Sacco di Roma (1527)

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Sacco di Roma
Sack of Rome of 1527 by Johannes Lingelbach 17th century.jpg
Il sacco di Roma, dipinto di Johannes Lingelbach
Data 6 maggio 1527
Luogo Roma
Esito Vittoria del Sacro Romano Impero
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
20.000 5.000 e 500 guardie svizzere
Perdite
Sconosciute 500 morti, feriti o catturati
45.000 civili morti, feriti o esiliati
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Il sacco di Roma avvenne il 6 maggio 1527 ad opera delle truppe dei lanzichenecchi, i soldati mercenari tedeschi arruolati nell'esercito dell'Imperatore Carlo V d'Asburgo.

Il tragico evento, caratterizzato dalla brutalità e dalla violenza incontrollata dei lanzichenecchi, segnò un momento importante delle lunghe guerre per il predominio in Europa tra il Sacro Romano Impero e il Regno di Francia, alleato con lo Stato della Chiesa guidato dal Papa Clemente VII. La devastazione e l'occupazione della città di Roma sembrarono confermare simbolicamente il declino dell'Italia in balia degli eserciti stranieri e l'umiliazione della Chiesa cattolica impegnata a contrastare anche il movimento della Riforma luterana sviluppatosi in Germania.

Le premesse[modifica | modifica wikitesto]

Francesco I
Carlo V cinque anni dopo (1532)

La vicenda si inquadra nella più ampia cornice dei conflitti per la supremazia in Europa, tra gli Asburgo e i Valois, ovverosia tra Francesco I di Valois, Re di Francia e Carlo V d'Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero nonché Re di Spagna. Più precisamente si inserisce nel secondo conflitto che vide impegnati i due sovrani dal 1526 al 1529. Secondo una visuale più ampia viene anche ricordato come una crociata luterana contro la Roma papalina.

Il primo conflitto si era concluso con la sconfitta di Francesco I a Pavia e la sottoscrizione del Trattato di Madrid, avvenuta nel mese di gennaio del 1526, a seguito della quale il sovrano francese dovette rinunciare, tra l'altro, ad ogni suo diritto sull'Italia e restituire la Borgogna agli Asburgo.

Nel maggio successivo, però, papa Clemente VII (al secolo Giulio de' Medici), sfruttando l'insoddisfazione del Valois per aver dovuto sottoscrivere un trattato contenente clausole estremamente mortificanti per la Francia, si rese promotore di una Lega anti-imperiale, la cosiddetta Santa Lega di Cognac.

In sostanza papa Clemente aveva condiviso il risentimento del re di Francia, poiché vi era il timore che il sovrano asburgico, una volta impossessatosi dell'Italia settentrionale ed avendo già nelle sue mani l'intera Italia meridionale come eredità spagnola, potesse essere indotto ad unificare tutti gli Stati della penisola sotto un unico scettro, a danno dello Stato Pontificio, che rischiava, in tal modo, di scomparire completamente.

La Lega era composta oltre che dal Papa e dal Re di Francia, anche dal Ducato di Milano, Repubblica di Venezia, Repubblica di Genova oltre che dalla Firenze dei Medici.

L'Imperatore, intenzionato a controllare momentaneamente l'Italia settentrionale, tentò di riconquistare l'alleanza con il Pontefice; ma non avendo avuto successo, decise di intervenire militarmente. Non essendo, però, in grado di procedere di persona, a causa di impegni sia sul fronte interno contro i luterani che su quello esterno contro l'Impero Ottomano che premeva alle porte orientali dell'Impero, fece in modo di scatenare contro lo stato pontificio la potente famiglia romana dei Colonna, da sempre nemica giurata della famiglia Medici.

La rivolta dei Colonna produsse i suoi effetti. Il cardinale Pompeo Colonna sguinzagliò nella città pontificia i suoi soldati che la saccheggiarono. Clemente VII, assediato a Roma fu costretto a chiedere aiuto all'Imperatore con la promessa di cedere in cambio la propria alleanza ai danni del Re di Francia, rompendo la Lega Santa. Pompeo Colonna si ritirò con calma a Napoli. Clemente VII, una volta libero di poter decidere per il meglio dello stato pontificio, non mantenne il patto stipulato comunque, e chiamò in suo aiuto l'unica forza che poteva seriamente difenderlo, proprio Francesco I.

