Beatrice d'Este

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Beatrice d'Este
Beatriced'Este.jpg
Leonardo da Vinci, Ritratto di Beatrice d'Este, n. 209, Galleria degli Uffizi, Firenze[1][2]
Duchessa consorte di Milano
Stemma
In carica 22 ottobre 1494 – 2 gennaio 1497
Predecessore Isabella d'Aragona
Successore Anna di Bretagna
Duchessa consorte di Bari
In carica 30 aprile 1480 – 2 gennaio 1497
Predecessore Eleonora d'Aragona
Successore Isabella d'Aragona
Trattamento Duchessa
Nascita Ferrara, 29 giugno 1475
Morte Milano, 2 gennaio 1497
Luogo di sepoltura Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano
Dinastia Este
Padre Ercole I d'Este
Madre Eleonora d'Aragona
Consorte Ludovico Sforza
Figli Ercole Massimiliano
Francesco
Religione Cattolicesimo
Firma Firma di Beatrice d'Este.png

Beatrice d'Este (Ferrara, 29 giugno 1475Milano, 2 gennaio 1497) è stata una nobile italiana, duchessa consorte di Bari e Milano.

Fu una delle personalità più importanti del suo tempo e, nonostante la breve vita, trasse le fila della politica italiana. Fu donna di cultura, importante mecenate e capofila della moda: al fianco dell'illustre consorte, rese Milano una delle massime capitali del Rinascimento europeo.[3][4] Con la propria determinazione e l'indole bellicosa, fu l'anima della resistenza milanese contro il nemico francese durante la prima delle Guerre d'Italia.[5][6]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita[modifica | modifica wikitesto]

Nacque il 29 giugno 1475 nel Palazzo Ducale di Ferrara, secondogenita di Ercole I d'Este e di Eleonora d'Aragona. Fu così chiamata in onore della zia materna Beatrice d'Aragona e di quella paterna Beatrice d'Este.[7] Il duca di Ferrara desiderava ardentemente un erede maschio, pertanto la sua nascita fu accolta come una disgrazia.[8]

Ercole I d'Este ed Eleonora d'Aragona, genitori di Beatrice, in un medaglione opera di Sperandio del 1473 circa

Periodo napoletano (1477-1485)[modifica | modifica wikitesto]

Due anni dopo Beatrice venne portata alla corte aragonese con la madre e la sorella in occasione del secondo matrimonio di re Ferrante con Giovanna d'Aragona. Il corteo, scortato da Niccolò da Correggio, giunse a Pisa e da qui si imbarcò su una galea, attraccando a Napoli il 1º giugno 1477.[7] Il 19 settembre Eleonora diede alla luce Ferrante e quando, meno di un mese dopo, dovette rientrare a Ferrara, decise di portare con sé soltanto la figlia maggiore Isabella, mentre re Ferrante la convinse a lasciare a Napoli sia il neonato sia Beatrice, della quale si era mostrato sin da subito innamoratissimo.[9]

Beatrice visse così nella città partenopea per otto anni, affidata alle cure della balia Serena e della colta e virtuosa zia Ippolita Maria Sforza, e crebbe fra la residenza ducale di Castel Capuano, dove abitava col fratello minore e coi suoi tre cugini, Ferrandino, Pietro e Isabella, e la residenza reale di Castel Nuovo, dove risiedevano il re e la regina di Napoli.[9] Ferrante la considerava una "medesma cosa"[10] con l'infanta Giovannella sua figlia, tanto che l'ambasciatore estense scriveva nel 1479 alla madre Eleonora che il padre le avrebbe pure restituito il figlio maschio, adesso che era più grandicello, ma non Beatrice, poiché «la maiestate sua vole maritarla e tenerla per sé».[9]

Busto di Ferrante d'Aragona re di Napoli, nonno di Beatrice

Fidanzamento con Ludovico il Moro[modifica | modifica wikitesto]

Le parentele di Beatrice con le principali casate italiane destarono interessi nei suoi confronti. Il duca di Bari Ludovico Sforza, soprannominato il Moro, il quale era anche reggente al ducato di Milano in nome del piccolo nipote Gian Galeazzo, nella primavera del 1480 avviò una trattativa con Ercole I d'Este per ottenere la mano della figlia primogenita Isabella. Questo non fu possibile poiché la bambina era già stata promessa in sposa a Francesco Gonzaga, figlio del marchese di Mantova.[11] Ciò nonostante Ercole non volle rinunciare alla parentela col Moro, che era all'epoca uno degli uomini più ricchi e influenti della penisola, perciò gli avanzò la proposta della secondogenita Beatrice che, col consenso di re Ferrante, venne subito accettata.[11] Gli sponsali avvennero poi a Napoli il 30 aprile del medesimo anno.[12] L'alleanza si rivelò molto utile al Ducato di Ferrara, costantemente minacciato dall'espansionismo veneziano.[13]

Periodo ferrarese (1485-1490)[modifica | modifica wikitesto]

Su espressa richiesta del fidanzato, che desiderava fosse educata in una corte più consona al suo ruolo, Beatrice nel 1485 rientrò a Ferrara, all'età di dieci anni, nonostante le vive proteste del nonno Ferrante che a malincuore accettò, dopo mesi di trattative, di separarsene.[A 1] Quest'ultimo infatti, subito dopo la partenza della nipote, scriveva amareggiato alla figlia Eleonora: «Dio sa quanto ne è rencresciuto, per lo singulare amore li portavamo per le virtù sue [...] che videndo epsa et havendola in casa ne pareva haverce vui».[9]

Ercole d'Este, padre di Beatrice, in una scultura di Sperandio Savelli

Nella città estense fu allieva, insieme alla sorella Isabella, del filosofo Battista Guarino, dal quale ricevette un'educazione vasta e approfondita diventando così una delle principesse più colte e raffinate del Rinascimento italiano.[3] Nel dicembre del 1485 Ercole inviò un ritratto di Beatrice eseguito da Cosmè Tura in regalo a Ludovico il Moro.[14]

Beatrice all'età di dieci anni nel ritratto di Cosmè Tura, 1485

Considerata l'importanza dello sposo, i genitori tentarono di anticipare le nozze al 1488, ma Ludovico fece intendere al suocero di essere troppo occupato negli affari di stato e che la sposa era ancora troppo giovane. Nel maggio del 1489 egli inviò a Ferrara Giacomo Trotti, ambasciatore estense presso la corte di Milano: si fissò la data del matrimonio per il febbraio dell'anno successivo e si dispose una dote di 40 000 ducati e gioielli per un valore di 2 000 ducati;[15] il duca di Bari avrebbe però contribuito a coprire parte delle spese necessarie per le celebrazioni. Da febbraio Ludovico rimandò però all'estate e, giunto giugno, rinviò ancora una volta per mezzo di Galeazzo Sanseverino, sconcertando i duchi di Ferrara che a questo punto dubitarono della sua reale volontà di sposare Beatrice.[15]

Il motivo di questo comportamento fu attribuito alla nota relazione che Ludovico intratteneva con la bella Cecilia Gallerani.[15] Per scusarsi dei continui rinvii, nell'agosto del 1490 inviò Francesco da Casate a Ferrara per offrire in dono alla promessa sposa «una bella collana cum perle grosse ligate in fiori d'oro et uno bello zoglielo da atachare a dicta collana, nel quale è uno bellissimo smiraldo de grande persona, et uno balasso[A 2] et una perla in forma de un pero».[16]

Beatrice a Milano (1491-1497)[modifica | modifica wikitesto]

Le nozze[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 dicembre 1490 Beatrice lasciò Ferrara a bordo di alcune carrette accompagnata dalla madre Eleonora d'Aragona, dallo zio Sigismondo I d'Este e da un corteo di nobili e damigelle, mentre il fratello minore Alfonso la precedette a bordo di slitte, dal momento che, a causa dell'inverno particolarmente rigido di quell'anno, il Po era a tratti ghiacciato.[17] Il 2 gennaio il corteo giunse a Brescello, dove si unì con quello di Isabella d'Este che veniva da Mantova incontro alla sorella. Il 5 gennaio Galeazzo Sanseverino arrivò sul luogo con una flotta di tre bucintori e diciotto navi da trasporto e dieci giorni dopo approdarono presso il porto fluviale di Pavia.[17]

Ritratto di Ludovico Sforza, del 1496

Ludovico andò ad accogliere la sposa e gli altri parenti sul bucintoro, poi il corteo attraversò il Ponte Coperto, giungendo infine al castello. Il giorno successivo venne stipulato il contratto di nozze con Ludovico il Moro, duca di Bari ma di fatto signore di Milano. Nel pomeriggio il Moro mostrò ai propri ospiti le meraviglie del Castello Visconteo a Pavia, in particolare la biblioteca, l'armeria e la sala degli specchi. Le nozze furono quindi celebrate il 17 gennaio nella Cappella Ducale del castello.[17] Ludovico aveva voluto che ciò avvenisse a Pavia e non a Milano per non dare l'impressione di voler prevaricare il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza, legittimo duca di Milano, che aveva sposato Isabella d'Aragona in Duomo alcuni mesi prima.[17]

Il mattino seguente egli partì diretto a Milano per ultimare i preparativi per le feste e il ricevimento solenne. Il matrimonio fu dichiarato subito consumato ma in verità rimase segretamente in bianco per oltre un mese.[18] Ludovico infatti, per rispetto verso la propria sposa, non volle forzarla, ma attese con pazienza che fosse disposta a concedersi spontaneamente. Le continue pressioni esercitate dal duca Ercole affinché fosse affrettata la consumazione si rivelarono inutili, e la situazione si risolse naturalmente poco dopo.[19]

