Colonna (famiglia)

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Colonna
COA Prince of Paliano (Colonna with princeley crown).svg
Mole sua stat
Di rosso, alla colonna d'argento col capitello e la base d'oro, coronata all'antica dello stesso.

(Arme coronato col titolo principesco)

Stato Flag of the Papal States (1808-1870).svgStato Pontificio
Corona ferrea monza (heraldry).svgRegno d'Italia
Flag of Spain.svgRegno di Spagna
Titoli

Principi di Palestrina, di Gallicano, di Salerno, di Paliano, di Sonnino ecc.
Duchi di Zagarolo, di Traetto, di Paliano, di Marino, di Tagliacozzo e Albe ecc.
Marchesi di Cave, di Patrica Conti di Ceccano, signori di Genazzano ecc.

Fondatore Pietro Colonna
Data di fondazione X secolo
Etnia italiana
Rami cadetti

La famiglia Colonna è una storica casata patrizia romana, tra le più antiche documentate dell'Urbe e una delle più importanti nel Medioevo. Uno dei suoi motti è: Mole sua stat ("sta fermo sul suo peso", "sta fermo sulla sua grandezza").

Le origini leggendarie e quelle documentate[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Colonna in una raffigurazione del 1748, storica dimora romana della famiglia

Le origini dei Colonna attraverso i conti di Tuscolo vorrebbero farsi tradizionalmente risalire sino alle Gens Giulia (Iulia) quindi conseguentemente sino agli Eneidi[1]. Nella genealogia fatta stilare nel Magna Familia Colonna dal cardinale Gerolamo Colonna, patriarca di Venezia, tra gli stipiti della famiglia compaiono Gaio Mario e Giulio Cesare per poi risalire da lì alla Gens Romilia e conseguentemente ad Enea, figlio di Anchise e di Venere.
Il primo ascendente accertato della dinastia ritenuto, senza fondamento storico, discendente dalla Gens Anicia, fu il potentissimo Senator romano Teofilatto membro degli Optimates Romani, detto Gloriosissimus Dux, Judex Palatinus, Magister Militum, Sacri Palatii Vestararius forse figlio di Gregorio Nomenclator e Apocrisario della Corte Pontificia, che ebbe una parte di rilievo nelle vicende legate a Papa Giovanni VIII e al partito Formosiano[2].

Fu signore di Monterotondo, Poli, Anticoli Corrado, Guadagnolo, Rocca di Nitro, Rocca dei Sorci, Saracinesco, Segni, Valmontone, Alatri, Guarcino, Collepardo, Soriano, Paliano, Sora, Celano e Sonnino: alcuni di questi feudi appartengono tuttora ai discendenti di Teofilatto. Da costui e dalla la moglie Teodora, nacque Marozia, reputata al tempo la donna più potente della penisola, che per cupidigia instaurò in Roma quel regime detto pornocrazia di cui essa fu l'artefice, per assoggettare a sé l'intera penisola, riuscendoci per due decenni grazie alla sua politica matrimoniale, che la portò ad essere concubina di papi e moglie di re, tra cui Alberico duca di Spoleto e Camerino, il marchese Guido di Toscana e il conte Ugo di Provenza, poi re d'Italia. Dalla progenie di Alberico e Teofilatto ebbero origine i Conti di Tuscolo che dette alla Chiesa 5 pontefici.

Capostipite della famiglia in linea maschile attraverso i citati Conti di Tuscolo fu il citato Alberico di Spoleto duca di Spoleto e marchese di Camerino, marito di Marozia. Col cognome Colonna, la famiglia vanta il pontefice Martino V, nonché una schiera di 36 cardinali.

Secondo una tradizione non verificata, il loro nome deriverebbe dalla colonna Traiana, presso la quale i Colonna avrebbero avuto la loro dimora avita. In realtà, il loro nome deriva da un loro possedimento: il castello del paese Colonna, situato sui Colli Albani, che la famiglia possedeva fin dall'inizio dell'XI secolo.

Petrus definitosi nel 1078 in una donazione figlio del defunto Gregorio II (+ ante 1064) conte di Tuscolo, fratello quindi di Gregorio III di Tuscolo e di Tolomeo I di Tuscolo[3], fu il primo ad assumere il predicato de Columna già dal 1101[4], quando torna in possesso dei castelli già sequestrati e poi restituiti da papa Pasquale II[5] di cui fu prima alleato e poi avversario, fino agli anni in cui gli venne restituita Palestrina da papa Onorio II, conferendo poi tale appellativo alla propria discendenza.

La crisi del papato causata dalla deposizione del papa tuscolano Benedetto IX, ponendo fine a quello che gli storiografi tedeschi definivano l'Adelpapsttum cioè il "Papato di famiglia", a cui gli imperatori imposero come suoi successori pontefici di loro fiducia a partire da Damaso II, anch'essi di prevalente origine germanica che eliminassero o limitassero l'eccessiva influenza della antica nobiltà romana sulla curia e sull'elezione del pontefice, non impedì ad un ramo collaterale dei Tuscolani condannati ad un ruolo sempre più marginale e alla loro successiva estinzione, di sostituirsi ad essi, pur in un momento di decaduto consenso e prestigio del loro casato.