A questo punto l'Imperatore dispose l'intervento armato contro lo Stato Pontificio (che nella città di Roma era allora rappresentato dal Governatore Bernardo de' Rossi, in carica - per la seconda volta - dal 22 novembre 1523 e sino ai giorni del "Sacco", spesso confuso con Giovan Girolamo de' Rossi, che invece sarà Governatore, con Papa Giulio III, soltanto dal 22 novembre 1551 al 21 gennaio 1555) mediante l'invio di un contingente di lanzichenecchi, al comando del duca Carlo III di Borbone-Montpensier, uno dei più grandi condottieri francesi, inviso al re Francesco.

Le truppe sul campo erano comunque comandate dal generale Georg von Frundsberg, esperto condottiero tirolese dei lanzichenecchi imperiali, famoso per il suo odio verso la Chiesa di Roma e verso il Papa; secondo il suo segretario personale Adam Reusner, egli avrebbe espresso apertamente il suo fermo proposito di impiccare Clemente VII dopo aver occupato la città[1]. L'esercito lanzichenecco radunato da Frundsberg, sarebbe stato guidato da alcuni esperti condottieri tedeschi, veterani delle guerre precedenti; tra i quali il figlio di Georg von Frundsberg, Melchiorre, Konrad von Boyneburg-Bemelberg, Sebastian Schertlin, Corrado Hess e Ludovico Lodron[2]

La calata dei Lanzichenecchi[modifica | modifica wikitesto]

Lanzichenecchi in parata (circa 1530)

I Lanzichenecchi di Frundsberg, circa 12.000 miliziani mercenari arruolati principalmente a Bolzano e Merano, lasciarono Trento il 12 novembre 1526 e marciarono inizialmente in direzione di Brescia e Milano; tuttavia, dopo aver percorso difficili strade di montagna ed essere giunti nella valle di Gavardo, le milizie tedesche non riuscirono a superare lo sbarramento delle truppe della Lega che erano costituite in totale nel milanese da circa 35.000 soldati. Frundsberg ritenne impossibile sfondare verso Brescia e quindi deviò la marcia dei suoi lanzichenecchi in direzione di Mantova dove intendeva attraversare il Po[3].

Le milizie imperiali superarono alcune deboli resistenze a Goito, Lonato e Solferino e quindi raggiunsero Rivalta; il 25 novembre 1526, i lanzichenecchi di Frundsberg sconfissero facilmente nella battaglia di Governolo le truppe di Giovanni dalle Bande Nere che tentavano di sbarrare loro il passo nei pressi di un ponte sul Mincio; lo stesso condottiero italiano, che nei giorni precedenti aveva cercato di rallentare l'avanzata nemica con una serie di incursioni di disturbo della sua cavalleria leggera, venne gravemente ferito da un colpo di falconetto[4]. Giovanni delle Bande Nere morirà dopo alcuni giorni per le conseguenze della ferita[4]. Le milizie tedesche quindi poterono passare il Po il 28 novembre 1526 vicino a Ostiglia e proseguirono l'avanzata; nei giorni seguenti vennero rinforzati da duecento uomini condotti da Filiberto di Chalons principe d'Orange e da cinquecento archibugieri italiani al comando di Niccolò Gonzaga[4].

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Georg von Frundsberg, il comandante dei lanzichenecchi imperiali all'inizio della campagna Carlo III di Borbone, comandante in capo del corpo di spedizione imperiale

Le truppe della Lega di Cognac dimostrarono scarsa coesione e mediocre efficienza militare; inoltre alcuni principi italiani favorirono l'avanzata dell'esercito imperiale; Alfonso I d'Este, duca di Ferrara dopo alcune incertezze si era alleato con Carlo V e fornì i suoi moderni pezzi d'artiglieria che rinforzarono l'esercito lanzichenecco prima della battaglia di Governolo, mentre a Mantova il marchese Federico II Gonzaga, pur formalmente alleato del papa, rifiutò di prendere parte attivamente alla guerra[5]. In queste condizioni gli eserciti della Lega presenti in Italia non furono in grado di fermare le truppe imperiali di Frundsberg che il 14 dicembre 1526 attraversarono il Taro e occuparono Fiorenzuola mentre le forze pontificie guidate da Francesco Guicciardini e Guido Rangoni ripiegavano da Parma e Piacenza in direzione di Bologna[6]. Contemporaneamente Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino e comandante dell'esercito veneziano, dalle regione di Mantova si tenne prudentemente a distanza dall'esercito imperiale e rimase cautamente sulla difensiva; egli riteneva imbattibile in campo aperto l'esercito lanzichenecco e preferiva soprattutto coprire il territorio di Venezia[7].

