Ferrandino d'Aragona

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Ferdinando II
Adriano fiorentino, medaglia di ferdinando d'aragona principe di capua.JPG
Adriano Fiorentino, medaglia di Ferrandino d'Aragona duca di Calabria
Re di Napoli
Stemma
In carica 23 gennaio 1495 – 7 ottobre 1496[1]
Predecessore Alfonso II
Successore Federico I
Duca di Calabria
In carica 25 gennaio 1494 –
23 gennaio 1495
Predecessore Alfonso II di Napoli
Successore Ferdinando di Federico I d'Aragona
Principe di Capua
In carica 26 giugno 1467 –
25 gennaio 1494
Nascita Castel Capuano, Napoli, 26 giugno 1467
Morte Castel Capuano, Napoli, 7 ottobre 1496
Luogo di sepoltura Sacrestia di San Domenico Maggiore, Napoli[2]
Casa reale Trastámara-Napoli
Padre Alfonso II
Madre Ippolita Maria Sforza
Consorte Giovanna d'Aragona
Religione Cattolicesimo
Motto Eterno danno con eterna gloria

Ferdinando II d'Aragona, del ramo di Napoli, noto ai contemporanei soprattutto col nome di Ferrandino o anche - per distinguerlo dall'avo - come Ferrando minore o Fernando. (Napoli, 26 giugno 1467Napoli, 7 ottobre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495[3] al 7 ottobre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l'eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferrante, titolare del trono di Gerusalemme.

Ferrandino fu un uomo di vera bellezza, d'indomito coraggio, che parve nato per la lotta, e, che tuttavia fu amante della cultura e della musica e per la dolcezza dell'animo fu sovrano affettivamente amato dal popolo.[4]

Il giovane re, ricordato per l'ardore e l'animo nobile, cercò in ogni modo di arrestare l’avanzata di Carlo VIII[5], riuscendo alla fine a riconquistare trionfante il proprio regno.

Questo principe, pieno di una pietà illuminata, cercò di procurare tranquillità e benessere ai suoi popoli, tanto che aspirava ad essere chiamato più che re, padre dei suoi sudditi.[6]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita[modifica | modifica wikitesto]

Ferrandino venne alla luce il 26 giugno 1467, nelle stanze di Castel Capuano, residenza che re Ferrante aveva ceduto ai novelli sposi Alfonso e Ippolita quale dono di nozze. Sua madre Ippolita si trovò da sola a partorire, in quanto il marito era impegnato sul fronte di guerra in Abruzzo in lotta coi fuoriusciti fiorentini, mentre il suocero si trovava in terra di Caserta. La nascita del principe nondimeno fu subito salutata con grande gioia, in quanto il regno aveva avuto il suo erede legittimo. Fu battezzato a dì 5 luglio e gli furono imposti i nomi Ferdinando, in onore dell'avo, e Vincenzo, per devozione della madre a codesto santo.[7]

Le lettere della madre risalenti a questo primo periodo ce lo descrivono come un neonato sano, bello e capriccioso, difatti è Ippolita stessa ad informare sconsolata la propria madre Bianca Maria Visconti che Ferrandino è "bello como una perla" ma "piacevole con ogni persona excepto con meco; ho speranza in brevi giorni deveneremo domestici et amici".[8]

Albarello napoletano con probabile ritratto infantile di Ferrandino, allora principe di Capua. Vi si riconosce l'inconfondibile chioma fluente presente anche negli altri suoi ritratti. Anno 1475-1480 circa.

Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Ebbe come precettori, ma anche come consiglieri e segretari, Aulo Giano Parrasio[9], Gabriele Altilio e il Chariteo, che seguirono con dedizione e lealtà il loro allievo anche quando questi, ancora adolescente, fu chiamato a cimentarsi nell’arte della guerra.[10]

Già all'età di 14 anni ebbe modo di dimostrare la propria prontezza in guerra, allorché l'avo Ferrante lo mise a capo di una spedizione militare diretta in Abruzzo, in qualità di luogotenente generale del re, col compito di difendere i litorali dagli attacchi della flotta veneziana, allorché, conclusa la riconquista di Otranto, si aprì un nuovo fronte di guerra fra Venezia e Ferrara (Guerra del sale, 1482-1484) e Ferrante dovette intervenire in difesa del genero Ercole d'Este.

Negli anni successivi Ferrandino prestò continuamente la propria spada in difesa del regno, combattendo contro i baroni ribelli durante la seconda rivolta baronale che tra il 1485 e il 1486 travagliò grandemente re Ferrante. Ciò era ancora nulla tuttavia, in confronto a quel che avrebbe atteso il giovane Ferrandino negli anni della prima calata dei francesi nella penisola.

Arienti narra di un certo suo incidente avvenuto in un giorno imprecisato, ma poiché lo scrittore lo colloca alcuni mesi prima della morte di Ippolita Maria Sforza, sarebbe da far risalire a quando il giovane principe aveva circa vent'anni. Accadde dunque che Ferrandino "per grandeza et prestantia de animo, travagliando uno gagliardo cavallo, quello li cade addosso, per modo che fu levato credendosi fusse morto". Il giovane principe sarebbe allora rimasto in coma per 13 giorni, fino a quando la madre Ippolita, piangendo e invocando devotamente l'aiuto della Vergine con infinite preghiere, ottenne che "li smarriti, o forsi perduti spiriti retornarono ne lo exanimato corpo del figliuolo".[11] Ora certo la vicenda suona assai incredibile, e sia in quanto egli è l'unico autore a narrarla, sia in quanto lascia largamente intendere che il principe fosse proprio morto e non semplicemente in coma, sia, soprattutto, poiché ignora l'esistenza del terzogenito Pietro, reputando Ferrandino "unico figliuolo", è da credere che si tratti semplicemente di un aneddoto utile a rafforzare l'aura di santità che avvolgeva la donna.

Alla morte del fratello minore Pietro, avvenuta per malattia nel 1491, egli rimase l'ultima speranza di Napoli e del vecchio avo Ferrante, il quale morendo presagiva già la terribile guerra che era in procinto di abbattersi sul regno. Morto infatti il sovrano il 25 gennaio 1494, Alfonso II ascese al trono di Napoli e non esitò un solo istante prima di dichiarare guerra a Ludovico Sforza, occupando come primo atto di ostilità la città di Bari, feudo del Moro. Alfonso veniva così in soccorso della figlia Isabella, sposa di Gian Galeazzo Sforza, nipote di Ludovico, al quale lo zio aveva di fatto usurpato il ducato.

Ferrandino d'Aragona da principe di Capua (1467-1494), medaglia.

Ludovico rispose alla minaccia lasciando via libera al monarca francese Carlo VIII di discendere in Italia per riconquistare il regno di Napoli, che quest'ultimo riteneva usurpato dagli Aragona agli Angioni napoletani.

In qualità di capitano supremo dell'esercito del regno di Napoli, Ferrandino si comportò sempre onestamente e, benché giovanissimo, seppe imporre ai propri uomini ordine e disciplina. Nell'ottobre del 1494, ad esempio, egli si trovava a combattere in Romagna contro i francesi, formalmente alleato della contessa di Forlì Caterina Sforza. A provocare la rottura fra i due fu il cosiddetto sacco di Mordano, avvenuto tra il 20 e il 21 ottobre: attorno alla cittadina di Mordano s'erano radunati dai quattordicimila ai sedicimila francesi per cingerla d'assedio e al contempo per trarre in trappola Ferrandino, il quale possedendo un esercito minore di forze si sarebbe trovato quasi sicuramente sconfitto.

