Battaglia di Pavia (1525)

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Battaglia di Pavia
Battle of Pavia.jpg
L'episodio dell'abbattimento della cinta francese da parte di Galzerano Scala durante la battaglia di Pavia, in un arazzo di William Dermoyen conservato al Museo di Capodimonte.
Data 24 febbraio 1525
Luogo Pavia
Esito Decisiva vittoria imperiale e spagnola
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
23.000 fanti (8.000 svizzeri, 5.000 mercenari tedeschi, 6.000 francesi, 4.000 italiani)
1.200 cavalieri pesanti
2.000 cavalieri leggeri
53 cannoni
20.000 fanti (12.000 lanzichenecchi tedeschi, 5.000 spagnoli, 3.000 italiani)
800 cavalieri pesanti
1.500 cavalieri leggeri
17 cannoni

Guarnigione di Pavia: 6.000 fanti (5.000 tedeschi, 1.000 spagnoli)
Perdite
12.000 morti o feriti 500 morti o feriti
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La battaglia di Pavia fu combattuta il 24 febbraio 1525 durante la guerra d'Italia del 1521-1526 tra l'esercito francese guidato personalmente dal re Francesco I e l'armata imperiale, costituita principalmente da fanteria spagnola e lanzichenecchi tedeschi, di Carlo V guidata sul campo da Fernando Francesco d'Avalos e Carlo di Borbone. La battaglia si concluse con la netta vittoria dell'esercito dell'imperatore Carlo V; lo stesso re Francesco I venne catturato.

La battaglia segnò un momento decisivo delle guerre per il predominio in Italia e affermò la temporanea supremazia di Carlo V; dal punto di vista della storia militare la battaglia è importante perché dimostrò la schiacciante superiorità della fanteria spagnola organizzata nel tercio e soprattutto delle sue formazioni di archibugieri che distrussero con il fuoco delle loro armi la famosa cavalleria pesante francese.

La battaglia di Pavia segnò anche un momento di passaggio nelle strategie militari, che saranno d'ora in poi caratterizzate dal largo utilizzo delle armi da fuoco.

L'inizio delle ostilità e assedio di Pavia[modifica | modifica wikitesto]

A seguito della sconfitta delle truppe imperiali di Carlo V in Provenza nel 1523, il re di Francia, Francesco I, voleva sfruttare il vantaggio per tentare di riprendersi Milano, perduta nel 1521 dove gli spagnoli avevano insediato Francesco II Sforza. Alla fine di ottobre del 1524, Milano cadde in mano dei Francesi; gli imperiali, troppo inferiori di numero, si ritirarono a Lodi, lasciando però una guarnigione di 6.000 uomini a Pavia agli ordini di Antonio di Leyva. L'antica capitale dei Longobardi era la seconda città del Ducato e occupava una importante posizione strategica.

Le difese della città resistettero ai primi assalti dei francesi che furono costretti ad organizzare un vero e proprio assedio alla città a partire dal 27 ottobre 1524. Il grosso delle truppe di Francesco I si dispose nella zona a ovest della città, nei pressi di San Lanfranco, mentre le fanterie mercenarie svizzere e nuclei di cavalieri si acquartierarono a est di Pavia. La situazione rimase in stallo fino all'arrivo, all'inizio di febbraio del 1525, di circa 22.000 uomini agli ordini di Carlo di Lannoy, viceré di Napoli, di Carlo di Borbone e di Fernando Francesco d'Avalos, marchese di Pescara che vennero in aiuto degli assediati. L'esercito si accampò nella zona est Pavia di fronte alle truppe francesi e per tre settimane i due eserciti si fronteggiarono trincerati nelle zone dell'attuale Parco della Vernavola a Mirabello[1].

La Battaglia di Pavia, anonimo fiammingo del XVI secolo.

