Ferrante d'Aragona

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Ferdinando I d'Aragona
Ferdinando I Napoli.JPG
Busto di Ferrante, XV secolo, Museo del Louvre
Re di Napoli
Stemma
In carica 27 giugno 1458 –
25 gennaio 1494
Predecessore Alfonso I
Successore Alfonso II
Nascita Valencia, 2 giugno 1424
Morte Napoli, 25 gennaio 1494
Luogo di sepoltura Sacrestia di San Domenico Maggiore, Napoli[1]
Casa reale Trastámara-Napoli
Padre Alfonso I di Napoli
Madre Gueraldona Carlino
Consorti Isabella di Taranto
Giovanna d'Aragona
Figli Alfonso
Eleonora
Federico
Giovanni
Beatrice e
Francesco, di primo letto;
Giovanna di secondo letto;
altri, illegittimi.
Religione Cattolicesimo
Motto Naturae non artis opus[2][3][4]

Ferdinando d'Aragona, del ramo di Napoli, universalmente noto col nome di Ferrante I e chiamanto dai contemporanei anche Don Ferrando e Don Ferrante[5] (Valencia, 2 giugno 1424Napoli, 25 gennaio 1494), era l'unico figlio maschio, illegittimo, di Alfonso I di Napoli, fu re di Napoli dal 1458 al 1494.

Ferrante fu uno dei monarchi più influenti dell'Europa del tempo e un'importante figura del Rinascimento italiano. Nei suoi vent'anni di regno portò pace e prosperità a Napoli. Emanò varie leggi di stampo sociale che di fatto minavano lo strapotere dei Baroni, favorendo i piccoli artigiani e contadini. Quest’opera di modernizzazione e la resistenza che oppose contro di loro portarono allo scoppio della famosa rivolta che venne successivamente soffocata.[6]

Don Ferrante fu costretto a dimostrare il suo valore più volte prima di ottenere il trono di Napoli. Non solo come governatore, ma anche come militare, in quanto fu costretto a riconquistare il suo stesso regno, contro tutti i cospiratori,[7] e durante il suo governo, il regno fu sotto costante attacco da parte di potenze come l'Impero ottomano, la Francia, la Repubblica di Venezia e il Papato. Si può dire che, in generale, quasi l’intera sua vita l’abbia passata in guerra.[8]

Riconosciuto come una delle menti politiche più potenti dell'epoca[9], Ferrante era dotato di grande coraggio e di notevoli capacità politiche, brillante e devoto mecenate delle arti. Completamente italianizzato, si circondò di numerosi artisti ed umanisti, portò al termine i lavori di edificazione paterna nella città di Napoli ed eresse nuove imponenti architetture che ancora oggi la ornano.

Le capacità di Ferrante e dei suoi diplomatici, abili nell’intessere alleanze al fine di realizzare l’egemonia napoletana nel sistema degli Stati italiani, i frutti della strategia economica del sovrano con l’introduzione dell’arte della seta e della stampa, la politica di promozione e attrazione culturale, il severo esercizio del potere anche attraverso la repressione della Congiura dei baroni portarono il Regno di Napoli, con intellettuali del calibro del Pontano, del Panormita ed altri, a partecipare da protagonista all’Umanesimo e al Rinascimento.[10]

A quel tempo possedeva la marina più potente della parte occidentale del Mediterraneo.[11]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'eredità paterna[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Ferrante d'Aragona, raffigurato come membro dell'Ordine del Toson d'oro

La madre, Gueraldona Carlino,[12] era una donna probabilmente di origine napoletana che nel dicembre del 1423 aveva accompagnato Alfonso al suo ritorno in Spagna, dove poi sposò un tale Gaspar Reverdit di Barcellona.

Nell'intento di assicurare un buon futuro al figlio illegittimo, il padre Alfonso lo aveva chiamato a Napoli. Su disposizione del re, il 26 luglio 1438 il governatore de Corella, il vescovo Borja e il giovane Ferrante, con il loro seguito di giovani gentiluomini catalani, salparono da Barcellona per l'Italia. Il proposito di Alfonso era di preparare il suo unico figlio, sebbene illegittimo, per il ruolo di erede del regno che stava conquistando. L'intera compagnia il 19 agosto sbarcò a Gaeta, dove Ferrante si ricongiunse con il padre, che conosceva appena. Fra padre e figlio si sviluppò presto un forte legame affettivo, poiché Alfonso apprezzava l'acuta intelligenza e il coraggio del giovane, mentre Ferrante mostrava una reverente venerazione per il suo genitore. Alfonso il 9 settembre del 1438 creò Ferrante cavaliere sul campo di Maddaloni dove Renato d'Angiò-Valois, sfidato a battaglia, non si era presentato.

A Napoli ebbe come insegnanti Il Valla, il Panormita e il Borgia, che lo istruirono per molti anni. Ebbe come precettore anche il celebre Paris de Puteo.

A seguito della morte dello zio Pedro, nell'aprile 1439 Ferrante fu nominato luogotenente generale del regno. Il 17 febbraio 1440 il re Alfonso, per autorità propria, legittimò e dichiarò suo erede al trono di Napoli il figlio e quindi, nel gennaio 1441, si assicurò l'approvazione del parlamento dei baroni del regno che aveva convocato a Benevento. Sempre preoccupato per la successione, il 3 marzo 1443 nel monastero di San Liguoro conferì a Ferrante il titolo di Duca di Calabria e ottenne, a seguito di una petizione da lui manovrata, che il parlamento dei baroni allora riunito proclamasse il proprio figlio erede legittimo al trono.

Don Ferrante di Napoli, particolare dell'Adorazione dei Magi di Marco Cardisco

Il riconoscimento dei diritti di successione di Ferrante fu suggellato dalla bolla Regnans in altissimis emanata dal papa Eugenio IV nel luglio o 1443 e in seguito confermato nel 1451 da Niccolò V.[13] Ferrante nel 1444 si sposò con l'ereditiera Isabella di Taranto, figlia di Tristano di Chiaromonte e Caterina Orsini Del Balzo, erede designata del principe Giovanni Antonio Orsini Del Balzo di Taranto, suo zio materno, che non aveva figli. Isabella era anche nipote della regina Maria d'Enghien che, avendo sposato Ladislao I d'Angiò, era stata pertanto regina di Napoli, di Sicilia e del Regno di Gerusalemme dal 1406 al 1414.

L'ardua Incoronazione[modifica | modifica wikitesto]

Così come stabilito dal padre, Ferrante gli succedette sul trono di Napoli nel 1458, all'età di 35 anni. Salito al potere dovette affrontare molti problemi: Carlo Principe di Viana incitò i Napoletani ad acclamarlo re, ma i baroni spinsero alla conquista del regno il re Giovanni della Corona d'Aragona, e dopo il rifiuto di quest'ultimo ricorsero a Giovanni d'Angiò figlio di Renato, che pretendeva il regno di Napoli. Il Papa pretendeva per di più che il regno fosse devoluto alla sua Sede. Ferrante dovette superare tutti questi potenti nemici per mantenere saldo il regno.[14][15]

Carlo di Viana il "Pretendente"[modifica | modifica wikitesto]

Il Principe di Viana, che si trovava a Napoli, attraverso numerosi baroni catalani e siciliani, i quali erano stati intimi amici di re Alfonso, incitava i napoletani a farsi proclamare Re, poiché come figlio di re Giovanni proclamava di essere il legittimo successore del regno, mentre re Alfonso non poteva lasciarlo a Ferrante in quanto figlio illegittimo, ma il popolo napoletano e molti baroni, ricordandosi del giuramento e delle promesse fatte ad Alfonso per suo figlio, il quale era stato non solo legittimato dal padre, ma dichiarato legittimo successore del regno anche dalla sede Apostolica, gridarono subito: "Viva Re Ferrante nostro legittimo Re". Ferrante allora cavalcò per la città e per i Seggi ricevendo acclamazioni da tutto il popolo. Quando il Principe di Viana vide quello che stava accadendo, decise di abbandonare l'impresa, quindi, salito su una nave, partì per la Sicilia, con i baroni catalani che non avevano avuto feudi nel regno da Alfonso.[14][16]

L'apparente Incoronazione[modifica | modifica wikitesto]

Quantunque avesse superato questo ostacolo, Ferrante non si sentiva ancora sicuro, poiché non aveva ancora Callisto III dalla sua parte, anche se era stato suo maestro e amico del padre prima di diventare Pontefice. Il giorno seguente inviò degli ambasciatori al Papa per confermare l'investitura del regno, attraverso la seguente lettera.[14][17]

«Molto Santo Padre.

Questi dì ne la maggior turbùlenza, e forza del grave dolore, scrissi a V. Santità, dandole avviso della morte della gloriosa memoria del Re mio Padre, tanto brevemente, come in carta io scrissi fra listesse lagrime. Adesso rivolto un poco in me, lasciando da parte il pianto, avviso V. Santità che un dì avanti che passasse da questa vita, mio Padre mi ordinò che prima di tutte l'altre cose, preferissi la grazia, e stima di V. Santità e della S. Madre Chiesa, e che con quella in verum modo, io contendessi; affirmando che sempre saria accaduto danno a quelli che la contrastassero, e resistessero. Ma lasciando da parte, ebe per il comando del Re, e per contemplazione dell'autorità di V. Santità lo deggio esequire; particolarmente m'induce, e obbliga a ciò, che non mi posso dimenticare che dalla mia fanciullizza V. Santità mi fu data come dal Cielo per mia guida, e così per disposiziòne, e comandamento del Padre, e per la volontà di Dio fui consegnato a Vostra Santità, come voglio esser suo fino alla morte. Perciò supplico molto umilmente V. S. che corrispondendo a questo amore, mi riceva per suo figlio, o per meglio dire mi confermi nella sua grazia, perch'io da qui avante oprarò di modo, che non possa V. Beatitudine desiderar da me ne maggiòr ubbidienza, ne piu inclinata divoziòne. Da Napoli il primo di Luglio.»

(Bastian Biancardi, "Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza")

Dopo aver inviato gli ambasciatori a Roma, Ferrante volle anticipare l'investitura. Uscito quindi da Castel Nuovo andò al duomo della città a Cavallo, accompagnato dai baroni del regno, dove fu ricevuto con applausi dal Cardinal Rinaldo Piscicello Arcivescovo della Città, il quale accompagnato dal clero, si incontrò con lui davanti al coro della chiesa e subito dopo andarono sulle scale dell'altare maggiore, dove inginocchiati, venne cantato il Te Deum. Il cardinale benedisse il nuovo sovrano con benedizione pontificale e lo proclamò Re di Napoli. Dopo l'incoronazione iniziarono a suonare le trombe, mentre il popolo gridava: "Viva il Re Ferrante". Cavalcò poi, accompagnato con grande magnificenza dal baronaggio e dal popolo verso i sette Uffici del Regno, quindi ritornò a Castel nuovo. Trovatolo chiuso, secondo il rito chiamò allora il castellano Arnaldo Sanz, e gli disse: "Apri", ed egli rispose: "Sete voi il Re Don Ferrante, figliuolo della felice memoria del Re Don Alfonso?" Replicò il Re: "Io sono quello". Il Castellano allora domandò ai baroni se il nuovo re fosse figlio di Don Alfonso e risposero tutti di sì. Il Castellano allora, davanti a tutto il popolo, consegnò le chiavi del castello a Ferrante, il quale gliele restituì ordinando di custodire per bene la fortezza. Dopo questo, il popolo continuò a gridare: "Viva il Re Don Ferrando".[14][18]

Scontro con Callisto[modifica | modifica wikitesto]

