Galeazzo Sanseverino

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Galeazzo Sanseverino
Galeazzo Sanseverino.jpeg
Presunto ritratto di Galeazzo Sanseverino nel Ritratto di Luca Pacioli, 1495 circa
Marchese di Bobbio
Stemma
Stemma
Nome completo Galeazzo Sforza Visconti di Sanseverino d'Aragona
Trattamento Marchese
Altri titoli Conte di Caiazzo, Castel San Giovanni, Val Tidone e Voghera
Gran Scudiero di Francia
Nascita 1458-60 ca.
Morte Pavia, 25 febbraio 1525
Luogo di sepoltura Certosa di Pavia
Dinastia Sanseverino
Padre Roberto Sanseverino
Madre Giovanna da Correggio
Coniugi Bianca Giovanna Sforza
Elisabetta Costanza del Carretto
Religione Cattolicesimo
Galeazzo Sanseverino
Leonardo da Vinci - Portrait of a Musician - WGA12700.jpg
Presunto ritratto di Galeazzo Sanseverino nel Ritratto di musico di Leonardo da Vinci, Pinacoteca Ambrosiana, Milano, 1485 circa
Nascita1458-60 ca.
MortePavia, 25 febbraio 1525
Cause della morteMorto in battaglia
Luogo di sepolturaCertosa di Pavia
Dati militari
Paese servito
UnitàCavalleria
Anni di servizio50 (1475-1525)
GradoCapitano generale
GuerreGuerre d'Italia
Battaglie
Comandante di
  • Armata milanese (1495-1500)
  • Cavalleria francese (1509-1525)
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Galeazzo Sanseverino detto il figlio della Fortuna (1458-60 ca. – Pavia, 25 febbraio 1525) è stato un nobile e condottiero italiano, marchese di Castelnuovo Scrivia e di Bobbio, conte di Caiazzo, Castel San Giovanni, Val Tidone e Voghera, e Gran Scudiero di Francia. Fu dapprima il favorito di Ludovico il Moro e di Beatrice d'Este, quindi di Luigi XII e Francesco I di Francia, nonché nemico giurato di Gian Giacomo Trivulzio.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

«Dall'altra parte el duca di Milano
chiamò e dette el general bastone
a Maria Galeazo, e capitano
el fe' de le suo genti en su l'arcione,
qual cavalcando poi di mano in mano,
cho lo stendardo al vento del biscione,
honore e gloria de la Lombardia,
con molti gran signori in compagnia.
»

(Gerolamo Senese, La venuta del Re Carlo con la rotta del Taro (1496-1497).[1])

Fu figlio terzo o quartogenito (sopravvissuto) del famosissimo condottiero Roberto Sanseverino, 1º conte di Caiazzo, e della sua prima moglie Giovanna da Correggio. Per nulla chiara è la data di nascita, da collocarsi comunque attorno al 1458-60 e forse a Milano, dove si trovava sicuramente la madre Giovanna negli anni 1458-59, in attesa del ritorno del marito dal suo pellegrinaggio in Terrasanta.[2] Non si sa neppure se nacque prima o dopo il fratello Antonio Maria, ma certamente dopo il secondogenito Gaspare, detto Fracasso, che nel 1475 era già sposato.[2]

Compì le sue prime esperienze militari nella compagnia del padre Roberto e nel 1475 ottenne, insieme ai fratelli, la sua prima condotta al soldo di Firenze.[3][2]

Al servizio di Milano[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno del 1483, nel corso della Guerra del Sale, Galeazzo e il fratello Gianfrancesco disertarono la condotta veneziana del padre Roberto ed entrarono al servizio del duca di Bari, poi duca di Milano, Ludovico il Moro, nonostante il padre gli fosse acerrimo nemico.[3] Poco dopo anche due dei fratellastri, Giorgio detto Faccenda e Ottaviano, li seguirono. Gli altri due fratelli, Fracasso e Antonio Maria, rimasero invece fedeli al padre, e solo dopo la morte di Roberto, nel 1489, passarono al Moro. Quest'ultimo guadagnò in sostanza al proprio servizio tutti i figli del grande nemico, stimati fra i migliori condottieri della penisola.

Genero del Moro[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo in particolare divenne subito il prediletto di Ludovico, il quale dovette certo riconoscerne le ottime qualità cortigiane, e da questo momento cominciò per lui una carriera in perenne ascesa, oltreché a diffondersi la sua fama. Di origini meridionali ma senza patria, a lui allude il cronista Andrea Prato, quando rimprovera a Ludovico le sue cattive scelte:[4]

«[...] Favoreggiò molto più li forastieri che li suoi; et de quelli alcuni ne amò con tanto fervore che, in breve tempo, de men che mediocri li fece ricchissimi [...]»

(Giovanni Andrea Prato, Cronaca milanese)

Nel 1485 alla morte di Pietro dal Verme, che si disse avvelenato su ordine dello stesso Ludovico, l'intero stato del defunto - a eccezione di Bobbio, che andò in dote alla figlia Bianca Giovanna - fu devoluto a Galeazzo, che divenne così signore di Voghera, Rocca d'Algese, Zavattarello, Castel San Giovanni e Pieve d'Inchino.[5]

Nel 1486 re Ferrante d'Aragona dette istruzione al proprio ambasciatore milanese di salutare da parte sua Galeazzo, riferendogli di avere avuto notizia "delle virtù sue, delli suoi buoni portamenti, et della affectione grandissima che ce porta" e dicendosi disposto a fargli volentieri qualche beneficio, qualora ne fosse capitata occasione.[6]

Nel 1488 fu mandato in soccorso di Caterina Sforza asserragliata nella Rocca di Ravaldino a seguito della congiura degli Orsi. Dopo aver liberato la città, tornato a Milano, fu nominato capitano generale dell'esercito sforzesco.[7] La nomina parrebbe essere stata un riconoscimento per l'ardore con cui, l'anno prima, Galeazzo aveva difeso gli interessi di Ludovico gravemente ammalato, impedendo agli altri nobili del consiglio di condurlo fuori dal castello nel timore che una sua improvvisa morte desse origine a sedizioni.[8]

Questa prevaricazione attirò addosso a lui e a Ludovico l'odio implacabile di Gian Giacomo Trivulzio, e più in generale l'invidia degli altri fratelli.[9] Una forte inimicizia ebbe pure col marchese di Mantova Francesco Gonzaga, sempre per le stesse ragioni: la condotta milanese del marchese, infatti, terminò proprio al principio del 1489, poco dopo che Galeazzo aveva ottenuto il titolo di capitano generale. A quest'ultimo allude con ogni probabilità Floriano Dolfo, in una lettera piena di volgarità scritta nel 1496, quando dice al marchese Francesco di lodare la sua decisione, presa anni prima, di passare al servizio della Signoria di Venezia, in quanto un "cerse - ossia un organo genitale - de uno cavallo che sperone non teme, né sferza" aveva sciolto il vincolo parentale che legava Francesco al Moro, essendo infatti i due cognati.[10]

Ricoperto di benefici e incaricato sovente di missioni delicatissime da parte del Moro, il quale se ne fidava ciecamente, nel 1489 egli sposò la figlia illegittima - per l'occasione legittimata - di Ludovico: Bianca Giovanna. Quest'ultima era all'epoca una bambina di sette anni, pertanto il matrimonio fu puramente nominale, divenendo poi effettivo solamente nel 1496, quando la ragazza compì i quattordici anni. Col matrimonio egli venne investito dei possedimenti delle contee di Bobbio, Castel San Giovanni, Val Tidone e Voghera. Sempre negli stessi anni gli venne donato il castello di Mirabello.