In realtà anche i lanzichenecchi, nonostante la loro avanzata apparentemente inarrestabile, erano in difficoltà a causa dei continui attacchi di disturbo e soprattutto per le gravi carenze di vettovagliamento; marciando nel fango e nel freddo con scorte di cibo insufficienti, le truppe erano in condizioni deplorevoli e Georg von Frundsberg era seriamente preoccupato[8]. Il 14 dicembre da Fiorenzuola il condottiero imperiale inviò una pressante richiesta di aiuto a Carlo di Borbone che si trovava a Milano con le truppe spagnole che secondo i piani avrebbero dovuto congiungersi con i lanzichenecchi. Carlo di Borbone decise di muovere rapidamente in soccorso con le sue truppe che peraltro davano prova di scarsa disciplina e di insofferenza a causa del mancato pagamento del soldo[8]. Con alcuni espedienti il condottiero imperiale riuscì a convincere i suoi soldati ad obbedire agli ordini e il 30 gennaio 1527 si mise in marcia da Milano, le truppe spagnole, 6.000 uomini, raggiunsero l'esercito lanzichenecco a Pontenure, vicino a Piacenza, il 7 febbraio 1527[8]. Il 7 marzo l'esercito imperiale riunito, ulteriormente rafforzato dall'arrivo di contingenti di truppe italiane filo-imperiali, arrivò a San Giovanni in territorio bolognese.

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Giovanni delle Bande Nere, comandante delle truppe pontificie Francesco Maria della Rovere comandante in capo dell'esercito veneziano

Il 16 marzo 1527 peraltro si verificarono nuove, gravi manifestazioni di indisciplina e sedizione tra le truppe imperiali a causa delle condizioni di vita estremamente disagiate e soprattutto del mancato versamento del soldo spettante alle truppe; dopo i tumulti iniziati tra i reparti spagnoli, anche i lanzichenecchi tedeschi si unirono alle proteste e il tentativo personale di Frundsberg di sedare la rivolta non ebbe successo. Le milizie invocarono il pagamento del soldo e il condottiero tedesco, mentre parlava alle truppe, ebbe un grave malore[9]. Colpito da ictus, Frundsberg, dopo inutili tentativi di cura, dovette cedere il comando e il 22 marzo venne evacuato, ormai infermo, nel suo castello di Mindesheim[9]. Il comando del corpo di spedizione imperiale venne assunto da Carlo di Borbone che ebbe grande difficoltà a ristabilire la disciplina[9].

Proprio durante i giorni della sedizione tra le truppe imperiali, giunsero nel campo gli inviati del viceré di Napoli Carlo di Lannoy per informare Carlo di Borbone che una tregua era stata stabilita con il papa Clemente VII sulla base di un versamento di sessantamila ducati all'esercito imperiale[10]. Il papa, estremamente preoccupato per l'invasione, aveva deciso di intavolare trattative e rompere la solidarietà tra le potenze della Lega di Cognac. Le notizie dell'accordo tuttavia provocarono violente proteste tra le truppe imperiali desiderose di rivalersi delle fatiche della guerra con un devastante saccheggio del territorio nemico; la tregua venne quindi respinta e Carlo di Borbone decise autonomamente di riprendere l'avanzata dopo aver comunicato al viceré che egli non poteva opporsi al volere delle truppe[11].

Il nuovo comandante partì da Arezzo il 20 aprile 1527, alla testa di 35.000 soldati spagnoli, tedeschi e italiani, approfittando delle precarie situazioni in cui si trovavano i veneziani ed i loro alleati a causa dell'insurrezione di Firenze contro i Medici. Le truppe a difesa di Roma erano poco numerose (non più di cinquemila), ma avevano dalla loro parte le solide mura e l'artiglieria, di cui gli assedianti erano sprovvisti. Borbone doveva prendere la città in fretta, per evitare di essere intrappolato a sua volta dall'esercito della Lega.