Con la definitiva separazione tra i due rami avvenuta tra 1143 e 1151 con la nascita del Senato Romano e la cessione al pontefice Eugenio III della loro metà del feudo avito di Tuscolo da parte dei fratelli Oddone e Carsidonio figli di Pietro de Columna[6], evitando l'isolamento a cui abbandonarono i cugini tuscolani capi della fazione imperiale e avversari delle libertà comunali ed ormai nemici dichiarati del Senato e dei romani, riuscirono a consolidare i loro possessi nell'agro prenestino e seppero ritagliarsi un ruolo di primo piano nell'ambito del papato “riformato” a fianco della nuova compagine aristocratica emergente dell'Urbe (Frangipane, Pierleoni, Corsi, Bobone ecc.) che soppiantò la vecchia aristocrazia esautorata e confinata nei suoi castra di campagna e ormai in via di estinzione (Crescenzi, De Imiza, de Primicerio, De Melioso e pochissime altre), consolidando poi il loro ruolo e la loro posizione sempre più rilevanti nelle vicende del papato e della politica locale e internazionale, assicurando così la continuità alla discendenza dei Teofilatti, così come ad essi succedettero nel titolo di excellentissimus vir come erano riconosciuti i membri di questo casato fin dall'alto medioevo[7].

A partire da quest'epoca la famiglia iniziò a crescere in potenza, soprattutto, perché alcuni dei suoi membri divennero cardinali: fra essi Giovanni[8], cardinale di Santa Prisca nel 1193 e cardinale vescovo di Sabina nel 1205, protettore di Francesco d'Assisi.

La famiglia a metà del XIII secolo possedeva a Roma il Mausoleo di Augusto ed il monte Citorio, mentre fuori Roma possedeva diversi castelli tra cui: Colonna, Palestrina, Zagarolo, Capranica, Pietraporzia.

Un altro Giovanni fu cardinale di Santa Prassede dal 1212 e, proprio con quest'ultimo, che favoriva i ghibellini, iniziarono le ostilità contro gli Orsini, ferventi guelfi[9].

Le lotte continuarono con Ottone Colonna, senatore di Roma (1279-1280) e con il figlio di costui, Pietro, anch'egli creato cardinale nel 1288 da Niccolò IV. Un terzo Giovanni, nipote del cardinale di Santa Prassede, studiò a Parigi, fu domenicano, arcivescovo di Messina (1255) e vicario di Roma (1262); accompagnò come legato l'esercito di Luigi IX in Egitto, dove, catturato dai Saraceni, fu da loro liberato per il suo coraggio.

Alludendo allo stemma l'Ariosto ebbe a scrivere: "La gran colonna del nome romano".

Era radicata nella famiglia la memoria della loro parentela con la famiglia Hohenzollern marchesi di Brandeburgo, iniziata dal fondatore Pietro quando fu costretto a trovare rifugio presso l'imperatore dopo aver avversato papa Pasquale II, già ricordata da papa Martino V nel secolo XV[10].

È noto l'incontro tra Napoleone e il Principe Colonna avvenuto a Parigi[senza fonte], in cui l'imperatore, incuriosito dalla storia della famiglia (da cui per altro esso vantava di discendere attraverso la propria bisnonna), chiese al principe notizie intorno alla veridicità della leggenda: questi gli rispose sorridendo che così voleva la tradizione romana da 1800 anni. Altra tradizione ricorda[senza fonte] che gli stessi Asburgo d'Austria pretendessero di discendere da un Colonna fuggito da Roma.

Bonifacio VIII ed i Colonna[modifica | modifica wikitesto]

L'episodio attraverso il quale i Colonna sono universalmente noti è lo scontro che, tra il 1296 e il 1303, li contrappone a papa Bonifacio VIII. Il tentativo da parte del pontefice, al secolo Benedetto Caetani, di far emergere la propria famiglia passava necessariamente attraverso l'acquisizione di terre e titoli nel territorio basso laziale al fine di creare un nucleo forte e coeso di possedimenti intorno alla città di Anagni (luogo di origine della famiglia). I modi alteri e a volte violenti tramite i quali l'allora cardinale Benedetto eseguì queste acquisizioni lo portano ad inimicarsi un gran numero di famiglie dell'aristocrazia rurale della Campagna; in breve i Caetani riescono, nel giro di pochi anni, ad emergere vistosamente tra le famiglie laziali e a costituire un elemento pericoloso per le consorterie familiari prima fra tutte, ovviamente, i Colonna che hanno in Palestrina il centro del loro potere territoriale.