I lavori al castello di porta Giovia erano in corso da mesi e per completarli in tempo il Moro aveva imposto a tutti i pittori e scultori più insigni attivi in Lombardia, tra questi anche Leonardo da Vinci, di abbandonare le opere in corso e recarsi a Milano. Per l'occasione la sala della Balla del castello fu arricchita di un ciclo di affreschi raffiguranti le gesta di Francesco Sforza.[20] Il corteo di Beatrice lasciò Pavia tre giorni più tardi, trascorrendo la notte del 21 gennaio nel castello di Binasco. Il giorno dopo fu accolta da Gian Galeazzo Maria Sforza e da Isabella d'Aragona poche miglia a sud della città e accompagnata per una colazione presso il refettorio della basilica di Sant'Eustorgio.[20]

In tarda mattinata il corteo entrò in città da porta Ticinese dove fu accolto da Ludovico, dai più insigni nobili, dal clero, dagli ambasciatori degli stati italiani, nonché da medici e giureconsulti. In occasione della festa le case e le botteghe di Milano furono addobbate con ghirlande di fiori, stendardi, drappi e arazzi.[20] Nella Contrada degli Armorari gli armaioli milanesi schierarono due lunghe file di cavalieri in armatura completa in groppa a cavalli bardati che disposti in quel modo sembravano essere veri.[20] Il 23 gennaio si celebrarono le nozze tra Alfonso I d'Este e Anna Maria Sforza nella cappella ducale, ma i festeggiamenti si sarebbero tenuti a Ferrara un mese dopo.[20]

Alfonso I d'Este, fratello di Beatrice

La sera del 24 gennaio fu indetto un memorabile ballo, ricordato da Bartolomeo Calco per la sfarzosa mostra di vesti e acconciature.[20] Tra il 26 e il 28 gennaio si tenne poi una spettacolare giostra cui parteciparono un gran numero di personalità illustri, tra cui Annibale II Bentivoglio, Giovanni Francesco II Pico della Mirandola, Bonifacio III del Monferrato e Francesco II Gonzaga, tutti con vesti e armature dalle fogge mirabili o stravaganti. Essa vide quale vincitore Galeazzo Sanseverino, che ricevette il drappo d'oro dalle mani di Beatrice.[21] Al termine dei festeggiamenti i suoi parenti ripartirono per Ferrara, mentre l'anziana Polissena d'Este, sua cugina paterna, rimase a tenerle compagnia.[22]

Galeazzo Sanseverino, genero di Beatrice e del Moro

A Milano Beatrice avrà care due persone in particolar modo: il genero Galeazzo Sanseverino, suo fedele compagno d'avventure, al quale, soprattutto nei primi tempi, Ludovico affidò il compito di far svagare la giovane moglie con gite in campagna e simili divertimenti,[23] e Bianca Giovanna, figlia illegittima di Ludovico e moglie del suddetto Galeazzo, all'epoca delle nozze del padre una bambina di nove anni, che Beatrice ebbe subito cara e volle con sé in ogni occasione.[24]

Nascita di Ercole Massimiliano e di Francesco[modifica | modifica wikitesto]

Il 20 gennaio 1493 Eleonora d'Aragona tornò a Milano per assistere la figlia durante il parto, portando con sé da Ferrara comare Frasina, la levatrice di famiglia.[25] Due giorni dopo presso la sala del Tesoro nella Rocchetta del Castello Sforzesco furono esposti i regali della nobiltà milanese su tavole ricoperte da velluto d'oro cremisino, offerti al Moro in vista dell'imminente nascita del figlio.[26] Tra questi vi erano «dui bellissimi diamanti uno in puncta l'altro in tavola» del valore di 18 000 ducati e una bellissima culla dorata, donati dal suocero Ercole I d'Este.[27] Il 23 gennaio, alle quattro del pomeriggio, Beatrice diede alla luce il primogenito Ercole Massimiliano, battezzato col nome del padre Ercole, verso il quale ella nutrì sempre un amore incondizionato, e successivamente chiamato Massimiliano in onore dell'imperatore.[26] L'avvenimento fu seguito da manifestazioni di deferenza verso il Moro che fece suonare le campane a festa per una settimana intera, promosse processioni pubbliche e concesse la grazia ad alcuni condannati.[28]

La nascita di Ercole Massimiliano determinò una svolta nella politica del Moro, che da questo momento in poi cercherà di essere riconosciuto quale legittimo duca di Milano al posto del nipote, e anche i rapporti tra Beatrice d'Este e Isabella d'Aragona si deteriorarono.[29] Isabella, capendo le intenzioni dei coniugi, scrisse al padre Alfonso domandandogli aiuto per l'ottenimento del ducato. Ferrante d'Aragona, pur congratulandosi pubblicamente con Ludovico per la nascita del figlio, cercò di contenerne l'influenza presso le altre corti italiane e straniere ma il Moro riuscì ad anticiparlo stringendo un'alleanza con la Repubblica di Venezia, il Ducato di Ferrara, il Marchesato di Mantova e lo Stato Pontificio, con l'intenzione dichiarata di garantire la pace in Italia per almeno venticinque anni, su modello della precedente Pace di Lodi. La nuova lega fu proclamata a Venezia il 25 marzo 1493, festa di san Marco. Ludovico promise di recarsi dal suocero a Ferrara per mostrargli il nipote e di inviare Beatrice quale sua rappresentante a Venezia con l'intento di ottenere l'appoggio dei veneziani alla sua legittimazione quale duca di Milano. Isabella d'Este, per non sfigurare al confronto con la sorella, lasciò Ferrara l'11 maggio per recarsi in anticipo a Venezia.[30]

Figli di Beatrice: a sinistra il primogenito Ercole Massimiliano, a destra il secondogenito Francesco

Il 4 febbraio 1495 nacque Sforza Francesco, così chiamato in onore del defunto zio paterno Sforza Maria Sforza, cui Ludovico era stato molto affezionato, e del nonno Francesco Sforza. Il nuovo nato venne battezzato dalla zia Isabella d'Este con ben quindici nomi, ma fu poi chiamato semplicemente Francesco.[31]

Visita a Ferrara[modifica | modifica wikitesto]

Il Moro e Beatrice, accompagnati da Alfonso d'Este, da Francesco II Gonzaga e da uno sfarzoso corteo, giunsero il 17 maggio nei pressi di Ferrara e alloggiarono a palazzo Trotti.[32] Alle tredici del giorno successivo entrarono in città attraversando il ponte di Castel Tedaldo, percorsero la via Grande e la via dei Sabbioni circondati da una folla acclamante e raggiunsero il castello Estense, dove furono accolti dai duchi di Ferrara. Le due corti assistettero poi ad una messa nella cattedrale di San Giorgio. Da quella notte i duchi di Bari alloggiarono presso palazzo Costabili.[32] Nei giorni successivi si tennero un torneo vinto da Galeazzo Sanseverino, una corsa di cavalli vinta da Alfonso d'Este e duelli di spadone. Le feste compresero rappresentazioni teatrali, tra cui i Menecmi di Plauto, che convinsero il Moro a realizzare un teatro a Milano.[32] Da parte loro, le dame milanesi e ferraresi si sfidarono cercando di superarsi in sfarzo ed eleganza delle vesti. In questa occasione Ercole d'Este mostrò al Moro lo stato dei lavori dei suoi ambiziosi piani di espansione e abbellimento della città, l'Addizione Erculea, realizzati grazie al suo architetto Biagio Rossetti e che in seguito le fruttarono il titolo di "prima città moderna d'Europa".[33]

Missione diplomatica a Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 maggio Beatrice partì alla volta di Venezia accompagnata dalla madre Eleonora, dal fratello Alfonso con la moglie Anna Maria, dal genero Galeazzo Sanseverino e da vari segretari e consiglieri, con un seguito di più di 1 200 persone.[30] La folta delegazione si imbarcò su due bucintori e molte navi più piccole che navigarono prima lungo il Po, poi su un mare pericolosamente mosso che suscitò parecchi timori fra i presenti, ma non in Beatrice, la quale si divertì invece insieme al genero Galeazzo Sanseverino a sbeffeggiare i paurosi della comitiva.[30]

Il 26 maggio raggiunse Chioggia, dove alloggiò presso la casa di un nobile veneziano. Ludovico, inviando la moglie a Venezia, puntava a mantenere un basso profilo alla luce delle recenti negoziazioni di carattere militare stabilite con re Carlo VIII di Francia e del tentativo di ottenere la legittimazione quale duca di Milano da parte di Massimiliano d'Asburgo in cambio della mano di Bianca Maria Sforza, accompagnata da una favolosa dote di 300 000 ducati d'oro, 40 000 ducati in gioielli più altri 100 000 ducati per l'investitura ducale. D'altra parte Beatrice avrebbe sfruttato il suo fascino, la sua intelligenza e lo sfarzo della sua corte per impressionare i veneziani.[30]

La mattina del 27 maggio la flotta costeggiò il Lido e raggiunse il forte di Malamocco, dove fu annunciata da colpi di cannone e accolta da una delegazione di ventiquattro patrizi veneziani su tre barconi riccamente decorati. Beatrice fu invitata a salire su uno di esse e ascoltò un'orazione di Vincenzo Cappello in suo onore.[30] Riprese quindi il viaggio verso Venezia scortata da una moltitudine di navi veneziane e sbarcò presso l'isola di San Clemente, dove trovò ad attenderla il doge in persona. Questi la invitò a salire bordo del Bucintoro, che si diresse verso il Canal Grande seguito da due trireme riccamente decorate e da decine di altre navi minori. Durante il viaggio Beatrice poté assistere alla rappresentazione su una chiatta della contesa tra Minerva e Nettuno che portò alla fondazione di Atene.[30]

Lunetta di Beatrice d'Este in Palazzo degli Atellani a Milano, inizi XVI secolo, opera forse di Bernardino Luini