«Se come generale fece poi prova infelice, era personalmente valorosissimo e stimato il più destro giostratore e il più compito cavaliere della corte: aitante della persona, come gli altri suoi tre fratelli al servizio del Moro, era certo tale da piacere alla principesca sposa, ancor quasi bambina.»

(Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari.)
Ritratto di Galeazzo al centro della scena dell'investitura ducale di Ludovico il Moro, pagina miniata dal Messale Arcimboldi nella Biblioteca capitolare del Duomo di Milano. Si conosce infatti che durante la cerimonia Ludovico ricevette, fra le altre cose, uno stendardo piccolo rosso, che gettò al popolo; una spada sguainata, che diede al nipote il contino di Melzo (il figurino biondo sulla sinistra, con la spada poggiata in spalla); nonché uno stendardo grande d'oro con l'aquila nera, che diede al genero Galeazzo.[11]

La nuova duchessa[modifica | modifica wikitesto]

Quando al principio 1491, dopo dieci anni di fidanzamento, Ludovico prese infine in moglie la giovanissima Beatrice d'Este, Galeazzo seppe con la propria affabilità e il proprio naturale fascino guadagnarsi il favore della nuova duchessa, divenendo il suo più fedele servitore in perpetuo. Non di rado li si ritrova insieme negli quotidiani divertimenti della corte, come pure in faccende di maggiore importanza.[9][12]

Così ad esempio, in quei mesi, Beatrice scrive alla sorella: "omne dì lo Ill.mo m[esser]. Galeatio et io, cum alchuni altri de questi cortesani, prehendimo piacere al giocho de la balla et mayo dappoi el disnare".[13]

«Beatrice cominciò subito una vita di divertimenti violenti per lo più in compagnia dell'elegantissimo Galeazzo Sanseverino, passando il Febbraio ed il Marzo in cacce talora rischiose ed in giuochi nei castelli circostanti.»

(Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari.)

In quella stessa occasione Galeazzo fu il principe della giostra tenutasi tra il 26 e il 28 gennaio a coronamento delle nozze del Moro, della quale fu proclamato vincitore. Egli si presentò, il primo giorno, con un costume mostruoso: aveva in capo un elmo dorato dal quale spuntavano lunghe corna a tortiglione e un lunghissimo serpente alato, mentre il suo cavallo era coperto di squame d'oro decorate a occhi di pavone. Lo accompagnava una turba di uomini travestiti da selvaggi. Il terzo giorno invece, al momento di giostrare, egli risplendeva in tutto il suo fulgore; il cronista Tristano Calco così lo descrive:[14]

(LA)

«Sed omnium animi pariter oculique erecti, capessente rem Galeacio Sancto Severinate: qui non terribilis amplius, nec barbaricis sussultus tegminibus, sed serica lacerna sericoque velo, equum et hominem complectente, pulcherrimus apparuit.»

(IT)

«Ma gli animi di tutti, e parimenti gli occhi, si fanno tesi, quando affronta la sfida Galeazzo Sanseverino: egli non più in foggia terrificante, né più ricoperto di squame selvagge, ma con una serica sopravveste e con serico manto, che abbraccia cavaliere e cavallo, appare bellissimo.»

Galeazzo riuscì a spezzare ben dodici lance in dodici assalti, il massimo del punteggio totalizzabile, e ricevette perciò il primo premio - un palio di broccato lungo trentadue braccia - direttamente dalle mani di Beatrice.[14] Pochi giorni dopo tenne a battesimo il piccolo Francesco, primogenito dei duchi Gian Galeazzo e Isabella.[15]

L'incertezza del nome[modifica | modifica wikitesto]

Nelle proprie missive Galeazzo era solito firmarsi col triplo cognome Sfortia Vicecomes de Sancto Severino, o perché attraverso le nozze con Bianca Giovanna fosse stato "adottato" all'interno della famiglia Sforza o per via della propria discendenza da Muzio Attendolo.

Una serie di lettere scritte in questo periodo alla marchesa Isabella d'Este contengono una curiosa e interminabile disputa su chi fosse il miglior paladino: Orlando o Rinaldo, nonché il racconto di una gita compiuta da Beatrice d'Este a Cusago e dei molti divertimenti della nuova duchessa. Queste lettere contengono però la sola firma Galeaz Sfortia Vicecomes armorum capitaneus.

Ciò generò qualche confusione fra gli storici, poiché esistette almeno un altro Galeazzo Visconti (1455-1531) suo contemporaneo, detto anche "messer Vesconte", anch'egli cortigiano amico dei duchi, investito nel 1488 della contea di Busto Arsizio.[16]

Il nome compare più volte nelle cronache e nelle lettere e non è possibile stabilire se si trattasse sempre della stessa persona o di differenti. L'incertezza risiede nella variabilità dei nomi con cui all'epoca era possibile indicare una medesima persona: lo stesso Ludovico Sforza viene talvolta menzionato come "Ludovico Vesconte" e non era d'obbligo nelle lettere firmarsi col cognome completo. Appare però chiaro che Galeazzo Sanseverino e Galeazzo Visconti non furono la stessa persona, in quanto menzionati separatamente nel medesimo contesto. Permane il dubbio sull'identità del mittente delle lettere alla marchesa, tuttavia non risulta che questo Galeazzo Visconti portasse anche il cognome Sfortia, inoltre i riferimenti presenti in esse alle giornate di svago trascorse in compagnia delle due sorelle d'Este e alla grande familiarità con la duchessa Beatrice, nonché a un fratello di nome "Gasparo" che potrebbe corrispondere a Fracasso, inducono a credere che il mittente fosse in effetti Galeazzo Sanseverino.[17][18]

Questi racconta di aver accompagnato la duchessa Beatrice in villeggiatura a Cusago e di essere montato insieme a lei in carretta, dove durante il tragitto cantarono più di venticinque canzoni, "facendo tante patie", quindi pescarono, cacciarono e giocarono a palla con molti altri divertimenti, tornando a Milano dopo il tramonto, tanto che - aggiunge scherzosamente - nello star dietro a Beatrice era quasi impazzito:[13]

«ne venisemo a Milano a una hora de nocte et prexentasemo tuta la caza a lo Ill.mo S[ignore]. mio Duca de Barri, il quale ha preso tanto piacere et consolatione che più non se poteria desiderare, molto più che se glié fosse stato lui in persona, et credo che la Duchesa mia harà fato magiore guadagno che io, perché credo che Io IIl.mo S. Lo[dovico]. glié donarà Cuxago [...] ma io ho roto li stivali et, come ho dito de sopra, impazito, et questi sono de li guadagni se fano ad servire done [...] Pur del tuto harò patientia, facendolo a bono fine per la Duchesa mia, a la quale non delibero mancare in niuna cosa fin a la morte.»

(Lettera di Galeazzo a Isabella d'Este, 11 febbraio 1491.)