Parte quattrocentesca di Palazzo Colonna-Barberini di Palestrina costruito sulle rovine del tempio della Fortuna Primigenia
Giacomo detto Sciarra Colonna

L'elezione al soglio pontificio del cardinale Caetani, che prende il nome di Bonifacio VIII (elezione che fu appoggiata dai due cardinali Colonna Giacomo e Pietro), inasprisce sempre di più i rapporti tra le parti fino a quando, il 3 maggio del 1297, Stefano Colonna il Vecchio saccheggia con le sue truppe un convoglio personale del papa rubando l'enorme somma di duecentomila fiorini d'oro. Lo scontro diventa in breve furioso. Mentre il 10 maggio, in concistoro, il papa (con la bolla In excelso trono) dichiara i due cardinali decaduti e confisca tutti i beni appartenuti alla famiglia, i Colonna, nel castello di Lunghezza, procedono alla redazione del famoso “manifesto” che nei suoi punti essenziali condanna il papa denunciandone l'illegalità dell'elezione e accusandolo della responsabilità sulla morte di Celestino V.

Il conflitto, divenuto guerra, si snoda attraverso episodi di altissimo livello quali la crociata, lanciata il 14 dicembre 1297, contro i beni e le persone dei Colonna (forse per la prima volta nella cristianità un papa bandisce una crociata contro altri cristiani, di antica e rinomata famiglia che aveva fino a pochi mesi prima due cardinali al proprio interno) e il lungo assedio della città di Palestrina che, stando ad Eugenio Duprè Thesèider[senza fonte], è da ritenersi, con i suoi quasi due anni, il più lungo assedio del Medioevo nel Lazio. La guerra si conclude nel 1298 con la sconfitta dei Colonna, la dispersione della famiglia e la distruzione della gran parte dei loro beni (Palestrina pur essendo sede suburbicaria, venne rasa al suolo facendone arare le macerie, cospargendole simbolicamente di sale per impedirne la rinascita). I membri della famiglia, ed in particolare i cardinali, fuggendo diventano oggetto della caccia del papa.

Lo scontro tra il Filippo IV il Bello e Bonifacio VIII si snoda negli anni, ma è solo nel 1303 che la volontà di Bonifacio VIII di ergersi quale giudice supremo dei sovrani laici porta alla rottura definitiva. Il principale artefice dell'evento noto come "oltraggio di Anagni" è il guardasigilli del re Guglielmo di Nogaret il quale, mentre si trova in Italia, tramite il suo pupillo Plaisians, il 13 giugno promuove (per la seconda volta) il cartello d'accusa al Papa che, questa volta, viene accettato anche dal Re e reso pubblico. Il papa venuto a sapere ciò prepara la scomunica per il sovrano francese che sarà resa pubblica l'8 settembre 1303 aprendo la strada agli eventi di Anagni. Intanto, il 7 settembre 1303 un nucleo di armati, guidati da Guglielmo di Nogaret e da Sciarra Colonna, irrompono in Anagni e dopo alcune ore di lotta prendono prigioniero il papa. Le vicende che seguono vedono i piani del Nogaret frustrati, poiché egli voleva condurre il pontefice in Francia per sottoporlo a processo, mentre i suoi alleati, forse, avrebbero auspicato un'azione più dura. La sommossa popolare che segue li costringe ad una fuga precipitosa; il papa, liberato dalla gente anagnina, si rifugia sotto la protezione degli Orsini in Roma dove, forse a causa dell'umiliazione, muore poco dopo, probabilmente d'infarto.

Numerosi altri furono i tentativi di rovesciare la potenza della famiglia da parte dei suoi avversari, tra i più noti furono quello messo in atto da Sisto IV Della Rovere e dai suoi parenti con l'aiuto degli Orsini, che giunsero all'arresto e alla decapitazione del protonotario Lorenzo Colonna, avvenuta in Castel S. Angelo il 30 giugno 1484, descritto nel diario di Stefano Infessura[11], nel 1502 vennero espropriati dei loro possedimenti da Cesare Borgia insieme ai Savelli e ai Caetani, e quello ordito da Paolo IV Carafa e dai suoi nipoti che confiscarono alla famiglia il Ducato di Paliano, che tornò ai Colonna dopo il trattato di Cave del 1557.

Papa Martino V ed il ramo di Genazzano-Paliano[modifica | modifica wikitesto]

Il castello-palazzo Colonna di Genazzano
Palazzo Colonna di Marino
Marcantonio Colonna (1535-1584) eroe di Lepanto
Dipinto di Marcantonio VII Colonna (1881-1947)
Piero Colonna governatore della città di Roma

Con Martino V (Oddone Colonna) figlio di Agapito signore di Genazzano, Pontefice dal 1417 al 1431, che succedette a Gregorio XII, il potere temporale del papato ebbe un nuovo periodo di splendore. Pur avendo partecipato al Concilio di Pisa (1409) ed a quello di Costanza (1414-1418), appoggiando tesi conciliaristiche fra la Chiesa di Avignone e quella di Roma, dopo il suo rientro a Roma (1420), Martino V lavorò per la riedificazione spirituale e morale dell'autorità pontificia, rifiutando l'applicazione dei decreti conciliari che ledevano l'autorità papale. Dopo varie trattative, riuscì a sanare il grande scisma, ottenendo la rinuncia dell'Antipapa Clemente VIII (1429).

