Beatrice d'Este

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Beatrice d'Este (d'Aragona)
Miniatura di Beatrice d'Este contorno ritagliato.jpg
Miniatura di Beatrice a 18 anni, opera del Birago.[1]
Duchessa consorte di Milano
Stemma di Beatrice d'Este tripartito con le armi estensi, sforzesche e aragonesi.jpg

Stemma di Beatrice tripartito con le armi estensi (a destra), sforzesche e aragonesi (a sinistra).

In carica22 ottobre 1494
2 gennaio 1497
PredecessoreIsabella d'Aragona
SuccessoreAnna di Bretagna
Duchessa consorte di Bari
In carica30 aprile 1480
2 gennaio 1497
Signora di Cassolnovo, Cusago, Ariotta, Capo di Monte, Villanova, Sartirana, Leale, Sforzesca
In carica28 gennaio 1494 –
2 gennaio 1497
Contessa di San Secondo, Felino, Torrechiara
In carica1496 –
2 gennaio 1497
PredecessoreLeone Sforza
SuccessoreTroilo I de' Rossi
Altri titoliSignora di Valenza, Galliate, Mortara, Bassignana, Monte Imperiale, Cusano, Castel San Giovanni, Pigliola, Valle di Lugano
NascitaFerrara, 29 giugno 1475
MorteMilano, 3 gennaio 1497 (21 anni)
Luogo di sepolturaChiesa di Santa Maria delle Grazie
DinastiaEste per nascita
Aragona per adozione
PadreErcole I d'Este
Ferrante d'Aragona (adottivo)
MadreEleonora d'Aragona
Giovanna d'Aragona (adottiva)
ConsorteLudovico Sforza
FigliErcole Massimiliano
Francesco
ReligioneCattolicesimo
Mottoti a mi e mi a ti [A 1]
FirmaFirma di Beatrice d'Este.png

«Beatrice bea, vivendo, il suo consorte,
e lo lascia infelice alla sua morte;
anzi tutta l'Italia, che con lei
fia triunfante, e senza lei, captiva.[2]»

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto 42, ottave 91-92[3])

Beatrice d'Este (Ferrara, 29 giugno 1475Milano, 2 gennaio 1497). Principatus socia[4] del marito, secondo l'espressione dell'imperatore Massimiliano I,[5] fu duchessa di Milano e di Bari. Fu una delle personalità più importanti del suo tempo e, nonostante la breve vita, trasse le fila della politica italiana. Abile cacciatrice e cavallerizza esperta,[6] fu pratica dell'uso di diverse armi,[7] ma fu anche donna di cultura, importante mecenate e capofila della moda: al fianco dell'illustre consorte, rese Milano una delle massime capitali del Rinascimento europeo.[8][9] Con la propria determinazione e l'indole bellicosa, fu l'anima della resistenza milanese contro il nemico francese durante la prima delle Guerre d'Italia, quando il suo intervento valse a respingere le minacce del duca d'Orléans, che era sul punto di conquistare Milano.[10][11]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita[modifica | modifica wikitesto]

Nacque il 29 giugno 1475 nel Palazzo Ducale di Ferrara, secondogenita di Ercole I d'Este e di Eleonora d'Aragona. Il duca desiderava ardentemente un erede maschio, pertanto la sua nascita fu accolta come una disgrazia.[12]

Infanzia napoletana (1477-1485)[modifica | modifica wikitesto]

All'età di due anni venne condotta dalla madre alla corte aragonese di Napoli, in occasione del secondo matrimonio del nonno re Ferrante d'Aragona con Giovanna d'Aragona. Qui Eleonora diede alla luce il quartogenito Ferrante e quando, meno di un mese dopo, rientrò a Ferrara, decise di portare con sé soltanto la primogenita Isabella, mentre il padre Ferrante la convinse a lasciare a Napoli sia il neonato sia Beatrice, della quale si era mostrato sin da subito innamoratissimo.[13]

Beatrice all'età di dieci anni nel ritratto di Cosmè Tura, 1485

Beatrice visse così nella città partenopea per otto anni, affidata alle cure della balia Serena, che le rimarrà accanto per tutta la vita. Ferrante la considerava una "medesma cosa"[14] con l'infanta Giovannella sua figlia, tanto che l'ambasciatore estense scriveva nel 1479 alla madre Eleonora che il padre le avrebbe pure restituito il figlio maschio, adesso che era più grandicello, ma non Beatrice, poiché «la maiestate sua vole maritarla e tenerla per sé».[13] Formalmente adottata dal nonno, la bambina in quegli anni arrivò a firmarsi semplicemente "donna Beatrice de Aragonia" e imparò a esprimersi in un miscuglio di catalano, castigliano e italiano.[13][15]

Destava stupore la sua compostezza e precocità d'intelletto, poiché già a quattro anni dimostrò, durante una messa solenne, di conoscere perfettamente il cerimoniale di corte, tanto che "ogniuno domandava de quella puta [bambina] per la grande meraviglia che ogniuno se ne faceva". A meno di cinque anni dimostrava già tutta l'orgogliosa fierezza che l'avrebbe contraddistinta da adulta quando, nella sua prima lettera alla madre, lamentava il disinteresse dei genitori nei propri confronti: "Signora mia, credo che io non sia bastarda et peiore delli altri fillioli de Vostra Illustrissima Signoria".[15][13] Era particolarmente legata al vecchio conte Diomede Carafa, già precettore di sua madre, che diceva di amare e che chiamava teneramente "el conte bello".[16] Questi descriveva i piccoli d'Este come due perle, ma la sua predilezione era tutta per Beatrice, la quale, diceva a Eleonora, "ey [è] lo mio spasso, che a pena me sente che me vene ad trovare et me ciama [chiama] lo Signor comte mio bello. Se io l’amo la Signoria Vostra lo pò penzare".[17]

Proposte matrimoniali[modifica | modifica wikitesto]

  1. Nel 1480 il duca di Bari Ludovico Sforza, detto il Moro, progettava di farsi duca di Milano sposando la vedova cognata Bona, ma quest'ultima, pazzamente innamorata del suo cameriere Antonio Tassino, pensò di liberarsene dandogli moglie. Domandò perciò a suo nome ad Ercole d'Este la primogenita Isabella. Ciò non fu possibile poiché era appena stata promessa a Francesco Gonzaga. Ercole non volle però rinunciare alla parentela col Moro, che era all'epoca uno degli uomini più ricchi e influenti della penisola, e gli avanzò la proposta della secondogenita Beatrice. Consultato dalla cognata solo a trattative già in atto, Ludovico non poté che mostrarsene contento; in verità lo turbava sia la grande differenza d'età (23 anni) sia l'interferenza coi suoi progetti.[18] Ferrante acconsentì al fidanzamento e il 30 aprile 1480 si tennero gli sponsali fra i due. L'alleanza si rivelò molto utile al Ducato di Ferrara, costantemente minacciato dall'espansionismo veneziano.[19]
  2. Nel 1484 la zia Beatrice d'Aragona, regina d'Ungheria, propose alla sorella Eleonora uno scambio: la primogenita Isabella avrebbe sposato il re di Boemia Ladislao II, Beatrice Francesco Gonzaga e il Moro un'altra nobile napoletana. Eleonora rispose che questa "permuta" non era possibile, sia perché Isabella era amatissima dai Gonzaga, sia perché Beatrice era sotto l'assoluta potestà del nonno Ferrante. Propose tuttavia di trattare con Ferrante per fidanzare segretamente Beatrice a Ladislao, così da garantirle un marito di riserva nel caso in cui Ludovico avesse cercato una moglie "più conforme a la sua età".[20]
  3. Nel 1485 il marchese Bonifacio III di Monferrato, ultrasessantenne, vedovo e senza eredi, ma ancora "viripotens", accennò a sposare Beatrice; la proposta non ebbe seguito, probabilmente, sia per l'enorme differenza d'età (51 anni), sia perché necessitava di una moglie in età immediatamente fertile.[21]

Traumatica separazione da Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Ferrante d'Aragona

Al principio del 1485 Ludovico insistette coi suoceri affinché Beatrice gli fosse mandata a Milano, così da poterla educare a suo modo. A dispetto della disponibilità dei genitori, re Ferrante gliela negò con "buone et vive ragioni", dicendo che aveva soltanto dieci anni, che l'aveva presa per figlia e che non era pronta per le nozze. Temeva infatti che il Moro volesse consumare precocemente il matrimonio. Quest'ultimo si accontentò pertanto che la bambina rientrasse quantomeno a Ferrara, affinché fosse educata in una corte più consona al suo ruolo e con la scusa di poterla più facilmente visitare (cosa che poi non fece mai). Non fu mai chiara la ragione di tanta insistenza, ma i milanesi avevano senz'altro una pessima opinione dei napoletani, ed era nota la perversione di re Ferrante. Questi insistette ugualmente a negargliela, adducendo fra le varie motivazioni che, se Ludovico fosse morto precocemente, il padre non sarebbe stato in grado, come lui, di trovarle un buon marito. Si offrì perfino di farle la dote al suo posto, pur di convincerli a desistere.[22][23]

Ludovico, adirato, arrivò a minacciare lo scioglimento delle promesse nuziali: ciò non turbò Ferrante, pronto a trovarle un partito migliore; turbò invece grandemente i genitori, bisognosi dei favori del Moro. Eleonora supplicò accoratamente il padre di restituirle la figlia, cosicché, dopo mesi di trattative, Ferrante accettò a malincuore di separarsene.[A 2] Pentito e a tratti riluttante, egli ritardò, con vari pretesti, di altri due mesi la partenza, che avvenne nondimeno ai primi di settembre: Beatrice partì tra il compianto generale dei parenti e dell'intera città di Napoli. Inconsolabili furono la regina Giovanna e l'infanta Giovannella, per lei una madre e una sorella, il fratellino Ferrante, che "lacrimava cym tanti singulti", e lo stesso Diomede Carafa. Più forte si mostrò re Ferrante: egli l'accompagnò tenendola per mano, poi a cavallo, per una parte del tragitto, infine la salutò "abrazandola et basandola, et dicendoli alcune molto benigne et filiale parole", benché Beatrice piangesse disperatamente.[23] Subito dopo la sua partenza, egli scrisse amareggiato alla figlia Eleonora: «Dio sa quanto ne è rencresciuto, per lo singulare amore li portavamo per le virtù sue [...] che videndo epsa et havendola in casa ne pareva haverce vui».[13]

Adolescenza ferrarese (1485-1490)[modifica | modifica wikitesto]

Salutata tanto calorosamente a Napoli, Beatrice fu accolta freddamente a Ferrara, dove non trovò neppure il padre ad attenderla.[23] Considerata l'importanza dello sposo, i genitori tentarono di anticipare le nozze al 1488, ma Ludovico fece intendere al suocero di essere troppo occupato negli affari di stato e che la sposa era ancora troppo giovane. La data fu fissata per il maggio 1490 e si dispose una dote di 40 000 ducati; da maggio Ludovico rimandò però all'estate, poi disdisse per l'ennesima volta, sconcertando i duchi di Ferrara, che a questo punto dubitarono della sua reale volontà di sposare Beatrice. Il motivo di questo comportamento fu attribuito alla nota relazione che Ludovico intratteneva con la bella Cecilia Gallerani.[24] Per scusarsi dei continui rinvii, nell'agosto 1490 egli offrì in dono alla promessa sposa una splendida collana e fissò le nozze per il gennaio successivo.[25]

Ritratto di Beatrice d'Este, cerchia di Leonardo da Vinci

A Milano (1491-1497)[modifica | modifica wikitesto]

Le nozze[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 dicembre Beatrice lasciò Ferrara accompagnata dalla madre Eleonora, dal fratello Alfonso, dallo zio Sigismondo e da un corteo di nobili e damigelle. A causa dell'inverno particolarmente rigido il Po era ghiacciato e si dovette ricorrere all'uso di lilze fino a Brescello, dove Galeazzo Visconti li raggiunse con la flotta sforzesca. Il 16 gennaio approdarono a Pavia, calorosamente accolti da Ludovico, e il 18 furono celebrate le nozze nel castello. Il 23 gennaio si celebrarono poi a Milano quelle tra Alfonso e Anna Maria.[26] Tra il 26 e il 28 gennaio si tenne una spettacolare giostra cui parteciparono un gran numero di personalità illustri con vesti e armature dalle fogge stravaganti. Essa vide quale vincitore Galeazzo Sanseverino, genero di Ludovico e capitano generale sforzesco.[27] Quest'ultimo fu una delle persone più care che Beatrice ebbe a Milano,[28] insieme a Bianca Giovanna, figlia illegittima del marito e moglie del suddetto Galeazzo, all'epoca ancora bambina, ch'ella voleva con sé in ogni occasione.[29]

La tardiva consumazione[modifica | modifica wikitesto]

