Bianca Giovanna Sforza

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Bianca Giovanna Sforza
Leonardo, bella principessa.jpg
Leonardo, Ritratto di una Sforza, 1495 circa
Principessa di Milano
Stemma
Nascita Lodi, 1482
Morte Milano, 22 novembre 1496
Dinastia Sforza
Padre Ludovico il Moro
Madre Bernardina de Corradis
Consorte Galeazzo Sanseverino
Figli nessuno

Bianca Giovanna Sforza (Lodi, 1482? – Milano, 23 novembre 1496) è stata una nobildonna italiana, detta Bianca figlia primogenita legittimata di Ludovico il Moro e Bernardina de Corradis,[1] moglie di Galeazzo Sanseverino, Signora di Voghera.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Come si evince dal diploma in data 8 novembre 1489 a firma autografa di suo cugino, il duca Gian Galeazzo Maria, il quale concedeva la facoltà di legittimare “Dominam Johannam Blancam” al duca palatino Nicolò Gentili, il vero nome della primogenita di Ludovico il Moro era Giovanna, ma veniva da tutti chiamata col secondo nome di Bianca. Stante la consuetudine, è giustificato appellarla col secondo nome Bianca.

Il 14 dicembre 1489, il Moro – prima delle nozze con Beatrice d’Este - legittimava la figlia Bianca nel castello di Vigevano, col ministero del notaio Antonio Zunico. Contestualmente all’atto di legittimazione, lo Sforza prometteva in sposa la figlia a Galeazzo Sanseverino, assegnandole in dote la prestigiosa corte di Voghera. Nel rogito del notaio Antonio Zunico è detto espressamente che il Moro, duca di Bari prometteva “all’illustre potente marchese e militare signor Galeazzo Sforza Visconti di San Severino etc. la predetta sua amatissima figlia per via di sponsali, con l’intento di dargliela in sposa non appena raggiungeva l’età legittima”. Circa un mese dopo, il dieci di gennaio 1490, nel castello di porta Giovia in Milano, “magnifico ac solemni apparatu” Galeazzo celebra gli sponsali con la piccola Bianca.

Infine il 20 giugno 1496 il Moro aveva acconsentito che avvenisse per Bianca la “trasductio ad maritum”, atto definitivo delle pratiche matrimoniali.

Nelle decisioni del Moro aveva pesato la volontà di compiacere il favorito Galeazzo e al contempo di realizzare l’ambizione di espandere i propri domini feudali. Infatti è evidente che in quel matrimonio lo Sforza riponeva il progetto di unificare territorialmente il proprio dominio sull’intero territorio sottratto ai Dal Verme dopo l’avvelenamento del conte Pietro perpetrato nel 1482: entrambi gli sposi - Bianca con Voghera e Galeazzo, signore di Castelnuovo Scrivia, al quale venivano donate (con atto del vescovo de Trottis databile prima del 1494, come riportano gli storici Benedetto Rossetti e Ferdinando Ughello) le terre vermesche della Val Trebbia espropriate dal Moro - avrebbero assicurato in futuro quali eredi il controllo sull’intera area, snodo commerciale verso il mare e presidio strategico-militare. Per quanto concerne Bobbio, è certo che il Sanseverino, come comandante dell’Armata Ducale, era in prima persona investito della difesa militare del castello che era la roccaforte vermesca

Una biografia ricostruita sulla base di dati d'archivio[modifica | modifica wikitesto]

La traduzione integrale del diploma di legittimazione dell’8 novembre 1489 a firma di Gian Galeazzo Sforza è stata effettuata nel libro di Carla Glori, (Enigma Leonardo. Decifrazioni e scoperte - La Gioconda. In memoria di Bianca, SV, 2011-12”, da cui vengono qui estrapolate numerose informazioni e citazioni). Il libro fa costanti riferimenti alla importante ricostruzione documentata dello storico Alessandro Giulini “Bianca Sanseverino Sforza”, pubblicata in Archivio Storico Lombardo, 1912. Il testo del diploma in questione è particolarmente importante, in quanto vi si possono ricavare informazioni sulla primogenita del Moro, della quale si hanno rare notizie. Le informazioni più significative che ne emergono sono le seguenti:

- la bambina (che aveva allora tra i sette e gli otto anni) è nominata col nome di Giovanna Bianca;

