Isabella d'Aragona (1470-1524)

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Isabella d'Aragona
Isabella d'Aragona di Napoli, lunetta.jpg
Lunetta di Isabella d'Aragona nella casa degli Atellani, Milano.
Duchessa consorte di Milano
Stemma
In carica 5 febbraio 1489 –
21 ottobre 1494
Predecessore Bona di Savoia
Successore Beatrice d'Este
Duchessa di Bari
In carica 1501 –
1524
Predecessore Ludovico Sforza
Successore Bona Sforza
Nascita Napoli, 2 ottobre 1470
Morte Napoli, 11 febbraio 1524
Luogo di sepoltura Basilica di San Domenico Maggiore, Napoli
Casa reale Trastámara-Napoli per nascita
Sforza per matrimonio
Padre Alfonso II di Napoli
Madre Ippolita Maria Sforza
Consorte di Gian Galeazzo Maria Sforza
Figli Francesco Maria
Bona
Ippolita
Bianca
Religione Cattolicesimo

Isabella d'Aragona (Napoli, 2 ottobre 1470Napoli, 11 febbraio 1524) fu duchessa consorte di Milano.

Divenne in seguito duchessa sovrana di Bari (con Palo e Modugno), principessa di Rossano, signora di Ostuni e di Grottaglie.

Secondogenita di Alfonso II, erede al trono di Napoli, e di Ippolita Maria Sforza, parve prendere dal padre il carattere fiero, l'orgoglio per la propria dinastia, l'attitudine al comando; dalla madre apprese l'amore per l'arte e la cultura.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Duchessa di Milano[modifica | modifica wikitesto]

All'età di soli due anni venne promessa in sposa al cugino Gian Galeazzo Sforza (che aveva quattro anni), figlio del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, nell'ottica di una politica mirata da tempo a stringere i rapporti e consolidare l'amicizia tra i due stati. In precedenza infatti era già stato stipulato il matrimonio tra i genitori di Isabella, Alfonso II e Ippolita Maria Sforza e la promessa di matrimonio tra Sforza Maria Sforza ed Eleonora d'Aragona (che, invece, poi sposerà il duca di Ferrara Ercole d'Este).

Ferdinando I di Napoli, che combinò il matrimonio di Isabella, concesse anche i territori di Bari, Modugno e Palo del Colle a Sforza Maria Sforza, che così divenne il primo Duca di quelle terre.

Gian Cristoforo Romano, medaglia di Isabella d'Aragona.

Alla morte di Galeazzo Sforza, il giovanissimo Gian Galeazzo divenne duca di Milano, ma rimase sotto la reggenza della madre, Bona di Savoia. I quattro fratelli di Galeazzo (Sforza Maria, Ludovico detto il Moro, Ascanio e Ottaviano) avevano tentato, senza successo, di acquisire la reggenza del Ducato.

Degli affari di Stato si occupava il cancelliere Cicco Simonetta. Alla morte di Sforza Maria Ludovico il Moro era anche divenuto duca di Bari, ma le sue ambizioni riguardavano soprattutto Milano. Riuscì a convincere Bona di Savoia ad allontanare Cicco Simonetta per poter avere mano libera nel governo del Ducato di Milano, dove continuò sempre ad avere il potere effettivo, anche quando Gian Galeazzo ebbe raggiunta l'età sufficiente per poter regnare da solo.

Il matrimonio tra Isabella d'Aragona e Gian Galeazzo Maria Sforza venne celebrato a Napoli nel dicembre 1488. In occasione del suo arrivo a Milano col marito, Bernardo Bellincioni scrisse i versi per una solenne festa di nozze, rappresentata al Castello Sforzesco e realizzata con un'imponente macchina scenica da Leonardo da Vinci (allora ingegnere e artista di corte per Ludovico il Moro). Per la sua magnificenza fu subito denominata Festa del Paradiso e fu celebrata da tutti i contemporanei con stupore e ammirazione.

Così la descrive l'ambasciatore Giacomo Trotti in occasione delle nozze: "la prefata Duchessa novella di volto è negretta e non molto bella, ma l'ha una zentile et bella persona". Ambrogio da Corte, probabilmente esagerando, la descrive addirittura "brutta, negra, guercia, troppo imbellettata, e che le puzza il fiato".[1] Viceversa "el Duca è bellissimo et bonissimo".[2] Come le altre donne della famiglia portava il coazzone.