L'assalto a Roma[modifica | modifica wikitesto]

 Sacco di Roma, Francisco J. Amérigo, 1884
Sacco di Roma, Francisco J. Amérigo, 1884.

La mattina del 6 maggio gli Imperiali cominciarono l'attacco. Il contingente più numeroso dell'esercito imperiale era costituito dai seimila soldati spagnoli agli ordini di Carlo di Asburgo. Ad essi si aggiungevano le fanterie italiane di Fabrizio Maramaldo, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga "Rodomonte"; molti cavalieri si erano posti sotto il comando di Ferrante I Gonzaga e del principe d'Orange Filiberto di Chalons; inoltre si erano accodati anche molti disertori della lega, i soldati licenziati dal papa e numerosi banditi attratti dalla speranza di rapine.

L'assalto si concentrò tra il Gianicolo e il Vaticano. Per essere di esempio ai suoi, Carlo di Borbone fu tra i primi ad attaccare, ma mentre saliva su una scala fu ferito gravemente da una palla d'archibugio, che sembra sia stata tirata da Benvenuto Cellini (secondo l'autobiografia dello stesso). Ricoverato nella chiesa di Sant'Onofrio, il Borbone morì nel pomeriggio. Ciò accrebbe l'impeto degli assalitori, che, a prezzo di gravi perdite, riuscirono ad entrare nel quartiere del Borgo. Il successore del Borbone fu il principe d'Orange.

Mentre le truppe spagnole assaltavano le mura comprese Porta Torrione e Porta Fornaci, i lanzichenecchi, guidati dal luogotenente di Frundsberg, il condottiero Konrad von Boyneburg-Bemelberg, iniziarono la scalata ai bastioni compresi tra Porta Torrione e Porta Santo Spirito. I tedeschi riuscirono dopo strenui sforzi a superare il muro di cinta nel settore di Porto Santo Spirito; i capitani Nicola Seidenstuecker e Michele Hartmann raggiunsero con i loro lanzichenecchi gli spalti, conquistarono i cannoni e costrinsero alla fuga i difensori[12].

Mentre i lanzichenecchi tedeschi moltiplicavano gli sforzi per ampliare la breccia e valicare in massa le mura a Porta San Pietro, un reparto di soldati spagnoli riuscì fortunosamente ad individuare una finestra malamente mimetizzata di una cantina del palazzo Armellini a ridosso delle mura che era apparentemente indifesa; attraverso questa finestra gli spagnoli imboccarono uno stretto cunicolo che li condusse all'interno del palazzo Armellini dove non incontrarono alcuna resistenza; quindi i soldati ritornarono indietro e ampliarono l'apertura attraverso il quale le truppe poterono riversarsi, invadere il quartiere e avanzare verso San Pietro[13]. Contemporaneamente i lanzichenecchi tedeschi, coperti dal fuoco degli archibugi, conquistarono gran parte delle mura e, mentre le truppe pontificie ripiegavano in rotta, si diressero a loro volta verso la basilica avanzando sulla destra degli spagnoli[14].

Il Papa, che era in preghiera nella chiesa, fu condotto attraverso il passetto al Castel Sant'Angelo mentre 189 Guardie svizzere (anch'esse mercenarie ma fedeli al papa) si fecero trucidare per difendere la sua fuga. Privi di comando, partendo dal Borgo Vecchio e dall'Ospedale di Santo Spirito, la violenza da loro esercitata sugli abitanti della città fu inaudita e anche gratuita. Furono profanate tutte le chiese, furono rubati i tesori e furono distrutti gli arredi sacri. Le monache furono violentate, così come le donne che venivano strappate dalle loro case. Furono devastati tutti i palazzi dei prelati e dei nobili (come gli esponenti della famiglia Massimo), ad eccezione di quelli fedeli all'imperatore. La popolazione fu sottoposta ad ogni tipo di violenza e di angheria. Le strade erano disseminate di cadaveri e percorse da bande di soldati ubriachi che si trascinavano dietro donne di ogni condizione, e da saccheggiatori che trasportavano oggetti rapinati.