- la madre di Bianca viene nominata nell’atto semplicemente come signora Bernardina, segno che si voleva nasconderne l’identità, e che evidentemente era tenuta estranea all’ambiente della corte milanese (diversamente dalle successive amanti Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli, potenti cortigiane);

- si apprende inoltre per la prima volta - tramite la traduzione sopra citata – che Bianca fu concepita quando Bernardina era già sposata e che il nome di suo marito era sia all’epoca del concepimento che alla data dell’atto “Antonio Gentili”, un nobile tortonese di età molto avanzata (è significativo che delegato alla legittimazione fosse appunto Nicolò Gentili, un famigliare dello stesso Antonio);

- che il Moro al momento del concepimento di Bianca era unito da “fidanzamento” con Beatrice, mentre nell’atto della legittimazione di Bianca vi veniva qualificato come “sposato per la sopraggiunta età legittima della sua illustrissima consorte” (il matrimonio era imminente).

Degno di nota è il fatto che nel diploma di legittimazione non compaia il cognome della madre, nominata esclusivamente come Bernardina; solo nella lettera del Moro del 23 novembre 1496 - una epistola riservata nella quale il Duca la avverte della repentina morte della figlia - comparirà nominata per esteso come Bernardina de Conradis.

La morte di Bianca è avvolta nel mistero[modifica | modifica wikitesto]

L’originale della lettera a Bernardina - pubblicata in originale (ASMI, Potenze sovrane, cart.1475-01) e trascritta nelle citate pubblicazioni della Glori unitamente alla lettera che lo stesso giorno il Moro scrisse al medico curante Ambrogio da Rosate (ASMI, Potenze sovrane, cart. 1475-02) - offrono prova certa che la morte di Bianca Sforza avvenne per cause sconosciute e che non risulta affatto che la giovane fosse mai stata incinta, come erroneamente sostenuto da varie fonti. Nella lettera indirizzata a Bernardina il padre aggiunge dettagli che confermano la natura ignota del male (“tolta per male non veduto né extimato” ) precisando: “Heri alle 3 hore essendosi epsa fin a quella hora sentita bene, comenziò ad aggravarsi et sopravenuti alcuni casi procedete pezorando sempre sin alle 17 del dì presente, al quale tempo fece fine al vivere suo”. La certezza della prova che si trattò di morte per cause ignote è resa nella seconda lettera indirizzata lo stesso giorno al medico curante, l’archiatra e mago di corte Ambrogio da Rosate, dove il Moro parla di “dolore collicho” e “parosismo” e accusa i medici di non aver capito la natura della sua “infirmità”, arrivando addirittura ad accusarli di averne causato la morte. Va sottolineata la forte connotazione di dubbio e sospetto manifestata dal Duca “nuy dubitamo che li medici, iudicando questi dolori di stomacho li habiano dato vino et altre cose calde quali li hano nosuto ala testa”. In nessun punto delle notizie storico-biografiche rinvenute su Bianca viene accennato a una sua eventuale gravidanza.

Recependo ulteriori frammenti biografici, la Glori instaura un documentato parallelo tra natura ed evoluzione del male della primogenita del Moro (definito “passione de stomacho”) con l’analogo decorso patito dal giovane duca Gian Galeazzo Sforza, avvelenato per ordine di Ludovico il Moro (come da descrizione di Francesca M.Vaglienti in Dizionario biografico Treccani alla voce Gian Galeazzo Maria Sforza): il parallelo evidenzia in entrambi i casi i gravi sintomi gastrici e i diffusi malesseri alternati a passeggeri miglioramenti che si succedono tra estate e autunno. Curati dai migliori medici di corte con analoghi rimedi sulla base di diagnosi contraddittorie e fumose, morirono entrambi nel giro di pochi mesi senza che si trovasse una ragionevole causa del decesso.

La scomparsa di Bianca e il tramonto della dinastia sforzesca[modifica | modifica wikitesto]

Si sa molto poco della giovane nel periodo che va dal 1490 al 1496.

Vezzeggiata a corte, era la prediletta di Beatrice d’Este ( che per essere andata sposa al Moro il gennaio 1491 fu accanto a Bianca da quando avevano rispettivamente all’incirca dieci e sedici anni fino al novembre 1496). Bianca è citata unitamente a Galeazzo in un sonetto del Bellincioni: gli sposi vi vengono celebrati nella cornice della corte milanese al culmine dello splendore, e la sposa-bambina è definita una “fenice”, per esaltarne le doti spirituali.