Il matrimonio fu dichiarato subito consumato, in verità rimase segretamente in bianco per oltre un mese:[30] Beatrice, inizialmente entusiasta all'idea delle nozze, all'arrivo a Pavia s'era fatta improvvisamente schiva e silenziosa; "mezza persa" la definisce l'ambasciatore estense Giacomo Trotti.[31] Ella non provava alcuna attrazione verso il trentottenne marito e si ribellava a ogni suo tentativo di possederla, ma se Ludovico ebbe rispetto dell'innocenza della sposa quindicenne e non volle forzarla, attendendo con pazienza che fosse disposta a concedersi spontaneamente, i duchi di Ferrara premevano invece per affrettare la consumazione: solo così il matrimonio sarebbe stato ritenuto valido, viceversa era passibile di annullamento, con grave disonore della famiglia.[32]

Ludovico Sforza, 1496

Ludovico aveva optato per una strategia seduttiva, e univa a carezze e baci anche ricchissimi doni quotidiani.[30] L'11 febbraio, per farla svagare, la mandò con Galeazzo Visconti in gita a Cusago, e i due si divertirono in cacce e giochi, "facendo tante patie".[33] Malgrado l'impegno profuso nell'avvezzarla ai giochi amorosi, però, Beatrice restava "in superlativo vergognosa"[32] e ancora a metà febbraio Ludovico non era riuscito a concludere nulla: se ne lamentava con l'ambasciatore Trotti, dicendo d'essersi visto costretto a sfogarsi con Cecilia, «poiché sua molgere [moglie] cussì voleva, per non volere stare ferma»,[34] e che quando andava nel suo letto ella "mostrava non il sentire, fingendo de dormire, dicendome che la sta salvaticha et vergognosa pure al sollito".[35] L'ambasciatore a sua volta rimproverava Beatrice della sua frigidità e la invitava a mettere «da canto tanta vergogna», ma senza troppo successo, in quanto ella gli si mostrava «un poco selvaggetta».[36]

Neppure le continue pressioni esercitate dal padre sulla figlia ebbero effetto. La vicinanza del marito le causava infatti una incredibile angoscia: ella scriveva alla madre di essersi sforzata di mostrarglisi allegra più che aveva potuto, ma solo per obbedire ai suoi comandi.[31] La situazione si risolse infine spontaneamente poco dopo, quando nel marzo-aprile le lettere di lamentele del Trotti si trasformarono in elogi rivolti dal Moro alla moglie.[32] Adesso egli dichiarava di non pensare più a Cecilia, ma solo a Beatrice, «a la quale el vole tutto il suo bene, et de epsa piglia gran piacere per li suoi costumi et bone maniere», lodandola perché «la era lieta de natura [...] et molto piacevolina et non mancho modesta».[34] Anche le lettere di Beatrice cambiarono tono ed ella si mostrava ormai soddisfattissima, forse anche innamorata, del marito che il padre le aveva scelto.[37]

Rivalità con la cugina[modifica | modifica wikitesto]

Lunetta di Beatrice in Palazzo degli Atellani, inizi XVI secolo, opera forse di Bernardino Luini

Pur essendo solamente reggente, fin dal 1480 Ludovico governava Milano come signore assoluto: gli mancava tuttavia una discendenza legittima che gli permettesse di scalzare il nipote Gian Galeazzo dal trono. Nel dicembre 1491 egli condusse la moglie a vedere il Tesoro dello Stato, ammontante a ben un milione e mezzo di ducati,[38] e le promise che, se gli avesse dato un figlio maschio, l'avrebbe resa signora e padrona di tutto; viceversa, morendo lui, le sarebbe rimasto ben poco.[39] Effetto fu che, già nel gennaio 1492, Beatrice predisse all'ambasciatore fiorentino che entro un anno lei e il marito sarebbero stati duchi di Milano, e l'ostilità fra lei e la cugina Isabella d'Aragona, moglie di Gian Galeazzo, si fece intensissima. Beatrice era infatti trattata come la vera duchessa, né Isabella, "rabiosa et disperata de invidia", poteva sopportare di vedersi superata in tutti gli onori dalla cugina.[40]

Nascita di Ercole Massimiliano[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un anno trascorso spensieratamente fra molti divertimenti, Beatrice si trovò in attesa di un figlio. La gravidanza fu però complicata, nel bimestre ottobre-novembre, da un grave attacco di febbri malariche che misero a rischio sia la madre che il nascituro.[41] Assistita continuamente dall'amoroso marito e da numerosi medici, soprattutto dal ferrarese Ludovico Carri, Beatrice si ristabilì in tempo per il parto. Nel gennaio 1493 Eleonora d'Aragona tornò a Milano per assisterla e portò con sé comare Frasina, la levatrice di famiglia, con l'aiuto della quale, il 25 gennaio, Beatrice diede alla luce il primogenito Ercole Massimiliano.[42]

Sua preoccupazione primaria fu da quel momento assicurare al figlio la successione al ducato di Milano, il quale spettava però in via legittima al figlio di sua cugina Isabella, al cui scopo persuase il marito a nominare il piccolo Massimiliano conte di Pavia, titolo spettante esclusivamente all'erede al ducato. Isabella, capendo le intenzioni dei coniugi, scrisse al padre Alfonso un'accorata richiesta di aiuto.[43] Re Ferrante, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di scatenare una guerra, anzi dichiarava di amare entrambe le nipoti alla stessa maniera e le invitava alla prudenza, cosicché la situazione rimase stabile sino a che il re fu in vita.[44]

Figli di Beatrice: a sinistra il primogenito Ercole Massimiliano, a destra il secondogenito Francesco

Missione diplomatica a Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio 1493 Ludovico decise di inviare la moglie quale sua ambasciatrice a Venezia, al fine di ottenere l'appoggio della Serenissima alla sua legittimazione quale duca di Milano. Egli puntava così a saggiare le intenzioni della Repubblica, mentre concludeva gli accordi con l'imperatore Massimiliano d'Asburgo e gli concedeva in sposa la nipote Bianca Maria Sforza, accompagnata da una favolosa dote di 300 000 ducati d'oro, più 40 000 in gioielli e altri 100 000 per l'investitura ducale.[45]

La missione era molto delicata: in apparenza quella di Beatrice era una banale visita di rappresentanza, per congratularsi della lega appena conclusa; in verità ella avrebbe dovuto trattare col Senato, da sola, questioni politiche segretissime, ignote ai suoi stessi familiari e cortigiani.[46] I coniugi passarono prima per Ferrara, festosamente accolti dai duchi. Isabella d'Este, per non sfigurare al confronto con la sorella, lasciò Ferrara prima del loro arrivo per recarsi in anticipo a Venezia. Il 25 maggio Beatrice partì alla volta di Venezia accompagnata dalla madre Eleonora, dal fratello Alfonso e da vari segretari e consiglieri, con un seguito di più di 1 200 persone.[47]

Essi navigarono su un mare pericolosamente mosso che suscitò parecchi timori fra i presenti, ma non in Beatrice, la quale si divertì a sbeffeggiare i paurosi della comitiva: "arrivassimo al porto de Chioza, dove cominzando [a] ballare le nave, io haveva grande piacere a vederle, [...] ma [...] li fu in la compagnia [di quelli] che temetteno molto bene", avvisando il marito che la maggior parte dette di stomaco. La mattina del 27 maggio sbarcarono presso l'isola di San Clemente, dove Beatrice trovò il doge ad attenderla. Questi la sollecitò a salire bordo del Bucintoro, che si diresse verso il Canal Grande. Nei giorni seguenti venne invitata a un'adunanza del Maggior Consiglio, a una sontuosa colazione a Palazzo Ducale, visitò l'Arsenale, l'isola di Murano, la basilica di San Marco e il Tesoro.[45]

"Lo rubino in pecto"
La dama di Rothschild, attribuito a Bernardino de' Conti. Identificato come ritratto di Beatrice.
Un curioso episodio avvenuto a Venezia è raccontato da Beatrice stessa in una lettera al marito: mentre passeggiava per piazza San Marco, taluni con la scusa d'ammirare il suo rubino indugiarono troppo sulla sua scollatura, sicché ella gli rispose per le rime: «Io [...] haveva el vezo de perle a collo et lo rubino in pecto [...] che ce ne fu quelli che missano quasi l'ochi fin sopra el pecto per guardarlo, et vedendo tanta anxietà io li disse dovessimo venire a casa che gli lo mostraria voluntera».[45]

Niccolò de Nigris scrisse a Ludovico che i gioielli della moglie avevano senz'altro attirato l'attenzione, "ma non manco se dice della bela gioia de la Signoria che è lei medesima, cioè la mia eccellentissima Madonna, li modi et giesti de la quale dano admiratione ed piacere a tuta la brigata, siché la S. V. si può ben tenere, come è, lo più felice de li principi del mondo. Che N. S. Dio la conservi longamente".[48]

Finalmente, il 30 maggio, ricevette segretamente nella propria camera tre oratori deputati dalla Signoria e, fatti uscire tutti i propri gentiluomini e segretari, rimase da sola con loro,[49] dicendo di volere che "el tuto fosse tenuto segretissimo segondo la importantia sua". Presentò allora un memoriale, consegnatole dal marito prima della partenza, col quale egli comunicava, fra le altre cose, le sue pratiche con l'imperatore per l'ottenimento dell'investitura al ducato di Milano. Dopodiché mostrò una seconda lettera del marito, appena giuntale da Belriguardo, dicendo "questa è mo più gagliarda": con essa annunciava infatti la ferma intenzione di Carlo VIII di compiere l'impresa contro il regno di Napoli e di nominare Ludovico capo e conduttore di detta impresa. Egli desiderava dunque conoscere il parere della Signoria, chiedendo che fosse comunicato alla moglie prima della sua partenza da Venezia, altrimenti a lui stesso quando fosse giunto a Milano.[50] I veneziani le risposero che quanto riferito era assai grave e si limitarono a vaghe rassicurazioni.[51]

Delusa dall'esito della missione, Beatrice tentò, di sua iniziativa, un'ultima mossa: nel congedarsi dal doge, gli fece presente che, sebbene gli affari fossero trattati a nome di Gian Galeazzo, era suo marito a governare a piacimento e ad avere in mano le fortezze e le finanze del ducato, tanto da potersi ritenere l'unico vero padrone della Lombardia. Anche stavolta, tuttavia, ricevette una risposta evasiva dal doge, che non volle compromettersi.[52] Fu comunque lodata come donna "de grande ingenio accompagnato da prudentia et laudabili modi".[53] La missione del resto partiva già con poche speranze di successo, poiché fin dall'inizio la Repubblica non intendeva appoggiare Ludovico.[54]

La prima invasione francese (1494-1495)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Discesa di Carlo VIII in Italia.

Il 25 gennaio 1494 morì il vecchio re Ferrante, il quale presagiva già lo scatenarsi di una guerra che aveva tentato con tutte le forze di evitare. Una volta salito al trono, suo figlio Alfonso II non esitò a correre in aiuto della figlia Isabella, dichiarando guerra al cognato Ludovico. Questi rispose alle minacce lasciando via libera a re Carlo VIII di Francia di scendere in Italia per conquistare il regno di Napoli, il quale costui riteneva proprio di diritto, essendo stato sottratto dagli Aragonesi agli Angiò.[55]

Accoglienze galanti[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di giovane donna, cerchia di Leonardo da Vinci. Identificato come ritratto di Beatrice d'Este ma dubbio[56]

Nel luglio Beatrice, di nuovo incinta, accolse a Milano il duca Luigi d'Orléans, cugino del re, il quale giungeva in Italia con le avanguardie dell'armata francese; quindi, l'11 settembre, si recò in Asti per incontrare Carlo VIII in persona. I due furono accolti con grandi tripudi e feste, e pretesero entrambi, secondo l'usanza francese, di baciare sulla bocca la duchessa e tutte le belle damigelle del suo seguito.[57] Questa usanza di "baxare et tochare" le donne altrui destò inizialmente qualche fastidio negli italiani, che non vi si abituarono mai volentieri. Ciò malgrado Beatrice invitò anche la sorella a venire a baciare il conte Gilberto di Borbone e altri che presto sarebbero giunti.[58]

Re Carlo, in particolare, ne rimase grandemente affascinato: prese singolare diletto nel vederla danzare e ne richiese un ritratto,[57] occupandosi personalmente di procurare il pittore (Jean Perréal) e una ventina di abiti per vedere quale stesse meglio indosso a Beatrice, la quale era "più bella che la fusse may".[59] Anche i rapporti fra la duchessa e Luigi d'Orléans si mantennero all'inizio estremamente galanti, e i due si scambiavano di frequente regali con bigliettini affettuosi.[60] Ludovico non se ne mostrava geloso: diverso fu il caso del bel barone di Beauvau, molto amato dalle donne, che palesava un eccessivo "entusiasmo" nei confronti di Beatrice.[61] Secondo alcuni storici fu per questa ragione che Ludovico, offeso dalle assiduità del cavaliere, approfittò di una malattia di re Carlo per allontanare la moglie da Asti,[62] la quale in effetti si ritirò nel vicino castello di Annone, mentre egli continuava da solo a recarsi ogni giorno ad Asti.[63] Un Beauvau partecipò effettivamente all'impresa di Napoli, ma la sua identità non risulta chiara: attualmente è più plausibile l'identificazione con Bertrando de Beauvau, figlio di Antonio, creato conte di Policastro e morto nel 1495.[64]

(FR)

«La Princesse à ses yeux avoit paru fort aimable, il lui donna le bal; Ludovic n'en fut pas si inquiet que des empressemens du Sire de Beauveau au près de la Princesse sa femme: Beauvau étoit le Seigneur de la Cour de Charles VIII, le plus propre à se faire aimer promptement des Dames; il eut la hardiesse de vouloir plaire à la Princesse. Ludovic qui s'en apperçut, voyant que les François étoient assez audacieux pour attaquer la gloire d'un Prince, qui quoiqu'il n'eût pas la qualité de Souverain; en avoit toute l'autorité, prit congé du Roy, & se retira dans un Château à une lieue d'Ast, où le Conseil du Roy alloir le trouver tous les jours.»

