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Pietro Bembo

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l'omonimo vescovo di Veglia, vedi Pietro Bembo (1536-1589).
Pietro Bembo
cardinale di Santa Romana Chiesa
Pietro Bembo - Titian.jpg
Tiziano, Ritratto di Pietro Bembo (1539) Washington, National Gallery of Art
Coat of arms of Pietro Bembo.svg
 
Incarichi ricoperti
 
Nato20 maggio 1470 a Venezia
Ordinato presbitero1539
Creato cardinale20 dicembre 1538 da papa Paolo III
Deceduto18 gennaio 1547 (76 anni) a Roma
 

Pietro Bembo (Venezia, 20 maggio 1470Roma, 18 gennaio 1547) è stato un cardinale, scrittore, grammatico, poeta e umanista italiano.

Appartenente a una nobile famiglia veneziana, fin dalla gioventù Pietro Bembo ebbe modo di costruirsi una solida formazione e reputazione letteraria grazie ai contatti con l'ambiente paterno e, in seguito, all'amicizia con Ludovico Ariosto e alla consulenza per Aldo Manuzio. Il suo merito principale fu quello di contribuire potentemente alla «codificazione dell'italiano scritto», uniformato al modello boccacciano, nell'opera che più di tutte lo ha reso famoso, «la grammatica più importante dell'intera storia dell'italiano», ossia le Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua (1525)[1]. Parimenti decisivo fu il suo ruolo nella diffusione in tutta Europa del modello poetico petrarchista. Nominato cardinale nel 1539 da papa Paolo III, morì a Roma nel 1547.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Hans Memling, Bernardo Bembo, pittura ad olio, 1471-1474, Museo reale di belle arti di Anversa.

Origini e formazione[modifica | modifica wikitesto]

Pietro Bembo nacque a Venezia il 20 maggio 1470 dall'antica famiglia patrizia dei Bembo.[N 1] I genitori erano Bernardo, importante uomo politico e lui stesso umanista, ed Elena Morosini[2]. La famiglia era impegnata attivamente nei traffici commerciali e nella produzione della ricchezza di Venezia, che alla nascita di Pietro stava vivendo una vera «età dell'oro»: aveva infatti sedi a Costantinopoli, a Lione, a Bruges, a Damasco e a Palermo[3]. Inoltre, i Bembo si erano sempre distinti nel servizio allo Stato: Bernardo Bembo continuò ad occuparsi della cosa pubblica sino all'età di 80 anni[3]. In questo contesto, Pietro nel 1478[4] seguì il padre, senatore della Serenissima, a Firenze, dove conobbe Lorenzo il Magnifico e imparò ad apprezzare il toscano, che avrebbe preferito alla lingua della sua città natale per tutta la vita[5][6]. Nel decennio successivo, fu a Roma alla corte di Innocenzo VIII (1488) e poi a Bergamo, dove il padre fu nominato dalla Serenissima podestà[5]. Rientrato a Venezia col genitore, non intraprese la carriera politica, preferendo dedicarsi a quella puramente letteraria[N 2] e, dal momento che desiderava conoscere il greco antico, dal 1492 al 1494 studiò l'ellenico a Messina con il famoso ellenista Costantino Lascaris[7]. Vi si recò con l'amico e condiscepolo Angelo Gabriel, e arrivarono a Messina il 4 maggio 1492[8]. Restò per sempre memore del suo soggiorno siciliano, di cui gli rinnovavano il ricordo la corrispondenza con letterati messinesi, fra i quali il Maurolico, e la presenza del fedelissimo amico e segretario Cola Bruno[N 3], che lo seguì a Venezia e gli stette vicino per tutta la vita[9].

L'esordio letterario: il De Aetna[modifica | modifica wikitesto]

Raffaello Sanzio, Ritratto di Pietro Bembo, olio su tavola, 1504, Museo di belle arti, Budapest.

Ritornato a Venezia, collaborò attivamente con il tipografo Aldo Manuzio, inserendosi fin dall'inizio nel suo programma editoriale con la pubblicazione il 28 febbraio 1495 della prima aldina, la grammatica greca di Costantino Lascaris (intitolata Erotemata), che egli e il suo compagno Angelo Gabriel avevano portato da Messina[10]. Il suo esordio letterario avvenne con l'edizione, stampata dallo stesso Manuzio nel febbraio 1496, del dialogo latino De Aetna ad Angelum Chabrielem liber, dove raccontò del suo soggiorno siciliano e della sua ascensione sull'Etna, intercalando il dialogo tra lui ed il padre Bernardo di dotte citazioni tratte dalla letteratura greca e latina[11].

Il soggiorno a Ferrara e Gli Asolani[modifica | modifica wikitesto]

Pietro Bembo, successivamente, si laureò all'Università degli Studi di Padova, ove entrò in contatto con la filosofia aristotelica allora dominante in quell'ateneo[5]. Il padre Bernardo, nel frattempo, fu nominato vicedomino, ossia ambasciatore ufficiale della Serenissima[12], a Ferrara, la capitale del ducato omonimo che allora gli Este avevano trasformato in un importante centro letterario e musicale[13]. Nei due anni (1497-1499) in cui rimase assieme al genitore nella città romagnola, il giovane Bembo incontrò Ludovico Ariosto, col quale strinse profonda amicizia, continuò i suoi studi in latino con l'umanista Niccolò Leoniceno[13][14] e iniziò ad elaborare Gli Asolani, che portò a termine nel 1505 e furono stampati con i tipi del Manuzio[15]. Quest'opera giovanile, incentrata sull'amenità cortigianesca della disquisizione d'amore da parte di una compagnia di giovani, «si ispira all'elegante conversazione della brigata del Decameron»[16], che il Bembo dimostra già di eleggere quale modello di prosa.