Papa Clemente VII si trovò rifugiato nell'imprendibile Castel Sant'Angelo. Il 5 giugno, dopo aver accettato il pagamento di una forte somma per il ritiro degli occupanti, si arrese e fu imprigionato in un palazzo del quartiere Prati in attesa che versasse il pattuito. La resa del Papa era però uno stratagemma per uscire da Castel Sant'Angelo e, grazie agli accordi segretamente presi, fuggire dalla città eterna alla prima occasione. Il 7 dicembre una trentina di cavalieri e un forte reparto di archibugieri agli ordini di Luigi Gonzaga "Rodomonte", assaltarono il palazzo liberando Clemente VII che venne travestito da ortolano per superare le mura della città e, poi, scortato a Orvieto.

Avendo saccheggiato il saccheggiabile e perduta la possibilità di ottenere il riscatto, nonché decimati dalla peste e dalle diserzioni (assimilati nella popolazione), gli Imperiali si ritirarono da Roma tra il 16 ed il 18 febbraio 1528.

Il sacco causò danni incalcolabili sul patrimonio artistico della città. Anche i lavori nella fabbrica di san Pietro si interruppero e ripresero solo nel 1534 con il pontificato di Paolo III:

« Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de' santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de' loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de' soldati (che furno le cose più vili) tolseno poi i villani de' Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari, oro, argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore. »
(Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, 18,8)

Oltre alla forte somma per il ritiro degli occupanti, il Papa a garanzia dovette consegnare come statichi (ostaggi) Giovanni Maria del Monte (futuro Papa Giulio III), arcivescovo Sipontino; Onofrio Bartolini, arcivescovo di Pisa; Antonio Pucci, vescovo di Pistoia: Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona.

Il giorno stesso in cui cedettero le difese di Roma, il capitano pontificio Guido II Rangoni, si spinse fino al Ponte Salario con una schiera di cavalli e di archibugieri, ma, vista la situazione, si ritirò ad Otricoli. Francesco Maria della Rovere, che si era riunito alle truppe del marchese di Saluzzo, si accampò a Monterosi in attesa di novità. Dopo tre giorni il principe d'Orange ordinò che si cessasse il saccheggio; ma i lanzichenecchi non ubbidirono e Roma continuò ad essere violata finché vi rimase qualcosa di cui impossessarsi.

Alcune famiglie romane, dalla parte dei lanzichenecchi, riuscirono a salvare i loro beni. Tra queste, oltre ai Colonna, la famiglia Farnese. Infatti mentre uno dei figli di Alessandro Farnese (il successivo papa Paolo III), Ranuccio Farnese, era schierato con il papa Clemente VII, un altro figlio Pier Luigi Farnese era comandante tra i lanzichenecchi. Entrando in Roma, Pier Luigi si acquartierò a palazzo Farnese salvando così i beni della famiglia.

Effetti sulla popolazione di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Sacco di Roma, incisione di Maarten van Heemskerck.

Al tempo del "Sacco", la città di Roma contava, secondo il censimento pontificio realizzato tra la fine del 1526 e l'inizio del 1527, 55.035 abitanti[15], prevalentemente composti da colonie provenienti da varie città italiane, a maggioranza fiorentina.

Una tale esigua popolazione era difesa da circa 4.000 uomini in armi e dai 189 mercenari svizzeri che formavano la guardia del pontefice.

Le secolari carenze manutentive all'antica rete fognaria avevano trasformato Roma in una città insalubre, infestata dalla malaria. L'improvviso affollamento causato dalle decine di migliaia di lanzichenecchi aggravò pesantemente la situazione igienica, favorendo oltre misura il diffondersi di malattie contagiose che decimarono tanto la popolazione, quanto gli occupanti.

Alla fine di quell'anno tremendo, la cittadinanza di Roma fu ridotta quasi alla metà dalle circa 20.000 morti causate dalle violenze o dalle malattie. Tra le vittime si annoverano anche alti prelati, come il Cardinale Cristoforo Numai da Forlì, che morì pochi mesi dopo per le sofferenze patite durante il saccheggio. Come in molti altri luoghi dell'Europa a causa delle guerre di religione, si determinò un periodo di Povertà nella Roma del XVI secolo.

Cause dello scempio[modifica | modifica wikitesto]

Allegoria delle sofferenze di Roma (Francesco Xanto Avelli, 1528-1531 circa)

Le ragioni che indussero i mercenari germanici ad abbandonarsi ad un saccheggio così efferato e per così lungo tempo, cioè per circa un anno, risiedono, soprattutto, nell'acceso odio che la maggior parte di essi, luterani, nutrivano per la Chiesa Cattolica.