Contrastò le tendenze autonomiste della nazione francese e si dimostrò tollerante verso gli ebrei, mitigando le misure vessatorie introdotte contro di loro dal suo predecessore. Protesse e favorì largamente gli esponenti della sua famiglia che riacquisirono i loro feudi storici di Palestrina, Zagarolo, Genazzano e Colonna e ottennero molti feudi in Italia meridionale (Amalfi, Salerno) e nel Lazio (Ardea, Nettuno, Astura, Frascati, Marino, Rocca di Papa, Capranica, Paliano e Sonnino). Morì a Roma nel 1431; gli succedette Eugenio IV. Questi ultimi revocò tutti i privilegi che i Colonna avevano conseguito sotto Martino V, i quali non accettarono le decisioni del Papa e lo costrinsero a fuggire in barca lungo il Tevere per rifugiarsi prima a Firenze e poi a Bologna. Eugenio IV reagì scomunicando i Colonna.

La scomunica comportava la confisca dei beni. I Colonna non cedettero e scoppiò la guerra. Gli ottomila fanti del Papa riconquistarono alla Chiesa Albano, Castel Gandolfo, Civita, Zagarolo e perfino Palestrina feudo principale dei Colonna, ma non riuscirono nella conquista del Castello di Lariano e dei suoi territori, che capitolò più tardi quando il Papa inviò quattromila fanti ad assediare Lariano a cui si aggiunsero altri ottocento soldati di Velletri, guidati da Paolo Annibaldi della Molara.

Da ricordare Lorenzo Onofrio Colonna, conte di Amalfi e fratello di Martino V, che sposò Sveva Caetani, discendente di quella famiglia Caetani già nemica dei Colonna, e da cui nacquero Prospero e Antonio, cardinale il primo nel 1426 e Principe di Salerno il secondo, nemico di papa Eugenio IV e degli Orsini. La loro sorella Paola (1380-1445), consorte di Gherardo Appiano, fu reggente poi signora regnante di Piombino dal 1441 al 1445. Nel XVI secolo, si distinse Marcantonio Colonna, figlio di Ascanio duca di Paliano, nominato nel 1570 Capitano generale della flotta pontificia contro i turchi. L'anno seguente, Marcantonio, nominato luogotenente nella Lega cristiana, contribuì a formare una nuova armata navale contro gli ottomani, distinguendosi per valore ed intelligenza nella battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Nel 1577, divenne viceré di Filippo II di Spagna in Sicilia, carica che tenne fino alla morte, nel 1584. Costui nel pieno della controversia con i Carafa, riuscì a tornare in possesso dello stato di Paliano destinato dal padre Ascanio a tornare alla Chiesa, cedendo numerosi feudi tra cui Nemi, Civita Lavinia ed Ardea per risanare gli ingenti debiti che gravavano il patrimonio.

Altro personaggio rilevante è stata Vittoria Colonna (1490-1547), celebre poetessa, sposa nel 1509 di Ferdinando d'Avalos, con cui visse nel castello aragonese di Ischia fino alla morte del marito nel 1525. Un ultimo violento conflitto, dopo la metà del XVI secolo, oppose Paolo IV Carafa ai Colonna, che vennero scomunicati e privati dei loro domini, in parte recuperati successivamente. Alcuni feudi (Zagarolo, Colonna) passarono ai Ludovisi, altri (Palestrina) ai Barberini. Va però ricordato che i Colonna, da oltre un secolo, avevano acquisito nuovi interessi nel Napoletano dove ricoprivano con frequenza, le cariche di Viceré e detenendo ereditariamente quella di Gran Connestabile, legandosi così alla Spagna; dal XVII secolo in poi cessarono le lotte con gli Orsini ed i Papi, i quali confermarono alla famiglia il titolo di Principe assistente al Soglio pontificio.

Importante fu anche il ramo di Paliano, fiorente dal XV secolo e di cui fecero parte: Marcantonio II di Paliano, viceré in Sicilia (1535-1584), con cui la carica di Gran connestabile del Regno di Napoli divenne ereditaria; Prospero Colonna, ammiraglio della flotta pontificia a Tunisi (1573) ed altri esponenti che si fecero valere nelle armi (Marcantonio V), nelle scienze (Fabio Colonna) ed altri come principi della Chiesa.

Altri membri di questo ramo della famiglia nel XX secolo, furono Fabrizio senatore del Regno, Piero governatore di Roma e Guido noto uomo diplomatico.

Dalla linea di Paliano derivò il ramo di Stigliano (1700).