Papa Callisto III, mal disposto nei suoi confronti, con bolla del 12 luglio dichiarò vacante il trono di Napoli non riconoscendo la successione di Ferrante perché, a suo dire, egli non era figlio né legittimo, né naturale di Alfonso V d'Aragona, bensì figlio di un servitore moro. Costui desiderava infatti togliere il regno a Ferrante per darlo a Pier Luigi Borgia suo nipote, da lui già fatto Duca di Spoleto, ragion per cui Fece affiggere manifesti in diversi luoghi del regno, dov'era riportato che il Regno di Napoli sarebbe stato devoluto alla Chiesa Romana e che il Papa avrebbe assolto tutti coloro che avevano giurato fedeltà a Ferrante, inoltre ordinava a tutto il clero, baroni, città e popoli del regno che, sotto pena di scomunica, non ubbidissero a Ferrante e non lo tenessero come sovrano, né gli giurassero più fedeltà.[14][19]

Ferrante allora chiamò al Parlamento Generale i baroni e il popolo, i quali gli giurarono fedeltà, senza dimostrare alcun rancore. Per opporsi al piano di Callisto, in presenza del suo nunzio, scrisse una bolla al Papa, la quale riportava ch'egli era re per grazia di Dio, per beneficio del re Alfonso suo padre, per acclamazione dei baroni e delle città del Regno che lo riconoscevano come legittimo sovrano e per le concessioni dei due Papi precedenti: Eugenio e Niccolò. Tra le alleanze di Ferrante, in questa guerra contro Callisto è rilevante quella del Duca di Milano che si unì a Don Ferrante non solo per la parentela tra le due dinastie, ma anche per la Lega che v'era tra loro. Callisto però, sempre implacabile e ostinato, rifiutò ogni mezzo di intercessione; tant'è che Ferrante deliberò di mandare degli ambasciatori al Papa in nome del regno. Questi ultimi trovarono nondimeno il papa infermo e quindi non vennero ammessi alla sua udienza.[14][20]

Scultura raffigurante l'incoronazione di Ferrante come re di Napoli da parte di Latino Orsini. Benedetto da Maiano, Museo del Bargello, Firenze.

L'avanzata età, i tanti dispiaceri sofferti e in più la malinconia per aver capito che re Giovanni non avrebbe conquistato il regno di Napoli portarono il pontefice alla morte nell'agosto del 1458, senza che avesse raggiunto il suo obiettivo.[14][21]

Ferrante, risollevato dalla morte del Pontefice, mandò subito Francesco del Balzo, duca d'Andria, e Antonio d'Alessandro, celebre Giureconsulto, a chiedere l'investitura al nuovo Papa e a rendergli obbedienza. Accettata l'udienza, Papa Pio II non volle però trascurare gli interessi della Chiesa: l'investitura gli fu concessa, ma con molte condizioni: Ferrante doveva pagare i censi non pagati, aiutare perpetuamente il Papa ad ogni richiesta, restituire alla Chiesa Benevento e Terracina, e altre condizioni accordate in nome del Papa da Bernardo Vescovo di Spoleto e in nome del Re da Antonio d'Alessandro. Tutto questo venne confermato dalla bolla di Pio II, il 2 Novembre del 1458. Dopo la Bolla dell'Investitura, ne vennero spedite altre due: nella prima il Pontefice avvisava Ferrante di mandargli un Cardinale Legato per l'incoronazione e nella seconda revocava la Bolla di Callisto III fatta contro il Re.[14][22]

Ferrante fu incoronato solennemente il 4 febbraio 1459 nella Cattedrale di Barletta e per ringraziare il Papa volle nel 1461 che Maria sua figlia naturale sposasse Antonio Piccolomini nipote di Pio, dandole in dote il Ducato di Amalfi, il Contado di Celano e l'ufficio di Gran Giustiziere per il marito.[14][23] I problemi, però non erano ancora finiti, infatti il rivale di Ferrante, Giovanni d'Angiò, ambiva a riconquistare il trono di Napoli, perduto dal padre nella guerra contro Alfonso.

La guerra angioino-aragonese (1460-1464)[modifica | modifica wikitesto]

Moneta d'oro con l'effige coronato di Ferrante I re di Napoli

I principi di Taranto e di Rossano per accrescere il loro potere chiesero al Re di rimettere nel suo Stato il Marchese di Crotone, il Duca d'Atri ed il Conte di Conversano loro parenti; Il Re nonostante qualche rifiuto iniziale volle compiacerli. Questi baroni unitisi decisero di sollecitare il re Giovanni d'Aragona affinché venisse a conquistare il regno che gli spettava per legittima successione dopo la morte di Alfonso suo fratello; ma il Re Giovanni rifiutò. D'altra parte Re Ferrante avendo capito l'intenzione dei baroni, mandò subito in Spagna Turco Cicinello e Antonio d'Alessandro per pregare Giovanni di non mancar d'amore al re suo Nipote, giacché poteva dire che il Regno di Napoli fosse più suo che i regni della Corona d'Aragona.

Questi Ambasciatori non incontrarono molta fatica nel propiziarsi il re, in quanto seppure avesse voluto conquistare Napoli non possedeva le forze militari necessarie. Ebbero però molta fatica a saldare un'altra piaga, perché la Regina Maria, che fu moglie di Re Alfonso, morì in Catalogna e lasciò all'erede Giovanni le proprie doti, ammontanti a quattrocentomila ducati. Re Giovanni sostenne che il denaro andasse prelevato dal tesoro che Alfonso aveva lasciato al regno di Napoli e gli ambasciatori accordarono di darglielo in dieci anni.

Intanto, vedendo fallire il proprio piano, il principe di Taranto tentò un'altra impresa: con l'aiuto dei baroni e soprattutto di Marino Marzano, il quale odiava Ferrante mortalmente poiché si era sparsa la voce che il re avesse commesso incesto con Eleonora sua sorella e moglie di Marino, decisero di chiamare nel 1459 Giovanni duca d'Angiò, figlio di re Renato, che si trovava ancora a Genova, per convincerlo a intraprendere l'impresa di conquista del trono di Napoli. Quest'ultimo, ricevuta l'ambasciata dell'invito da Marco della Ratta, fece armare immediatamente galere e navi.

D'altro canto il Principe di Taranto, che come Gran Connestabile del regno controllava l'intero esercito, reclutò comandanti che dipendevano da lui e li corruppe ad abbracciare la propria causa. Mentre cercava di reprimere le prime rivolte in Puglia e in Abruzzo, Ferrante ebbe l'avviso che il duca Giovanni con ventidue galere e quattro grandi navi era comparso nella marina di Sessa, tra la foce del Garigliano e del Volturno. Il Duca Giovanni fu ricevuto dal Principe di Rossano e subito dopo spinse la sua armata fino al porto di Napoli, invadendo gran parte di Terra di Lavoro. Andò poi in Capitanata dove trovò i Baroni e i Popoli dalla sua parte: Lucera gli aprì subito le porte e Luigi Minutolo gli rese il Castello, lo stesso fecero Troia, Foggia, San Severo, Manfredonia e tutti i Castelli del Monte Gargano. Ercole d'Este, che era stato fatto Governatore della Capitanata da Ferrante, vedendo tutte le terre della sua giurisdizione ribellarsi, per volere del fratello Borso passò a servire il duca. Il Duca di Melfi, il Conte d'Avellino, il Conte di Buccino, il Signore di Torremaggiore ed il Signore di Santobuono passarono tutti al soldo di Giovanni. Il Principe di Taranto che si trovava a Bari andò fino a Bitonto per incontrare il duca e lo condusse a Bari, dove fu ricevuto con apparato regale.

Nel frattempo Marino Marzano tentava attraverso insidie e tradimenti di assassinare il re. L'attentato più importante fu l’abboccamento della Torricella: Marino Marzano ingannò il catalano Gregorio Coreglia, che era stato precettore di Ferrante, confidandogli di volersi riappacificare con il sovrano e chiederne la grazia. Riportato tale messaggio al re fu deciso che i due dovessero incontrarsi in una chiesetta sita nel luogo detto Torricella nei pressi di Teano il 29 maggio 1460 e fu posta quale condizione che ognuno potesse portare due compagni. Pertanto Ferrante recò con sé lo stesso Coreglia e Giovanni Ventimiglia, Conte di Montesarchio, il quale, con un passato di uomo d’armi, in là con gli anni, era tra i consiglieri di Ferrante, mentre Marino fu accompagnato da due condottieri del tempo: Deifobo dell’Anguillara, il quale a capo di un esercito aveva in precedenza costretto le truppe di Ferrante a ritirarsi da Venafro a Calvi, e Giacomo da Montagano, noto alle cronache come uomo pericolosissimo e di mano pronta, che era calato in Terra di Lavoro la Vigilia di Natale per unirsi all’esercito di Giovanni d’Angiò.

Fallito il tentativo da parte di Marino di condurre Ferrante in luogo più riparato, adducendo quale scusa di non farsi scorgere dai francesi accampati sulla Rocca di Teano, i due cominciarono a parlare e ne nacque un alterco. Deifobo affermando di volersi riconciliare anch’egli con il sovrano gli mosse incontro per aggredirlo, tuttavia Ferrante, scorto il pugnale che quegli nascondeva nella mano, estrasse la propria spada e affrontò i due congiurati da solo, in quanto il conte ed il Coreglia erano tenuti a bada dal Montagano. Il Re ebbe la meglio e prima che giungessero le proprie truppe riuscì a ferirli e a metterli in fuga. Nella concitazione dello scontro il pugnale che era caduto dalla mano dell’Anguillara fu raccolto da un soldato di Ferrante e si scoprì che era avvelenato, poiché, avendo sfiorato un cane, questi cadde all’istante morto. Questo avvenimento fu poi rappresentato nel primo, in alto a sinistra, dei sei bassorilievi impressi sulla porta bronzea dopo l’Arco di Trionfo in Castel Nuovo.[24]

Raffigurazione dell'abboccamento della Torricella del 1460, su un battente della porta bronzea del Castel Nuovo di Napoli, commissionata da Ferrante

Tutto il Principato Citra, la Basilicata e la Calabria fino a Cosenza alzarono le Bandiere Angioine e il resto della Calabria fu fatta ribellare dal Marchese di Crotone. Si dice che a quel punto la Regina Isabella di Chiaramonte, moglie di Ferrante, vedendo il marito disperato, travestita da monaco con il proprio confessore andò a trovare il Principe di Taranto suo zio e lo pregò che volesse mantenerla regina così come l'aveva volta, tanto che il principe commosso depose le ostilità.[14][25]

Giovanni riuscì a giungere davanti alle mura di Napoli e sarebbe pure entrato se la prudenza della regina Isabella, la quale fece armare tutta la città in assenza del marito, non gli avesse contrastato l'ingresso.[26][27]

Ferrante fu inizialmente sconfitto dagli Angioini e dai baroni ribelli nella battaglia di Sarno il 7 luglio 1460. In tale occasione fu salvato dall'intervento di genti d'arme, "provisionati" e "coscritti", della città della Cava capeggiati dai capitani Giosuè e Marino Longo: questi, giunti in località Foce di Sarno, discesero dal monte e attaccarono gli Angioini che, sorpresi e non potendo determinare l'entità dell'attacco, furono costretti ad arretrare concedendo a re Ferrante la possibilità di aprirsi per la via di Nola la fuga verso Napoli. Fortunatamente per lui quella battaglia non ebbe esito decisivo, anzi il sovrano ottenne ulteriori aiuti dal duca di Milano Francesco Sforza.[13]

La rivalsa di Ferrante[modifica | modifica wikitesto]

