Massimo (famiglia)

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Massimo
Stemma principi Massimo.jpg
'Cunctando Restituit'
Partito; nel primo fasciato d'azzurro e d'argento alla banda d'oro attraversante (Astalli); nel secondo d'argento al palo fascia d'azzurro, uscente dalla partizione, carico sul palo di sette scudetti del campo, sulla fascia di due scudetti eguali posti nel verso della pezza (Citarei), la fascia accompagnata da due leoni di rosso, coronati d'argento (Massimo)[1]. Cimiero: un leone d'oro. Sostegni: due leoni d'oro affrontati.[2]
Stato bandiera Stato Pontificio
Titoli
Attuale capo Don Fabrizio Principe Massimo,Principe d'Arsoli ecc.
Data di fondazione Metà secolo XV
Data di estinzione
  • 1907,
    il ramo d'Aracoeli
  • il ramo dei Massimo delle Colonne è sempre fiorente
Etnia Romana

I Massimo sono una storica famiglia principesca di Roma, ancora fiorente.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Massimo alle Colonne:
salone d'ingresso con stemma

Le origini della famiglia si fanno risalire ai Fabi ed al loro mitico progenitore Ercole. Il più antico personaggio di cui attualmente si ha notizia sarebbe vissuto nel X secolo: una lapide del 1012 nella basilica dei Santi Bonifacio e Alessio sull'Aventino ricorda un Leone Massimo eatti notarili indicano i assimo già presenti nel XII sec. nell'area di Parione dove sorge il Palazzo Massimo alle colonne . Tra il XIV e il XV secolo i Massimo possedevano un ingente patrimonio derivante da attività commerciali e professionali e ciò permise alla famiglia di stringere alleanze matrimoniali con alcune casate aristocratiche romane (i Santacroce, i Mazzatosta, i Planca, gli Spannocchi, i Mattei, i Cesarini, i Mancini, i Colonna, ecc.)[3][4]. Se il titolo di nobile della famiglia risale al XIV secolo, quello di marchesi al 1544, quello di principi al 1826 e quello di duchi al 1828.

Arsoli: il castello dei principi Massimo negli anni venti
L'arme dei Massimo visibile nel soffitto del portico del Palazzo Massimo alle colonne

Una tradizione fa risalire l'origine della famiglia Massimo alla Gens Fabia dell'antica Roma la quale con Quinto Fabio Rulliano avrebbe aggiunto nel IV secolo a.C. per senatoconsulto della repubblica romana il cognomen «Maximi». La genealogia è scritta dal celebre erudito e storico Onofrio Panvinio (1529-1568) nel suo "De gente Maxima" del 1556 (Cod. Vat. 6168 pag. 166) pubblicato da Angelo Mai nel 1843 nel tomo IX dello "Spicilegium romanum"[5]. Secondo il Panvinio a questa famiglia sarebbero appartenuti due papi santi, Anastasio I e Pasquale I. La famiglia Massimo è considerata da alcuni, fra cui Vittorio Spreti, la più antica d'Europa[6][7]. A Napoleone Bonaparte che chiedeva notizie sulla veridicità di tale discendenza, Francesco Camillo VII Massimo, plenipotenziario di papa Pio VI, rispondeva: «Je ne saurais en effet le prouver, c'est un bruit qui ne court que depuis deux mille ans dans notre famille»[5] (in realtà non potrei provarlo, è una diceria che si racconta nella nostra famiglia solo da duemila anni). Il desiderio di possedere ascendenze mitiche era abbastanza comune nelle casate dato che costituivano un'ulteriore prova della loro nobiltà: nella maggior parte dei casi le ricerche araldiche venivano affidate a noti eruditi.

Nel XVI secolo la famiglia si divise in due rami: il primo, quello dei signori (poi principi di Arsoli) detti "delle Colonne", residente nel palazzo Massimo alle Colonne, ancora esistente; il secondo, quello dei duchi di Rignano detti "di Aracoeli" ora estinto nella linea maschile con Emilio, nel 1907.[8]. Nel palazzo Massimo alle Colonne una lapide ricorda come sia stata la sede della prima stamperia di Roma ad opera di Conrad di Schweinheim e di Arnold Pannartz coadiuvati dai fratelli Pietro e Francesco Massimo figli di Massimo di Lello di Cecco; nel colophon degli incunaboli stampati a Roma si leggeva "in domo Petri de Maximis apud Campum Florae" che individuava il blocco di palazzi appartenenti ai Massimo sulla Via Papale, in quel tratto chiamata anche Via dei Massimo [9]. Dal XVI secolo in poi tutti i primogeniti maschi della famiglia Massimo sottoscrissero gli atti pubblici non col proprio nome di battesimo, ma con quello di «Camillo», in ricordo di Camillo Massimo (1577-1640), primo istitutore del fedecommesso di primogenitura[10].