A Milano, Isabella trovò una situazione politica nella quale il marito era succube del potere dello zio Ludovico il Moro, che assegnò ai due sposi il castello di Pavia per tenerli lontani dal governo. Il carattere fiero di Isabella le impediva di accettare questa condizione, aggravata dal fatto che la moglie di Ludovico, Beatrice d'Este, era trattata come fosse la vera Duchessa e riceveva i maggiori onori: quando si trattava, ad esempio, di passare un ponte capace di un solo cavallo alla volta, Beatrice montava avanti a tutti, perfino allo stesso duca Gian Galeazzo.[3] Già dopo il primo anno di matrimonio Isabella si definiva «la peggio maritata donna del mondo»[4].

Busto femminile di Francesco Laurana, tradizionalmente identificato come ritratto di Isabella d'Aragona, 1487, Kunsthistorisches Museum, Vienna
Opera di Francesco Laurana, c. 1487-88, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Sul finire del 1492 scoppiò uno scandalo per cui Isabella tentò di propinare del veleno a tal Rozone, favorito e amante di Gian Galeazzo, nonché a Galeazzo Sanseverino, genero amatissimo e capitano generale del Moro. Non si conosce il perché, ma fu forse per gelosia nei confronti del marito. Ludovico fece subito istituire un processo, sebbene l'ambasciatore napoletano lo pregasse di lasciar passare la cosa sotto silenzio, per riguardo al re di Napoli e al duca di Calabria. Isabella, dal canto suo, non negò mai il tentato duplice omicidio, anzi si dichiarò dispiaciuta unicamente dal fatto che il proprio intento non fosse andato a buon fine e rinfacciò a Ludovico che molte donne avevano fatto peggio di lei, alludendo alla di lui madre Bianca Maria Visconti, la quale aveva fatto uccidere un'amante del marito. Secondo il Trotti, ella diceva "cose pazze e indiavolate; ma era più morta che viva per l'affanno". Infatti Gian Galeazzo, piuttosto che aiutarla, l'abbandonava adirato. Alla fine Isabella, affranta e sfinita, supplicò che si chiudesse il processo. Il Moro acconsentì, non senza aver prima letto l'esame dei rei e aver concluso che tutti, ed egli per primo, avrebbero dovuto d'ora in avanti guardarsi dai veleni della duchessa.[5] Re Ferrante, informato sulla questione, rispose ch'era impossibile che Isabella avesse tentato di avvelenare Galeazzo Sanseverino, il quale era "amato da loro come figlio e sempre dimostratosi buon servitore e parente"; quanto a Rozone, giustificava il comportamento della nipote, dicendo anzi di meravigliarsi che "per disperatione" non avesse fatto peggio.[6]

Lettera al padre e conflitto tra Ducato di Milano e Regno di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Discesa di Carlo VIII in Italia.

«Quivi fra Isabella moglie del Duca, et Beatrice, per voler ciascuna di loro prevalere all'altra, tanto del luogo, et ornamento, quanto in altra cosa, nacque sì gran concorrenza e sdegno, che finalmente sono state cagioni della total ruina del loro Imperio»

(Bernardino Corio, Historia di Milano)

Intanto s'accresceva l'odio fra le due cugine rivali. Fin dall'aprile del 1492 il Trotti scriveva: "Questa duchessa de Milano sta rabiosa et disperata de invidia che ha più che mai verso la nostra duchessa de Barri, la quale ogni die più è amata et acarezzata dal illustrissimo suo consorte". Qualche mese prima, nel gennaio, Beatrice stessa aveva predetto all'ambasciatore fiorentino che entro un anno lei e il marito sarebbero stati duchi di Milano.[7] La situazione si aggravò nel 1493, quando Beatrice partorì il primo figlio maschio, Ercole Massimiliano, e persuase il marito a nominarlo conte di Pavia, titolo spettante esclusivamente all'erede al ducato. Isabella, capendo le intenzioni dei coniugi, scrisse al padre Alfonso un'accorata richiesta di aiuto,[8] ma la ferma reazione del padre fu frenata dalla prudenza del nonno Ferrante. Quando però nel 1494 Alfonso II salì al trono di Napoli, dichiarò subito guerra al Moro. Da ciò derivò la reazione di Ludovico che, per rispondere alle minacce di Alfonso che aveva occupato la città di Bari, lasciò mano libera al monarca francese di scendere in Italia.[9]

Maestro della Pala Sforzesca: La Vergine e il Bambino con santi e donatori, fine XV secolo.

