Sacco di Mordano

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Sacco di Mordano
parte della Prima guerra italiana
Data20-21 ottobre 1494
LuogoMordano (BO)
EsitoVittoria franco-milanese
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
14.000-16.000
numerosi cannoni e bombarde
200
Perdite
lievipesanti
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Il sacco di Mordano fu un episodio della prima guerra italiana che si svolse tra il 20 e il 21 ottobre del 1494 a danno del piccolo borgo di Mordano, presso Imola. La guarnigione del castello, dopo aver opposto una valorosa resistenza, fu costretta ad arrendersi all'esercito franco-milanese che saccheggiò e incendiò il borgo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno 1494 l'esercito francese guidato da re Carlo VIII, sollecitato da vari stati italiani, era ormai pronto ad una spedizione nella Penisola per terra e per mare con l'obiettivo di conquistare il Regno di Napoli. Consapevole della situazione, Ludovico il Moro aveva invitato la nipote Caterina Sforza, reggente della signoria di Imola e Forlì per conto del figlio quindicenne Ottaviano Riario, ad affiancarsi ad esso e al Ducato di Milano, che comandava de facto, contro il Regno di Napoli. L'anno prima infatti i rapporti tra questi due stati si erano deteriorati dopo che Isabella d'Aragona, nipote di re Ferdinando Ie Duchessa di Milano, aveva scritto al padre Alfonso d'Aragona lamentandosi della subalternità del duca legittimo Gian Galeazzo Maria Sforza verso il Moro, che di fatto governava lo stato avendo confinato lo Sforza nel lusso del castello di Pavia.

Pochi mesi dopo re Ferdinando I morì. Al suo posto salì al trono Alfonso d'Aragona, che dichiarò guerra al Ducato di Milano, appoggiato dallo Stato Pontificio e dalla Repubblica di Firenze in funzione anti-francese. Papa Alessandro VI inviò il cardinale Raffaele Riario a Forlimpopoli per cercare di persuadere Caterina ad allearsi con i napoletani. Ma essa, malgrado il legame di sangue con il Moro e i buoni rapporti con re Alfonso, decise di rimanere neutrale al fine di non coinvolgere la sua piccola signoria in una guerra che le sarebbe potuta costare lo stato. Venuta a conoscenza dei movimenti delle truppe francesi e dei loro alleati, Caterina si preparò alla guerra facendo ritirare la sua gente all'interno delle mura cittadine, nei castelli e nei borghi fortificati di cui era punteggiata la Romagna e rafforzando le guarnigioni delle rocche di Imola, Tossignano, Bubano e Mordano. Sin da maggio quattro o cinque squadre di cavalieri e balestrieri a cavallo dell'esercito sforzesco erano penetrate in Romagna in piccoli contingenti, accampandosi tra Cesena e Bertinoro, senza tuttavia provocare alcun danno al territorio. Verso la fine di agosto il grosso dell'esercito sforzesco, guidato dai fratelli Galeazzo, capitano generale, e Gaspare Sanseverino (detto il Fracassa), era giunto nei pressi di Bologna e si era poi portato a Cotignola, villaggio d'origine degli Sforza. Nei giorni seguenti i legati di Milano e di Napoli cercarono nuovamente di persuadere Caterina, che infine decise di allearsi con la lega anti-francese dietro il pagamento di 16.000 ducati d'oro.[1]

Assalto[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 settembre l'esercito napoletano, al comando di re Alfonso, entrò nel territorio della signoria di Imola e Forlì attestandosi attorno a Villafranca (oggi frazione di Forlì). Il 23 settembre Alfonso incontrò personalmente Caterina poco fuori la rocca di Bagnara e i due si accordarono sulle operazioni. Il 17 ottobre l'esercito napoletano si spostò nella vicina Mordano ed effettuò una serie di attacchi provocatori presso il campo dei francesi per istigarli alla battaglia campale. Ripiegò poi a nord verso Sant'Agata per tallonarli. Seguirono alcune scaramucce in cui i napoletani ebbero la meglio ma non seppero approfittare dell'occasione per attaccare il campo francese. In seguito i francesi riuscirono a far ripiegare i napoletani presso Mordano solo per essere respinti dal coraggio dei difensori del villaggio.