Godeva anche il raro privilegio del libero accesso agli appartamenti ducali, se a conclusione della lettera ricorda alla marchesa Isabella di quelle volte che, entrando nel camerino privato di Beatrice, trovava le dame ancora svestite e intente ad acconciarsi i capelli:[13]

«Madona Marchesa mia, io non poso pur smentigarme la vita nostra de la sera, et la sua dolce compagnia, et cusì vo pur al camerino de Madama, pensandome de trovarla che se conzi el capo et apresso Sua Signoria, Teodora [degli Angeli] et Beatrice [dei Contrari] in maniche de camixa, et cum si la Violante [de' Preti] et Maria pur desvestite, et quando non la trovo, me trovo de mala voglia»

(Galeazzo a Isabella d'Este)

Figlio della Fortuna[modifica | modifica wikitesto]

Non v'era riunione, pubblica o privata che fosse, alla quale Galeazzo non fosse presente. Egli era partecipe di tutti i segreti della famiglia ducale e, finché visse a Milano, tenne in castello quasi una corte propria.[19] Nel comitato di reggenza, composto da tre soli elementi, che - nel caso di morte improvvisa di Ludovico - sarebbe subentrato al governo, egli si trovava al secondo posto subito dopo la duchessa Beatrice e subito prima del cardinale Ascanio, fratello del Moro.[20]

A prova degli strettissimi rapporti esistenti fra i tre, si consideri che, nel periodo di lutto per la morte della madre, Beatrice era solita consumare i pasti con la sola compagnia del marito e del genero Galeazzo, e che quest'ultimo le fu molto accanto anche quando, nel 1492, un improvviso attacco di febbri malariche mise a rischio la sua prima gravidanza.[18]

«A me pare che epso messer Galeazzo sia Duca de Milano perché el pò ciò ch'el vole et ha quello che sa dimandare et desiderare.»

(Giacomo Trotti, lettera al duca di Ferrara, 7 agosto 1492.[21])

Per l'eccezionale scalata sociale che, da figlio sconosciuto di Roberto, lo aveva portato a essere quasi un secondo duca a Milano, Galeazzo fu appellato "il figlio della Fortuna".[22] Filippo di Comines nelle sue Memorie giustifica il fatto dicendo che Ludovico "lo teneva da figliuolo, non havendone egli per ancora de' grandi".[23]

Non sarebbe invece da escludere un legame di natura sessuale, se - come ricordò Achille Dina, storico novecentesco - a ciò fu riferita quell'accusa di Francesco Guicciardini, il quale disse di Ludovico: "e' fu disonesto nel peccato della sodomia e, come molti dicono, ancora da vecchio non meno paziente che agente".[24]

Achille Dina insiste però sulla forte "intimità" che Galeazzo ebbe piuttosto con la duchessa Beatrice e insinua - ma senza addurre alcuna prova concreta a sostegno di questa ipotesi - che i due fossero amanti, sostenendo che a "qualche intimo rimorso" fosse dovuto il profondo dolore di lei per la morte della figliastra:[25]

«Ella, che attendeva la nascita di un altro figlio, si recava ogni dì alla chiesa di S. Maria delle Grazie, rimanendovi lunghe ore a pregare e piangere sulla tomba di Bianca. Dolore per la recente perdita? o per la relazione di Ludovico con la Crivelli? si chiede la sua biografa. O qualche intimo rimorso, che le crescesse l'apprensione pel prossimo parto? [...] Forse la sua condotta verso Isabella? o qualche cosa nei suoi rapporti col marito di Bianca, l'affascinante Galeazzo Sanseverino, la cui intrinsechezza e continua comunanza di piaceri con lei non può non colpire?»

(Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari.)
Possibile ritratto di Bianca Giovanna Sforza (la fanciulla bionda di profilo sulla destra), accanto alla duchessa Beatrice d'Este (sulla sinistra), nella miniatura della cerimonia d'investitura di Ludovico.

Sebbene corrisponda a verità il fatto che Beatrice lo volesse accanto a sé dovunque andasse e che, un po' come tutti, ne subì probabilmente la fascinazione, comunque mai nessuno dei contemporanei insinuò di alcun comportamento sospetto fra i due, e Beatrice dimostrò in più occasioni di essere "in superlativo vergognosa"[26] e, se non direttamente innamorata,[27] almeno affezionata al marito,[28] oltre che lodata per la sua "mente pudica".[29] Era inoltre ella stessa a informare i propri familiari dei divertimenti presi con Galeazzo, e nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il consenso di Ludovico, il quale anzi lo aveva volentieri incoraggiato. Più facilmente si guarderebbe al loro rapporto come a quello classico tra cavaliere e dama, come la sua biografa lo interpreta.[9][13] Egli rappresenta per certi versi l'antesignano del cavalier servente, figura che sarebbe sorta solo tre secoli dopo.[30]

Una metafora sessuale potrebbe in effetti leggersi in un passo del Sanudo, che nel 1499 scrive:

«[...] 'l signor Galeazo di Sanseverino havia pocha reputation da’ soldati, né era amado perché non valeva in governo, tamen era valente di la sua lanza

(Marin Sanudo il giovane, I diarii di Marino Sanuto, 1496-1533)

Altrimenti il passo è da interpretarsi come riferimento al valore personale di Galeazzo (ch'era infatti un validissimo combattente) in contrapposizione alle sue carenze come capitano.

Antonio Perria ipotizza invece una relazione col duca Gian Galeazzo,[31] per via del fatto che sul finire del 1492 scoppiò uno scandalo per cui Isabella d'Aragona aveva tentato di propinare del veleno a tal Rozone, favorito e amante del marito Gian Galeazzo, nonché allo stesso Galeazzo Sanseverino. Non si conosce il perché, ma fu probabilmente per gelosia del marito. Re Ferrante, informato sulla questione, rispose ch'era impossibile che Isabella avesse tentato di avvelenare Galeazzo, il quale era "amato da loro come figlio e sempre dimostratosi buon servitore e parente"; quanto a Rozone diceva di meravigliarsi che la nipote "per disperatione" non avesse fatto peggio.[24]

Ma la rappresaglia di Isabella nei confronti di Galeazzo era forse dovuta al fatto ch'egli favorisse il duca nei suoi tradimenti, così come faceva Ludovico che, piuttosto di cacciare Rozone dallo stato, gli concedeva favori e attribuzioni per far piacere al nipote, in modo tale che era divenuto "lo primo homo che habea appresso".[24]

«[...] l' illustre Galeazzo Sanseverino, l'elegantissimo capitan generale sforzesco e, nonostante le apparenze, avverso ad Isabella tanto per l'antico odio di famiglia, quanto per la sua intimità con Beatrice e col Moro, così grande che, dice il Guicciardini, « nel petto di lui tutti i segreti e tutte le deliberazioni di Ludovico Sforza si rinchiudevano»

(Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari.)

Probabilmente Galeazzo era, un po' come la maggioranza degli uomini della sua epoca, bisessuale; infatti, come ci assicura il Sanudo, mentre stava ad Alessandria nel 1499 Galeazzo badava, più che all'esercito, a vestirsi elegantemente e a divertirsi con le donne: "ditto signor Galeazo sta in Alexandria, atende a foze et dame, si dice mal di lui, et è stà a le man con domino Alexandro Sforza".[32]

La prima calata dei francesi in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Discesa di Carlo VIII in Italia.

Nel 1494 fu mandato dal Moro a Lione in visita diplomatica presso Carlo VIII, per provare le intenzioni del re nell'impresa del regno di Napoli. Quest'ultimo ne rimase grandemente affascinato: gli cedette le proprie più belle amanti e volle crearlo cavaliere dell'Ordine di San Michele. Ludovico, dapprima schierato coi francesi, cambiò in seguito alleanze, schierandosi con la Lega Santa che si era formata per scacciare gli invasori dalla penisola.

Assedio di Novara[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Novara (1495).