Tra Venezia e Ferrara[modifica | modifica wikitesto]

Pinturicchio, Disputa di santa Caterina d'Alessandria con i filosofi, davanti all'imperatore Massimino, affresco, Appartamento Borgia, Palazzo Apostolico Vaticano, 1492-1494. Lucrezia Borgia fu il modello per santa Caterina d'Alessandria.

Nel 1499 Pietro fu costretto dal padre a rientrare a Venezia, a causa dei cambiamenti della politica internazionale sconvolta dall'inizio delle guerre d'Italia contro francesi e spagnoli[17]. Durante la permanenza in patria, Bembo curò nel 1501 l'edizione de Le cose volgari (ossia dei Rerum Vulgarium Fragmenta e dei Triumphi) di Petrarca e nel 1502 l'edizione de Le terze rime (ossia della Divina Commedia) di Dante[5]: per la prima volta due autori in lingua volgare divennero oggetto di studi filologici, fino ad allora riservati esclusivamente ai classici antichi[18]. Entrambe le edizioni, stampate da Aldo Manuzio, costituirono le basi di tutte le edizioni successive per almeno tre secoli. Nell'ottobre 1502 il giovane Bembo poté tornare nell'amata Ferrara, dove conobbe Lucrezia Borgia, all'epoca moglie del principe ereditario Alfonso d'Este, con la quale ebbe presumibilmente una relazione[19]. Il ritorno nella città estense però non fu di lunga durata: nell'aprile 1505 (un mese dopo la pubblicazione de Gli Asolani) Bembo seguì il padre a Roma in ambasceria per conto della Serenissima, ma, anziché rientrare nella città lagunare, si fermò alla corte di Urbino[5].

Raffaello Sanzio, Ritratto di Elisabetta Gonzaga, olio su tavola, 1504-1505, Uffizi, Firenze.


Il lungo intermezzo urbinate[modifica | modifica wikitesto]

Fra il 1506 e 1512, grazie ai buoni uffici della duchessa Elisabetta Gonzaga, Pietro visse a Urbino[20], dove iniziò a scrivere una delle sue opere maggiori, le Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua, con cui assurse ai più alti livelli della sua carriera di umanista[21]. La corte urbinate era una delle più raffinate d'Europa. Animata dalla duchessa, moglie di Guidobaldo da Montefeltro, nella città marchigiana erano ospitati i principali intellettuali dell'epoca, come descritto sapientemente da uno di essi, Baldassarre Castiglione, nel suo capolavoro, Il Cortegiano:

«A differenza di Ferrara, o di Mantova, la corte di Urbino [...] ospitava allora un buon numero di esuli d'eccezione. Sono i personaggi che per sempre conversano nel Cortegiano del Castiglione: il gruppo mediceo, Giuliano col fido Bernardo da Bibbiena, i due genovesi Ottaviano e Federico Fregoso, il veronese Ludovico di Canossa, i due mantovani Cesare Gonzaga e il Castiglione stesso»

(Dionisotti)
Anonimo, Ritratto di Giovanni Francesco II Pico della Mirandola, pittura, XVII secolo, Palazzo Ducale, Mantova.

Il soggiorno in Urbino non doveva però essere così lungo nelle intenzioni del Bembo: deciso ad avviarsi alla carriera ecclesiastica per sostenersi, fu impedito a recarsi a Roma dalla politica bellicosa di papa Giulio II Della Rovere (1503-1513) ai danni sia di Urbino (dove dal 1508 installò un suo nipote, Francesco Maria), sia di Venezia[5].

Presso la Roma di Leone X[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1513 morì Giulio II e gli succedette il ben più mite Leone X (1513-1521), che, conoscendolo di persona[22] e sapendo della sua fama di letterato, lo nominò datario degli abbreviatori[23][16]. Entrato al servigio di Leone X e divenuto amico del cardinale Giuliano de' Medici (futuro Papa Clemente VII)[24], in tale veste Pietro Bembo protesse molti letterati ed eruditi presenti nella capitale, fra cui Christophe de Longueil[25]. Risale a quegli anni una discussione con Giovan Francesco Pico sul problema dell'imitazione dei classici[26]: se per il Pico si poteva adottare uno sperimentalismo eclettico nell'elaborazione dei testi letterari, Bembo si fece sostenitore del ciceronianesimo più intransigente, ossia che vi sono due modelli unici da seguire nelle lettere latine, Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia[27]. Fu amico di Latino Giovenale Manetti e di Bernardo Cappello, che lo riconobbe esplicitamente come suo maestro ed è considerato il suo discepolo più importante[28]. Insomma, durante il papato mediceo Bembo «fu uno dei protagonisti della vita culturale romana»[16] e poté così accumulare vari benefici a Bologna o nell'abbazia benedettina di S. Pietro di Villanova presso Vicenza[5]. In sostanza Bembo, come ricordano Salvatore Guglielmino e Hermann Grosser, pur di continuare indisturbato la sua carriera letteraria, fu spinto «ad abbracciare la carriera ecclesiastica che, con quella cortigiana, era in quegli anni il più favorevole collocamento per un letterato»[29]. Il decennio romano, comunque, fu funestato da due eventi che segnarono profondamente la vita del Bembo: nel 1514 si rivelò fallimentare una sua ambasceria a Venezia per conto del pontefice nel tentativo di slegare la Serenissima dall'alleanza con la Francia[30]; nel 1519, invece, gli morì improvvisamente l'anziano padre[31].

Il soggiorno padovano[modifica | modifica wikitesto]

Lucas Cranach il Giovane, Ritratto di Pietro Bembo, olio su faggio, 1532-37.

