Massimo (famiglia)

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I Massimo sono una famiglia principesca di Roma.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Stemma dei Massimo sulla tomba del card. Innocenzo a Catania

Le origini della famiglia restano oscure. Il più antico personaggio di cui si ha notizia sarebbe vissuto nel X secolo: una lapide del 1012 nella Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio sull'Aventino ricorda un Leone Massimo. Tuttavia il primo a essersi fregiato del nome di famiglia «de Maximis», come segno di appartenenza all'aristocrazia romana, sembra sia stato Massimo di Lello di Cecco nella prima metà del XV secolo, definito nei documenti dell'epoca «Maximus Lelli Cecchi»; suo padre Lello (morto nel 1420) gestiva una spezieria nel rione Sant'Eustachio e fu Conservatore di Roma nel 1418, mentre il nonno Cecco, che sottoscrisse nel 1349 gli statuti dell'arte della lana, fu probabilmente il principale artefice della fortuna economica della famiglia[1]. Tra il XIV e il XV secolo i Massimo possedevano un ingente patrimonio derivante da attività commerciali e professionali e ciò permise alla famiglia di stringere alleanze matrimoniali con alcune famiglie aristocratiche romane (i Santacroce, i Mazzatosta, i Planca, gli Spannocchi, i Mattei, i Cesarini, i Mancini, i Colonna, ecc.)[2][3]. Se il titolo di nobile della famiglia risale al XIV secolo, quello di marchesi al 1544, quello di principi al 1826 e quello di duchi al 1828.

Una tradizione leggendaria fa risalire l'origine della famiglia Massimo alla Gens Fabia dell'antica Roma la quale con Quinto Fabio Rulliano avrebbe aggiunto nel IV secolo a.C. per senatoconsulto della repubblica romana il cognomen «Maximi». La leggenda sarebbe stata diffusa da Onofrio Panvinio (1529-1568) nel suo "De gente Maxima" del 1556 (Cod. Vat. 6168 pag. 166) pubblicato da Angelo Mai nel 1843 nel tomo IX dello "Spicilegium romanum"[4]. Secondo il Panvinio a questa famiglia sarebbero appartenuti due papi santi, Anastasio I e Pasquale I. La leggenda ebbe una certa fortuna per cui la famiglia Massimo è considerata da alcuni, fra cui Vittorio Spreti, la più antica d'Europa[5][6]. A Napoleone Bonaparte che chiedeva notizie sulla veridicità di tale discendenza, Francesco Camillo VII Massimo, plenipotenziario di papa Pio VI, rispondeva: «Je ne saurais en effet le prouver, c’est un bruit qui ne court que depuis douze cents ans dans notre famille»[4] (in realtà non potrei provarlo, è una diceria che si racconta nella nostra famiglia solo da una dozzina di secoli).

Nel XVI secolo la famiglia si divise in due rami: il primo, quello dei signori (poi principi di Arsoli) detti "delle Colonne", residente nel Palazzo Massimo alle Colonne, ancora esistente; il secondo, quello dei duchi di Rignano detti "di Aracoeli" ora estinto nella linea maschile[7]. Nel Palazzo Massimo alle Colonne una lapide ricorda come sia stata la sede della prima stamperia di Roma ad opera di Conrad di Schweinheim e di Arnold Pannartz coadiuvati dai fratelli Pietro e Francesco Massimo figli di Massimo di Lello di Cecco; in realtà il palazzo adibito a stamperia doveva essere situato in una casa che i due fratelli possedevano nelle immediate adiacenze di Campo de' Fiori, lungo la via Mercatoria[8]. Dal XVI secolo in poi tutti i primogeniti maschi della famiglia Massimo sottoscrissero gli atti pubblici non col proprio nome di battesimo, ma con quello di «Camillo», in ricordo di Camillo Massimo (1577-1640), primo istitutore del fedecommesso di primogenitura[9].

Arma[modifica | modifica sorgente]

Arma: Partito; nel primo fasciato d'azzurro e d'argento alla banda d'oro attraversante; nel secondo d'argento al palo fascia d'azzurro, uscente dalla partizione, carico sul palo di sette scudetti del campo, sulla fascia di due scudetti eguali posti nel verso della pezza, la fascia accompagnata da due leoni di rosso, coronati d'argento. Cimiero: Un leone d'oro. Sostegni: Due leoni d'oro affrontati. Motto: Cunctando Restituit

Personalità della famiglia Massimo[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Anna Modigliani, MASSIMO, Massimo (Massimo di Lello di Cecco). In: Dizionario Biografico degli Italiani, Roma: Istituto dell'Enciclopedia italiana, Vol. LXXII, 2009
  2. ^ Ivana Ait, Tra scienza e mercato. Gli speziali a Roma nel tardo Medioevo, Roma: Istituto Nazionale di Studi Romani, 1996, p. 20 e pp. 55-66, ISBN 8873111009
  3. ^ Anna Modigliani, Mercati, botteghe e spazi di commercio a Roma tra Medioevo ed età moderna, Roma: Roma nel Rinascimento, 1998, ISBN 8885913180)
  4. ^ a b Ceccarius, I Massimo, Roma: Istituto di studi romani, 1954
  5. ^ Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana: famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R. Governo d'Italia, compresi: città, comunità, mense vescovili, abazie, parrocchie ed enti nobili e titolati riconosciuti, promossa e diretta dal marchese Vittorio Spreti, Milano: Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 1931; Rist. anast. Bologna: Forni, stampa 1969, Vol. IV, p. 478 (Google libri; URL consultato il 15 settembre 2010).
  6. ^ Il tempo.
  7. ^ Mario Tosi, La società romana : dalla feudalità al patriziato: 1816-1853, Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1968, pp. 68-70 (Google libri)
  8. ^ A. Modigliani, «MASSIMO, Pietro». In: Dizionario Biografico degli Italiani, Roma: Istituto dell'Enciclopedia italiana, Vol. LXXII, 2009
  9. ^ Maura Piccialuti Caprioli, L'immortalità dei beni: fedecommessi e primogeniture a Roma nei secoli XVII e XVIII, Roma: Viella, 1999, ISBN 88-85669-99-9

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti di Giovanni B. Crollalanza, Editore Dir. del Giornale Araldico, 1886
  • Enciclopedia storico-nobiliare italiana di Vittorio Spreti, editore Arnaldo Forni, 1928 - 36

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