Nel corso del 1495 Galeazzo guidò dunque l'esercito milanese – sempre in qualità di capitano generale delle armate sforzesche - contro il re di Francia e il duca d'Orleans, il quale ultimo nel giugno si era impadronito di Novara e minacciava di assediare la stessa Milano. Poiché Galeazzo stava fiacco, e correva voce che suo fratello Fracasso facesse il doppio gioco col re di Francia, Beatrice in persona si recò all'accampamento militare per esortarlo a muovere contro il nemico.

Il 6 luglio 1495 prese parte all'epocale battaglia di Fornovo e fu il solo che insieme ai propri fratelli coi cavalleggeri inseguì i fuggitivi sin oltre il fiume Taro nel tentativo d'impedire che proseguissero la marcia verso la Lombardia, mentre il resto dei soldati della Lega Santa si dava al saccheggio dell'accampamento francese.

Morte di Bianca Giovanna e di Beatrice[modifica | modifica wikitesto]

La bella principessa di Leonardo da Vinci, presunto ritratto di Bianca Giovanna Sforza.

Il 20 giugno 1496 avvenne la trasductio ad maritum della quattordicenne Bianca Giovanna Sforza, che divenne ufficialmente sua moglie. Tuttavia già una decina di giorni dopo, ai primi di luglio, la giovinetta si ammalò e tale rimase, tra riprese e ricadute, fino ai primi di ottobre, quando poté recarsi nel suo feudo di Voghera. Quasi contemporaneamente anche Galeazzo si ammalò in maniera alquanto grave di febbri malariche, che perdurarono per tutto il settembre e l'ottobre, impedendogli di partecipare alle pratiche politiche tra il suocero e l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo.[33]

Nel novembre Bianca Giovanna ebbe una ricaduta e Galeazzo, che si era portato a Vigevano per salutarvi i suoceri, si spostò perciò a Milano per stare vicino alla moglie, la quale tuttavia spirò il 23 del mese, essendosi aggravata all'improvviso. Egli se ne mostrò addoloratissimo e se ne rimase rinchiuso per molti giorni in certe stanze del castello di Milano che gli nuocevano alla salute, già debilitata dalla recente malattia, poiché, essendo abituato a tenersi costantemente in esercizio, la forzata inattività lo indeboliva.[34]

Alcuni cortigiani di Ludovico, ovvero il castellano Bernardino da Corte, il primo segretario Bartolomeo Calco e l'Arcivescovo di Milano, preoccupatissimi per il suo benestare, si recarono allora in visita presso di lui e lo trovarono "tanto percosso et atterrato [...] pieno de lachrime et de singulti in modo che quasi non poteva exprimere le parole di dolore". Qualche giorno dopo essi tornarono insieme al vescovo di Piacenza per convincere Galeazzo a raggiungere a Pavia il suocero Ludovico, che in quei giorni doveva recarsi a Parma per accogliere l'imperatore Massimiliano, poiché egli aveva desiderio di avere il genero presso di sé onde confortarsi a vicenda, ma Galeazzo ricusò dicendo di non essere in grado di lasciare la camera per la grandezza del proprio dolore, e che se proprio Ludovico glielo avesse ordinato allora si sarebbe recato presso di lui "cum la lingua per terra", atto plateale di penitenza. Riuscì tuttavia Bernardino da Corte a persuaderlo a lasciare la camera per spostarsi nella più salutare residenza di campagna di Abbiategrasso affinché non si ammalasse.[34]

La morte apparve sospetta, tanto più che non se ne conobbe la causa, e che la giovane era stata tormentata a più riprese negli ultimi mesi da febbri e dolori allo stomaco. Poiché fu seguita, poco più di un mese dopo, dalla morte per parto della stessa duchessa Beatrice, lo storico Ludovico Antonio Muratori nelle proprie Antichità Estensi, accenna alla possibilità che Bianca fosse caduta vittima di un intrigo di corte:

«Aggiunge un'altra [voce], essere stata Beatrice avvelenata da Francesca dal Verme ad istanza di Galeazzo Sanseverino, per quanto essa Francesca dopo alcuni anni propalò morendo. Il perché non si dice, potendosi solamente osservare, che per attestato d'esso Corio era morta poco tempo prima Bianca, bastarda d'esso Duca Lodovico, e moglie di Galeazzo suddetto. Ma perciocché di questi fatti entrano facilmente le dicerie del volgo, io non mi fo mallevadore d'alcuna di queste notizie segrete»

(Ludovico Muratori, Antichità Estensi[35])
Coppie miniate al Folio 119 r. del Canzoniere Queriniano di Antonio Grifo: quella in alto a sinistra - ossia l'uomo col farsetto rosso e la donna col vestito verde dalla scollatura profonda - rappresenta con certezza i duchi Ludovico e Beatrice. Una delle due coppie accanto alla loro, quella a destra o quella sottostante, dovrebbe invece raffigurare Galeazzo e Bianca Giovanna.[36]

Il passo, alquanto vago, ricevette nel tempo diverse interpretazioni. Secondo alcuni, il Muratori adombrò un omicidio da padre di Beatrice, che avrebbe avvelenato la figliastra per vendetta nei confronti di Galeazzo, il quale offriva il proprio palazzo agli incontri segreti tra Ludovico e Lucrezia Crivelli, cosicché quello si sarebbe alla medesima maniera vendicato. Ciò appare del tutto inverosimile, considerato l'intenso affetto che legava Beatrice a Bianca Giovanna, la quale pretendeva d'avere accanto a sé in ogni momento. Alla stessa maniera non appare chiaro che ragione avrebbe potuto avere Galeazzo di volere la morte della propria duchessa, danneggiando così gravemente il suocero e lo stato. Egli stesso era stato d'altronde ammalato di febbri negli ultimi due mesi.[34][37]

Significativo è infine il grande dolore che egli mostrò per la perdita di Beatrice: l'ambasciatore estense Antonio Costabili, nel descrivere al duca Ercole le manifestazioni di lutto al funerale della figlia, si mostrò colpito in particolar modo dal comportamento di Galeazzo, il quale "in demonstratione, in parole, et in effecti ha facto cose mirabile in significatione del affectione che gli portava, extendendosse a fare conoscere ad ogniuno le virtute et bontate che regnavano in quella Ill.ma madona".[38]

Più probabilmente il Muratori volle fare intendere che se le due giovani andarono incontro ad una morte così prematura nel giro d'un mese, evidentemente qualcuno cercava la rovina del Moro, il quale in effetti dopo la morte della moglie non fu più in grado di occuparsi dello stato.[34] La misteriosa Francesca dal Verme sarebbe tuttavia una figlia illegittima del conte Pietro dal Verme, uomo che si disse avvelenato dalla propria moglie Chiara Sforza su commissione del Moro, il quale ne incamerò i possedimenti a discapito dei figli del conte proprio per farne dono al favorito Galeazzo.[37]

Nel settembre 1498 Galeazzo ricevette proposta di matrimonio da parte di Caterina Sforza, contessa di Forlì, o così perlomeno si divulgò a Milano.[39] Si sposò invece con Elisabetta Costanza del Carretto, detta Madama la Grande, figlia del marchese del Finale, che era all'epoca una bambina e con la quale non ebbe prole.[40]

La seconda calata dei francesi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Italia del 1499-1504.

Galeazzo cadde prigioniero dei francesi, insieme con il suo signore Ludovico e i fratelli Fracasso e Antonio Maria, dopo la battaglia di Novara (1500), dove, colpito da un sasso, venne ferito al volto.