Egli perciò, compresa la situazione, su consiglio dei propri generali decise di non rispondere alle richieste di aiuto della contessa. Caterina, adiratissima, passò dalla parte di quegli stessi francesi che avevano devastato le sue terre e straziato i suoi sudditi, rompendo l'alleanza coi napoletani, e pertanto Ferrandino, appreso il voltafaccia, sotto una pioggia dirotta fu costretto a lasciare Faenza coi propri uomini e a porsi sulla via di Cesena. Ora, nonostante fossero ormai divenuti nemici, e nonostante l'esercito napoletano mancasse di vettovaglie, non essendo mai stato ben rifornito dalla contessa neppure allora che erano alleati, nota Leone Cobelli, cronista forlivese, che Ferrandino si comportò sempre onestamente e che viceversa la contessa Caterina mandò i suoi uomini a derubarlo, seppure senza successo:[12]

«Quilli de Bertenoro né de Cesena non gli volivano dare più victovarie: dove el duca de Calabria ed egli era de mala voglia. Hor nota, lectore, che certo el duca de Calabria si portò honestamente in questi tereni e paesi, e non fe' quello possena fare essendo devenuto nostro inimico. Et quando era nostro amico mai non volse che se fesse danno né in vigne né in frasche, et el suo canpo era libero e chi li portava victovarie voleva fossero ben pagati, guardati e honorati, e mae non so di una desonestate de quello canpo: certo il se n'à portato buona fama. Ma nui gli ne rendessimo ben merto, ché foro mandate genti direto che li robasse e tollisse cavalli, armi e robi»

(Leone Cobelli, "Cronache Forlivesi")

Le fonti lo descrivono sempre impaziente di scontrarsi coi francesi e di mettere alla prova le proprie capacità belliche. Difatti quando si trovava ancora nei pressi di Imola, il 16 settembre 1494 "con lo elmetto in testa et la lanza su la cossa" scese a sfidare apertamente i francesi, e vedendo che il nemico non lasciava l'accampamento "mandò alcuni balestrieri lizieri a invitarlo fino a mezzo miglio a presso; et mai alcuno si appresentò". Due giorni dopo, non contento, inviò un trombetta al capitano nemico, Gianfrancesco Sanseverino conte di Caiazzo, a domandargli "se voleva venir rompere qualche lanza" e n'ebbe risposta negativa. Ripeté allora la sfida al capitano francese, monsignor d'Aubigny, e il francese stavolta accettò, ma il conte di Caiazzo impedì che si tenesse la prova e Ferrandino, deluso, dovette accontentarsi di scaramucce e cose da poco.[13]

L'invasione francese[modifica | modifica wikitesto]

Un tentativo di fermare a Rapallo la flotta francese che trasportava le pesanti artiglierie del re francese si risolse in un disastro. Dopo aver lasciato la Romagna, Ferrandino s'era recato a Roma ad esortare papa Alessandro VI "a star costante et saldo, et a non abbandonar el re suo padre". Ma il Papa, riluttante, cedette alfine anch'egli ai francesi, e se non altro, in un estremo colloquio, abbracciando piangente il giovane Ferrandino, gli offrì un salvacondotto col quale avrebbe potuto attraversare indisturbato l'intero Stato Pontificio così da tornarsene a Napoli. Ferrandino invece, fiero per natura e per natura incurante del pericolo, rifiutò sdegnato il salvacondotto e l'ultimo giorno dell'anno se ne uscì per la porta di San Sebastiano, proprio mentre da quella di Santa Maria del Popolo entrava re Carlo VIII con l'esercito francese.[14]

Con l'avvicinarsi delle truppe nemiche, Alfonso II, mentalmente instabile e perseguitato, si dice, dalle ombre dei baroni uccisi, pensò di assicurare maggiore stabilità al trono e alla discendenza decidendo di abdicare in favore del figlio primogenito, ed egli ritirarsi a vita monastica presso il monastero di Mazzara in Sicilia.

«Torniamo a Ferdinando el giovenetto,
che si vede nel regno incoronato.
L'ardir, la gioventù gli scalda el petto,
desideroso di salvar suo stato,
prese partito e fe' questo concetto:
di non voler in casa esser serrato,
ma come nuovo re francho e potente
di farsi incontra a la nemica gente.»

(Gerolamo Senese. La venuta del Re Carlo con la rotta del Taro (1496-1497). Guerre d'Italia in ottava rima (II 4.8:58))

Nel giorno di sabato, del gennaio 1495, Ferrandino cavalcò per la Capitale vestito di broccato, con l'arcivescovo di Tarragona, ambasciatore del Re di Spagna e l'ambasciatore di Venezia, e accompagnato da più di 600 cavalli, andò nel Duomo, dove l'Arcivescovo Alessandro Carafa, vestito in abito Pontificale celebrò la cerimonia di investitura con il giuramento dell'osservanza dei Capitoli del Regno. Cantato poi con grande solennità il Te Deum laudamus, fu gridato e salutato re con molto applauso, e venne intitolato Ferrante II, Re di Napoli, Sicilia, Gerusalemme, e Ungheria.[15]

Cavalcò poi sotto un ricchissimo baldacchino e passando per i Seggi della Città, ritornò nel Castello. Fece poi mettere in libertà i baroni che erano stati imprigionati da Ferrante, i quali erano rimasti esenti dal mortale castigo degli altri, e Ferrandino restituì anche i loro feudi. Scelse poi come suo Segretario il celebre Giovanni Pontano da Cerreto, il quale per era stato Segretario e ambasciatore a Roma da Re Ferrante I; e il 27 di gennaio concesse ai Deputati della città molti privilegi, e allo stesso tempo fece grandi preparativi per resistere al Re di Francia che stava venendo a riconquistare il regno; e perciò con molto dispiacere tolse l'argento a tutte le chiese della città, e da quello fece battere moneta, con la promessa di restituirlo (cosa che fece).[15]

A differenza del padre, uomo temutissimo per la sua crudeltà e odiatissimo dai Napoletani, egli era amatissimo da tutta la popolazione "per essere human et benigno re" e giovane di buoni costumi, qualità che dimostrò sin da subito, restituendo, nonostante la situazione di profonda crisi economica, ai legittimi proprietari le terre ingiustamente sottratte dal padre per la costruzione della villa di Poggioreale, alle monache della Maddalena il convento che Alfonso aveva loro espropriato per la costruzione della villa detta della Duchesca, e parimenti restituendo la libertà a coloro che da anni languivano nelle malsane prigioni del castello.[16] Ferrandino rimediò insomma a tutte le offese arrecate negli anni dal padre e dal nonno, ma ciò non valse tuttavia a impedire la fine del regno. Aveva anche sfidato a duello il re Carlo VIII per decidere alla vecchia maniera a chi spettasse il possesso del regno, ma il monarca francese, conoscendo l'abilità del giovane napoletano, non volle affrontarlo. Gli propose invece per conto dello zio Federico alcuni feudi in terra di Francia, se egli avesse in cambio rinunciato ad ogni diritto sul regno di Napoli, ma Ferrandino rispose orgogliosamente che "era deliberato a vivere e morire da re, com'era nato".[17]

Presunto ritratto di Ferrandino, prima metà degli anni '90 del XV secolo. Attribuito ad Agnolo di Domenico di Donnino.