Carlo VIII, giunto in Italia, venne a Pavia, dove volle incontrare Gian Galeazzo Sforza moribondo in letto. La moglie Isabella dapprima rifiutò con assoluto rigore d'incontrare i re, minacciando il suicidio con un coltello di fronte agli allibiti Ludovico Sforza e Galeazzo Sanseverino, nel caso in cui l'avessero voluta costringere, dicendo: "prima mi amazerò mi medesima, che mai vadi a la sua presentia de chi va a la ruina dil Re mio padre!";[10] in un secondo momento si recò di sua spontanea volontà nella camera del marito, si gettò in ginocchio ai piedi di re Carlo e, mostrandogli il figliolo Francesco, lo scongiurò di proteggere la sua famiglia dalle mire di Ludovico Sforza e di rinunciare alla conquista del regno di suo padre, il tutto alla presenza dello stesso Ludovico. Il re si commosse per quella scena, e promise di proteggerne il figlio, ma rispose che non avrebbe potuto interrompere una guerra ormai incominciata.

Un mese dopo questo incontro, il 22 ottobre, morì Gian Galeazzo nel castello di Pavia all'età di 25 anni; si disse avvelenato dallo zio, il quale il giorno dopo venne eletto duca di Milano. Isabella, che era incinta da circa quattro mesi, si chiuse in un lutto profondo, e per volontà della cugina e dello zio venne trasferita con i figli nel castello di Milano. Qui partorì, il 1º marzo, una figlia postuma, che morì non avendo ancora compiuto due anni.[11]

Nell'aprile 1497, qualche mesi dopo la morte della moglie Beatrice, Ludovico non sopportò più di avere Isabella in castello, poiché, abitando ella nelle camere sopra le sue, ogni suo minimo passo gli raddoppiava il dolore,[12] e la fece trasferire nella Corte Vecchia, ossia in palazzo dell'Arengo vicino al Duomo, con le due figlie, togliendole però la custodia del piccolo Francesco, erede legittimo del ducato, con molto dolore di Isabella, la quale ottenne però il consenso di vedere il figlio una volta a settimana.[13] Ma, nel 1498, Francesco venne di nuovo allontanato dalla madre da Ludovico, quando questi seppe che, durante una passeggiata a cavallo per Milano, Francesco era stato acclamato come duca.

Nel frattempo, Ludovico il Moro continuava a comportarsi come il legittimo duca di Milano (ormai era stato riconosciuto come tale) e pensava persino all'eredità: al primogenito Massimiliano Sforza avrebbe lasciato il Ducato di Milano, al secondogenito Francesco intestò i territori nell'Italia Meridionale (Ducato di Bari, Modugno e Palo del Colle, e le città calabre di Rossano, Borello e Longobucco) conservando per sé l'usufrutto.

L'incontro di Carlo VIII e Gian Galeazzo Sforza a Pavia nel 1494, Pelagio Palagi. Davanti al letto del marito morente, la duchessa Isabella supplica in ginocchio il sovrano Carlo VIII di non voler proseguire la guerra contro Alfonso suo padre e gli affida il figlioletto Francesco. Accanto al re, con viso losco, sta il duca Ludovico, presunto responsabile dell'avvelenamento.

Alla notizia dell'imminente calata in Italia dell'esercito di Luigi XII di Francia, Ludovico il Moro, prima di fuggire dall'imperatore Massimiliano d'Austria, volle impedire che in sua assenza venisse eletto duca il figlio di Isabella d'Aragona, Francesco, cercando di portarlo con sé in Germania. Data l'opposizione di Isabella e della popolazione milanese, adottò un altro stratagemma: concesse ad Isabella i feudi in Puglia e in Calabria, a patto che vi si recasse di persona (successivamente, avrebbe potuto far dichiarare non valida tale concessione perché il Moro era usufruttuario di quei territori, mentre il duca risultava essere suo figlio).

Opera di Giovanni Ambrogio de Predis, c. 1495 - 1499, Londra, National Gallery

Isabella, mentre mostrava di voler accettare le condizioni, temporeggiava in attesa di Luigi XII, nella speranza che questi facesse eleggere duca suo figlio. Quando Luigi XII arrivò a Pavia, Isabella gli andò incontro proponendogli ingenuamente suo figlio Francesco come duca di Milano. Luigi XII, dicendo di volerlo dare in sposa alla propria figlia, lo mandò in Francia, dove lo fece rinchiudere in un'abbazia.