Il duca di Milano entrò in guerra in aiuto di Ferrante anche per paura delle pretese che il Duca d'Orleans aveva sullo Stato di Milano e quindi mandò il fratello Alessandro Sforza e Roberto Sanseverino conte di Caiazzo, che era figlio di sua sorella, in soccorso al re, sia per consigliarlo, sia per favorire una riconciliazione tra il re e i baroni. La venuta del Conte di Caiazzo sollevò molto le sorti della guerra, perché essendo parente del Conte di Marsico e di San Severino, trattò con lui di ritornare leale al re, riuscendo alla fine a convincerlo. Il conte accettò volentieri i privilegi che gli offrì il re, fra quali la concessione della città di Salerno col titolo di Principe e di poter battere moneta e molti altri. Il Conte di Marsico che da quel momento venne chiamato Principe di Salerno, mandò subito un messaggero al Pontefice Pio II per l'assoluzione del giuramento che aveva fatto al Duca Giovanni quando lo creò suo Cavaliere. Da questo episodio molti altri baroni seguirono il suo esempio, rifiutando l'Ordine della Luna Crescente del quale Giovanni li aveva onorati Cavalieri. Papa Pio II, con la bolla del 5 Gennaio 1460, assolveva dal giuramento tutti coloro che avevano preso l'Ordine della Luna Crescente da Giovanni e disfaceva questa Confraternita. L'accordo tra il Principe di Salerno e il Re ribaltò la guerra in favore di Ferrante, perché gli aprì la via per riconquistare la Calabria, visto che le terre del principe di Salerno da San Severino fino in Calabria appartenevano a lui o al Conte di Capaccio o al Conte di Lauria e ad altri seguaci della sua casata. Il principe di Salerno andò quindi con Roberto Orsini a conquistarla. Riuscì a prendere Cosenza, che fu saccheggiata, Scigliano, Martorano, Nicastro, Bisignano ed in breve quasi tutta la provincia tornò al re.[14][28]

Intanto il Pontefice Pio II mandò Antonio Piccolomini suo nipote ad aiutare il re con 1000 cavalli e 500 fanti, riuscendo a riconquistare la Terra di Lavoro. Allo stesso tempo il Duca di Milano mandò un nuovo soccorso, col quale riuscì a riconquistare molte terre in Abruzzo. Il re nel frattempo andò in Puglia a Lucera, dove risiedeva il Duca Giovanni che con un grande esercito stava aspettando il Principe di Taranto. Si arresero a Ferrante molte città, come San Severo, Dragonara, molte terre del Monte Gargano e finalmente Sant'Angelo. Il re sceso nella chiesa sotterranea di quel famoso santuario; trovò una grande quantità di argento e di oro, non solo quello che era stato donato per la gran devozione al santuario; ma anche quello che era stato portato da sacerdoti delle vicine terre. Fattolo annotare, lo prese, promettendo dopo la vittoria di restituire ogni cosa; e con quell'argento fece subito battere quella moneta che si chiamava "Li Coronati di S. Angelo", il quale gli giovò molto in questa guerra.[14][29]

Sopraggiunse in aiuto a re Ferrante dall'Albania, con numerose navi, 700 cavalli e 1000 fanti veterani, Giorgio Castriota, soprannominato Scanderbeg, uomo famosissimo a quei tempi per le sue campagne contro i turchi di Maometto II, il quale ricambiava l'aiuto di Alfonso il Magnanimo che anni prima, quando i turchi lo avevano assaltato in Albania dove signoreggiava, lo aveva soccorso. La sua venuta fu così efficace che fece diffidare i suoi nemici di attaccarlo.[14][30]

Il Cardinal Roverella Legato Apostolico, che stava a Benevento, riuscì a portare dalla parte del Re Orso Orsini e dopo questo episodio anche il Marchese di Cotrone e il conte di Nicastro si riconciliarono con il re.[14][31]

Alfonso duca di Calabria, primogenito di Ferrante, il quale aveva meno di 14 anni, fu mandato dal padre sotto la protezione di Luca Sanseverino a sottommettere la Calabria.[14][32]

Il re invece riuscì a debellare i suoi nemici in Capitanata, prese Troia e sottomise interamente quella Provincia. Alcuni baroni, vedendo le sconfitte degli Angioini, decisero di arrendersi al re, come tra l'altro fece Giovanni Caracciolo duca di Melfi.[14][33]

Raffigurazione della battaglia di Troia del 1462 su un battente della porta bronzea del Castel Nuovo di Napoli, commissionata da Ferrante

Le sorti della guerra si capovolsero a favore di Ferrante il 18 agosto 1462 in Puglia con la battaglia di Troia, dove il re Ferrante ed Alessandro Sforza inflissero una definitiva sconfitta ai loro avversari. Dopo la battaglia la schiera dei nemici di Ferrante andò costantemente disgregandosi.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Troia.

Rimaneva da sottomettere solo la Terra di Lavoro oltre il Volturno e l'Abruzzo, dove il Duca Giovanni si era fortificato. Il Principe di Rossano, invece fu guerreggiato a Sora, dove l'esercito del Papa, sollecitato da Ferrante per l'assalto, non volle muoversi, sostenendo che il Papa non l'avesse mandato per aiutare il re in quanto non ce n'era più bisogno, dato che il duca d'Angiò era stremato dalla guerra, ma che fossero stati mandati solamente perché il Papa pretendeva che il Ducato di Sora, il Contado d'Arpino e quello di Celano, essendo stati un tempo territorio della Chiesa, gli fossero restituiti. Il Re per non intricarsi in nuove contese decise di dare il Contado di Celano ad Antonio Piccolomini, nipote del Papa e suo genero con la condizione che riconoscesse come supremo signore il re.

Morto poi Papa Pio, con la stessa condizione diede il Ducato di Sora a Leonardo della Rovere, nipote di Papa Sisto. Tornando alla guerra, finalmente il Principe di Rossano capitolò e attraverso il Cardinal Roverella fu concluso il trattato di pace con alcune condizioni, tra cui un nuovo vincolo parentale: Ferrante doveva concedere a Giambattista Marzano, figlio di Marino, la propria figlia Beatrice, la quale venne subito mandata a Sessa dalla zia Eleonora come segno di pace.

Marino fu successivamente fatto incarcerare da Ferrante, il quale aveva già preso possesso di tutto il suo feudo. Il Principe di Taranto vedendo la situazione degenerare a causa del re, che lo stava raggiungendo per espugnarlo, gli chiese la pace. Ferrante non la ricusò e mandò Antonello di Petruccio, suo segretario, con il Cardinal Roverella legato del Papa a trattare le condizioni dell'armistizio con gli Ambasciatori del principe. Fra le condizioni dell'armistizio vi era che il principe fosse cacciato dalla Puglia e il Duca Giovanni da tutti i suoi feudi. Il Principe sì ritirò ad Altamura dove poco dopo morì, non senza il sospetto di avvelenamento da parte del re.[14][34]

Il 16 novembre, la morte di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo principe di Taranto privò il fronte angioino del suo più influente capo e finanziatore. Con la sua morte si realizzava il disegno originario di Alfonso V d'Aragona di fare di Taranto il principato-cardine nelle mani sue e dei suoi eredi. Il feudo pugliese fu ereditato da sua moglie Isabella e divenne un punto di forza fondamentale per le risorse di Ferrante.[13]

L'ultima roccaforte Angioina[modifica | modifica wikitesto]

Nel settembre 1463 il duca Giovanni, vedendosi abbandonato dai suoi alleati, si accordò con il re per andarsene sull'isola d'Ischia. Dopo aver sottomesso la Puglia, l'Aquila e l'Abruzzo, a Ferrante non restava altro che la riconquista di Ischia, ultimo baluardo angioino, dove si era ritirato il Duca d'Angiò, che era difesa dai fratelli Carlo e Giovanni Toreglia; questi con otto galee infestavano il golfo di Napoli a tal punto che re Ferrante chiese l'intervento di suo zio Giovanni II d'Aragona, il quale gli mandò Galzerano Richisens con numerose galee Catalane. Nella primavera del 1464 Giovanni d'Angiò, vistosi ormai isolato e sconfitto, ripartì con due galee per la Provenza.

Essendo venuta poi l'armata catalana, di cui non era più in bisogno, Ferrante diede un grande regalo al generale Toreglia e mandò indietro l'armata. Quando il Duca Giovanni partì dal regno lasciò un buon ricordo ad alcuni popoli e nobili grazie alle sue numerose virtù, per cui molti cavalieri lo seguirono in Francia come il Conte Nicola di Campobasso, Giacomo Galeota e Rofallo del Giudice. Il Duca Giovanni giunto in Provenza fu chiamato dai Catalani, che si erano ribellati al re Giovanni d'Aragona, evento per il quale Ferrante molto si rallegrò, poiché se il Duca Giovanni, il Re Renato suo padre e il Re d'Aragona erano impegnati a fare guerra tra di loro non avrebbero costituito un pericolo per Napoli. Intanto il Contado di Barcellona si era ribellato contro Re Giovanni ed aveva chiamato Re Renato a governarlo, Ferrante, avvisato della guerra, mandò alcune milizie in Catalogna in soccorso alll zio.[14][35]

Ventennio di prosperità[modifica | modifica wikitesto]

Politica matrimoniale[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver trionfato contro i suoi nemici e sottomesso tutto il regno, Ferrante pensò di restaurarlo dai danni dei sette anni di guerra che lo avevano sconvolto; ma prima di ogni altra cosa attraverso matrimoni politici cercò di mantenere sicuro il regno e decise pertanto di far sposare il primogenito Alfonso con Ippolita, figlia del duca di Milano, la figlia maggiore Eleonora col duca di Ferrara Ercole d'Este e la minore Beatrice col re Mattia d'Ungheria. Tutte queste feste furono interrotte dal lutto per la morte della regina Isabella, donna di numerose virtù. Costei fu compianta da tutti e il suo cadavere venne portato nella chiesa di San Pietro Martire, dove si può vedere ancora oggi il suo sepolcro. Re Ferrante dopo lunghi anni di vedovanza nel 1477 si sposò per la seconda volta con Giovanna sua cugina, figlia del Re Giovanni d'Aragona suo zio, dalla quale ebbe una figlia che chiamò col nome della moglie.[14][36]

Politica Interna durante l'età dell'oro[modifica | modifica wikitesto]

La fine della ribellione dei baroni fu seguita da venti anni di pace interna che consentirono a Ferrante di rinforzare lo stato e di accrescerne la ricchezza. La confisca delle terre dei baroni ribelli trasformò il rapporto di forza tra la corona e la nobiltà del regno. Ferrante, sempre diffidente verso i baroni, spinse i suoi sudditi a maggiore vigore economico con l'introduzione di nuove misure che di fatto consentivano a tutta la popolazione del regno di godere di maggiore libertà nella vita quotidiana. Con una legge del 1466 consentì ai coltivatori di disporre liberamente dei propri prodotti, svincolandoli dall'obbligo di dover vendere le derrate al signore locale al prezzo da lui fissato.

Miniatura della fine del XV secolo, forse degli anni '80 che mostra il re Ferrante mentre riceve dei doni

Le città demaniali acquisirono sempre maggiore importanza mentre imponeva maggiori controlli sul potere baronale. Nel regno gli ebrei protetti dal re Ferrante svolgevano una notevole attività artigianale e commerciale. Per le libertà comunali fu un momento importante. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e ratificò quelli concessi dai baroni, favorendo la crescita di un'aristocrazia urbana come contrappeso alla nobiltà feudale.[13]

La Lega delle Potenze Italiane[modifica | modifica wikitesto]

Ferrante rinsaldò ulteriormente il suo potere con una serie di alleanze. Intorno al 1463 promosse una lega tra i maggiori stati italiani: Napoli, Firenze e Milano. La pacificazione del regno di Napoli ebbe effetti positivi in tutta Italia e l'alleanza fu, come scrive il Pontieri, benefica anche «ai fini della conservazione della pace in Italia».[37]

Ma gli equilibri faticosamente raggiunti si mostrarono ben presto assai precari. Il duca di Milano nel marzo del 1470 si alleò con Luigi XI di Francia, invalidando di fatto la lega con Firenze e con Napoli. Ferrante, allora, sfruttò il punto debole della potenza sforzesca rappresentato da Genova, fomentando la ribellione della capitale, dove nel 1476 avvennero tumulti e rivolte al grido «viva il re di Napoli e viva la libertà».[37]

La morte del Duca di Milano, seguita poi da quella di Giorgio Castriota Signore d'Albania, privò Ferrante dei suoi maggiori amici.