Nel ramo di Zagarolo che si estinse nel 1661, si ricordano: Marcantonio, cardinale (1523-1597), Ascanio, cardinale (1555-1608), Pompeo che difese Malta contro i Turchi e combatté a Lepanto, Marzio, figlio di Pompeo, generale di papa Clemente VIII, che ebbe parte nella vicenda di Beatrice Cenci (1599).

Duchi (1519) e principi (1569) di Paliano[modifica | modifica wikitesto]

  • Fabrizio I (1519-1520), I duca di Paliano
  • Ascanio (1520-1556), II duca di Paliano
  • Marcantonio II (1559-1584), III duca e I principe di Paliano
  • Marcantonio III (1584-1595), II principe di Paliano
  • Marcantonio IV (1595-1611), III principe di Paliano
  • Filippo I (1611-1639), IV principe di Paliano
  • Girolamo (1639-1666), cardinale, V principe di Paliano
  • Lorenzo Onofrio I (1666-1689), VI principe di Paliano
  • Filippo II (1689-1714), VII principe di Paliano
  • Fabrizio II (1714-1755), VIII principe di Paliano
  • Lorenzo Onofrio II (1755-1779), IX principe di Paliano
  • Filippo III (1779-1816), X principe di Paliano
  • Aspreno I (1787-1847), XI principe di Paliano, figlio del fratello del precedente
  • Giovanni Andrea I (1820-1894), XII principe di Paliano
  • Marcantonio VI (1844-1912), XIII principe di Paliano
  • Fabrizio III (1848-1923), XIV principe di Paliano, fratello del precedente
  • Marcantonio VII (1881-1947), XV principe di Paliano
  • Aspreno II (1916-1987), XVI principe di Paliano
  • Marcantonio XVIII (n. 1948), XVII principe di Paliano

L'erede al titolo è il figlio dell'attuale principe, Giovanni Andrea (n. 1975).

Principi di Stigliano (1716)[modifica | modifica wikitesto]

Il titolo venne concesso a Ferdinando, ministro del Regno di Napoli e cavaliere dell'Ordine di San Gennaro, figlio di Giuliano, principe di Sonnino e Galatro, al momento della sua rinuncia a tali titoli in favore dei Colonna di Roma suoi cugini.

  • Ferdinando (1695-1775), I principe di Stigliano
  • Marcantonio (1728-1802), II principe di Stigliano
  • Andrea (1748-1820), III principe di Stigliano
  • Ferdinando (1785-1834), IV principe di Stigliano
  • Marcantonio (1808-1890), V principe di Stigliano
  • Gioacchino (1809-1900), VI principe di Stigliano, fratello del precedente
  • Ferdinando (1858-1926), VII principe di Stigliano, figlio del fratello del precedente
  • Andrea (1885-1943), VIII principe di Stigliano
  • Lorenzo (1925-1984), IX principe di Stigliano
  • Landolfo (1914-1988), X principe di Stigliano, cugino del precedente
  • Carlo (1908-1990), XI principe di Stigliano, cugino del precedente
  • Prospero (n. 1938), XII principe di Stigliano

L'erede del titolo è il fratello dell'attuale detentore del titolo, Fabio Marzio (n. 1943).

I Colonna di Sciarra[modifica | modifica wikitesto]

Il ramo di Palestrina discendente da Stefano il Vecchio fratello di Giacomo detto Sciarra, ricevette anche i feudi di Colonna, Gallicano, Zagarolo, Anticoli, Roviano a cui aggiunsero tra le altre titolature e possedimenti anche la contea del Cicolano ed altri feudi in Abruzzo, e vide il loro principale feudo eretto in principato nel 1571. Dopo la vendita di Palestrina ai Barberini nel 1630, papa Urbano VIII trasferì a Carbognano il titolo principesco. Nel ramo troviamo tra gli altri: Francesco (m. 1636) che combatté a fianco di Alessandro Farnese nelle Fiandre e Giulio Cesare, principe di Carbognano, che sposò Cornelia Barberini, ultima discendente della famiglia con la quale Palestrina solo dopo circa un secolo tornò nei Colonna, fino alla scomparsa di Enrico Colonna Barberini (1823-1889). Da allora, a seguito della istituzione della secondogenitura a cui andò il titolo di principe di Palestrina e che assunse il cognome di Barberini Colonna, vennero acquisiti nel patrimonio il palazzo romano dei Barberini, il palazzo di Palestrina, la villa Sciarra a Roma e la villa di Castel Gandolfo.

Il ramo primogenito detto dei principi di Carbognano e duchi di Bassanello, con l'acquisizione di alcuni beni del patrimonio Barberini dal 1810 si chiamò Colonna Barberini di Sciarra, che ebbero residenza nel palazzo omonimo sulla via del Corso, già piazza di Sciarra[12], riedificato su commissione del 2º principe di Palestrina e 1° di Carbognano, Francesco (m. 1636)[13], da Flaminio Ponzio che aveva accorpato i due edifici preesistenti della famiglia, noto per la bellezza del portale progettato da Orazio Torriani e incluso tra "le quattro meraviglie di Roma".