(IT)

«La principessa ai suoi occhi [di Carlo] era sembrata molto amabile, egli le diede il ballo; Ludovico non era così preoccupato per questo come per gli entusiasmi del sire di Beauveau nei confronti della principessa sua moglie: Beauvau era il signore della corte di Carlo VIII, il più propenso a farsi rapidamente amare dalle donne; egli aveva l'audacia di voler compiacere la principessa. Ludovico, che se ne accorse, vedendo che i francesi avevano l'ardire di aggredire la gloria di un principe il quale, benché non avesse ancora la qualità di sovrano, ne aveva tutta l'autorità, si congedò dal re, e si ritirò in un castello a due passi da Asti, dove ogni giorno il Consiglio del Re andava a trovarlo.»

(Pierre de Lesconvel, Anecdotes secretes des règnes de Charles VIII et de Louis XII.)
Le milanesi agli occhi dei francesi
"La Lombarda", dal manoscritto Les dictz des femmes de diverses nations.
La duchessa e le sue dame lasciarono nei francesi l'impressione di donne civettuole e baldanzose, pur tenute a freno dai gelosi mariti, che deludevano le aspettative dei rivali. Un anonimo poeta francese del tempo così le dipinge :[65]
(FR)

«Si femme au monde a le cueur franc et gay,
Je mylannoise en ce cas le bruyt ay,
Plus que nulle autre a mon amy privée,
Mais le jaloux me tient tant en abay,
Que des François l'actente en est grevée.»

(IT)

«Se donna al mondo ha il cuore franco e gaio,
io milanese in questo fatto ho fama,
più che null'altro ha il mio amico segreto,
ma il geloso mi tiene tanto a bada,
che dei francesi l'attesa è gravata.»

I francesi, d'altro canto, erano considerati dagli italiani alla stregua di maniaci sessuali, il cui solo pensiero fosse sedurre donne, come riporta lo stesso Marin Sanudo: "la consuetudine de Franzesi [è] de voler sopra tutto star a piacer con donne, et el suo clima a Venere è molto dato".[66]

L'investitura ducale[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo il 21 ottobre 1494 moriva il legittimo duca Gian Galeazzo e Ludovico otteneva per acclamazione del senato che il titolo ducale passasse a lui e ai suoi discendenti legittimi, scavalcando così nella successione il figlio maschio che Gian Galeazzo lasciava. Tre giorni dopo, pur essendo al sesto mese di gravidanza, Beatrice accompagnò il marito al campo militare francese presso Fornovo.[67] Qui, sdegnato dall'alterigia del re, Ludovico maturò la decisione, attuata pochi mesi dopo, di staccarsi dall'alleanza francese per formare con le altre potenze italiane una Lega atta a scacciare gli stranieri dalla penisola. Rientrata a Milano, e assistita dalla sorella, Beatrice partorì il 4 febbraio 1495 il secondogenito Sforza Francesco.[68] L'investitura ufficiale da parte dell'imperatore arrivò il 26 maggio, e fu solennizzata da una grande cerimonia in Duomo.[69]

Fu in questo contesto che Beatrice, ormai ventenne, giunse alla sua piena maturazione politica. Ludovico, che aveva passato i quaranta, era avviato verso la decadenza fisica e mentale: la sua strategia altalenante aveva rivelato tutte le sue debolezze e contraddizioni, e Beatrice si rese conto che non sempre le sue scelte erano improntate a lungimiranza: "senza che nessuno dei due lo ammettesse a parole, il rapporto tra Beatrice e il marito cambiò; L'attrazione fisica, che si era affievolita negli ultimi tempi, lasciò il posto a un legame interiore più sottile, nel quale le mancanze di Ludovico venivano colmate dalla moglie". Man mano che si acuivano i tentennamenti dell'uno, aumentava il prestigio a corte dell'altra.[70]

L'assedio di Novara[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Novara (1495).

L'11 giugno Luigi d'Orléans, ormai divenuto nemico, occupò con le proprie truppe la città di Novara e si spinse sino a Vigevano, minacciando concretamente di attaccare Milano con l'intenzione di usurpare il ducato, il quale riteneva suo di diritto essendo egli discendente di Valentina Visconti. Ludovico s'affrettò a chiudersi con la moglie e i figli nella Rocca del Castello di Milano ma, non sentendosi ugualmente al sicuro, meditò di abbandonare il ducato per rifugiarsi in Spagna. Solo la ferrea opposizione della moglie e di alcuni membri del consiglio, come scrive il Corio, lo convinsero a desistere da quest'idea:[71]

«Lodovico [...] talmente era avvilito d'animo, che divisava di ricoverarsi in Arragona, ed ivi tranquillamente finire i suoi giorni in condizione privata. Ma Beatrice d'Este, come donna d'animo forte e valorosa, lo rincorò, e lo fece una volta pensar da Sovrano.»

(Carlo Morbio, storia di Novara dalla dominazione de' Farnesi sino all'età nostra contemporanea.[72])

Presunta infermità di Ludovico[modifica | modifica wikitesto]

A causa però delle gravi spese sostenute per l'investitura, lo stato era sull'orlo del tracollo finanziario e non v'erano soldi per mantenere l'esercito; si temeva una rivolta popolare. Scrive il Comines che, se il duca d'Orléans avesse avanzato solo di cento passi, l'esercito milanese avrebbe ripassato il Ticino, ed egli sarebbe riuscito ad entrare a Milano, poiché alcuni nobili cittadini si erano offerti di introdurvelo.[73] A questo punto le fonti divergono: secondo il cronista Malipiero, Ludovico non resse alla tensione e fu colpito, pare, da un ictus che lo lasciò per breve tempo paralizzato: "El Duca de Milan ha perso i sentimenti, se abandona sé mede[s]mo".[74] Beatrice si trovò pertanto da sola a fronteggiare il grave pericolo. Riuscì comunque a destreggiarsi egregiamente: si assicurò l'appoggio e la fedeltà dei nobili milanesi, prese i necessari provvedimenti per la difesa e abolì alcune tasse in odio al popolo.[73][75] Da Bernardino Zambotti sappiamo che il marito la nominò ufficialmente governatrice di Milano insieme al di lei fratello Alfonso,[76] il quale cadde però ben presto ammalato di sifilide. Dalle fonti milanesi risulta invece che Ludovico fosse sano e che continuasse a riunire egli il consiglio e a prendere i provvedimenti, sebbene fosse disperato e a ogni occasione si ritirasse in un angolo a piangere e a dolersi "de questa soa desgratia et adversa fortuna".[77] Secondo Francesco Guicciardini, la sua unica malattia era la paura.[78]

(FR)

«Loys duc d'Orleans [...] en peu de jours mist en point une assez belle armée, avecques la quelle il entra dedans Noarre et icelle print, et en peu de jours pareillement eut le chasteau, laquelle chose donna grant peur à Ludovic Sforce et peu près que desespoir à son affaire, s'il n'eust esté reconforté par Beatrix sa femme [...] O peu de gloire d'un prince, à qui la vertuz d'une femme convient luy donner couraige et faire guerre, à la salvacion de dominer!»

(IT)

«Luigi duca d'Orleans [...] in pochi giorni preparò un abbastanza bell'esercito, con il quale entrò a Novara e quella prese, e in pochi giorni parimenti ebbe il castello, la quale cosa arrecò grande paura a Ludovico Sforza e fu poco presso alla disperazione per la sua sorte, se non fosse stato riconfortato da Beatrice sua moglie [...] O poca gloria di un principe, al quale bisogna che la virtù di una donna gli doni il coraggio e gli faccia la guerra, per la salvezza del dominio!»

(Cronaca di Genova scritta in francese da Alessandro Salvago[79])

Provvedimenti di Beatrice[modifica | modifica wikitesto]

Beatrice ritratta col marito e i figli nella Pala Sforzesca, 1494-96 ca.

L'imperatore Massimiliano, che non conosceva ancora Beatrice, e che forse ne aveva intuito l'influenza, suggerì al Moro di confinarla con le sue dame a Cremona, poiché le donne "multe volte sono causa de la perdita de le forteze", ma Ludovico non gli diede retta.[70][75] Si vociferava intanto che il duca Ercole non volesse il recupero di Novara, essendo in combutta coi francesi, e insieme ai fiorentini sovvenisse segretamente l'Orléans, e che alcuni condottieri sforzeschi - fra cui Fracasso, caposaldo dell'esercito - facessero il doppio gioco col re di Francia.[80]

Beatrice fin da maggio aveva, con suppliche e minacce, richiesto aiuti economici e militari al padre Ercole il quale, per non esporsi, acconsentì a mandare soltanto il denaro, ma rifiutò d'inviare uomini d'arme.[5][81] Di fronte alla prospettiva di perdere lo Stato, il 14 giugno Beatrice mandò a chiamare l'ambasciatore Giacomo Trotti e "cum le lacrime a li occhi" lo pregò di scrivere immediatamente all'Eccellenza di suo padre, "pregandola, supplicandola et scongiurandola per viscera Virginis Marie, quando le preghiere de altri non valgano, che in questo turbilentissimo et dolendo affanno la voglia per Dio et per la Croce compiacere, suo marito et lei, di tuti li cavali legeri et de magiore numero che la pote", ma Ercole si mostrò sordo a ogni richiesta.[77]

Più che la parentela, si rivelò perciò fruttuosa l'alleanza con Venezia, che mandò subito in soccorso Bernardo Contarini, provveditore degli stradioti, il quale giunse il 21 giugno. Poiché Galeazzo Sanseverino, suo capitano generale, indugiava, e Ludovico non era intenzionato a muoversi da Milano, la notte del 27 giugno Beatrice decise di recarsi da sola all'accampamento militare di Vigevano per supervisionarne l'ordine e animare i capitani contro il francese, nonostante il duca d'Orléans per tutto il giorno facesse scorrerie in quella zona. La cosa fu però malvista dai soldati, i quali non comprendevano perché si fosse presentata in campo la moglie, mentre il marito restava al sicuro in castello e da lì faceva i suoi provvedimenti:[11]

«Madona Beatrice duchessa, moglie dil Duca, era partita lei sola senza el marito [...] tamen era mal vista da ogni uno, per l'odio haveano a suo marito, el qual stava in castello et lì faceva li soi provedimenti, con bona custodia di la persona soa. [...] Or che ditta Madonna era andata in campo, el qual era lì a Vegevene [...] con alcuni comessarii dil Duca, sì per sopraveder le cosse, quam per inanimar el capitan suo facesse qual cossa. [...] Et per lettere di Bernardo Contarini sora i Stratioti se intese che [...] col campo si levò da Vegevene et venne mia 4 ad alozar in uno loco chiamato Caxolo [...] et che la Duchessa volse venir a veder l'ordene dil campo [...]»

(Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII in Italia[82])

Ella ottenne che al mattino l'esercito finalmente avanzasse contro il nemico e recuperasse le posizioni perdute nei giorni precedenti; dispose che il campo fosse spostato nel proprio feudo di Cassolo, supervisionò l'ordine di questo e delle squadre di soldati, quindi si fermò ad alloggiare a Vigevano. Qui, a testimonianza dei primi successi, Bernardo Contarini le fece portare dai propri stradioti alcune teste mozzate di francesi, ed ella li ricompensò con un ducato per ognuna.[11]

«A dì 29 ditto, a hore 18, Ill.mo Principe, significai a Vostra Excellentia come erano partiti con il campo da Vegevene, et andati a camparse al loco de Casolo, distante da Vegevane mia 4, et como madama la Duchessa venne in campagna a veder l'ordene di le squadre et tutto il campo.»

(Lettera del 5 luglio 1495 di Bernardo Contarini a Ludovico Sforza.)