La guerra del censo[modifica | modifica wikitesto]

Il 19 Agosto del 1464 morì anche Pio II, privando Ferrante del suo più fedele alleato. Il successore, Papa Paolo II, riconoscendo che il suo predecessore aveva trascurato l'esazione del censo dovuto alla Chiesa, cominciò a sollecitare Ferrante a pagare tutti i censi che doveva alla Santa Sede, i quali per più anni non erano stati pagati. Ferrante, aggravato dalle eccessive spese per la scorsa guerra, era rimasto a corto di denaro e quindi non solo si scusò di non poterli pagare, ma chiese al Pontefice di abbonargli il pagamento. Da questa pretesa venne generata una discordia che si fermò quando il Papa per abbassare il potere dei figli dei conti dell'Anguillara chiese aiuto a Ferrante, il quale gli mandò delle truppe.

Terminata l'impresa il problema del censo ritornò a galla perché il Papa tornò a richiedere con maggiore assiduità i censi rispetto a quanto fatto precedentemente. Il Re allora pretese dal Papa di rilasciare i censi per le spese che ultimamente aveva fatto per soccorrerlo e pretese anche per l'avvenire che il censo che prima importava, ottomila onze l'anno, si dovesse diminuire, poiché prima il suo costo era molto elevato sia per il regno di Napoli che quello di Sicilia, ma la Sicilia era un possesso del Re Giovanni d'Aragona suo zio e non suo, quindi non era suo dovere pagare l'intero censo. Il Papa d'altra parte enfatizzava gli aiuti che Ferrante aveva avuto dal proprio predecessore.

Ognuno cercava di far valere le proprie ragioni, ma Ferrante pose in campo un'altra pretesa, ovvero la restituzione delle terre che il Papa possedeva entro i confini del regno, cioè Terracina in terra di Lavoro, Cività Ducale e Leonessa nell'Abruzzo, vicino ai confini dello stato della Chiesa; e ciò in vigore dell'accordo fatto nel 1443 da Papa Eugenio IV con il Re Alfonso suo padre. Ferrante pretese anche la restituzione di Benevento, che aveva concesso al Pontefice Pio suo buon amico, non desiderando che adesso se la godesse un Pontefice così poco amorevole. Il Papa vedendo inasprito l'animo del Re e non potendo con l'esercito e con altri modi resistergli, mandò subito a Napoli il Cardinal Roverella suo Legato a placare Ferrante, il quale infuriato aveva ordinato ad Alfonso suo figlio di togliere il Ducato di Sora alla Chiesa. Il Cardinale eseguì così bene l'incarico che da allora non si parlò più né di censi scaduti, né della restituzione di quelle terre. Sorsero poi fra loro altre contese per la difesa dei Signori di Tolfa, visto che il Papa pretendendo che la città fosse sua, l'assedio, ma sopraggiunse l'armata del Re e l'esercito del Papa vedendo quello di Ferrante fuggì subito, lasciando l'assedio. Le contese che ebbero i Re di Napoli con i Pontefici Romani furono sempre acerbe e continue non solo a Tolfa, ma anche nel territorio di Pozzuoli e di Agnano che i Pontefici pretendevano che spettassero a loro.[14][38]

La morte del pontefice Paolo il 26 Luglio del 1471 e la successione del Cardinal Francesco della Rovere, che fu chiamato Sisto IV, fece cessare tutte le discordie, poiché Papa Sisto spedì a Ferrante nel 1475 una Bolla, la quale riferiva che per tutta la sua vita non sarebbe stato obbligato a pagare i censi, bensì per l'investitura a inviargli ogni anno un cavallo bianco ben guarnito; così venne introdotto l'uso della chinea a San Pietro. Ferrante riconoscendo le virtù di questo Pontefice, volle omaggiarlo dando il Ducato di Sora (che aveva tolto a Giovanni Paolo Cantelmo) a Leonardo della Rovere, con il quale fece poi sposare una sua figlia.[14][39]

La Corte Aragonese[modifica | modifica wikitesto]

Ferrante, dunque postosi in una placida calma, marcò le stesse orme del re Alfonso suo Padre e non trascurò in questi anni di felicità e di pace di riorganizzare il regno e di arricchirlo di nuove arti e fornirlo di provvide leggi e istituti, facendo anche venire alla sua corte uomini letterati ed illustri in ogni sorta di scienze e soprattutto professori di legge civile e canonica. Nel suo regno, oltre allo splendore della casa regale, fiorirono le lettere e i letterati. In questi anni Napoli ebbe un'età dell'oro florida simile a quella che fu nel regno di Carlo II d'Angiò per la promozione dell'arte e per i tanti reali che adornavano il suo Palazzo, infatti Ferrante ebbe come Carlo numerosa prole che ne aumentò il prestigio. La casa Regale di Napoli non aveva in questi tempi da invidiare nessuna corte dei maggiori principi d'Europa, perché un giorno in un festino celebrato a Napoli comparvero più di cinquanta persone di questa regale Famiglia, tant'è che si credeva che non potessero mai finire.[14][40]

Politica estera durante l'età dell'oro[modifica | modifica wikitesto]

In questo momento di pace il pericolo turco riapparve con la conquista dell'isola veneziana di Negroponte ad opera di Maometto II. Venezia e Napoli intrapresero subito azioni unitarie delle flotte nell'Egeo, frenando l’espansionismo ottomano. La Francia e il Ducato di Milano cercarono inutilmente di contrastare l’alleanza, potenzialmente molto pericolosa per i loro interessi mediterranei. Ma fu invece proprio l'ambizione di Ferrante a decretare la fine dell’alleanza, quando nel 1473 pretese il possesso dell'isola di Cipro, protettorato della Serenissima, proponendo in tutta segretezza di far sposare suo figlio Alfonso con una figlia di re Giacomo. Il tutto avvenne con la complicità di papa Sisto IV, che non vedeva di buon occhio l’espansionismo veneziano nell'Egeo.[37]

Re Luigi XI, nel frattempo, nel 1475 si era impossessato dell'Angiò, assicurandosi così i diritti angioini sul trono di Napoli. In seguito egli propose il matrimonio della nipote Anna di Savoia con Federico, figlio di Ferrante, ma la proposta venne accettata solo nel 1478. Nel 1476 morì Galeazzo Maria Sforza, e Ferrante volle approfittare dell’occasione tentando, con l'appoggio del pontefice Sisto IV, di impadronirsi del Ducato di Milano. Ferrante sobillò i genovesi e gli svizzeri contro Milano per fare in modo che la duchessa reggente dovesse difendersi da due parti. Genova e Savona si ribellarono e gli Svizzeri nel novembre del '78 entrarono in Lombardia, ma Milano seppe ben difendersi. Il piano di Ferrante fallì anche perché non ottenne l’appoggio dell'imperatore Federico III d'Asburgo, restio ad immischiarsi nella instabile politica italiana. Lo stesso Sisto IV comprese che i piani ambiziosi di Ferrante avrebbero finito col portarlo in contrasto con gli altri Stati italiani.[37]

Don Ferrante allora capovolse completamente la sua politica, Iniziando ad appoggiare di nascosto i ribelli dello Stato della Chiesa, come quel Niccolò Vitelli che combatteva il pontefice per il possesso di Città di Castello. Prese accordi con Maometto II, che fu ben contento di trovare un alleato contro Venezia. Strinse trattati commerciali con la Siria, con l'Egitto e con la Tunisia, che diedero un benefico impulso al commercio e al traffico marittimo del regno.[37]

Don Ferrante e la stampa[modifica | modifica wikitesto]

Ferrante fu uno dei primi in Italia ad introdurre a Napoli la stampa, impiantata a Napoli nel 1470 da Sisto Riessinger con il patrocinio reale. I primi libri che vennero stampati nel Regno di Napoli furono i libri del famoso Antonio d'Alessandro e quelli di Angelo Catone di Supino, lettore di Filosofia. Tra gli altri libri napoletani che vennero stampati fu anche l'Arcadia del celebre Sannazaro fatta stampare da Pietro Summonte, suo carissimo amico.[14][41] Quando Riessinger nel 1478 se ne tornò a Roma, Francesco Del Tuppo divenne direttore della tipografia fondata da Riessinger e fu il più prolifico degli editori e stampatori attivi nella Napoli del XV secolo.

L'incontro tra Don Ferrante e San Francesco da Paola[modifica | modifica wikitesto]

Sangue dalla moneta spezzata, seconda metà del XVIII, pinacoteca del Santuario di San Francesco di Paola

Ferrante, per insistenza del re di Francia Luigi XI, fece venire da Paola il monaco Francesco, celebre per la sua santità. Il pio religioso lasciò la sua Calabria e fu a Napoli nel 1481. Accolto a Porta Nolana, venne ricevuto con grande onore dal Re. Abitò nella Reggia di Castel Nuovo, in una stanzetta ancora esistente. Durante questa permanenza il re lo pregò, prima di passare in Francia, di fondare un convento a Napoli. Il Santo scelse un luogo solitario e rupestre sovrastante il mare, asilo di malfattori, sulle pendici settentrionali del Monte Echia.[42]

Avvertito di non lasciarsi ingannare nell’elezione del sito, frate Francesco profetò che questo luogo sarebbe stato il centro più importante e popolato non solo di Napoli, ma di tutto il Regno. Il Convento fu fabbricato con accanto, una Chiesa dedicata a San Luigi, per una Cappella allora esistente e dedicata a questo Santo. Durante la fabbrica, pervennero molte elemosine ed una cospicua elargizione da parte del Re.

Seppure il Regno di Napoli fosse retto da Ferrante, localmente il potere effettivo era appannaggio dalle famiglie nobiliari secondo quello che era il sistema feudale. Questi baroni opprimevano la popolazione, che occupava il livello sociale più basso, per cui Ferrante cercava di ostacolarne il potere. Francesco adempì anche in tale contesto storico alla missione della diffusione della vita cristiana.

Volendo provare la sua integrità - come si racconta - Ferrante portò il santo dalle parti dell’attuale Piazza del Plebiscito e lo tentò con un vassoio pieno di monete d'oro offerte per la costruzione di un convento dei Frati Minimi a Napoli, nello slargo che oggi è occupato dal colonnato della Basilica di San Francesco di Paola. San Francesco rifiutò, prese una moneta, la spezzò e ne fece uscire sangue. Il sangue che usciva dalle monete era quello dei sudditi, del popolo che subiva i potenti. Di fronte ad una ingente offerta di denaro e ad una proposta di prosperità e di ricchezza definitive, chiunque sarebbe capace di lasciarsi sedurre; così non fu per il Santo.

Quando poi quest'ultimo partì per la Francia su invito di re Luigi XI, il Papa e il re di Napoli colsero l'occasione per rinsaldare i fragili rapporti con la Francia, intravedendo, in prospettiva, la possibilità di raggiungere un accordo per abolire la Prammatica Sanzione di Bourges.[43]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: San Francesco da Paola.

Governo dopo il ventennio di prosperità[modifica | modifica wikitesto]

Congiura dei Pazzi (1478-1480)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Congiura dei Pazzi.
Trionfo di Ferrante d'Aragona, Kupferstichkabinett inv. 78c 24 f, Berlino

Le alleanze di Ferrante poggiavano principalmente sugli Sforza di Milano e gli Estensi di Modena e Ferrara.