Quella sera la duchessa e i membri più insigni del suo seguito alloggiarono presso il fondaco dei Turchi, di proprietà degli Este, davanti al quale, per l'occasione, era stata eretta una loggia decorata con arazzi e ghirlande di fiori.[33] Nei due giorni successivi fu spettatrice di diverse cerimonie, tra cui una singolare regata con equipaggi sia maschili sia femminili. Il 30 maggio venne invitata a una sontuosa colazione a Palazzo Ducale, costituita da oltre trecento portate che riproducevano oggetti in zucchero filato dorato. Il 31 maggio visitò l'Arsenale, dove trovò schierate un centinaio di galee, e l'isola di Murano mentre il 1º giugno la basilica di San Marco e il Tesoro.[33]

Un curioso episodio avvenuto in questa occasione è contenuto in una delle sue lettere al marito, al quale Beatrice racconta di come, mentre passeggiava per piazza San Marco, taluni con la scusa d'ammirare il suo rubino avessero indugiato troppo sulla sua scollatura e di come ella gli avesse risposto per le feste: «Io [...] haveva el vezo de perle a collo et lo rubino in pecto [...] che ce ne fu quelli che missano quasi l'ochi fin sopra el pecto per guardarlo et vedendo tanta anxietà io li disse dovessimo venire a casa che gli lo mostraria voluntera».[33]

Ella si dimostrò altrettanto impulsiva e per nulla diplomatica: ammessa alla presenza del senato dei Pregadi, dove avrebbe dovuto guadagnare al marito l'appoggio della Repubblica di Venezia, non si limitò a esporre soltanto il discorso concordato in precedenza coi suoi consiglieri, ma vantò orgogliosamente la ricchezza e la potenza del consorte, dicendo ch'egli possedeva abbastanza denaro e fortezze da potersi ritenere l'unico vero padrone della Lombardia e scandalizzando così l'intero senato.[33]

La missione partiva comunque già con poche speranze di successo, poiché fin dall'inizio la Repubblica di Venezia non intendeva appoggiare l'investitura di Ludovico, ma senza dubbio l'irruenza della duchessa non migliorò la situazione. Il 2 giugno la comitiva fece ritorno a Ferrara, dove giunse il 5 giugno.[34]

Beatrice durante la prima invasione francese (1494-1495)[modifica | modifica wikitesto]

L'investitura ducale[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la nascita del primogenito Ercole, preoccupazione primaria di Beatrice fu di assicurare al figlio la successione al ducato di Milano, il quale spettava però in via legittima al figlio di sua cugina Isabella. Le tensioni fra le due andarono accumulandosi nel corso dell'anno successivo[29] finché, il 25 Gennaio 1494, non venne a morte il vecchio re Ferrante, il quale presagiva già lo scatenarsi di una guerra che aveva tentato con tutte le proprie forze di evitare.[35] Una volta salito al trono di Napoli, suo figlio Alfonso II non esitò a correre in aiuto della figlia Isabella, dichiarando guerra al cognato Ludovico e occupando, come primo segno di ostilità, la città di Bari. Ludovico rispose alle minacce lasciando via libera a re Carlo VIII di Francia di scendere in Italia per conquistare il regno di Napoli, il quale costui riteneva proprio di diritto, essendo stato sottratto dagli Aragonesi agli Angiò.[35]

Nella fase convulsa di guerre che seguì, Beatrice si trovò a dover appoggiare il marito nella propria politica filofrancese, nonostante ciò significasse muovere guerra ai propri stessi parenti. Il 23 luglio 1494 ella accolse dunque a Milano il duca Luigi d'Orléans, cugino del re di Francia, il quale giungeva in Italia con le avanguardie dell'armata francese, quindi, l'11 settembre dello stesso anno, si recò in Asti per incontrare Carlo VIII in persona. I due furono accolti con grandi tripudi e feste, e pretesero entrambi, secondo l'usanza francese, di baciare sulla bocca la duchessa e tutte le belle damigelle del suo seguito.[36] Re Carlo in particolare se ne mostrò molto ammirato per la leggiadria con cui danzava e la ricchezza delle vesti e ne richiese un ritratto.[36]

Ritratti di Beatrice e del figlio Ercole Massimiliano, particolare dalla Pala Sforzesca del Maestro della Pala Sforzesca, 1494-1495, Pinacoteca di Brera, Milano

Ben presto, resosi conto che i propri progetti non erano andati come previsto, Ludovico abbandonò l'alleanza coi francesi e si unì alla Lega Santa, espressamente formatasi fra le varie potenze italiane per scacciare gli stranieri dalla penisola. Nel frattempo il 21 ottobre 1494 veniva a morte il legittimo duca Gian Galeazzo e Ludovico otteneva per acclamazione del senato che il titolo ducale passasse a lui e ai suoi discendenti legittimi, scavalcando così nella successione il figlio maschio che Gian Galeazzo lasciava.[37] L'investitura ufficiale da parte dell'imperatore arrivò però soltanto il 26 maggio 1495.[38]

L'assedio di Novara[modifica | modifica wikitesto]

Appena un paio di settimane più tardi, l'11 giugno, Luigi d'Orleans, contravvenendo agli ordini di re Carlo che si trovava ancora nel regno di Napoli, occupò con le proprie truppe la città di Novara e si spinse sino a Vigevano, minacciando concretamente di attaccare Milano con l'intenzione di usurpare il ducato, il quale riteneva suo di diritto essendo egli discendente di Valentina Visconti.[39]

Ludovico s'affrettò a chiudersi con la moglie e i figli nella Rocca del Castello di Milano ma, non sentendosi ugualmente al sicuro, meditò di abbandonare il ducato per rifugiarsi in Spagna. Solo la ferrea opposizione della moglie e di alcuni membri del consiglio, come scrive Bernardino Corio, lo convinsero a desistere da quest'idea.[39]

«Lodovico [...] talmente era avvilito d'animo, che divisava di ricoverarsi in Arragona, ed ivi tranquillamente finire i suoi giorni in condizione privata. Ma Beatrice d'Este, come donna d'animo forte e valorosa, lo rincorò, e lo fece una volta pensar da Sovrano.»

(Carlo Morbio, storia di Novara dalla dominazione de' Farnesi sino all'età nostra contemporanea.[40])

Per la grave tensione del momento, però, Ludovico cadde ammalato, probabilmente a causa di un ictus che lo lasciò per breve tempo paralizzato, e pertanto Beatrice si trovò da sola a dover fronteggiare la difficile situazione di guerra. Riuscì comunque ad assicurarsi l'appoggio e la fedeltà dei nobili milanesi e a resistere sino all'arrivo degli aiuti da Venezia e da Ferrara. Fu allora che il marito la nominò ufficialmente governatrice di Milano insieme al di lei fratello Alfonso, presto giunto in loro soccorso.[41]

In questa occasione Beatrice da sola, senza il marito, si recò all'accampamento militare di Vigevano per supervisionarne l'ordine e animare i capitani contro il francese, mentre Ludovico rimaneva ammalato a Milano:[6]

«Madona Beatrice duchessa moglie dil Duca era partita lei sola senza el marito [...] era andata in campo, el qual era lì a Vegevene [...] tamen era mal vista da ogni uno, per l'odio haveano a suo marito, el qual stava in castello et lì faceva li soi provedimenti, con bona custodia di la persona soa. [...] Or che ditta Madonna era andata in campo [...] con alcuni comessarii dil Duca, sì per sopraveder le cosse, quam per inanimar el capitan suo facesse qual cossa. [...] Et per lettere di Bernardo Contarini sora i Stratioti se intese che [...] col campo si levò da Vegevene et venne mia 4 ad alozar in uno loco chiamato Caxolo [...] et che la Duchessa volse venir a veder l'ordene dil campo, et poi lei ritornò a Vegevene et el campo venne di longo ad alozarsi a Caxuol.»

(Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII in Italia[6])
Miniatura di Beatrice a 18 anni, opera del Birago, contenuta nel diploma di donazione datato 28 gennaio 1494 col quale il marito le assegnava le suddette terre, conservato oggi alla British Library di Londra

Luigi d'Orléans, chiuso dentro Novara, fu così costretto a sopportare un lungo e logorante assedio che decimò i suoi uomini a causa di carestia ed epidemie, assedio dal quale uscì infine sconfitto alcuni mesi dopo su imposizione di re Carlo che faceva ritorno in Francia.[42]

«Beatrice d'Este riusciva a cacciare da Novara il duca di Orleans, che se n'era impadronito, minacciando direttamente Milano su cui vantava diritti di possesso. La pace fu sottoscritta, e Carlo ritornò in Francia, senza aver tratto alcun serio frutto dalla sua impresa. Lodovico Sforza gioiva di tale risultato. Ma fu breve tripudio il suo»

(Francesco Giarelli, Storia di Piacenza dalle origini ai nostri giorni[43])

Dopo questi eventi Ludovico non si separò mai più dalla moglie, anzi la condusse con sé nuovamente all'accampamento militare presso Novara, durante lo svolgimento dell'assedio. In occasione della loro visita si tenne, per il piacere della duchessa che molto apprezzava i fatti d'arme, una memorabile rivista dell'esercito al completo.[42] L'intromissione di Beatrice in certe faccende non dovette garbare molto al marchese di Mantova suo cognato, allora capitano generale della Lega, se, in seguito a una violentissima lite scoppiata all'accampamento a causa di una donna non meglio precisata,[44] Francesco invitò il Moro a rinchiudere la moglie «ne li forzieri».[45] Ad ogni modo Beatrice partecipò personalmente al consiglio di guerra, nonché alle trattative di pace, cosiccome aveva pure partecipato a tutte le riunioni tenutesi precedentemente coi francesi, i quali non mancarono di mostrarsi stupefatti nel vederla collaborare attivamente al fianco del marito.[42]

