli omaggi delle alte cariche della città per poi donare a due cavalieri (un Visconti e un Suardi) due drappi d'oro che vennero poi appesi nel cortile del castello e furono i premi per i vincitori della giostra che si sarebbe tenuta di lì a poco. Quella sera fu indetto un memorabile ballo, a cui parteciparono non meno di duecento persone, tra cui contadine abbigliate con i colori degli Sforza e provenienti da ogni parte d'Italia. Questo ballo fu ricordato da Bartolomeo Calco per la sfarzosa mostra di vesti e acconciature (di cui Beatrice era grande appassionata).[12] Tra il 26 e il 28 gennaio si tenne la giostra a cui parteciparono un gran numero di personalità illustri tra cui lo stesso Gian Galeazzo Maria Sforza, Annibale II Bentivoglio, Giovanni Francesco II Pico della Mirandola, Bonifacio III del Monferrato e Francesco II Gonzaga, tutti con vesti e armature dalle fogge mirabili o stravaganti. La giostra vide quale vincitore Galeazzo Sanseverino che ricevette il drappo d'oro dalle mani di Beatrice.[13] Pare che in occasione delle nozze i novelli sposi abbiano donato il ricco pallio d'altare tuttora conservato nella chiesa di Santa Maria del Monte a Varese; il santuario dovette essere particolarmente caro al Moro che vi si recò spesso e vi fece celebrare numerose messe dopo la morte della consorte.[14] Il 1º febbraio Eleonora d'Aragona, Isabella d'Este, Alfonso d'Este, Anna Maria Sforza, Ermes Sforza e Gian Francesco Sanseverino lasciarono Milano seguiti da un corteo di quattrocento persone e visitarono la certosa di Pavia per poi imbarcarsi alla volta Ferrara che raggiunsero l'11 febbraio. La saggia Polissena d'Este, cugina di Beatrice ormai quarantenne, rimase invece a Milano per assisterla.[15]

A Milano Beatrice avrà care due persone in particolar modo: il genero Galeazzo Sanseverino, suo fedele compagno d'avventure, al quale, soprattutto nei primi tempi, Ludovico affidò il compito di far svagare la giovane moglie con gite in campagna e simili divertimenti, e Bianca Giovanna, figlia illegittima di Ludovico e moglie del suddetto Galeazzo, all'epoca delle nozze del padre una bambina di nove anni, che Beatrice ebbe subito cara e volle con sé in ogni occasione.

Nascita di Ercole Massimiliano e di Francesco[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto infantile di Ercole Massimiliano, primogenito di Beatrice, datato 1496.

Il 20 gennaio 1493 Eleonora d'Aragona giunse a Milano per assistere la figlia durante il parto, portando con sé da Ferrara la levatrice di famiglia. Due giorni dopo presso la Sala del Tesoro nella Rocchetta del Castello Sforzesco furono esposti i regali della nobiltà milanese su tavole ricoperte da velluto d'oro cremisino, offerti al Moro in vista dell'imminente nascita del fanciullo. Tra questi vi erano "dui bellissimi diamanti uno in puncta l'altro in tavola" del valore di 18.000 ducati e una bellissima culla dorata per il pargoletto, donati dal suocero Ercole I d'Este.[16] Il 23 gennaio, alle quattro del pomeriggio, Beatrice diede alla luce il primogenito Ercole, battezzato con il nome del padre, verso il quale ella nutrì sempre un amore incondizionato, e successivamente chiamato Massimiliano in onore dell'imperatore. L'avvenimento fu seguito da manifestazioni di deferenza verso il Moro che fece suonare le campane a festa per una settimana intera, promosse processioni pubbliche e concesse la grazia ad alcuni condannati.[17] In occasione del battesimo fu allestito in piazza del Duomo un grande palco rivestito di tessuti preziosi, abbellito da fronde e ghirlande e che sul lato esterno presentava le dodici fatiche di Ercole rappresentate da bassorilievi in gesso.[18] Il 20 febbraio Beatrice e Isabella d'Aragona parteciparono alla messa di ringraziamento presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie cantando il Te Deum cui seguì la tradizionale benedizione della puerpera. Seguì una magnifica festa in casa dei Della Torre.[19]

La nascita di Ercole Massimiliano determinò una svolta nella politica del Moro, che da questo momento in poi cercherà di essere riconosciuto quale legittimo duca di Milano al posto dell'inetto Gian Galeazzo Maria Sforza così come un deterioramento nei rapporti tra Beatrice d'Este ed Isabella d'Aragona. Quest'ultima, ben più determinata del marito, avendo chiare le intenzioni del Moro, scrisse al padre Alfonso domandandogli aiuto per l'ottenimento del Ducato. Ferdinando I d'Aragona, pur congratulandosi pubblicamente con Ludovico per la nascita del figlio, cercò di contenerne l'influenza presso le altre corti italiane e straniere ma il Moro riuscì ad anticiparlo stringendo un'alleanza con la Repubblica di Venezia, il Ducato di Ferrara, il Marchesato di Mantova e lo Stato Pontificio, volta a garantire la pace in Italia per almeno venticinque anni, su modello della precedente Pace di Lodi. La nuova lega fu proclamata a Venezia il 25 marzo 1493, festa di san Marco. Per l'occasione il doge proclamò cavaliere l'ambasciatore milanese Taddeo Vimercati mentre Ludovico Sforza promise di recarsi dal suocero a Ferrara per mostrargli il nipote e di inviare Beatrice quale sua rappresentante a Venezia con l'intento di ottenere l'appoggio dei veneziani alla sua legittimazione quale duca di Milano. Isabella d'Este, per non sfigurare in confronto alla sorella e a causa dei ritardi del corteo milanese, lasciò Ferrara l'11 maggio per recarsi a sua volta a Venezia.[20]

ritratto infantile di Francesco, secondogenito di Beatrice

Il 4 febbraio 1495 nacque Sforza Francesco, così chiamato in onore del defunto zio paterno Sforza Maria Sforza, cui Ludovico era stato molto affezionato, e del nonno Francesco Sforza, il quale venne battezzato dalla zia Isabella d'Este con ben quindici nomi, ma fu poi chiamato sempre e solo Francesco.[21]

Visita a Ferrara[modifica | modifica wikitesto]