Nel 1478, al tempo della congiura dei Pazzi, mostrò di voler mediare pacificamente, ma dopo gli esiti della congiura si schierò contro Lorenzo de' Medici e dichiarò guerra a Firenze. Ferrante riuscì a accordarsi con il sultano turco, che scatenò il suo esercito contro Venezia la quale, costretta a difendersi, non poté accorrere in aiuto a Firenze. L’erede al trono Alfonso, comandante dell'esercito napoletano, venne mandato in guerra in Toscana, dove riuscì a farsi proclamare signore di Siena. Ai Fiorentini non rimase che venire a patti con il re di Napoli e fu chiesto l’armistizio. Lorenzo de' Medici si era reso conto di non poter permettersi l'inimicizia di un sovrano così potente e così vicino: si mise quindi in viaggio per Napoli per trattare direttamente con Ferrante.[37]

Il 5 dicembre del 1479 Lorenzo il Magnifico si imbarcò su navi napoletane a Pisa per raggiungere Napoli. Tutta l'Italia osservava con grande interesse questo viaggio, attendendone grandi decisioni: l'incontro era stato ben preparato e le accoglienze a Lorenzo, giunto a Napoli il 18 dicembre del 1479, furono superiori ad ogni aspettativa. La pace, che fu stipulata il 17 marzo del 1480, prevedeva l’alleanza tra Firenze e Napoli. Il papa Sisto IV, quando seppe che al trattato aderivano anche Milano e il duca di Ferrara, pensò bene di allearsi con Venezia.[37]

Lorenzo si reca a Napoli da Ferdinando d'Aragona, dipinto di Giorgio Vasari e Marco da Faenza, Palazzo Vecchio, Sala di Lorenzo il Magnifico, Firenze

Guerra di Otranto (1480-1481)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Otranto.

Nel 1480, Maometto II, seguito da una potente flotta cominciò a minacciare il Regno di Napoli. Era stato obbligato a togliere l'assedio di Rodi gloriosamente difeso dai cavalieri ospitalieri e comparve nel canale di Otranto, dove a proteggere Otranto vi erano soltanto mille combattenti, mentre altri 400 arrivarono da Napoli condotti da Francesco Zurolo. I cittadini fecero una valorosa difesa più dei soldati, ma contro il potente e numeroso esercito Ottomano non valse a nulla la loro costanza contro il perfido e crudele Gedik, comandante della a spedizione contro Napoli che alla fine riuscì ad occupare in meno di due mesi Otranto, dove venne massacrata la maggior parte della popolazione. Ottocento Otrantini vennero esortati dagli Ottomani ad abbandonare la religione cattolica per convertirsi all'Islam. Con eroismo si opposero alle loro pressioni, per cui pagarono col sangue pensando che il martirio e la fede fossero la cosa più preziosa.[26][44]

Presa la città, Maometto richiamò a sé Gedik, che lasciò in città il suo Luogotenente Ariadeno Baglivo di Negroponte con 7000 Turchi e 500 cavalli, ed egli con 12 Galee, caricò le risorse del sacco di quella città e le fece partire per Costantinopoli. Ariadeno dunque, volendo proseguire le conquiste, pensava di occupare Brindisi e porre d'assedio altre Città. Ferrante vedendo il suo regno in pericolo, chiese aiuto a tutti i principi d'Europa e mandò subito un messaggero per chiamare Alfonso suo figlio in Toscana, perché lasciasse la guerra contro Firenze e venisse a soccorrere il regno.

Il pericolo turco fu, esplicitamente, alla base della decisione reale di fortificare adeguatamente Brindisi. Mentre i turchi erano ancora asserragliati in Otranto, nel febbraio del 1481, Ferrante d’Aragona dispose l’avvio dei lavori per la costruzione di una fortezza a guardia del porto di Brindisi: il torrione di Ferrante. Successivamente, nel 1485, Alfonso, figlio del re Ferrante e allora duca di Calabria, trasformò il torrione di Ferrante in un castello. Sorse così il superbo castello Aragonese di Brindisi.[45]

Il Duca di Calabria abbandonò la guerra in Toscana e, giunto a Napoli il 10 Settembre del 1480, raccolse un'armata di 80 Galere con alcuni vascelli e ne diede il comando a Galeazzo Caracciolo, il quale giunto con l'armata nello stretto di Otranto spaventò molto l'esercito nemico. Poco dopo lo raggiunse lo stesso duca di Calabria, accompagnato da gran numero di baroni Napoletani. Il Re d'Ungheria cognato del Duca mandò 1700 soldati e 300 cavalli ungheresi ed il Papa inviò un cardinale con 22 galere genovesi. I Turchi, dopo molte battaglie, furono finalmente costretti a ritirarsi dentro Otranto, dove per molto tempo si difesero. La morte di Maometto II e la discordia nata tra due suoi figli, Zizim e Bayezid, ciascuno dei quali pretendeva l'impero, spinsero Ariadeno a comprendere che il soccorso che aspettava sarebbe giunto molto tardi, decise quindi di arrendersi ad Alfonso e, dopo aver stretto le trattative di pace, si imbarcò con le truppe e si incamminò per Costantinopoli.

Il giovane Alfonso, entusiasta del successo dell'impresa, dopo aver licenziato i soldati ungheresi rientrò finalmente a Napoli, dove venne acclamato dal popolo e dove trovò i soccorsi che erano venuti dal Portogallo e dalla Spagna, che fece rimandare indietro. Nella guerra morirono numerosi celebri uomini d'arme come: Matteo di Capua, Conte di Palena, Giulio Acquaviva Conte di Conversano, Don Diego Cavaniglia e Marino Caracciolo. Le ossa degli eroici Martiri di Otranto vennero poi fatte seppellire da Alfonso con tutti gli onori, alcune delle quali nella Chiesa di Santa Maria Maddalena, trasferite poi nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove si venerano come reliquie di Martiri.[14][46]

Seconda Congiura dei Baroni (1485-1486)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Congiura dei baroni.

Il suo governo centralista e la crudeltà di Alfonso verso i baroni - per spargere la voce della sua opposizione, Alfonso decise di porre sull'elmo una Scopa per cimiero e nella sella del cavallo alcune tenaglie, dimostrando di volerli annientare - portarono nel 1485 ad un secondo tentativo di rivolta.

Nel frattempo era morto Sisto e il suo successore, papa Innocenzo VIII volle ristabilire il pagamento del censo nel regno di Napoli. Il Re il 29 Giugno del 1485 (giorno stabilito per il pagamento) aveva mandato Antonio d'Alessandro come suo Oratore a Roma per presentare al Papa il cavallo bianco in vigore dell'investitura, ma il Papa non volle riceverlo, tant'è che Antonio fu obbligato a fare pubblica protesta. D'altra parte i Baroni, vedendo l'insoddisfazione del Papa, pensarono di ricorrere a lui per essere sostenuti. I capi e gli autori di questa Congiura furono Francesco Coppola Conte di Sarno e Antonello Petrucci segretario del Re. Le tante ricchezze e i tanti straordinari favori che il Re faceva a questi due personaggi li fecero entrare nell'odio e nell'invidia di molti, soprattutto del Duca di Calabria, il quale non poteva contenersi nel dire in pubblico che suo Padre per arricchirli aveva impoverito sé stesso.[14][47]

I baroni che congiurarono furono il Principe di Salerno, il Principe di Altamura, il Principe di Bisignano, il Marchese del Vasto, il Duca d'Atri, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Lauria, il Conte di Mileto, il Conte di Nola e molti altri cavalieri. Questi, riuniti a Melfi per le nozze tra Ippolita Sanseverino e Troiano Caracciolo, figlio di Giovanni Duca di Melfi, mandarono un messaggero al Pontefice Innocenzo per chiedere aiuto ed il Papa accettò volentieri l'impresa.[14][48]

Visto che era morto sia Giovanni Duca d'Angiò che Renato suo padre, il Pontefice spinse Carlo VIII di Francia a spedire Renato Duca di Lorena a conquistare il regno di Napoli, del quale egli lo avrebbe investito, purché fosse sempre fedele alla Santa Chiesa. Intanto Alfonso duca di Calabria, avendo scoperto la congiura, si impadronì all'improvviso della Contea di Nola e conquistò Nola, incarcerando i due figli e la moglie del Conte, conducendoli poi nelle prigioni del Castel Nuovo a Napoli. Quando gli altri congiurati seppero quello che aveva fatto Alfonso, temendo che facesse lo stesso con i loro feudi, cominciarono apertamente ad armarsi e a rivoltarsi. In un attimo il Regno si trovò tutto sottosopra: strade rotte, niente commerci, Tribunali chiusi e ogni luogo pieno di confusione.[14][49]

Re Ferrante scosso da questi tumulti cercò di sedarli. Il Principe di Bisignano, per dare tempo agli altri baroni di armarsi, cominciò a fare un trattato di pace con Ferrante che in apparenza sembrava molto disposto ad accettare, ma in realtà non aveva intenzione di concedergli nulla. L'uno dunque cercava con simulazione di ingannare l'altro, i baroni proposero al re condizioni molto impertinenti; ma furono tutte accordate. Quando poi si doveva firmarle, il principe di Salerno ebbe delle difficoltà e visto che molti baroni risiedevano a Salerno il principe di Bisignano chiese al re che per maggior sicurezza mandasse a Salerno Don Federico e in suo nome le sistemasse. Il Re mandò Federico che fu ricevuto dal Principe e dai Baroni, che lo salutarono con segni di stima. Federico era un principe dotato di rare ed incomparabili virtù, avvenente, con comportamenti dolcissimi, moderato e modesto, tant'è che era amato da tutti e di costumi opposti al Duca di Calabria suo fratello.[14][50]

Federico entrò pertanto a Salerno con ferma speranza di concludere la pace; ma un giorno il Principe di Salerno avendo fatto convocare nel suo Palazzo i baroni e fatto entrare Federico nel Castello in una eminente stanza, cominciò con molta eloquenza a persuaderlo di prendere il regno che gli offrivano affinché, cacciato Alfonso, quello riposasse sotto la sua clemenza, e di ciò certamente non se ne sarebbe offeso il vecchio Re, anzi avrebbe assecondato la volontà degli uomini e di Dio. Influenzò insomma il principe con molto ardore che ciascun barone credeva che Federico non avrebbe rifiutato il dono; ma questo principe che non aveva né ambizione, né immoderata sete di dominare, ma solo virtù, dopo aver ringraziato per l'offerta, con molta placidezza rispose che se concedendogli il regno fosse stato sotto il loro controllo, volentieri avrebbe accettato il dono, ma non potendo prendere possesso del regno, se non violando tutte le leggi, il volere paterno e la ragione di suo fratello, rifiutò. Quando i congiurati intesero la resoluzione di Federico, si impallidirono, e visto che dovevano portare a termine la congiura, imprigionarono Federico e per invigorire l'animo del Papa alzarono le bandiere Papali.[14][51]

Ferrante (in basso a sinistra) rappresentato come santo Stefano, Madonna col Bambino in trono e santi, Pietro Befulco, Museo Nazionale di Capodimonte[52]

Ferrante infuriato per l'accaduto, minacciò di dichiarare guerra al Papa e mandò il Duca di Calabria con un grande esercito ai confini del regno. Il duca di Calabria, prima di entrare in guerra contro lo Stato Pontificio, dichiarò che andava non per offendere la Santa Sede, ma solo per difendersi e liberare il regno dalle insidie dei ribelli e dichiarò che era e sempre sarebbe stato un ubbidente figlio del Pontefice e della Sede Apostolica.[14][53]

Ferrante pubblicò poi un bando con il quale ordinava a tutto il clero del regno che dimorasse nella Corte Romana e che avesse Vescovadi, Arcivescovadi e benefici nel Regno, di presentarsi entro quindici giorni alla sua presenza e di risiedere nelle loro chiese. Non avendo voluto ubbidire, l'Arcivescvo di Salerno e i Vescovi di Mileto e di Teano, che si trovavano a Roma, furono privati delle rendite.[14][54]

Radunò poi un altro esercito, del quale diede il comando a Ferrandino principe di Capua suo nipote e primogenito del duca di Calabria. Per compensare la tenera età del principe, anch'egli giovanissimo, gli diede come compagni il Conte di Fondi, di Maddaloni e di Marigliano, e mandò un altro esercito anche in Puglia, guidato dal Duca di Sant'Angelo Francesco suo figlio, a controllare quelle terre.[14][55]

Papa Innocenzo atterrito dai preparativi di guerra, non vedendo comparire Renato Duca di Lorena da lui invitato alla conquista del regno, chiese soccorso ai Signori Veneziani che all'epoca erano potenti in Italia, promettendogli che, dopo la conquista del regno, gli avrebbe offerto buona parte di quello, ma i veneziani non accettarono l'offerta e cercarono comunque neutralmente di supportare sia il Papa che il Re, opportunamente per i propri interessi. Intanto il Duca di Calabria aveva invaso lo Stato Pontificio e dopo aver combattuto molte battaglie era riuscito ad arrivare fino alle porte di Roma, cingendola d'assedio. Nel frattempo Ferrante cercava attraverso astuzie ed inganni di portare dalla sua parte i baroni congiurati.