Nel 1522, dopo la morte di Leone X e l'ascesa al soglio pontificio dell'olandese Adriano VI, Pietro Bembo, con la scusa della cattiva salute[32], decise di abbandonare Roma a favore della sua antica patria, stabilendosi a vita privata a Padova e portando con sé dalla città papale Faustina Morosina della Torre, la sua amante[33]. Negli anni seguenti ella, nonostante Bembo avesse professato i voti religiosi entrando nell'Ordine Gerosolomitano (6 dicembre 1522)[16], gli diede tre figli: Lucilio nel novembre del 1523, Torquato il 10 maggio 1525 ed Elena il 30 giugno 1528[5]. Il periodo padovano fu alquanto prolifico anche letterariamente: nel 1525 Bembo pubblicò a Venezia le Prose della volgar lingua, che dedicò a papa Clemente VII, mentre nel 1530 uscirono sempre a Venezia la prima edizione delle Rime, del De Virgilii Culice et Terentii fabulis e del De Guido Ubaldo Feretrio deque Elisabetha Gonzagia Urbini ducibus, nonché la riedizione de Gli Asolani, del De Aetna e del De imitatione[34]; il 26 settembre dello stesso anno Bembo, sessantenne, ricevette l'incarico di storiografo ufficiale della Repubblica di Venezia e di bibliotecario della Biblioteca Marciana[35] — incarico quest'ultimo che tenne fino al 1543[36] —, succedendo ad Andrea Navagero. Come ricorda Carlo Dionisotti, Bembo divenne un'auctoritas letteraria e morale, cui i giovani letterati della Repubblica (e non solo) guardavano con ammirazione:


«Per questa società non soltanto si valse di una corrispondenza sempre più fitta con gli amici lontani, ma anche, vivendo a Padova o a breve distanza nella sua villa, riuscì a raccogliere e stringere a sé i giovani di maggior ingegno che da ogni parte confluivano a quella università. Così, oltre ai Veneziani che più gli furono fedeli, conobbero il B[embo] e ne subirono l'influsso, via via, Bernardo Tasso, Giovanni Guidiccioni, Giovanni Della Casa, Benedetto Varchi. L'influsso dei B[embo] su questi giovani non sarebbe stato così forte se essi non avessero riconosciuto in lui, nella sua tarda maturità e vecchiezza, una giovanile energia.»

(Dionisotti)

Il Bembo non si limitò a manifestare la sua autorità intellettuale con i giovani padovani o con i letterati. Nella sua casa di campagna nel borgo di Altinate l'autore delle Prose si dedicò all'attività di raccoglitore ed estimatore di opere d'arte, entrando in contatto o raccogliendo capolavori di pittori del calibro di Raffaello, di Giovanni Bellini, di Michelangelo e Tiziano[37].

Ritratto di un cardinale, probabilmente Pietro Bembo, da alcuni attribuito a Tiziano, ma in realtà opera di Jacopo Bassano[38].

La via al cardinalato[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni che seguirono la nomina a bibliotecario della Marciana furono contrassegnati da vari lutti: nel 1532 gli morì il figlio Lucilio mentre nel 1535 venne a mancare l'amata Morosina[5]. Nel 1534 inoltre era morto papa Clemente VII al quale succedette Alessandro Farnese, che assunse il nome di papa Paolo III. In quegli anni il Bembo, ormai conosciuto a livello internazionale, si legò ai cardinali Gasparo Contarini, suo conterraneo, a Reginald Pole e soprattutto al nipote omonimo del pontefice[5]. Grazie a queste conoscenze e, secondo il Della Casa, grazie anche alla volontà da parte del pontefice di riempire il Sacro Collegio di uomini valenti[39], nel 1539 fu creato cardinale diacono, con titolo di San Ciriaco in thermis, e la nomina cardinalizia lo riportò a Roma, dove, sempre nel 1539, fu ordinato sacerdote[N 4]. Da quel momento rallentò i suoi studi in letteratura classica e volgare, dedicandosi alla teologia e alla storia della Chiesa[24].

Tra Gubbio, Bergamo e Roma[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 luglio 1541 fu nominato amministratore apostolico di Gubbio quale successore di Federico Fregoso, mentre si trovava a Venezia in compagnia della figlia Elena, che si sposò nel 1543 con Pietro Gradenigo[40]. Entrato a Gubbio l'11 novembre 1543, Bembo rimase nella città umbra fino al 18 febbraio 1544[24], data in cui divenne amministratore apostolico della diocesi di Bergamo. La diocesi lombarda, ben più ricca di quella eugubina, gli consentì di sanare i debiti che aveva contratto nel 1543 a causa della cospicua dote concessa alla figlia per il matrimonio[41]. Ma un po' per l'età avanzata e un po' per la gotta[42], non si recò mai a Bergamo, nominando Vittore Soranzo, suo pupillo, come vescovo coadiutore con diritto di successione[5].

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Morì a Roma, all'età di 76 anni, il 18 gennaio 1547[43]. Fu sepolto a Roma nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva; la sua lastra tombale è collocata sul pavimento, dietro l'altare maggiore, mentre l'epigrafe in latino, dettata dal figlio Torquato, recita:

La lastra tombale nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva
(LA)

«petro · bembo · patritio · veneto
ob · eius · singulares · virtutes
a · paulo · iii · p · m
in · sac · collegium · cooptato
torquatus · bembus · p

ob · xv · k · feb · mdxlvii
vixit · an · lxxvi · m · vii · d · xxviii
[44]»

(IT)

«A Pietro Bembo, patrizio veneto,
per le sue virtù singolari
da Paolo III pontefice massimo
cooptato nel Sacro Collegio,
Torquato Bembo pose.

Morì il 18 gennaio 1547;
visse 76 anni, 7 mesi e 28 giorni.»

Anche nella Basilica di Sant'Antonio a Padova si trova un monumento dedicato al cardinale, opera del grande architetto Andrea Palladio, con il suo busto scolpito da Danese Cattaneo. Il 27 febbraio 1547 Benedetto Varchi ne recitò l'Orazione funebre[45] all'Accademia fiorentina.

Pensiero e poetica[modifica | modifica wikitesto]

Domenico Ghirlandaio: Zaccaria nel tempio, particolare con Angelo Poliziano, affresco, Santa Maria Novella, Cappella Tornabuoni, Firenze, 1486-1490.

