Battaglia di Fornovo

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Battaglia di Fornovo
(Battaglia del Taro)
parte della prima guerra italiana
Fornovo-battle-Vaticano.jpg
La battaglia di Fornovo raffigurata nella Galleria delle carte geografiche (Musei Vaticani)
Data6 luglio 1495
LuogoFornovo, sud ovest di Parma, Italia
EsitoVittoria strategica francese,
vittoria tattica italiana
Schieramenti
Comandanti
Proposed flag of Île-de-France.svg Carlo VIII di Francia
Proposed flag of Île-de-France.svg Gaston de Foix
Proposed flag of Île-de-France.svg Pierre de Rohan de Gié
Proposed flag of Île-de-France.svg Pierre Terrail de Bayard
Proposed flag of Île-de-France.svg Louis de la Trémoille
Proposed flag of Île-de-France.svg Jacques de La Palice
Proposed flag of Île-de-France.svg Filippo II di Savoia
Proposed flag of Île-de-France.svg Ludovico II di Saluzzo
Proposed flag of Île-de-France.svg Gian Giacomo Trivulzio
Proposed flag of Île-de-France.svg Camillo Vitelli
Proposed flag of Île-de-France.svg Engilberto di Nevers
Proposed flag of Île-de-France.svg Giovanni di Foix-Étampes
Proposed flag of Île-de-France.svg Giampaolo Baglioni
Proposed flag of Île-de-France.svg Louis d'Armagnac
Proposed flag of Île-de-France.svg Gaspard I de Coligny
Proposed flag of Île-de-France.svg
Proposed flag of Île-de-France.svg Ferrante d'Este
Proposed flag of Île-de-France.svg Francesco Secco
Proposed flag of Île-de-France.svg Gurlino Tombesi
Proposed flag of Île-de-France.svg Gian Niccolò Trivulzio
Proposed flag of Île-de-France.svg Everardo Aristeo +
Proposed flag of Île-de-France.svg Guido di Louviers
Proposed flag of Île-de-France.svg Antonio di Baissay
Proposed flag of Île-de-France.svg Aimone di Prie
Proposed flag of Île-de-France.svg Gilles Caronnels
Proposed flag of Île-de-France.svg Claudio de la Chastre
Proposed flag of Île-de-France.svg Odet di Riberac
Proposed flag of Île-de-France.svg Claudio de la Chastre
Proposed flag of Île-de-France.svg Giuliano Bourgneuf
Proposed flag of Île-de-France.svg Bernardino Sanvitale
Coat of arms of the House of Gonzaga (1433).svg Francesco II Gonzaga
Coat of arms of the House of Gonzaga (1433).svg Paolo Cavriani
Coat of arms of the House of Gonzaga (1433).svg Galeazzo Ippoliti
Coat of arms of the House of Gonzaga (1433).svg Cristoforo Castiglione
Coat of arms of the House of Gonzaga (1433).svg Roberto Guidi di Bagno
Coat of arms of the House of Gonzaga (1433).svg Vistallo Zignoni
Coat of arms of the House of Gonzaga (1433).svg Annibale da Martinengo
Coat of arms of the House of Gonzaga (1433).svg Alessio Beccaguto
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Rodolfo Gonzaga
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Febo Gonzaga
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Niccolò Orsini
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Gentile Virginio Orsini (Durante gli scontri si schiera con la Lega)
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Melchiorre Trevisan
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Mercurio Bua
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Pandolfo IV Malatesta
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Guido Brandolini
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Filippo Maria de' Rossi
Flag of the Duchy of Milan.png Francesco Bernardino Sforza
Flag of the Duchy of Milan.png Galeazzo da Sanseverino
Flag of the Duchy of Milan.png Achille Torelli
Flag of the Duchy of Milan.png Riccio da Parma
Flag of the Duchy of Milan.png Ludovico I Pico
Flag of the Duchy of Milan.png Galeazzo I Pallavicino Alfonso I d'Este
Effettivi
1.300 cavalieri pesanti
2.000 cavalleggeri
400 balestrieri a cavallo
6.000 fanti tedeschi
700 fanti svizzeri
200 fanti leggeri
14 cannoni pesanti
28 cannoni leggeri