Il Moro e Beatrice, accompagnati da Alfonso d'Este, da Francesco Gonzaga e da uno sfarzoso corteo a bordo di ben dieci carrozze seguito da cinquanta muli carichi di bagagli, dopo aver sostato nelle più importanti città emiliane dove per l'occasione si tennero giostre, duelli, e rappresentazioni teatrali, giunsero il 17 maggio nei pressi di Ferrara ed alloggiarono a Palazzo Trotti. Alle tredici del giorno successivo entrarono in città attraversando il ponte di Castel Tedaldo, percorsero la via Grande e la via dei Sabbioni circondati da una folla acclamante raggiungendo il Castello dove furono accolti dai duchi di Ferrara. Le due corti assistettero poi ad una messa nella cattedrale di San Giorgio. Da quella notte i duchi di Bari alloggiarono presso Palazzo Costabili. Nei giorni successivi si tennero un torneo vinto dal solito Galeazzo Sanseverino, una corsa di cavalli vinta da Alfonso d'Este e duelli di spadone così come rappresentazioni teatrali, tra cui i Menecmi di Plauto, che convinsero il Moro a realizzare un teatro a Milano. Da parte loro, le dame milanesi e ferraresi si sfidarono cercando di superarsi in fatto di sfarzo ed eleganza nelle vesti. In questa occasione Ercole d'Este mostrò al Moro lo stato dei lavori dei suoi ambiziosi piani di abbellimento ed espansione ed abbellimento della città, la cosiddetta Addizione Erculea che varrà a Ferrara il titolo di "prima città moderna d'Europa".[22]

Missione diplomatica a Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 maggio Beatrice partì alla volta di Venezia, accompagnata dalla madre Eleonora d'Aragona, dal fratello Alfonso I d'Este con la moglie Anna Maria Sforza, dal segretario Vincenzo Calmeta, dai consiglieri Girolamo Tuttavilla, Galeazzo Visconti, Angelo Talenti e Pietro Landriani, Antonio Trivulzio vescovo di Como e da un seguito di più di 1.200 persone. La folta delegazione si imbarcò su due bucintori e molte navi più piccole che navigarono prima lungo il Po, poi su un mare pericolosamente mosso che suscitò parecchi timori fra i presenti, ma non in Beatrice, la quale si divertì invece insieme al genero Galeazzo Sanseverino a sbeffeggiare i paurosi della comitiva.

Il 26 maggio la flotta raggiunse Chioggia dove Beatrice alloggiò presso la casa di un nobile veneziano. Ludovico inviando la moglie a Venezia puntava a mantenere un basso profilo alla luce delle recenti negoziazioni di carattere militare stabilite con re Carlo VIII di Francia e del tentativo di ottenere la legittimazione quale duca di Milano da parte di Massimiliano d'Asburgo in cambio della mano di Bianca Maria Sforza accompagnata da una favolosa dote di 300.000 ducati d'oro, 40.000 ducati in gioielli più altri 100 000 ducati per l'investitura ducale. D'altra parte Beatrice avrebbe sfruttato il suo fascino, la sua intelligenza e lo sfarzo che caratterizzava la corte milanese per impressionare i veneziani. Lo stesso giorno seguiva Ercole d'Este e la corte ferrarese nella Delizia di Belriguardo.

Lunetta di Beatrice d'Este in Palazzo degli Atellani a Milano, inizi XVI secolo, opera forse di Bernardino Luini.

La mattina del 27 maggio la piccola flotta costeggiò il Lido e raggiunse verso le cinque di pomeriggio il forte di Malamocco, dove fu annunciata da colpi di cannone e accolta da una delegazione di ventiquattro patrizi veneziani su tre barconi riccamente decorati. Beatrice fu invitata a salire su uno di esse e ascoltò un'orazione di Vincenzo Capello in suo onore. La flotta riprese il viaggio verso Venezia scortata da una moltitudine di navi veneziane sbarcando presso l'isola di San Clemente, dove ad aspettarla all'ombra di un padiglione vi era il doge in persona insieme al marchese di Mantova, arrivato in città tre giorni prima. Il doge la invitò a salire bordo del Bucintoro che si diresse verso il Canal Grande seguito da due trireme riccamente decorate e da decine di altre navi minori. Durante il viaggio Beatrice poté assistere alla rappresentazione su una chiatta della contesa tra Minerva e Nettuno che portò alla fondazione di Atene.

Quella sera Beatrice e i membri più insigni del suo seguito alloggiarono presso il Fondaco dei Turchi, di proprietà degli Este, davanti al quale, per l'occasione, era stata eretta una loggia decorata con arazzi e ghirlande di fiori. Nei due giorni successivi fu spettatrice di diverse cerimonie, tra cui una singolare regata con equipaggi sia maschili che femminili. Il 30 maggio venne invitata ad una sontuosa colazione a Palazzo Ducale, costituita da oltre trecento oggetti riprodotti in zucchero filato dorato. Il 31 maggio visitò l'Arsenale, dove trovò schierate un centinaio di galee, e l'isola di Murano mentre il 1º giugno la basilica di San Marco e il Tesoro.

In questa occasione in particolare si comprende non solo quanto Beatrice si compiacesse d'essere ammirata, ma si nota pure la sua prontezza di lingua. In una delle sue lettere raccontò infatti al marito di come, mentre passeggiava per piazza San Marco, vi furono taluni che con la scusa d'ammirare il suo rubino indugiarono troppo sulla sua scollatura, e di come ella gli avesse risposto per le feste: "Io [...] haveva el vezo de perle a collo et lo rubino in pecto [...] che ce ne fu quelli che missano quasi l'ochi fin sopra el pecto per guardarlo et vedendo tanta anxietà io li disse dovessimo venire a casa che gli lo mostraria voluntera".

Nondimeno Beatrice dimostrò in questa stessa occasione tutta la propria impulsività e di non essere per nulla diplomatica. Ammessa infatti alla presenza del senato dei Pregadi, dove avrebbe dovuto guadagnare al marito l'appoggio della Serenissima, Beatrice non si limitò ad esporre soltanto il discorso preparato in precedenza coi suoi consiglieri, ma orgogliosamente iniziò a vantare la ricchezza e la potenza del marito, dicendo ch'egli possedeva abbastanza denaro e fortezze da potersi ritenere l'unico vero padrone della Lombardia e scandalizzando così l'intero senato.

La missione era certo già fallita in partenza, in quanto la Repubblica di Venezia non aveva alcuna intenzione d'appoggiare l'investitura di Ludovico fin dall'inizio, ma senza dubbio l'irruenza della duchessa non gli fu utile in alcun modo. Il 2 giugno ripartì da Venezia alla volta di Ferrara dove giunse il 5 giugno.[23]

Ruolo di Beatrice durante la prima invasione francese (1494-1495)[modifica | modifica wikitesto]

Ritratti di Beatrice e del figlio Ercole Massimiliano, particolare dalla Pala Sforzesca del Maestro della Pala Sforzesca, datata 1494-1495. Pinacoteca di Brera, Milano.

Dopo la nascita del primogenito Ercole, preoccupazione primaria di Beatrice fu di assicurare al figlio la successione al ducato di Milano, il quale spettava però in via legittima al figlio di sua cugina Isabella. Le tensioni fra le due andarono accumulandosi nel corso dell'anno successivo, finché, il 25 Gennaio 1494, non venne a morte il vecchio re Ferrante, il quale presagiva già lo scatenarsi di un guerra che aveva tentato con tutte le proprie forze di evitare. Una volta salito al trono di Napoli, suo figlio Alfonso II non esitò a correre in aiuto della figlia Isabella, dichiarando guerra al cognato Ludovico e occupando, come primo segno di ostilità, la città di Bari. Ludovico rispose alle minacce lasciando via libera a re Carlo VIII di Francia di scendere in Italia per conquistare il regno di Napoli, il quale costui riteneva proprio di diritto, essendo stato sottratto dagli Aragonesi agli Angiò.