L'opinione del Guicciardini è che se l'Orléans avesse tentato subito l'assalto, avrebbe preso Milano, poiché la difesa era inconsistente,[83] ma la dimostrazione di forza di Beatrice valse a confonderlo nel fargli credere le difese superiori a quel che erano, cosicché egli non osò tentare la sorte e si ritirò dentro Novara.[11] L'esitazione gli fu fatale, poiché permise all'esercito di riorganizzarsi e circondarlo, costringendolo così a un lungo e logorante assedio che decimò i suoi uomini a causa di carestia ed epidemie, assedio dal quale uscì infine sconfitto alcuni mesi dopo su imposizione di re Carlo che faceva ritorno in Francia.[11][84]

«Beatrice d'Este riusciva a cacciare da Novara il duca di Orleans, che se n'era impadronito, minacciando direttamente Milano su cui vantava diritti di possesso. La pace fu sottoscritta, e Carlo ritornò in Francia, senza aver tratto alcun serio frutto dalla sua impresa. Lodovico Sforza gioiva di tale risultato. Ma fu breve tripudio il suo»

(Francesco Giarelli, Storia di Piacenza dalle origini ai nostri giorni[85])

Al campo[modifica | modifica wikitesto]

A sinistra: prova in bronzo per un testone con l'effige di Beatrice, che il Moro fece coniare subito dopo la morte della moglie (1497).
A destra: riproduzione in argento (1989)

Ai primi di agosto Ludovico si recò con la moglie al campo di Novara, dove risiedettero per qualche settimana durante lo svolgimento dell'assedio. In occasione della loro visita si tenne, per il piacere della duchessa che molto apprezzava i fatti d'arme, una memorabile rivista dell'esercito al completo: Ludovico, anch'egli armato, guidava ciascuna schiera al cospetto della moglie, chiedendole di volta in volta il suo parere, e i capitani fecero a gara nell'impressionarla.[86][87] La presenza di Beatrice non piacque troppo al marchese di Mantova suo cognato, allora capitano generale della Lega: in seguito a una terribile rissa scoppiata il 24 settembre per cause poco chiare, Francesco invitò il Moro a rinchiudere la moglie «ne li forzieri».[88]

«A hore due di notte, li elemani ducheschi si levò a romor con li italiani; unde tutto el campo si messe in arme, et maxime el nostro. Fo per un'hora gran tumulto, morti de tutte do parti [...] et el Marchexe de Mantoa, nostro capetanio, volendo reparar a questi se amazavano, disse al Ducha: "Signor, venite a remediar". Il Ducha rispose: "Ma, mia moier..." Et il Marchexe rispose: "Mettetila ne li forzieri!" etc. Et dicitur fo tanti morti in questa baruffa, che fo cargi 7 carri de corpi, et mandati a sepelir.»

(Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII in Italia[88])

Poiché i tedeschi volevano fare "crudelissima vendetta" contro gli italiani, Ludovico supplicò Francesco di salvare Beatrice, temendo che fosse violentata o uccisa. Il marchese "cum animo intrepido" cavalcò fra i tedeschi e non senza grande fatica riuscì a mediare la pace. "El che quando Ludovico l'intese restò il più contento homo dil mondo, parendoli havere reaquistato il Stato et la vita, insieme cum l'honore la mogliere; de la qual sola più che de tutto il resto temeva".[89]

Beatrice partecipò personalmente ai consigli di guerra, nonché alle trattative di pace, come a tutte le riunioni tenutesi coi francesi, i quali non mancarono di mostrarsi stupefatti nel vederla collaborare attivamente al fianco del marito.[86]

L'imperatore[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 1496 Beatrice e Ludovico incontrarono Massimiliano I d'Asburgo a Malles. L'imperatore fu particolarmente gentile nei confronti della duchessa, arrivando a tagliarle personalmente le pietanze nel piatto, e volle ch'ella sedesse in mezzo fra sé e il duca.[90] Sanudo annota poi che "a contemplation di la duchessa de Milano", cioè per volontà di lei, o piuttosto per desiderio di rivederla, Massimiliano passò "quel monte sì aspro" e in maniera del tutto informale, senza alcuna pompa, venne a Como,[90] quindi si trattenne per qualche tempo a Vigevano in rapporti strettamente amichevoli coi duchi. Egli, che trattava con indifferenza la moglie Bianca Maria, non nascose la propria ammirazione per Beatrice.[91] Probabilmente ne era rimasto affascinato per le abilità venatorie e per il carattere tenace, ma l'incontro aveva anche uno scopo politico: sollecitare l'imperatore all'impresa di Pisa in funzione antifrancese.[92]

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Morte di Beatrice d'Este.
Il bellissimo profilo di Beatrice nel Cenotafio alla Certosa di Pavia

Negli ultimi mesi i rapporti fra i coniugi si erano logorati a causa della relazione adulterina che Ludovico intratteneva con Lucrezia Crivelli, dama di compagnia della moglie.[93] Sebbene l'amasse ancora tantissimo, Ludovico non trovava più gusto nel sorprendere con la propria generosità la moglie che, ormai ricca e potente, non aveva bisogno di lui, e cercava soddisfazione altrove: nella più povera cognata Isabella e nell'amante.[94] Nonostante i malumori, nell'estate Beatrice si trovò gravida per la terza volta, ma la gravidanza fu complicata sia dai dispiaceri causati dalla scoperta che anche Lucrezia attendeva un figlio da Ludovico, sia dalla prematura quanto tragica morte dell'adorata Bianca Giovanna, sua carissima amica sin dal primo giorno dell'arrivo a Milano.[93] Il parto avvenne infine nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 1497, ma né la madre né il figlio sopravvissero.[95]

Il dolore del Moro[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico impazzì dal dolore e per due settimane rimase rinchiuso al buio nei propri appartamenti, con le finestre serrate. I suoi capelli divennero grigi e si lasciò crescere la barba,[96] indossando da quel momento in poi solamente abiti neri con un mantello stracciato da mendicante.[95] Egli decretò l'apoteosi della moglie, della quale creò un vero e proprio culto.[97] Sua preoccupazione primaria divenne l'abbellimento del mausoleo di famiglia e lo stato, trascurato, andò in rovina, proprio in un momento in cui il duca d'Orléans, spinto da un odio feroce, minacciava una seconda spedizione contro Milano.[98]

Particolare del cenotafio con l'effige di Beatrice: i calchi del Victoria and Albert Museum e Museo Puškin

 

Particolare del cenotafio con l'effige di Beatrice: i calchi del Victoria and Albert Museum e Museo Puškin

 

Particolare del cenotafio con l'effige di Beatrice: i calchi del Victoria and Albert Museum e Museo Puškin
Particolare del cenotafio con l'effige di Beatrice: i calchi del Victoria and Albert Museum e Museo Puškin

L'ambasciatore Antonio Costabili riferì al duca Ercole che il Moro «non credeva potere mai tollerare cussì acerba piaga» e che l'aveva fatto chiamare per dirgli che se egli «non haveva facto quella bona compagnia a vostra fiola che la meritava, se in cosa alcuna l'aveva mai offesa», come sapeva di avere fatto, «ne dimanda perdonanza al Ex.tia vostra et a lei, trovandosene malcontento sino al anima; extendendosse in dirme che, in ogni sua oratione sempre haveva pregato nostro Signore Dio che la lassasse doppo di lui, come quella in cui l'aveva persuposto ogni suo riposo, et poi che a Dio non era piaciuto, lo pregava et pregaria sempre continuamente, che se possibile è che mai uno vivo possa vedere uno morto, li conceda la gratia ch'el la possa vedere et parlarli una volta, como quella che l'amava più che se stesso».[99]

L'imperatore Massimiliano, nel condolersi col Moro, scrisse che "niente di più pesante o di più molesto poteva accaderci in questo momento, che essere tanto repentinamente privato di una congiunta tra le altre principesse a noi carissima, dopo l'incominciata più abbondante familiarità delle sue virtù, e che tu in verità, il quale da noi primariamente sei amato, sia stato privato non soltanto di una dolce consorte, ma di un'alleata del tuo principato, del sollievo dai tuoi affanni e dalle tue occupazioni. [...] Alla tua felicissima consorte non mancò nessuna virtù o della fortuna o del corpo o dell'animo che da chiunque potesse essere desiderata; nessuna dignità, nessun merito che potesse essere aggiunto".[A 3]

Nel 1499 Luigi d'Orléans tornò una seconda volta a reclamare il ducato di Milano e, non essendoci più la fiera Beatrice a fronteggiarlo, ebbe facile gioco sull'avvilito Moro, che dopo una fuga e un breve ritorno finì i suoi giorni prigioniero in Francia.[100]

«Lodovico, che soleva attingere ogni vigoria d'animo dai provvidi e forti consigli della sua sposa Beatrice d'Este, essendogli stata questa rapita dalla morte qualche anno prima, trovossi come isolato e scevro di ardire e di coraggio a tal punto, che non vide altro scampo contro la fiera procella che il minacciava se non nel fuggire. E così fece.»

(Raffaele Altavilla, Breve compendio di storia Lombarda[101])

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

«Et ebbe quel che raro i cieli danno:
senno e fortuna in giovenil etate,
cortesia profusa in alto scanno,
mente pudica in singular beltate,
sublime ingegno in cor puro e sincero,
alti pensieri in quieta umiltate,
grazie che fan ciascun degno de impero.»

(Vincenzo Calmeta, Elogio a Beatrice, in Triumphi, canto I, vv. 79-85[102])

Aspetto fisico[modifica | modifica wikitesto]

I ritratti che di lei ci rimangono e le descrizioni di chi la conobbe ci restituiscono l'immagine di una giovane donna formosa, piacente, con un naso piccolo e leggermente rivolto all'insù, guance piene tipiche degli Aragonesi, mento breve e rotondetto, occhi scuri e capelli castani lunghissimi che teneva sempre avvolti in un coazzone, con qualche ciocca lasciata ricadere sulle guance,[103] costume che aveva assunto già durante la propria infanzia a Napoli per volontà dell'avo Ferrante, il quale la faceva educare e abbigliare alla maniera castigliana.[13]

Busto di Beatrice all'età di quindici anni circa, Giovanni Cristoforo Romano, Museo del Louvre

I giudizi sul suo aspetto variano in base ai gusti dei singoli: l'ambasciatore Niccolò Sadoleto la considerava una bambina "bellissima",[16] così anche Bernardino Zambotti, che la dice "de zentile aspecto e piacevole";[13] Francesco Muralto la presenta, ormai adulta, come «in giovanile età, bella e di colori corvini»;[A 4] l'ambasciatore Trotti la giudicò invece, quindicenne, "picchola di persona, ma grossa e grassa".[104] Sicuramente, come la sorella e i parenti aragonesi, tendeva alla pinguedine, ma si manteneva in forma con un'instancabile attività; inoltre sapeva come rendersi attraente e, pur non avendo lineamenti propriamente aristocratici, aveva fama di bella donna. Era di bassa statura e pertanto solita indossare pianelle per ridurre la differenza di altezza col marito, alto oltre un metro e ottanta.[105]

Personalità[modifica | modifica wikitesto]

Complice la giovane età, Beatrice era di carattere allegro, spensierato, giocoso, ma, non diversamente dai fratelli maschi, era anche irriflessiva, violenta, impulsiva e si lasciava facilmente trasportare dall'ira.[106] Ne sono prova diversi episodi del periodo milanese, fra cui uno famoso dell'aprile del 1491: recatasi al mercato mentre pioveva, si azzuffò con certe popolane che l'avevano insultata per via dei panni con cui lei e le dame s'erano riparate la testa dalla pioggia, non essendo usanza a Milano di abbigliarsi a quel modo: "et non essendo la consuetudine qui de andare cum li panicelli" - raccontò poi Ludovico alla cognata Isabella - "pare che per alcune done gli volesse esser ditto villania, et la p.ta mia consorte se azuffò et cominciò a dirli villania a loro, per modo che se credeteno de venire a le mani".[107] In un'altra occasione, accortasi che il marito aveva fatto confezionare due abiti uguali per lei e per l'amante, gli fece una scenata e pretese che Cecilia non lo indossasse.[108]

Medaglione di Beatrice sulla facciata di Palazzo degli Atellani. Pompeo Marchesi, XVIII secolo

Orgogliosa e ostinata, nonostante fosse la figlia meno amata, fu quella che più somigliò al padre per indole.[109][32] Il buffone Frittella giudicò che nessuno avrebbe dovuto piangerne la morte, poiché era superba e di "istinti felini".[110] Ciò contrasta col giudizio di Bernardino Zambotti, il quale la dice "persona piacente, vertuosa e molto dilecta da tuti li populi, a' soi servitori liberalissima".[5] "La più zentile madona de Italia", la chiama un contemporaneo,[111] mentre Cassandra Fedele la loda come "principessa ornata di giustizia, fortezza, bellezza e di innumerevoli eroiche doti".[112]

«Altera ed ambiziosa, di persona dignitosa, di lineamenti belli sì, ma maschi, distinguevasi per un'aria grave e imperiosa. Vestiva principescamente; il suo sguardo respirava il comando; il sorriso non atteggiava il suo labbro; ma appariva però in esso una specie di giovialità di condiscendenza. Tale era questa donna, che non poco impero seppe esercitare sul marito stesso; il quale tanto sapea raggirar gli altri. Mancava a Lodovico il Moro l'ardimento; ed era Beatrice che in questa parte sempre veniva in suo soccorso.»

(Giovanni Campiglio, Lodovico il Moro.)