Il portamento valoroso di Galeazzo nel corso della fatidica battaglia di Novara fu descritto dal veneziano Ercole Cinzio Rinucci in un suo componimento in ottave:

«Galeazo Maria era valente,
ruppe la lanza e amatiò un francese,
e a mò un bon guerier alto e possente,
la spada sua in man subito prese:
a chi tagliava braze, a chi li dente,
ve più persone morte a terra stese;
finalmente non fu sì savio o forte,
che in poco d'hora gli fu dato morte.
»

(Ercole Cinzio Rinucci, Historia nova de la rotta e presa del Moro e Aschanio e molti altri baroni.[41])

Commenta a tal proposito Girolamo Priuli: "Il Trivulzio vedendo questi prigionieri, e massime il signor Lodovico, pensa, o lettore, che allegrezza!"[42]

Subito, fatto condurre alla propria presenza il duca, Gian Giacomo gli rivolse - a detta di Andrea Prato - queste sprezzanti parole:[42]

«Or sei tu qui, Ludovico Sforza, il quale per amor d'un forastiero Galeazzo Sanseverino hai scacciato me tuo cittadino, né d'una sol volta d'avermi cacciato bastandoti, hai novamente sollicitato li animi de' Milanesi a rebellarsi alla regia Maestà?
A che bassamente rispondendo, il principe disse, che a conoscer la causa perché l'animo si inchini ad amar uno et odia l'altro è difficil cosa [...]»

(Cronaca di Giovan Andrea Prato)
Fra' Luca Pacioli presenta il De Divina Proportione al duca (1498). L'uomo accanto a Ludovico, anch'esso abbrunato a lutto, è forse il genero Galeazzo, riconoscibile da quella che sembra la collana dell'ordine di San Michele. Entrambi infatti mantennero il lutto anche dopo la scadenza dell'anno canonico.[43]

Galeazzo subì diverse torture da parte degli svizzeri, allo scopo di estorcergli denaro. Non avendo ottenuto nulla da lui, gli svizzeri lo vendettero poi al balivo di Digione, Antonio di Baissay, per la somma di mille ducati.[44] Il balivo fu assai criticato per aver posto fine alle torture.[45]

A differenza del Moro, Galeazzo fu rilasciato solo pochi mesi dopo la cattura dietro la mediazione del fratello cardinale Federico e il pagamento di un riscatto da parte dei suoi fratelli. Perdette però le contee e le signorie di Bobbio, Castel San Giovanni, Val Tidone e Voghera, riassegnate dai francesi.

Dopo questi nefasti eventi egli si recò a Innsbruck alla corte dell'imperatore Massimiliano I; qui le cronache lo narrano triste, malinconico, povero, poco considerato e sempre vestito di nero in segno di dolore per le sorti del suocero. Marin Sanudo aggiunge che aveva smesso di tagliarsi i capelli e li portava tinti altrettanto di nero:[46]

«Item, missier Galeazo di San Severino, tutto vestito di negro, con cavelli negri, longi fino a la centura, molto di mala voja e lezier di danari; e todeschi fanno pocha stima di lui; pur era con il re [Massimiliano].»

(Marin Sanudo, Diarii.)

Quindi andò a Norimberga, dove grazie all'amico in comune Willibald Pirckheimer strinse amicizia con Albrecht Dürer, che lo ritrasse in abito nero nel 1503.

Nello stesso anno, verosimilmente, sfidò a duello il marchese Francesco Gonzaga per la loro antica inimicizia. Francesco non accettò il duello, ma rispose con una lunga lettera gonfia di insulti e volgarità, nella quale accusò in sostanza Galeazzo d'essere un raccomandato senz'arte né parte, di aver sempre vissuto a spese altrui, senza godere nulla di proprio, contrapponendogli invece la propria nobile e meritata condizione ereditaria. Lo accusa inoltre d'essere stato egli solo la rovina di Ludovico Sforza, che "non si trovaria hora fora del regno da lui possesso captivato" se non fosse stato per causa sua, e di essersi guadagnato tutto ciò che possiede solo prostituendosi, per di più tramite la sodomia passiva, mentre Francesco vanta con orgoglio d'aver praticato esclusivamente sodomia attiva. Tra le altre cose, rivendica le proprie qualità militari e i meriti acquisiti con le armi, ricordandogli viceversa le sue carenze in questa disciplina, per le quali lo accusa d'essere stato la causa della rovina di tutta l'Italia:[47]

«Prù! (questo è uno sono di peto che io ho facto cum la bocha, cum una giunta de uno manicheto et una mano che cum le prime dita ciuda el police). De, Galeazo, per mio conseglio, attendi a vivere contento di quella poca fortuna che per gratia, senza alcuno merito, te ha lassato casualmente la trista conditione de li tempi [...]. Io son nato in signoria et Signore et Marchese di Mantua, citade nobilissima, et in quella son conservato per la Dio gratia et mei boni portamenti Signore insino a questa hora. Tu a guisa de cingani, fosti in un loco generato, in uno altro parturito et altrove educato, senza alcuno dominio o territorio, et pur si la fortuna gratiosamente ti ha concesso qualche felice seguito, tu te lo hai perduto per tuo defecto in fogia che hora [...] ti bisogna vivere como fano li cani, a spese de altri [...]. Tu, disgratiato, non poi vivere si non trovi qualche uno che, non ti cognoscendo, vole gittare via la roba, el tempo et lo servitio. [...] Io son reputato et cresciuto per nativitate et boni costumi; tu per favori humani et cullatarii (et io son uso di fare la festa a l'uscio de altri, et non al mio!) Io ne [...] l'arte militare - como è notorio - mi son portato in tale fogia che ne son sempre uscito cum victoria et benvoluto a tuta Italia. Tu, al contrario, hai facto che da la guerra ne sei partito o rotto o scaciato, benché tu te sia [...] contro lo nimico cum magiore excertito et in ben più forte, dove como uno coniglio ne sei fugito, et sei stato la infamia, la ruina et destructione del bello dominio italiano!»

Prosegue dicendo che, anche accettando il duello e vincendo, non ne riporterebbe alcuna gloria, se non quella d'aver vinto "una femina bordelliera, tavernara, miserabile, sfazata et fugitiva!"; viceversa se "per sciagura [...] o per furore di celi" Galeazzo risultasse vincitore, ne otterrebbe molto maggior guadagno che lui. Appare però da ciò chiaro che Francesco non volesse affrontarlo in duello, temendo di uscirne sconfitto, e che fosse ancora vivo in lui il rancore per essersi visto più volte scalzato da Galeazzo nella condotta col Moro.[47]

Francesco commette inoltre l'errore, pur d'ingiuriare il nemico, di offendere anche la memoria del di lui padre Roberto, dicendo che fu "cum poca laude conducto a la morte", e anteponendogli il proprio padre Federico,[47] quando in verità la maggioranza di storici e cronisti concorda nel dire che Roberto Sanseverino morì combattendo valorosamente e con onore,[48][49] e senza dubbio fu stimato il primo e il più esperto fra i condottieri italiani del suo tempo, primato che non spettò certo a Federico Gonzaga. Francesco non riconosce neppure i meriti di Galeazzo nel corso della battaglia di Fornovo, e lo accusa di aver "scaciati et perseguitati como nemici" i suoi stessi fratelli, e di avergli voltato le spalle,[47] quando in verità risulta dalle fonti che più volte Galeazzo avesse fatto da paciere tra i propri fratelli e Ludovico il Moro, facendo loro riottenere la condotta e i possessi che avevano perduto dopo essersene allontanati.[50][51] Una serie di accuse, dunque, esagerate e parzialmente false, dettate da un animo visibilmente invidioso, che scarica su Galeazzo perfino la colpa d'avergli fatto perdere la condotta con la Signoria di Venezia nel 1497, quando ciò in verità accadde per il comportamento ambiguo dello stesso Francesco, nonché di metterlo in cattiva luce con l'imperatore Massimiliano I.[47]

Al servizio della Francia[modifica | modifica wikitesto]

Grazie all'intervento dei suoi fratelli e del cardinale Federico Sanseverino, nel 1504 si riconciliò con Luigi XII di Francia e lo seguì a Napoli. Nonostante gli fosse in passato stato nemico, Galeazzo entrò subito nelle grazie del nuovo re, che lo ebbe carissimo e lo creò consigliere di stato, cameriere del re e Gran Scudiero di Francia. Nessun italiano, anzi nessuno straniero, né prima né dopo di lui ricevette più questo onore. Nel 1505 ebbe il castello di Mehun-sur-Yèvre.