Nella fase convulsa di guerre che seguì, Beatrice si trovò a dover appoggiare il marito nella propria politica filofrancese, nonostante ciò significasse muovere guerra ai propri stessi parenti. Il 23 luglio 1494 ella accolse dunque a Milano il duca Luigi d'Orléans, cugino del re di Francia, il quale giungeva in Italia con le avanguardie dell'armata francese, quindi, l'11 Settembre dello stesso anno, si recò in Asti per incontrare Carlo VIII in persona. I due furono accolti con grandi tripudi e feste, e pretesero entrambi, secondo l'usanza francese, di baciare sulla bocca la duchessa e tutte le belle damigelle del suo seguito.[5]

Re Carlo in particolare se ne mostrò molto ammirato per la leggiadria con cui danzava e la ricchezza delle vesti e ne richiese un ritratto, il quale potrebbe forse corrispondere allo schizzo realizzato da Leonardo da Vinci a carboncino.[24]

Ben presto, resosi conto che i propri progetti non erano andati come previsto, Ludovico abbandonò l'alleanza coi francesi e si unì alla Lega Santa, espressamente formatasi fra le varie potenze italiane per scacciare gli stranieri dalla penisola. Mentre Carlo, dopo la conquista di Napoli, si trovava ancora nel regno, in una situazione di grave tensione, l'11 Giugno 1495, contravvenendo agli ordini del re, Luigi d'Orléans occupò la città di Novara coi propri uomini e si spinse sino a Vigevano, minacciando concretamente di attaccare Milano con l'intenzione di usurpare il ducato, il quale riteneva suo di diritto essendo egli discendente di Valentina Visconti.

Ludovico s'affrettò a chiudersi con la moglie e i figli nella Rocca del Castello di Milano ma, non sentendosi ugualmente al sicuro, meditò di abbandonare il ducato per rifugiarsi in Spagna. Solo la ferrea opposizione della moglie e di alcuni membri del consiglio, come scrive Bernardino Corio, lo convinsero a desistere da quest'idea. Per la grave tensione del momento, però, Ludovico cadde ammalato, quasi sicuramente a causa di un ictus che lo lasciò per breve tempo paralizzato, e pertanto Beatrice si trovò da sola a dover fronteggiare la difficile situazione di guerra. Riuscì comunque ad assicurarsi l'appoggio e la fedeltà dei nobili milanesi e a resistere sino all'arrivo degli aiuti da Venezia e da Ferrara. Luigi d'Orléans, chiuso dentro Novara, fu così costretto a sopportare un lungo e logorante assedio che decimò i suoi uomini a causa di carestia ed epidemie, assedio dal quale uscì infine sconfitto alcuni mesi dopo su imposizione di re Carlo che faceva ritorno in Francia.[2]

Miniatura di Beatrice a 19 anni, contenuta nel diploma di donazione datato 28 gennaio 1494 col quale il marito le assegnava le suddette terre, conservato oggi alla British Library di Londra.

Dopo questi eventi Ludovico non si separò mai più dalla moglie, e anzi la condusse con sé all'accampamento militare presso Novara, durante lo svolgimento dell'assedio. In occasione della loro visita si tenne, per il piacere della duchessa che molto apprezzava i fatti d'arme, una memorabile rivista dell'esercito al completo. Evidentemente l'intromissione di Beatrice in certe faccende non dovette garbare molto al marchese di Mantova suo cognato, allora capitano generale della Lega, se questi ad un certo punto invitò non troppo gentilmente il Moro a rinchiudere la moglie "ne li forzieri".[25] Ad ogni modo Beatrice partecipò personalmente al consiglio di guerra, nonché alle trattative di pace, cosiccome aveva pure partecipato a tutte le riunioni tenutesi precedentemente coi francesi, i quali non mancarono di mostrarsi stupefatti nel vederla collaborare attivamente al fianco del marito.

Già da tempo d'altronde Ludovico aveva mostrato l'intenzione di fare di lei governatrice unica dello stato, e difatti nel 1494 le aveva donato i feudi di Cassolnovo, Sartirana Lomellina, Valenza, Galliate, Cusago, Mortara, Bassignana, San Secondo, Felino, Torrechiara, Castel San Giovanni, Pigliola, Monte Imperiale, Leale, Carlotta, della Valle di Lugano, del parco e del castello di Pavia, nonché dell'amatissima Sforzesca e dei mulini di Gambolò e di Tromello.[26]

Ultimo anno e morte[modifica | modifica wikitesto]

Cristoforo Solari, cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, 1497, Certosa di Pavia.
Particolare del cenotafio con l'effige di Beatrice.

Nell'estate del 1496 Beatrice e il Moro incontrarono Massimiliano I d'Asburgo a Mals. L'imperatore fu particolarmente gentile nei confronti della duchessa, arrivando a tagliarle personalmente le pietanze nel piatto, e ne rimase grandemente ammirato per le sue abilità venatore e per il suo carattere tenace. In seguito il corteo imperiale e quello milanese effettuarono una gita a Bormio visitandone le terme.[27] L'imperatore si trattenne poi per qualche tempo a Milano, in rapporti strettamente amichevoli coi due duchi, la cui compagnia dichiarava essere la sola che desiderasse.

Negli ultimi mesi tuttavia i rapporti fra i due sposi si erano molto logorati a causa della relazione adulterina che Ludovico intratteneva con Lucrezia Crivelli, dama di compagnia della moglie. Nonostante i malumori, nell'aprile del 1496 Beatrice era rimasta nuovamente gravida del marito, ma la gravidanza fu complicata sia dai dispiaceri causati dalla scoperta che anche Lucrezia attendeva un figlio da Ludovico, cosa per la quale ella si sentiva profondamente umiliata, sia dalla prematura quanto tragica morte dell'adorata Bianca Giovanna, figlia illegittima di Ludovico e sua carissima amica sin dal primo giorno dell'arrivo a Milano. Il parto avvenne infine nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 1497, ma né la madre né il figlio sopravvissero.