La perdita del figlio e la notizia dell'imminente ritorno del Moro col proprio esercito, convinsero Isabella a tornare, dopo 11 anni di assenza, a Napoli. Durante il viaggio le morì l'altra figlia Ippolita. Da Napoli cercò di contattare l'imperatore Massimiliano d'Austria per cercare di far tornare il proprio figlio, ma senza successo. Dalla sua fuga da Milano, iniziò a firmare le sue lettere definendosi “unica nella disgrazia” con riferimento alla perdita del Ducato, alla morte dei suoi figli, di suo marito e di molte persone a lei care. Smise di firmarsi in quel modo solo dopo il matrimonio di Bona Sforza, unica figlia superstite.

Ad Isabella non rimase altro che occuparsi del suo Ducato di Bari, che l'allora re di Napoli Federico le concesse ufficialmente con un documento datato 10 aprile 1500, ma in realtà compilato il 25 luglio 1501, quando il monarca era già stato spodestato da Luigi XII. Questi aveva proseguito nella sua conquista fin nel sud, favorito anche dall'alleanza con Ferdinando il Cattolico intervenuto contro gli Aragonesi italiani, suoi parenti.

Il governo del ducato di Bari (1501-1524)[modifica | modifica wikitesto]

Il castello di Bari, residenza di Isabella

La posizione di Isabella d'Aragona quale duchessa di Bari, Modugno e Palo del Colle era del tutto precaria: la donazione del Moro era illegale in quanto il duca di Bari risultava essere il figlio di Ludovico, Francesco Sforza; la conferma della donazione era stata fatta dal re Federico quando era già stato spodestato apponendo una data precedente; inoltre, i nuovi padroni del Sud Italia erano nemici della sua famiglia. Questa situazione causerà problemi alla figlia Bona in quanto le venne contestata la legittimità del possesso del Ducato (ma, per concessione di Carlo V, riuscì a mantenerne il possesso sino alla morte).

Isabella d'Aragona, Biblioteca Nazionale Austriaca

Ad Isabella non rimase altro che vincere il suo carattere fiero e orgoglioso e fare atto di sottomissione agli spagnoli che le concessero il permesso di prendere possesso del Ducato e degli altri territori in Calabria: Isabella arrivò a Bari nel settembre 1501, con sua figlia Bona e si stabilì nel Castello Normanno-Svevo di Bari che fece modificare per adeguarlo a contrastare le armi da fuoco, con le più moderne tecniche di difesa. Il Ducato e i territori di Calabria le vennero confermati da Ferdinando il Cattolico quando si schierò dalla parte degli spagnoli, durante il conflitto che li vide opporsi ai francesi per il possesso dell'Italia Meridionale.

«Ereditò il Ducato Barese e di esso con armoniosa cura e solerte intelligenza guidò le sorti, lasciandovi uno dei più grati ricordi. Vi fece infatti prosperare i commerci, le industrie, le arti: insomma il suo Ducato è legato a quel breve periodo di rinascita, che vide Bari nell'età moderna.»

(Vito Masellis, in Storia di Bari, Edizione Italiana, Bari, Edizione Italiana, 1965)

Isabella d'Aragona introdusse, nell'amministrazione del suo piccolo ducato, lo spirito di rinnovamento e la capacità di investire in opere pubbliche, caratteristiche del Ducato di Milano. Col suo governo, autoritario ma illuminato, incrementò la prosperità del suo Ducato. Cercò di incrementare il commercio allargando i privilegi concessi ai Milanesi, ma anche ai commercianti provenienti da altre città.

Attuò diverse iniziative a favore del suo popolo: sorvegliò i pubblici ufficiali in modo che non commettessero soprusi sulla popolazione; difese il privilegio di accedere alle saline del Regno di Napoli; difese i cittadini del Ducato nei contenziosi con le città vicine; esentò i contadini dal pagamento dei dazi sulla macinazione delle olive. Favorì la pubblica istruzione ottenendo che ogni convento affidasse a due frati il compito di insegnare alla popolazione; concesse agevolazioni agli insegnanti come l'aumento di stipendio, l'esenzione dalle franchigie e l'alloggio gratuito.