I Massimo strinsero rapporti di parentela con esponenti di alcune famiglie reali europee: Cristina di Sassonia (sposò nel 1796 Camillo Massimiliano); Beatrice di Borbone-Spagna (figlia del pretendente carlista infante Carlo, fu la moglie nel 1827 di Fabrizio); Maria Adelaide di Savoia-Genova (figlia del duca Tommaso di Savoia-Genova, fratello della regina Margherita, nel 1935 si unì in matrimonio con Leone).[11]

La stirpe è rappresentata dal capofamiglia don Fabrizio Massimo-Brancaccio (1963-), principe di Arsoli e di Triggiano; da Stefano (1955-), principe di Roccasecca dei Volsci, erede di Vittorio Emanuele e dell'attrice inglese Dawn Addams (1930-1985), coniugato con Atalanta Foxwell, dalla quale ha avuto Valerio (1973-), Cesare e Tancredi.[12]

Le residenze dei Massimo sono state: la Villa Massimo alle Terme di Docleziano dove è il palazzo Massimo alle Terme (ora Museo Nazionale), il palazzo Massimo alle Colonne, il Palazzo di Pirro, il palazzo di Aracoeli, la villa Massimo, sulla Nomentana, e il castello di Arsoli (secolo X, acquistato nel 1574 da Fabrizio su suggerimento di san Filippo Neri). Il luogo di sepoltura si trova nella cappella gentilizia di Santa Maria Annunziata in San Lorenzo in Damaso, a Roma.[13]

Personalità della famiglia Massimo[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giannino Tiziani,Famiglie e stemmi cornetani dalla schedatura di beni artistici di Tarquinia, 2003, p.13.
  2. ^ Amayden, p. 202
  3. ^ Ivana Ait, Tra scienza e mercato. Gli speziali a Roma nel tardo Medioevo, Roma: Istituto Nazionale di Studi Romani, 1996, p. 20 e pp. 55-66, ISBN 8873111009
  4. ^ Anna Modigliani, Mercati, botteghe e spazi di commercio a Roma tra Medioevo ed età moderna, Roma: Roma nel Rinascimento, 1998, ISBN 8885913180)
  5. ^ a b Ceccarius, I Massimo, Roma: Istituto di studi romani, 1954
  6. ^ Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana: famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R. Governo d'Italia, compresi: città, comunità, mense vescovili, abazie, parrocchie ed enti nobili e titolati riconosciuti, promossa e diretta dal marchese Vittorio Spreti, Milano: Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 1931; Rist. anast. Bologna: Forni, stampa 1969, Vol. IV, p. 478 (Google libri; URL consultato il 15 settembre 2010).
  7. ^ Il tempo, iltempo.it.
  8. ^ Mario Tosi, La società romana : dalla feudalità al patriziato: 1816-1853, Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1968, pp. 68-70 (Google libri)
  9. ^ A. Modigliani, «MASSIMO, Pietro». In: Dizionario Biografico degli Italiani, Roma: Istituto dell'Enciclopedia italiana, Vol. LXXII, 2009
  10. ^ Maura Piccialuti Caprioli, L'immortalità dei beni: fedecommessi e primogeniture a Roma nei secoli XVII e XVIII, Roma: Viella, 1999, ISBN 88-85669-99-9
  11. ^ Ceccarius, p. 20
  12. ^ Cafà, p. 160
  13. ^ Amayden, p. 203

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Teodoro Amayden, La storia delle famiglie romane, Forni, Bologna 1914.
  • Valeria Cafà, Palazzo Massimo alle Colonne di Baldassarre Peruzzi: storia di una famiglia romana e del suo palazzo in rione Parine, Marsilio, Venezia 2007.
  • Ceccarius, I Massimo, Istituto di Studi Romani, Roma 1954.
  • Giovanni Battista Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, editore Dir. del Giornale Araldico, 1886.
  • Claudio Rendina, Le grandi famiglie di Roma, Newton Compton, Roma 1982.
  • Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Arnaldo Forni, Bologna 1928.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]