Ludovico impazzì dal dolore e per due settimane rimase rinchiuso al buio nei propri appartamenti, dopodiché si rasò il capo e si lasciò crescere la barba, indossando da quel momento in poi solamente abiti neri con un mantello stracciato da mendicante. Sua unica preoccupazione divenne l'abbellimento del mausoleo di famiglia e lo stato, trascurato, andò in rovina.[28]

Con queste poche parole in quella medesima notte egli annunciava la dipartita della moglie al marchese di Mantova Francesco Gonzaga, marito della cognata Isabella:[29]

«La Ill.ma nostra consorte, essendoli questa nocte alle due hore venuto le dolie, alle cinque hore parturite uno fiolo maschio morto, et alle sei et meza rese el spirito a Dio, del quale acerbo et immaturo caso se trovamo in tanta amaritudine et cordolio quanta sij possibile sentire, et tanta che più grato ce saria stato morire noi prima et non vederne manchare quella che era la più cara cossa havessimo a questo mundo»

(Mediolani, 3 Januarii 1497 hora undecima. Ludovicus M. Sfortia Anglus Dux Mediolani)

E ancora l'ambasciatore ferrarese Antonio Costabili scriveva al duca Ercole riferendogli che il Moro "non credeva potere mai tollerare cussì acerba piaga" e che l'aveva fatto chiamare per dirgli che se egli "non haveva facto quella bona compagnia a Vostra Fiola che la meritava, se in cosa alcuna l'aveva mai offesa", come sapeva di avere fatto, "ne dimanda perdonanza al Ex.tia Vostra et a lei, trovandosene malcontento sino al anima; extendendosse in dirme che, in ogni sua oratione sempre haveva pregato nostro Signore Dio che la lassasse doppo di lui, come quella in cui l'aveva persuposto ogni suo riposo, et poi che a Dio non era piaciuto, lo pregava et pregaria sempre continuamente, che se possibile li conceda la gratia ch'el la possa vedere et parlarli una volta, como quella che l'amava più che se stesso".

Lapide col nome di Beatrice nel chiostro di Santa Maria delle Grazie.

Beatrice fu sepolta nel coro della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano. Il duca commissionò un monumento funebre per se stesso e per la moglie a Cristoforo Solari, ma a seguito della morte in prigionia in Francia, fu trasferito, vuoto, alla Certosa di Pavia dove ora si trova. Le fu dedicata dal marito la Pusterla Beatrice, una delle porte minori della città, che si trovava a Brera. In tempi moderni le è stato intitolato uno dei viali alberati lungo i bastioni di Milano (Viale Beatrice d'Este).

Ludovico Muratori in verità, nelle proprie Antichità Estensi, accenna alla possibilità che Beatrice fosse stata avvelenata:

«Aggiunge un'altra [voce], essere stata Beatrice avvelenata da Francesca dal Verme ad istanza di Galeazzo Sanseverino, per quanto essa Francesca dopo alcuni anni propalò morendo. Il perché non si dice, potendosi solamente osservare, che per attestato d'esso Corio era morta poco tempo prima Bianca bastarda d'esso Duca Lodovico, e moglie di Galeazzo suddetto. Ma perciocché di questi fatti entrano facilmente le dicerie del volgo, io non mi fo mallevadore d'alcuna di queste notizie segrete»

(Ludovico Muratori, Antichità Estensi.)

Alcuni storici negli anni interpretarono erroneamente questo passo, credendo che il Muratori volesse fare intendere che Beatrice avesse avvelenato Bianca Giovanna per vendetta nei confronti di Galeazzo, il quale offriva il proprio palazzo agli incontri segreti tra Ludovico e Lucrezia Crivelli, e che pertanto Galeazzo si fosse alla medesima maniera vendicato. In verità Beatrice amò Bianca Giovanna come una sorella e mai ne avrebbe potuto desiderare la morte, né tantomeno il Muratori alluse a niente del genere, bensì volle fare intendere che se entrambe le due giovani morirono d'improvviso in così breve spazio di tempo, evidentemente qualcuno doveva volere il male del Moro. Allo stesso modo non è da credere che Galeazzo fosse stato responsabile delle due morti, poiché dimostrò grande dolore per entrambe, e non avrebbe avuto motivo di cagionare, con la rovina dei propri benefattori, altrettanto la propria. Tuttavia questa misteriosa Francesca dal Verme altro non sarebbe, secondo alcuni, che la figlia illegittima del conte Pietro dal Verme, uomo che si dice fosse stato avvelenato dalla propria moglie Chiara Sforza su commissione del Moro, che ne incamerò poi i possedimenti togliendoli ai figli illegittimi del conte, che pure erano stati legittimati. Effettivamente è da notare che Bianca Giovanna, sino ad allora in salute, iniziò a stare male subito dopo essersi recata nelle contee di Bobbio e di Voghera, dov'era probabile vivesse ancora suddetta Francesca, e che questa donna avrebbe avuto tutte le ragioni per desiderare la rovina del Moro.

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

Le fonti più affidabili da cui è possibile dedurre il vero aspetto di Beatrice sono il busto marmoreo di Giovanni Cristoforo Romano, esposto al museo del Louvre, che la raffigura all'età di quindici anni, e la Pala Sforzesca conservata a Milano nella Pinacoteca di Brera, dove viene rappresentata ventenne con un aspetto che corrisponde alle descrizioni riportate dagli storici suoi contemporanei. È noto che Lorenzo Costa eseguì un ritratto di Beatrice su richiesta di Ludovico Sforza poco dopo il loro fidanzamento; si tratta probabilmente di quello conservato presso la Galleria Palatina a Firenze data la perfetta corrispondenza tra la collana donatagli dal promesso sposo in quell'occasione e quella mostrata nel dipinto.[30] Il ritratto eseguito nel 1485 da Cosmè Tura è invece andato smarrito, ma se ne conserva una fotografia in bianco e nero.[31]

Beatrice era di bassa statura tanto che era solita indossare pianelle per cercare di ridurre la differenza di altezza con il marito, alto oltre un metro e ottanta. Nel Museo Internazionale della Calzatura di Vigevano si trova esposta una pianella risalente alla fine del XV secolo attribuita proprio alla duchessa che, considerate le dimensioni, doveva avere il 34-35 dpiede. Il Muralto la presenta come "in iuvenili aetate, formosa ac nigri colorix". Piacente, aveva il naso piccolo, leggermente rivolto all'insù, guance piene tipiche degli Aragonesi, occhi scuri e lunghi capelli castani che teneva sempre avvolti in una lunga treccia alla catalana (chiamata coazzone a Milano) lunga fin sotto la vita e con un paio di ciuffi che lasciava ricadere sulle guance, costume che aveva assunto già durante la propria infanzia a Napoli per volontà dell'avo Ferrante il quale, come scrivono gli ambasciatori del padre, la faceva accostumare e abbigliare alla maniera castigliana.

Complice la giovane età, Beatrice era di carattere lieto, allegro, spensierato, giocoso, ma, non diversamente da tutti i suoi fratelli maschi, era anche irriflessiva, violenta, impulsiva e si lasciava facilmente trasportare dall'ira. Ne sono prova moltissimi episodi del periodo milanese, fra cui uno famoso accaduto nell'aprile del 1491 quando, recatasi insieme ad alcune sue dame al mercato travestita da popolana, fu sorpresa da un acquazzone, e mentre faceva ritorno al castello si azzuffò per strada con delle popolane che l'avevano insultata per via dei panni con cui lei e le dame s'erano riparate la testa dalla pioggia, non essendo usanza a Milano di abbigliarsi a quel modo. In un'altra occasione, accortasi che il Moro le voleva far indossare un abito che aveva fatto cucire uguale anche per la Gallerani, gli fece una scenata e lo costrinse a troncare la relazione extraconiugale.