Inoltre, a quei tempi i soldati venivano pagati ogni cinque giorni, cioè per "cinquine". Quando però il comandante delle truppe non disponeva di denaro sufficiente per la retribuzione delle soldatesche, autorizzava il cosiddetto "sacco" della città, che non durava, in genere, più di una giornata. Il tempo sufficiente, cioè, affinché la truppa si rifacesse della mancata retribuzione.

Nel caso specifico, i lanzichenecchi non solo erano rimasti senza paga, ma erano rimasti anche senza il comandante. Infatti il Frundsberg era rientrato precipitosamente in Germania per motivi di salute e il Borbone era rimasto vittima sul campo.

Senza paga, senza comandante e senza ordini, in preda ad una avversione rabbiosa per il cattolicesimo, fu facile per la soldataglia abbandonarsi al saccheggio per un così lungo tempo.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Oltre che per la storia della città di Roma, il sacco del 1527 ha avuto una valenza epocale tanto che Bertrand Russel e altri studiosi indicano il 6 maggio 1527 come la data simbolica in cui porre la fine del Rinascimento.

Religione[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal sacco, inizierà una svolta per l'intero mondo cattolico. Le logiche di potere delle famiglie e i discutibili costumi che avevano dominato il papato avevano dato luogo alla critica luterana e alla nascita del Luteranesimo. Il sacco della cattolica Roma da parte di un astioso e disprezzante esercito protestante, appena dieci anni dopo la pubblicazione delle tesi di Lutero (1517), è uno degli elementi che obbligarono la Chiesa (e le famiglie) a reagire. Il successore di Clemente VII, Paolo III (della potentissima famiglia Farnese), nel 1545 indisse il Concilio di Trento, con la conseguente nascita della Controriforma.

Politica[modifica | modifica wikitesto]

Il sacco di Roma, voluto da Carlo V d'Asburgo e avvenuto all'interno della Guerra della Lega di Cognac (1526-30), si inquadra come evento clamoroso all'interno di uno dei conflitti del XVI secolo che porteranno poi alla spartizione dell'Europa tra Asburgo e Francia culminati poi, nel 1559, con la Pace di Cateau-Cambrésis. Tale pace definì gli equilibri europei per tutto il secolo successivo, spostando il baricentro sull'Atlantico e ufficializzando la debolezza politica italiana e del papato, mentre riconosceva protagoniste della scena europea la Spagna e la Francia. Sancì inoltre l'inizio del predominio spagnolo in Italia.

Arte[modifica | modifica wikitesto]

L'arte, che prima del sacco era culminata in canoni raffinati e simbolistici (ad es. la pala Fugger di Giulio Romano del 1524) punterà, dopo il concilio di Trento, ad un'arte della controriforma più didascalica e più comprensibile anche ai non raffinati. Allo stesso Michelangelo Buonarroti, che nel 1508-1512 aveva dipinto la Volta della Cappella Sistina con raffigurazioni bibliche, Clemente VII nel 1534 commissionerà l'ammonitorio Giudizio Universale (eseguito nel 1536-1541 sotto Paolo III).

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Nell'iconografia pittorica, Clemente VII a partire dal 1527 verrà dipinto con una barba bianca, a seguito del dolore causatogli dal sacco di Roma.

Alcuni vandalismi[modifica | modifica wikitesto]

Il sacco di Roma del 1527 nei media[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, p. 6.
  2. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, p. 51.
  3. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, pp. 6-7.
  4. ^ a b c G. Di Pierro, Il sacco di Roma, p. 7.
  5. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, pp. 83-84.
  6. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, pp. 8 e 85.
  7. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, pp. 84-85.
  8. ^ a b c A. Di Pierro, Il sacco di Roma, p. 8.
  9. ^ a b c A. Di Pierro, Il sacco di Roma, p. 9.
  10. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, p. 86.
  11. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, p. 87.
  12. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, pp. 61 e 81.
  13. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, pp. 81-82 e 92.
  14. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, pp. 91-92.
  15. ^ A. Di Pierro, Il sacco di Roma, pp. 11-12.

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