Totale: 10.600 uomini[1]
935 cavalieri pesanti veneziani e mantovani
1.345 cavalleggeri e balestrieri a cavallo veneziani e mantovani
4.000-5.000 picchieri veneziani e mantovani
4.000 cernide (non prendono parte alla battaglia)
600 stradiotti
630-800 cavalieri pesanti e cavalleggeri milanesi
2.000 fanti milanesi
alcuni pezzi d'artiglieria

Totale: 14.500-15.670 uomini[2]
Perdite
circa 1.000 morti e feriti, altrettanti prigionieri[3].circa 4.000 morti e feriti[4].
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La battaglia di Fornovo (o battaglia del Taro) ebbe luogo il 6 luglio 1495 durante le Guerre d'Italia. In essa si affrontarono l'esercito di Carlo VIII di Francia - composto da francesi, mercenari svizzeri e un nutrito contingente di italiani - e quello della lega antifrancese - formato dagli eserciti di Milano e Venezia, per la gran parte composti di mercenari, italiani, albanesi, dalmati, greci e tedeschi, ma anche da alcune unità di leva. Lo scontro, breve (circa un'ora), ma sanguinoso (complessivamente circa tremila morti), ebbe un risultato incerto.

La battaglia di Fornovo fu uno scontro di tipo ancora medievale, in quanto né le armi da fuoco né la guerra di movimento delle fanterie vi ebbero un ruolo determinante.[5]

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Carlo VIII sognava una sua crociata contro gli infedeli e la riconquista di Gerusalemme. Per attuare questo piano pensò di conquistare il Regno di Napoli, verso il quale vantava nebulosi diritti per via della nonna paterna, Maria d'Angiò (14041463), al fine di poter disporre di una base per le crociate in Terrasanta.

Per avere mani libere in Italia, Carlo VIII stipulò patti rovinosi con i vicini: a Enrico VII venne dato del denaro, a Ferdinando II di Aragona venne dato il Rossiglione ed a Massimiliano I vennero dati l'Artois e la Franca contea.

Gli stati italiani erano abituati ad assoldare bande di mercenari tramite contratti detti "condotte", stipulati tra le Signorie e i cosiddetti condottieri. Le tattiche di battaglia miravano quindi a minimizzare i rischi e a catturare facoltosi prigionieri; l'aspetto economico era quindi dominante. Questo modo di guerreggiare si dimostrò perdente contro le motivate truppe francesi e spagnole che si apprestavano a sommergere la penisola.

La campagna[modifica | modifica wikitesto]

Fornovo di Taro, lapide a ricordo della battaglia del 1495

Carlo VIII era in buoni rapporti con le due potenze del Nord Italia, Milano e Venezia, ed entrambe lo avevano incoraggiato a far valere le proprie pretese sul Regno di Napoli. Così ritenne di avere il loro appoggio contro Alfonso II di Napoli e contro il pretendente rivale che era Ferdinando II di Aragona, Re di Spagna.

Alla fine di agosto del 1494 Carlo VIII condusse un potente esercito francese con un grosso contingente di mercenari svizzeri e la prima formazione di artiglieria mai vista in Italia. Ottenne il libero passaggio da Milano. A Firenze Piero il Fatuo consentì che Carlo occupasse le fortezze di Sarzana e Pietrasanta, Pisa e Livorno[6]. Venne invece osteggiato da papa Alessandro VI, salito al soglio nel 1492. Lungo la via per Napoli, Carlo distrusse ogni piccolo esercito che il papa e il Regno di Napoli gli mandarono contro e distrusse ogni città che gli resisteva. Questa brutalità colpì gli italiani, abituati alle guerre relativamente poco sanguinose dei condottieri di allora. Il 22 febbraio 1495 Carlo VIII, col suo generale Louis de la Trémoille, entrò a Napoli praticamente senza opposizione.

La rapidità e la violenza della campagna militare del re francese lasciarono attoniti gli italiani. Specialmente i veneziani e il nuovo duca di Milano, Ludovico Sforza (il Moro), compresero che se Carlo non fosse stato fermato, avrebbero perduto la loro indipendenza.[7]

Il 31 marzo venne proclamata a Venezia una lega santa antifrancese: i firmatari erano la Serenissima Repubblica di Venezia, il duca di Milano, il papa, il re spagnolo, il re inglese e Massimiliano I d'Asburgo. La lega ingaggiò un condottiero veterano, Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, per raccogliere un esercito ed espellere i francesi dalla penisola. Dal 1º maggio questo esercito incominciò a minacciare i presidi che Carlo aveva lasciato lungo il suo tragitto per assicurarsi i collegamenti con la Francia. Il 20 maggio Carlo lascia Napoli lasciando un presidio e proclamando che il suo unico desiderio era un sicuro ritorno in Francia.