Ad ogni modo la corte di Milano era una corte che amava le burle e Beatrice in particolare, avendo evidentemente ereditato dai parenti Aragonesi anche la crudeltà, le gradiva di belle pesanti, se Ludovico scrive ch'ella una mattina si divertì insieme alla cugina Isabella a buttar le sue dame giù da cavallo. Gli scherzi più terribili erano però tutti ai danni del serioso ambasciatore estense Giacomo Trotti, all'epoca settantenne, il quale si ritrovò più volte la casa invasa da "gran quantità di volpotti, de lupi, et de gatti salvatici", che il Moro acquistava presso certi villani vigevanesi e che Beatrice, essendosi accorta quanto simili bestie fossero in "grandissimo oddio et fastidio" all'ambasciatore, gliene faceva gettare in casa quante più poteva per mezzo di camerieri e staffieri che ricorrevano ai più impensabili espedienti.

Siccome l'ambasciatore era pure parecchio tirchio, Beatrice arrivò una volta perfino a derubarlo di quanto portava indosso, tuttavia per una buona causa: mentre infatti Ludovico lo teneva fermo per le braccia, ella gli tolse due ducati d'oro dalla scarsella, il cappello di seta e il mantello di panno oltremontano nuovo, poi diede i due ducati alla nipote del Trotti, la quale evidentemente doveva trovarsene in bisogno. L'ambasciatore se ne lamentava continuamente col padre della duchessa, dicendo: "et quisti sono delli miei guadagni [...] sì che ho il damno et le beffe, oltre che me convene perder tempo in scriverle!" Alla fine il duca Ercole dovette avere pietà del vecchio e fedele servitore, in quanto Milano ebbe un nuovo ambasciatore nella persona di Antonio Costabili, e il Trotti figura negli anni successivi altrove e con ben altro incarico.[5]

Scherzi così pesanti erano forse anche dovuti ad una sorta di vendetta personale: Ludovico era infatti solito confidarsi apertamente col Trotti di ogni cosa, e quest'ultimo, soprattutto nelle prime settimane di matrimonio, manteneva costantemente informato il duca Ercole del comportamento che la figlia teneva in letto con il marito. Non è certo che Beatrice ne fosse venuta a conoscenza, ma di sicuro non dovette gradire le intromissioni del Trotti quando questi la rimproverava della sua frigidità dicendo che "gli homini vogliono essere ben veduti et acarezati, come è giusto et honesto, da le mogliere", se quest'ultimo riferì poi al padre che la figlia era con lui "un poco selvaggetta".[32]

Nondimeno Beatrice ebbe dei limiti e non raggiunse mai il cinismo del nonno Ferrante. Quando infatti Isabella d'Aragona rimase vedova del marito Gian Galeazzo, venuta a conoscenza del fatto che la cugina, pur gravida, se ne restava per tutto il tempo rinchiusa in delle camere buie del castello di Pavia, costringendo anche i propri figli piccoli a vestire il lutto e a soffrire con lei, Beatrice ne ebbe grande compassione e insistette affinché ella venisse a Milano e migliorasse le condizioni dei bambini.[2]

Presunto ritratto, in effetti parecchio somigliante, delle due sorelle: Beatrice (a sinistra) e Isabella (a destra), nell'affresco del soffitto della Sala del Tesoro di Palazzo Costabili presso Ferrara. Attribuito Benvenuto Tisi da Garofalo e datato 1503-1506, senza dubito posteriore alla morte di Beatrice.

Coi propri fratelli ella mantenne sempre degli ottimi rapporti, soprattutto mostrò affetto verso Ferrante, col quale era cresciuta a Napoli, e verso Alfonso, che la venne più volte a visitare a Milano. Con la sorella Isabella il rapporto fu già più complicato in quanto, sebbene le due provassero un sincero affetto l'una per l'altra, per un certo periodo esse si allontanarono a causa dell'invidia di Isabella, che già dal giorno stesso delle nozze incominciò a nutrire sentimenti contrastanti nei confronti di Beatrice, alla quale invidiava sia il fortunato matrimonio, sia l'enorme ricchezza, sia, soprattutto, i due figli maschi in perfetta salute nati a poca distanza l'uno dall'altro, mentre ella tentava da anni invano di procreare un erede al marito Francesco. Ad ogni modo col tempo le invidie si attenuarono, per poi dissolversi del tutto alla morte prematura della sorella, evento per il quale Isabella mostrò un profondo e sincero dolore.

Le due sorelle erano comunque molto diverse, pur condividendo le medesime ambizioni, difatti a differenza di Isabella, che nutrì rancore verso le proprie figlie per essere nate femmine e riversò la colpa sul marito Francesco (il quale era invece fierissimo delle figlie)[33], Beatrice fu, nonostante la giovane età, una moglie e una madre esemplare, amò tantissimo i propri figli e dedicò loro molte attenzioni di cui sono testimoni le tenere lettere inviate alla madre Eleonora nelle quali descriveva la buona salute e la crescita del piccolo Ercole.

Il Calmeta, suo fedele e affezionato segretario, ne lodò l'ingegno, l'affabilità, la grazia, la liberalità, esaltò la sua corte di gentiluomini, musici e poeti, e addirittura con queste struggenti parole ne pianse la morte nella sua opera più famosa:

«Tolto m'ha morte el ben, spietata e cruda, / del qual l'avaro Ciel me fu sì largo, / lassando nostra età di gloria nuda; [...] Pallida Morte, el tuo furor non temo, / ché se a felice già foste acra e bruna, / sareste or dolce a me in tal caso extremo. / Più de uom che viva qua sotto a la luna / felice fui, or son sopra la terra / remasto per exemplo di fortuna. / [...] E tu beato saxo e dolce loco, / dove reposte son quelle caste ossa / che m'han per lacrimar già fatto roco, / perché a mia carne lacerata e scossa / non concedette per extrema pace / ivi propinqua la sua eterna fossa? / [...] Alma mia diva e mio terrestre sole, / [...] o quanto el viver senza te mi dole! / Ché, te perdendo, persi ogni desio, / tua morte me interruppe ogni speranza, / né so più dove fermare el pensier mio.»

(Vincenzo Colli, "Triumphi")

Paolo Giovio la descrive invece superba, intromettente nelle faccende di governo, nel dispensare uffici e negli affari della giustizia anche se è l'unico autore a parlarne in questi termini.[34] Era certamente amante del lusso tanto che il solo guardaroba nelle sue camere presso il castello di Pavia conteneva ben 84 abiti oltre a innumerevoli altri oggetti di valore.

Busto di Beatrice nel portale d'ingresso della Canonica di Sant'Ambrogio a Milano.