La Questione della lingua[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Questione della lingua.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Dagli anni settanta del XV secolo, in Italia, si era diffuso un rinnovato ardore nei confronti della lingua volgare, un ardore che va sotto il nome di umanesimo volgare o di classicismo volgare. Patrocinatori di questo modello linguistico che intendeva equiparare i classici latini e greci con quelli volgari furono soprattutto fiorentini e tra di essi si annoverano Lorenzo il Magnifico e Agnolo Poliziano[46][47]. L’entourage mediceo era intenzionato, difatti, a far valere la superiorità culturale e linguistica di Firenze e per questo motivo fu realizzata la Raccolta aragonese, dono che il Magnifico fece ad Alfonso di Calabria, in cui si mostra l'eccellenza della lirica toscana dalle origini sino al Magnifico stesso[48]. L'affermarsi del bilinguismo non fu però fattore significativo soltanto nella Firenze laurenziana: a Ferrara il conte Matteo Maria Boiardo, di formazione umanistica, si dedicò all'epica cavalleresca componendo Orlando innamorato; nel meridione, invece, Jacopo Sannazzaro compose l'Arcadia, gettando un ponte per lo sviluppo di un genere che avrà molta fortuna nei secoli XVII e XVIII. Si assiste, nella Penisola, alla nascita di una lingua "interregionale", una koinè che «consiste appunto in una lingua scritta che mira all'eliminazione di una parte almeno dei tratti locali e raggiunge questo risultato accogliendo largamente latinismo, e appoggiandosi anche, per quanto possibile, al toscano»[49].

La supremazia di Petrarca e Boccaccio[modifica | modifica wikitesto]

Come sottolinea Luigi Russo, il Cinquecento fu «il secolo dei grandi precettisti: precettista politico il Machiavelli, precettista delle lettere Pietro Bembo, precettista della vita di corte il Castiglione, e infine precettista della vita sociale monsignor Della Casa»[50]. Al Bembo dunque spettò il compito di riportare l'equilibrio nel mondo delle lettere dal pluristilismo e dal plurilinguismo in cui versavano nella sua epoca[51]. Dopo esser diventato il principe del ciceronianesimo nella sua disputa con Giovanni Francesco Pico Della Mirandola nel 1512, Bembo teorizzò la superiorità di Francesco Petrarca per la poesia e di Giovanni Boccaccio per la prosa nelle sue Prose in cui si ragiona della volgar lingua del 1525.

Miniatura del Petrarca realizzata da Matteo da Volterra per conto di Federigo da Montefeltro.
Tiziano, Ritratto del cardinale Pietro Bembo, olio su tela, 1545, Museo nazionale di Capodimonte.

Nella sua disputa con Giuliano de' Medici duca di Nemours, sostenitore dell'umanesimo volgare e della vitalità della lingua[52], Bembo rifiuta l'asse lingua-contemporaneità per dedicarsi alla letteratura del Trecento, «le cui sorti venivano giudicate inscindibili da quelle della lingua»[53]. La lingua viva, infatti, perde due qualità fondamentali, la gravità e la piacevolezza, elementi che invece sono intatti in Petrarca ed in Boccaccio:

«La lingua delle scritture, Giuliano, non dee a quella del popolo accostarsi, se non in quanto, accostandovisi, non perde gravità non perde grandezza; che altramente ella discostare se ne dee e dilungare, quanto le basta a mantenersi in vago e in gentile stato.»

(Prose della volgar lingua I, 18)

Petrarca, nelle sue liriche si dimostra principe sia nella sua gravità sia nella sua piacevolezza, dove per gravità «ripongo l'onestà, la dignità, la maestà, la magnificenza, la grandezza e le loro somiglianti; sotto la piacevolezza ristringo la grazia, la soavità, la vaghezza, la dolcezza, gli scherzi, i giuochi, e se altro è di questa maniera»[54]. Insomma, Petrarca rappresenta un modello più stabile rispetto a Dante, nel quale il pluristilismo ed il plurilinguismo (specialmente nell'Inferno) sono predominanti:

«L'autore [Pietro Bembo, n.d.a.]...esclude Dante, la cui lingua appare troppo piena di elementi "umili", dialettali e di origine composita.»

(Ferroni, pp. 5-6)

Anche per Boccaccio vi possono essere delle problematiche. Come esposto da Claudio Marazzini, «qualche problema poteva venire dalle parti del Decameron in cui emergeva più vivace il parlato»[55]. La soluzione per Bembo è semplice: evitare quelle parti e concentrarsi sulla narrazione dello scrittore, basata sul modello ciceroniano e liviano[55].

La nascita del petrarchismo cinquecentesco[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Petrarchismo.

Nelle Prose (1525), che ebbero subito una grandissima fortuna di pubblico, specialmente tra i letterati, Bembo teorizza il proprio ideale di petrarchismo e nelle Rime (1530), dal sapore petrarchesco-platonicheggiante, ne dà la realizzazione pratica. La contemporanea pubblicazione delle rime volgari del Bembo e di quelle del Sannazaro, uscite postume a Napoli col titolo Sonetti e canzoni, fa sì che il 1530 possa considerarsi simbolicamente «la data di nascita del petrarchismo lirico italiano»[5]. La lezione del Bembo fu talmente sentita, che spinse vari poeti, tra cui Bernardo Tasso nel Primo libro degli Amori (1531), a comporre prendendo spunto dal Canzoniere del Petrarca. Ludovico Ariosto, suo amico, pubblicò la terza edizione dell'Orlando furioso (1532), ampliata e corretta in base ai precetti linguistici bembiani[56]. Numerose letterate del Cinquecento, tra cui Vittoria Colonna, Laura Battiferri e Gaspara Stampa, produssero canzonieri sul modello petrarchesco mediato da quello bembiano[57]; ognuna di esse ebbe il proprio petrarchino, un'edizione portatile del Canzoniere, da cui attingere per le proprie liriche.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Scritti in latino[modifica | modifica wikitesto]

L'incipit del De Aetna, stampato col carattere bembo, nell'aldina del 1496.