Carlo VIII, partito da Roma, entrò nel regno e si impadronì dell'Aquila, Lanciano, Popoli, Monopoli e molti altri luoghi del regno. Avendo saputo della perdita dell'Aquila, Ferrandino, lasciò al governo di Napoli don Federico suo zio e la Regina Giovanna, e pieno di rammarico se ne andò a San Germano dove ridusse il suo esercito a Capua; ed avendo raccomandato ogni cosa ai suoi capitani ritornò con gran fretta in Napoli, e chiamato a sé tutto il popolo, nobili e l'esercito della città, fece una lunga orazione, mostrandogli la grande rovina che sarebbe diventato il regno e tutta l'Italia, se i Francesi avessero messo piede a Napoli, esortandoli alla difesa; a cui venne risposto che sarebbero stati tutti sotto il suo servizio e avrebbero perso la vita e fatto di tutto per la salvezza del regno e fece giurare anche Capua di essergli fedele. Il Re, avendo inteso che i Francesi erano già entrati a Gaeta, il 19 febbraio partì per ritornare a Capua, e giunto ad Aversa, intese che Capua si era già data al nemico, e quindi spaventato se ne ritornò indietro, dove ritrovò Napoli armata, le case dei Giudei saccheggiate e gran parte del popolo risoluto ad arrendersi ai Francesi; però il Re bene accorto non volle entrare nella città, ma facendo un lungo giro andò nel Castel nuovo, da dove fece passare nel Castel dell'Ovo la regina Giovanna, il Borgia con sua moglie e don Federico suo zio, con tutte le cose più preziose.[15]

Nei suoi confronti si consumò un vero e proprio tradimento: le città iniziarono a darsi spontaneamente ai francesi e i capitani e i generali a tramare alle sue spalle col nemico, favorendone l'avanzata. Tornato a Napoli da Capua, il giovane re era di pessimo umore, tanto che a fatica la regina vedova Giovanna lo indusse a nutrirsi dopo due giorni di digiuno. Egli lamentava che la Fortuna gli fosse avversa e che stesse perdendo il regno "senza aver rotto una lancia". Quando poi gli fu detto che la plebe stava saccheggiando le sue scuderie, ardente dallo sdegno, con un manipolo di suoi cortigiani accorse sul luogo con lo stocco sguainato e si mise a rimproverare veementemente i ribaldi, ferendone alcuni e recuperando un certo numero di cavalli.[18]

Compreso ormai che la situazione era irreparabile, Ferrandino decise pertanto di allontanarsi da Napoli in cerca di rinforzi. Prima d'imbarcarsi alla volta di Ischia con la famiglia, convocò però l'intero popolo e promise loro che sarebbe tornato nel giro di 15 giorni e che, se così non era, potevano considerarsi tutti quanti sciolti dal giuramento di fedeltà e di obbedienza fatto nei suoi confronti.

Lasciò quindi il Castel nuovo]ad Alfonso d'Avolos Marchese di Pescara con 4 mila Svizzeri; e con 14 galere guidate da Berardino Villamarina andò ad Ischia.[15]

Famoso rimase il tradimento del castellano della fortezza di Ischia, Justo della Candida, che fece trovare alla famiglia reale le porte del castello sbarrate. Ferrandino allora, col pretesto di porre al sicuro almeno la regina vedova Giovanna e la principessa Giovannella, secondo altre fonti chiedendo di parlamentare col castellano, persuase Justo ad introdurlo nella fortezza in compagnia d'un solo uomo, non credendo ch'egli costituisse da solo un pericolo. Ferrandino invece, non appena se lo trovò di fronte, estrasse un pugnale e "se gli gittò addosso con tanto impeto che con la ferocia e con la memoria dell'autorità regia spaventò in modo gli altri che in potestà sua ridusse subito il castello e la rocca".[14] Quindi, dopo averlo ucciso, gli mozzò la testa con un colpo di spada e gettò in mare il corpo, riprendendo così possesso del castello e della guarnigione.[19][20]

Il 20 febbraio 1495, il re di Francia, essendosi fermato nella città di Aversa, mandò un suo araldo a Napoli, il quale giunto a Porta Capuana parlò ai guardiani, dicendo di esser stato mandato dal suo re alla città di Napoli, affinché pacificamente gli desse obbedienza. Udito questo dalle guardie, lo fecero intendere agli eletti dei seggi della città, che si riunirono nella chiesa di San Lorenzo Maggiore, dove si consultarono sul da farsi; e finalmente conclusero che fossero aperte le porte al Re di Francia, e designarono un sindaco che andasse in nome della città a porgergli omaggio e riceverlo.[15]

L'araldo era un bellissimo uomo, vestito di una lunga veste alla francese, con le maniche di raso morato seminate di gigli d'oro con la barretta (come allora si diceva) a tagliero, aveva uno scudo dietro con le armi reali, al collo teneva una gran Collana d'oro e nella mano un bastone dorato con fiori di gigli alla punta; cavalcava un grande cavallo guarnito di girelli, di seta cremelina ed oro, al petto portava uno scudo ricamato d'oro con le insegne regali. Al comparire di costui a Porta Capuana arrivò gran parte del popolo a vederlo, ma sopraggiuntovi il conte di Brienza, salutò il francese, e questo, levatosi la berretta, salutò il conte dicendogli, che egli era mandato dal Re di Francia per chiedere che la Città di Napoli si arrendesse, che gli desse ubbidienza e una risposta da dare al re ad Aversa. Il conte rispose: "Sì, che ci vogliamo arrendere al re Carlo". Detto questo, fece aprire le porte della Capuana, e l'araldo, voltatosi ai popoli spettatori, disse loro: "Gridate tutti Francia". La voce diffusasi in tutta la città, la fece rivoltare.

Gli eletti dei seggi della città si recarono ad Aversa per incontrare Carlo VIII, con due chiavi, l'una di Porta Capuana e l'altra di Porta Reale, dicendogli che erano le chiavi delle due porte principali della città, e con le dovute riverenze gli baciavano le mani; il sovrano ricevette lietamente le chiavi, cavalcò verso Napoli e alloggiò nel Palazzo di Poggioreale.[15]

Carlo VIII a Napoli[modifica | modifica wikitesto]

I Francesi entrarono a Napoli il 22 febbraio 1495 e Carlo[21] prese dimora in Castel Capuano, l'antica reggia fortificata dei sovrani normanni. Il Marchese del Vasto, avendo saputo dell'entrata del re francese, cominciò a sparare con le artiglierie del Castel nuovo, notte e giorno verso il Castello di Capuana, dove alloggiava l'esercito del re, che ebbe molte perdite. Carlo allora decise di prendere il Castel nuovo; e perciò avendo fatto collocare quaranta pezzi di artiglieria, dieci ciascuno in quattro luoghi: il Molo grande, Nella Strada dell'Incoronata, a Chiaia e a Pizzofalcone, dove volle presiedere. Avendo fatto un grande assalto al Castello, vi morirono duecento Svizzeri e altrettanti Francesi, provocando la resa di Torre di San Vincenzo e degli Svizzeri nel Castello. Il marchese di Pescara allora propose una tregua, e la ottenne per la durata di cinque giorni e in questi, salito sopra un brigantino, andò ad Ischia.[15]