Fu, malgrado la giovane età, una moglie e una madre esemplare, amò tantissimo i propri figli e dedicò loro molte attenzioni, di cui sono testimoni le tenere lettere inviate ai parenti, nelle quali descriveva la buona salute e la crescita del piccolo Ercole.[113][114]

«Poche figlie d'Eva hanno esercitato sugli uomini e sui loro tempi tanto fascino e tanta influenza quanta Beatrice [...] Caratteristica giovane questa Napoletana! Che educata tra i chiassi e le scaltrezze degli Aragonesi, crebbe spigliata insieme e colta tanto da saper tenere a Venezia un discorso solenne in latino, ed entusiasmare di sé Massimiliano imperatore e Carlo VIII [...]. Frivola e civettuola nelle apparenze, e biricchina al punto di correr per le vie come una donnicina del popolo, ma superba e tenace sul suo trono [...]»

(Gaetano Sangiorgio, Recensioni e note bibliografiche.[115])

Le passioni[modifica | modifica wikitesto]

Amava molto gli animali e il marito gliene faceva spesso dono: fra i tanti si contano numerosi cavalli, cani, gatti, volpi, lupi, una scimmia e perfino sorcetti.[110] Era altrettanto appassionata di caccia, e non solo di quella col falcone - più propriamente femminile - bensì anche e soprattutto della cosiddetta "grande caccia", rivolta cioè contro animali di grossa taglia quali cervi, cinghiali e persino lupi.[6] Era infatti un'eccellente cavallerizza e faceva spesso gare di corsa.[6] I francesi si meravigliarono nel vederla in sella "in foggia che stava tutta dritta, né più né meno di quanto sarebbe un uomo".[A 5] Ciò induce a credere che fosse solita montare a cavalcioni, contrariamente all'uso dell'epoca che prescriveva alle donne di procedere all'amazzone.[62]

Busto di Beatrice nel portale d'ingresso della Canonica di Sant'Ambrogio

Dimostrò in queste occasioni di possedere un carattere spavaldo e spericolato, tanto da mettersi in pericolo di vita più d'una volta, come nell'estate del 1491 quando, durante una battuta, la sua cavalcatura fu urtata da un cervo imbizzarrito: racconta ammirato Ludovico che il cavallo s'impennò alto «quanto è una bona lanza», ma Beatrice si tenne ben salda in sella e quando riuscirono a raggiungerla la trovarono che «rideva et non haveva una paura al mondo». Il cervo con le corna le aveva toccato una gamba ma Ludovico precisa che la moglie non si fece male.[116] L'anno successivo, nonostante fosse gravida del primogenito, Beatrice si gettò all'assalto d'un cinghiale inferocito che aveva già ferito alcuni levrieri e per prima lo colpì.[41] Sapeva anche tirare "mirabilmente" di balestra, infatti nel 1493 uccise con essa un cinghiale dopo avergli inferto cinque ferite.[7]

Le piaceva il gioco d'azzardo ed era capace di vincere a carte la straordinaria somma di 3000 ducati in un solo giorno.[117] Amava particolarmente danzare, arte in cui eccelleva con grazia singolare: il Muralto la dice capace di trascorrere l'intera notte ininterrottamente nei balli,[A 6] e i francesi si meravigliarono che sapesse danzare perfettamente secondo la moda di Francia, nonostante dicesse che fosse la prima volta.[A 5]

Quantunque religiosa, non fu austera riguardo alle questioni carnali: alcune delle dame del suo seguito avevano il compito d'intrattenere sessualmente i dignitari ospiti della corte.[118] Non senza sorpresa gli storici ricordano come nel 1495, trovandosi presso l'accampamento di Novara, Beatrice si fosse offerta di procurare personalmente al cognato Francesco Gonzaga una "femmina di partito" con cui festeggiare la vittoria, ufficialmente per preservare lui e Isabella dal terribile "malfrancese" che in quel periodo devastava la penisola, o forse per accattivarsene le simpatie, in quanto desiderava ricevere in prestito dal marchese il tesoro ch'egli aveva sequestrato dalla tenda di Carlo VIII a seguito della battaglia di Fornovo, tesoro del quale l'oggetto più interessante era un album contenente i ritratti licenziosi di tutte le amanti del re di Francia.[25][119]

Tuttavia fu parecchio pudica per quanto riguardava la propria persona, difatti si affidò a una sola levatrice, comare Frasina da Ferrara, i cui servigi pretese anche durante il terzo parto, nonostante la donna fosse ammalata e nonostante il padre le avesse suggerito un'altra levatrice ferrarese ugualmente valente. Tante furono le insistenze della duchessa e le persone mobilitate, che alla fine comare Frasina si mise in viaggio a dorso di mulo raggiungendo Milano per tempo.[42]

Legami parentali[modifica | modifica wikitesto]

Presunto ritratto delle due sorelle: Beatrice (a sinistra) e Isabella (a destra), nell'affresco del soffitto della Sala del Tesoro di Palazzo Costabili presso Ferrara. Attribuito a Benvenuto Tisi da Garofalo, 1503-1506.

Al padre fu legata da devozione e amore profondissimi: forse per via del sofferto abbandono e della predilezione che Ercole riservava invece alla primogenita Isabella, molte azioni di Beatrice furono improntate alla ricerca di approvazione. Al padre scriveva infatti che la comandasse, poiché suo unico desiderio era compiacerlo[32] e si sentiva "troppo consolata" quando sapeva di avergli fatto cosa gradita. Se ne riceveva invece qualche rimprovero, cadeva in preda a un grande sconforto.[114] Si pensa che anche le sue avventure di caccia fossero dovute, in parte, a questo, perché Ercole la lodava orgoglioso delle sue prodezze. Ma il vero trionfo giunse con la nascita del primogenito maschio, massima aspirazione del padre nei suoi confronti: non a caso fu Beatrice stessa a dire di aver partorito un figlio al marito e parimenti al padre.[114][120]

Coi fratelli mantenne sempre ottimi rapporti, soprattutto mostrò affetto verso Ferrante, col quale era cresciuta a Napoli,[117] e verso Alfonso, che la venne spesso a visitare a Milano. Con la sorella fu già più complicato in quanto, sebbene le due provassero un sincero affetto l'una per l'altra, fin dall'inizio Isabella invidiò a Beatrice sia il fortunato matrimonio, sia l'enorme ricchezza, sia, soprattutto, i due figli maschi in perfetta salute nati a poca distanza l'uno dall'altro, mentre ella tentava invano di procreare un erede al marito Francesco. Le invidie si dissolsero alla morte prematura della sorella, evento per il quale Isabella mostrò un profondo e sincero dolore.[121]

Le beffe[modifica | modifica wikitesto]

La corte di Milano amava molto le burle e Beatrice in particolar modo, se Ludovico scrive ch'ella una mattina si divertì insieme alla cugina Isabella a buttar le dame giù da cavallo.[107] Altra volta giocarono alla lotta e Beatrice buttò a terra la cugina.[122] Suo motto era "che quando se haveva ad fare una cosa o da schirzo o da dovero", bisognava "attendere ad farla cum studio et diligentia, aciò che la fosse ben facta".[123]

Gli scherzi più terribili erano però tutti ai danni del serioso ambasciatore Giacomo Trotti, all'epoca settantenne, il quale si ritrovò più volte la casa invasa da «gran quantità di volpotti, de lupi, et de gatti salvatici», che il Moro acquistava presso certi villani vigevanesi e che Beatrice, essendosi accorta quanto simili bestie fossero in «grandissimo oddio et fastidio» all'ambasciatore, gliene faceva gettare in casa quante più poteva per mezzo di camerieri e staffieri che ricorrevano ai più impensabili espedienti.[124] Essendo l'ambasciatore avarissimo, Beatrice arrivò una volta perfino a derubarlo di quanto portava indosso, seppure per una buona causa: mentre Ludovico lo teneva fermo per le braccia, ella gli tolse due ducati d'oro dalla scarsella, il cappello di seta e il mantello nuovo, dando poi i ducati alla nipote del Trotti. L'ambasciatore se ne lamentava continuamente col padre della duchessa, dicendo: «et quisti sono delli miei guadagni [...] sì che ho il damno et le beffe, oltre che me convene perder tempo in scriverle!»[124]

Pianella detta di Beatrice d'Este conservata al Museo internazionale della calzatura di Vigevano e rinvenuta durante alcuni lavori di restauro al Castello Sforzesco.[125] Considerate le dimensioni, la duchessa doveva avere il 34-35 di piede.[126]

Nondimeno Beatrice non raggiunse mai il cinismo del nonno Ferrante: quando seppe che la vedova Isabella d'Aragona, pur gravida, se ne stava rinchiusa in certe camere buie del castello di Pavia, costringendo anche i figlioletti a vestire il lutto e a soffrire con lei, ne ebbe compassione e insistette affinché venisse a Milano e migliorasse le condizioni dei bambini.[127]

Ruolo politico[modifica | modifica wikitesto]

La "damnatio memoriae"[modifica | modifica wikitesto]

Celebrata dagli storici ottocenteschi come una sorta di eroina romantica, la figura di Beatrice subì un'eclissi nel corso del Novecento, schiacciata sotto il peso degli elogi tributati alla più longeva sorella Isabella. Sebbene un'analisi superficiale degli eventi storici abbia portato studiosi moderni a dire che Beatrice non avesse avuto alcuna voce nella politica del ducato, o che addirittura non se ne fosse interessata,[128][46] la quasi totalità degli storici precedenti concorda invece nel giudicarla la vera mente dietro molte azioni e decisioni del marito, sul quale esercitava una enorme influenza, a tal punto da legare la presenza di lei alla prosperità e all'integrità dell'intero stato sforzesco:[10]

«Beatrice aiutò di savissimi consigli il marito negli uffizi non pure di principe, ma di principe italiano; e tanto tempo prosperò quello stato, quanto una tal donna stette con Lodovico. Morta lei, la pubblica rovina non ebbe più ritegno.»

(Orlando Furioso corredato di note storiche e filologiche.[129])
Ritratto di giovane donna di profilo attribuito ad Ambrogio de Predis. Presumibilmente un ritratto di Beatrice.

Ella possedeva a tutti gli effetti le terre di Cassolnovo, Cusago, Carlotta (Ariotta, presso Pernate), Codemonte, Monte Imperiale, Villanova, Sartirana, Leale (presso Garlasco), Valenza, Galliate, Mortara, Bassignana, San Secondo, Felino, Torrechiara, Castel San Giovanni, Pigliola (Piola), Valle di Lugano, i mulini di Gambolò e Trumello, nonché la Sforzesca e il parco del castello di Pavia, con tutte le relative possessioni, fortilizi e diritti feudali a esse connessi, ossia il mero et mixto imperio, ogni tipo di giurisdizione, omaggi, immunità, etc, la facoltà di amministrarle secondo il proprio arbitrio, deputare castellani, pretori, ufficiali, etc, nonché di fruire delle ricchissime rendite.[1][130] Tutte le furono donate dal marito, in aperta violazione degli statuti milanesi che vietavano simili donazioni tra coniugi, col solo vincolo di lasciarle in eredità a uno qualsiasi dei figli maschi nati dal loro matrimonio.[1]

Fin dal gennaio 1492 Ludovico mostrava l'intenzione di fare di lei governatrice unica dello stato durante le proprie assenze, e che ogni giorno si tenesse il consiglio e si leggessero gli atti di governo in camera di lei.[131] Era lei a detenere le tessere e i contrassegni dei castellani del marito.[132] Del resto sia la missione diplomatica a Venezia, sia la sua costante presenza nei consigli di guerra e nelle riunioni coi francesi, sia, soprattutto, il suo deciso intervento nei concitati giorni in cui l'Orléans minacciava Milano, in netto contrasto stavolta con le intenzioni di fuga del marito,[10] nonché l'effettiva deriva dello stato sforzesco seguita alla sua morte, dimostrano che il suo potere decisionale e politico fosse assai più consistente di quanto odiernamente si pensi.[5][133]

«Coniugi che furono, Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, s'amarono e s'intesero come nessuno sforzesco avrebbe sperato, e dall'idillio si passò presto e pubblicamente alla vera signoria che la elegante Napoletana vantò sul torbido ed irresoluto Milanese. Questi, anzi, non solo non lo nascose, ma ebbe parecchie volte a dichiarare d'aver associata al principato la sua donna, e la morte improvvisa e prematura di costei fu infatti un disastro per l'indipendenza di Milano e la rovina di Lodovico.»

(Gaetano Sangiorgio, Recensioni e note bibliografiche.[115])

In virtù dell'amore smisurato del marito, che non le negava nulla, ma anche della sua generosità e disponibilità, Beatrice costituiva un potentissimo tramite fra il marito e i vari condottieri e cortigiani da un lato - che a lei ricorrevano per ottenere favori - e fra il marito e i signori italiani dall'altro: già nel 1491 scriveva lettere commendatizie per uno "strenuo cavalero" che doveva duellare a Mantova.[134] A lei si rivolgeva, per esempio, Fracasso, dicendole: "Non ho altro refugio, né protectione che la Ex[cellentia] V[ostra], né voglio havere recorso ad altri in le cose mie che a quella, peroché so che per humanità sua non mi lassa troppo in desiderio";[135] e Francesco Gonzaga riusciva, grazie alla sua intercessione, a ottenere la grazia per Bertrando de' Rossi, in contumacia con Ludovico.[136] Gaspare Visconti, sapendosi da lei spontaneamente favorito, la invocava come liberatrice da tutti i propri mali, in versi che esprimono bene l'ascendente ch'ella esercitava sul marito: "Donna beata, o spirito pudico, | deh, fa' benigna a questa mia richiesta | la voglia del tuo sposo Ludovico | io so ben quel ch'io dico: | tanta è la tua virtù che ciò che vuoi | dello invitto suo cuor disponer puoi".[137] Le poche lettere sopravvissute ce la mostrano partecipe di tutti i segreti del marito,[5] e notevole è anche la sua corrispondenza col marchese Francesco.[117]

Nielli raffiguranti Beatrice inginocchiata dinanzi alla Vergine, 1495 ca. Spicca il lunghissimo coazzone e il vitino ancora stretto, malgrado le due gravidanze.