Come se non bastasse, l'esercito di Carlo venne colpito da un misterioso morbo a Napoli. Mentre non è chiaro se la malattia provenisse dal nuovo mondo o fosse una versione più virulenta di una già esistente, la prima epidemia conosciuta di sifilide scoppiò nella città. Il ritorno dell'esercito francese verso nord diffuse la malattia in tutta Italia, e alla fine in tutta Europa. La malattia venne quindi conosciuta in quasi tutta Europa col nome di "mal francese".

Preparazione[modifica | modifica wikitesto]

Il 27 giugno i veneziani e i loro alleati stabilirono il campo vicino a Fornovo di Taro, circa 20 km a sud ovest di Parma, alla badia della Ghiaruola.
Secondo il Guicciardini l'esercito dei cosiddetti "collegati" era composto per tre quarti da forze veneziane comandate da Francesco II Gonzaga, affiancato da Alessio Beccaguto, e dai due provveditori del senato veneto Luca Pisano e Melchiorre Trevisan. A capo delle forze milanesi c'erano Galeazzo da Sanseverino e Francesco Bernardino Visconti. L'esercito era composto da 2 500 cavalieri, 8 000 fanti e 2 000 stradiotti, una forza mercenaria greco-albanese.

Carlo stava ritornando in Francia con un ricco bottino raccolto tra Firenze, Roma e Napoli. Dopo una sosta a Pontremoli che venne incendiata dai mercenari svizzeri i quali, contravvenendo ai patti, si erano dati al saccheggio della città (si dice che il re soggiornasse nel vicino abitato di Mignegno e che, per punizione, abbia fatto trainare a braccia l'artiglieria sul passo della Cisa dai mercenari fedifraghi), finalmente il 4 luglio i francesi raggiunsero il villaggio di Fornovo discendendo lungo la valle del fiume Taro, ma trovarono il passaggio bloccato dall'esercito della lega accampato a nord del villaggio.

Il 4 luglio Ercole d'Este, duca di Ferrara e alleato principale di Carlo in Italia, gli comunicò che il senato veneziano non aveva ancora autorizzato il Provveditore a entrare in battaglia. I francesi erano ansiosi vedendo il numero dei nemici crescere di giorno in giorno senza avere la possibilità di ricevere rinforzi. Carlo allora chiese libero passaggio.
Come riferisce il Guicciardini, la risposta dei collegati si fece attendere; venne mandata una richiesta su come procedere a Milano, dove risiedeva il duca Ludovico il Moro e un rappresentante per ogni componente della lega[8]: Ludovico e il rappresentante veneto erano più propensi per lasciar passare il re francese[9] mentre il rappresentante spagnolo invece era per l'attacco; per questo decise di scrivere a Venezia. Nel frattempo Melchiorre Trevisan, sapendo che la risposta non sarebbe arrivata in tempo, decise che appena l'esercito francese si fosse mosso, sarebbe stato attaccato.
Il 5 luglio i francesi occuparono Fornovo e vi si accamparono; durante la notte l'abbondante pioggia rese il terreno molto fangoso. Il mattino successivo attraversarono il fiume portandosi sulla riva sinistra (occidentale) e marciando presso le falde dei colli in modo da poter tenere sotto controllo la valle sottostante.

Battaglia[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia di Fornovo in una stampa di inizio Cinquecento

Schieramento[modifica | modifica wikitesto]

Francesi[modifica | modifica wikitesto]

Il re francese, dopo essersi consultato con i suoi consiglieri italiani, Gian Giacomo Trivulzio e Francesco Secco, all'alba del 6 luglio decise di combattere considerando che le provviste stavano iniziando a scarseggiare e inviò quaranta soldati per una ricognizione in campo nemico. Questi furono avvistati dagli esploratori italiani e la loro presenza venne riferita all'accampamento. Si inviarono pertanto seicento stradiotti che li assaltarono uccidendoli o mettendoli in fuga. Non soddisfatti, tagliarono loro le teste e le conficcarono sulle loro picche tornando trionfalmente al campo.[10]