A causa di ciò si accrebbe ferocissimo l'odio di Gian Giacomo Trivulzio, ormai maresciallo di Francia, nei suoi confronti, in quanto Galeazzo, che lo aveva dapprima spogliato dei favori di Ludovico, lo spogliava adesso anche di quelli del re.

Furono vani i numerosi tentativi di Galeazzo di mediare con re Luigi XII per la liberazione dell'amico e suocero Ludovico, che morì prigioniero a Loches nel 1508. Negli ultimi anni di Leonardo passati ad Amboise, Galeazzo fu ancora vicino al vecchio amico con il quale divise piacevoli ricordi del tempo milanese.

Nel 1516 il re di Francia gli concedette nuovamente Bobbio e tutti i feudi, e con un secondo diploma fu pure creato marchese di Bobbio. Il marchesato di Bobbio era formato dalle contee di Bobbio e Voghera, dalle signorie malaspiniane dell'Oltrepò e di Varzi e dalla contea di Tortona (assieme al Vescovado)[52]. La restituzione avvenne a seguito della nuova cacciata dei conti Dal Verme, ma non riottenne le signorie di Castel San Giovanni e Val Tidone, già assegnata dai francesi nel 1504 ai Pallavicino, divenendo il territorio piacentino e passando in seguito ai Farnese.

Presunto ritratto di Galeazzo all'età di 66 anni durante la battaglia di Pavia, nella scena della cattura di re Francesco I. Arazzi della battaglia di Pavia, 1528-1531.

Nel 1517 vinse una causa contro il suo nemico, il Trivulzio, riconquistando le sue proprietà a Milano che questi gli aveva confiscato. Il Trivulzio, entrato perciò in contrasto col re di Francia, addirittura ne morì di sdegno e di dolore.[53][54]

Accompagnò Francesco I di Francia per il suo incontro con Enrico VIII d'Inghilterra a Calais nel 1520. Venne creato conte di Martigues nel 1522. Al servizio della Francia, Galeazzo fece tutte le campagne nelle guerre italiane dal 1509 fino alla sua morte.

L'eroica morte[modifica | modifica wikitesto]

Morì nel 1525 nel corso della famosa battaglia di Pavia, dove la cavalleria francese fu decimata da una forza di 1 500 archibugieri baschi, mentre tentava di difendere il re Francesco I dalla cattura. Il giorno seguente la battaglia il suo corpo fu portato dalla sua gente alla Certosa di Pavia e lì seppellito. La sua tomba non fu mai ritrovata.

Re Francesco I, ancora prigioniero alla Certosa, pianse il caro amico che mai dimenticherà, in seguito mai nessun forestiero ricoprirà la carica di Grand Ecuyer del re. Willibald Pirckheimer alla fine del 1525 in una sua lettera ad Albrecht Dürer ricorda Galeazzo Sanseverino, caro amico in comune e ne piange la sua morte. La sua vedova, Elisabetta Costanza del Carretto, si ritirò a Piacenza, dove morì nel suo palazzo il 3 gennaio 1564.[40]

Il Crescenzi sostenne che Galeazzo avesse avuto una figlia di nome Anna, ma ciò secondo altri storici è da escludere, in quanto Galeazzo non lasciò successione e i suoi feudi tornarono ai Dal Verme. Il suo fratellastro Giulio, nel tentativo di recuperarli, intentò contro di loro una causa, ma senza successo.[40]

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo fu uomo di bell'aspetto, campione imbattibile delle giostre, amato dalle donne non solo per il suo fascino, eleganza e fisico curato, ma anche per la sua cultura e modo di parlare; conosceva il latino, il francese e il tedesco. La sua fama di perfetto cortigiano corse per tutta l'Italia.

Anche Baldassare Castiglione nel suo libro Il Cortegiano lo addita quale esempio di perfetto nobiluomo, e pure si racconta che a lui Michelangelo si sia ispirato quando scolpì il suo famoso David.[55]

Probabile ritratto di Galeazzo nelle vesti di San Vittore. Statua nella collezione del Grande Museo del Duomo di Milano, fine XV secolo.

«E delli omini che noi oggidí conoscemo, considerate come bene ed aggraziatamente fa il signor Galleazzo Sanseverino, gran scudiero di Francia, tutti gli esercizi del corpo; e questo perché, oltre alla natural disposizione ch'egli tiene della persona, ha posto ogni studio d'imparare da bon maestri ed aver sempre presso di sé omini eccellenti e da ognun pigliar il meglio di ciò che sapevano.»

(Baldassarre Castiglione, Il Cortegiano.)

Non è chiaro quale fosse il suo colore naturale di capelli, poiché da una lettera di Isabella d'Este apprendiamo che talvolta era solito tingerseli di nero, come facevano anche altri uomini a Milano. Cosa insolita per l'epoca, dove andavano di moda i capelli biondi. A giudicare dalla lettera, però, si trattava di una tintura non permanente, anzi dalla durata assai limitata, in quanto Isabella ricorda di "havere veduto el conte Francesco Sforza uno di cum li capelli negri et l'altro cum li soi naturali".[56]

Benché, come dirà successivamente il Rosmini, fra tutti i fratelli Sanseverino fosse "il meno esperto nell’armi e nell’arte militare il meno dotto",[57] poté comunque annoverare fra le proprie virtù il coraggio e la fedeltà, e, per essere massimamente amato dal duca Ludovico e dalla duchessa Beatrice, ebbe il titolo di capitano generale delle milizie sforzesche e lo mantenne fino alla fine. "Homo vechio ma valente" lo dice Johannes Agazzari in occasione della battaglia di Pavia.[58]

«Messer Galeazzo Sanseverino, il quale era bellissimo giostratore, ma per viltà e poca esperienza nella arte militare non punto atto a guidare uno campo»

(Francesco Guicciardini, Storie Fiorentine dal 1378 al 1509.)
(FR)

«Galeaz de San - Severino, beau parleur, adroit à la chasse et aux exercises du corps, fin courtisan, qui n’hésitant pas à se déshabiller pour jouer à la balle avec le roi.»

(IT)

«Galeazzo Sanseverino, bel parlatore, destro nella caccia e negli esercizi fisici, fine cortigiano, il quale non esita a svestirsi per giocare a pallone con il re [Carlo VIII].»

(François Tommy Perrens, Histoire de Florence depuis la domination des Médicis jusqu'à la chute de la république (1434-1531).)
(FR)

«Il était persuasif, élégant dans son langage comme dans ses habitudes, expert dans les choses de la guerre, et passait pour le plus habile jouter qu’on put voir.»