De Aetna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: De Aetna.

Redatto in occasione del suo soggiorno in Sicilia e pubblicato coi tipi di Aldo Manuzio nel febbraio 1496, il De Aetna ad Angelum Chabrielem liber è un trattato in forma dialogica tra Pietro Bembo ed il padre Bernardo sulla sua avventura consistita nell'ascesa del vulcano siciliano. Nella storia della tipografia, è importante anche perché per la prima volta apparve il carattere poi chiamato "bembo" in onore dell'autore, carattere realizzato dal tipografo bolognese Francesco Griffo[58]. Come sottolinea Ross Kilpatrick, l'opera è importante perché in essa Bembo tenta, tramite la dimostrazione della sua vasta erudizione latina e greca, di inserirsi nell'élite intellettuale dell'epoca:

(EN)

«But it is also an impressive work of Renaissance letters. In it the young Bembo reveals an easy familiarity with a wide range of ancient authors, philosophical and poetic, a delicate mastery of the Ciceronian Style, and a sensitive (at time puckish) gasp of character portrayal through dialogue.»

(IT)

«Ma il De Aetna è anche un'impressionante opera della letteratura rinascimentale. In essa il giovane Bembo rivela una familiarità sciolta con un largo numero di autori antichi, di filosofia e di poetica, una raffinata padronanza dello stile ciceroniano ed una sensibile comprensione (a volte maliziosa) del ritratto di personaggi attraverso il dialogo.»

(Kilpatrick, p. 332)

Historia Veneta[modifica | modifica wikitesto]

L'Historia Veneta fu l'opera storiografica di maggior respiro del Bembo da quando fu nominato storiografo ufficiale dal governo della sua patria d'origine. Il trattato, che narra delle vicende della Serenissima dal 1487 al 1513[59] ed è diviso in 12 libri (il titolo originario era Rerum Veneticarum libri XII), fu stampato postumo a spese della Repubblica di Venezia nel 1551. L'anno seguente apparve la traduzione in italiano, anonima, ma eseguita anch'essa dal Bembo negli ultimi anni di vita[60].

Incipit del manoscritto delle Epistolae autografo di Pietro Bembo (Vat. Lat. 3364), con aggiunte e correzioni.

Epistolae Leonis X nomine scriptae[modifica | modifica wikitesto]

Le Petri Bembi Epistolarum Leonis decimi pontificis maximi nomine scriptarum libri XVI sono i brevi, redatti in nome di papa Leone X dal marzo 1513 all'aprile 1521, quando Bembo era datario degli abbreviatori e suo segretario. Come rimarca Ernesto Travi, «si tratta di lettere dove è veramente difficile, al di là della forma esteriore, individuare quanto esse siano frutto di precise scelte storiche, religiose, morali da parte dell'estensore anziché dell'influsso e della volontà del pontefice»[61]. La raccolta uscì in prima edizione a Venezia nel 1536[62], a cura di Cola Bruno[63].

Busto di Cicerone, Palazzo Nuovo, Musei Capitolini, Roma. Cicerone fu il modello unico e assoluto per la prosa latina come delineato nel De imitazione.

De imitatione[modifica | modifica wikitesto]

È una lettera aperta, indirizzata a Giovanni Francesco II Pico della Mirandola il 1º gennaio 1513, in risposta alla sua del 19 settembre 1512 sullo stesso argomento. In essa Pietro Bembo condanna «l'eclettismo che Giovan Francesco Pico ereditava dal Poliziano in sintonia con la corrente apuleiana»[27], a favore invece di una teoria monolinguistica in cui si eleggevano come unici modelli per la poesia Virgilio e per la prosa Cicerone[64][65]. È il manifesto programmatico del nuovo ciceronianismo bembiano[66].

De Guido Ubaldo Feretrio deque Elisabetha Gonzagia Urbini ducibus liber ad Nicolaum Teupolum[modifica | modifica wikitesto]

«Avea la prima [Elissabetta] a piè del sacro lembo
Iacobo Sadoletto e Pietro Bembo.»

(Ariosto, Orlando furioso XLII, 86, 7-8)

È un dialogo in morte di Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino (avvenuta l'11 aprile 1508), e in lode di lui e della moglie, Elisabetta Gonzaga, che erano stati generosi ospiti dell'autore. I protagonisti di tale dialogo, che è ambientato nella Roma di Giulio II, sono, oltre allo stesso Bembo, Filippo Beroaldo, Sigismondo de' Conti e Jacopo Sadoleto. L'occasione è la notizia della morte del giovane duca, che si finge riferita in un dispaccio di Federico Fregoso, cui segue la lettura di un brano dell'orazione funebre di Ludovico Odasi, già precettore del duca. Nel nucleo del dialogo viene tracciato dai vari personaggi il profilo di Guidobaldo come di un signore ideale[67], ma, quando la parola passa al Bembo, la narrazione si sposta sull'elogio delle virtù di Elisabetta, ormai destinata a reggere le sorti del ducato. Il libro, che è dedicato a Nicolò Tiepolo[68], fu scritto a Urbino tra il maggio del 1508 e la fine del 1509[69], ma fu pubblicato solo nel 1530[70]. Ne esiste anche «una traduzione in volgare fatta dal Bembo medesimo» (Urb. Lat. 1030)[71], forse prima di lasciare la corte di Elisabetta nel 1512, per offrirla alla duchessa[72].

Busto di Publio Virgilio Marone. Se Cicerone tiene la palma come modello di prosa in latino, Virgilio la tiene per quanto riguarda la poetica.