Allo stesso tempo, re Carlo mandò una lettera a don Federico, il quale era andato con re Ferrandino ad Ischia attraverso un salvacondotto, pregandolo che venisse a Pizzofalcone per ascoltare alcune cose che voleva dirgli, offrendogli per Ostaggi quattro dei suoi principali Cavalieri. Anche se Federico non volesse andare, anche se pregato dal re suo nipote, avuti gli ostaggi, vi andò, venendo ricevuto con grande cortesia da quel re. Quest'ultimo lo prese per mano e lo portò sotto un olivo, dove gli cominciò a parlare, scusandosi nel parlare francese, perché anche se conosceva l'Italiano, comunque non sapeva parlarlo correttamente. A cui Don Federico rispose in francese, dicendo che poteva parlare francese a suo piacimento, perché lo aveva imparato perfettamente alla Corte del re Luigi, padre di Carlo, che lo aveva quasi cresciuto. Carlo allora cominciò a trattare con lui, promettendogli di dargli un grande dominio in Francia, con il pretesto però di rinunciare al regno, nel quale Stato Ferrandino avrebbe potuto vivere onorevolmente; e visto che don Federico sapeva bene l'intenzione del Re nipote, prontamente gli rispose che quando il re francese avrebbe proposto un partito conveniente a re Ferrandino per non andare via dal Regno, dove avrebbe potuto conservarsi il titolo e la dignità reale, allora avrebbe acconsentito, ma essendo tal partito molto lontano dalle richieste che gli facevano, non avrebbe dato altra risposta se non che Ferrandino deliberava di vivere e morire da Re com'era nato, e con tale risoluzione ritornò ad Ischia.[15]

Dopo questo, essendo terminata la tregua, re Carlo il 6 marzo conquistò la fortezza che era governata dal tedesco Giovanni e dallo spagnolo Pietro Simeone e subito dopo anche il Castel dell'Ovo si arrese, il quale era governato dal prefetto Antonello Piccolo.[15]

Dopo aver preso le fortezze, Carlo si proclamò Carlo re dei Francesi, ottavo re di Sicilia, quarto re di Napoli, di Gerusalemme e d'Ungheria, e senza perdere tempo, chiese che papa Alessandro VI lo incoronasse e lo investisse del regno. Il Papa, però non volle concedergli il regno, per avere pochi mesi prima fatto incoronare re Alfonso, padre di Ferrandino. Carlo dunque volendo vendicarsi del Papa, fece credere che con l'obiettivo di fare guerra contro l'Impero Ottomano, ci fosse il pensiero di impadronirsi di tutta Italia. Mossi da questo sospetto, quasi tutti i principi d'Europa si allearono insieme contro i Francesi e alla fine di Marzo a Venezia venne formata una Lega, nella quale entrò il Papa, il Doge di Venezia, l'imperatore Massimiliano, il Re Cattolico e Lodovico Sforza Duca di Milano. Carlo compreso quello che stava accadendo disse con disprezzo: "Che averebbe ben presto spezzata quella sì ben legata catena". Carlo pensando di rimediare, mandò per la seconda volta un suo emissario a supplicare il Papa di creare suo legato Giorgio d'Amboise cardinale di Rouen, suo consigliere, affinché lo ungesse e lo incoronasse, e il Papa per la seconda volta gli disse che ciò non poteva essere fatto per le solite ragioni. Carlo sdegnato minacciò di volergli fare un Concilio contro, confidando del cardinal della Rovere, nemico del Papa, il quale divenne poi Giulio II, e di altri dieci cardinali suoi amici. Papa Alessandro VI, sospettoso delle minacce, essendosi consultato, il 20 maggio 1495, giorno dell'Ascensione del Signore fece ungere e incoronare Re di Napoli Carlo VIII, che venne investito del regno]] con grande magnificenza nella chiesa cattedrale e sotto un pallio, di fronte al sangue di san Gennaro, giurò di osservare i privilegi e i diritti della città e dell’intero reame[22]. Ma ritornato nel Castel Nuovo, trovò una lettera che lo avvisava della Lega di tutta Italia contro di lui, per questo si infuriò così tanto che i suoi capitani non riuscirono a calmarlo e disse loro che sapeva delle minacce fatte contro di lui da Francesco Gonzaga Marchese di Mantova, eletto Generale della Lega, che aveva l'obiettivo di ucciderlo o di farlo prigioniero. Ai primi di maggio 1495 una pesante sconfitta navale ad opera della flotta genovese (seconda battaglia di Rapallo) privò quasi totalmente Carlo del supporto navale necessario al trasporto delle pesanti artiglierie e alla logistica dell'esercito. Nello stesso mese il re di Francia, in seguito alle pulsioni filo-aragonesi del popolo napoletano e all'avanzare delle armate di Ferrandino nel Regno, comprese la necessità di lasciar Napoli e si avviò per rientrare in patria, dividendo però prima il suo esercito a metà; una parte di quello l'avrebbe guidato lui, mentre l'altra metà la lasciò nel Regno, sotto il governo di Gilberto di Borbone suo Viceré, Conte di Montpensier, e nello stesso giorno partì da Napoli con così tanta prestezza, che sembrò essere perseguitato da un esercito vittorioso, e giunse a Roma, dove non trovò il Pontefice, che temendo di vederlo si era ritirato[15]. Riuscì alla fine a giungere in Francia, nonostante la sconfitta subita ad opera delle forze della lega antifrancese nella battaglia di Fornovo.

Carlo, pur avendo molti sostenitori fra i nobili napoletani, in gran parte nostalgici del periodo angioino, e il controllo quasi totale del regno, Carlo VIII di Francia non seppe sfruttare tali condizioni a suo favore e impose funzionari francesi ai vertici di tutte le amministrazioni. La debolezza delle sue scelte, dettate dall'arrogante convinzione di essere padrone indiscusso del reame e magari dell'intera Penisola, diede tempo e forza agli altri stati italiani di coalizzarsi contro lui e a Ferrandino di riorganizzare le armate napoletane.

«[...] E viva il Re Fernando, fior dell'orto,
e mora il Re di Franza piede storto!
E viva il Re Fernando e le Corone
e mora il Re di Franza imbriacone!
E viva il Re Fernando incoronato,
e mora il Re di Franza e sia squartato!
E il Re di Franza che ha male in calzone,
e tiene un naso come un corbellone,
E viva il Re Fernando e la bacchetta,
e mora il Re di Franza e chi l'aspetta!
Viva l'armata ognor vittoriosa,
e il forte braccio de lo Re Fernando.
Viva lo capitan de Saragosa;
Notte con giorni giammai non riposa,
combattendo i Franzesi tutti quante
ch'anno spiantato Ponente e Levante.»

(Canzone diffusa a Napoli ai tempi della cacciata dei francesi (1495). Riportata da Anne Denis nella sua opera "Charles VIII et les Italiens".)