Già da tempo d'altronde Ludovico aveva mostrato l'intenzione di fare di lei governatrice unica dello stato,[46] e difatti nel 1494 le aveva donato numerosissimi feudi, fra cui il parco e il castello di Pavia e perfino l'amatissima Sforzesca, l'azienda agricola che Ludovico aveva anni prima creato nel territorio di Vigevano.[47]

L'ultimo anno e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Cristoforo Solari, cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, 1497, Certosa di Pavia

Nell'estate del 1496 Beatrice e il Moro incontrarono Massimiliano I d'Asburgo a Malles.[48] L'imperatore fu particolarmente gentile nei confronti della duchessa, arrivando a tagliarle personalmente le pietanze nel piatto, e ne rimase grandemente ammirato per le sue abilità venatorie e per il suo carattere tenace. I tre effettuarono in seguito una gita a Bormio, visitandone le terme.[48] L'imperatore si trattenne poi per qualche tempo a Milano, in rapporti strettamente amichevoli coi due duchi, la cui compagnia dichiarava essere la sola che desiderasse.[49]

Negli ultimi mesi tuttavia i rapporti fra i due sposi si erano molto logorati a causa della relazione adulterina che Ludovico intratteneva con Lucrezia Crivelli, dama di compagnia della moglie.[50] Nonostante i malumori, Beatrice si trovava gravida per la terza volta, ma la gravidanza fu complicata sia dai dispiaceri causati dalla scoperta che anche Lucrezia attendeva un figlio da Ludovico, cosa per la quale ella si sentì profondamente umiliata, sia dalla prematura quanto tragica morte dell'adorata Bianca Giovanna, figlia illegittima di Ludovico e sua carissima amica sin dal primo giorno dell'arrivo a Milano.[50] Il parto avvenne infine nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 1497, ma né la madre né il figlio sopravvissero.[51]

Il dolore del Moro[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico impazzì dal dolore e per due settimane rimase rinchiuso al buio nei propri appartamenti, dopodiché si rasò il capo[52] e si lasciò crescere la barba,[53] indossando da quel momento in poi solamente abiti neri con un mantello stracciato da mendicante.[42] Sua unica preoccupazione divenne l'abbellimento del mausoleo di famiglia e lo stato, trascurato, andò in rovina.[4]

Particolare del cenotafio con l'effige di Beatrice, calco del Museo Puškin

Con queste poche parole in quella medesima notte egli annunciava la dipartita della moglie al marchese di Mantova Francesco Gonzaga, marito della cognata Isabella:[A 3]

«La ill.ma nostra consorte, essendoli questa nocte alle due hore venuto le dolie, alle cinque hore parturite uno fiolo maschio morto, et alle sei et meza rese el spirito a Dio, del quale acerbo et immaturo caso se trovamo in tanta amaritudine et cordolio quanta sij possibile sentire, et tanta che più grato ce saria stato morire noi prima et non vederne manchare quella che era la più cara cossa havessimo a questo mundo»

(Mediolani, 3 januarii 1497 hora undecima. Ludovicus M. Sfortia Anglus Dux Mediolani[54])

L'ambasciatore ferrarese Antonio Costabili scrisse al duca Ercole I d'Este riferendogli che il Moro «non credeva potere mai tollerare cussì acerba piaga» e che l'aveva fatto chiamare per dirgli che se egli «non haveva facto quella bona compagnia a vostra fiola che la meritava, se in cosa alcuna l'aveva mai offesa», come sapeva di avere fatto, «ne dimanda perdonanza al ex.tia vostra et a lei, trovandosene malcontento sino al anima; extendendosse in dirme che, in ogni sua oratione sempre haveva pregato nostro Signore Dio che la lassasse doppo di lui, come quella in cui l'aveva persuposto ogni suo riposo, et poi che a Dio non era piaciuto, lo pregava et pregaria sempre continuamente, che se possibile li conceda la gratia ch'el la possa vedere et parlarli una volta, como quella che l'amava più che se stesso».[55]

Nel 1499 Luigi d'Orléans tornò una seconda volta a reclamare il ducato di Milano e, non essendoci più la fiera Beatrice a fronteggiarlo,[5] ebbe facile gioco sull'avvilito Moro, che dopo una fuga e un breve ritorno finì i suoi giorni prigioniero in Francia.[56]

«Lodovico, che soleva attingere ogni vigoria d'animo dai provvidi e forti consigli della sua sposa Beatrice d'Este, essendogli stata questa rapita dalla morte qualche anno prima, trovossi come isolato e scevro di ardire e di coraggio a tal punto, che non vide altro scampo contro la fiera procella che il minacciava se non nel fuggire. E così fece.»

(Raffaele Altavilla, Breve compendio di storia Lombarda[57])

Il sibillino passo del Muratori[modifica | modifica wikitesto]

Lapide col nome di Beatrice nel chiostro di Santa Maria delle Grazie

Ludovico Antonio Muratori nelle proprie Antichità Estensi, accenna alla possibilità che Beatrice fosse stata avvelenata:

«Aggiunge un'altra [voce], essere stata Beatrice avvelenata da Francesca dal Verme ad istanza di Galeazzo Sanseverino, per quanto essa Francesca dopo alcuni anni propalò morendo. Il perché non si dice, potendosi solamente osservare, che per attestato d'esso Corio era morta poco tempo prima Bianca bastarda d'esso Duca Lodovico, e moglie di Galeazzo suddetto. Ma perciocché di questi fatti entrano facilmente le dicerie del volgo, io non mi fo mallevadore d'alcuna di queste notizie segrete»

(Ludovico Muratori, Antichità Estensi[58])

Alcuni storici interpretarono erroneamente questo passo, credendo che il Muratori volesse far intendere che Beatrice avesse avvelenato Bianca Giovanna per vendetta nei confronti di Galeazzo, il quale offriva il proprio palazzo agli incontri segreti tra Ludovico e Lucrezia Crivelli, e che pertanto Galeazzo si fosse alla medesima maniera vendicato.[59] In verità Beatrice amò Bianca Giovanna come una sorella e mai ne avrebbe potuto desiderare la morte, né tantomeno il Muratori alluse a niente del genere, bensì volle fare intendere che se entrambe le due giovani morirono d'improvviso in così breve spazio di tempo, evidentemente qualcuno doveva volere il male del Moro.[59] Allo stesso modo appare inverosimile che Galeazzo fosse stato responsabile delle due morti, poiché dimostrò grande dolore per entrambe, e non avrebbe avuto motivo di cagionare, con la rovina dei propri benefattori, altrettanto la propria.[60] Tuttavia questa misteriosa Francesca dal Verme altri non sarebbe che la figlia illegittima del conte Pietro dal Verme, uomo che si disse avvelenato dalla propria moglie Chiara Sforza su commissione del Moro, il quale ne incamerò i possedimenti a discapito dei figli del conte. Effettivamente è da notare che Bianca Giovanna, sino ad allora in salute, iniziò ad accusare malesseri subito dopo essersi recata nelle contee di Bobbio e di Voghera, dov'era probabile vivesse ancora suddetta Francesca.[59]

Bisogna inoltre aggiungere che l'Anonimo ferrarese parla di aborto, e non di parto, e che seppure mostri grande confusione in proposito, riferendo che la duchessa abortì una femmina quando Ludovico parla chiaramente di un maschio, è da prendere in considerazione la possibilità che si fosse trattato di un parto prematuro.[61]

La sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

Beatrice fu sepolta nel coro della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano.[51] Il duca commissionò a Cristoforo Solari un monumento funebre per sé stesso e per la moglie, con le loro due figure giacenti scolpite nel marmo, ma, a causa della conquista francese del ducato, rimase incompiuto. In seguito alle disposizioni del Concilio di Trento sulle sepolture (1564), il monumento venne scomposto e la gran parte delle sue componenti andò dispersa.[62] Solamente il coperchio con le statue funebri, per la pietà dei monaci certosini, venne salvato, e acquistato per l'esigua somma di 38 scudi fu trasferito vuoto alla Certosa di Pavia, dove tutt'oggi si trova.[62]

La salma di Beatrice venne deposta in fondo al coro, sotto la medesima pietra che copriva i suoi figliastri Leone, Sforza e Bianca, nel posto in cui per tradizione si continuò a incensare nel giorno della commemorazione dei defunti.[62] Ludovico morì invece in prigionia a Loches, in Francia, e lì si crede che sia tuttora sepolto.[63]

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

«Et ebbe quel che raro i cieli danno:
senno e fortuna in giovenil etate,
cortesia profusa in alto scanno,
mente pudica in singular beltate,
sublime ingegno in cor puro e sincero,
alti pensieri in quieta umiltate,
grazie che fan ciascun degno de impero.»