Dopo la sconfitta in questa prima scaramuccia Carlo VIII fece marciare l'esercito sino all'imboccatura della valle e decise di stabilire il campo sui colli presso il borgo di Medesano, sulla riva sinistra del fiume. La posizione francese era considerata buona per la difesa perché i veneziani non avevano pulito il campo, e la pioggia (si era scatenato un violento temporale) aveva reso impraticabile le rive del fiume per la cavalleria.
Carlo schierò quindi davanti all'esercito i quarantadue pezzi d'artiglieria, puntati verso le sponde del Taro. Divise anche l'esercito in tre squadroni di cui l'avanguardia al comando di Gian Giacomo Trivulzio e Pierre de Rohan insieme a Francesco Secco e Niccolò Orsini (prigioniero) contava 300 cavalieri pesanti, 2 000 picchieri, alabardieri e archibugieri tedeschi e 200 fanti leggeri, il corpo centrale sotto il suo diretto comando composto da 600 cavalieri pesanti, 2 000 cavalleggeri e balestrieri a cavallo e 4 000 lancieri tedeschi, la retroguardia guidata da Gaston de Foix e Louis de la Trémoille e composta da 400 cavalieri pesanti, 700 fanti svizzeri e 400 balestrieri a cavallo; quanto restava era schierato in una falange non distante dalla linea dei cavalieri. Alla sinistra dell'esercito avanzavano le salmerie su una lunga fila. Il re fece quindi un discorso ai soldati esortandoli a non temere i soldati italiani, che considerava di scarso valore, né i loro capitani di scarsa esperienza, e di non fuggire o rompere i ranghi per accaparrarsi il bottino pena la morte; si fecero poi tutti il segno della croce e i tedeschi baciarono la terra.

Italiani[modifica | modifica wikitesto]

Gli italiani posero l'accampamento sui colli sopra Collecchio, sul lato destro del fiume e Francesco Gonzaga e Rodolfo Gonzaga lo fecero fortificare con alcuni fossati. Si tenne quindi un consiglio di guerra in cui Melchiorre Trevisan incitò i capitani a combattere valorosamente i tracotanti francesi e promise ai soldati che il bottino sottratto al Regno di Napoli trasportato dal nemico sarebbe stato loro in caso di vittoria. Francesco Gonzaga divise l'esercito italiano in tre corpi costituiti in tutto da squadre disposte su tre linee mentre l'artiglieria fu posta davanti a tutti e in vari gruppi a seconda del bisogno. Il primo corpo, che costituiva l'ala sinistra, era guidato da Bernardino Fortebraccio ed era schierato presso i guadi di Gualatico e Ozzano, il centrale da Francesco Gonzaga presso il guado di Oppiano e l'ala destra da Galeazzo Sanseverino si trovava presso il guado della Giarola. La prima linea era costituita da tre squadroni di cavalleria. La squadra sulla sinistra guidata da Bernardino Fortebraccio, Vincenzo Corsico, Roberto Strozzi, Alessandro Baraldo, Giacomo Savorgnano, Annibale Martinengo, Guido Brandolini contava 370 balestrieri a cavallo; il suo compito sarebbe stato quello di attaccare alle spalle la retroguardia francese. Quella al centro era guidata da Francesco Gonzaga, Rodolfo Gonzaga, Ranuccio Farnese e Luigi Avogadro e consisteva di 510 balestrieri a cavallo; aveva il compito di assaltare ai fianchi l'ultimo squadrone nemico mentre gli altri due erano impegnati in battaglia per poi assistere il resto dell'esercito italiano nella distruzione dei primi due. La squadra di cavalleria sulla destra era guidata da Galeazzo e Gian Francesco Sanseverino, Annibale Bentivoglio, Ludovico Pico della Mirandola e Galeazzo Pallavicino, contava 630-800 tra cavalieri pesanti e cavalleggeri; avrebbe dovuto attaccare il secondo squadrone francese.
La seconda linea era costituita da due corpi di fanteria. Il primo di 4 000-5 000 veneziani picchieri guidato da Gorlino da Ravenna, posto dietro gli squadroni di cavalleria del Fortebraccio e del Gonzaga, con il compito di assistere il resto dell'esercito ovunque ve ne fosse bisogno. Il secondo di 2 000 fanti si dispose dietro lo squadrone del Sanseverino.
La terza linea era costituita da tre squadroni di cavalleria. Lo squadrone a sinistra consisteva di 255 cavalieri pesanti ed era guidato da Taddeo della Motella e Alessandro Colleoni e si schierava dietro e alla sinistra della fanteria di Gorlino da Ravenna. Lo squadrone centrale consisteva di 465 cavalleggeri e balestrieri a cavallo ed era guidato da Antonio da Montefeltro, Giovanni Francesco Gambara, Carlo Secco, Antonio Pio e Giovanni da Ripa; si schierava dietro e tra gli squadroni del Gonzaga e del Sanseverino. Lo squadrone di destra era costituito da 400 cavalieri pesanti, dai restanti cavalleggeri e da alcuni archibugieri e guidato da Sozimo Benzoni; si schierava dietro e sulla destra rispetto al secondo corpo di fanteria.
L'ultimo squadrone era costituito da 280 cavalieri pesanti guidati da Taliano da Carpi e Angelo da Sant’Angelo e da 1 000 fanti guidati da Niccolò Savorgnano; aveva il compito di proteggere l'accampamento.
Il piano di battaglia del Gonzaga era di distrarre i primi due gruppi francesi, attaccare in forze e ai fianchi il gruppo di coda, generare confusione tra i francesi e attaccare infine con le tre linee di riserva il rimanente dell'esercito francese.[11]

Svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia iniziò nel primo pomeriggio con uno scambio di colpi d'artiglieria che generò più paura e disordine che vittime. La cavalleria sull'ala destra guidata dal Sanseverino attaccò l'avanguardia francese senza subire molti danni dal tiro dei cannoni nemici forse anche a causa delle condizioni del terreno che rendevano l'artiglieria poco manovrabile. L'avanguardia francese rispose contrastandoli con i cavalieri pesanti del Trivulzio. Entrambe le parti si trovarono presto a combattere su sponde piene di fossi, sterpi e spine. I francesi riuscirono infine a prevalere facendo intervenire gli alabardieri svizzeri che contrastarono la cavalleria milanese, impossibilitata a combattere su un terreno così sfavorevole. La cavalleria del Gonzaga nel frattempo aveva assaltato, seguita dalla fanteria, il centro francese e qui era caduto Rodolfo Gonzaga. Quella del Fortebraccio aveva aggirato la retroguardia francese insieme agli stradiotti del Duodo attaccandola su un fianco, ma con un certo ritardo a causa dell'acqua insolitamente alta del fiume. Dopo un'ora di combattimento il Gonzaga venne respinto mentre la cavalleria leggera del Fortebraccio, dopo una breve schermaglia, si dedicò insieme agli stradiotti e a parte della fanteria veneziana a depredare le salmerie nemiche.
Il Fortebraccio, non riuscendo a riorganizzare i suoi uomini, si ritirò dalla mischia. Il conte di Pitigliano condusse gli ultimi attacchi con scarso effetto. I provveditori veneziani e Niccolò Orsini, che approfittò dell'occasione per liberarsi dai francesi, cercarono di convincere molti fuggitivi a tornare dicendo che la battaglia era quasi vinta[12].

Dopo più di un'ora di combattimento i francesi cercarono rifugio su una collina. I veneziani disposti a inseguirli erano troppo pochi ed entrambi i contendenti si accamparono. I francesi persero più di un migliaio di uomini, mentre i veneziani più di duemila uomini, ma i nobili di entrambe le parti erano isolati o morti.

Carlo perse tutto il suo bottino, valutato in più di 300 000 ducati. Venne dichiarata una tregua di un giorno per seppellire i morti. I morti e anche i feriti vennero spogliati dalla fanteria italiana e dagli abitanti locali.
Nella lotta perse la vita anche Rodolfo Gonzaga, figlio del marchese di Mantova Ludovico III Gonzaga, che con la sua discesa in campo intendeva difendere i domini dei Gonzaga dalla minaccia francese.
La sera seguente, il doge Agostino Barbarigo e il Senato ricevettero un primo rapporto nel quale veniva detto loro che l'esercito veneziano non aveva perso, ma che il risultato della battaglia era incerto perché c'erano state molte perdite e molti disertori e non erano conosciute le perdite del nemico. L'intera città pensò al peggio, ma il giorno successivo un secondo rapporto descrisse l'estensione del saccheggio e la paura dei francesi che supplicavano ora la tregua ora la pace.