La famiglia si estinse nella linea maschile con Urbano, tenente pilota caduto in combattimento nei cieli di Malta nel 1942 e figlio di Maffeo[14] (1850-1925) editore e latifondista, noto per aver adibito parte del suo palazzo a sede di periodici, tra i quali il quotidiano La Tribuna e per la fondazione del Teatro Quirino, oltre che per aver esportato illecitamente tra il 1890 e il 1895 capolavori d'arte provenienti dalla sua collezione che comprendeva tra le altre opere di Raffaello, Tiziano e Caravaggio[15], perdendo pressoché l'intero suo patrimonio in attività speculative[16].
La discendenza prosegue per via femminile, attraverso Urbano Barberini, nato da Mirta, figlia primogenita di Urbano Barberini-Colonna di Sciarra, e del marito Alberto Riario Sforza, che aggiunse al proprio il cognome della moglie per adozione da parte di Stefanella Barberini Colonna di Sciarra.

Principi di Carbognano[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco (m. 1636), I principe di Carbognano
  • Giulio Cesare (1602-1681), II principe di Carbognano
  • Egidio (m. 1686), III principe di Carbognano
  • Francesco (1684-1750), IV principe di Carbognano
  • Giulio Cesare (1702-1787), V principe di Carbognano
  • Urbano (1733-1796), VI principe di Carbognano; dalla madre assunse il cognome Barberini Colonna di Sciarra
  • Maffeo (1771-1849), VII principe di Carbognano
  • Maffeo (1850-1925), VIII principe di Carbognano
  • Urbano (1913-1942), IX principe di Carbognano
  • Mirta (n. 1938), moglie di Alberto Riairo Sforza, ex uxor X principe di Carbognano; assunse il cognome Riario Sforza Colonna di Sciarra

L'erede è il figlio dell'attuale principe di Carbognano, l'attore Urbano Barberini.

Il ramo siciliano[modifica | modifica wikitesto]

Come scrive il Mugnos[17] due rami fecero passaggio in Sicilia; l'uno come riferisce anche Inveges per i fratelli Federico Colonna Romano, cognominato così per la sua patria, ed uno dei primari capitani dell'imperatore Federico II re di Sicilia, e Giovanni Arcivescovo di Messina (1255), figli di Giordano II signore di Zagarolo. Commendasi di questa prima linea Tommaso Colonna-Romano, da codesta linea si dipartirono diversi rami: i Baroni di Cesarò (poi duchi), i Baroni di Fiumedinisi (poi marchesi), i Baroni di San Calogero Godrano, i Baroni di Iancascio e Realturco, e i Principi di Lascari, i Duchi di Reitano, i Baroni del Biscotto, i Baroni di Francavilla Oliveto, ecc. Il ramo dei Colonna Duchi di Cesarò rientra tra i pari del Regno di Sicilia. Epigoni di detta linea mantengono il cognome Colonna Romano in Palermo e Roma.

L'altro ramo dei Colonna venne da Roma nell'isola per un Francesco Giovan Battista Colonna capostipite di quel che sarà il ramo di Resuttano, costui bandito da papa Eugenio IV, successore al soglio pontificio di Martino V (al secolo Oddone Colonna), se ne passò in Sicilia, a Palermo, nella prima metà del XV secolo, e qui prese per moglie la figlia di Tommaso Colonna-Romano, che gli portò in dote il feudo della Favarotta; non potendo più ritornare a Roma ottenne dal re Alfonso la Castellania e la Custodia della Città di Termini, ove si stabilì. Commendasi di questa linea Giovan Battista Romano e Ventimiglia: II Barone di Resuttano, figlio di Giovanni Forte (I Barone, maritalis nomine, di Resuttano) e Caterina Flodiola e Ventimiglia (Baronessa di Resuttano e di Rachilebbi ed erede del padre Barone Giovan Silvestro Flodiola, che aggiunse al proprio cognome quello dei Ventimiglia), III Barone del Ponte di Termini e della Favarotta, nonché paggio dell'imperatore Carlo V che ospitò nel castello di Resuttano. Epigoni di questo ramo furono riconosciuti cugini, con atto di legge, nel 1659 a Roma dal Principe di Paliano. Il ramo principale di detta linea mutò il cognome Romano Colonna in Romano Ventimiglia, per poi abbandonare quest'ultimo e risiedere in Palermo; in detto ramo risulta estinta[18] la famiglia Gagliano di Picardia De Ballis (Ballo) da cui perviene il titolo di Marchesi di Buonfornello e un ramo dei Cardona (Incardona) di Sicilia.