Pensiero Politico[modifica | modifica wikitesto]

Ella perseguì dapprincipio la politica del padre Ercole, il quale da anni tramava per sostituire Ludovico a Gian Galeazzo nel possesso effettivo del ducato di Milano e che a questo scopo gliela aveva data in sposa.[A 7] È da credere infatti che, senza l'interferenza della moglie, Ludovico non avrebbe compiuto il passo di usurpare a tutti gli effetti il ducato, o almeno non l'avrebbe affrettato.[138]

Nell'aprile 1493 giustificava la politica anti-aragonese del marito agli occhi della madre Eleonora, mandandole delle lettere che testimoniavano le trame di re Ferrante ai danni di Ludovico, e le diceva: "La Excellentia Vostra poe [può] mo' vedere se Dio lo ha inspirato ad fare la lega cum el Papa et Venetiani, et in quale periculo restava rimanendo in li termini consueti, essendoli praticato contra da la Maestà regia".[139]

È evidente il suo desiderio di mettersi in gioco, di farsi valere, di profondere ogni energia per il bene e la conservazione dello Stato, così da guadagnarsi il rispetto e la considerazione del marito. Questo traspare per esempio dall'accorata richiesta di aiuto scritta al padre Ercole nella notte tra il 30 e il 31 maggio 1495, alla vigilia dell'occupazione di Novara da parte del duca d'Orléans, affinché mandasse loro uomini e denaro: "Io [...] credo che la Signoria Vostra, vedendo un tanto bisogno e una cosa dove consiste el perdere e 'l vinzere del Signore Ducha mio [...] po[t]rà trovare qualche modo chomo meglio li parerà per fare questo efetto che me è tanto a core quanto cosa avese mai, perché, reusendo [riuscendo], el Signore Ducha conosca avere uno parente de chi el se posa vallere [fare affidamento], e valendosene ne farà molto più caso [considerazione], e, per consequente, fazendo caso de la Signoria Vostra, farà caso de mi."[81]

Ercole d'Este in una scultura di Sperandio Savelli

Poiché Ercole, benché ufficialmente neutrale, propendeva per i francesi, che sovveniva in segreto, Beatrice si sentì tradita dal padre il quale, in questo momento di massima difficoltà, non volle inviare loro gli aiuti richiesti. Ella abbandonò allora le vesti della figlia per assumere quella di capo di Stato, con una lettera che per il suo tono eccezionalmente duro e autorevole desta stupore: scrisse al padre che si sarebbe aspettata, in una simile situazione, ch'egli in persona giungesse in loro difesa, e che non si capacita di come non abbia voluto mandare neppure duecento uomini d'arme, preoccupandola ciò che si sarebbe detto in Italia quando si fosse saputo di questo rifiuto; perciò lo invita a rimediare a questa mancanza per non lasciare in lei e nel marito del malanimo nei suoi confronti, tanto più che, se fosse lui ad essere attaccato, duecento uomini d'arme non gli basterebbero a difendere Ferrara senza ausilio esterno.[5] Qui la confidenziale prima persona singolare lascia addirittura il posto al pluralis maiestatis:[81]

«[...] Questa resposta, como è stata aliena da la expectatione [aspettativa] del predicto Signore nostro consorte et del credere nostro, cusì ha portato incredibile admiratione [meraviglia] e dispiacere alla Signoria Sua e a noi, parendo che la Excellentia Vostra dovesse havere facto omne [ogni] altra resolutione che questa, essendoli in consideratione la qualità de li tempi, el bisogno quale occurre alla Signoria Sua, la quale se persuadea non solo essere servita da lei voluntera de queste gente d'arme sue, ma presupponea che lei propria fusse venuta in persona, quando l'avesse ricercata, movendone anche lo iudicio quale se farà in Italia de questa resposta [...] Né credemo che la Signoria Vostra deve estimare che li 200 homini d'arme soi gli siano necessarii per conservatione del Stato, però che, a turbatione [aggressione] quale gli volesse essere facta da potentato grosso, non sariano sufficienti senza altro presidio, né per cosa privata gli sono necessarii. [...] a nui è rincresciuto che la gli habii negato li homini d'arme soi, et haveressimo desiderato che gli havesse pensato meglio. E cusì la pregamo a volergli satisfare per honore et beneficio commune, come ne confidiamo che la se resolverà de fare per non lassare del animo et amore Suo verso el predicto Signore nostro consorte et a noi altro iudicio ch'a quello che 'l debito e la rasone de la coniunctione del sangue vorria.»

(Lettera di Beatrice d'Este a Ercole I d'Este, 4 giugno 1495.)

Forse anche in conseguenza di ciò, dopo Novara il suo atteggiamento si fece più spiccatamente filoveneziano. Stando alla testimonianza del Sanudo, fu Beatrice a sollecitare la venuta in Italia dell'imperatore Massimiliano nel 1496,[90] affinché prendesse parte all'impresa di Pisa contro i fiorentini, alleati dei francesi.[140] Dalla sua morte furono infatti molto turbati i faentini, giudicando che Astorre Manfredi avrebbe perso il favore di Milano:[141] Faenza, filoveneziana, era nemica di Forlì, filofiorentina, di cui era signora Caterina Sforza, nipote di Ludovico. Beatrice doveva aver persuaso il marito a estendere la sua protezione a Faenza e si temette, con la sua morte, un rivolgimento di alleanze, quale poi in effetti accadde con la guerra di Pisa del 1498, quando Ludovico abbandonò l'alleata Venezia per Firenze, mossa che segnò poi la sua rovina. Se ne rallegrò invece Malipiero, dicendo: "e con questa morte cesserà tanta intelligentia che genero e suocero haveva insieme".[142]

Incisione di Agostino Carracci raffigurante Beatrice, da Cremona fedelissima città etc, Antonio Campi, XVI secolo

In Beatrice del resto Ludovico aveva riposto tutte le proprie speranze per la successione e per il mantenimento dello stato durante la minorità dei figli, poiché era sempre stato convinto che sarebbe morto prima di lei.[143]

«E di vero la morte di Beatrice, la superba ed intelligente ferrarese, fu una grave sciagura per Ludovico il Moro. Essa era l'anima d'ogni sua impresa, era la vera regina del suo cuore e della sua corte [...]. Se il duca di Bari [...] riuscì a rappresentare sul teatro d'Europa una scena d'assai superiore, come fu osservato, alla condizione sua, lo si deve in gran parte a questa donna, vana femminilmente, se si vuole, e crudele, specie con la duchessa Isabella, ma di carattere risoluto e tenace, d'ingegno pronto, d'animo aperto a tutte le seduzioni del lusso e a tutte le attrattive dell'arte. Quando essa [...] venne meno [...] fu come una grande bufera che venne a sconvolgere l'animo di Ludovico. Né da essa ei si rimise più mai; quella morte fu il principio delle sue sciagure. Tetri presentimenti gli traversavano la mente; parevagli d'essere rimasto solo in un gran mare in tempesta e inclinava, pauroso, all'ascetismo. [...] il fantasma della sua bella e povera morta gli stava sempre dinanzi allo spirito.»

(Rodolfo Renier, Gaspare Visconti[144])

Nelle fonti[modifica | modifica wikitesto]

Gli autori antichi[modifica | modifica wikitesto]

Furono gli storici coevi d'altronde a riconoscerne l'importanza: oltre al Sanudo, il quale scrive di lei che, sebbene incinta, dovunque andasse il marito «per tutto lo seguitava»,[145] «né mai dal ducha si parte»,[146] anche il Guicciardini annota che Beatrice era «assiduamente compagna» al marito «non manco alle cose gravi che alle dilettevoli».[147] Ma se il Sanudo si limita a mostrarcela sul campo di battaglia mentre supervisiona le truppe,[11] Alessandro Salvago attribuisce chiaramente a lei il merito di aver salvato lo Stato dall'Orléans.[79] Persino un illustre e potente personaggio come l'imperatore Massimiliano I ebbe a definirla principatus socia del marito, ossia come colei che col Moro condividesse il governo.[5] Paolo Giovio ne dipinge invece un quadro interamente negativo, sebbene sia l'unico a parlarne in questi termini:

«Beatrice [...] donna di superba et grandissima pompa, le più volte soleva molto più arrogantemente, che a donna non conveniva, intromettersi ne' maneggi delle cose importanti, dispensare gli uffici et comandare ancora a' giudici delle cose criminali et civili, tal che Lodovico, il quale fino allora concio dalle lusinghe di lei, era tenuto molto amorevole della moglie, era talora costretto a compiacere al desiderio della importuna donna»

(Paolo Giovio, in Dell'historie del suo tempo[148])

Tutto all'opposto il suo segretario, Vincenzo Calmeta, ne giudica il comportamento degno di lode, non di rimprovero, quando di lei scrive:

«Fu donna de littere, musica, sòno e d'ogni altro exercizio virtuoso amantissima, e ne le cose de lo stato, sopra el sexo e l'età, de toleranzia virile. Expediva le occurrenzie con tal destreza e unità, e non manco se partiva satisfacto chi da sua Signoria non obteneva el beneficio, che quello che el conseguiva. Adiungevase a questo una liberalità con sé, unde ben se po' veramente dire Lei a' suoi tempi essere stata unico receptaculo de ogni virtuoso spirito, per mezo del quale ogni laudabile virtù se comenzava a mettere in uso»

(Vincenzo Calmeta, in Triumphi[149])
Ritratto di signora in rosso, Bernardino Zaganelli.

Non diversamente Baldassarre Castiglione la ricordò, molti anni dopo, con poche ma significative parole nel suo Cortegiano: «pesami ancora che tutti non abbiate conosciuta la duchessa Beatrice di Milano [...] , per non aver mai più a maravigliarvi di ingegno di donna».[150]

Ludovico Ariosto si spinse anche oltre, unificando le sorti di Beatrice a quelle del marito e dell'Italia intera, che con lei saranno trionfanti e, senza di lei, prigionieri.[3] Ciò è espresso in due diversi canti: oltre alle già citate ottave 91-92 del canto 42, altrettanto le seguenti:[151]

«E Moro e Sforza e Viscontei colubri,
lei viva, formidabili saranno
da l’iperboree nievi ai lidi rubri,
da l’Indo ai monti ch’al tuo mar via danno:
lei morta, andran col regno degl’Insubri,
e con grave di tutta Italia danno,
in servitute; e fia stimata, senza
costei, ventura la somma prudenza.»

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto 13, ottava 63.)

Bernardino Corio sostiene addirittura che già all'età di quattordici anni, nel 1489, Beatrice insieme al padre Ercole avesse esortato Ludovico a ridurre interamente nelle proprie mani il governo della città, sebbene la sua reale influenza in quel periodo sia difficilmente dimostrabile.[A 7] Nondimeno già all'età di due anni si dimostrò tale da indurre il conte Diomede Carafa a scrivere al padre di lei: «de essa pronostico che sarrà una donna de gran animo e da comandare».[17][13]

Busti delle duchesse di Milano nel Portale della stanza del lavabo, Certosa di Pavia, fine XV secolo. L'effigie di Beatrice è la seconda al centro sulla sinistra, speculare a quella della suocera Bianca Maria Visconti, mentre sul lato destro si trovano quelle di Isabella d'Aragona e Bona di Savoia

Gli autori moderni[modifica | modifica wikitesto]

Ancora nel secolo XVIII e XIX se ne trovano sporadiche menzioni in opere di autori talvolta poco noti: il Muratori la dice «principessa per bellezza, e per ingegno elevato, degna di maggior vita»;[152] Luzio e Renier la definirono «l'anima di tutte le imprese e i diletti del marito»;[A 8] Francesco Antonio Bianchini la chiama «donna d'alto sentire e di animo virile»,[153] Anton Domenico Rossi «d'animo più che virile»;[154] Goffredo Casalis «donna di vivacissimi spiriti e di senno ben raro»;[155] Samuele Romanin «principessa di grande ingegno e perspicacia, e benché giovane, delle cose di stato intendentissima»,[156] e altrove: «versata nelle cose di stato, più che non soglion le donne [...] dominava il marito irresistibilmente, eragli consigliera ed eccitatrice, e fu veduta più tardi sul campo di Novara rialzarne l'abbattuto coraggio».[157]

Jean de Préchac aggiunge che ella «aveva un grande ascendente sulla volontà di Lodovico: era l'unica confidente e la reggitrice dei suoi pensieri. L'immatura di lei morte [...] sparse d'amarezze i giorni di Lodovico; egli non ebbe di poi che disastri e rovine»;[158] William Roscoe la dice «complice dei suoi delitti, e della quale egli seguiva sempre i consigli».[159] Raffaele Altavilla scrive che Ludovico «solea attingere ogni vigoria d'animo dai provvidi e forti consigli della sua sposa»,[101] e Pier Ambrogio Curti che «al nostro duca venne a mancare il consiglio più efficace, l'anima delle sue imprese, colla morte della invitta Beatrice d'Este, che lui a sua voglia dominava, ed alla quale ostentava pubblicamente uno straordinario affetto, e da quell'ora non gli arrise più infatti sì propizia fortuna».[160] Da tante lodi discorda invece Antonio Locatelli, dicendo che ella «aveva di donna solo la malvagità».[161]

Legame coniugale[modifica | modifica wikitesto]

L'amore[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico era sinceramente innamorato della moglie, sebbene abbia continuato ad avere amanti anche dopo il matrimonio, come d'altronde la maggior parte dei signori dell'epoca.[A 9] In una lettera scrive di lei: «essa mi è più cara che il lume del sole».[68] L'affiatamento della coppia viene confermato dai cortigiani, che lo vedevano rivolgere continuamente carezze e baci alla consorte: «Il S.r Ludovico non leva quasi mai li occhi da dosso a la Duchessa de Bari» scriveva nell'agosto 1492 Tebaldo Tebaldi;[162] e già poco tempo dopo le nozze Galeazzo Visconti dichiarava: «è uno tanto amore fra loro duy che non credo che doe persone più se posano amare».[163]

Ludovico e Beatrice nel Canzoniere Queriniano del Grifo.