Proprio come l'avo Ferrante, Beatrice amava molto gli animali e il marito gliene faceva spesso dono: fra i tanti si contano numerosi cavalli, cani, gatti, volpi, lupi, una scimmia e perfino sorcetti, inoltre presso il parco del castello di Milano era presente un serraglio con numerose specie di animali esotici.[35] Nondimeno Beatrice apprezzava altrettanto la caccia, soprattutto quella col falcone, cui doveva probabilmente averla iniziata già l'avo durante la sua fanciullezza a Napoli, essendo stato re Ferrante grande appassionato di questa disciplina. Era anche eccellente cavallerizza e dimostrò soprattutto in queste occasioni di possedere un carattere spavaldo e spericolato, tanto da mettersi in pericolo di vita più d'una volta, come quando nell'estate del 1491 durante una battuta di caccia la sua cavalcatura fu urtata da un cervo imbizzarrito. Racconta Ludovico, non senza una certa ammirazione, che il suo cavallo s'impennò alto "quanto è una bona lanza", ma che Beatrice si tenne ben salda sulla sella e che quando riuscirono a raggiungerla la trovarono che "rideva et non haveva una paura al mondo". Il cervo con le corna le aveva toccato una gamba ma Ludovico precisa che la moglie non si fece male.[2]

Allo stesso modo nell'anno successivo, mentre era gravida del primogenito, Beatrice si gettò all'assalto d'un cinghiale inferocito che aveva già ferito alcuni levrieri e per prima lo colpì. Le fatiche venatorie dovettero tuttavia in quell'occasione fruttarle un nuovo attacco di febbri malariche che già l'avevano colpita l'anno precedente e che stavolta resero difficoltosi i mesi centrali della gravidanza, pur senza danneggiare il nascituro né complicare il parto.

Quantunque assai religiosa, Beatrice non fu austera per quanto riguardava le questioni carnali: ella sapeva bene che le guerre non si vincono soltanto con le armi e per tale motivo alcune delle damigelle del suo seguito avevano il compito d'intrattenere sessualmente i sovrani e i dignitari stranieri ospiti della corte. È infatti non senza una certa sorpresa che gli storici ricordano di come, quando nel 1495 si trovava presso l'accampamento di Novara, Beatrice non abbia esitato ad offrirsi di procurare di persona al cognato Francesco Gonzaga, capitano generale della Lega, una "femmina di partito" con cui festeggiare la vittoria, ufficialmente per preservare lui e la sorella Isabella dal terribile malfrancese che in quel periodo devastava la penisola, in verità per accattivarsene le simpatie, in quanto desiderava ricevere in prestito dal marchese il tesoro ch'egli aveva sequestrato dalla tenda di Carlo VIII a seguito della battaglia di Fornovo, quando l'accampamento francese era stato saccheggiato, tesoro del quale l'oggetto più interessante era un album contenente i ritratti licenziosi di tutte le amanti del re di Francia.[9]

Tuttavia fu parecchio pudica per quanto riguardava la propria persona, difatti si affidò ai servigi di una sola levatrice, comare Frasina da Ferrara, che le aveva presentato la madre e che Beatrice pretese venisse ad assisterla a Milano anche durante il suo terzo parto, nonostante la donna fosse in quel periodo ammalata e nonostante il padre le avesse suggerito un'altra levatrice ferrarese ugualmente valente. Tante furono le insistenze della duchessa e le persone mobilitate, che alla fine comare Frasina si mise in viaggio a dorso di mulo raggiungendo Milano per tempo.[36]

Ruolo politico e rapporti col marito[modifica | modifica wikitesto]

È assolutamente errato il giudizio di alcuni studiosi i quali ritengono che Beatrice non avesse avuto alcun ruolo nella politica del ducato, riducendola di fatto a "modesta e financo piacevolina" sposa del Moro, come egli stesso la descrive in una lettera scritta poco dopo le nozze. Beatrice perseguì dapprincipio la politica del padre Ercole, il quale da anni tramava per sostituire Ludovico a Gian Galeazzo nel possesso effettivo del ducato di Milano e che con questo preciso scopo gliela aveva data in sposa. È da credere infatti che senza l'interferenza della moglie Ludovico non avrebbe mai compiuto il passo di usurpare a tutti gli effetti il ducato al nipote e che si sarebbe accontentato di continuare a governarlo da reggente come faceva ormai da più di dieci anni. Non a caso si disse, su stessa ammissione di Ludovico, che con la nascita del piccolo Ercole Massimiliano Beatrice aveva partorito un figlio al marito e parimenti al padre.

Quando poi, ai tempi della prima invasione francese, Beatrice percepì le prime divergenze di interessi fra i due - Ercole era rimasto ufficialmente neutrale, ma propendeva per i francesi, Ludovico invece si era schierato con la Lega Santa - se ne mostrò parecchio amareggiata e non esitò, pur con la solita filiale reverenza, a rimproverare il padre per non aver voluto mandare loro gli aiuti richiesti e ad offrire il proprio sostegno al marito.[36] Del resto sia la missione diplomatica a Venezia, sia la sua costante presenza nei consigli di guerra e nelle riunioni coi francesi, sia, soprattutto, la sua decisa presa di posizione nei concitati giorni in cui l'Orleans minacciava Milano, in netto contrasto stavolta con le intenzioni di fuga del marito, dimostrano chiaramente che il suo potere decisionale e politico fosse assai più consistente di quanto comunemente si pensi. Si aggiunga poi a queste asserzioni anche l'effettiva deriva dello stato sforzesco seguita alla morte di Beatrice.

Testone con l'effige di Beatrice, datato 1497.

L'unica ragione per cui l'operato della duchessa passò inosservato agli occhi dei posteri, ancor più che per la sua morte assai prematura, fu che a differenza della sorella Isabella, la quale non si curava di divergere apertamente dagli interessi e dalle decisioni del marito Francesco, tanto che quest'ultimo se ne lamentò col dire che così facendo la moglie lo stesse rendendo ridicolo e l'accusò d'essere stata causa della propria rovina, arrivando perfino a chiamarla "quella putana di mia moier",[37] Beatrice si preoccupò sempre di non far sfigurare il marito agli occhi dell'opinione pubblica e non pose mai le loro discordie coniugali avanti ai comuni interessi della famiglia.

Ludovico dal canto proprio era sinceramente innamorato della moglie, sebbene abbia continuato ad avere amanti anche dopo il matrimonio, come d'altronde la maggior parte dei signori dell'epoca.[38] In una lettera scrive di lei: "essa mi è più cara che il lume del sole". L'affiatamento della coppia viene confermato anche da Giacomo Trotti, nonché dalla corrispondenza tra la sorella Isabella d'Este e da Galeazzo Sanseverino che già dopo il matrimonio le scrive "è uno tanto amore fra loro duy che non credo che doe persone più se posano amare".