Svolgimento della battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Prima fase della battaglia[modifica | modifica wikitesto]

La notte fra il 23 e il 24 febbraio, parte dell'esercito spagnolo passa all'azione, guidato dal Conestabile francese Carlo di Bourbon che si era distinto al fianco di Francesco I in occasione della battaglia di Marignano nel 1515, ma che in seguito era passato in campo avverso. I guastatori imperiali, al comando di Galzerano Scala[2], aprirono una breccia nella cinta del Parco presso la località Due Porte di San Genesio, e sorpresero inizialmente le linee francesi.

Seconda fase della battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Francesco I e i capi francesi furono sorpresi dall'inattesa azione nemica, ma reagirono rapidamente e schierarono il loro esercito per la battaglia; dopo aver lasciato negli accampamenti e contro la città 6.000 soldati, tra cui le cosiddette "bande nere" italiane, il re prese il comando della sua famosa cavalleria pesante e si diresse sull'ala sinistra per affrontare direttamente la cavalleria imperiale[3]. Una parte dei picchieri svizzeri e i mercenari tedeschi presero posizione al centro; il grosso della fanteria svizzera venne in un primo momento lasciato in seconda linea raggruppato in formazione serrata; sull'ala destra i francesi misero rapidamente in azione la loro potente artiglieria[3].

Georg von Frundsberg, il comandante dei lanzichenecchi imperiali
Carlo III di Borbone, comandante in capo
Fernando d'Avalos, comandante della fanteria spagnola

Al comando del famoso Galiot de Genouillac, i cannoni francesi aprirono il fuoco con grande efficacia contro i quadrati dei picchieri lanzichenecchi che subirono pesanti perdite; le fonti riferiscono particolari macabri sul micidiale effetto del tiro dell'artiglieria sulle dense file dei mercenari lanzichenecchi. Mentre sui fanti tedeschi si abbatteva il bombardamento, la cavalleria leggera francese con un'abile mossa riuscì a mettere fuori uso l'artiglieria spagnola che si stava ancora schierando sul campo. A questo punto Francesco I compì l'errore di disperdere le sue forze.

Terza fase della battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Sul far dell'alba, lanciò la propria cavalleria pesante contro la cavalleria spagnola disposta alla sinistra dello schieramento. Il re francese, secondo schemi puramente medievali, si pose davanti ai suoi cavalieri e cercò di vincere la battaglia con onore e gloria.

In realtà lo stesso Francesco I con tutta la cavalleria pesante passò davanti alla propria artiglieria impedendole così di aprire il fuoco sulle formazioni imperiali e, nonostante un iniziale successo, si espose al contrattacco del nemico. Ferdinando d'Avalos fece muovere 1.500 archibugieri spagnoli che si schierarono al riparo di un bosco e aprirono il fuoco sul fianco destro della cavalleria pesante francese con effetti devastanti[3]. Sotto il fuoco degli archibugieri spagnoli organizzati secondo il famoso sistema del Tercio, i cavalieri francesi subirono perdite elevatissime; i superstiti vennero attaccati dalla cavalleria leggera imperiale mentre la fanteria spagnola si avvicinava per completare la vittoria.

La battaglia di Pavia, Ruprecht Heller, Nationalmuseum Stoccolma.

La cavalleria pesante francese venne distrutta; i cavalieri rimasti appiedati vennero annientati all'arma bianca dalla fanteria con colpi di pugnale al collo, nella giunzione tra elmo e corazza, o attraverso le piccole fessure della celata dell'elmo. Gli archibugieri spagnoli, invece, impiegarono le loro armi da fuoco colpendo a distanza ravvicinata, in molti casi facendo partire il colpo direttamente dentro l'armatura dei cavalieri dopo aver sistemato l'archibugio attraverso la cotta[3]. I principali comandanti del re Francesco I caddero in questa fase della battaglia; Louis de la Trémoille venne ucciso da un colpo ravvicinato di archibugio, mentre La Palice morì per ferite da pugnale.