(IT)

«Era persuasivo, elegante nel suo linguaggio come nelle sue abitudini, esperto in materia di guerra, e passava per il più abile giostratore che si potesse vedere.»

(Conte Henri François Delaborde, L'expédition de Charles VIII en Italie histoire diplomatique et militaire (1888).)

Ritratti[modifica | modifica wikitesto]

Un suo ritratto si trova in un incunabolo della Divina Commedia curato dal francescano Pietro da Figino e miniato da Antonio Grifo, al folio 271 v. L'originale è conservato presso la biblioteca della Casa di Dante in Roma.

Due sue probabili ritratti sono il cosiddetto Ritratto di musico di Leonardo da Vinci e "l'allievo" nel Ritratto di Luca Pacioli, nei quali si notano elementi ricorrenti, quali la folta capigliatura riccia e la fenditura centrale del farsetto in forma di lancia.[59] L'identificazione si basa anche sulla comparazione coi ritratti noti del padre Roberto, i cui lineamenti del viso mostrano tratti in comune.[60] Nel primo caso l'identificazione era già stata proposta alla fine del XIX secolo da studiosi tedeschi come Paul Müller-Walde,[61] avendo forse maggiore familiarità con le fattezze di Roberto, la cui lastra tombale trovasi nel Duomo di Trento. A sostegno di questa tesi, Piero Misciatelli ricorda che Galeazzo fu in effetti grande amico e protettore sia di Leonardo, che frequentava la sua casa a Milano, sia di fra' Luca Pacioli e che, proprio come Ludovico e Beatrice, doveva certamente essere appassionato di musica.[62] Altri, come Robert de la Sizèranne, vi riconobbero anche i tratti del padre Roberto.[63][64][65]

Di poco pregio dal punto di vista fisionomico è la miniatura del Messale Arcimboldi, che lo raffigura durante l'investitura del suocero, tuttavia costituisce un ritratto del tutto certo grazie allo stendardo che sappiamo ricevette dal suocero.[59]

Discorso a sé merita il cosiddetto Profilo di capitano antico di Leonardo da Vinci, raffigurante un elmo assai simile a quello indossato da Galeazzo nel corso della giostra tenutasi in occasione delle nozze tra Ludovico il Moro e Beatrice d'Este nel 1491: «portava in capo un elmo d'oro tutto biondo, ma allo stesso tempo tale da incutere paura, sulla cima del quale brillavano un paio di corna a tortiglione [...] dall'elmo fuoriusciva un gran serpente alato che con la coda e le zampe ricopriva le terga del cavallo».[66] Poiché Galeazzo aveva affidato a Leonardo la realizzazione dei costumi da selvaggi per sé e per i propri uomini da indossarsi in occasione di suddetta giostra,[67] alcuni critici hanno ipotizzato trattarsi di un suo ritratto,[68] che sarebbe però in tal caso verosimilmente una caricatura; tuttavia alcuni bassorilievi in marmo, attribuiti alla bottega del Verrocchio e datati 1480-90, mostrano una figura di condottiero pressoché identica, se non per i lineamenti assai più armonici del volto. Non è escluso, se l'attribuzione è esatta, che Leonardo possa aver attinto alla propria esperienza presso la bottega del maestro per la creazione del costume di Galeazzo.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine di San Michele - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine di San Michele
— 1494

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

«Era Galeazzo piccoletto e sottile della persona, pallido nel viso: il taglio agile del corpo, la destrezza delle membra, la morbidezza del volto, il facile sorriso delle labbra, lo facevano caro a tutta la gioventù milanese ed era sempre applaudito quando feria torneamenti o correa gualdane. Rimase maravigliata Beatrice al vedere il riscatto di tante bellezze sotto l'acconcio abito di seta che lo ricopria; palpitò al pericolo d'un sì leggiadro giovinetto, e nel suo cuore gli pregò la vittoria. E la vittoria dovea essere per lui!»

(Ignazio Cantù, Beatrice o la corte di Lodovico il Moro)

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo compare come personaggio in alcuni romanzi:

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Nella miniserie televisiva anglo-italiana del 2021 Leonardo, Galeazzo è impersonato dall'attore italiano Antonio De Matteo, ma ha poco a che vedere col personaggio storico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ ''Guerre d'Italia in ottava rima'', vol. 2, Ferrara, Edizioni Panini, 1989, cap. 4.8, p. 122.
  2. ^ a b c ROBERTO SANSEVERINO (1418-1487) UN GRANDE CONDOTTIERO DEL QUATTROCENTO TRA IL REGNO DI NAPOLI E IL DUCATO DI MILANO (PDF), su air.unimi.it.
  3. ^ a b GALEAZZO DA SAN SEVERINO Marchese di Castelnuovo, su condottieridiventura.it.
  4. ^ Cronache milanesi, Volume 1, Gio. Pietro Vieusseux, 1842, pp. 256-257.
  5. ^ Bernardino Corio, Historia di Milano, 1586, p. 1016.
  6. ^ Regis Ferdinandi Primi Instructionum liber. 1486-1487, a cura di Scipione Volpicella, p. 130.
  7. ^ Bernardino Corio, L'Historia di Milano, Giorgio de' Cavalli, 1565, p. 1025.
  8. ^ Archivio Storico Lombardo, serie quinta, anno XLVIII, Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, p. 295.
  9. ^ a b c Cartwright, pp. 39 e 71-73.
  10. ^ Floriano Dolfo, Lettere ai Gonzaga, pp. 99-100 e 426.
  11. ^ Atti e memorie del Primo Congresso storico lombardo, Como, 21-22 maggio, Varese, 23 maggio 1936, Tip. A. Cordani, p. 267.
  12. ^ Cartwright, pp. 166-176.
  13. ^ a b c d Delle relazioni di Isabella d'Este Gonzaga con Ludovico e Beatrice Sforza, p. 40-43.
  14. ^ a b Festa di nozze per Ludovico il Moro, Guido Lopez, 2008, pp. 135-144.
  15. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino, vita e passioni di Cecilia Gallerani nella Milano di Ludovico il Moro, Rizzoli, 1999, p. 118.
  16. ^ Luigi Ferrario, Busto Arsizio: notizie storico-statistiche, p. 251.
  17. ^ Julia Cartwright, Beatrice d'Este duchessa di Milano, 2ª ed., Edizioni Cenobio, 1945, p. 77.
  18. ^ a b Alessandro Luzio e Rodolfo Renier, Delle relazioni di Isabella d'Este Gonzaga con Ludovico e Beatrice Sforza, pp. 30-31.
  19. ^ Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Ludovico il Moro, la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento.
  20. ^ Ascanio Maria Sforza, la parabola politica di un cardinale-principe del rinascimento, volume 1, Marco Pellegrini, 2002, p. 283.
  21. ^ Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro: la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento, vol. 1, Milano, Hoepli, 1913, p. 464.
  22. ^ L'antico stato di Romano di Lombardia, p. 188.
  23. ^ Filippo di Comines, Delle memorie di Filippo di Comines, caualiero & signore d'Argentone, intorno alle principali attioni di Lodouico vndicesimo e di Carlo ottauo suo figliuolo amendue re di Francia., appresso Girolamo Bordoni, 1610, p. 419.
  24. ^ a b c Archivio Storico Lombardo, serie quinta, anno XLVIII, Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, pp. 331-332
  25. ^ Archivio Storico Lombardo, serie quinta, anno XLVIII, Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, p. 372.
  26. ^ Mazzi, pp. 59-62.
  27. ^ Malaguzzi Valeri, pp. 376 - 377.
  28. ^ Giordano, pp. 38-39.
  29. ^ Calmeta, Triumphi, p. 8.
  30. ^ Festa di nozze per Ludovico il Moro, Guido Lopez, 2008, p. 151, nota 21.
  31. ^ Antonio Perria, I terribili Sforza, Longanesi et C., p. 197.
  32. ^ I diarii di Marino Sanuto (MCCCCXCVI-MDXXXIII) dall'autografo Marciano ital. cl. VII codd. CDXIX-CDLXXVII, Volume 2, di Marino Sanudo, Federico Stefani, Guglielmo Berchet, Nicolò Barozzi, Rinaldo Fulin, Marco Allegri · 1879, p. 1138.
  33. ^ Alessandro Giulini. Bianca Sanseverino Sforza figlia di Lodovico il Moro, Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda (1912 set, Serie 4, Volume 18, Fascicolo 35), pp. 233-243.
  34. ^ a b c d Archivio storico lombardo, vol. 39, p. 242.
  35. ^ Muratori, p. 263.
  36. ^ Enrico Guidoni, Ricerche su Giorgione e sulla pittura del Rinascimento, vol. 1, 1998, p. 220.
  37. ^ a b Giulini, pp. 236-240.
  38. ^ "Gli notifico che fra gli altri il Sign.re messer Galeazzo da Sanseverino nelle dimostrazioni, nelle parole e negli atti ha fatto cose mirabili a testimonianza dell'affetto che le portava, estendendosi a far conoscere a ognuno le virtù e le bontà che regnavano in quella Ill.ma madonna". Leonardo da Vinci e tre gentildonne milanesi del secolo XV, Gustavo Uzielli, Tipografia sociale, p. 45.
  39. ^ Diarii, Marino jun Sanuto, 1879, p. 1080-1081.
  40. ^ a b c Deputazione di storia patria per le province parmensi, Fonti e studi: Ser. 2, vol. 4, 1964, p. 63.
  41. ^ ''Guerre d'Italia in ottava rima'', vol. 2, Ferrara, Edizioni Panini, 1989, cap. 5.2, p. 144.
  42. ^ a b Lodovico il Moro e sua cattura, pagine di storia patria, Di Antonio Rusconi, 1878, p. 73.
  43. ^ Oratori mantovani, pp. 292 e 240.
  44. ^ Girolamo Piruli, Diarii, in RERUM ITALICARUM SCRIPTORES RACCOLTA DEGLI STORICI ITALIANI dal cinquecento al millecinquecento ORDINATA DA L. A. MURATORI, pp. 306 e 319.
  45. ^ I diarii di Marino Sanuto Volume 3 Di Marino Sanudo, 1880, pp. 266-267 e 317-318.
  46. ^ Sanudo, Diarii, Volume IV, p. 151.
  47. ^ a b c d e Floriano Dolfo, Lettere ai Gonzaga, pp. 211-214 e 426.
  48. ^ Diario ferrarese dall'anno 1476 sino al 1504, Bernardino Zambotti, pp. 188-189.
  49. ^ ROBERTO SANSEVERINO (1418-1487) UN GRANDE CONDOTTIERO DEL QUATTROCENTO TRA IL REGNO DI NAPOLI E IL DUCATO DI MILANO (PDF), su air.unimi.it.
  50. ^ GASPARE DA SAN SEVERINO, su condottieridiventura.it.
  51. ^ ANTONIO MARIA DA SAN SEVERINO SIGNORE DI BASSIGNA, su condottieridiventura.it.
  52. ^ Ristretto di storia patria ad uso de' piacentini.
  53. ^ Cronache milanesi, Volume 1, Gio. Pietro Vieusseux, 1842, pp. 413-414.
  54. ^ Biografia di Gian Giacomo Trivulzio: sogni, ambizioni e “tradimenti” del milanese Maresciallo di Francia (PDF), su lauramalinverni.net.
  55. ^ Julia Cartwright, Beatrice d'Este duchessa di Milano.
  56. ^ Delle relazioni di Isabella d'Este Gonzaga con Ludovico e Beatrice Sforza, p. 121.
  57. ^ Carlo de' Rosmini, Dell'istoria intorno alle militari imprese e alla vita di Gian-Jacopo Trivulzio detto il Magno ... libri 15, Volume 1, 1815.
  58. ^ Chronica civitatis Placentice, p. 101.
  59. ^ a b Decifrazioni e soluzioni 2013: La scritta in chiaro e la storia, su carlaglori.com.
  60. ^ Galeazzo Sanseverino Aragona Visconti Sforza, su sites.google.com.
  61. ^ Muller-Walde, Jahrb. d. K. preuss, Kunstsammlungen, 1897, pp. 110.
  62. ^ Piero Misciattelli, Personaggi del Quattrocento italiano, p. 146.
  63. ^ Robert De la Sizèranne, Revue des Deux Mondes, 1908.
  64. ^ Luca Beltrami, Leonardo e i disfattisti suoi, p. 55.
  65. ^ Adolfo Venturi, Leonardo da Vinci pittore, pp. 173.
  66. ^ (LA) Tristano Calco, Nozze dei principi milanesi ed estensi, Mursia, 2008 [1627], pp. 134-135, ISBN 9788842541165.
    «Caput auro penitus flavum, torvum alioquin, et cornibus sursum intortis emicans. [...] Cuius ab capite serpens alatus prodibat, cauda pedibusque terga equitis complectens.»
  67. ^ Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro: la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento, 1913 [1867], p. 556.
  68. ^ Guido Lopez, Festa di nozze per Ludovico il Moro, Mursia, 2008, p. 91, ISBN 9788842541165.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (FR) Antoine Varillas, Histoire de Charles VIII, 1691.
  • (FR) L'Histoire de la Republique de Venise, in Histoire universelle: depuis le commencement du monde jusqu'a present, vol. 33, Arkstée & Merkus, 1771, p. 292.
  • (FR) Paul L. Jacob, Histoire du XVI siècle en France, 1834.
  • (EN) Richard Clayton, Memoirs of the House of Medici, in The Monthly Review, 1798, p. 253.
  • Vincenzo Calmeta, Triumphi, in Rossella Guberti (a cura di), Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 2004, ISBN non esistente.
  • Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro: la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento, vol. 1, Milano, Hoepli, 1913, ISBN non esistente.
  • Maria Serena Mazzi, Come rose d'inverno, le signore della corte estense nel '400, Nuovecarte, 2004, ISBN 9788887527162.
  • Luisa Giordano, Beatrice d'Este (1475-1497), vol. 2, ETS, 2008, ISBN 9788846720573.
  • Deputazione di Storia Patria per la Lombardia, Archivio storico lombardo, vol. 39, Società Storica Lombarda, 1874, ISBN non esistente.
  • Alessandro Giulini, Bianca Sanseverino Sforza, in Archivio Storico Lombardo serie IV, vol. 18, Milano, Libreria Bocca, 1912.
  • Julia Mary Cartwright, Beatrice d'Este, Duchessa di Milano, traduzione di A. G. C., Milano, Edizioni Cenobio, 1945, ISBN non esistente.
  • Antonella Grati e Arturo Pacini (a cura di), Carteggio degli oratori mantovani alla corte sforzesca (1495-1498), in Pubblicazioni degli archivi di Stato, Ministero per i beni e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici, 2003.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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