De Virgilii Culice et Terentii fabulis liber ad Herculem Strotium[modifica | modifica wikitesto]

Il dialogo si svolge tra Pomponio Leto ed Ermolao Barbaro alla presenza di Tommaso Inghirami e s'immagina avvenuto a Roma negli ultimi anni di vita di Ermolao (morto nel 1493), nella cui figura s'identifica l'autore, desideroso di accreditarsi presso gli ambienti umanistici dell'Urbe[73], dove nel maggio 1502 aveva seguito Vincenzo Querini[74]. Partendo dal lamento per le rovine di Roma antica, viene affrontato il problema delle corruttele dei testi classici, moltiplicatesi dopo l'invenzione della stampa. La soluzione proposta è l'emendazione filologica delle edizioni a stampa tramite la loro collazione coi codici manoscritti; la scelta cade sull'opera minore di Virgilio, intitolata Culex e inserita nell'Appendix Vergiliana, e sulle Commedie di Terenzio, i cui manoscritti erano a disposizione del Bembo nella biblioteca paterna (il Vat. Lat. 3252 e il Vat. Lat. 3226)[75]. Il libro, dedicato ad Ercole Strozzi (nella cui villa ferrarese Bembo era ospite dall'ottobre 1502), fu scritto nel 1503[N 5], ma fu pubblicato solo nel 1530[76][77].

Carmina[modifica | modifica wikitesto]

La produzione poetica del Bembo comprende anche delle poesie latine. Nel luglio 1524 fu pubblicato a Roma un carme, dedicato a Johann Goritz[78], poi intitolato Pro Goritio votum ad deos[79]. Nel novembre o dicembre dello stesso anno uscì sempre a Roma il suo carme latino più impegnativo, il Benacus[80], un poemetto in 200 esametri, dedicato a Gian Matteo Giberti, influente datario di papa Clemente VII appena nominato vescovo di Verona[81]. Nel 1528 fu la volta dell'Hymnus in divum Sthephanum[82][5]. In aggiunta a questi, altri carmi, tra cui Galatea e Faunus ad nymphas, per un totale di undici, comparvero postumi nel 1548, sotto il titolo Petri Bembi carmina, nel volume collettaneo: Carmina quinque illustrium poetarum[83][84]. Altri ancora, per un totale di 40 carmi, furono editi nel 1553 nel Carminum libellus[85], tra cui sono da menzionare Ad Lucretiam Borgiam, Politiani tumulus, Caroli Bembi fratris epitaphium e Lucilii Bembi filli epitaphium[86]. È invece «di improbabile autenticità»[87] il Sarca, un poemetto geografico-eziologico in 619 esametri sulle nozze del fiume Sarca con la ninfa Garda, figlia del fiume Benaco (nel mito, dalla confluenza dei due fiumi si origina il lago)[N 6].

Scritti in volgare[modifica | modifica wikitesto]

Gli Asolani[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Gli Asolani.
Le colline di Asolo con villa Contarini degli Armeni. In questi luoghi sono ambientati Gli Asolani.

Gli Asolani sono una raccolta di tre libri, scritti in forma di dialogo e composti tra il 1497 ed il 1502, che hanno come tema discorsi sull'amore platonico e furono dedicati a Lucrezia Borgia. Bembo finge che questi dialoghi, animati da Perottino, Gismondo e Lavinello, siano avvenuti agli inizi del '500 nella località di Asolo, in Veneto, alla corte dell'ex regina di Cipro Caterina Cornaro. L'opera è importante, più che per il valore contenutistico (in cui l'amor platonico, esaltato da Lavinello, sovrasta quelli terreni dei primi due interlocutori), per quello invece linguistico: già da giovane, Bembo intravedeva nella prosa boccacciana un modello linguistico da adottare, che verrà formulato e teorizzato negli anni successivi nelle Prose[88].

Le Prose della volgar lingua[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua.
Ritratto del Cardinal Pietro Bembo.

Le Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua furono redatte, probabilmente, in un periodo che oscilla tra il 1512 ed il 1516[89]. Dedicate a Clemente VII e pubblicate nel 1525, esse sono strutturate in tre libri sotto forma di dialogo e sono ambientate nel 1502 a Venezia[27]. I protagonisti rappresentano ciascuno una propria posizione particolare riguardo alla questione della lingua che imperversava in quegli anni: Giuliano de' Medici sostiene il fiorentino contemporaneo; Federico Fregoso riassume le posizioni storiche presenti nella trattazione; Ercole Strozzi fa da moderatore, mentre Carlo Bembo, il fratello di Pietro, si fa portavoce delle idee del fratello[90]. Le Prose sono senza dubbio l'opera principale del Bembo, che lo consacrò a maestro di stile e di eleganza anche nei secoli successivi, determinando il corso della letteratura italiana fino al Manzoni.

Le Rime[modifica | modifica wikitesto]

Edite nel 1530, le 165 liriche che compongono il canzoniere bembiano «raggiung[ono] risultati esteticamente validi in assoluto»[91], secondo la critica più recente. Imitatrici perfette ma senz'anima del canzoniere petrarchesco[92], le Rime bembiane superano questo «meccanico calco»[93] con la canzone Alma cortese, scritta in memoria del fratello Carlo scomparso nel 1503, in quanto vi è un addentramento spirituale del Bembo all'interno dei moti della propria anima[93].