(Vincenzo Calmeta, Elogio a Beatrice, in Triumphi, canto I, vv. 79-85[64])

Aspetto fisico[modifica | modifica wikitesto]

I ritratti che di lei ci rimangono e le descrizioni di chi la conobbe ci restituiscono l'immagine di una giovane donna formosa, piacente, con un naso piccolo e leggermente rivolto all'insù, guance piene tipiche degli Aragonesi, mento breve e rotondetto, occhi scuri e capelli castani lunghi fin sotto la vita che teneva sempre avvolti in un coazzone, con qualche ciocca lasciata ricadere sulle guance,[65] costume che aveva assunto già durante la propria infanzia a Napoli per volontà dell'avo Ferrante, il quale la faceva accostumare e abbigliare alla maniera castigliana.[9]

Il Muralto la presenta come «in iuvenili aetate, formosa ac nigri colorix».[66] Sappiamo che era di bassa statura e pertanto solita indossare pianelle per ridurre la differenza di altezza col marito, alto oltre un metro e ottanta. Nel Museo Internazionale della Calzatura di Vigevano si trova peraltro esposta una pianella risalente alla fine del XV secolo attribuita proprio alla duchessa[67] che, considerate le dimensioni, doveva avere il 34-35 di piede.[68]

Busto di Beatrice all'età di quindici anni circa, opera di Giovanni Cristoforo Romano conservata al Museo del Louvre di Parigi

Personalità[modifica | modifica wikitesto]

Complice la giovane età, Beatrice era di carattere lieto, allegro, spensierato, giocoso, ma, non diversamente dai suoi fratelli maschi, era anche irriflessiva, violenta, impulsiva e si lasciava facilmente trasportare dall'ira.[69] Ne sono prova moltissimi episodi del periodo milanese, fra cui uno famoso accaduto nell'aprile del 1491 quando, recatasi insieme ad alcune sue dame al mercato travestita da popolana, fu sorpresa da un acquazzone, e mentre faceva ritorno al castello si azzuffò per strada con certe popolane che l'avevano insultata per via dei panni con cui lei e le dame s'erano riparate la testa dalla pioggia, non essendo usanza a Milano di abbigliarsi a quel modo.[70] In un'altra occasione, accortasi che il Moro le voleva far indossare un abito che aveva fatto cucire uguale anche per la Gallerani, gli fece una scenata e lo costrinse a troncare la relazione extraconiugale.[71]

Nonostante fosse la figlia meno amata, fu quella che più somigliò al padre per indole.[72] Il Calmeta, suo fedele e affezionato segretario, ne lodò l'ingegno, l'affabilità, la grazia, la liberalità, esaltò la sua corte di gentiluomini, musici e poeti.[4] Era certamente amante del lusso tanto che il solo guardaroba nelle sue camere presso il castello di Pavia conteneva ben 84 abiti oltre a innumerevoli altri oggetti di valore.[73][74]

Le beffe[modifica | modifica wikitesto]

La corte di Milano amava molto le burle e Beatrice in particolar modo, se Ludovico scrive ch'ella una mattina si divertì insieme alla cugina Isabella a buttar le sue dame giù da cavallo.[70] Gli scherzi più terribili erano però tutti ai danni del serioso ambasciatore estense Giacomo Trotti, all'epoca settantenne, il quale si ritrovò più volte la casa invasa da «gran quantità di volpotti, de lupi, et de gatti salvatici»,[75] che il Moro acquistava presso certi villani vigevanesi e che Beatrice, essendosi accorta quanto simili bestie fossero in «grandissimo oddio et fastidio» all'ambasciatore, gliene faceva gettare in casa quante più poteva per mezzo di camerieri e staffieri che ricorrevano ai più impensabili espedienti.[75]

Poiché l'ambasciatore era pure parecchio tirchio, Beatrice arrivò una volta perfino a derubarlo di quanto portava indosso, tuttavia per una buona causa: mentre infatti Ludovico lo teneva fermo per le braccia, ella gli tolse due ducati d'oro dalla scarsella, il cappello di seta e il mantello di panno oltremontano nuovo, poi diede i due ducati alla nipote del Trotti, la quale evidentemente doveva trovarsene in bisogno. L'ambasciatore se ne lamentava continuamente col padre della duchessa, dicendo: «et quisti sono delli miei guadagni [...] sì che ho il damno et le beffe, oltre che me convene perder tempo in scriverle!»[75]

Pianella detta di Beatrice d'Este conservata al Museo internazionale della calzatura di Vigevano e rinvenuta durante alcuni lavori di restauro al Castello Sforzesco. Fine XV secolo

Scherzi così pesanti costituivano forse anche una sorta di vendetta personale: Ludovico era infatti solito confidarsi apertamente col Trotti di ogni cosa e quest'ultimo, soprattutto nelle prime settimane di matrimonio, manteneva costantemente informato il duca Ercole del comportamento che la figlia teneva in letto con il marito.[19] Non è certo che Beatrice ne fosse venuta a conoscenza, ma di sicuro non dovette gradire le intromissioni del Trotti quando questi la rimproverava della sua frigidità dicendo che «gli homini vogliono essere ben veduti et acarezati, come è giusto et honesto, da le mogliere», se quest'ultimo riferì poi al padre che la figlia era con lui «un poco selvaggetta».[76]

Nondimeno Beatrice ebbe dei limiti e non raggiunse mai il cinismo del nonno Ferrante. Quando infatti Isabella d'Aragona rimase vedova del marito Gian Galeazzo, venuta a conoscenza del fatto che la cugina, pur gravida, se ne restava per tutto il tempo rinchiusa in delle camere buie del castello di Pavia, costringendo anche i propri figli piccoli a vestire il lutto e a soffrire con lei, Beatrice ne ebbe grande compassione e insistette affinché ella venisse a Milano e migliorasse le condizioni dei bambini.[77]

Il legame fraterno[modifica | modifica wikitesto]

Coi propri fratelli ella mantenne sempre degli ottimi rapporti, soprattutto mostrò affetto verso Ferrante, col quale era cresciuta a Napoli,[78] e verso Alfonso, che la venne più volte a visitare a Milano. Con la sorella Isabella il rapporto fu già più complicato in quanto, sebbene le due provassero un sincero affetto l'una per l'altra, per un certo periodo si allontanarono a causa dell'invidia di Isabella, che già dal giorno stesso delle nozze[79] incominciò a nutrire sentimenti contrastanti nei confronti di Beatrice, alla quale invidiava sia il fortunato matrimonio, sia l'enorme ricchezza, sia, soprattutto, i due figli maschi in perfetta salute nati a poca distanza l'uno dall'altro, mentre ella tentava da anni invano di procreare un erede al marito Francesco.[47] Ad ogni modo col tempo le invidie si attenuarono, per poi dissolversi del tutto alla morte prematura della sorella, evento per il quale Isabella mostrò un profondo e sincero dolore.[80]

Presunto ritratto, in effetti parecchio somigliante, delle due sorelle: Beatrice (a sinistra) e Isabella (a destra), nell'affresco del soffitto della Sala del Tesoro di Palazzo Costabili presso Ferrara. Attribuito Benvenuto Tisi da Garofalo e datato 1503-1506, senza dubito posteriore alla morte di Beatrice

Le due sorelle erano comunque molto diverse, pur condividendo le medesime ambizioni, difatti a differenza di Isabella, che nutrì rancore verso le proprie figlie per essere nate femmine e riversò la colpa sul marito Francesco (il quale era invece fierissimo delle figlie),[81] Beatrice fu, nonostante la giovane età, una moglie e una madre esemplare, amò tantissimo i propri figli e dedicò loro molte attenzioni di cui sono testimoni le tenere lettere inviate alla madre Eleonora nelle quali descriveva la buona salute e la crescita del piccolo Ercole.[82]

Le passioni[modifica | modifica wikitesto]

Proprio come l'avo Ferrante, Beatrice amava molto gli animali e il marito gliene faceva spesso dono: fra i tanti si contano numerosi cavalli, cani, gatti, volpi, lupi, una scimmia e perfino sorcetti; inoltre presso il parco del castello di Milano era presente un serraglio con numerose specie di animali esotici.[83] Apprezzava altrettanto la caccia, soprattutto quella col falcone, ed era un'eccellente cavallerizza. Dimostrò soprattutto in queste occasioni di possedere un carattere spavaldo e spericolato, tanto da mettersi in pericolo di vita più d'una volta, come nell'estate del 1491 quando, durante una battuta di caccia, la sua cavalcatura fu urtata da un cervo imbizzarrito: racconta ammirato Ludovico che il cavallo s'impennò alto «quanto è una bona lanza», ma Beatrice si tenne ben salda in sella e quando riuscirono a raggiungerla la trovarono che «rideva et non haveva una paura al mondo».[84] Il cervo con le corna le aveva toccato una gamba ma Ludovico precisa che la moglie non si fece male.[84]

Allo stesso modo nell'anno successivo, mentre era gravida del primogenito, Beatrice si gettò all'assalto d'un cinghiale inferocito che aveva già ferito alcuni levrieri e per prima lo colpì.[85] Le fatiche venatorie dovettero tuttavia in quell'occasione fruttarle un nuovo attacco di febbri malariche che l'avevano già colpita l'anno precedente e che stavolta resero difficoltosi i mesi centrali della gravidanza, pur senza danneggiare il nascituro né complicare il parto.[85]

Busto di Beatrice nel portale d'ingresso della Canonica di Sant'Ambrogio a Milano

Quantunque assai religiosa, Beatrice non fu austera per quanto riguardava le questioni carnali: ella sapeva bene che le guerre non si vincono soltanto con le armi e per tale motivo alcune delle damigelle del suo seguito avevano il compito d'intrattenere sessualmente i sovrani e i dignitari stranieri ospiti della corte.[86] È infatti non senza una certa sorpresa che gli storici ricordano come nel 1495, trovandosi presso l'accampamento di Novara, Beatrice non abbia esitato a offrirsi di procurare di persona al cognato Francesco Gonzaga, capitano generale della Lega, una "femmina di partito" con cui festeggiare la vittoria, ufficialmente per preservare lui e la sorella Isabella dal terribile "malfrancese" che in quel periodo devastava la penisola, in verità per accattivarsene le simpatie, in quanto desiderava ricevere in prestito dal marchese il tesoro ch'egli aveva sequestrato dalla tenda di Carlo VIII a seguito della battaglia di Fornovo, quando l'accampamento francese era stato saccheggiato, tesoro del quale l'oggetto più interessante era un album contenente i ritratti licenziosi di tutte le amanti del re di Francia.[16]

Tuttavia fu parecchio pudica per quanto riguardava la propria persona, difatti si affidò ai servigi di una sola levatrice, comare Frasina da Ferrara, che le aveva presentato la madre e che Beatrice pretese venisse ad assisterla a Milano anche durante il suo terzo parto, nonostante la donna fosse in quel periodo ammalata e nonostante il padre le avesse suggerito un'altra levatrice ferrarese ugualmente valente. Tante furono le insistenze della duchessa e le persone mobilitate, che alla fine comare Frasina si mise in viaggio a dorso di mulo raggiungendo Milano per tempo.[25]

Ruolo politico[modifica | modifica wikitesto]

La "damnatio memoriae"[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia all'alba della calata di Carlo VIII (1494)

Nonostante l'opinione predominante degli studiosi moderni sia che Beatrice non avesse avuto alcuna voce nella vita politica del ducato, o che addirittura non se ne fosse interessata,[87][46] la quasi totalità degli storici antichi e ottocenteschi concorda invece nel giudicarla la vera mente dietro ogni azione e decisione del marito, sul quale esercitava una enorme influenza, a tal punto da legare la presenza di lei alla prosperità e all'integrità dell'intero stato sforzesco:[5]

«Beatrice aiutò di savissimi consigli il marito negli uffizi non pure di principe, ma di principe italiano; e tanto tempo prosperò quello stato, quanto una tal donna stette con Lodovico. Morta lei, la pubblica rovina non ebbe più ritegno.»