Il medico ferrarese Ludovico Carri, venuto nell'ottobre 1492 a curare Beatrice gravemente ammalata, scriveva al duca Ercole che "El Signore Ludovico la acarezza per modo che l'è uno stupore, basandola spesso, dimandandola [chiamandola] perlina mia, vita mia, per modo che me move et intenerisse me a lacrimare". E poi: "la acareza per modo che pare anche acarezare fina el fanzulino che l'ha nel corpo". Colpito dalla ricchezza e dalla quantità dei gioielli, dei cavalli e dei fornimenti che quotidianamente Ludovico le regalava, il medico concludeva: "In summa, considerando ogni cossa cum lo amore smesurato del marito, non credo che se ritrovi al mundo una altra dona meglio maritata de epsa".[164]

D'altro canto nota Malaguzzi Valeri che se è vero che dell'amore dimostrato da Ludovico non bisogna nutrire alcun dubbio, rimane incerto quanto veramente la moglie lo ricambiasse. Tuttavia ella gli si mostrava piacevole e allegra, coinvolgendolo nei propri divertimenti; inoltre certe gelosie mostrate basterebbero a provare il suo desiderio di averlo tutto per sé.[110] Lo stesso Carri la vedeva reagire alle attenzioni del marito "subridendo [sorridendo] cum lui e dulcemente parlando e risguardandolo", in modo che gli pareva un misto fra Venere e Diana.[164]

Indubbiamente, se pure agli inizi si mostrò restia, il marito riuscì in breve a conquistarla con la propria generosità, affabilità e liberalità, tant'è che già pochi mesi dopo le nozze Beatrice scriveva una serie di lettere al padre, tutte per ringraziarlo ch'egli si fosse degnato di «collocarme apresso questo illustrissimo signore mio consorte», il quale «non me lassa in desiderio de alcuna cosa la quale me possa portare honore o piacere»; e ancora aggiunge: «del tuto son obligata ala signoria vostra, perché lei è chausa de quanto bene ò».[37] Quella che traspare dalla corrispondenza di quel periodo è dunque una giovanissima Beatrice abbagliata dalla ricchezza e dall'importanza del marito, ch'era allora uno degli uomini più potenti della Penisola, dotato di considerevole fascino e che non mostrava ancora le debolezze e le contraddizioni degli ultimi anni.[37] Al di là dei reali sentimenti, i due seppero costruire l'immagine di coppia affiatata e unita da un amore che va ben oltre la morte, aspetto che colpì tutti i contemporanei.[133]

Dal giorno delle nozze adottarono come impresa di coppia il Caduceo col motto ut iungor (che io sia unito).[165]

L'epistolario conserva momenti di grande tenerezza, come una lettera scritta alla suocera pochi mesi dopo la nascita del primogenito Ercole Massimiliano, in cui Ludovico le racconta del benestare del neonato e di come "la mia consorte et io così nudino nudino se lo facemo portare qualche volta et lo tenemo in mezo a noi doi".[166] Colpisce la premura di soddisfare la moglie in ogni suo capriccio e la preoccupazione, palesata ai suoceri, di non farle scoprire le volte in cui le mentiva, nel timore che "non me ne voria bene", nonché la massima delicatezza nel parteciparla di avvenimenti luttuosi: nel 1493 si scusava col suocero del ritardo dei lutti a Milano, in quanto attendeva un momento migliore per comunicare a Beatrice la morte della madre, e di non avergli scritto di propria mano "perché dubitava non sopragiongesse la mia Ill.ma consorte" proprio mentre stava scrivendo la lettera.[166]

La fedeltà[modifica | modifica wikitesto]

Diversamente dalle proprie parenti e dalla sorella Isabella, con la quale Ludovico stesso affermò d'aver intrattenuto una relazione,[167] su Beatrice non ricadde mai neppure il minimo sospetto di adulterio. Ella mantenne sempre fama d'integerrima onestà, e ciò a dispetto delle libertà nel vestire e nel rapportarsi cogli uomini: colpiscono i corteggiamenti di stampo cavalleresco intrattenuti coi francesi e con l'imperatore, dove infatti l'assolvimento dell'atto sessuale era delegato ad apposite cortigiane.[57] Proprio perché se ne fidava ciecamente, Ludovico le concedeva una enorme libertà, e l'unico accenno di sue gelosie è riferibile al barone di Beauvau.[61]

Probabile ritratto di Galeazzo Sanseverino, statua nella collezione del Grande Museo del Duomo di Milano

Solo Achille Dina, storico ottocentesco, insinua - ma senza alcuna prova - di una tresca tra lei e Galeazzo Sanseverino, sostenendo che a "qualche intimo rimorso" fosse dovuto il profondo dolore di Beatrice per la morte della figliastra: "forse la sua condotta verso Isabella? o qualche cosa nei suoi rapporti col marito di Bianca, l'affascinante Galeazzo Sanseverino, la cui intrinsechezza e continua comunanza di piaceri con lei non può non colpire?"[168] Se è vero che i due si trovano spesso accoppiati in giochi, cacce e faccende di maggior serietà, è però altrettanto vero che niente sarebbe stato possibile senza il consenso e l'incoraggiamento dello stesso Ludovico, del resto quasi sempre compartecipe dei loro divertimenti. Una presenza altrettanto costante fu, nella vita della donna, Galeazzo Visconti, assegnatole dal marito come una sorta di cavalier servente, e la quasi omonimia fra i due uomini portò alcuni storici (fra cui lo stesso Dina sulla scorta della Cartwright) a credere che Beatrice stesse in compagnia sempre e soltanto del Sanseverino, mentre il suo corteggio era assai vario. Al di là dell'indubbia amicizia che li legò e del disperato dolore palesato da Galeazzo al funerale di lei (spiegato, tra l'altro, come frutto del semplice affetto),[169] Beatrice si mostrò sempre donna pudica e fedele al marito: nessuno dei contemporanei insinuò mai nulla a proposito di un suo possibile adulterio e niente lascerebbe pensare a una sua relazione con Galeazzo o con chiunque altro.[110] Quest'ultimo fu, anzi, additato dai contemporanei quale amante del duca, non della duchessa,[170] sebbene il Sanudo ci assicuri che era anche appassionato di donne.[171]

Ella era viceversa a conoscenza delle relazioni extraconiugali del marito, ma non vi dava peso poiché sapeva trattarsi di distrazioni passeggere.[172] L'equilibro si ruppe drasticamente con la comparsa nel novero delle amanti di Lucrezia Crivelli, in quanto Beatrice dovette accorgersi che stavolta Ludovico si era seriamente innamorato e che aveva cominciato a dedicare alla nuova amante tutte le cure e le attenzioni che un tempo dedicava a lei.[93] Scrive infatti a proposito di Ludovico l'Anonimo Ferrarese: «tuto il suo piacere era cum una sua fante, che era donzella de la moie [...] cum la quale el non dormiva già boni mesi, siché era mal voluto».[173] Il Muralto precisa che Beatrice "era onorata con grandissima cura da Ludovico, benché egli accogliesse come concubina Lucrezia dalla famiglia dei Crivelli; a causa della quale, per quanto la cosa rodesse le viscere della consorte, l'amore tuttavia da lei non si allontanava".[A 4]

Capofila della moda[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

«Aris confeci vestes varia arte Beatrix quas auro intextas Daedala pinxit acus.»

(IT)

«Io, Beatrice, confezionai i drappi per gli altari con arte versatile, i quali intessuti con l'oro ricamò l'ago industrioso.»

(Iscrizione in Santa Maria delle Grazie.[174])

La Novarum vestitum inventrix[modifica | modifica wikitesto]

Beatrice è oggi conosciuta soprattutto per il suo genio inventivo nella creazione di nuovi abiti, che furono una delle sue più grandi passioni.[175] Finché visse non ebbe rivali in alcuna corte, dettò la moda in molte città dell'epoca e fu seguendo il suo esempio che numerose nobildonne italiane adottarono l'acconciatura del coazzone, la quale entrò molto in voga.[176]

Beatrice e il figlio nella Pala Sforzesca. Si noti la raffinatissima gorgierina stretta al collo.

Il Muralto la ricorda come «inventrice di nuovi vestiti»,[A 4] ruolo di cui ella stessa mostra piena consapevolezza quando, in una lettera alla sorella, si scusa di avere "poca fantasia de far inventione nove" in quel periodo, a causa del dolore per la perdita della madre.[25][177] Il medico Ludovico Carri lodava col duca di Ferrara la perizia di Beatrice che, pure da ammalata, "ordina recami, corrigendo li disegni per modo che li maestri propri se ne meravigliano".[164]

Nel 1493, "con un moto di femminile vanità", scriveva da Venezia al marito: "non tacerò già anche a la Excellentia Vostra che passando io [...] per questo frequente populo [...] ognuno firmava la vista verso le gioye quale io haveva sopra l'ornamento de testa et la veste del porto et in spetie sopra la puncta del dyamante quale haveva nel pecto, cum dire l'uno verso l'altro: «E x'è la mugliere del Signor Ludovico, guarda che belli ballassi et puncta de dyamante ha!»"[123]

Il suo gusto nel vestire colpì particolarmente i cortigiani francesi al seguito di Carlo VIII, che si spesero in ampie descrizioni; di queste è interessante il dettaglio delle scollature ardite - "et avoit la gorge toute nue" ["e aveva il petto tutto nudo"][A 10] - certo piuttosto infrequenti per l'epoca.[A 5] Il poeta André de la Vigne, nella sua opera in versi Le Vergier d'honneur, così ne ricorda l'eccessivo lusso ostentato:[178]

(FR)

«Avecques luy fist venir sa partie
qui de Ferrare fille du duc estoit:
de fin drap d'or en tout ou en partie
de jour en jour voulentiers se vestoit:
Chaines, colliers, affiquetz, pierrerie,
ainsi qu'on dit en ung commun proverbe,
tant en avoit que c'estoit diablerie.
Brief mieulx valoit le lyen que le gerbe.
Autour du col bagues, joyaulx, carcans,
et pour son chief de richesse estoffer,
bordures d'or, devises et brocans:
ung songe estoit de la voir triumpher.»

(IT)

«Con lui fece venire la sua consorte,
colei che era figlia del duca di Ferrara:
di fine drappo d'oro in tutto o in parte,
di giorno in giorno volentieri si vestiva:
catene, collane, spille, pietre preziose;
così come dice un comune proverbio,
tante ne aveva ch'era una diavoleria.
In breve vale di più la catena che la ghirlanda.[A 11]
Attorno al collo anelli, gioielli, collari,
e attorno al capo di ricchezze abbellito,
bordure d'oro, motti e broccati:
un sogno era vederla trionfare.»

(André de la Vigne, Le Vergier d'honneur)

Stile[modifica | modifica wikitesto]

Beatrice nel Messale Arcimboldi. La fanciulla bionda sulla destra è forse la figliastra Bianca Giovanna.