Medaglione di Beatrice d'Este, situato sulla facciata di Palazzo degli Atellani. Pompeo Marchesi, XVIII secolo.

D'altro canto nota Malaguzzi Valeri che se è vero che dell'amore dimostrato da Ludovico non bisogna nutrire alcun dubbio, rimane tuttavia incerta l'entità e la reale natura del sentimento col quale la moglie lo ricambiava. Indubbiamente, se pure agli inizi Beatrice si mostrò restia, il marito riuscì comunque in breve tempo a conquistarla con la propria generosità, affabilità e liberalità, ma soprattutto coi ricchissimi doni che nei primi tempi le portava quasi ogni giorno, tant'è che già pochi mesi dopo le nozze Beatrice scriveva una serie di lettere al padre, tutte per ringraziarlo ch'egli si fosse degnato di "collocarme apresso questo Illustrissimo Signore mio consorte" il quale "non me lassa in desiderio de alcuna cosa la quale me possa portare honore o piacere", e ancora aggiunge: "del tuto son obligata ala Signoria vostra, perché lei è chausa de quanto bene ò".[36] Quella che traspare dalla corrispondenza di quel periodo è dunque una giovanissima Beatrice abbagliata dalla ricchezza e dall'importanza del marito, ch'era allora uno degli uomini più potenti della penisola, dotato di considerevole fascino e che non mostrava ancora le debolezze e le contraddizioni degli ultimi anni.

È da notare poi come la madre Eleonora non dovette mai esortarla a prendersi cura del marito durante i suoi malanni, cosa che Beatrice fece sempre spontaneamente e di persona, come dovette invece esortare l'altra figlia Isabella, la quale era invece solita trascurare il marito ammalato come del resto trascurava anche le figlie. Sempre diversamente da Isabella, con la quale Ludovico stesso affermò anni dopo d'aver intrattenuto una relazione segreta, voce che prontamente il suocero Ercole s'affrettò a smentire, su Beatrice non ricadde mai neppure il pur minimo sospetto di adulterio. Proprio perché si fidava ciecamente di lei, Ludovico le concedeva una grande libertà e le affidava il compito d'intrattenere sovrani e dignitari stranieri.

Beatrice viceversa era a conoscenza delle relazioni extraconiugali del marito, ma non vi dava peso poiché sapeva trattarsi di distrazioni passeggere.[39] L'equilibro si ruppe drasticamente con la comparsa nel novero delle amanti di Lucrezia Crivelli, in quanto Beatrice dovette accorgersi che stavolta Ludovico s'era seriamente innamorato e che aveva cominciato a dedicare alla nuova amante tutte le cure e le attenzioni che un tempo dedicava a lei. Scrive infatti a tal proposito di Ludovico l'Anonimo Ferrarese: "tuto il suo piacere era cum una sua fante, che era donzella de la moie [...] cum la quale el non dormiva già boni mesi, siché era mal voluto".[3] Possa essere questa dunque la maggior prova che Beatrice ricambiò l'amore del marito con la medesima sincerità e che se pure gli perdonò tutti i suoi numerosissimi sgarbi, non altrettanto fu disposta a tollerare che un'altra donna prendesse il posto ch'era suo di diritto e che, dopo tutto ciò ch'ella aveva fatto per Ludovico, egli la ringraziasse umiliandola pubblicamente.

Educazione e mecenatismo[modifica | modifica wikitesto]

Beatrice trascorse l'adolescenza nella corte ferrarese insieme alla sorella Isabella e alla sorellastra Lucrezia, circondata da artisti come Matteo Maria Boiardo, Niccolò da Correggio, Pietro Bembo, Antonio Cornazzano, Antonio Cammelli, Tito Strozzi, Antonio Tibaldeo e molti altri. Essendo stata cresciuta dal nonno Ferrante, spagnolo di nascita, Beatrice da bambina era abituata a esprimersi in un miscuglio di catalano, castigliano ed italiano, abitudine che sembra non abbia conservato da adulta. La madre la indirizzò allo studio del latino e del greco nonché della storia greca e romana sotto Battista Guarino, uno degli umanisti più stimati dell'epoca, tuttavia non padroneggiò mai correttamente le lingue antiche e non imparò neppure lingue straniere. Apprese la danza da Ambrogio da Urbino e Lorenzo Lavagnolo nonché il canto, tanto che nei suoi viaggi era sempre accompagnata da cantori e musici. Fu suonatrice di viola, liuto e clavicordo, costruiti per lei dal pavese Lorenzo Gusnasco, uno dei migliori liutai della sua epoca.

Ciò che rimane dell'affresco realizzato da Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, sulla parete opposta al Cenacolo, in cui è raffigurata la Crocifissione di Donato Montorfano. Si vedono qui Beatrice insieme al figlio minore Francesco.
Affresco suddetto di Donato Montorfano, particolare in cui si intravedono anche i ritratti di Ludovico e del primogenito Ercole Massimiliano.

Apprezzava i poemi cavallereschi provenzali e il ciclo carolingio così come la rappresentazione di commedie e tragedie greche di cui il padre era grande appassionato. Amava in particolar modo ascoltare il commento della Divina Commedia di Antonio Grifo, passione condivisa anche dal marito che spesso si fermava con lei ad ascoltarne le letture. La sua più grande passione era l'ideazione e la creazione di nuovi abiti, che dettarono la moda in molte corti italiane dell'epoca e in cui finché visse non ebbe rivali in alcuna corte italiana. Arrivò persino a spedire in Francia alcune bambole abbigliate con alcuni suoi modelli in miniatura. Il Muralto la ricorda come "novarum vestium inventrix" e grazie alla corrispondenza dell'onnipresente Trotti e alle sue lettere alla sorella e al marito, si conservano molte descrizioni dei suoi ricchi abiti e delle sue invenzioni. Sua parrebbe essere ad esempio l'idea di mettere in risalto la vita stringendovi attorno un cordone di grosse perle ch'ella definiva "in stile San Francesco".

Sfruttò la sua posizione di signora di una delle corti più splendide d'Italia per circondarsi di uomini di cultura e artisti d'eccezione. La sua corte era frequentata da pittori come Leonardo da Vinci, Ambrogio de Predis, Giovanni Antonio Boltraffio, Andrea Solari, architetti come Bramante e Amadeo, scultori come Gian Cristoforo Romano, Cristoforo Solari e il Caradosso, poeti come Niccolò da Correggio, Bernardo Bellincioni, Antonio Cammelli, Gaspare Visconti, Antonio Grifo, umanisti come Baldassarre Castiglione, musicisti e liutai come Franchino Gaffurio, Lorenzo Gusnasco, Jacopo di San Secondo, Antonio Testagrossa nonché molti dei più famosi cantori e ballerini dell'epoca.

Alla sua morte, come scrisse il Calmeta, "ogni cosa andò in ruina e precipizio, e di lieto paradiso in tenebroso inferno la corte se converse, onde ciascun virtuoso a prender altro cammino fu astretto".[40] Così iniziava la lenta diaspora dei poeti, degli artisti e dei letterati milanesi, costretti, specialmente dopo la definitiva caduta del Moro, a cercar fortuna altrove.