(Ignoto, Orlando Furioso corredato di note storiche e filologiche.[88])

Beatrice perseguì dapprincipio la politica del padre Ercole, il quale da anni tramava per sostituire Ludovico a Gian Galeazzo nel possesso effettivo del ducato di Milano e che con questo preciso scopo gliela aveva data in sposa.[A 4] È da credere infatti che senza l'interferenza della moglie Ludovico non avrebbe mai compiuto il passo di usurpare a tutti gli effetti il ducato al nipote e che si sarebbe accontentato di continuare a governarlo da reggente come faceva ormai da più di dieci anni. Non a caso fu Beatrice stessa a dire che con la nascita del piccolo Ercole Massimiliano aveva partorito un figlio al marito e parimenti al padre.[89] Quando poi, ai tempi della prima invasione francese, Beatrice percepì le prime divergenze di interessi fra i due – Ercole era rimasto ufficialmente neutrale, ma propendeva per i francesi, Ludovico invece si era schierato con la Lega Santa – se ne mostrò parecchio amareggiata e non esitò, pur con la solita filiale reverenza, a rimproverare il padre per non aver voluto mandare loro gli aiuti richiesti.[90] Del resto sia la missione diplomatica a Venezia, sia la sua costante presenza nei consigli di guerra e nelle riunioni coi francesi, sia, soprattutto, la sua decisa presa di posizione nei concitati giorni in cui l'Orleans minacciava Milano, in netto contrasto stavolta con le intenzioni di fuga del marito, nonché l'effettiva deriva dello stato sforzesco seguita alla morte di Beatrice, dimostrano che il suo potere decisionale e politico fosse assai più consistente di quanto odiernamente si pensi.[91][4][5]

A sinistra: prova in bronzo per un testone con l'effige di Beatrice, che Ludovico il Moro fece coniare subito dopo la morte della moglie (1497).[92]
A destra: riproduzione in argento del suddetto testone (1989)

Gli autori antichi[modifica | modifica wikitesto]

Furono gli storici coevi d'altronde a riconoscerne l'importanza: oltre al Sanudo, il quale scrive di lei che sebbene «graveda in mexi cinque» dovunque andasse il marito «per tutto lo seguitava»,[93] anche il Guicciardini annota che Beatrice era «assiduamente compagna» al marito «non manco alle cose gravi che alle dilettevoli».[94] Paolo Giovio ne dipinge invece un quadro interamente negativo, addossando di fatto a Beatrice la colpa – tradizionalmente attribuita a Ludovico – di aver chiamato i francesi in Italia, sebbene sia l'unico autore a parlarne in questi termini:

«Beatrice, moglie di Lodovico [...] donna di superba et grandissima pompa, le più volte soleva molto più arrogantemente, che a donna non conveniva, intromettersi ne' maneggi delle cose importanti, dispensare gli uffici et comandare ancora a' giudici delle cose criminali et civili, tal che Lodovico, il quale fino allora concio dalle lusinghe di lei, era tenuto molto amorevole della moglie, era talora costretto a compiacere al desiderio della importuna donna»

(Paolo Giovio, in Dell'historie del suo tempo[95])
Incisione di Agostino Carracci raffigurante Beatrice, da Le vite de i dodeci visconti che signoreggiarono Milano, Paolo Giovio, XVI secolo

Tutto all'opposto il suo segretario, Vincenzo Calmeta, ne giudica il comportamento degno di lode, non di rimprovero, quando di lei scrive:

«Fu donna de littere, musica, sòno e d'ogni altro exercizio virtuoso amantissima, e ne le cose de lo stato, sopra el sexo e l'età, de toleranzia virile. Expediva le occurrenzie con tal destreza e unità, e non manco se partiva satisfacto chi da sua Signoria non obteneva el beneficio, che quello che el conseguiva. Adiungevase a questo una liberalità con sé, unde ben se po' veramente dire Lei a' suoi tempi essere stata unico receptaculo de ogni virtuoso spirito, per mezo del quale ogni laudabile virtù se comenzava a mettere in uso»

(Vincenzo Calmeta, in Triumphi[96])

Non diversamente Baldassarre Castiglione la ricordò, molti anni dopo, con poche ma significative parole nel suo Cortegiano: «pesami ancora che tutti non abbiate conosciuta la duchessa Beatrice di Milano [...], per non aver mai più a maravigliarvi di ingegno di donna».[97]

Ludovico Ariosto si spinse anche oltre, unificando le sorti di Beatrice a quelle del marito e dell'Italia intera:

«Beatrice bea, vivendo, il suo consorte,
e lo lascia infelice alla sua morte;
anzi tutta l'Italia, che con lei
fia triunfante, e senza lei, captiva.»

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso (canto 42, ottave 91-92)[98])

Bernardino Corio sostiene addirittura che già all'età di tredici anni, prima ancora di giungere a Milano, Beatrice insieme al padre Ercole avesse esortato Ludovico a ridurre interamente nelle proprie mani il governo della città, tuttavia la sua reale influenza in quel periodo è difficilmente dimostrabile.[A 4] Nondimeno già al tempo della sua permanenza a Napoli, e dunque in età ancora puerile, si dimostrò tale da indurre il conte Diomede Carafa a scrivere al padre di lei: «de essa pronostico che parrà una donna de gran animo e da comandare».[9]

Medaglione di Beatrice d'Este, situato sulla facciata di Palazzo degli Atellani. Pompeo Marchesi, XVIII secolo

Gli autori moderni[modifica | modifica wikitesto]

Ancora nel secolo XIX se ne trovano sporadiche menzioni in opere di autori quasi sempre poco noti: Luzio e Renier la definirono «l'anima di tutte le imprese e i diletti del marito»;[A 3] Francesco Antonio Bianchini la chiama «donna d'alto sentire e di animo virile»,[99] Anton Domenico Rossi «d'animo più che virile»;[100] Goffredo Casalis «donna di vivacissimi spiriti e di senno ben raro»;[101] Samuele Romanin «principessa di grande ingegno e perspicacia, e benché giovane, delle cose di stato intendentissima».[102] Jean de Préchac aggiunge che ella «aveva un grande ascendente sulla volontà di Lodovico: era l'unica confidente e la reggitrice dei suoi pensieri. L'immatura di lei morte [...] sparse d'amarezze i giorni di Lodovico; egli non ebbe di poi che disastri e rovine»;[103] Raffaele Altavilla scrive che Ludovico «solea attingere ogni vigoria d'animo dai provvidi e forti consigli della sua sposa»,[104] e Pier Ambrogio Curti che «al nostro duca venne a mancare il consiglio più efficace, l'anima delle sue imprese, colla morte della invitta Beatrice d'Este, che lui a sua voglia dominava, ed alla quale ostentava pubblicamente uno straordinario affetto, e da quell'ora non gli arrise più infatti sì propizia fortuna».[105] Da tante lodi discorda invece Antonio Locatelli, dicendo che ella «aveva di donna solo la malvagità».[106]

Legame coniugale[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico dal canto proprio era sinceramente innamorato della moglie, sebbene abbia continuato ad avere amanti anche dopo il matrimonio, come d'altronde la maggior parte dei signori dell'epoca.[A 5] In una lettera scrive di lei: «essa mi è più cara che il lume del sole».[31] L'affiatamento della coppia viene confermato anche da Giacomo Trotti, nonché dalla corrispondenza tra la sorella Isabella d'Este e da Galeazzo Sanseverino che già dopo il matrimonio le scrive «è uno tanto amore fra loro duy che non credo che doe persone più se posano amare».[28]

Busti delle duchesse di Milano. Portale della stanza del lavabo, Certosa di Pavia. Fine XV secolo. L'effigie di Beatrice è la seconda al centro sulla sinistra, speculare a quella della suocera Bianca Maria Visconti, mentre sul lato destro si trovano quelle di Isabella d'Aragona e Bona di Savoia

D'altro canto nota Malaguzzi Valeri che se è vero che dell'amore dimostrato da Ludovico non bisogna nutrire alcun dubbio, rimane tuttavia incerta l'entità e la reale natura del sentimento col quale la moglie lo ricambiava. Indubbiamente, se pure agli inizi Beatrice si mostrò restia, il marito riuscì comunque in breve tempo a conquistarla con la propria generosità, affabilità e liberalità, ma soprattutto coi ricchissimi doni che nei primi tempi le portava quasi ogni giorno, tant'è che già pochi mesi dopo le nozze Beatrice scriveva una serie di lettere al padre, tutte per ringraziarlo ch'egli si fosse degnato di «collocarme apresso questo illustrissimo signore mio consorte» il quale «non me lassa in desiderio de alcuna cosa la quale me possa portare honore o piacere», e ancora aggiunge: «del tuto son obligata ala signoria vostra, perché lei è chausa de quanto bene ò».[107] Quella che traspare dalla corrispondenza di quel periodo è dunque una giovanissima Beatrice abbagliata dalla ricchezza e dall'importanza del marito, ch'era allora uno degli uomini più potenti della penisola, dotato di considerevole fascino e che non mostrava ancora le debolezze e le contraddizioni degli ultimi anni.[107]