La battaglia di Seminara e la riconquista del Regno[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Seminara (1495).
Ferrandino nella battaglia di Seminara

Re Ferrandino persa ogni speranza, dopo aver lasciando Don Innico d'Avalos fratello del Marchese di Pescara a proteggere la rocca d'Ischia, se ne andò in Sicilia, dove il 20 Marzo fu ricevuto con grandi onori dai Messinesi nella Suddetta città, dove si trovava anche Alfonso che precedentemente aveva abdicato il trono.[15]

Alfonso, avendo compreso la perdita del regno, inviò subito dalla Sicilia Bernardino Bernardo, Segretario di Re Ferrandino in Spagna dal Re Cattolico per chiedere aiuto per poter recuperare il regno. Il Re Cattolico per favorire Alfonso, accettò l'impresa, e mandò Gonzalo Fernández de Córdoba, detto il Gran Capitano, con un piccolo esercito composto da 600 lancieri della cavalleria spagnola e 1.500 fanti: era stato scelto dalla regina Isabella per condurre il contingente spagnolo, sia perché favorito di corte e anche in quanto soldato di fama considerevole nonostante la giovane età.[23] Consalvo senza indugio giunse al porto di Messina il 24 maggio 1495, dove ritrovò Alfonso e Ferrandino molto ansiosi; ma quando Ferrandino vide il Gran Consalvo si rallegrò, invigorì l'animo ed abbellì il viso di nuovi colori con una certa speranza di poter recuperare il regno. Il Gran Capitano avendo confortato Alfonso e Ferrante, partì per la Calabria, per scoprire che Ferdinando II di Napoli era passato in Calabria con l'esercito prima di lui, portando con sé la flotta dell'ammiraglio Requesens, ed aveva rioccupato Reggio. Il De Córdoba arrivò in Calabria due giorni dopo. Ferrante rallegrandosi di questo iniziò comandò che le Compagnie passassero davanti, assaltando così i Francesi che avevano occupato le terre di Calabria.[15]

Ferdinando condusse l'esercito alleato fuori dall'abitato di Seminara il 28 giugno e prese posizione lungo un torrente. Inizialmente il combattimento volse a favore degli alleati con i jinetes spagnoli che impedivano il guado ai gendarmi franco-svizzeri scagliando i loro giavellotti e ritirandosi, lo stesso metodo usato in Spagna contro i mori. Ferrandino combatté con grande valore, talché "parea fosse risuscitato quillo grande Ettore de Troia"[24], però la milizia calabrese, presa dal panico, tornò indietro; sebbene Ferrandino tentò di bloccare la loro fuga, i calabresi in ritirata furono attaccati dai gendarmi che erano riusciti ad attraversare il corso d'acqua trionfando.[25] La situazione divenne presto disperata per le forze alleate: lo scozzese Estuardo, soprannominato Monsignor di Obegnì, Governatore della Calabria, sdegnato dal tanto ardire del Capitano aragonese, reclutò dalla Calabria, Basilicata e da altre terre del Regno un gran numero di soldati Francesi, e con questi formò un buon esercito, e sfidò il re. Anche se il Gran Capitano cercava di non venire in battaglia, finalmente per soddisfare il re accettò, ed arrivato il giorno stabilito, presso il Fiume di Seminara, combatté con gran coraggio; ma re Ferrandino, facilmente riconosciuto dal lussuoso abbigliamento da Obegnì gli fu ucciso il Cavallo che cavalcava, cadde a terra, e sarebbe stato in pericolo di vita, se Giovanni di Capua, fratello di Bartolomeo Conte di Altavilla[26], non l'avesse rimesso a cavallo, e se ne andò proteggendolo al meglio che gli fu possibile, ma gli Aragonesi, non potendo resistere alla furia dei francesi, per consiglio del Gran Capitano se ne ritornò a Reggio, e il re avendo capito di aver commesso un grande errore nell'aver esposto in pericolo la sua persona e quella di tutti i suoi alleati, raccomandando tutto il peso di quella guerra al Gran Capitano, se ne ritornò dal padre a Messina, il quale lo ritrovò ansioso per il corso di questa guerra.[15]

Nonostante la vittoria che le forze francesi e svizzere raccolsero sul campo di battaglia, Ferdinando II di Napoli, grazie alla lealtà del popolino, fu presto in grado di riprendere Napoli. |De Córdoba, usando delle tattiche di guerriglia ed evitando accuratamente qualsiasi scontro con i temibili battaglioni svizzeri lentamente riconquistò il resto della Calabria. Molti dei mercenari al servizio dei francesi si ammutinarono a causa del mancato pagamento del soldo e ritornarono in patria, le rimanenti forze francesi furono intrappolate ad Atella dalle forze riunite di Ferdinando e del De Córdoba e costrette ad arrendersi. Nel frattempo a Napoli, re Carlo era partito dal regno, e i cittadini della città che già avevano concepito grande odio contro i francesi a causa di alcuni Ministri che malamente servivano Carlo, con molta fretta mandarono un emissario in Sicilia a richiamare il loro naturale re, il quale dopo aver sconfitto le ultime guarnigioni francesi, compresa l'ambasciata, si mosse verso Napoli con 60 vascelli, contenenti 2000 soldati; e nel Luglio del 1495 comparve al lido della Maddalena e da lì quietamente passò a Nisida. Il popolo, saputa la notizia prese le armi, ruppe le prigioni e gridò: "Aragona, Aragona", quindi avutone ragguaglio, il re Ferrandino poté rientrare a Napoli nella notte del 7 Luglio 1495, alle 7 ore, dove entrò in città dalla Porta del Carmelo; e cavalcando per la città[15] venne accolto dalla popolazione festante che gli corse incontro fra grandissime grida, mentre le donne lo coprivano di fiori e di acque odorifere, e molte delle più nobili correvano in strada ad abbracciarlo e ad asciugargli il sudore dal volto.[27] Venne poi, accompagnato nel Castello di Capuana. Ferrandino, dopo il ricevimento dei suoi fedeli vassalli, assediò Gilberto di Monpensiero e i suoi soldati francesi nel Castel Nuovo. Nell'assedio vi morì Alfonso d'Avalos marchese di Pescara, ucciso nel castello in una notte a tradimento dal suo schiavo moro, il quale, istigato dai francesi, l'aveva condotto sopra una scala di legno appoggiata al muro del parco del castello per parlargli. Il marchese salito sopra la scala venne percosso da una saetta ammodo di mezza luna nella gola, venendo successivamente sepolto nella chiesa di Monte Oliveto e la cui morte dolse molto al re. Gilberto da Monpensiero, avendo perso la speranza di esser soccorso su consiglio del principe di Salerno, di notte fuggirono dal castello, e per mare andarono a Salerno. Dopo la loro fuga il re riuscì agevolmente a riconquistare il castello. Nel frattempo Gilberto col Principe e i suoi seguaci usciti in campo, cominciarono a travagliare per la Puglia, ma giunto da loro l'esercito del Re, e fatte alcune scaramucce, i francesi furono costretti a riparare ad Aversa. Mentre a Napoli si godeva per il ritorno del suo Re, Alfonso preparandosi dalla Sicilia per ritornare anch'egli al soglio reale, morì prima di ritornare a Napoli. Quando i capitani francesi seppero che Ferrandino era stato chiamato dal popolo per ritornare a Napoli, pieni di sdegno andarono contro il Gran Capitano per assediarlo a Reggio, ma sapendo di tutto ciò, li respinse e li perseguitò fino ai loro alloggiamenti. Finalmente Consalvo in pochissimo tempo conquistò ai Francesi tutta la Calabria, e costrinse i capitani nemici a ritirarsi; chi in Aversa, chi a Gaeta, dove successivamente alcuni francesi a patti ritornarono in Francia.[15]

La morte e la successione[modifica | modifica wikitesto]

