Hernando de Alarcón (militare)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Hernando de Alarcón
Hernando de Alarcón.jpg
1466 – 17 gennaio 1540
Nato aPalomares del Campo
Morto aNapoli
Dati militari
Paese servitoFlag of Cross of Burgundy.svg Spagna
ComandantiGonzalo Fernández de Córdoba
Guerre
Battaglie
  • Sacco di Roma
  • Conquista di Tunisi
  • voci di militari presenti su Wikipedia

    Hernando de Alarcón, in italiano Ferdinando Alarcon (Palomares del Campo, 1466Napoli, 17 gennaio 1540), è stato un militare spagnolo, attivo nel corso delle guerre d'Italia.

    Biografia[modifica | modifica wikitesto]

    Figlio di Diego Ruiz de Alarcón e Maria Llanes, a 16 anni iniziò il suo addestramento militare con lo zio Pedro Ruiz de Alarcón nelle guerre contro gli arabi che occupavano la penisola iberica. In seguito prese parte alla guerra di Granada .

    Sotto il comando di Gonzalo Fernández de Córdoba, partecipò all'assedio di Cefalonia nel 1500 e nella guerra di Napoli (1501), in cui ha preso parte alle battaglie di Seminara e Garigliano, insieme ad Antonio de Leyva, dove entrambi si meritarono il titolo onorifico di Señor. Alarcón fu nominato governatore di Taranto, dopo di che fece ritorno in Spagna dopo la fine della guerra.

    All'inizio della guerra della Lega di Cambrai nel 1508 tornò in Italia e combatté a fianco di Fabrizio Colonna, fu ferito e fatto prigioniero nella battaglia di Ravenna. Fu liberato subito dopo e nel 1510 ha partecipato a conquistare Bugia e Tripoli in Nord Africa.

    Nel 1516 Alarcòn fu nominato castellano dei castelli di terra e di mare di Brindisi, con l'incarico di supervisore delle fortificazioni in Terra d'Otranto: tenne la carica probabilmente fino alla morte, facendosi rappresentare da sostituti Juan de Llanes, Tristan Dos e Federico Urrea. Alle sue cure si devono numerosi ampliamenti e adeguamenti delle mura e dei castelli delle città di Brindisi, Lecce, Taranto, Otranto.

    Nel 1525 ha comandato l'avanguardia della cavalleria nella battaglia di Pavia, occupandosi poi della custodia del re Francesco I di Francia, catturato in battaglia, del suo trasferimento al Real Alcázar de Madrid e del successivo viaggio a Bayonne dopo il suo rilascio, servizi per i quali Carlo V gli conferì il titolo di marchese della Valle Siciliana. Tornato in Italia prese parte al sacco di Roma del 1527, in cui papa Clemente VII fu catturato e messo in custodia da Alarcón nel castel Sant'Angelo.

    Nel 1535 fece parte della spedizione militare che prese parte all'assedio di Tunisi, in cui le forze imperiali di Carlo V attaccarono e presero la città difesa da Barbarossa.

    Dopo il suo ritiro dalla vita militare, Alarcòn morì a Napoli il 17 gennaio 1540. Con la sua morte tutti i beni, a causa della mancanza di un erede maschio, passarono all'unica figlia Isabella, che aveva sposato Pedro Gonzales de Mendoza: successivamente al loro figlio primogenito maschio, il quale, secondo la volontà dell'Alarcòn, avrebbe dovuto chiamarsi Ferdinando e anteporre il cognome Alarcon al de Mendozza unificando in un unico emblema araldico l'arme delle due discendenze.

    La leggenda di Hernando de Alarcòn[modifica | modifica wikitesto]

    SI narra che in alcune notti d'estate, quando il clima è rigido e la notte buia, si possa intravedere il cadavere del conte ucciso per difendere le sue terre e seppellito a Prati di Tivo, nei boschi antistanti la montagna. Il mistero della sua morte non è ancora stato risolto e secondo alcuni abitanti del posto, il suo cadavere sarebbe ancora perfettamente intatto, compresi barba e capelli. Alcuni negli ultimi 50 anni si sono avventurati alla ricerca del corpo, in quanto si racconta che tenga con sè le chiavi per accedere al suo magnifico tesoro. Nessuno è mai tornato per raccontarlo.

    Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

    • Maria Pina Cancelliere, Le strategie di sopravvivenza dei D'Alarcon nel Regno di Napoli: dagli onori di Carlo V all'eversione della feudalità, in "Archivio storico per le province napoletane", CXXVII (2009), pp. 171–188.

    Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

    Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

    Controllo di autoritàVIAF (EN51969751 · ISNI (EN0000 0000 4683 7392 · LCCN (ENno2003091303 · BNF (FRcb150241026 (data)