Amò circondarsi di artisti e letterati; chiamò a corte lo scrittore modugnese Amedeo Cornale. In questo periodo venne stampato il primo libro a Bari. Tra le opere pubbliche create a Bari da Isabella d'Aragona si ricordano il rifacimento del molo, la ristrutturazione del castello (le successive modifiche hanno sostituito gli elementi introdotti dalla duchessa) e il progetto di circondare la città con un canale per migliorarne la difesa.

Viene rimproverata ad Isabella la sua politica fiscale oppressiva, promossa dal suo ministro Giosuè De Ruggiero (il quale, dopo la morte della duchessa, venne cacciato) che, con i suoi guadagni, riuscì a comprarsi nel 1511 il feudo di Binetto. L'asprezza fiscale venne incrementata in occasione del matrimonio della figlia Bona Sforza con il re Sigismondo I di Polonia.

Matrimonio di Bona Sforza e ultimi anni di Isabella[modifica | modifica wikitesto]

Bona Sforza, figlia di Isabella

Con la perdita dei figli (le era rimasta solo Bona), Isabella d'Aragona vedeva affievolirsi le speranze di riacquisire il Ducato di Milano. Isabella tentò di concedere la figlia in sposa a Massimiliano Sforza, primogenito di Ludovico il Moro che nel 1513 era diventato duca di Milano approfittando della situazione di caos durante il conflitto tra francesi e spagnoli che si combatté soprattutto in Nord Italia. Nel 1515, però, il nuovo re di Francia Francesco I ritornò in possesso del Ducato.

A quel punto, dopo diversi contatti, ci si orientò verso l'attempato re di Polonia, Sigismondo Iagellone. Bona portò in dote il Ducato di Bari (che avrebbe ricevuto alla morte di Isabella) e 500.000 ducati. Per la dote e per le spese del matrimonio vennero imposte nuove tasse nel ducato.

Il matrimonio venne celebrato a Napoli, il 6 dicembre 1517, con grande sfarzo e lusso e le celebrazioni durarono dieci giorni, anche per evidenziare la grandezza della discendenza reale di Bona. Il 3 febbraio 1518 la giovane donna partì verso la Polonia[14].

In diverse occasioni Isabella si propose di raggiungere la figlia in Polonia, ma dovette sempre rinunciare. Nell'ottobre del 1519, in occasione della nascita del primogenito di Bona, si mise in viaggio ma, in Polonia scoppiò una guerra e dovette cambiare destinazione e si diresse a Roma dove fu accolta da Papa Leone X.

Ammalatasi di idropisia, nel 1523 si trasferì nel Ducato di Bari per assicurare una successione alla figlia; in seguito ritornò definitivamente nella corte di Castel Capuano, a Napoli, dove morì l'11 febbraio 1524. Dopo funerali fastosi, venne sepolta nella sagrestia nuova della basilica di san Domenico Maggiore in Napoli, accanto ai suoi avi aragonesi[15].

Gli amori[modifica | modifica wikitesto]

Benché già al tempo delle nozze, nel 1492, si fosse parlato di un certo intendimento tra Isabella e un bel giovane milanese, non si hanno notizie di suoi amanti se non durante la sua vedovanza. La vicenda appare del resto poco chiara: un cortigiano, Moroleto (o Morello) Ponzone, raccontò alla duchessa di Ferrara che, ritrovandosi una sera i duchi di Bari e quelli di Milano con la marchesa di Mantova e altri amici a giocare a carte, Isabella si ritrovò seduta di fronte a "uno belo corsiero", per modo tale che "senpre el guardava" e "non haveva mente al zuogo se no a quello corsiero", cosicché Moroleto, mosso a compassione, prese "pocho di presumptione" e "cum honestade e bone parole" lo portò via, tenendolo impegnato in chiacchiere finché il gioco non terminò e tutti se ne andarono a dormire.[16]

Presunto ritratto di Isabella d'Aragona

Achille Dina, biografo di Isabella, sulla base delle metafore presenti, interpretò la lettera in questione come se Moroleto stesse parlando di un cavallo (corsiero è infatti il termine comunemente usato per cavalli da battaglia) e commentò: "doveva trattarsi d'un destriero di gran pregio di Beatrice", di conseguenza interpretò lo sguardo insistente di Isabella come invidia, come un "cruccio nel vedersi superata da Beatrice anche nelle cavalcature".[17] Tuttavia il termine è usato talvolta metaforicamente per indicare non la bestia, ma chi la cavalca; inoltre Achille Dina omette stranamente proprio la parte conclusiva della lettera, ossia quella da cui si comprende trattarsi di un uomo, e non di un animale, poiché altrimenti non si riuscirebbe a capire per quale ragione Moroleto avesse dovuto trascorrere il resto della serata a conversare con un cavallo.[16]