Malaguzzi Valeri ne" La Corte di Ludovico il Moro" ne offre un ritratto di adolescente innocente e fragile, turbata dal generale clima cortigiano amorale e dalle vicende famigliari non edificanti a cui assisteva (la oscura morte del cugino Gian Galeazzo, le amanti del padre e i suoi conflitti con Isabella d’Aragona ecc.) Al proposito scrive che, “le emozioni troppo forti della vita di corte e del precoce matrimonio ne danneggiarono la debole compagine “. Infatti “La piccola Bianca, come tant’altre sue compagne (anch’esse spose-bambine), fu subito lanciata nel vortice pericoloso della vita di corte e dei piaceri mondani”.

Come altri cronisti e storici, Julia Cartwright nel suo “Beatrice d’Este Duchess of Milan", descrive la disperazione di Beatrice d’Este susseguente la morte di Bianca, notando il clima infernale in cui precipitò la corte dopo la morte della fanciulla, seguita circa un mese dopo da quella della giovane “matrigna sorella” Beatrice. Il legame tra le due giovani era molto stretto: le si ritrova associate nelle feste o in cerimonie, sempre appaiate in magnificenza ed eleganza.

La repentina scomparsa di entrambe incise sul potere già traballante del Moro, che a lungo manifestò segni di instabilità e manie (come scrive lo storico Gino Benzoni, per cui si rinvia alla voce in Dizionario biografico Treccani, Ludovico Sforza, detto il Moro).

Riguardo al mistero della morte di Bianca Sforza, pesa il sibillino passo di Ludovico Muratori nelle Antichità Estensi, laddove – operando la ricostruzione della morte di Beatrice d‘Este, la pone in relazione a quella di Bianca. La frase del Muratori, raccolta da numerosi storici, è commentata da Giulini nel suo citato scritto su Bianca Sforza Sanseverino: nell’osservare che Il Muratori raccoglie la voce che Beatrice sia stata avvelenata da Francesca Dal Verme, istigata dal Sanseverino, come Francesca avrebbe poi confessato in punto di morte…” sottolinea che ciò fa “…sorgere nel lettore il dubbio che un rapporto potesse esistere fra i due avvenimenti luttuosi, che funestarono in sì breve volgere di tempo la corte sforzesca. Invero, quando si pon mente al fatto che il Sanseverino si era dimostrato compiacente intermediario negli amori di Lucrezia Crivelli col duca, il quale forniva con la sua vita dissoluta argomento di continue dicerie alla cronaca mondana d’allora, ci si sentirebbe portati a credere non privo affatto di base il dubbio che può sorgere alla lettura del passo del Muratori.” Il commento dei due illustri storici rende plausibile l’ipotesi che l’innocente Bianca sia stata vittima di una oscura vicenda cortigiana.

Bianca e la confessione di Francesca Dal Verme: il giallo storico in un passo del Muratori[modifica | modifica wikitesto]

Nel brano in questione il Muratori riferiva che presso la Corte di Ferrara era risaputo che Beatrice era “stata avvelenata da Francesca al Verme ad istanza di Galeazzo Sanseverino, per quanto essa Francesca dopo alcuni anni propalò morendo. Il perché non si dice, potendosi solamente osservare che per attestato d’esso Corio era morta poco tempo prima Bianca bastarda d’esso Duca Ludovico, e moglie di Galeazzo suddetto”. Poi si affretta ad aggiungere che non intende sottoscrivere quelle “notizie segrete” acquisite nelle sue ricerche, probabilmente poiché non era in possesso di quella documentazione inoppugnabile di cui è tenuto a dar prova lo storico.

L’ambivalente passo del Muratori, già sottolineato da Alessandro Giulini, è stato vagliato nella ricostruzione storica operata da Carla Glori in relazione alla sua tesi che identifica la Gioconda in Bianca Sforza, ritratta nel castello che fu roccaforte vermesca con alle spalle lo sfondo di Bobbio; più precisamente l’identificazione del volto di Bianca riguarda il ritratto di fanciulla sottostante quello del Louvre, ricostruito con buona approssimazione da Pascal Cotte e pubblicato su scala planetaria nel dicembre 2015.