Leggeri strascichi della guerra contro i soldati di Carlo VIII si trascinarono fino all'anno seguente, ma di fatto il regno era tornato saldamente nelle mani di Ferrandino, che poté così celebrare le proprie nozze con la zia Giovanna, più giovane di lui. Costei era una sorellastra di Alfonso II, nata dal secondo matrimonio di re Ferdinando I di Napoli con Giovanna d'Aragona. Al momento del matrimonio, Ferrandino aveva 29 anni, Giovanna 18. Le nozze furono celebrate a Somma, dove la coppia reale decise di fermarsi per qualche tempo e dove Ferrandino nominò regina sua moglie, incoronandola di sua mano. Il matrimonio, però, riuscì giusto ad essere consumato, poiché subito dopo Ferrandino, già ammalatosi in precedenza di malaria, la quale imperversava in quel tempo per la Calabria, vedendo la sua salute peggiorare, si fece portare nella chiesa dell'Annunziata di Napoli per ottenere grazia della salute, dove giunto vi ritrovò gran parte del popolo che in processione era venuto a pregare per lui; ed avendo pregato con gran lacrime dei circostanti, si fece portare nel Castel Nuovo.[15]

Aliprando Caprioli. Incisione postuma di Ferrandino d'Aragona. XVI secolo.

Scrive a tal proposito lo storico milanese Bernardino Corio: "Ferdinando, avendo quasi tutto ricuperato [...] unendosi a sua moglie che era l'infante di Napoli sua amica, sorella di Alfonso per parte di padre, e come innamorato di lei, prendendo amoroso piacere, si aggravò di più nell'incominciata malattia [...] e disperando della guarigione fu portato a Napoli, ove in età di ventinove anni con incredibile dolore de' suoi sudditi abbandonò la vita".[28]

Senza ombra di dubbio le fatiche di un'intera vita trascorsa fin dalla primissima giovinezza combattendo per la difesa del regno, esposto all'acqua, al vento e al gelo, senza concedersi negli ultimi tre anni pur un attimo di riposo, dovettero contribuire più che la malaria e più che le nozze a scavargli la fossa.

Ferrandino, fece poi testamento nel quale istituì erede universale del regno don Federico suo zio paterno. Avendo poi devotamente ricevuto i santissimi sacramenti, il Venerdì 7 ottobre del 1496 passò nell'altra vita[15] in Castel Capuano di Napoli, dov'era stato trasportato in lettiga, fra il grandissimo compianto del popolo che aveva condotto in processione reliquie, fra cui il miracoloso sangue di San Gennaro, e lungamente pregato per la sua guarigione. E ancora in questi termini Giuliano Passaro, artigiano sellaiolo, descrive il cordoglio generale alla sua morte:

«Di che piangere poteti, puopoli napolitani, che hoggi havete perduto la vostra Corona; et per questo piangono la luna con le stelle, i sassi con la terra; piangete, grandi e piccoli, femine et mascoli, che credo da che Dio fece lo mundo più pietosa cosa non fu veduta! Piangeva la Regina meschina sua mogliera, et anco sua socra, dicendo: «Dove èi la tua gagliardia, dove èi la tua gloriosa fama, che in tua gioventù hai acquistata con tante fatiche quante mai principe di questo secolo, a ricuperare tua antica casa, da la quale con gran tradimento ne fosti cacciato dallo re Carlo di Franza, e tu con tuo glorioso ingegno et forza la hai racquistata? E mo ad un punto ci hai abbandonato, figlio et marito! A chi ci lassi?» [...] Grandi e piccoli davano la testa per le mura per lo gran dolore che havevano per la trapassata memoria del signore Re, dicendo: «O signor nostro, come ce hai abbandonato in sì breve tempo? Dove èi la tua gagliardia? dove èi lo tuo tanto armezzare con tanta prodezza, che non fo mai HettoreHercole che pare a Vostra Maiestade fosse stato; et hoggi per tuo trapassare ce hai abbandonato!» [...] Et sappiate, magnifici signuri, che oggi èi morto lo più virtuoso, vittorioso e amato Re dalli vassalli, che mai fosse stato in questo secolo et che havesse sopportato tanti affanni, che molte volte fu provato ad intossicarlo e sempre la fortuna l'aiutava et subito era scoperto lo tradimento; et oggi è morto sì dolcemente, alla fine della sua vittoria.»

(Giuliano Passaro, Libro delle cose di Napoli)

Il buon Re Ferrandino venne poi sepolto con regali esequie nella sagrestia di San Domenico, vicino al sepolcro di Ferrante suo Avo.[15]

In assenza di eredi diretti del defunto re, la corona fu ereditata dallo zio Federico, fratello legittimo di Alfonso II. Salito al trono col nome di Federico I di Napoli, fu l'ultimo re napoletano della dinastia aragonese, il quale cedette poi il regno ai francesi. A seguito di questi dolorosi eventi e del definitivo tramonto della stirpe Aragonese si moltiplicarono i lamenti per la prematura morte del buon Ferrandino:

«S'avessi el filio Rege Ferdinando,
che fussi in vita con meco in tal caso,
darebbe a ogni mio affanno bando,
ma lassa a me nessun non m'è rimaso,
e di lor me aricordo lachrimando,
che 'l fonte di pietà secò al suo vaso
per me, 'send'io recepto di tormenti
priva di figli e d'amici e parenti.»

(El lamento e la discordia de Italia Universale (1510 ca.); Guerre d'Italia in ottava rima (II-10.10:14))

«Son quel regno sfortunato
pien di pianto, danni e guerra,
Francia e Spagna in mar in terra
m'hanno tutto disolato.
Per me pianga ogni persona,
gentil regno pien d'affanni,
ché cinque re di corona
me son morti in tredici anni,
con tormenti e gravi danni.
[...] Son quel regno sfortunato,
prima el re Ferrando vechio,
re Alfonso el so figliolo,
Ferandino de virtù è spechio,
ch'ai Francesi de gran dolo
e re Carlo con so stolo
deschazò verso el ponente;
morte el tolse de presente.»

(Dragoncino da Fano, El lamento del Reame di Napoli (1528). Guerre in Ottava rima (III-1.1))

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

Fin dall'infanzia Ferrandino fu avviato alle arti del corpo come dell'intelletto, difatti le fonti coeve, fra le quali anche Baldassare Castiglione, ce lo descrivono come agile e ben disposto nella persona, abilissimo nel salto, nella corsa, nel volteggio, nell'armeggiare e nell'equitazione, come pure nelle giostre e nei tornei, competizioni nelle quali riportava sempre il primo onore. Ciò nondimeno, è descritto altrettanto come modesto: "ut moris suis erat, ché né di prosperitate si allegrava, né di tristizia se turbava, ylari fronte ombibus referebat gratias"[29]

Fisicamente fu un giovane di bell'aspetto, aitante nella persona, con occhi vivaci, testa alta, largo petto, asciutto e muscoloso.[17] Proprio a proposito di questa curiosa tendenza a tenere la testa alta, riferisce il Castiglione che "il qual costume il re Ferrandino aveva contratto da infirmità" pur non specificando di quale malattia si fosse trattato. Riferisce altresì che sapendo d'essere "dispostissimo" di corpo, "ben pigliava le occasioni re Ferrando di spogliarsi talor in giuppone".[30]

Presunto ritratto di re Ferrandino. Per le evidenti somiglianze con l'incisione cinquecentesca, è con ogni probabilità su questo ritratto che Aliprando Caprioli si basò per realizzarla.