È da notare poi come la madre Eleonora non dovette mai esortarla a prendersi cura del marito durante i suoi malanni – cosa che Beatrice fece sempre spontaneamente e di persona – come dovette invece esortare l'altra figlia Isabella, la quale era invece solita trascurare il marito ammalato[108] come del resto trascurava anche le figlie.[81] Sempre diversamente da Isabella, con la quale Ludovico stesso affermò anni dopo d'aver intrattenuto una relazione segreta, voce che prontamente il suocero Ercole s'affrettò a smentire,[109] su Beatrice non ricadde mai neppure il minimo sospetto di adulterio. Proprio perché si fidava ciecamente di lei, Ludovico le concedeva una grande libertà e le affidava il compito d'intrattenere sovrani e dignitari stranieri.[36]

Beatrice viceversa era a conoscenza delle relazioni extraconiugali del marito, ma non vi dava peso poiché sapeva trattarsi di distrazioni passeggere.[110] L'equilibro si ruppe drasticamente con la comparsa nel novero delle amanti di Lucrezia Crivelli, in quanto Beatrice dovette accorgersi che stavolta Ludovico si era seriamente innamorato e che aveva cominciato a dedicare alla nuova amante tutte le cure e le attenzioni che un tempo dedicava a lei.[50] Scrive infatti a tal proposito di Ludovico l'Anonimo Ferrarese: «tuto il suo piacere era cum una sua fante, che era donzella de la moie [...] cum la quale el non dormiva già boni mesi, siché era mal voluto».[111]

Educazione e mecenatismo[modifica | modifica wikitesto]

Beatrice trascorse l'adolescenza nella corte ferrarese insieme alla sorella Isabella e alla sorellastra Lucrezia, circondata da artisti come Matteo Maria Boiardo, Niccolò da Correggio, Antonio Cornazzano, Antonio Cammelli, Tito Strozzi, Antonio Tibaldeo e molti altri.[3] Essendo stata cresciuta dal nonno Ferrante, spagnolo di nascita, Beatrice da bambina era abituata a esprimersi in un miscuglio di catalano, castigliano e italiano, abitudine che sembra non abbia conservato da adulta.[9] La madre la indirizzò allo studio del latino e del greco nonché della storia greca e romana sotto Battista Guarino, uno degli umanisti più stimati dell'epoca, tuttavia non padroneggiò mai correttamente le lingue antiche e non imparò neppure lingue straniere, fuorché lo spagnolo. Apprese la danza da Ambrogio da Urbino e Lorenzo Lavagnolo nonché il canto, tanto che nei suoi viaggi era sempre accompagnata da cantori e musici. Fu suonatrice di viola, liuto e clavicordo, costruiti per lei dal pavese Lorenzo Gusnasco, uno dei migliori liutai della sua epoca.[3]

Ciò che rimane dell'affresco realizzato da Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, sulla parete opposta al Cenacolo in cui è raffigurata la Crocifissione di Donato Montorfano. Particolare in cui si intravedono i ritratti di Ludovico col primogenito Ercole Massimiliano (a sinistra) e di Beatrice insieme al figlio minore Francesco (a destra)

Apprezzava i poemi cavallereschi provenzali e il ciclo carolingio così come la rappresentazione di commedie e tragedie greche di cui il padre era grande appassionato. Amava in particolar modo ascoltare il commento della Divina Commedia di Antonio Grifo, passione condivisa anche dal marito che spesso si fermava con lei ad ascoltarne le letture.[3]

Sfruttò la sua posizione di signora di una delle corti più splendide d'Italia per circondarsi di uomini di cultura e artisti d'eccezione. La sua corte era frequentata da pittori come Leonardo da Vinci, Ambrogio de Predis, Giovanni Antonio Boltraffio, Andrea Solari, architetti come Bramante e Amadeo, scultori come Gian Cristoforo Romano, Cristoforo Solari e il Caradosso, poeti come Niccolò da Correggio, Bernardo Bellincioni, Antonio Cammelli, Gaspare Visconti, Serafino Aquilano, Antonio Grifo, umanisti come Baldassarre Castiglione, musicisti e liutai come Franchino Gaffurio, Lorenzo Gusnasco, Jacopo di San Secondo,[112] Antonio Testagrossa, nonché molti dei più famosi cantori e ballerini dell'epoca.[3]

«Haveva per soa dilettissima consorte il Duca Ludovico Beatrice da Esti [...] la quale, advengaché fusse su el fiore de la adolescentia soa, era di tanto perspicace ingegno, affabilità, gratia, liberalità e generosità decorata, che a qual se voglia memorabile Donna antica si poteva equiperare, non havendo mai el pensiero in altro che in cose laudabili dispensare el tempo. Era la corte soa de homini in qual se voglia Virtù et exercitio copiosa e sopratutto de Musici e Poeti da li quali oltra le altre compositioni mai non passava mese che da loro o Egloga o Comedia o tragedia o altro novo spettaculo e representatione non se aspettasse. [...] Né bastava alla Duchessa Beatrice solamente li virtuosi di soa Corte premiare et exaltare, ma da quale se voglia parte de Italia, donde poteva havere compositioni di qualche elegante Poeta, quella como cosa divina e sacra in li suoi secretissimi penetrali reponeva, laudando e premiando ogniuno secondo era il grado e merito di soa Virtude, in modo che la vulgare Poesia et arte oratoria, dal Petrarcha e Boccaccio in qua quasi adulterata, prima da Laurentio Medice e suoi coetanei poi mediante la emulatione di questa et altre singularissime Donne di nostra etade, su la pristina dignitade essere ritornata se conprhede.»

(Vincenzo Calmeta, Vita di Serafino Aquilano.[4])

Alla sua morte, come scrisse il Calmeta, «ogni cosa andò in ruina e precipizio, e di lieto paradiso in tenebroso inferno la corte se converse, onde ciascun virtuoso a prender altro cammino fu astretto».[4] Così iniziava la lenta diaspora dei poeti, degli artisti e dei letterati milanesi, costretti, specialmente dopo la definitiva caduta del Moro, a cercar fortuna altrove.[4]

Beatrice capofila della moda[modifica | modifica wikitesto]

Beatrice è oggi conosciuta soprattutto per il suo genio inventivo nella creazione di nuovi abiti, che furono una delle sue più grandi passioni e che talvolta ella cuciva da sola.[113] Finché visse non ebbe rivali in alcuna corte, dettò la moda in molte città dell'epoca e fu seguendo il suo esempio che numerose nobildonne italiane, anche al di fuori della corte milanese, adottarono l'acconciatura del coazzone, la quale entrò molto in voga.[114]

Beatrix Estensis, Ludovici uxor. Copia libera antica

Il Muralto la ricorda come «novarum vestium inventrix»[66] e, grazie alla corrispondenza dell'onnipresente Trotti e alle lettere di Beatrice stessa alla sorella e al marito, si conservano molte descrizioni dei suoi ricchi abiti e delle sue invenzioni.[74] Novità assoluta furono ad esempio abiti a righe come quello che indossa nella Pala Sforzesca e sua parrebbe essere anche l'idea di mettere in risalto la vita stringendovi attorno un cordone di grosse perle ch'ella definiva alla San Francesco.[115] Le perle del resto furono il suo più grande vezzo e fin dall'infanzia ne fece uso costante, sia in forma di collana, sia nelle acconciature, sia come decorazione degli abiti.[116] Amò molto i tessuti decorati con le imprese sforzesche ed estensi[116] e soprattutto con la fantasia "del passo cum li vincij" ideato per la duchessa da Niccolò da Correggio[117] sul modello dei nodi vinciani di Leonardo da Vinci.[118] Indossava talvolta cappelli ingioiellati con penne di gazza.[119]

Il suo gusto nel vestire colpì particolarmente i cortigiani francesi al seguito di Carlo VIII, che si spesero in ampie descrizioni; il poeta André de la Vigne, nella sua opera in versi Le Vergier d'honneur, ne ricorda infatti l'eccessivo lusso ostentato:[120]

(FR)

«Avecques luy fist venir sa partie
qui de Ferrare fille du duc estoit:
de fin drap d'or en tout ou en partie
de jour en jour voulentiers se vestoit:
Chaines, colliers, affiquetz, pierrerie,
ainsi qu'on dit en ung commun proverbe,
tant en avoit que c'estoit diablerie.
Brief mieulx valoit le lyen que le gerbe.
Autour du col bagues, joyaulx, carcans,
et pour son chief de richesse estoffer,
bordures d'or, devises et brocans:
ung songe estoit de la voir triumpher.»

(IT)

«Con lui fece venire la sua consorte,
colei che era figlia del duca di Ferrara:
di fine drappo d'oro in tutto o in parte,
di giorno in giorno volentieri si vestiva:
catene, collane, spille, pietre preziose;
così come dice un comune proverbio,
tante ne aveva ch'era una diavoleria.
In breve vale di più la catena che la ghirlanda.[A 6]
Attorno al collo anelli, gioielli, collari,
e attorno al capo di ricchezze abbellito,
bordure d'oro, motti e broccati:
un sogno era vederla trionfare.»