Comunque fu concesso a Carlo di lasciare l'Italia indisturbato.

Vittoria o sconfitta?[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Mantegna
Madonna della Vittoria
Parigi, Louvre
ex voto di Francesco II Gonzaga per la chiesa di Santa Maria della Vittoria a Mantova per commemorare la vittoria di Fornovo

L'esercito della lega antifrancese non ottenne l'annientamento tattico del nemico nonostante fosse in superiorità numerica ed ebbe circa il doppio delle perdite rispetto all'esercito regio - ciò dovuto anche all'abitudine francese di uccidere i cavalieri disarcionati contrariamente al codice bellico italiano che prevedeva salva la vita, dietro riscatto, per il cavaliere caduto dal destriero. Tale argomento impedisce di parlare di una chiara vittoria tattica dei Collegati.

Tuttavia nemmeno Carlo VIII poté rivendicare un successo. Infatti l'esercito regio perse tra il dieci e l'undici per cento dei suoi effettivi (mille morti su nove/diecimila uomini) oltre che tutte le salmerie e il bottino. Nel bottino dei Collegati figuravano anche l'elmo del re, la sua raccolta personale di disegni erotici e due bandiere reali.
Il sovrano francese, dopo aver chiesto una tregua di tre giorni ai Collegati, scappò dal campo di battaglia nella notte tra il sette e l'otto luglio, allontanandosi dall'esercito avversario, il quale era ancora perfettamente in grado di combattere e padrone del terreno; questo, nella concezione militare rinascimentale, era conferma di vittoria.

Le perdite di uomini e soprattutto di denaro necessario per pagare i mercenari, diedero un colpo definitivo all'efficienza bellica dell'esercito francese.
La ritirata di Carlo VIII non fu verso la Francia, come comunemente raccontato, ma verso Asti. Qui arrivò, il 15 luglio, dopo aver percorso duecento chilometri in sette giorni, con la truppa alla fame a causa della perdita delle salmerie. Il re si chiuse in città e rimase sordo alle richieste di aiuto del Duca d'Orléans, asserragliato a Novara e assediato dalla lega antifrancese. Questo atteggiamento fu dovuto soprattutto al fatto che non disponeva più né delle forze né del denaro per affrontare una nuova battaglia campale e infatti il suo esercito non combatté più.

Infine il re di Francia si spostò a Torino dove negoziò con Ludovico il Moro il ritorno in patria, prima che i passi alpini divenissero impraticabili. Il 22 ottobre 1495 Carlo lasciò Torino e il 27 era a Grenoble.

Si è molto discusso su quale fosse l'obiettivo di Carlo VIII allo sbocco della Cisa, alcuni sostengono Parma, altri il Piemonte, da usare come base d'operazioni contro la Lombardia. È però innegabile che la battaglia di Fornovo, riducendo drasticamente l'efficienza bellica del suo esercito, rese al re impossibile qualsiasi ulteriore azione offensiva nel Nord Italia.[13]

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Carlo lasciò l'Italia senza alcun guadagno. Morì due anni e mezzo dopo lasciando alla Francia un grosso debito e perdendo province che ritornarono francesi solo dopo secoli. La spedizione promosse però contatti culturali tra Francia e Italia dando energia alle arti e lettere francesi. Conseguenza importante fu l'aver dimostrato come l'artiglieria potesse essere usata in modo vincente anche in campo aperto e non solo come arma statica.

Per l'Italia le conseguenze furono catastrofiche. Ora l'Europa intera sapeva, tramite i soldati francesi e tedeschi, che l'Italia era una terra incredibilmente ricca e facilmente conquistabile perché divisa e difesa soltanto da mercenari. L'Italia si trasformò in un campo di battaglia per decenni e, con l'esclusione della Repubblica di Venezia, perse la propria indipendenza.