Fu parimenti coltivato nelle arti letterarie, avendo avuto come maestri Gabriele Altilio e Aulo Giano Parrasio, e difatti si dilettava di comporre nel tempo libero poesie e strambotti. Uno ne scrisse ad esempio ad un proprio suddito, il quale si doleva della sua partenza da Napoli, probabilmente nei drammatici giorni dell'invasione francese:[31]

«De la partenza mia chi si contenta,
chi se 'nde allegra, e ride a chi li piace,
chi se 'nde dole e chi se 'nde lamenta,
chi se 'nde aflige e chi se 'nde desface.
Chi tira in questo affanno e chi m'alenta,
chi se 'nde dole e chi se 'nde despiace.
La misera arma mia che se tormenta
in questo fuoco se consuma e tace.»

(Ferrandino d'Aragona, strambotto.)

Avventure amorose[modifica | modifica wikitesto]

A differenza del padre e del nonno, Ferrandino non era solito tenere presso di sé amanti fisse, e difatti non si conosce l'esistenza di suoi figli illegittimi, tuttavia come il nonno e come il padre ebbe costumi sessuali molto liberi. A prova della sua prestanza fisica come pure del favore di cui egli godeva presso le donne, è noto un episodio verificatosi nel corso del settembre 1494, mentre Ferrandino, allora duca di Calabria, era accampato presso la città di Cesena.[32]

L'avvenimento è riportato in una lettera datata 4 ottobre di Bernardo Dovizi da Bibbiena a Piero il Fatuo: Ferrandino venne una sera avvicinato da un "valente huomo" di nome Mattio, il quale gli fece intendere di dovergli parlare di una faccenda di enorme importanza. Ricevuto dunque dal duca nel giorno successivo, Mattio gli riferì che v'era una "nobilissima et bellissima madonna [...] per nobiltà e bellezza la prima fanciulla di tucta la Romagna" la quale avendo ammirato quattro anni addietro un ritratto di Ferrandino e avendo sentito lodare le sue innumerevoli virtù, si era perdutamente innamorata di lui e con proprio rischio e pericolo era venuta fino a Cesena soltanto per poterlo vedere; per di più, avendolo veduto, s'era infiammata a tal punto di lui che "non truova posa né locho o cosa che porti alcuno refrigerio a tanto suo fuocho". Lo pregava dunque Mattio ch'egli si degnasse di "havere compassione di chi per voi muore", e che volesse accontentarla nel suo desiderio, poiché altrimenti "la vita della meschinella presto mancheria". Ferrandino, com'è ragionevole, restò inizialmente in dubbio che potesse trattarsi di un complotto ai suoi danni e che la donna volesse avvelenarlo attraverso il coito, tanto più che proveniva da territorio nemico, e dunque la fece attendere qualche altro giorno, informandosi frattanto circa la sua identità, prima di convincersi ch'era sciocco da parte propria dubitare di qualche pericolo e di acconsentire all'incontro. Dunque, fingendo di uscire a caccia, egli si recò in gran segreto in una casa di campagna dove l'attendeva la donna e dove "consumò el sancto matrimonio con grandissima dolcezza dell'una parte et dell'altra".[33]

Questa donna, indicata nella lettera col nome di Caterina Gonzaga, era forse una Gonzaga del ramo di Novellara e magari figlia di quel Giorgio Gonzaga morto nel 1487 e dunque sorella di quella Taddea che sposò Matteo Maria Boiardo.[34] Il Dovizi, che si mostra assai scettico sulla sincerità dell'amore professato dalla donna, non manca di scrivere le proprie impressioni a tal proposito a Piero il Fatuo, giudicando che Caterina dovesse forse aver sentito parlare in giro delle notevoli dimensioni del membro virile di Ferrandino, che egli descrive in termini entusiastici come "assai horrevole", ovvero sia onorevole, e che dunque più che dall'amore fosse spinta dalla lussuria.

Sebbene Ferrandino non abbia poi "per sua conscentia" rivelato ad alcuno la relazione se non a poche persone, fra cui appunto il Dovizi (col quale era solito parlare "liberamente de ogni cosa") e il marchese di Pescara Alfonso II d'Avalos, la fama della grande bellezza di tale Caterina giunse sino alle orecchie di Ludovico il Moro che in quel tempo si trovava ad Asti in compagnia del re di Francia, il quale era sempre desideroso di avere attorno a sé belle donne. Ludovico mandò dunque un messo da Caterina invitandola a recarsi ad Asti per compiacere il re e le offrì in cambio la somma di oltre 3500 ducati che sarebbero dovuti servire per pagarle il viaggio. Caterina tuttavia, sdegnata dalla proposta, pregò Ferrandino che l'aiutasse a inventare una scusa buona a declinare l'offerta, poiché "da lui né vuole né può partirsi". Egli deliberò allora, fra le risate degli amici, che Caterina promettesse al Moro d'andare e accettasse l'offerta in denaro, ma che rubasse invece i ducati all'uomo che glieli avrebbe portati e si restasse con lui a Cesena.

Ciò nondimeno Ferrandino, poiché gli era stato detto che Piero il Fatuo aveva provato ad ottenere la donna senza tuttavia riuscirvi, si mostrò molto disponibile a prestargliela, dicendo: «Io voglio che queste cose delle donne, come le altre, tucte sieno tra noi communi». Il Dovizi ribatté dicendo che l'offerta di scambio a Piero non sarebbe convenuta di certo, in quanto Piero aveva presso di sé amanti mentre Ferrandino no, inoltre giudicò che la sua disponibilità fosse dovuta al fatto che in verità la "carne" di Caterina non gli piacesse, cosa che Ferrandino gli assicurò non essere vera, sostenendo "che di lei gli piace ogni cossa" e che anzi prima di partire "ne vuole un’altra scorpacciata".

Da una lettera successiva del Dovizi, datata 9 ottobre, apprendiamo che Piero il Fatuo spedì poi al campo certe lettere con un ritratto della stessa Caterina, a dimostrazione del fatto che la donna fosse già stata sua amante. Riferisce il Dovizi che Ferrandino, dopo aver letto insieme a lui la lettera, ne "rise tanto et sì di cuore che non potrei dire più, et vi giuro che non lo ho visto né credo vedere mai in tanta letitia quanto fu allhora", e volle fosse riletta più volte anche in presenza dell'Avalos. Ferrandino confessò poi difatti di aver mentito nel dire che la donna gli fosse piaciuta, credendo che né Piero né il Dovizi la conoscessero, mentre in verità non gli era piaciuta per nulla, se non per "un pocho di maniere", e che gli stava "più a noia che il diavolo". Aggiunge inoltre che se ancora Caterina avrà voglia di lui, allora dovrà venire ella stessa in campo a trovarlo, "altrimenti se lo può grattare tanto che si cavi la foia da sé", poiché egli "non se ne moverà un passo", e che "se lei non viene in campo, si può impichare per costui, che del rivederlo non facci più conto, et se venissi in campo proverrà come pesa il Marchese", ovvero sia se si presentasse in campo Ferrandino la offrirebbe altrettanto all'amico Alfonso d'Avalos. Conclude la questione il Dovizi dicendo che Ferrandino offrì anche a lui di provare la donna, ma che egli non si sarebbe mai permesso di giacere con una donna con la quale avesse già giaciuto il proprio signore Piero, infatti "dove è andato il padrone si guarderia quanto dal fuoco et diavolo andarvi epso".[35]

Le lettere del Dovizi di questo periodo, oltremodo farcite d'oscenità e doppi sensi, a partire dal XIX secolo sono state abbondantemente censurate in tutte le opere e i saggi che trattano l'argomento, tuttavia sono tutt'oggi conservate presso l'archivio di stato mediceo di Firenze e fruibili digitalmente.