Ritiratasi a vivere nel regno di Napoli, Isabella ebbe per amante il condottiero Prospero Colonna, al quale "si diede in preda, godendosi e sollazzandosi amorosamente quasi ogni notte". Quindi, "avendo Isabella rotto il freno alle lascivie e, di pudica ch’era prima, divenuta impudicissima", prese per amante anche il giovane Giosuè de Ruggiero, uomo della bassa nobiltà nato nel casale di Marigliano, che era stato amasio dello stesso Prospero Colonna. Quest'ultimo, venuto a conoscenza della tresca e geloso dell'amante, fece ferire gravemente Giosuè in un'imboscata da alcuni propri soldati.[18]

Per questo evento Isabella privò dei propri favori Prospero Colonna e continuò ad intrattenersi con Giosuè. Quindi, ritiratasi a Bari, ed essendo rimasto Giosuè a Napoli come suo aiutante, Isabella, benché avesse passato i quarant'anni, prese per amante il trentenne Alessandro Pignatelli, signore di Toritto, che con la moglie Laura della Marra aveva già molti figli. Fra questi era primogenito Ettore Pignatelli, che vari anni dopo divenne amante di Bona, figlia della stessa Isabella.[18]

Pare in effetti da alcuni studi sulla sua mummia che Isabella avesse contratto la sifilide.[19]

Ritratti[modifica | modifica wikitesto]

Ci sono numerosi ritratti che si riferiscono a un modello idealizzato di signora con i capelli rossi e ricci alla fine del XV secolo. Sulla base delle caratteristiche corporee di Isabella d'Aragona, e riferendosi, in numerose occasioni, alla figura di Santa Caterina d'Alessandria, si forma sulla base di un circolo milanese di discepoli primitivi di Leonardo da Vinci, formato da Giovanni Antonio Boltraffio, Giovanni Ambrogio De Predis, Marco d'Oggiono o Francesco Melzi, insieme a collaboratori o compagni come Fernando Yáñez de la Almedina, Fernando de los Llanos o il proprio Raffaello Sanzio, un modello femminile di madonna leonardesca che continuo per molti anni dopo con Bernardino Luini o Giampietrino nel XVI secolo, e per tutta la storia dell'arte.

Confronto di volti con Mona Lisa, conservata al museo del Prado, e Isabella d'Aragona

Per quanto riguarda l'opera Monna Lisa, si pensa che possa essere la Duchessa di Milano Isabella d'Aragona, in opposizione dell'attribuzione a Lisa Gherardini.

Leonardo da Vinci nelle sue bozze rappresenta la Monna Lisa con una palma, simbolo del martirio, collegando la sua identità alle donne della famiglia Sforza[20].

Isabella potrebbe essere stata ritratta come santa da pittori come Giovanni Ambrogio de Predis o Giovanni Antonio Boltraffio; seguendo questa moda, tutti i ritratti di madonne con capelli rossi nella corte di Milano farebbero riferimento alla figura di Isabella d'Aragona.

Esempi sono la Madonna Litta di Leonardo da Vinci del Museo statale Ermitage, a San Pietroburgo, o la Madonna e bambino di Giovanni Antonio Boltraffio, della National Gallery di Londra.

Alla sua morte, nel 1524, il pittore Benardino Luini dipinge a Villa Pelucca un affresco di Santa Caterina d'Alessandria portata in volo dagli angeli sul Sinai, con riferimento a Isabella d'Aragona. Sulla base di uno studio sui gioielli e sulla pietra rossa nuziale del tutto simili che compaiono sul "Ritratto di dama" di Ambrogio de Predis (Pinacoteca Ambrosiana) e in due ritratti nuziali delle nobildonne Sforza ("Ritratto di Beatrice d'Este", 1491 ca., Ambrogio de Predis, Christ Church Picture Gallery, Oxford e "Ritratto di Bianca Maria Sforza", 1493 ca., Ambrogio De Predis, National Gallery of Art, Washington), e alla luce dell'analisi della foggia spagnola dell'abito e della ciocca di capelli passata sotto il mento (analoga a quella della "Dama con l'ermellino" di Leonardo datata intorno al 1490), la ricercatrice Carla Glori ha identificato Isabella d'Aragona nella modella dell'Ambrosiana, nel suo ritratto nuziale intorno all'anno 1490.