Le Lettere[modifica | modifica wikitesto]

Le Lettere, scritte in volgare durante l'arco della sua vita dal 1492 al 1546 e pubblicate postume in quattro volumi tra il 1548 e il 1552[N 7][94], vanno a realizzare il progetto bembiano di lasciare ai posteri un'immagine idealizzata di sé: infatti, «trascelse dal corpus delle sue lettere quelle che giudicò più significative per definire l'immagine di sé che voleva trasmettere alla posterità»[95]. Le epistole bembiane risentono anch'esse dell'influsso petrarchesco dal punto di vista lirico, come emerge in alcune lettere inviate alla sua amante Maria Savorgnan o a Lucrezia Borgia[95].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Secondo la tradizione, la famiglia Bembo era originaria di Bologna. Si sarebbe spostata «nelle piane fangose del nord est dell'Adriatico» durante la prima metà del V secolo, durante le invasioni perpetrate da Attila nell'Impero romano d'Occidente. Cfr. Kidwell, p. 3.
  2. ^ Questo lo si vide chiaramente al momento del trasferimento definitivo del giovane Bembo da Ferrara ad Urbino nel 1506. Cfr. Vagni, p. 733.
  3. ^ Cola fu anche l'affidabile correttore di bozze di molte opere del Bembo e in particolare delle Prose della volgar lingua, per seguire la cui stampa presso Giovanni Tacuino dal 17 luglio fino al settembre 1525 si recò a Venezia. Cfr. Cian 1901, pp. 30-31.
  4. ^ Paolo III aveva creato Pietro cardinale diacono in pectore nel dicembre 1538, senza peraltro rendere pubblica la nomina, cosa che avvenne quasi un anno più tardi, quando il Bembo era stato ordinato sacerdote e poté così ottenere un titolo presbiterale e non una diaconia. Cfr. Miranda.
  5. ^ Si legga l'incipit della dedica: «Cum superiore anno Romae ego et noster Quirinus essemus».
  6. ^ Il poemetto, col titolo Petri Bembi secretarii Veneti Sarca, è contenuto nel Codex Vindobonensis 9977. Edizioni critiche: Sarca, poema del XVI secolo, Testo latino e traduzione italiana con un saggio critico di Giovanni Battista Pighi, Traduzione tedesca di Kosmas Ziegler, Arco, Stamperia Valdonega, 1974; Petrus Bembus, Sarca, Integra editio princeps, Einleitung, vollständiger Text, erste Übersetzung und Anmerkungen von Otto Schönberger, Würzburg, Königshausen & Neumann, 1994.
  7. ^ La vicenda editoriale è piuttosto complessa. Il primo volume fu stampato a Roma nel 1548: Delle Lettere di m. Pietro Bembo primo volume, Stampate in Roma, per Valerio Dorico et Luigi fratelli, ad instantia di m. Carlo Gualteruzzi, 1548; il secondo a Venezia nel 1550-51: Delle Lettere di m. Pietro Bembo secondo volume, In Vinegia, per gli figliuoli di Aldo, ad instantia di messer Carlo Gualteruzzi, 1550-51; il terzo e il quarto sempre a Venezia nel 1552 senza nome di stampatore, ma con la marca tipografica di Gualtiero Scoto. Edizione critica moderna: Pietro Bembo, Lettere, a cura di Ernesto Travi, 4 voll., Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1987-93.

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Patota, cap. VII, Il fantasma di Bembo. L'eredità delle Prose nella grammaticografia italiana, in particolare pp. 124-128.
  2. ^ Kidwell, p. 5.
  3. ^ a b Kidwell, p. 4.
  4. ^ Della Casa, p. 62, n°1.
  5. ^ a b c d e f g h i j k l m Dionisotti.
  6. ^ Russo, p. 260: «...bisogna concludere che egli era nato, come si è fatto intendere, linguisticamente toscano...»
  7. ^ Della Casa, p. 68.
  8. ^ Mazzucchelli, p. 735.
  9. ^ Santangelo 1986, p. 255.
  10. ^ Crupi, p. 226.
  11. ^ De Aetna.
  12. ^ Della Casa, p. 71.
  13. ^ a b Kidwell, p. 18.
  14. ^ Mazzucchelli, p. 736.
  15. ^ Chines, p. 251: «...con il dialogo teorico degli Asolani, composto tra il 1497 e il 1502 e pubblicato nel 1505...»
  16. ^ a b c d Ferroni, p. 5.
  17. ^

    «Il proposito del B[embo] di prolungare, dopo la partenza del padre, il suo soggiorno a Ferrara, non teneva conto della situazione politica, che pur era già, dopo la lega di Blois fra Venezia e la Francia, chiara»

    (Dionisotti)
  18. ^ Guglielmino-Grosser, p. 375.
  19. ^ Ferroni, p. 4.
  20. ^ Vagni, pp. 733-734.
  21. ^ Si ricordi l'intensa attività di poeta volgare e il dialogo latino De Guido Ubaldo Feretrio deque Elisabetha Gonzagia Urbini ducibus scritto in onore dei suoi protettori. Cfr. Dionisotti.
  22. ^ Cian 1885, p. 11.
  23. ^ Della Casa, p. 85:

    «L'incarico di scrivere tai lettere si dà a uomini prudentissimi, e belli scrittori: e siccome per l'altezza dell'impiego e del luogo si conviene che siano pieni di gravità e di onestà e per lo peso e la grandezza delle cose forniti di somma fede e probità, vi sono con molta cura e diligenza ricercati, e con grandi premure chiamati. E piacendo assai a Leone X questa costumanza... senza porre indugio comandò che il Bembo a quell'ufficio fosse invitato, e posto.»

  24. ^ a b c Miranda.
  25. ^ Kidwell, p. 193.
  26. ^ Guglielmino-Grosser, p. 379.
  27. ^ a b c Tavoni.
  28. ^ Fasulo
  29. ^ Guglielmino-Grosser, p. 375.
  30. ^ Cian 1885, p. 5.
  31. ^ Cian 1885, p. 6.
  32. ^ Cian 1885, p. 12.
  33. ^ Cian 1885, p. 14.
  34. ^ Cian 1885, pp. 157-159.
  35. ^ Cian 1885, p. 173.
  36. ^ Bibliotecari, Custodi e Direttori della Biblioteca Marciana.
  37. ^ Mezzalira.
  38. ^ (EN) Portrait of a Cardinal, su szepmuveszeti.hu, Szépmûvészeti Múzeum, Budapest. URL consultato il 14 ottobre 2016 (archiviato dall'url originale il 18 ottobre 2016)..
  39. ^ Della Casa, p. 103:

    «Imperocché mentre Paolo IIII cercava di nuovo uomini gloriosi da aggregare al sacro collegio, fra primi gli occorse il Bembo, che allora per caso era a Venezia.»