«Gli austriaci, i tedeschi, i borgognoni, i francesi, i fiamminghi, gli spagnoli, gli ungheresi e vari altri popoli valicarono le Alpi o sbarcarono dalle loro navi... Ogni straniero vinse e perse a turno. Gli italiani persero sempre. Gli abitanti venivano derubati delle loro cose e massacrati, le donne erano violentate, i campi devastati, le fattorie demolite, i magazzini vuotati, i barili di vino forati a colpi di archibugio, le chiese profanate, il bestiame abbattuto, le belle città saccheggiate, smantellate e incendiate. Bande di disertori che si davano alle razzie, la feccia d'Europa, vagavano per le campagne. Fame e pestilenze dilagavano come in un incendio di stoppie... Quel che accadde negli ultimi diciotto mesi della seconda guerra mondiale - gli alleati di ogni colore in lotta contro i tedeschi, i fascisti alle prese con gli antifascisti, le città ridotte in macerie, i fanciulli affamati che mendicavano, le donne che si vendevano per un tozzo di pane, gli uomini deportati, torturati, uccisi dalle SS, il dilagare della fame, della disperazione, della corruzione e delle malattie - continuò dopo Fornovo per oltre trent'anni.»

(Luigi Barzini junior, Gli italiani, Milano, Mondadori)

Le fonti[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Benedetti, nel suo Diaria de Bello Carolino dà uno dei migliori resoconti della battaglia. Benedetti era un medico al servizio dei veneziani e iniziò il suo diario nel maggio del 1495, e un mese più tardi fu un testimone oculare della battaglia. La battaglia è descritta nei capitoli dal 29 al 60 del libro 1.

Francesco Guicciardini descrisse la battaglia di Fornovo nei capitoli 8 e 9, libro 2 della sua Storia d'Italia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Corio, Storia di Milano, vol. III, p. 588
  2. ^ Corio, Storia di Milano, vol. III, p. 585
  3. ^ Trevor Dupuy, Harper Encyclopedia of Military History. p. 462
  4. ^ Trevor Dupuy p. 462.
  5. ^ Tenenti, L'età moderna, cit., p. 87.
  6. ^ Tenenti, L'età moderna, cit., p. 85.
  7. ^

    «- Ecco (dicea) sì pente Ludovico
    d'aver fatto in Italia venir Carlo;
    che sol per travagliar l'emulo antico
    chiamato ve l'avea, non per cacciarlo;
    e se gli scuopre al ritornar nimico
    con Veneziani in lega, e vuol pigliarlo.
    Ecco la lancia il re animoso abbassa,
    apre la strada e, lor mal grado, passa.»

    (Ludovico Ariosto, Orlando Furioso XXXIII, 31)
  8. ^

    «Nella quale consulta essendo diversi i pareri de' capitani, dopo molte dispute determinorono finalmente dare della domanda del re avviso a Milano, per eseguire quello che quivi concordemente dal duca e dagli oratori de' confederati fusse determinato.»

    (Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, libro 2, cap. 9)
  9. ^

    «che all'inimico, quando voleva andarsene, non si doveva chiudere la strada, ma più presto, secondo il vulgato proverbio, fabbricargli il ponte d'argento;»

    (Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, libro 2, cap. 9)
  10. ^ Corio, Storia di Milano, vol. III, p. 589
  11. ^ Corio, Storia di Milano, vol. III, pp. 590-591
  12. ^

    «Ma le fermò molto più la giunta del conte di Pitigliano, il quale, in tanta confusione dell'una parte e dell'altra, presa l'occasione se ne fuggì nel campo italiano, dove confortando, ed efficacemente affermando che in maggiore disordine e spavento si trovavano gl'inimici, confermò e assicurò assai gli animi loro.»

    (Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, libro 2, cap. 9)
  13. ^ Ecco l'esito della battaglia secondo Torquato Tasso:

    «[Per il marchese Francesco Gonzaga e la battaglia al Taro]

    Questi è Francesco, il qual sanguigno il Taro
    correr fece di spoglie e d'armi pieno,
    che scudi ed elmi ancor ne l'alto sello
    volge, di nome più che d'onde chiaro.
    Carlo ei sostenne, a cui non fé riparo
    l'Italia, e tenne i Galli invitti a freno,
    non so se vincitor, non vinto almeno;
    e 'l duro guado a loro rendé sì caro,
    che col sangue comprarlo e con le prede:
    ond'egli alzò trofeo sul Mincio altero,
    ardito forse usurpator di gloria.
    Ma pur chi dubbio è più di sua vittoria
    non può frodar d'immortal fama il vero,
    e vincitor del tempo almanco il crede.»

    (Torquato Tasso, Rime)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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