Certamente Ferrandino era consapevole delle proprie qualità fisiche e non le sfruttò solamente per il proprio personale guadagno, bensì anche per quelle questioni politico-diplomatiche che potevano giovare allo stato: scrive infatti sempre il solito Dovizi, che nel presentarsi a Forlì alla contessa Caterina Sforza, della quale ricercava l'alleanza nella guerra contro i francesi, Ferrandino "vi andò attillato et alla napoletana pulitamente abbigliato". Sapeva infatti che la contessa Caterina nutriva una vera e propria passione nei confronti degli uomini di bell'aspetto e probabilmente sperava così di accattivarsene l'amicizia. Il tentativo, forse, ebbe un certo successo, in quanto il Dovizi, in un linguaggio appositamente enigmatico, prosegue dicendo che sebbene a Ferrandino la contessa non fosse fisicamente piaciuta poi molto, nondimeno "si strinsono le mani grattando et che notò al medesimo tempo assai sfavillamenti di ochi", inoltre il castellano Giacomo Feo, allora giovane amante della stessa contessa, se ne mostrò parecchio geloso, difatti Ferrandino e Caterina "stettono circa II hore insieme ma videntibus omnibus, ché il Pheo la vuole per sé".[12]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

  • Il personaggio Ferdinando dell'opera teatrale di William Shakespeare La tempesta è basato sulla figura storica di Ferrandino.[36]
  • Nella serie televisiva canadese del 2011-2013 I Borgia, Ferrandino è teoricamente impersonato dall'attore svedese Matias Varela, tuttavia il personaggio mostrato nella serie non ha nulla in comune con la figura storica di Ferrandino, se non il nome.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino[37] - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino[37]

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Alfonso V d'Aragona Ferdinando I di Aragona  
 
Eleonora d'Alburquerque  
Ferdinando I di Napoli  
Gueraldona Carlino Enrico Carlino  
 
Isabella Carlino  
Alfonso II di Napoli  
Tristano di Chiaromonte Deodato II di Clermont-Lodève  
 
Isabella di Roquefeuil  
Isabella di Chiaromonte  
Caterina Orsini del Balzo Raimondo Orsini del Balzo  
 
Maria d'Enghien  
Ferdinando II di Napoli  
Giacomo Attendolo Giovanni Attendolo  
 
Elisa Petraccini  
Francesco Sforza  
Lucia Terzani  
 
 
Ippolita Maria Sforza  
Filippo Maria Visconti Gian Galeazzo Visconti  
 
Caterina Visconti  
Bianca Maria Visconti  
Agnese del Maino Ambrogio del Maino  
 
? de Negri  
 

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Usurpato da Carlo VIII di Francia dal 22 febbraio al 6 luglio 1495
  2. ^ Le mummie aragonesi di San Domenico, su Università di Pisa. Paleopatologia (archiviato dall'url originale il 22 aprile 2019).
  3. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-ii-d-aragona-re-di-napoli-detto-ferrandino_%28Enciclopedia-Italiana%29/.
  4. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-ii-d-aragona-re-di-napoli-detto-ferrandino_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  5. ^ http://www.ilportaledelsud.org/ferrandino.htm
  6. ^ https://books.google.it/books?id=ibyXcpv9luIC&printsec=frontcover&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false
  7. ^ Ciro Raia, Breve storia di Re Ferrandino.
  8. ^ Ippolita Maria Sforza, Lettere, in Gli Arsilli, Edizioni dell'Orso, p. XXVII.
  9. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-ii-d-aragona-re-di-napoli-detto-ferrandino_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  10. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-ii-d-aragona-re-di-napoli-detto-ferrandino_%28Enciclopedia-machiavelliana%29/
  11. ^ Giovanni Sabadino degli Arienti, Gynevera de le clare donne.
  12. ^ a b conte Pier Desiderio Pasolini, Caterina Sforza.
  13. ^ Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII.
  14. ^ a b Francesco Guicciardini, Storia d'Italia.
  15. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r Bastian Biancardi, Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza, Napoli, F. Pitteri, 1737.
  16. ^ Marcello Orefice, Napoli Aragonese.
  17. ^ a b Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane.
  18. ^ Giacomo Gallo, Diurnali.
  19. ^ Ferrandino d’Aragona e “l’omicidio d’autore” sul Castello Aragonese, su isclano.com.
  20. ^ Ferrandino d'Aragona, su ilportaledelsud.org.
  21. ^ moneta da 1 carlino del 1495
  22. ^ https://napolipiu-com.cdn.ampproject.org/v/s/napolipiu.com/o-cap-e-casa-padri-di-napoli/amp?amp_gsa=1&amp_js_v=a6&usqp=mq331AQHKAFQArABIA%3D%3D#amp_tf=Da%20%251%24s&aoh=16197178893350&referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com&ampshare=https%3A%2F%2Fnapolipiu.com%2Fo-cap-e-casa-padri-di-napoli
  23. ^ Prescott, 272.
  24. ^ G. Passaro, Historia.
  25. ^ Prescott, 277.
  26. ^ Roscoe, Leo X, 135. Roscoe dichiara che il di Capua fosse paggio di Ferdinando e fratello del Duca di Termini
  27. ^ Notar Giacomo, Cronica di Napoli.
  28. ^ Bernardino Corio, Storia di Milano.
  29. ^ Joampiero Leostello, Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria.
  30. ^ Baldassarre Castiglione, Il Cortegiano.
  31. ^ Francesco Torraca, Discussioni e ricerche letterarie, F. Vigo, 1888.
  32. ^ Rita Delcroix, Giuliano de' Medici: il crepuscolo del Rinascimento.
  33. ^ Marcello Simonetta, Rinascimento segreto. Il mondo del Segretario da Petrarca a Machiavelli.
  34. ^ Rubiconia Accademia dei Filopatridi, Savignano, Quaderno, Volumi 1-5.
  35. ^ Rinascimento: rivista dell'istituto nazionale di studi sul Rinascimento, volumi 5-6.
  36. ^ https://www.shakespeareitalia.com/la-tempesta/
  37. ^ http://www.nobili-napoletani.it/Ordine-Ermellino.htm

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) A. H. Johnson, Europe in the Sixteenth Century, 1494–1598 (Period IV). London: Rivingtons, 1905.
  • (EN) David Nicolle, Fornovo 1495 — France's Bloody Fighting Retreat. Oxford: Osprey Publishing, 1996.
  • (EN) William H. Prescott. History of the Reign of Ferdinand and Isabella, the Catholic, of Spain. Volume II. London: Bradbury and Evans, 1854.
  • (EN) William Roscoe, The Life and Pontificate of Leo the Tenth. Volume I. London: David Bogue, Fleet Street, 1846.
  • Bastian Biancardi, Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza, Napoli, F. Pitteri, 1737.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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