Fase finale della battaglia[modifica | modifica wikitesto]

I cavalieri francesi assieme al re si ritrovarono disorientati e circondati dalla cavalleria e dagli archibugieri nemici. In poco tempo la possente e coraggiosa cavalleria francese fu annientata. Francesco I continuò a combattere strenuamente nonostante fosse stato appiedato da una archibugiata dell'italiano Cesare Hercolani, fu salvato dalla morte e catturato dal viceré di Napoli Carlo di Lannoy che combatteva con i suoi cavalieri "ispano-napoletani" a fianco di Carlo V.

Mentre la cavalleria francese veniva annientata sull'ala sinistra, al centro dello schieramento i lanzichenecchi tedeschi dell'Impero combatterono una violenta e sanguinosa battaglia fratricida contro i 5.000 mercenari tedeschi di Francesco I, le cosiddette "bande nere tedesche"; dopo un aspro combattimento i lanzichenecchi dell'esperto e aggressivo Georg von Frundsberg ebbero la meglio e distrussero gran parte dei mercenari del re di Francia a colpi di picca e di alabarda. Dopo la vittoria i lanzichenecchi avanzarono e misero in pericolo l'artiglieria francese che venne in parte travolta e catturata[3].

La battaglia si concluse sul fare della mattina del 24 febbraio. Il re francese, umiliato e sconfitto, venne deportato in Spagna, mentre sul campo si contavano circa 5.000 soldati francesi caduti.

Conseguenze della sconfitta francese[modifica | modifica wikitesto]

Cattura di Francesco I.

La rotta fu completa. I francesi persero circa 10.000 uomini (alcune fonti danno cifre anche superiori); gran parte dei quadri dell'esercito, tra cui Guillaume Gouffier de Bonnivet, Jacques de La Palice, Louis de la Trémoille Principe di Talamonte, rimasero uccisi in battaglia. Le sorti della battaglia furono segnate a favore degli imperiali dall'azione degli archibugieri spagnoli e italici del marchese di Pescara. Anche la cattura del re di Francia è da attribuire a tre cavalieri spagnoli, Diego D'Avila, Juan de Urbieta e Alonso Pita da Veiga, citati peraltro da Paolo Giovio nella sua Vita del Marchese di Pescara (Fernando Francesco D'Avalos), i cui discendenti conservano i documenti comprovanti la veridicità del fatto.

Il re francese, dopo la cattura secondo la tradizione fu inizialmente rinchiuso in un cascinale, poco distante da S. Genesio, la cascina Repentita, a due km a nord di Mirabello. Un'iscrizione sul muro esterno della cascina ricorda l'episodio. Il prigioniero regale venne poi trasferito e imbarcato a Villafranca vicino a Nizza alla volta della Spagna, dove restò un anno detenuto in attesa del versamento di un riscatto da parte della Francia e della firma di un trattato in cui si impegnò ad abbandonare le sue rivendicazioni sull'Artois, la Borgogna e le Fiandre, oltre a rinunciare alle sue pretese sull'Italia. Nella battaglia fu sconfitto dalle truppe imperiali anche Federico Gonzaga, signore di Bozzolo, fatto prigioniero e rinchiuso nel castello della città. Riuscì, comunque, ad evadere rifugiandosi presso il duca di Milano[4].

Iconografia[modifica | modifica wikitesto]

Considerata la rilevanza della battaglia e la vasta eco dovuta alla cattura di un sovrano sul campo di battaglia il fatto d'arme è diventato oggetto di diverse rappresentazioni. In realtà queste opere ritraggono un territorio molto diverso da quello che probabilmente era in realtà dato che la gran parte degli artisti che si sono cimentati su questo tema non hanno mai visitato la città e il suo contado.