Il Papa, passati tre mesi, non vedendo comparire né Renato, né soccorsi dai veneziani, infastidito sempre di più dal Collegio dei Cardinali e dalle lamentele di molti soldati e baroni del regno (che per non avere la paga dal Pontefice devastavano lo Stato Pontificio), decise finalmente di stringere un trattato di pace e persuadere i baroni ad accordarsi col Re. I Baroni non potendo altrimenti accettarono l'accordo, il quale il 12 Agosto 1486, con la partecipazione dell'Arcivescovo di Milano, il Conte di Tendiglia, gli Ambasciatori del Re di Spagna e di Sicilia, venne accettato in nome del Re Ferrante da Giovanni Pontano famoso letterato di quei tempi. Tra le condizioni del trattato vi era quella che il Re riconoscesse la Chiesa Romana, pagandogli il consueto censo, oltre che la chinea, e smettesse di molestare i baroni.[14][56]

Il Duca di Milano, Ferdinando il Cattolico Re d'Aragona e di Sicilia e Lorenzo de' Medici furono quelli che firmarono l'accordo tra Ferrante ed il ceto dei Baroni.[26][57]

Esortazione di insorgere contro i baroni ribelli, 1486

Papa Innocenzo VIII, dopo il trattato di pace, fu per tutta la sua vita molto amico del re, e lo compiacque in tutto ciò che gli chiedeva. Spedì a sua richiesta il 4 Giugno del 1492 una bolla nella quale dichiarava che dopo la morte di Ferrante il successore del regno sarebbe stato Alfonso Duca di Calabria suo figlio primogenito, per osservanza delle bolle di Papa Eugenio IV e di Pio II, suoi predecessori; ed in mancanza del Duca di Calabria avrebbe dovuto succedere Ferrandino.[14][58]

Vendetta di Ferrante sui baroni[modifica | modifica wikitesto]

I baroni, quantunque rassicurati dal Papa e dal Re di Spagna e di Sicilia, conoscevano la crudeltà di Alfonso e la poca fede di Ferrante verso di loro, rimanendone grandemente afflitti. Pietro di Guevara Gran Siniscalco morì proprio per questa afflizione. Dopo la pace i baroni, riuniti fra loro, si fortificarono nelle loro Rocche; ma il Duca di Calabria e re Ferrante avendoli in pugno, cercavano di ingannarli, offrendo loro sicurezza e mostrando loro la propria umanità. Molti baroni, ingannati, si rassicurarono, ma il Principe di Salerno sospettando l'inganno del re scappò di nascosto dal regno e se ne andò a Roma, qui vedendo che il Papa non aveva intenzione di rinnovare la guerra, se andò in Francia.[14][59]

Ferrante e Alfonso, infatti, sentivano imperiosamente il bisogno di vendicarsi dei due rivoltosi traditori, il Coppola e il Petrucci. Il momento propizio fu la celebrazione delle nozze di Marco, figlio del Conte di Sarno con la figlia del Duca di Amalfi, nipote del Re, la cui festa si svolse nella gran Sala del Castel nuovo. Tutti gli animi erano ricolmi d'immenso giubilo quando all'improvviso furono arrestati e destinati con gli altri all'ultimo supplizio.[26][60] Ferrante fece imprigionare anche il Conte di Sarno, il Segretario Petrucci, i Conti di Carinola e di Policastro con i suoi figli, Aniello Arcamone cognato del Segretario e Giovanni Impoù Catalano. Dopo processi ed altre solennità, furono condannati alla privazione di tutti gli onori Titoli, Dignità, Uffici, Cavalleria, Feudi, nobiltà e vennero condannati alla decapitazione. I loro beni furono poi incorporati al Fisco.[14][61] Commovente, fu comunque il discorso e l'addio che pronunciò il Conte di Sarno ai suoi figli dall'alto del patibolo.[26][62]

La Sala dei Baroni di Castel Nuovo, luogo dove si svolse l’epilogo della congiura dei baroni

Dopo questo episodio il 10 febbraio il re fece imprigionare il Principe d'Altamura, il Principe di Bisignano, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Morcone, il Conte di Lauria, il Conte di Mileto, il Conte di Noja, il Duca di Sessa e molti altri Cavalieri. Stimolato dal Duca di Calabria li fece morire segretamente quasi tutti; ma per far credere al mondo che fossero ancora vivi il re mandò loro per molto tempo la provvisone per i loro bisogni. Alla fine però, essendo stato visto il boia con una catenetta d'oro appartenuta al principe di Bisignano, si diffuse la voce che fossero stati scannati, chiusi dentro alcuni sacchi e gettati in mare in una notte di gran tempesta.[14][63]

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Dopo questo episodio sorsero da tutte le parti i clamori dei sovrani per aver Ferrante violato la fede su cui era basato il sacro patto che accordava il perdono a tutti i baroni.[26][64]

Alfonso si discolpò e lo fece anche Ferrante, ma invano. Il Pontefice allora sollecitò Carlo VIII ad invadere il regno, tuttavia Ferrante con un nuovo trattato allontanò la minaccia.[26][65]

Re Ferdinando il Cattolico, avendo compreso che Ferrante aveva disobbedito al patto, cominciò a lamentarsi con lui prendendo il pretesto di conquistare il regno di Napoli. Re Ferrante, avendo capito l'insoddisfazione del Re Cattolico, inviò in Spagna Giovanni Nauclerio per scusarsi di non aver potuto fare altro poiché i baroni inquieti cominciavano a macchinare nuove congiure contro di lui. Giovanni, vedendo che il Re Cattolico era insoddisfatto di quella ambasciata, cominciò ad organizzare un matrimonio con l'aiuto della Regina Giovanna, moglie di Ferrante e sorella del Re Cattolico, tra Ferrandino, primogenito del Duca di Calabria, e una delle figlie del Re Cattolico, ma il negoziato non venne concluso.[14][66]

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo tante vicende politiche, Ferrante continuò a dirigere lo Stato. Attivo e laborioso, fu rispettoso verso i costumi della nazione. Dopo essersi arricchito ed aver arricchito lo stato con la rovina dei baroni, per mantenere sicuro il regno e quindi per tenere ancora al suo servizio i maggiori capitani di ventura di quel secolo, quali Gian Giacomo Trivulzio, i due Prospero e Fabrizio Colonna, il Conte di Pitigliano e tanti altri, si mise a fortificare di nuovo le Fortezze della Capitale, senza ricevere un minimo di turbamento da queste sue volontarie e piacevoli operazioni.[14][67]

Ferrante, con una Prammatica dal titolo De scolaribus doctorandis, ordinò ai sudditi di promuovere le Scienze nella Capitale e dopo Napoli volle che solamente alla città dell'Aquila si accordasse il privilegio di licenza per aprire uno Studium.[26][68]

Nel 1486 partecipò alla guerra per il ducato di Milano in appoggio agli Sforza.[69]

L'8 Aprile 1492 morì Lorenzo de' Medici, e poco dopo anche Innocenzo VIII. Il successore del Papa fu Alessandro VI e quello di Lorenzo Piero de' Medici, che continuò ad essere alleato di re Ferrante.[14][70] Incoraggiato da Ludovico Sforza, nel 1493 il re di Francia Carlo VIII, erede dei pretendenti angioini di Napoli, si preparava ad invadere l'Italia per la conquista del Regno e Ferrante comprese di essere di fronte al più grande pericolo che avesse mai affrontato. Con un istinto quasi profetico mise in guardia i principi italiani rispetto alla calamità che stava per abbattersi su di loro, ma le trattative con papa Alessandro VI e con Ludovico il Moro fallirono e Ferrante morì prima di avere assicurato la pace al proprio regno.

La fine del regno[modifica | modifica wikitesto]

Morte e sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

Moneta con l'effige di Ferrante

Re Ferrante, che fino al 1493 con la sua prudenza aveva mantenuto la pace sia nel Regno che in Italia, sapendo che la Francia si preparava alla guerra, cominciò a rinforzare il regno e a reclutare eserciti per resistere a un così potente nemico; ma a causa di un gran catarro e poi della febbre, nel quattordicesimo giorno della sua infermità, morì il 25 gennaio del 1494, sopraffatto più dai dispiaceri dell'animo che dall'età. Quest'uomo tenace conservò la salute fisica e la lucidità mentale fino alla fine della sua vita; il suo corpo robusto e muscoloso rinsecchì nella vecchiaia e i folti capelli scuri, tagliati corti nel fiore degli anni, divennero bianchi e lunghi, ma si ricordano di lui solo poche serie malattie.[71]

Poco prima di morire, non credendo di essere giunta veramente la sua ora, si fece accomodare i capelli e le mascelle che sembrava gli dovessero cascare, ma, sentendosi improvvisamente mancare, disse tremante ai figli e nipoti che gli stavano intorno queste parole: "Figliuoli miei, siate benedetti"; e voltandosi ad un Crocifisso disse:"Deus, propitius esto mihi peccatori (Dio, perdona i miei peccati)", e subito morì. Il suo cadavere imbalsamato fu riposto in una cassa coperta di broccato d'oro, e venne seppellito nella Basilica di San Domenico Maggiore. Il suo sepolcro si può vedere nella Sagrestia della basilica. La sua morte, purtroppo funesta, portò alla rovina non solo la sua progenie e il regno, ma ricolmò d'infiniti mali tutta l'Italia.[14][72]

Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli, che a sua volta abdicherà molto presto in favore del proprio figlio Ferrandino a causa dell'invasione tanto temuta di Carlo VIII di Francia, che nel 1494 calò in Italia.

La mossa non sortì gli effetti sperati: la stirpe aragonese era ormai pericolosamente vacillante e l'imminente arrivo del sovrano francese spinse molti nobili napoletani a schierarsi dalla parte dell'invasore, agevolando la futura caduta dei reali dal trono.

«Son quel regno sfortunato
pien di pianto, danni e guerra,
Francia e Spagna in mar in terra
m'hanno tutto disolato.
Per me pianga ogni persona,
gentil regno pien d'affanni,
ché cinque re di corona
me son morti in tredici anni,
con tormenti e gravi danni.
[...] Son quel regno sfortunato,
el magnanimo Ferrando,
del gran sangue di Ragona,
hebbe Italia a so comando,
tremar fece ogni persona,
poi che morto sua corona
perse el ramo de l'oliva,
hor più pace non se scriva
per me tristo disgraziato.»

(Dragoncino da Fano, El lamento del Reame di Napoli (1528). Guerre in Ottava rima (III-1.1))

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

Scultura di Ferrante raffigurato come Nicodemo nell'opera Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni, Chiesa di Sant'Anna dei Lombardi, 1492.