Il 20 ottobre l'esercito franco-milanese guidato dall'Aubigny e dal Fracassa marciò su Mordano circondando il villaggio, spinto dai francesi che volevano vendicare l'umiliazione del giorno precedente. Il Fracassa, conoscendo la brutalità dei francesi, intavolò trattative con la guarnigione del castello sotto il comando di Marino Mercatelli per convincerla ad abbandonarlo pacificamente. Il Mercatelli, d'accordo con monsignor Gianfrancesco Borelli, governatore di Mordano, e con il conte Calderini, non volle cedere la rocca dicendosi pronto a morire.

Fallita la trattativa, le bombarde francesi iniziarono a martellare la rocca di Mordano provocando gravi danni a torri e mura. Il Burrièl racconta che l'assalto francese scattò verso le tre del pomeriggio allorché un certo Johannes, artigliere tedesco, uccise un nobile nemico con un colpo di spingarda.[2] L'esercito francese tentò la scalata ma i difensori, pur in numero esiguo, riuscirono a rovesciare le scale e a ferire numerosi soldati a colpi di spingarda e archibugio. Infine, le catene che sostenevano il ponte levatoio furono spezzate dall'artiglieria francese in modo tale che la fanteria riuscì a giungere presso il portone e ad abbatterlo a colpi di scure; un gruppo di francesi inoltre raggiunse ed aprì una piccola porta secondaria penetrando nel castello. La guarnigione, attaccata su tre fronti e ormai sfinita, fu costretta ad arrendersi quando mancava ormai un'ora a mezzanotte.[3]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del giorno seguente i francesi si apprestavano a saccheggiare la rocca ma, essendosi ammassati sul ponte levatoio, lo fecero crollare: molti finirono annegati o schiacciati nel fossato sottostante. Una volta preso il castello, invasero il borgo di Mordano, saccheggiandolo, incendiandolo e compiendo ogni sorta di violenza. Risparmiarono il Palazzo del Comune e furono costretti dai milanesi a risparmiare perlomeno gli arredi sacri delle chiese dove si erano rifugiate le poche donne rimaste. Il Fracassa, per evitare un massacro, inviò i soldati milanesi nel castello e nel paese ordinando loro di frapporsi tra i francesi, facendo in modo che i mordanesi si consegnassero ai primi. I francesi, adirati per questa decisione, furono sul punto di attaccare i loro stessi alleati e furono calmati solo quando fu loro concessa l'esecuzione per squartamento dell'artigliere Johannes. Il Mercatelli e il Borelli furono presi prigionieri; in seguito vennero riscattati da Caterina. Il Calderini, travestitosi e fintosi francese insieme ad alcuni soldati, riuscì a fuggire dal castello attraverso il portello da cui erano entrati i nemici e corse ad Imola ad avvisare la Sforza. Saccheggiata Mordano, l'esercito francese devastò le terre attorno a Bubano e Bagnara per poi marciare verso Forlì.

Quella stessa mattina Caterina, appresi i movimenti francesi, aveva pregato Alfonso d'Aragona di accorrere in suo aiuto ma questi, dopo essersi consultato con i suoi generali, aveva deciso di non muoversi dalla propria posizione nei pressi di Faenza, reputando che l'esercito francese fosse ormai troppo numeroso. La Sforza, infuriata per il tradimento e la perdita di Mordano, decise di avviare contatti con Galeazzo Sanseverino per concludere una nuova alleanza. Ad Alfonso fu però permesso di attraversare il territorio della signoria di Forlì con il suo esercito. Egli, non fidandosi della Sforza, decise di tenersi lontano dalla città aggirandola a sud attraverso Maiano e Selbagnone, devastandone le campagne sotto una pioggia torrenziale, per poi portarsi a Cesena, dominio diretto dello Stato Pontificio.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pasolini, Caterina Sforza, vol. I, pp. 335-341
  2. ^ Burriel, Vita di Caterina Sforza Riario vol. 2, p. 507
  3. ^ Pasolini, Caterina Sforza, vol. I, pp. 341-343
  4. ^ Pasolini, Caterina Sforza, vol. I, pp. 343-345

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Burrièl, Vita di Caterina Sforza Riario, contessa d'Imola e signora di Forlì, Bologna, 1795.
  • Pier Desiderio Pasolini, Caterina Sforza, Firenze, 1913.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]