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico e Beatrice ebbero tre figli:

  • Ercole Massimiliano (1493 - 1530) conte di Pavia e duca di Milano (1513 - 1515);
  • Francesco (1495 - 1535), principe di Rossano e conte di Borrello poi conte di Pavia e duca di Milano (1521 - 1535), sposò Cristina di Danimarca (1522 - 1590), figlia di Cristiano II di Danimarca.
  • Il terzogenito, anch'esso maschio, nacque morto e, non essendo stato battezzato, non poté essere riposto con la madre nel sepolcro. Ludovico, affranto, lo fece pertanto tumulare sopra la porta del chiostro di Santa Maria delle Grazie con questo epitaffio latino: "O parto infelice! Perdetti la vita prima d'essere venuto alla luce, e più infelice, morendo tolsi la vita alla madre e il padre privai della sua consorte. In tanto avverso fato, questo solo mi può esser di conforto, che divi genitori, Ludovico e Beatrice duchi di Milano, mi generarono. 1497, 2 Gennaio"[41]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Alberto V d'Este Obizzo III d'Este  
 
Lippa Ariosti  
Niccolò III d'Este  
Isotta Albaresani Alberto Albaresani  
 
...  
Ercole I d'Este  
Tommaso III di Saluzzo Federico II di Saluzzo  
 
Beatrice di Ginevra  
Ricciarda di Saluzzo  
Margherita di Roucy Ugo II di Pierrepont  
 
Bianca di Coucy  
Beatrice d'Este  
Alfonso V d'Aragona Ferdinando I d'Aragona  
 
Eleonora d'Alburquerque  
Ferdinando I di Napoli  
Gueraldona Carlino Enrico Carlino  
 
Isabella  
Eleonora d'Aragona  
Tristano di Chiaromonte Deodato II di Clermont-Lodève  
 
Isabella di Roquefeuil  
Isabella di Chiaromonte  
Caterina di Taranto Raimondo Orsini del Balzo  
 
Maria d'Enghien  
 

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Melchiorri.Gruppioni, p.96.
  2. ^ a b c d J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, pp. 4-5
  3. ^ a b Anonimo ferrarese, Diario ferrarese.
  4. ^ a b Maria Serena Mazzi, Come rose d'inverno, le signore della corte estense nel '400.
  5. ^ a b c F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, pp. 35-36
  6. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, p. 5
  7. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, pp. 48-52
  8. ^ varietà di rubino di colore rosso acceso tendente al violaceo, molto apprezzata nel Medioevo
  9. ^ a b A.Luzio - R.Renier, Delle relazioni d'Isabella d'Este Gonzaga con Lodovico e Beatrice Sforza, Milano, 1890, p. 87
  10. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, pp. 60-66
  11. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino, p. 119.
    «Ad ammetterlo era lo stesso Ludovico, che il 13 febbraio si confidò col Trotti: "mi dixe che ancora non le haveva facto niente pur al usato perché non voleva star ferma".».
  12. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, pp. 66-72
  13. ^ A.Luzio - R.Renier, Delle relazioni d'Isabella d'Este Gonzaga con Lodovico e Beatrice Sforza, Milano, 1890, pp. 13-17
  14. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 396
  15. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, p. 73-74
  16. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 332
  17. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, pp. 42-44
  18. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 531
  19. ^ A. Portigli, La nascita di Massimiliano Sforza, Milano 1882, p. 325
  20. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, pp. 176-179
  21. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 439
  22. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, pp. 180-182
  23. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Londra, 1903, pp. 185-192
  24. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 48
  25. ^ Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII in Italia.
  26. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 381
  27. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 550
  28. ^ Marin Sanudo, Diarii.
  29. ^ Alessandro Luzio e Rodolfo Renier, Delle relazioni di Isabella d' Este Gonzaga con Ludovico e Beatrice Sforza, p. 126.
    «Tutti sentono che questa lettera non è una delle solite partecipazioni mortuarie a frasi fatte. Da ogni linea traspira un cordoglio profondo ed intenso. E infatti fu questo il più forte dolore che il Moro avesse a soffrire, perché Beatrice fu forse l'unica persona al mondo che egli amò con passione viva, disinteressata e tenace. Quella donna rapita ai vivi mentre era ancora così giovane, mentre era l'anima di tutte le imprese e i diletti del marito, madre da pochi anni di due fanciullini adorati, colpì il cuore di tutti.».
  30. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 35
  31. ^ J. M. Cartwright, Beatrice d'Este, Duchess of Milan, 1475-1497, Francoforte, 2018, pp. 6-8
  32. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino.
  33. ^ Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento. Vita e splendori di Isabella d'Este alla corte di Mantova.
  34. ^ P. Giovio, Historia, p.11
  35. ^ F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, Milano, 1913, p. 376
  36. ^ a b c Luisa Giordano, Beatrice d'Este.
  37. ^ Società storica lombarda, Archivio storico lombardo, 1910, p. 57.
  38. ^ Gustavo Uzielli, Leonardo da Vinci e tre gentildonne milanesi del secolo XV.
    «Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli soddisfacevano a Lodovico le aspirazioni del cuore e dei sensi, Beatrice era sprone alla sua ambizione. Egli lo sentiva. Quindi la morte della Duchessa fu certo causa in lui di profondo e sincero pianto. Tale infausto avvenimento segnò per il Moro il principio di una serie di sventure che sembrarono realizzare i tristi presentimenti di lui e che lo accasciarono, come non avrebbe certamente fatto se esso avesse avuto a fianco la nobile e fiera Consorte.».
  39. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino., p. 126.
    «Da una lettera dell'ambasciatore Trotti: "la duchessa de Milano [Isabella d'Aragona] dixe che a lei molto più doleva de Cecilia che non a la duchessa de Bari [Beatrice d'Este], la quale saveva e intendeva il tutto, come se niente fosse, ma che non era sì ignorante e grossa che non savesse e intendesse ogni cosa".».
  40. ^ Vincenzo Colli detto il Calmeta, Collettanee Grece Latine e Vulgari per diversi Auctori Moderni nella Morte de l'ardente Seraphino Aquilano, 1504.
  41. ^ Infoelix partus; amisi ante vitamque in luce ederer: infoeliciorque matri moriens vitam ademi et parentem consorte suo orbari, in tam adverso fato hoc solum mihi potest jocundum esse, quia divi parentes me Lodovicus et Beatrix Mediolanenses duce genuere 1497, tertio nonas januarii

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Isabella d'Aragona 14941497 Anna di Bretagna
Controllo di autoritàVIAF (EN10639562 · ISNI (EN0000 0000 5533 253X · LCCN (ENn80032194 · GND (DE118654152 · BAV (EN495/61164 · CERL cnp00579951 · WorldCat Identities (ENlccn-n80032194