Re Ferrante era di media statura, aveva una grande testa, una bella e lunga zazzera di color castano, era bruno di faccia, aveva una bella fronte e la vita proporzionata. Fu assai robusto e si disse che fosse dotato addirittura d'una forza sovrumana, a tal punto che un giorno - come si racconta - recatosi alla Basilica di Santa Maria del Carmine per ascoltare la messa, incontrò in piazza del Mercato un toro inferocito che seminava il terrore tra i presenti e lo fermò afferrandolo per un corno.[14][73]

Ferrante fu molto grazioso nel ragionare, astuto, modesto, paziente a soffrire cose di suo contrario genio, pronto e grato nel dare udienza, risoluto nei negoziamenti e destrissimo simulatore. I buffoni gli erano graditissimi, ed egli fece loro molte grazie in alcune occasioni. Fu amante della caccia, specialmente dell'arte della falconeria. Era cortese e liberale, ad esempio un giorno donò 300 cavalli ad un suo amico Genovese, chiamato Olietto de Tiesso. Fu, come detto, mecenate delle arti e amante delle lettere, difatti scrisse anche alcune epistole ed elegantissime orazioni, dove si scorge il suo buon gusto per le buone lettere.[14][74]

Ebbe in dono un grande coraggio e una notevole abilità politica. Remunerò generosamente chi era stato leale alla sua causa, mentre fu severo, vendicativo e crudele verso i suoi nemici. Organizzava numerosi matrimoni di povere donzelle ed ebbe una ricchissima tappezzeria che era stata di proprietà della Regina Giovanna II. Dopo la morte del Re, la comprò il Duca di Ferrara, la quale, vedendola l'imperatore Carlo V a Reggio, nel Palazzo di Alfonso d'Este, restò molto meravigliato. Don Ferrante con le sue virtù lasciò un Regno che aveva guidato alla maggior grandezza, forse più di qualunque altro sovrano che l'avrebbe governato, per cui tanti celeberrimi letterati lo nominarono nei loro famosi scritti.[14][75]

Ferrante era anche molto legato alla musica, per la quale mostrava un vero entusiasmo. Ricercò, infatti di continuo cantanti educati alla scuola di Borgogna ed esperti organari che ricevevano un caldo benvenuto nella sua corte. Tra le numerose personalità presenti nella sua cappella di corte si ricorda il teorico della musica e compositore fiammingo Johannes Tinctoris. Allo stesso Ferrante si attribuisce una certa abilità di strumentista.[71]

Come suo padre anche Ferrante era un uomo di grande fede: attaccato al cerimoniale religioso, professava la stessa devozione per il culto della Vergine, lavava i piedi dei poveri il Giovedì Santo e assisteva alla messa in ginocchio.[71]

Ferrante era modesto nel mangiare e nel modo di presentarsi, anche se elegante nei modi e nel vestire, ereditò l'amore del padre per il cerimoniale e la magnificenza, come dimostrano le accoglienze fatte ad una ambasciata borgognona nel 1472, una delle più grandiose manifestazioni di splendore principesco dell'epoca, secondo il Pontano, e i festeggiamenti in occasione del matrimonio del duca di Calabria con Ippolita Maria Sforza.

Ritratto postumo di re Ferrante d'Aragona in soprabito ricamato

Era affascinato, come altri principi, dalle fastose cerimonie degli Ordini cavallereschi, ed avendo il controllo dell'Ordine aragonese della Giara, detto anche del Giglio, fondò anche l'Ordine dell'ermellino con il motto "Malo mori quam foedari", che conferiva con liberalità, ricevendone in cambio Ordini come il Toson d'oro e la Giarrettiera. La passione giovanile per gli aspetti più mondani della cavalleria, i tornei e le cavalcate durò ben oltre la maturità, aiutandolo a conservare la forza fisica.[71]

Fu uomo assai passionale e, nonostante le numerose amanti e concubine, la maggior parte di costoro appartenute agli anni della gioventù, amò tantissimo la propria consorte Isabella di Chiaramonte, donna dalle eccezionali virtù, la cui morte lo afflisse grandemente. Come padre fu assai presente e affezionatissimo alla propria prole, noto è soprattutto il fortissimo affetto mostrato per le proprie figlie femmine e per la primogenita Eleonora.

Amava sommamente i bambini e gli piaceva circondarsene, difatti quando la stessa Eleonora si recò in visita a Napoli nel 1477, Ferrante la persuase a lasciare presso la propria corte, oltre al neonato appena partorito, anche la piccola nipote Beatrice, la quale egli poi crebbe come una figlia.[76] Prese altresì sotto la propria protezione i due orfani del conte don Diego Cavaniglia, ovvero Troiano e Nicolina, come aveva a suo tempo protetto anche lo stesso Diego, rimasto prestissimo orfano di padre. Presso la sua corte aveva pure trovato rifugio la piccola Maria Balsa, figlia del despota di Serbia o più probabilmente del signore di Misia, ma che secondo taluni altro non sarebbe stata che la figlia di Vlad III di Valacchia, alleato di Ferrante contro i turchi e morto proprio per causa di questi ultimi, la cui vera identità Ferrante avrebbe tenuta segreta per preservarne il futuro.[77][78]

La Napoli Ferdinandea[modifica | modifica wikitesto]

Ferrante riuscì a gettare le basi per la formazione di un embrione di Stato moderno grazie alla creazione di nuove istituzioni politiche come il Consiglio Collaterale e al consolidamento di strutture finanziarie come la Regia Camera della Sommaria.[79]

Le capacità di Ferrante e dei suoi diplomatici, abili nell’intessere alleanze al fine di realizzare l’egemonia napoletana nel sistema degli Stati italiani, i frutti della strategia economica del sovrano con l’introduzione dell’arte della seta e della stampa, la politica di promozione e attrazione culturale, il severo esercizio del potere anche attraverso la repressione della Congiura dei baroni portarono Il Regno di Napoli, con intellettuali del calibro del Pontano, del Panormita ed altri, a partecipare da protagonista all’Umanesimo e al Rinascimento.[79]

A lui si deve un primo ampliamento della cinta delle mura di Napoli, al quale fece seguito un secondo nel 1499. La murazione aragonese di Napoli, infatti fu iniziata sotto il suo regno, nel giugno 1484.

Considerata una delle massime espressioni dell'architettura difensiva quattrocentesca, la murazione scaturiva dall'esigenza di rafforzare le protezioni della capitale, soprattutto all'indomani della presa di Otranto nel 1480 da parte ottomana. Essa andava a sostituire l'obsoleta cortina angioina, con una struttura più rispondente alle nuove esigenze difensive, derivanti dall'introduzione delle artiglierie. La nuova struttura partiva dal castello durazzesco dello Sperone, di cui oggi è ancora riconoscibile la torre Brava, con la Torre Il Trono. Lo sviluppo della nuova fortificazione, a delimitazione del lato orientale della Capitale, fu di circa due chilometri e comprese venti poderosi torrioni di forma cilindrica scarpati alla base, comprese quattro porte. Lo spessore dei tratti di cortina colleganti i suddetti torrioni arrivava in alcuni casi anche a 7 metri, ed era costituito da blocchi di tufo giallo. Il lato rivolto verso la campagna era rivestito in blocchi di piperno grigio, ad elevata resistenza. Ciascuna torre era completamente piena, in modo da poter offrire la massima resistenza passiva al tiro delle bombarde d'assedio. Nel corso del XVI secolo, in epoca vicereale, la murazione sul lato orientale sopravvisse intatta al rinnovamento prodottosi sotto Pedro di Toledo, che portò alla realizzazione di una moderna cinta bastionata a delimitazione della città. Contrariamente alla totale demolizione subita da quest'ultima a partire dalla metà del XVIII secolo, la murazione orientale resistette sostanzialmente integra fino al periodo post-unitario subendo poi una parziale demolizione durante le opere di risanamento.[80]

Dei suoi tempi sono il bellissimo Palazzo Como, ora sede del Museo Filangieri (costruito fra il 1464 e il 1490), Porta Nolana, il Palazzo Diomede Carafa (1470), la facciata del Palazzo Sanseverino, ora della Chiesa del Gesù Nuovo (1470), nonché la Porta Capuana (definita la più bella porta del Rinascimento insieme alla porta di San Pietro a Perugia,[81]).

Porta Capuana in una stampa del 1823.

Don Ferrante riformò gli studi dell'università di Napoli,[14][82] riaperta nel 1465 con un corpo docente di ventidue membri, appoggiandola molto più di quanto avesse fatto il padre, e concesse che al corso di studi tradizionale fosse aggiunto lo studio umanistico del greco e del latino, anche se, in realtà, il suo scopo era forse stato quello di ripristinare il monopolio universitario degli studi superiori sotto uno stretto controllo statale, così come lo aveva concepito il suo fondatore Federico II. Nel 1478 aveva una tale fiducia nelle possibilità offerte dall'università di Napoli da proibire ai suoi sudditi di studiare o di ricercare il dottorato fuori dal Regno. Anche gli insegnanti erano reclutati nel Regno e, fra i pochi stranieri incaricati, solo il fiorentino Francesco Pucci trovò l'ambiente napoletano abbastanza allettante da rimanervi per sempre.[71] Ferrante, con una Prammatica dal titolo De scolaribus doctorandis, ordinò ai sudditi di promuovere le Scienze nella Capitale e volle che la città dell'Aquila si accordasse il privilegio di licenza per aprire uno Studium.[26][83]

Ferrante promosse l'arte rinascimentale col suo mecenatismo, circondandosi di numerosi artisti e letterati che fiorirono nel suo regno come: Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Bartolomeo Platina, Jacopo della Pila, Raffaele Volaterrano, Antonio Fiorentino della Cava, Francesco di Giorgio Martini, Pietro e Ippolito del Donzello, Francesco Del Tuppo, Giovanni Giocondo, Giovanni Francesco Mormando, Francesco Laurana, Pietro da Milano, Tommaso e Giovan Tommaso Malvito, Ermolao Barbaro il Giovane e il Vecchio, Giuliano e Benedetto da Maiano, Bernardo Rossellino, Francesco Pagano, Riccardo Quartararo, Pietro Befulco, Novello da San Lucano, Guido Mazzoni, Niccolò Antonio detto Colantonio, Angiolillo Arcuccio, Antonio De Ferraris, Poliziano, Teodoro Gaza, Cola Rapicano, Pietro Alemanno, Giovanni Pontano, Antonio Beccadelli e tanti altri. Il Panormita fu secondo Segretario del Re e Presidente della Camera. Al Pontano si deve la creazione a Napoli della rinomata Accademia (una delle primissime Accademie fondate in Europa, la prima del Regno di Napoli e la più antica d'Italia tuttora esistente), i cui allievi piu illustri furono: Sannazaro, Antonio Flaminio, Cardinal Sadoleto, Giano Anisio, Giovanni Cotta, Andrea Sabatini, Andrea Matteo III Acquaviva e tanti altri.[14][84]

Ferrante completò la costruzione e la decorazione del Castel Nuovo utilizzando artigiani di provenienza quasi esclusivamente italiana come Pietro da Milano, uno degli artisti chiamati da Alfonso, ritornò con Francesco Laurana nel 1465 per completare l'arco di trionfo e per eseguire alcuni busti della famiglia reale. Le splendide porte di bronzo del Castel Nuovo, con la rappresentazione del trionfo del re nella congiura dei baroni, furono opera di Guglielmo Dello Monaco, un parigino che aveva servito Alfonso come fabbricante di cannoni, orologi e campane. Verso la fine della sua vita, Ferrante progettò anche la costruzione di un grande edificio, un enorme palazzo in stile rinascimentale destinato forse ad accogliere l'amministrazione e la corte di giustizia, ma che non fu mai realizzato.[71]

Sotto Ferrante la ricchissima biblioteca reale fondata da Alfonso nel Castel Capuano continuò a crescere ad un ritmo imponente, grazie agli acquisti, ai doni, alla confisca delle collezioni dei baroni ribelli.[71]

L'uso del Napoletano come lingua ufficiale del Regno promosse negli ambienti di corte la moda di una poesia in cui si fondevano la tradizione colta e quella popolare, in modo non dissimile da quanto avveniva a Firenze con Lorenzo de' Medici. Questa cultura si dimostrava più accessibile anche al di fuori della corte, diffondendo l'alfabetizzazione fra la nobiltà e incoraggiando la crescita di una letteratura popolare che trova il suo migliore esempio nel Il Novellino di Masuccio Salernitano.[71]

L'arte per cui Ferrante dimostrò un vero entusiasmo, e in cui i suoi gusti si avvicinavano di più a quelli di Alfonso, fu la musica: ricercò di continuo cantanti educati alla scuola di Borgogna; esperti costruttori di organi ricevevano un caldo benvenuto e agli inizi degli anni Settanta Johannes Tinctoris giunse a Napoli per completare la schiera di talenti attivi nella cappella di corte e per sviluppare la tradizione della polifonia secolare, in modo che la città partenopea primeggiò su tutta l'Italia per la maggior parte del secolo.[71] Johannes Tinctoris al servizio di Ferrante svolse importanti funzioni: cantore cappellano (archicapellanus), strumentista di ribeca e vihuela de arco (successivamente conosciuta come viola da gamba), precettore, compositore e consulente legale. Tinctoris ebbe a corte un ruolo intellettualmente preminente e nell'ottobre 1487 fu inviato in Nord Europa per ingaggiare nuovi cantori per la cappella reale. Per l'ottima conoscenza delle lingue e del diritto, il re Ferrante gli ordinò anche di redigere una traduzione italiana degli articoli dell'Ordine del Toson d'oro (Articuli et ordinatione dell'ordine del Toson d'oro).