(André de la Vigne, Le Vergier d'honneur)

Alla sua morte il ruolo di capofila della moda fu assunto dalla sorella Isabella, la quale tuttavia non ne conservò l'eredità.[121]

Ritratti[modifica | modifica wikitesto]

Assai numerosi sono i ritratti che di Beatrice ci sono pervenuti, sia coevi sia postumi. La maggior parte di questi sono di certa identificazione, o perché ne riportano il nome a fianco o per via dei tratti distintivi di Beatrice, quali ad esempio il coazzone, che è presente in ognuno di essi senza esclusione. I più celebri rimangono il busto realizzato da Gian Cristoforo romano, il monumento funebre di Cristoforo Solari e la Pala Sforzesca.[122] Nota tuttavia Malaguzzi Valeri che come il Solari non si preoccupò di riprodurre i veri tratti di Beatrice, dovendo la statua funebre essere collocata al sommo di un monumento e dunque vista dal basso e da lontano, così l'ignoto e grossolano pittore della Pala Sforzesca alterò la fisionomia di Beatrice rispetto ai raffinati disegni originari di Ambrogio de Predis, indurendo i lineamenti del volto sino a renderlo quasi irriconoscibile: «egli ha preferito curare con monotonia infinita gli accessori dell'abito, talché la duchessa, più che persona viva, appare una bambola troppo adornata».[122]

Il ritratto di lei bambina realizzato da Cosmè Tura è andato invece smarrito nel secolo scorso, ma se ne conserva una foto in bianco e nero nel catalogo della Fondazione Zeri.[123]

Il presunto disegno di Leonardo da Vinci, conservato agli Uffizi col numero 209, è eseguito a lapis e acquerello, ma fu ritoccato duramente un po' dappertutto da una mano del XVI secolo.[124]

Non sarebbe invece Beatrice la donna effigiata nel cosiddetto Ritratto di dama, che per molto tempo le fu attribuito: i tratti del viso sono assai dissimili da quelli dei suoi ritratti certi, né è presente il solito coazzone.[125] Sarebbe piuttosto un ritratto di Beatrice al tempo delle nozze quello che venne catalogato agli Uffizi come Ritratto di Barbara Pallavicino,[126] il quale, oltre agli elementi più noti, mostra soprattutto una collana di perle con pendente che corrisponde pienamente alla descrizione fatta dall'ambasciatore Trotti sul dono mandato da Ludovico alla futura sposa nel 1490.[118]

Beatrice è inoltre una delle possibili candidate per l'identificazione con la Belle Ferronnière di Leonardo da Vinci.[127]

Le sono attribuiti anche il Ritratto di giovane donna di profilo di Giovanni Ambrogio de Predis[128] e il dipinto noto come The Rothschild Lady o Ritratto di giovane donna di profilo, di collezione privata, considerato opera della cerchia di Leonardo da Vinci, e precisamente di Bernardino de' Conti.[129][130]

Più recentemente è stata omaggiata insieme alla sua corte in opere di pittori come Giambattista Gigola (1816-1820),[131] Giuseppe Diotti (1823),[132] Francesco Gonin (1845), Francesco Podesti (1846),[131] Cherubino Cornienti (1840 e 1858),[131] Eleanor Fortescue-Brickdale (1920).[133]

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Unione dello stemma sforzesco ed estense, lapide in memoria del duca Ludovico il Moro e di sua moglie Beatrice d'Este, Conca di Viarenna a Milano, 1497

Ludovico e Beatrice ebbero tre figli:[134]

  • Ercole Massimiliano, conte di Pavia e duca di Milano;
  • Francesco, principe di Rossano e conte di Borrello poi conte di Pavia e duca di Milano, sposò Cristina di Danimarca;
  • il terzogenito, anch'esso maschio, nacque morto e, non essendo stato battezzato, non poté essere riposto con la madre nel sepolcro. Ludovico, affranto, lo fece pertanto tumulare sopra la porta del chiostro di Santa Maria delle Grazie con questo epitaffio latino: «Oh parto infelice! Perdetti la vita prima d'essere venuto alla luce: più infelice, poiché morendo tolsi la vita alla madre e il padre privai della sua consorte. In tanto avverso fato, questo solo mi può esser di conforto, che divi genitori, Ludovico e Beatrice duchi di Milano, mi generarono. 1497, 2 gennaio».[A 7]

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Alberto V d'Este Obizzo III d'Este  
 
Lippa Ariosti  
Niccolò III d'Este  
Isotta Albaresani Alberto Albaresani  
 
?  
Ercole I d'Este  
Tommaso III di Saluzzo Federico II di Saluzzo  
 
Beatrice di Ginevra  
Ricciarda di Saluzzo  
Margherita di Pierrepont Ugo II di Pierrepont  
 
Bianca di Coucy  
Beatrice d'Este  
Alfonso V d'Aragona Ferdinando I d'Aragona  
 
Eleonora d'Alburquerque  
Ferdinando I d'Aragona  
Gueraldona Carlino Enrico Carlino  
 
Isabella ?  
Eleonora d'Aragona  
Tristano di Chiaromonte Deodato II di Chiaromonte  
 
Isabella di Roquefeuil  
Isabella di Chiaromonte  
Caterina Orsini del Balzo Raimondo Orsini del Balzo  
 
Maria d'Enghien  
 

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

A Beatrice sono dedicati i Triumphi di Vincenzo Calmeta (1497), poemetto in terza rima d'ispirazione petrarchesca e dantesca nel quale il poeta piange la prematura scomparsa della duchessa, "sua cara compagna", e invoca la Morte affinché gli conceda di seguirla, inveendo contro il crudele Fato e la miseria della condizione umana, finché Beatrice stessa non scende dal Cielo a consolarlo e a trarlo fuori dal suo "passato errore", mostrandogli come in verità ogni cosa avvenga secondo la giustizia divina.[135]

Costituisce inoltre uno dei personaggi principali delle tragedie:

nonché la protagonista o coprotagonista dei romanzi:

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Il compositore francese Reynaldo Hahn evocò la sua corte nella composizione del 1905 intitolata Le Bal de Béatrice d'Este.[144]

Culinaria[modifica | modifica wikitesto]

Dolceriso del Moro decorato con l'impresa sforzesca dello scovino.

L'invenzione del Dolceriso del Moro, dolce tipico di Vigevano, è tradizionalmente attribuita alla stessa Beatrice, che l'avrebbe ideato nella primavera del 1491 per compiacere l'illustre consorte. Si tratta di una sorta di budino di riso ricotto, chiuso in un involucro di pasta frolla e arricchito con canditi, pinoli, mandorle e acqua di rose. Quest'ultimo ingrediente serviva – come pare – a indurre concordia, armonia e fedeltà nella coppia.[145]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Omaggi postumi[modifica | modifica wikitesto]

Leggende[modifica | modifica wikitesto]

Si dice che nel castello sforzesco di Vigevano, e precisamente nell'ala del maschio, nelle caldi notti estive gli spiriti di Beatrice e delle sue dame continuino ad animare gli appartamenti un tempo appartenuti alla duchessa e la cosiddetta "loggia delle dame", che Ludovico aveva fatto costruire appositamente per la consorte.[151][152]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni
  1. ^ Giordano, pp. 30-31; «Si capisce che il nonno Ferdinando, di sentimenti affettuosi verso i suoi più di quanto non lasci supporre l'indole sua, quale ci è dipinta dagli storici, non aveva voluto separarsi dalla nipotina; ma, cominciate nel Napoletano quelle sedizioni dei baroni che dettero luogo ad una vera guerra civile, Eleonora d'Aragona volle avere presso di sé anche quella sua figlioletta.» (Zambotti, p. 167).
  2. ^ Varietà di rubino di colore rosso acceso tendente al violaceo, molto apprezzata nel Medioevo. ( balàscio, su treccani.it. URL consultato il 29 settembre 2021 (archiviato il 30 settembre 2021).)
  3. ^ a b «Tutti sentono che questa lettera non è una delle solite partecipazioni mortuarie a frasi fatte. Da ogni linea traspira un cordoglio profondo ed intenso. E infatti fu questo il più forte dolore che il Moro avesse a soffrire, perché Beatrice fu forse l'unica persona al mondo che egli amò con passione viva, disinteressata e tenace. Quella donna rapita ai vivi mentre era ancora così giovane, mentre era l'anima di tutte le imprese e i diletti del marito, madre da pochi anni di due fanciullini adorati, colpì il cuore di tutti.» (Luzio e Renier, p. 87).
  4. ^ a b Il passo è del resto alquanto vago: «Lodovico Sforza già indotto da Hercole Estense et della moglie, tutto cominciò ad aspirare all'intiero governo dello stato» (Corio, p. 1028).
  5. ^ «Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli soddisfacevano a Lodovico le aspirazioni del cuore e dei sensi, Beatrice era sprone alla sua ambizione. Egli lo sentiva. Quindi la morte della Duchessa fu certo causa in lui di profondo e sincero pianto. Tale infausto avvenimento segnò per il Moro il principio di una serie di sventure che sembrarono realizzare i tristi presentimenti di lui e che lo accasciarono, come non avrebbe certamente fatto se esso avesse avuto a fianco la nobile e fiera Consorte.» (Uzielli, p. 36).
  6. ^ Antico proverbio francese intraducibile in italiano. ( « gerbe », définition dans le dictionnaire Littré, su littre.org.)
  7. ^ «Infoelix partus; amisi ante vitam quam in lucem ederer: infoelicior quod matri moriens vitam ademi et parentem consorte sua orbavi. In tam adverso fato hoc solum mihi potest iucundum esse, quia divi parentes me Lodovicus et Beatrix Mediolanenses duces genuere, MCCCCXCVII, tertio nonas Ianuarii». (Corio, p. 1102).
Riferimenti
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  19. ^ a b Mazzi, pp. 59-62.
  20. ^ a b c d e f Cartwright, pp. 60-65.
  21. ^ Luzio e Renier, pp. 13-17.
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  31. ^ a b Malaguzzi Valeri, pp. 438-439.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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