Prospettiva de La Gioconda conservata al Museo del Prado

A riprova di questa conclusione, lo studio ha effettuato ulteriore confronto del profilo del ritratto dell'Ambrosiana con il "Portrait of an unknown woman" di incerta attribuzione (Ashmolean Museum, Oxford), in cui la modella è raffigurata come S.ta Caterina d'Alessandria e con il "Portrait of a woman in profile" attribuito allo stesso Ambrogio de Predis (1495-1499 ca. National Gallery di Londra), verificando trattarsi della stessa donna, ovvero Isabella. Inoltre, nella parte soprastante del gioiello con la pietra rossa, posto sulla spalla della modella del "Ritratto di dama" dell'Ambrosiana, la ricerca ha individuato la sagoma in miniatura della colombina visconteo-sforzesca cara al ramo famigliare del marito di Isabella, il duca Gian Galeazzo Sforza[21].

Prospettiva de La Gioconda conservata al Museo del Louvre

Infine, sulla base dello studio della prospettiva, si può dire tecnicamente, tra le altre cose, il quadrante in cui il pittore è o l'altezza degli occhi del pittore per quanto riguarda il ritratto, sulla base delle linee di fuga e il punto di taglio, così come la profondità spaziale, da elementi contrastanti in entrambe le tabelle, e in questo modo situare la posizione di entrambi i pittori nello spazio in modo esatto. Fare un confronto di entrambe le tabelle, richiama l'attenzione sullo sviluppo della prospettiva della tavola del Prado, è una prospettiva lineare, in questo caso di un punto di fuga o di prospettiva frontale, ben eseguito, dove le linee di fuga, in particolare le basi della colonna, hanno tagliato accuratamente, e quindi essere in grado di dire tecnicamente che il pittore che ha fatto la tavola del Prado era di fronte al ritratto e che i suoi occhi erano circa 20 centimetri sopra di lei, sulla base del punto di fuga delle linee.

Approfondire nello studio della prospettiva nel suo complesso, e soprattutto in elementi come il numero di arcate del ponte e lo sviluppo del paesaggio, si può conoscere la profondità spaziale del pittore rispetto al ritratto, nel Prado sono rappresentati tre arcate del ponte e nel Louvre quattro per esempio, così si può affermare, sulla base della prospettiva rappresentata, che chi ha fatto la tavola del Prado era in una posizione più vicina a quella ritratta, così come superiore e di fronte ad essa, e che chi ha fatto la tavola del Louvre era in il lato sinistro così come ad un'altezza simile al ritratto ma più rimosso verso l´interno.

A questa somma, che il sistema di proporzioni rappresentato nella tavola del Museo del Prado è subordinato alla propria rappresentazione della prospettiva, in altre parole, il pittore utilizza il punto di vista come punto di partenza per realizzare il sistema di proporzioni, nessuna prospettiva, nessuna proporzione. Basato sulla regola dei terzi, di solito utilizzato in architettura, compone il volto del ritratto, e sulla base della faccia il resto del corpo, con aggiunta di moduli.

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Studio di testa di donna di Madonna Litta, Leonardo da Vinci, c. 1490, Museo del Louvre

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Alcune opere letterarie di stampo cortese-cavalleresco furono ispirate a Isabella, tra cui:

Appare anche in:

  • La morte di Ludovico Sforza detto il Moro, tragedia di Pietro Ferrari (1791).
  • Lodovico Sforza detto il Moro, tragedia di Giovanni Battista Niccolini (1833).
  • La duchessa di Milano, romanzo di Michael Ennis (1992), dove è l'amante di Galeazzo Sanseverino, dal quale ha il primogenito Francesco.
  • La città scarlatta, romanzo di Hella Haasse (1952), raffigurata durante il suo periodo come duchessa di Bari.
  • Ludovico il Moro - Signore di Milano, fumetto del 2010.

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

  • Appare nel dramma lirico di Marcelliano Marcello del 1859 Isabella d'Aragona, con musica composta da Carlo Pedrotti.