Durante il suo regno la Casa Reale di Napoli non aveva niente da invidiare in quanto a fastosità alle Corti dei maggiori Principi d'Europa, visto che Ferrante volle accrescere ed introdurre molte arti, quali l'arte di tessere la seta, i drappi, i broccati d'oro e l'arte di lavorare la Lana nel 1480.[14][85]

Museo delle Mummie[modifica | modifica wikitesto]

Lo storico Jacob Burckhardt descrisse le attività ricreative di Ferrante come segue: "i suoi piaceri erano di due tipi: gli piaceva avere i suoi avversari vicino a lui, o vivi in prigioni ben sorvegliate, o morti e imbalsamati, vestiti con gli abiti che indossavano durante la loro vita. "Non temendo nessuno, avrebbe avuto un grande piacere nel condurre i suoi ospiti in un tour del suo prezioso museo delle mummie". In effetti, Ferrante aveva un modo personale per trattare con i suoi nemici. Dopo averli uccisi, faceva mummificare i loro corpi e li teneva in un "museo nero" privato, vestiti con gli abiti che avevano indossato in vita. Se sospettava che uno dei suoi soggetti stesse complottando contro di lui, lo portava a visitare il "museo" come deterrente.[86]

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Affresco del Trasferimento del santo nell'eremo di Efide, appartenente al ciclo di affreschi "Storie della vita di san Benedetto" di Antonio Solario del chiostro del Platano nella chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli. Taluni vi hanno riconosciuto i ritratti di Ferrante (al centro) di sua figlia Eleonora (a sinistra), di suo figlio Federico (secondo da sinistra) e di suo nipote Ferrandino (a destra).[87] Inoltre l'uomo incappucciato e vestito di nero, col bastone e la lunga barba, parrebbe essere l'eremita san Francesco da Paola, molto famoso nella Napoli di quel tempo

Figli legittimi[modifica | modifica wikitesto]

Dalla prima moglie Isabella di Chiaromonte, figlia di Tristano conte di Copertino e Caterina Orsini, morta nel 1465, Ferrante ebbe sei figli:

Dalla seconda moglie Giovanna d'Aragona (1454 – 9 gennaio 1517), figlia di Giovanni II d'Aragona e Giovanna Enrìquez, ebbe una figlia:

Figli illegittimi[modifica | modifica wikitesto]

Dalla concubina Diana Guardato:

Dalla concubina Eulalia Ravignano:

Dalla concubina Giovanna Caracciolo:

  • Lucrezia (incerto se figlia di Giovanna Caracciolo o di Eulalia Ravignano), moglie di Onorato III Caetani, duca di Traetto e principe di Altamura.

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Ferrante è protagonista:

  • dell'omonima tragedia "Ferrante" di Giuseppe Campagna (1842), ispirata agli eventi conclusivi della famosa Congiura dei Baroni del 1485-1486.
  • del romanzo "Del proibito amor - Storia napoletana del XV secolo" di Dino Falconio (2014), ispirato alla presunta relazione incestuosa che Ferrante avrebbe intrattenuto con la sorella Eleonora.

Compare inoltre come personaggio:

  • nel romanzo "La duchessa di Milano" di Michael Ennis (1992).
  • nel racconto "Balsa - la figlia del Drago" contenuto nella raccolta "Lei: Storie di donne da tutti i mondi possibili" di Monica Serra (2018).

Compare anche nei fumetti:

  • Gli 800 Martiri - La presa di Otranto, di Franco Baldi e Giovanni Ballati (2017).
  • Sanseverino - Storia di una grande famiglia italiana, di Giuseppe Rescigno e Antonio Pannullo (1994).

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

  • Nella serie televisiva canadese del 2011-2013 I Borgia, Ferrante è teoricamente impersonato dall'attore Joseph Kelly, tuttavia non ha nulla a che vedere con il personaggio storico.
  • Nella serie britannico-statunitense di genere storico-fantastico del 2013-2015 Da Vinci's Demons, Ferrante è impersonato dall'attore inglese Matthew Marsh.
  • Nella serie televisiva anglo-italiana del 2016-2019 I Medici, Ferrante è impersonato dall'attore britannico Ray Stevenson.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 settembre 1465 Ferrante fondò il famoso Ordine dell'Ermellino, del quale furono insigniti lo stesso sovrano, il figlio Alfonso, il nipote Ferrandino e molte altre personalità importanti, quali Ercole I d'Este, Galeazzo Maria Sforza, Ludovico il Moro, Federico da Montefeltro e Carlo I di Borgogna.

Guido Mazzoni, Busto del re Ferrante d'Aragona con il collare dell'Ordine dell'Ermellino, da lui istituito, Museo di Capodimonte, Napoli, 1489-1492
Leonardo da Vinci, Dama con l'ermellino, Museo Czartoryski, Cracovia, 1488-1490. La dama ritratta è Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, duca di Milano, che nel 1488 fu insignito dell'Ordine dell'Ermellino da Ferrante. Il dipinto può essere considerato un riferimento all'onorificenza a lui conferita e simbolo dell'unione tra Napoli e Milano
Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro
«Investito da Carlo I di Borgogna[88]»
— 1473
immagine del nastrino non ancora presente Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino
Cavaliere dell'Ordine del Drago - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine del Drago

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Giovanni I di Castiglia Enrico II di Castiglia  
 
Giovanna Manuele  
Ferdinando I di Aragona  
Eleonora d'Aragona Pietro IV di Aragona  
 
Eleonora di Sicilia  
Alfonso V d'Aragona  
Sancho Alfonso d'Alburquerque Alfonso XI di Castiglia  
 
Eleonora di Guzmán  
Eleonora d'Alburquerque  
Beatrice del Portogallo Pietro I del Portogallo  
 
Inés de Castro  
Ferdinando I di Napoli  
 
 
 
Enrico Carlino  
 
 
 
Gueraldona Carlino  
 
 
 
Isabella Carlino  
 
 
 
 

Numismatica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le mummie aragonesi di San Domenico, su Università di Pisa. Paleopatologia (archiviato dall'url originale il 22 aprile 2019).
  2. ^ http://www.napoliaragonese.it/le-divise-araldiche-di-alfonso-ii/.
  3. ^ Traduzione,  Un'opera della natura, non d'arte.
  4. ^ Significato,  Il motto indicava che le doti di liberalità e clemenza del sovrano erano insite nella sua natura, ovvero derivanti dalla sua nobile ascendenza, e non frutto di artificio umano.
  5. ^ Gino Benvenuti, Le Repubbliche Marinare. Amalfi, Pisa, Genova, Venezia, Roma, Newton & Compton editori, 2002 [1989], ISBN 88-8289-529-7, SBN IT\ICCU\RAV\0164536.
  6. ^ https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/grande-sud/237985-don-ferrante-re-illegittimo-sfido-baroni-napoletani/
  7. ^ https://storienapoli.it/2020/12/02/ferrante-i-re-di-napoli-storia/
  8. ^ https://www.medscape.com/viewarticle/573905_4
  9. ^ ferrante_of_naples_the_statecraft_of_a_renaissance_prince
  10. ^ https://www.repubblica.it/cultura/2021/03/15/news/l_oro_di_napoli_durante_il_regno_degli_aragonesi-292313702/
  11. ^ https://www.medscape.com/viewarticle/573905_4
  12. ^ I signori di Napoli.
  13. ^ a b c d Massimo Buchicchio, La guerra tra Aragonesi e Angioini nel Regno di Napoli. La Battaglia di Sarno, Cava de' Tirreni, 2009, ISBN 88-906429-0-4. ISBN 978-88-906429-0-6.
  14. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak al am an ao ap aq ar as at au Bastian Biancardi, Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza, Napoli, F. Pitteri, 1737.
  15. ^ Biancardi, pp. 325-326.
  16. ^ Biancardi, p. 326.
  17. ^ Biancardi, p. 326.
  18. ^ Biancardi, pp. 327-328.
  19. ^ Biancardi, p. 328.
  20. ^ Biancardi, p. 329.
  21. ^ Biancardi, p. 330.
  22. ^ Biancardi, pp. 330-331.
  23. ^ Biancardi, p. 331.
  24. ^ http://www.nobili-napoletani.it/Ordine-Ermellino.htm#(2)
  25. ^ Biancardi, pp. 331-334.
  26. ^ a b c d e f g h i Nicolò Morelli, Biografia de Re Di Napoli: Ornata de Loro Rispettivi Ritratti, Volume 10, Napoli, N. Gervasi, 1825.
  27. ^ Morelli, p. 224.
  28. ^ Biancardi, pp. 334-335.
  29. ^ Biancardi, p. 335.
  30. ^ Biancardi, p. 336.
  31. ^ Biancardi, p. 336.
  32. ^ Biancardi, p. 336.
  33. ^ Biancardi, p. 336.
  34. ^ Biancardi, pp. 336-337.
  35. ^ Biancardi, pp. 338-339.
  36. ^ Biancardi, pp. 339-340.
  37. ^ a b c d e f g http://www.ilportaledelsud.org/ferrante_1.htm
  38. ^ Biancardi, p. 341.
  39. ^ Biancardi, p. 342.
  40. ^ Biancardi, pp. 342-343.
  41. ^ Biancardi, pp. 343-344.
  42. ^ https://www.altaterradilavoro.com/francesco-di-paola-il-santo-delle-due-sicilie/
  43. ^ http://www.sanfrancescodapaola.com/indexfra2.html
  44. ^ Morelli, p. 225.
  45. ^ https://www.senzacolonnenews.it/il-blog-di-gianfranco-perri/item/nei-costruttori-del-nostro-castello-aragonese-le-radici-storiche-dellindipendentismo-catalano.html
  46. ^ Biancardi, pp. 346-347.
  47. ^ Biancardi, p. 348.
  48. ^ Biancardi, p. 349.
  49. ^ Biancardi, p. 349.
  50. ^ Biancardi, pp. 349-350.
  51. ^ Biancardi, pp. 350-351.
  52. ^ http://www.napoliaragonese.it/pietro-befulco-madonna-col-bambino-in-trono-e-santi/
  53. ^ Biancardi, p. 351.
  54. ^ Biancardi, p. 351.
  55. ^ Biancardi, pp. 351-352.
  56. ^ Biancardi, p. 352.
  57. ^ Morelli, p. 227.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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