In base alle ricerche d‘archivio effettuate dallo storico vogherese Fabrizio Bernini (profondo conoscitore della storia della famiglia Dal Verme e autore di importanti libri in materia), Francesca Dal Verme risultava essere la figlia naturale di Pietro Dal Verme, avuta – come il fratello Francesco – da una donna di bassa estrazione sociale. Entrambi i figli, Francesco e Francesca, (di cui non compaiono citazioni nel Litta e in altri archivi nobiliari in quanto illegittimi ed espropriati), furono affidati alla vedova Clara Sforza con appannaggio ducale dopo l’avvelenamento di Pietro, ed è plausibile che covassero profondi rancori verso lo Sforza. In particolare la studiosa – sottolineando che la confessione fu fatta dalla stessa Francesca in prossimità della morte e non fu segreta, (poiché il Muratori usa il termine “propalò”), evidentemente con l’intento di fare in modo che la notizia si diffondesse e venisse raccolta - sottolinea la connessione biografica e simbolica di Francesca Dal Verme con la roccaforte bobbiese che fu di suo padre Pietro, proiettando il “giallo storico” anche sulla mitica Gioconda. Circa lo sfondo bobbiese, la donazione ai due sposi dei territori di Voghera e della vicina Val Tidone si legava a un preciso disegno strategico di possesso e difesa militare di un territorio logisticamente importante in cui il castello Malaspina-Dal Verme costituiva il nodo cruciale, in quanto roccaforte e crocevia verso Genova e il mare. Per altro verso l’investitura su quelle terre fatta a Bianca e al marito adombrava forse da parte del Moro una più segreta logica affettiva: Galeazzo, marchese di Castelnuovo Scrivia e signore della val Tidone e Bianca Signora di Voghera risultavano così insediati in prossimità di Tortona, ove la madre Bernardina era accasata con un Gentili, originario appunto di Tortona.

Alfine – pur nella confusa trama che delinea - la chiamata in causa fatta dal Muratori di Francesca Dal Verme quale rea confessa, attesta di un intrigo cortigiano oscuro e pressoché impenetrabile dietro la morte della figlia del Moro, e rende plausibile l’ambientazione del ritratto della “Gioconda-Bianca” nel castello bobbiese, che fu dell’espropriato Pietro Dal Verme.

Il volto di Bianca Sforza associato a Leonardo da Vinci[modifica | modifica wikitesto]

Nel dipinto su pergamena databile 1495 Bella principessa,[2] attribuito a Leonardo da Vinci,[3] alcuni studiosi farebbero risalire alla Sforza il soggetto di Leonardo[4] e dalla particolare acconciatura elaborata una giovane donna che apparteneva alla corte milanese dell'ultimo decennio del Quattrocento.[5]

Questa identificazione diverge da quella teorizzata dalla ricercatrice savonese, che la identifica nella Gioconda dipinta sullo sfondo di Bobbio (più precisamente, nella fanciulla del ritratto sottostante il ritratto del Louvre "ricostruita in laboratorio" da Pascal Cotte, della quale la Gioconda costituirebbe una successiva rielaborazione di Leonardo per “automimesi”).

Leonardo da Vinci conosceva la primogenita del Moro fin da bambina e frequentava la casa del marito Galeazzo, suo mecenate e amico. Non esistono ritratti noti di Bianca Sforza che consentano di operare raffronti. Pertanto a oggi il vero volto della primogenita del Moro, rimasta per cinquecento anni nell’ombra dell’anonimato, permane un enigma.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Martin Kemp, La bella principessa di Leonardo da Vinci. Ritratto di Bianca Sforza, Imola, 2012.
  • Giulini A., “Bianca Sanseverino Sforza”, Archivio Storico Lombardo serie IV, volume XVIII, anno XXXIX, Libreria Bocca, Milano, 1912
  • Glori C., Enigma Leonardo: decifrazioni e scoperte – La Gioconda. In memoria di Bianca, sezione grafica a cura di Ugo Cappello, Cappello Editore, Savona 2011-2012
  • Malaguzzi Valeri F., La Corte di Ludovico il Moro, Hoepli, Milano, 1915
  • Cartwright I., Beatrice d’Este Duchess of Milan, 1475-1497, J.M. Dent&Sons, LTD, New York, E.P. Dutton Co., 1910
  • Muratori L., Delle Antichità Estensi, in Modena, nella Stamperia Ducale, 1717
  • Bernini F. e Scrollini C., I Conti Dal Verme, Iuculano Editore, Pavia, 2006

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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