Per tutta la vita mantenne, innovandola, la moda iberico-napoletana assunta durante l'infanzia: camore con maniche strette e scollature particolarmente profonde, di forma quadrata, accompagnate da una sbernia asimmetrica su una sola spalla; pianelle; diverse varietà di coazzone con lenza e scuffia di stoffa o di sole perle, cui verso il 1496 abbinò una frangetta di riccioli simile a quella veneziana. È nota una grande varietà di motivi da lei adoperati, fra i quale pare prediligesse i tessuti a righe verticali o decorati con le imprese sforzesche ed estensi.[179] A lei si fa risalire l'invenzione della nota fantasia "del passo cum li vincij", ideata per lei da Niccolò da Correggio sul modello dei nodi vinciani di Leonardo da Vinci.[180]

Altra moda da lei lanciata pare essere stata l'uso del manicotto di zibetto o anche l'idea di mettere in risalto la vita stringendovi attorno un cordone di grosse perle ch'ella definiva alla San Francesco.[181] Le perle del resto furono il suo più grande vezzo e fin dall'infanzia ne fece uso costante, sia in forma di collana, sia nelle acconciature, sia come decorazione degli abiti.[179] Nel XV i cappelli erano ancora rari nel guardaroba femminile, ma anche di questi fece gran uso: cappelli ingioiellati di seta nera e cremisi, adornati con penne o pennacchi di gazza, di airone, coi quali "la pareva una regina";[182] addirittura un "bonetto" che, come del resto la sottile gorgierina stretta attorno alla gola, prennuncia la moda del secolo successivo.[183]

Mecenatismo[modifica | modifica wikitesto]

Ciò che rimane del ritratto di Beatrice realizzato da Leonardo da Vinci nel refettorio delle Grazie sulla Crocifissione di Donato Montorfano.

 

Ciò che rimane del ritratto di Beatrice realizzato da Leonardo da Vinci nel refettorio delle Grazie sulla Crocifissione di Donato Montorfano.

 

Ciò che rimane del ritratto di Beatrice realizzato da Leonardo da Vinci nel refettorio delle Grazie sulla Crocifissione di Donato Montorfano.
Ciò che rimane del ritratto di Beatrice realizzato da Leonardo da Vinci nel refettorio delle Grazie sulla Crocifissione di Donato Montorfano.

Beatrice si interessò soprattutto di poesia e riunì attorno a sé un eccelso circolo di poeti in lingua volgare, di cui facevano parte, fra gli altri, Vincenzo Calmeta, Gaspare Visconti, Niccolò da Correggio, Antonio Fileremo Fregoso, Antonio Cammelli, Benedetto da Cingoli, Serafino Aquilano e, brevemente, Bernardo Bellincioni.[8][184] Il Calmeta, in particolare, ne fece la musa fondante della propria poetica e la elevò al rango di donna angelica nei Triumphi,[9] mentre il Visconti le dedicò un canzoniere.[137]

Ebbe un ruolo determinante nell'affermarsi della letteratura volgare a Milano. Se infatti il marito incentivava più che altro opere storiografiche, fu solo con Beatrice che la poesia e il teatro presero il sopravvento.[185] Secondo alcuni ciò è segno del fatto che non padroneggiasse il latino, sebbene avesse avuto per precettore l'umanista Battista Guarino,[186] ma non vi fu comunque del tutto estranea, poiché intrattenne una corrispondenza latina con Cassandra Fedele, compiacendosi che ella avesse "grandemente nobilitato il sesso femminile del nostro tempo grazie alla conoscenza delle lettere".[112]

Splendida fautrice della rinascita del teatro milanese, a lei Galeotto del Carretto dedicò una Comedia de Beatrice.[187] Nei suoi viaggi era sempre accompagnata da musici e cantori, dei quali era prediletto il fiammingo Giovanni Cordier, e fu ella stessa cantante nonché suonatrice di viola, liuto e clavicordo.[8]

Apprezzava altrettanto i poemi cavallereschi provenzali e il ciclo carolingio, che in quegli anni il Matteo Maria Boiardo manteneva vivo. Amava in particolar modo ascoltare il commento della Divina Commedia tenuto per lei da Antonio Grifo, passione condivisa anche dal marito che spesso si fermava ad ascoltarne le letture.[8]

«Haveva per soa dilettissima consorte il Duca Ludovico Beatrice da Esti [...] la quale, advengaché fusse su el fiore de la adolescentia soa, era di tanto perspicace ingegno, affabilità, gratia, liberalità e generosità decorata, che a qual se voglia memorabile Donna antica si poteva equiperare, non havendo mai el pensiero in altro che in cose laudabili dispensare el tempo. Era la corte soa de homini in qual se voglia Virtù et exercitio copiosa e sopratutto de Musici e Poeti da li quali oltra le altre compositioni mai non passava mese che da loro o Egloga o Comedia o tragedia o altro novo spettaculo e representatione non se aspettasse. [...] Né bastava alla Duchessa Beatrice solamente li virtuosi di soa Corte premiare et exaltare, ma da quale se voglia parte de Italia, donde poteva havere compositioni di qualche elegante Poeta, quella como cosa divina e sacra in li suoi secretissimi penetrali reponeva, laudando e premiando ogniuno secondo era il grado e merito di soa Virtude, in modo che la vulgare Poesia et arte oratoria, dal Petrarcha e Boccaccio in qua quasi adulterata, prima da Laurentio Medice e suoi coetanei poi mediante la emulatione di questa et altre singularissime Donne di nostra etade, su la pristina dignitade essere ritornata se conprhende.»

(Vincenzo Calmeta, Vita di Serafino Aquilano.[188])
Bassorilievo forse raffigurante Beatrice. Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco, inv. 1236.

Sfruttò la sua posizione di signora di una delle corti più splendide d'Italia per circondarsi di artisti d'eccezione.[111] Alla sua morte, scrisse il Calmeta, «ogni cosa andò in ruina e precipizio, e di lieto paradiso in tenebroso inferno la corte se converse, onde ciascun virtuoso a prender altro cammino fu astretto».[9] Iniziava così la lenta diaspora dei poeti, artisti e letterati milanesi, costretti, specialmente dopo la definitiva caduta del Moro, a cercar fortuna altrove.[9]

«Bella, accorta, moglie di un principe di tanta splendidezza, larga di protezione a coloro che a lei per impieghi o per grazia avevano ricorso, s'attirò attorno una fioritissima corte di cui ella si mostrava l'anima, la delizia. Il trionfo di lei segnò la sconfitta d'Isabella.»

(Ignazio Cantù, Beatrice o La corte di Lodovico il Moro.)

Lasciò un epistolario di almeno quattrocento lettere sopravvissute, che per abitudine scriveva quasi sempre di propria mano e non per mezzo di segretari, com'era uso all'epoca. Molte andarono perse o distrutte, specie relativamente al 1496, forse in conseguenza dell'elevato contenuto politico,[81] ma alcune appaiono notevoli per le squisite descrizioni o per il tono burlesco e irriverente.[31]

Ritratti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Iconografia di Beatrice d'Este.

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Influenza culturale di Beatrice d'Este.

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico e Beatrice ebbero tre figli:[46]

  • Ercole Massimiliano (1493-1530), conte di Pavia e duca di Milano;
  • Sforza Francesco (1495-1535), duca di Bari, principe di Rossano e conte di Borrello, poi conte di Pavia e duca di Milano;
  • il terzogenito (1497), anch'esso maschio, nacque morto e, non essendo stato battezzato, non poté essere riposto con la madre nel sepolcro. Ludovico, affranto, lo fece pertanto tumulare sopra la porta del chiostro di Santa Maria delle Grazie con questo epitaffio latino: «O parto infelice! Perdetti la vita prima d'essere venuto alla luce: più infelice, poiché morendo tolsi la vita alla madre e il padre privai della sua consorte. In tanto avverso fato, questo solo mi può esser di conforto, che divi genitori, Ludovico e Beatrice duchi di Milano, mi generarono. 1497, 2 gennaio».[A 12]

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Alberto V d'Este Obizzo III d'Este  
 
Lippa Ariosti  
Niccolò III d'Este  
Isotta Albaresani Alberto Albaresani  
 
?  
Ercole I d'Este  
Tommaso III di Saluzzo Federico II di Saluzzo  
 
Beatrice di Ginevra  
Ricciarda di Saluzzo  
Margherita di Pierrepont Ugo II di Pierrepont  
 
Bianca di Coucy  
Beatrice d'Este  
Alfonso V d'Aragona Ferdinando I d'Aragona  
 
Eleonora d'Alburquerque  
Ferdinando I d'Aragona  
Gueraldona Carlino Enrico Carlino  
 
Isabella ?  
Eleonora d'Aragona  
Tristano di Chiaromonte Deodato II di Chiaromonte  
 
Isabella di Roquefeuil  
Isabella di Chiaromonte  
Caterina Orsini del Balzo Raimondo Orsini del Balzo  
 
Maria d'Enghien  
 

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni
  1. ^ Vale a dire: "quel che tu facesti a me, io faccio a te". Motto tanto vendicativo quanto riconoscente.

    «Negli arredi sacri già esistenti nella Chiesa di S. M. delle Grazie in Milano erano due paramenti di garza d'oro ne' quali il duca (Lodovico Maria) e la moglie sua (Beatrice Estense) scherzarono. Mentre cioè Lodovico faceva tessere nel Drappo alcune serrature con chiave, la moglie pose nel suo paramento un crivello scosso a due mani col motto: Ti a mi e mi a ti

    ( Carlo Dossi, 1999, p. 1095.)
  2. ^ Giordano, pp. 30-31; «Si capisce che il nonno Ferdinando, di sentimenti affettuosi verso i suoi più di quanto non lasci supporre l'indole sua, quale ci è dipinta dagli storici, non aveva voluto separarsi dalla nipotina [...]» (Zambotti, p. 167).
  3. ^ "Nihil enim nobis hoc tempore gravius aut molestius accidere poterat, quam affine inter caeteras principes nobis gratissima, post initam uberiorem virtutum illius consuetudinem, tam repente privari, te vero qui a nobis apprime diligeris, non modo dulci coniuge, sed principatus tui socia, et curarum et occupationum tuarum levamine destitui. [...] Felicissimae coniugi tuae nullam vel fortunae vel corporis vel animi bonum desiderari a quocumque potuit; nullus decor, nulla dignitas addi" (Sanudo, Diarii, pp. 489-490; Cartwright, p. 280).
  4. ^ a b c «quae erat in iuvenili aetate, formosa ac nigri colorix, novarum vestium inventrix, diu noctuque stans in choreis ac deliciis: summopere a Ludovico colebatur licet Lucretiam ex Cribellorum familia in concubinam recepisset; qua res quamquam viscera coniugis commovisset, amor tamen ab ea non discedebat.» (Muralto, p. 54)
  5. ^ a b c "[...] et estoit sur ce coursier en façon qu' elle estoit toute droite, ny plus ny moins que seroit un homme [...] et avoit la gorge toute nue, et à l'entour tout plein de perles bien fort grosses, avec un rubi [...] et vous assoure, Madame, qu'elle dansoit bien à la mode de France, veu qu'elle disoit quelle n'y avoit jamais dansé." (Luzio e Renier, pp. 99-100).
  6. ^ "deliciis et choreis dedicata, stando per unam noctem continue in ipsis choreis" (Muralto, p. XXVI).
  7. ^ a b Il passo è del resto alquanto vago: «Lodovico Sforza già indotto da Hercole Estense et della moglie, tutto cominciò ad aspirare all'intiero governo dello stato» (Corio, p. 1028); (Verri, p. 80).
  8. ^ «Tutti sentono che questa lettera non è una delle solite partecipazioni mortuarie a frasi fatte. Da ogni linea traspira un cordoglio profondo ed intenso. E infatti fu questo il più forte dolore che il Moro avesse a soffrire, perché Beatrice fu forse l'unica persona al mondo che egli amò con passione viva, disinteressata e tenace. Quella donna rapita ai vivi mentre era ancora così giovane, mentre era l'anima di tutte le imprese e i diletti del marito, madre da pochi anni di due fanciullini adorati, colpì il cuore di tutti.» (Luzio e Renier, p. 87).
  9. ^ «Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli soddisfacevano a Lodovico le aspirazioni del cuore e dei sensi, Beatrice era sprone alla sua ambizione. Egli lo sentiva. Quindi la morte della Duchessa fu certo causa in lui di profondo e sincero pianto. Tale infausto avvenimento segnò per il Moro il principio di una serie di sventure che sembrarono realizzare i tristi presentimenti di lui e che lo accasciarono, come non avrebbe certamente fatto se esso avesse avuto a fianco la nobile e fiera Consorte.» (Uzielli, p. 36).
  10. ^ Dove "gorge" è da intendere nella sua accezione di "parte del torace femminile dal collo al seno, a seconda della profondità della scollatura, più o meno visibile, o i seni stessi di una donna". ( GORGE, su deaf-server.adw.uni-heidelberg.de.)
  11. ^ Antico proverbio francese intraducibile in italiano. ( « gerbe », définition dans le dictionnaire Littré, su littre.org.)
  12. ^ «Infelix partus, amisi ante vitam quam in lucem ederer: infoelicior quod matri moriens vitam ademi et parentem consorte suo orbavi. In tam adverso fato hoc solum mihi potest iucundum esse, quod divi parentes me Lodovicus et Beatrix Mediolanenses duces genuere, MCCCCXCVII, tertio nonas januarii». (Corio, p. 1102).
Riferimenti
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  4. ^ "collaboratrice di governo"
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Eleonora d'Aragona 14801497 Isabella d'Aragona
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