Si ricordano:

Altri Colonna illustri[modifica | modifica wikitesto]

  • Dai Colonna di Roma discenderebbero i Colonna di Corsica il cui primo membro di spicco del casato sarebbe stato Ugo Colonna detto Magno, chiamato così in onore dello zio il conte di Provenza, principe di Corsica, che a capo di 2500 uomini conquistò l'isola sottraendola ai Mori nell'816, fondando altri rami della dinastia.
Lo stemma dei Colonna sardi
  • I Colonna di Sardegna, invece, provenienti dal Lazio, si trasferirono a Terranova Pausania agli inizi del Novecento, con Vincenzo. Questi e i figli Michele (la cui discendenza vive tuttora a Roma e nella città sarda),[19] Giosuè e Antonio fondarono molti caseifici e fecero costruire tre edifici, in stile Art Nouveau, ancora esistenti: palazzo Colonna, in corso Umberto, l'attuale residenza municipale e la villa Clorinda. Il loro stemma era: di rosso, alla colonna d'argento, coronata d'oro.[20]
  • I Colonna d'Ornano
  • I Colonna d'Istria
  • I Colonna di Leca, ramo al quale appartennero Don Juan De Mafiara di Leca Colonna di Siviglia, personaggio noto come Don Giovanni, e Rodolfo di Leca, capitano generale delle truppe di Vlad di Valacchia (Drakul)[21]
  • I Colonna Della Rocca
  • I Colonna Cristinacce
  • I Colonna Bozzi, a cui appartenne Donna Maria Colonna Bozzi, bisnonna dell'Imperatore dei Francesi Napoleone Bonaparte.

Cardinali Colonna[modifica | modifica wikitesto]