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Dal matrimonio con Gian Galeazzo Maria Sforza nacquero quattro figli:

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Alfonso V d'Aragona Ferdinando I di Aragona  
 
Eleonora d'Alburquerque  
Ferrante d'Aragona  
Gueraldona Carlino Enrico Carlino  
 
Isabella Carlino  
Alfonso II d'Aragona  
Tristano di Chiaromonte Deodato II di Clermont-Lodève  
 
Isabella di Roquefeuil  
Isabella di Chiaromonte  
Caterina Orsini del Balzo Raimondo Orsini del Balzo  
 
Maria d'Enghien  
Isabella d'Aragona  
Muzio Attendolo Sforza Giovanni Attendolo  
 
Elisa Petraccini  
Francesco Sforza  
Lucia Terzani  
 
 
Ippolita Maria Sforza  
Filippo Maria Visconti Gian Galeazzo Visconti  
 
Caterina Visconti  
Bianca Maria Visconti  
Agnese del Maino Ambrogio del Maino  
 
de Negri  
 

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Guido Lopez, Moro! Moro! Storie del Ducato Sforzesco, Camunia, p. 109.
  2. ^ Archivio Storico Lombardo, serie quinta, anno XLVIII, Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, p. 292.
  3. ^ Festa di nozze per Ludovico il Moro, fasti nuziali e intrighi di potere alla corte degli Sforza, tra Milano, Vigevano e Ferrara, Di Guido Lopez · 2008, p. 104.
  4. ^ Don Nicola Milano, Modugno. Memorie storiche, Bari, Edizioni Levante, 1984.
  5. ^ Studi sulla crisi italiana alla fine del secolo XV, Paolo Negri, in Archivio storico lombardo, Società storica lombarda, 1923, pp. 35-37.
  6. ^ Archivio Storico Lombardo, serie quinta, anno XLVIII, Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, p. 331.
  7. ^ Studi sulla crisi italiana alla fine del secolo XV, Paolo Negri, in Archivio storico lombardo, Società storica lombarda, 1923, pp. 24-26.
  8. ^ Il testo della lettera, nella traduzione italiana dall'originale latino, è riportato in Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, Archivio storico lombardo.
  9. ^ Corio, p. 1057.
  10. ^ Sanudo, pp. 672.
  11. ^ Decifrazioni e soluzioni 2013, su carlaglori.com.
  12. ^ Luzio Alessandro. Isabella d'Este e la corte sforzesca, Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda (1901 mar, Serie 3, Volume 15, Fascicolo 29), p. 149.
  13. ^ Sanudo, Diarii, p. 575.
  14. ^ Russo, p. 41.
  15. ^ a b Francesca M. Vaglienti, Isabella d'Aragona, duchessa di Milano, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 62, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2004. URL consultato il 9 aprile 2010.
  16. ^ a b Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro: la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento, vol. 1, Milano, Hoepli, 1913, p. 577.
  17. ^ Archivio Storico Lombardo, serie quinta, anno XLVIII, Achille Dina, Isabella d'Aragona Duchessa di Milano e di Bari, p. 330.
  18. ^ a b BRANI DI “LA VERITÀ SVELATA A’ PRINCIPI O VERO SUCCESSI DIVERSI TRAGICI ET AMOROSI OCCORSI IN NAPOLI DALL’ANNO 1442 SIN ALL’ANNO 1688” DEDICATI A ISABELLA D’ARAGONA, A BONA SFORZA E COSTANZA DI CAPUA. DAL MS. ITAL. FOL 145 (PDF), su rekopisy-romanskie.filg.uj.edu.pl.
  19. ^ SIFILIDE E DENTI AL MERCURIO: LE PATOLOGIE DI ISABELLA D’ARAGONA, su laveja.blogspot.com.
  20. ^ Svelato il mistero della Gioconda: "La Monna Lisa era napoletana, il paesaggio alle sue spalle lombardo", su Fanpage.it, 1º agosto 2018. URL consultato il 29 gennaio 2021.
  21. ^ Carla Glori, Proposta di identificazione della dama con la reticella di perle - Pinacoteca Ambrosiana, Milano, su Academia.edu, Savona, 2012, pp. 58-67. URL consultato il 29 gennaio 2021.

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Bona di Savoia 14881494 Beatrice d'Este
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Federico I di Napoli 15011524 Bona Sforza
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