  40. ^ Mazzucchelli, p. 747.
  41. ^ Mazzucchelli, pp. 747-748.
  42. ^ Mazzucchelli, p. 748.
  43. ^ Della Casa, p. 112.
  44. ^ Vedi anche Della Casa, p. 112.
  45. ^ Orazione funebre sopra la morte del reverendissimo cardinal Bembo, In Fiorenza, per il Doni, 1546 (m.v.).
  46. ^ Ferroni, 4, p. 42
  47. ^ Chines-Forni-Ledda-Manetti, p. 212
  48. ^ Guglielmino-Grosser, p. 260.
  49. ^ Marazzini, p. 249.
  50. ^ Russo, p. 257.
  51. ^ Tavoni:

    «Ma, al tempo stesso, [Bembo, n.d.a] additò l’unica soluzione praticamente efficace nelle condizioni date. L’industria della stampa, infatti, esigeva uniformità, e la ricetta cosiddetta cortigiana o italianista non offriva uniformità, ma al contrario il perdurare del polimorfismo quattrocentesco.»

  52. ^ Marazzini, pp. 263-264.
  53. ^ Marazzini, p. 264.
  54. ^ Bembo in Guglielmo-Grosser, p. 382.
  55. ^ a b Marazzini, p. 265.
  56. ^ Giovine.
  57. ^ Marti, p. 449:

    «...ed il Petrarca era anche l'esponente di una tradizione cristiana in cui potevano riconoscersi le esigenze più profonde del secolo ed il senso d'arte dell'Umanesimo.»

  58. ^ Diotto, p. 20.
  59. ^ Burke.
  60. ^ Ulery, p. 331.
  61. ^ Travi, p. 277.
  62. ^ Cian 1901, pp. 33-34 e pp. 63-64, nota 4.
  63. ^ Petri Bembi Epistolarum Leonis decimi pontificis max. nomine scriptarum libri sexdecim ad Paulum tertium pont. max. Romam missi, Impressi Venetiis, ab Ioanne Patavino & Venturino de Roffinellis, decimo Cal. Sextileis Cola Bruno procurante.
  64. ^ Marazzini, 2.
  65. ^ Marti, p. 448.
  66. ^ Vecce, p. 147.
  67. ^ Marchesi, p. 47.
  68. ^ Giuseppe Gullino, TIEPOLO, Nicolò, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 95, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2019.
  69. ^ Marchesi, p. 26 e p. 49. La stesura più antica del testo ci è giunta in un codice conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano (O 205 sup.).
  70. ^ Petri Bembi Ad Nicolaum Teupolum de Guido Ubaldo Feretrio deque Elisabetha Gonzagia Urbini ducibus liber, Venetijs, per Io. Ant. eiusque fratres Sabios, 1530.
  71. ^ Mazzucchelli, p. 766. Edizione critica: Pietro Bembo, Volgarizzamento des Dialogs de Guido Ubaldo Feretrio deque Elisabetha Gonzagia Urbini ducibus, kritische Erstausgabe mit Kommentar von Maria Lutz, Genève, Librairie Droz, 1980.
  72. ^ Marchesi, p. 26.
  73. ^ Campanelli, p. 292.
  74. ^ Giuseppe Trebbi, QUERINI, Vincenzo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 86, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2016.
  75. ^ Campanelli, p. 310.
  76. ^ Petri Bembi ad Herculem Strotium de Virgilii Culice et Terentii fabulis liber, Venetijs, per Io. Ant. eiusque fratres Sabios, 1530.
  77. ^ Mazzucchelli, p. 766.
  78. ^ Massimo Ceresa, GORITZ, Johann, detto Coricio, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 58, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2002.
  79. ^ Si trova in: Coryciana, Impressum Romae, apud Ludovicum Vicentinum et Lautitium Perusinum, mense Iulio 1524, cc. F1v-F2r.
  80. ^ Petri Bembi Benacus […], Romae, ex aedibus F. Minitii Calvi, 1524.
  81. ^ Cian 1885, p. 58.
  82. ^ Fu pubblicato con poesie di Iacopo Sannazzaro e di altri (Venetijs, per Ioannem Antonium et fratres de Sabio, 1528).
  83. ^ Carmina quinque illustrium poetarum, Venetiis, ex officina Erasmiana Vincentii Valgrisii, 1548, pp. 7-21.
  84. ^ Mazzucchelli, pp. 767-768.
  85. ^ Dionisotti 1965.
  86. ^ Petri Bembi Carminum libellus, Venetiis, apud Gualterum Scottum, 1552-1553, pp. 3-50. L'opuscolo contiene anche epitaffi vari in morte del Bembo.
  87. ^ Dionisotti, mentre Morsolin lo ritiene autentico, datandolo al 1517.
  88. ^ Guglielmino-Grosser, p. 379.
  89. ^ Guglielmino, p. 381.
  90. ^ Marazzini, pp. 263-264.
  91. ^ Guglielmino-Grosser, p. 383.
  92. ^ Russo, p. 266:

    «Ma la differenza della situazione non significa nulla perché riguarda il contenuto, però bisogna aggiungere che la differente maniera di poetare del maestro e del lontano scolaro porta a una caratterizzazione della poesia del Bembo come non poesia, come un esercizio retorico puro e semplice. Letteratura dunque, secondo la distinzione confermata dal Croce

  93. ^ a b Guglielmino-Grosser, p. 384.
  94. ^ Mazzucchelli, p. 763.
  95. ^ a b Guglielmino-Grosser, p. 380.

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