  • Tra le diverse opere che ricordanola battaglia il più significativo è un ciclo di sette arazzi fiamminghi, eseguiti a Bruxelles su cartoni di Bernard van Orley e conservati a Napoli al Museo di Capodimonte, che illustrano i principali episodi della battaglia di Pavia. I lavori hanno una rilevante importanza storica essendo stati eseguiti tra il 1528 e il 1531, subito a ridosso degli avvenimenti. Lungo la bordura di due dei sette arazzi è stata apposta la sigla dell’arazziere, William Dermoyen[5]. Le opere sono state restaurate nel 1994 grazie al contributo di Mariella e Giovanni Agnelli.
  • Joachim Patinir, Battaglia di Pavia (Schlacht bei Pavia)[6], dipinto dal pittore fiammingo nel 1515 (31x41 cm) e conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna
  • Ruprecht Heller dipinse La battaglia di Pavia (Slag van Pavia) nel 1529. Il dipinto ad olio (115x128 cm)[7] è conservato nel Museo Nazionale di Stoccolma.
  • Quadro ad olio di artista anonimo fiammingo (117-220 cm) databile tra il 1525 e il 1530, The battle of Pavia, conservato al Museum of Art and Archeology dell'Università di Oxford
  • Quadro ad olio (114.3 x 171.5 cm)[8] di autore fiammingo sconosciuto del XVI secolo che descrive il pieno della battaglia conservato nel Birmingham Museum of Art di Birmingham in Alabama (USA).
  • La pinacoteca dei Musei civici del castello di Pavia ospita un tela ad olio di Gherardo Poli (Firenze 1676 - Pisa 1739), La battaglia di Pavia (84x128 cm)[9]. In primo piano è dipinto il re francese è prossimo alla cattura, dopo esser stato disarcionato dal cavallo, e sullo sfondo si vede una rappresentazione della Pavia cinquesentesca con alcuni evidenti errori: il Castello mostra le distruzioni della sua ala settentrionale, che in realtà è stata distrutta due anni dopo, nel 1527, dai Francesi la cella campanaria sulla Torre Civica a fianco al Duomo che fu realizzata in realtà nel 1583 dall’architetto Pellegrino Tibaldi.

Seppur non direttamente legati alla battaglia di Pavia rivestono particolare rilievo due affreschi, attribuiti Bernardino Lanzani collocati nella prima campata della navata sinistra, dietro il battistero, della chiesa di San Teodoro a Pavia. I due dipinti rappresentano, con dovizie di particolari, due immagini di Pavia e della vita che in essa si svolgeva, praticamente coevi alla battaglia.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Il comune di San Genesio organizza ogni due anni una rievocazione storica della battaglia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Luigi Casali, Pavia e la battaglia del 24 febbraio 1525, lacinquedea.com.
  2. ^ L'episodio è riportato nella lapide funeraria del militare, posta nella Chiesa di Sant'Anna dei Lombardi in Piazza Monteoliveto a Napoli. Vedi anche la voce Scala (cognome).
  3. ^ a b c d e L. Agostini/P. Pastoretto (a cura di), Le grandi battaglie della storia, la battaglia di Pavia, s.p.
  4. ^ Cronaca universale della città di Mantova
  5. ^ La collezione d'Avalos: gli arazzi della battaglia di Pavia, museocapodimonte.beniculturali.it.
  6. ^ Scheda del dipinto di Joachim Patinir, Battaglia di Pavia, khm.at.
  7. ^ Scheda del dipinto di Rupercht Heller, La battaglia di Pavia, rkd.nl.
  8. ^ Scheda del dipinto del Birmingham Museum of Arts, artsbma.org.
  9. ^ Su YouTube è disponibile un video sul dipinto nel canale dei Musei civici di Pavia.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Azienda Promozione Turistica del Pavese, Pavia 1525, i tempi, i luoghi, gli uomini della battaglia, Pavia, 1995
  • Luigi Casali e Marco Galandra, La battaglia di Pavia, Iuculano Editore, Pavia, 1984
  • Faustino Gianani, Mirabello di Pavia; il parco, la battaglia, la parrocchia, Pavia, 1971
  • Marco Scardigli e Andrea Santangelo, Le armi del Diavolo: Anatomia di una battaglia: Pavia, 24 febbraio 1525, De Agostini, Novara, 2015, ISBN 978-88-511-3551-5

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