(tra parentesi l'anno della nomina)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Va ricordato che la Gens Iulia non discende da Enea, in quanto tale parentela è stata artificiosamente creata da Virgilio per compiacere Augusto; va inoltre tenuto presente che la gens Iulia stessa si è estinta con Caio Giulio Cesare e con il suo cugino Lucio Giulio Cesare; se è mai esistita una parentela tra i conti di Tuscolo ed i Cesari, questa è avvenuta per vie traverse e indirette, ossia attraverso donne, adottati e parentele lontane, tutti elementi perseguiti dalla Lex salica, che ha sempre considerato la discendenza, o ascendenza, diretta o di sangue, ossia tra padre e figlio, con privilegio del primogenito. Con buona probabilità la leggenda ebbe origine quando Alberico di Roma figlio di Marozia, per l'assoluto predominio che esercitava in Roma, princeps e come ritenuto dalla storiografia (v. alla voce in Dizionario Biografico degli Italiani, e Dizionario di Storia [2010] Ed. Treccani) , signore de facto della città, dando a suo figlio il nome di Ottaviano, si identificò con la figura di Giulio Cesare, dalla cui progenie poi i suoi parenti pretesero di discendere. Tale leggenda venne avallata da Pietro Diacono ritenutosi senza fondamento della famiglia dei Tuscolani nel XII secolo. v. Valeria Beolchini e Paolo Delogu, La nobiltà romana altomedievale in città e fuori. Il caso di Tusculum. Ecole Francaise de Rome, 2006, p.143
  2. ^ voce Benedetto IX, in Dizionario Biografico degli Italiani, Ed. Treccani
  3. ^ v. V. Beolchini, "Tusculum..." cit., pp. 81 e segg. È tuttavia ancora di difficile definizione il preciso inquadramento anagrafico del primo rappresentante dei Colonna, che per gli anni in cui appare presente dovette vivere approssimativamente almeno dal 1025, se fu lui, secondo taluni studiosi, a sposare la contessa Emilia, a dopo il 1118. È quindi molto probabilmente quella di Gaetano Bossi la tesi da ritenere più convincente, formulata nel suo studio sui Crescenzi di Sabina, quando giunge alla conclusione che la nobilissima contessa Imilia o Emilia, non sposò né un inesistente Stefano Colonna né un Agapito né un Pietro, ma sposò verosimilmente in seconde nozze non prima del 1053, già vedova di Donodeo Crescenzi, Gregorio II di Tuscolo figlio di Alberico, anche lui al secondo matrimonio, da cui nacquero Gregorio , Tolomeo e Pietro che assunse il predicato de Columna dal possesso di una quota di quel castello, dato che l'altra metà era stata concessa nel 1074, insieme ad altre località, da Gregorio VII alla abbazia di S. Paolo fuori le mura. Archivio Società Romana di Storia Patria, 1918, pp. 153 e segg. e Cornelio Margarini, Bullarium Casinense, vol. II. p. 108.
  4. ^ Liber Pontificalis, ed. Duchesne, II, p. 307.
  5. ^ v. voce Pasquale II in Enciclopedia dei Papi. Secondo quanto riferito da Leonardo Cecconi nella sua non del tutto precisa ricostruzione degli eventi di quel periodo in Storia di Palestrina Citta' del Prisco Lazio…, Ascoli 1726, pp.127 e segg., Pietro Colonna occupò nel 1092, probabile anno della morte di Emilia, Palestrina e sue pertinenze che includevano Zagarolo, Cave, Genazzano e Gallicano, per evitare che queste, decorso il naturale termine della concessione a livello o in locazione per tre generazioni fatta da Giovanni XIII a favore della senatrix Stefania nel 970, consanguinea della famiglia dei Tuscolani e ava della contessa Emilia affine o coniuge o madre del Colonna, tornassero legittimamente alla Chiesa.
  6. ^ v. Valeria Beolchini, Tusculum una roccaforte dinastica a controllo della valle latina, L'Erma di Bretschneider, Roma 2006, p.91.
  7. ^ Chris Wickham, Roma medievale. Crisi e stabilità di una città, 900-1150; Valeria Beolchini e Paolo Delogu, La nobiltà romana altomedievale in città e fuori. Il caso di Tusculum. Ecole Francaise de Rome, 2006
  8. ^ L'appartenenza alla famiglia di questo cardinale accolta dallo storico Pietro Fedele è ritenuta dubbia da altri storici: v. voce Colonna di Pietro Fedele in Enciclopedia Italiana (1931); voce Giovanni di San Paolo a cura di Laura Gaffuri in Dizionario Biografico degli italiani; voce Giovanni Colonna a cura di Werner Maleczek, in Dizionario cit.
  9. ^ Va detto che questa versione dei fatti è quella canonica. In realtà in Roma era impossibile essere, data la vicinanza del papa e soprattutto dati gli stretti legami che intercorrevano tra le famiglie baronali e la Curia, Guelfi o Ghibellini nel senso stretto del termine. Potevano esservi legami o simpatie ma all'interno della stessa famiglia alcuni esponenti potevano scegliere di seguire il partito filo angioino e altri seguire gli aragonesi rimanendo, la famiglia nel suo insieme, sempre fortemente legata al papato.
  10. ^ Vittorio Siri, Il Mercurio overo Historia de' correnti tempi, 1655: Tom.4,parte 2, Scritture del Duca di Bracciano e Scritture dei Colonnesi, pp.733-749
  11. ^ Diaria Rerum Romanarum (Diario della città di Roma di Stefano Infessura), p.139
  12. ^ Con questo nome la piazza era già nota nel 1527: v. Roma nell'anno 1838 descritta da Antonio Nibby: Parte 1. Antica, Volume 1, p.440; secondo Flaminio Vacca lì vi avrebbe abitato Sciarra Colonna, v. Bullettino dell'Instituto di corrispondenza archeologica, 1830, p.82.
  13. ^ v. Stendhal's Rome: Then and Now, di Alba della Fazia Amoia,Enrico Bruschini, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1997, p.62.
  14. ^ v. voce in Dizionario biografico degli Italiani, Ed. Treccani.
  15. ^ A. Fineschi, Lo scandalo Sciarra, libero mercato o pubblico interesse?, in Gazzetta Antiquaria, 25/26, 1995
  16. ^ v. voce in Dizionario Biografico degli Italiani; La Civiltà cattolica, Vol. 6, Cronaca contemporanea, a.1893, pp. 203-204
  17. ^ V. "I Ragguagli..." in bibliografia.
  18. ^ V. atto di matrimonio presso il registro dello stato civile di Palermo, anno 1941, tra don Vincenzo Romano Valenti fu GiovanBattista e donna Aurora Maria Gagliano Incardona fu Gaetano.
  19. ^ Farneti, p. 60
  20. ^ Farneti, pag. 61
  21. ^ Questa stirpe andò delineandosi nei Balcani, imparentandosi con alcune dinastie, quali i Comneni, della casa imperiale bizantina, i Thopia, i Castriota, gli Angeli e i Musacchio, e tra quelle italiane i Fregoso, i Malaspina, gli Sforza, per poi ritornare in Italia presso il Fermano, nello stato della Chiesa, dapprima a Sant'Elpidio a Mare, presso il Castello dei marchesi Guerrieri, per poi stabilirsi a Porto Fermo
  22. ^ v. Giovanni Giovano Pontano, De bello Neapolitano, Napoli 1509, Lib. I, p.CII; Pandolfo Collenuccio, Compendio dell'historia del regno di Napoli: Con la giunta delle cose notabili..., Napoli 1563, p.218

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Borgese, Delle Famiglie siciliane nobili e illustri vissute in Polizzi tra il XII e il XIX secolo, Palermo, 1998.
  • Coppi Antonio, Memorie colonnesi, Roma 1855.
  • Vittorio Farneti, Terranova Pausania e i segni che sfuggono, Delfino, Sassari 2005.
  • Anthony Majanlahti, Guida completa alle grandi famiglie di Roma, Milano, 2005.
  • Filadelfo Mugnos, Historia della augustissima famiglia Colonna, Venezia, 1658.
  • Filadelfo Mugnos, I Ragguagli Historici del Vespro Siciliano, Palermo, 1645.
  • Mario Tosi, La società romana dalla feudalità al patriziato, Ed. di Storia e Letteratura, 1968.

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